Habermas - Nella spirale dei pensieri

La sfera pubblica

Una decina di anni fa Jürgen Habermas ha concesso un’intervista a Markus Schwerin per la Frankfurter Rundschau, in cui prendeva corpo la svolta della sua interpretazione sul ruolo di Internet nella formazione della “sfera pubblica e deliberativa” della contemporaneità, con un cambio di impostazione rispetto allo scetticismo dei primi anni Duemila. Il percorso di valutazione della Rete si sarebbe concluso con la pubblicazione nel 2022 di Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, con una nuova diagnosi sullo stato dell’opinone pubblica nella vita politica delle democrazie liberali. La questione dei media nello sviluppo della discussione critica si è sempre trovato al centro della riflessione di Habermas, che ha raggiunto la fama internazionale nel 1962 con la pubblicazione del suo primo saggio (una rielaborazione della sua tesi di dottorato), Storia e critica dell’opinione pubblica.

La creazione di uno spazio pubblico in cui sia possibile il dibattito razionale infatti coincide con il processo di legittimazione del potere, e di fondazione della deliberazione democratica. I meccanismi di confronto e azione comunicativa si presentano in Habermas come la generalizzazione degli ambienti liberali del periodo illuministico, che hanno accompagnato e sostenuto la nascita dei primi giornali. La funzione delle testate era anzitutto ideologica, rivolta alla critica del potere assoluto, in favore della trasparenza della gestione statale e della libertà di pensiero. Il passaggio alle istituzioni della democrazia di massa tra Otto e Novecento ha innescato una metamorfosi dei quotidiani e delle riviste, che si sono adeguati alla configurazione capitalistica delle altre imprese private. Nel momento in cui l’utilità pubblica viene subordinata alle esigenze della redditività, la ricerca del consenso assume un valore più rilevante dello stimolo al dialogo. La manipolazione dell’opinione finisce per prevalere sull’obiettivo di alimentare un dialogo razionale che conduca alla deliberazione fondata sul discorso migliore. Al contempo, l’organizzazione imprenditoriale dei giornali cade in un conflitto di interessi strutturale, perché la missione di sorveglianza sul potere dovrebbe sottoporre a vigilanza il dispotismo economico in cui sono coinvolti i proprietari o i finanziatori delle case editrici.

I giornali vivono quindi un’ambivalenza di fondo, tra la funzione democratica del dibattito pubblico, e la funzione commerciale di sostegno della propaganda – spesso attraverso una degenerazione nell’intrattenimento.

Le ambiguità della Rete

Le prime elaborazioni teoretiche di Habermas su internet sono state improntate allo scetticismo. Alcuni elementi di questa riflessione preliminare si sono conservati fino al saggio del 2022: il focus sulla frammentazione del discorso si costituisce come un leitmotiv dell’analisi della Rete. Sotto questo riguardo il pensiero di Habermas converge con le analisi critiche sulle echo chambers che si sviluppano nelle nicchie di conversazione su forum e social media. L’isolamento dei vari gruppi conduce ad una polverizzazione delle posizioni ideologiche, senza che si riesca a stabilire una gerarchia di rilevanza dei problemi, né a costruire un dibattito con riferimenti e dizionari coerenti per rendere possibile il confronto razionale.

L’intervista con Markus Schwerin introduce però altri motivi di indagine, che conducono verso l’articolazione più complessa della concettualizzazione del nuovo mutamento nella sfera pubblica. Alla domanda «Internet è vantaggioso o svantaggioso per la democrazia?», Habermas rispondeva così:

«Non è né l'una né l'altra cosa. Dopo l'invenzione della scrittura e della stampa, la comunicazione digitale rappresenta la terza grande innovazione nel campo dei media. Con la loro introduzione, queste tre forme di media hanno permesso a un numero sempre crescente di persone di accedere a una massa sempre maggiore di informazioni. Queste informazioni sono state create per essere sempre più durature e accessibili con maggiore facilità. Con l'ultimo passo, rappresentato da Internet, ci troviamo di fronte a una sorta di "attivazione" in cui i lettori stessi diventano autori. Tuttavia, questo di per sé non si traduce automaticamente in un progresso a livello della sfera pubblica. Nel corso del XIX secolo – grazie ai libri e ai quotidiani – abbiamo assistito alla nascita di sfere pubbliche nazionali in cui l'attenzione di un numero imprecisato di persone poteva concentrarsi simultaneamente sugli stessi identici problemi. Ciò, tuttavia, non dipendeva dal livello tecnico con cui i fatti venivano moltiplicati, accelerati e resi duraturi. In fondo, si tratta degli stessi movimenti centrifughi che si verificano ancora oggi sul web. La sfera pubblica classica, al contrario, nasceva dal fatto che l'attenzione di un pubblico anonimo si "concentrava" su poche questioni politicamente rilevanti che dovevano essere regolate. Questo è ciò che il web non sa produrre. Al contrario, il web distrae e disperde. Si pensi, ad esempio, alle migliaia di portali che nascono ogni giorno: per i collezionisti di francobolli, per gli studiosi di diritto costituzionale europeo, per i gruppi di supporto per gli ex alcolisti. Nel mare magnum del rumore digitale, queste comunità comunicative sono come arcipelaghi dispersi: ce ne sono miliardi. Ciò che manca a questi spazi comunicativi (chiusi in se stessi) è un legame inclusivo, la forza inclusiva di una sfera pubblica che metta in luce ciò che è realmente importante. Per creare questa "concentrazione", è innanzitutto necessario saper scegliere – conoscere e commentare – i contributi, le informazioni e le tematiche rilevanti. Insomma, anche nel mare magnum del rumore digitale, le competenze del buon vecchio giornalismo – necessarie oggi come lo erano ieri – non devono andare perdute».

La possibilità da parte dei cittadini di non essere solo recettori del dibattito, e di recitare anche la parte degli autori nella discussione, si scontra con gli effetti controproducenti di alcune condizioni, che si aggiungono alle echo chambers. La disintermediazione dai giornali infatti elimina la selezione degli argomenti di interesse collettivo, e l’elaborazione del dizionario comune per discuterne, che appartenevano al funzionamento tradizionale della sfera pubblica. Il rischio di manipolazioni e distorsioni diventa una criticità di portata inedita. 

Inoltre, la tendenza dei social media (e della Rete in generale) è la polarizzazione delle opinioni, con l’indebolimento complessivo delle pratiche comunicative che dovrebbero condurre alla deliberazione. Inclusione, trasparenza, imparzialità, autonomia della ragione, sono valori minacciati dall’introversione dello spazio pubblico in una miriade di spazi privati, quelli delle nicchie con i loro leader e influencer locali.

La minaccia incombe sulla lucidità della ragione illuministica che Habermas invoca come fondamento della legittimità del potere democratico. La sua riflessione nell’intervista con Schwerin prosegue infatti in questo modo:

«In una società pluralista, il processo democratico è l'unica fonte di decisioni riconosciute come legittime. Da un lato, questo processo garantisce l'inclusione (ovvero la partecipazione di tutti i cittadini), dall'altro, la deliberazione (ad esempio, le campagne elettorali e i dibattiti parlamentari, sulla base di ciò che l'elettorato e i legislatori decidono di scegliere). Proprio grazie a questo elemento di dibattito pubblico – un dibattito che deve avvenire prima del voto – il risultato delle elezioni politiche (la ripartizione del potere tra partiti rivali) è qualcosa di diverso da un semplice sondaggio d'opinione. Ciò non ha molto a che fare con i processi di conoscenza scientifica, quanto con l'aspettativa che i problemi politici possano essere affrontati con la soluzione più razionale possibile. Questa “aspettativa di razionalità” richiede infatti che – nella formulazione di proposte significative – informazioni affidabili e buone ragioni siano pubblicamente messe sul tavolo. In questo processo, le ragioni normative spesso giocano un ruolo più importante dei dati empirici effettivi o delle analisi degli esperti. In ogni caso devono sempre essere ragioni capaci di “quantificare”. Questa dimensione cognitiva della formazione della volontà (sia dei cittadini che dei politici) assume un’importanza ancora maggiore quando l’orizzonte di incertezza, in cui dobbiamo prendere decisioni, cresce».

La fiducia nella forza della ragione e del dialogo rimarranno tra gli insegnamenti più significativi che Habermas ci abbia lasciato in eredità.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

J. Habermas, M. Schwerin, Im Sog der Gedanken, «Frankfurter Rundschau», 14/15 giugno 2014.

J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza 2005.

J. Habermas, Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, Raffaello Cortina Editore, 2023.


Thick Data, Thin Theory - Sensemaking, cultura umanistica e i limiti della comprensione manageriale - Recensione di "Il Fattore Umano" di C. Madsbjerg

Una tesi forte in cerca di fondamenta

Pubblicato originariamente nel 2017 con il titolo Sensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, e tradotto in italiano solo nel 2026, il saggio di Christian Madsbjerg, Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell’era dell’algoritmo (trad. di Francesca Barbanera, Firenze, Giunti, 2026.), propone una tesi ambiziosa e, in termini generali, condivisibile: le aziende — e più in generale le istituzioni che governano la vita collettiva — hanno progressivamente smarrito la capacità di capire gli esseri umani nella loro profondità culturale, sostituendo la comprensione con la misurazione. Big data, segmentazione comportamentale, algoritmi predittivi: strumenti potenti per rilevare pattern superficiali, inutili per cogliere il significato che le persone attribuiscono alle proprie pratiche, relazioni, oggetti, scelte. Contro questo riduzionismo, Madsbjerg propone il “sensemaking”: la capacità di leggere il mondo umano attraverso gli strumenti delle scienze umane — antropologia, sociologia, filosofia, letteratura — restituendo spessore a ciò che le analisi meramente quantitative appiattiscono. Dati «densi» (thick data) contro l’aridità apparentemente neutrale delle statistiche. 

La diagnosi appare corretta e, in certa misura, consolatoria per tutti coloro (sociologi, critici letterari, filosofi, docenti di materie umanistiche…) che negli anni hanno assistito all’inesorabile marginalizzazione dei loro campi di studio a favore delle discipline STEM, sia nel discorso pubblico, sia nelle scelte politiche, sia, in modo molto concreto, nell’erogazione di finanziamenti e fondi per la ricerca.  Occorre tuttavia distinguere bene che cosa questo saggio è rispetto a che cosa pretende di essere: non si tratta certo di un’opera teoricamente approfondita ma, in definitiva, di buona divulgazione, la cui lettura può essere utile a CEO, dirigenti di azienda, decisori politici etc, per incorporare nelle loro scelte la consapevolezza critica della complessità insita nei comportamenti umani. Allo stesso tempo, è necessario sottolineare sia una certa superficialità nell’uso dei riferimenti culturali che Madsbjerg esibisce, sia i silenzi, spesso eloquenti, che attraversano la sua trattazione. 

Il fantasma di Weick

Il silenzio più rumoroso che colpisce il lettore sociologicamente attrezzato è l’assenza totale di riferimenti a Karl Weick. È un’assenza difficile da giustificare, perché Weick non è un autore che abbia trattato marginalmente il sensemaking: è colui che ha costruito la teoria del sensemaking organizzativo come disciplina autonoma, a partire dai lavori degli anni Sessanta e con la sistematizzazione di Sensemaking in Organizations (1995). Usare questo termine — tecnicamente preciso, già occupato da una tradizione ricca e discussa — senza un solo riferimento al suo fondatore non è una svista: è una scelta che serve a costruire un brand concettuale. Il “sensemaking” diventa una proprietà intellettuale di ReD Associates, la società di consulenza fondata da Madsbjerg, sottraendolo alla genealogia teorica che lo aveva generato.

La distanza tra le due concezioni di sensemaking non è trascurabile, ma non è nemmeno abissale. In Weick il sensemaking è fondamentalmente retrospettivo: le organizzazioni danno senso a ciò che è già accaduto, costruendo narrazioni coerenti a posteriori per gestire l’ambiguità. In Madsbjerg è invece uno strumento di comprensione prospettica: serve a capire in anticipo il contesto culturale in cui si opera. La differenza è reale. Ma un autore che usi un termine già occupato da una tradizione consolidata avrebbe comunque l’obbligo di riconoscere quest’ultima e spiegare il proprio rapporto — di continuità o di rottura — con essa. 

L’eclettismo come metodo (e come problema)

La debolezza strutturale più profonda del libro è tuttavia un’altra: la confusione sistematica tra metodi ed epistemologie radicalmente diverse. Madsbjerg mette sullo stesso piano letteratura, poesia, ricerca etnografica, antropologia, filosofia continentale — trattandole come strumenti intercambiabili di «comprensione profonda». La letteratura compare come evidenza della complessità culturale umana; la poesia è citata come strumento di conoscenza equiparabile metodologicamente all’osservazione partecipante; la filosofia funziona come garanzia di profondità piuttosto che come strumento di analisi rigorosa.

È vero che la letteratura può essere usata come materiale sociologico, ma nella consapevolezza esplicita delle mediazioni necessarie e dei limiti di questa relazione. La letteratura non mostra la realtà sociale: la rifrange, la costruisce, la contesta attraverso voce autoriale, stilizzazione, invenzione. Usarla come documento richiede una critica del testo che Madsbjerg non esercita mai. Analogamente, l’etnografia aziendale ha sviluppato una propria riflessività critica — Lucy Suchman ne è un esempio illustre — sul fatto che l’osservazione al servizio di un committente commerciale non è neutrale: gli obiettivi del committente plasmano cosa si cerca, cosa si vede, cosa si riferisce. Di questa tensione il libro non discute mai.

L’eclettismo madsbjerghiano sembra talvolta ridursi a mero ornamento, come se le citazioni suggestive servissero a posizionare il lettore (e l’autore) in una comunità immaginaria di persone sofisticate, non a dimostrare una tesi. C’è qualcosa di paradossale in questo: un libro che critica la superficialità algoritmica usa la profondità culturale in modo superficiale — come segnale di status, per dirla con Bourdieu, più che come strumento di conoscenza.

Heidegger come brand

Si vedano, come esempio ulteriore di quello che potremmo definire, ironicamente «esibizionismo culturale» a uso e consumo di manager indaffarati, i riferimenti alla filosofia fenomenologica e, in particolare, a Heidegger. Madsbjerg attinge all’opera di questo autore per giustificare teoricamente l’asserzione che la comprensione umana sia sempre contestuale, incarnata, culturalmente situata, e dunque irriducibile a dati quantitativi. La connessione non è arbitraria: la fenomenologia è genuinamente rilevante per criticare il riduzionismo cognitivista implicito nei big data. Il problema è il modo in cui questa connessione viene operata.

Heidegger viene necessariamente depurato dalla sua radicalità ontologica. Il punto centrale di Essere e Tempo non è una metodologia della ricerca qualitativa: è una domanda sul senso dell’essere, sulla struttura ontologica del Dasein, sull’angoscia, sull’essere-per-la-morte, sull’autenticità e sull’inautenticità. Madsbjerg conserva il pianoterra dell’edificio heideggeriano — le pratiche culturali condivise, il mondo vissuto — e rimuove tutto ciò che sta sopra e sotto. Heidegger diventa così un antropologo culturale ante litteram, quando in realtà era un pensatore che avrebbe probabilmente riconosciuto nell’applicazione manageriale della sua filosofia una forma esemplare di quella Verfallenheit — caduta nell’inautenticità — che il suo progetto si proponeva di diagnosticare.

Paralleli necessari: Morozov, Taleb, Nussbaum

Collocare Madsbjerg nel contesto intellettuale più ampio in cui si inscrive aiuta a capirne tanto i meriti quanto i limiti. Tre autori in particolare costruiscono, con lui, una critica convergente alla dittatura dei dati quantitativi, pur muovendosi su piani diversi.

Nassim Taleb, in Il Cigno Nero (2008) e in Antifragile (2013), attacca la stessa fede nei modelli quantitativi ma da una prospettiva probabilistica e strutturale: i modelli sono fragili non perché non capiscano la cultura, ma perché la realtà è governata da eventi rari e imprevedibili che per definizione sfuggono a qualsiasi modello. La sua proposta non è capire meglio — il che sarebbe ancora una forma di hybris — ma costruire sistemi antifragili che guadagnino dall’imprevedibilità. Il confronto con Madsbjerg è illuminante: entrambi citano Soros come esempio della propria tesi, ma le loro prescrizioni sono opposte. Taleb regge meglio all’usura del tempo perché il suo argomento è strutturale, non tecnologicamente situato.

Evgeny Morozov, in To Save Everything, Click Here (2013), nomina il problema con più precisione politica: il “soluzionismo” non è solo un errore cognitivo ma un’ideologia che trasforma problemi collettivi e politicamente contestati in sfide individuali ottimizzabili, depoliticizzando e svuotando lo spazio democratico. Morozov va più lontano di Madsbjerg perché la sua critica non riguarda i limiti degli algoritmi, ma i limiti del modo in cui pensiamo ai problemi — e l’AI generativa, lungi dal confutarlo, ne è la manifestazione più potente che sia mai esistita. 

Infine, Martha Nussbaum occupa un posto particolare in questa mappa. Il titolo del suo saggio più divulgativo — Non per profitto (2011) — è di per sé una risposta implicita a Madsbjerg: le scienze umane non vanno difese perché rendono le aziende più competitive, ma perché la democrazia ha bisogno di cittadini capaci di pensiero critico, empatia interculturale e giudizio autonomo. Laddove Madsbjerg difende le humanities strumentalmente — come metodo più efficace per capire i clienti — Nussbaum le difende intrinsecamente, ancorandole a una teoria normativa della persona e della cittadinanza sviluppata in decenni di lavoro filosofico sistematico. Il paradosso è stridente: il libro di Madsbjerg usa esattamente le scienze umane per il profitto che Nussbaum rifiuta come fondamento sufficiente della loro giustificazione. Nussbaum, però, scrive per accademici e per chi già le ama; Madsbjerg parla a chi ha il potere di finanziarle o smantellare i dipartimenti che le insegnano. Chi dei due faccia più differenza nel mondo reale è una domanda aperta.

Il problema del 2026: quando l’algoritmo simula l’umanità

La debolezza più strutturalmente grave del libro, tuttavia, emerge solo nella prospettiva del 2026. Il bersaglio di Madsbjerg nel 2017 era un algoritmo relativamente semplice nella sua logica: correlazioni statistiche su grandi dataset che catturano pattern comportamentali superficiali. Contro questo tipo di sistema, la rivendicazione del potere dei thick data funziona perfettamente. Ma, negli ultimi anni, l’inarrestabile diffusione delle intelligenze artificiali generative ha cambiato radicalmente il contesto. 

I modelli linguistici di grandi dimensioni non si limitano a correlare dati: producono testo che tiene conto del contesto, della sfumatura, del registro culturale. Sono addestrati sull’intera produzione culturale umana — letteratura, filosofia, conversazioni, documenti storici. Operano negli spazi che Madsbjerg riservava alle scienze umane: scrittura, supporto emotivo, analisi qualitativa, interpretazione culturale. Non perché “capiscano” nel senso fenomenologico del termine — questa è una questione filosofica aperta — ma perché simulano la comprensione in modo sufficientemente convincente da rendere la distinzione thin/thick data meno netta di come il libro la presenta. La proposta pratica centrale di Madsbjerg — assumete antropologi invece di data scientists — è oggi meno ovvia di quanto fosse nel 2017, perché i confini tra le due figure si sono mescolati in modi che il libro non poteva prevedere.

Questo non invalida la diagnosi: invalida la forma dell’opposizione con cui viene sostenuta. Ed è qui che Morozov e Taleb mostrano maggiore resistenza all’usura: il primo perché aveva scritto contro un’ideologia e non contro una tecnologia specifica; il secondo perché aveva scritto contro una struttura probabilistica della realtà che l’AI generativa non smentisce — anzi aggrava. 

Una valutazione finale

Il Fattore Umano è un libro che appartiene a un genere preciso: il business book di alta gamma, nella tradizione di Malcolm Gladwell. Come Gladwell, Madsbjerg ha il talento di prendere idee accademiche complesse, renderle narrative e accessibili, e venderle come rivelazioni pratiche. Come Gladwell, produce testi che danno al lettore la sensazione di aver capito qualcosa di profondo in poche ore. E non va trascurato il piacere generato dalla drammatizzazione di casi concreti e aneddoti significativi, secondo il principio retoricamente sempre efficace di «show, don’t tell». 

Per questo, ridurre il libro a uno strumento di self-branding (anche se, almeno in parte, è proprio questo) sarebbe ingeneroso e impreciso. La diagnosi che offre è reale: molte organizzazioni hanno effettivamente perso la capacità di leggere il contesto culturale in cui operano. Un manager che legga questo libro e cominci a chiedersi se forse dovrebbe assumere un etnografo o un antropologo ha già fatto un passo che non avrebbe fatto leggendo un report di analytics. In questo senso, la semplificazione ha una funzione pedagogica reale in un contesto che parte da zero.

Il problema nasce se e quando il libro viene letto come ciò che non è: un contributo teorico originale alla sociologia della conoscenza. Gli aspetti problematici che abbiamo esaminato — l’assenza di Weick, la semplificazione di Heidegger e in generale dei riferimenti filosofico-sociologici, l’eclettismo metodologico non problematizzato, il concept di “cultura” sostanzialmente precritico, il divario rispetto alla profondità normativa di Nussbaum — non sono dettagli tecnici. Sono elementi strutturali che segnalano un’architettura intellettuale costruita per convincere un certo pubblico, non per resistere all’esame di un altro, forse pedante, ma politicamente giustificato: sempre se vogliamo seguire la lezione di chi interpreta la cultura umanistica non solo come strumento di strategia aziendale e spregiudicate scelte speculative, ma come necessario fondamento per un’autentica consapevolezza democratica. 

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Bourdieu, Pierre — La Distinction. Critique sociale du jugement (1979); trad. it. La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, il Mulino, 1983.

Heidegger, Martin — Sein und Zeit (1927); trad. it. Essere e Tempo, Milano, Longanesi, 2005.

Madsbjerg, Christian — Sensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, New York, Hachette Books, 2017; trad. it. Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell'era dell'algoritmo, Giunti, 2026.

Morozov, Evgeny — To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, New York, PublicAffairs, 2013.

Nussbaum, Martha C. — Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton, Princeton University Press, 2010; trad. it. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011.

Suchman, Lucy — Plans and Situated Actions: The Problem of Human-Machine Communication, Cambridge, Cambridge University Press, 1987; 2ª ed. ampliata Human-Machine Reconfigurations, 2007.

Taleb, Nassim Nicholas — The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable, New York, Random House, 2007; trad. it. Il Cigno Nero, Milano, Il Saggiatore, 2008.

Taleb, Nassim Nicholas — Antifragile: Things That Gain from Disorder, New York, Random House, 2012; trad. it. Antifragile. Prosperare nel disordine, Milano, Il Saggiatore, 2013.

Weick, Karl E. — Sensemaking in Organizations, Thousand Oaks, Sage Publications, 1995.


Follow: Privilegio e Soddisfazione

Da diversi anni mi occupo di analizzare i fenomeni che governano le dinamiche dei follower (chi ci segue) e dei following (chi seguiamo).

Se possediamo un profilo social possiamo essere entrambe le forme, seppure non sia sempre scontato essere simultaneamente “seguiti” e “seguaci” in rapporto a un medesimo altro profilo utente.

Nota: questo è il terzo di una serie di articoli dedicati al tema delle comunità sociali digitali. Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, (qui e qui) in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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A partire da questo articolo ci addentreremo in alcuni aspetti specifici delle dinamiche caratterizzate dalla meccanica del Follow.

Per utilità e continuità, seguiteremo ad utilizzare come esempio di riferimento la piattaforma sociale digitale Instagram.

Buona lettura.

 


Privilegio non strutturato

Dove vigono forme di contratto sociale s.v.r.[1], il privilegio non è più un oggetto meccanico automatizzato della piattaforma sociale digitale[2]. Non potendo essere impostati con un orientamento che sia vincolato strutturalmente alla e dalla piattaforma, sia il privilegio che la reciprocità si ritrovano ad esistere sul solo piano della scelta individuale dell’utente.

Nei contesti s.v.r., privilegio e scelta della reciprocità maturano e si svolgono esternamente alle piattaforme da cui vengono stimolati e caratterizzati.

Facciamo un passo indietro.

Su Instagram, lo abbiamo visto[3], si possono stabilire connessioni direzionali, ma non vincolate a meccaniche dell’instaurazione automatica della connessione[4] reciproca.

Più in generale, dove è la meccanica del Follow a strutturare le dinamiche di una comunità digitale, tutte le connessioni sono unidirezionali, senza nessuna bidirezionalità strutturale.

Detto in altri termini: dove il Follow è l’unica forma di connessione possibile, non esistono forme di collegamento obbligato - vincolato.

Ora possiamo iniziare a intuire che il privilegio, così non strutturato, non può esaurire e completare il proprio senso attraverso il solo soddisfacimento della corrispondenza di un “accesso esclusivo” ad una “lista di scelti”, come avviene nei contratti sociali c.v.r.[5]. Piuttosto esso troverà il significato del proprio valore nell'esprimersi o meno di una gratificazione sul piano psicologico personale del singolo utente.

Il valore più alto della gratificazione si avvera quando l'utente si vede riconosciuto, concesso, ottenuto, questo privilegio di essere a sua volta oggetto di riconoscimento dell'interesse altrui.

La Soddisfazione come risultato del follow

Il follow esprime la propria essenza sul piano psico-emotivo dell’utente, con la gratificazione che deriva dalla sua ricezione. La Soddisfazione dell’utente è infatti individuabile come uno dei fattori centrali nella "ricerca della felicità" che un utente intraprende all’interno del contratto sociale digitale.

Proviamo a definire questi rapporti attraverso il linguaggio matematico.

Più in generale, se la Soddisfazione (S) è legata proporzionalmente (∝) al numero di follow (F) ricevuti, potremmo definirla così:

Non essendo la Soddisfazione (S) un valore statico, ma che deriva, ossia cambia e varia, in base a quanto varia il numero dei follower (F), allora ogni nuova variazione di Follower (𝚫F) genererà proporzionalmente una variazione di Soddisfazione (𝚫S):

In generale[6], la Soddisfazione è anche interpretabile anche come il risultato della quantità di considerazioni (C) che l’utente riceve attraverso lo stabilirsi di connessioni direzionate verso il proprio profilo.

La formula definisce la Soddisfazione (S) come l'output psicologico di una funzione (f) basata sul vettore della Considerazione (C). Il simbolo del vettore indica che tale considerazione non è generica, ma possiede una direzionalità specifica: essa è orientata nel verso che va dalla comunità sociale digitale verso il profilo dell'utente attraverso l'instaurazione di connessioni (F = follow). La Soddisfazione è interpretabile come il risultato (psico-emotivo) prodotto dalla quantità di questi impulsi di attenzione ricevuta e persa (Fr = follow ricevuto).

Essere follower è una forma di approvazione che ciascuno degli utenti fa verso l’esistenza altrui: egli è “seguito”, perciò “da seguire”.

Ricevere il Follow è ricevere un’azione esplicita di riconoscimento d’interesse, un essere accettati dagli altri utenti della comunità.

Essere followed by è una forma di approvazione che riceviamo dagli altri verso la nostra esistenza digitale: io sono “seguito”, perciò “da seguire”.

 

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Nel prossimo articolo estenderemo i ragionamenti fatti fino ad ora in direzione delle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, così da avere una visione maggiormente comprensiva del risultato della Soddisfazione.

 


 

NOTE:

[1] S.v.r. = “senza vincolo di reciprocità”; di cui abbiamo parlato nel secondo articolo.

[2] Come abbiamo visto invece essere per l’Amicizia di Facebook, nel primo articolo.

[3] Supra, nota 1.

[4] Per il significato che in questa ricerca viene attribuito ai termini “collegamento” e “connessione”, rimandiamo alla nota 2 del primo articolo.

[5] C.v.r. = “con vincolo di reciprocità”. Su Facebook sono gli “Amici”, Supra, nota 2.

[6] In un prossimo articolo vedremo che non tutti gli utenti follower ricadono nella dinamica della soddisfazione così configurata.


Il contratto sociale digitale - Seconda parte

Da diversi anni mi occupo di analizzare i fenomeni che governano la fluttuazione dei numeri di due metriche tipiche dei profili social network: i follower (chi ci segue) e i following (chi seguiamo).

Se possediamo un profilo social, possiamo essere entrambe le forme. Come noi, chi ci segue (il follower) è a sua volta qualcuno che segue (azione del “following”) e il nostro profilo può dunque essere suo “follower” e “followed by” da esso.

Non è però sempre scontato essere simultaneamente “seguiti” e “seguaci” in rapporto a un medesimo altro profilo utente. Possiamo essere i suoi follower ma non essere da esso followed by, e possiamo anche essere followed by ma non allo stesso tempo follower di questo.

Le dinamiche della reciprocità saranno al centro della ricerca che vi proporrò.

Nota: se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere qui il precedente articolo, in quanto propedeutico alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricorda: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo concentreremo le nostre analisi sulle strutture e sulle dinamiche che appartengono alle comunità sociali digitali senza vincolo di reciprocità.

Buona lettura.

 


 

Il “contratto sociale”[1] digitale

Nel precedente articolo abbiamo visto che tutti gli utenti dei social network, in quanto appartenenti a comunità (digitali), concorrono all’instaurarsi di forme di contratto sociale, di almeno due macro tipi: “con” e “senza” il “vincolo di reciprocità” tra gli utenti.

Prenderò qui in esame la piattaforma Instagram come esempio di contratto sociale senza vincolo di reciprocità.

Da qui ci potremo avviare, a partire dal prossimo articolo, a scoprire che il prestigio sociale di ciascun utente dipende dal posizionamento che esso ottiene all’interno del contratto sociale.

Instagram: il Follow e il contratto sociale senza vincolo di reciprocità (s.v.r.)

Il caso di Instagram vale come sufficientemente dimostrativo di questa meccanica del Follow e delle sue dinamiche, per tutte le altre piattaforme incentrate su di essa, come la celeberrima TikTok.

Diversamente dalla piattaforma Facebook, Instagram non fonda la possibilità di interazione sociale della propria comunità sull’esistenza di un rapporto di scambio reciproco vincolante tra utenti.

Su Instagram la meccanica del Follow è l’unica a muovere le dinamiche di connessione direzionale dei suoi utenti.

Il contratto sociale di Instagram è unidirezionale, ossia permette agli utenti di diventare follower altrui non vincolando i profili da loro followed by a contraccambiare automaticamente con il cosiddetto “follow back”[2].

L’azione del “seguire” un profilo è una libera scelta dell’utente, mentre il soddisfacimento delle aspettative di un contraccambio rimangono estranee al contratto sociale digitale.

In questa forma di contratto infatti, chi viene “seguito”, è libero di scegliere se diventare a propria volta un follower del proprio nuovo “seguace”.

Ogni forma di reciprocità, di restituzione e contraccambio sarà dunque un’azione rimessa alla volontà e alla responsabilità individuale.

La forma della reciprocità non è regolata o in alcun modo indirizzata dal contratto sociale che si instaura nelle comunità sociali digitali, le cui dinamiche sono rese possibili dalla sola meccanica del Follow.

Per sua natura, la meccanica del Follow non è dotata di vincolo di reciprocità, che abbiamo visto essere invece alle fondamenta della Richiesta di amicizia di Facebook[3].

In conclusione, dove la meccanica del Follow si instaura come fondante e strutturale di una piattaforma sociale digitale, non è automaticamente necessario che il medesimo utente possa essere simultaneamente follower e followed by in rapporto a uno stesso altro profilo. La reciprocità deriva da una responsabilità esterna alla piattaforma sociale: è una decisione regolata individualmente.

Il Follow e Facebook

Per quanto riguarda la piattaforma Facebook, la possibilità di essere anche solo follower di profili utente è stata aggiunta solo anteriormente alla sua creazione[4]. In essa, la meccanica del follow è tuttora non vincolante né essa è la principale via percorribile per stabilire una connessione[5].
Essa è stata, in questo caso, mutuata storicamente dal sistema già esistente delle “Pagine Facebook”, il quale si sorregge sulla libera adesione di interesse dell’utente ai contenuti ivi presenti ed erogati.

Va poi notato che, sempre per quanto riguarda Facebook, la meccanica del Follow è stata definitivamente implementata in seguito all'acquisizione che questa azienda ha fatto della piattaforma Instagram, nella quale questa meccanica è invece strutturalmente portante e alle basi della costruzione della propria comunità sociale digitale.

Se dunque il Follow è compreso ma non strutturale per Facebook, che abbiamo visto fondarsi sulla meccanica dell’Amicizia, nel caso di Instagram esso è proprio alle fondamenta della sua piattaforma sociale, e dunque anche caratterizzante il suo “contratto sociale”.

 

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Nel prossimo articolo applicheremo i ragionamenti fatti fino ad ora per iniziare a familiarizzare con alcuni spetti del Privilegio e della Soddisfazione in relazione al Follow.

 


NOTE:

[1] Per l’utilizzo di questo termine e per approfondimenti sul tema, rimando al precedente articolo: qui.

[2] Sulla piattaforma sociale digitale di Instagram non vi è meccanica atta a garantire l’utente follower di essere automaticamente followed by e dunque che vincoli il followed by a diventare a sua volta follower dei propri follower.

[3] Lo abbiamo visto nel primo articolo: qui.

[4] La funzione "seguire" per i profili privati di Facebook è stata introdotta il 14 settembre 2011. Inizialmente, questa funzionalità era stata lanciata con il nome di "Iscriviti" (Subscribe). Solo successivamente, nel dicembre 2012, Facebook ha deciso di rinominare il pulsante in "Segui" (Follow) per uniformarsi alla terminologia già popolare su altre piattaforme social come Twitter e Instagram.
La meccanica del follow di Facebook permette agli utenti di vedere gli aggiornamenti pubblici di persone che non sono nella loro lista di amici. Probabilmente l’esigenza di introdurre questa meccanica è nata per permettere a profili particolarmente famosi di superare il limite massimo di 5000 amici possedibili. Certo è che Facebook avrebbe comunque potuto aumentare questo limite. Potrebbe anche questo limite concorrere al mantenimento di un sistema del prestigio sociale digitale? A voi la risposta.

[5] Sulla definizione che adotto per i termini “connessione” e “collegamento”, si veda l’articolo precedente: qui.


Il contratto sociale digitale - Prima parte

Da diversi anni mi occupo di analizzare i fenomeni che governano la fluttuazione dei numeri di due metriche tipiche dei profili social network: i follower (chi ci segue) e i following (chi seguiamo).

Se possediamo un profilo social, possiamo essere entrambe le forme. Come noi, chi ci segue (il follower) è a sua volta qualcuno che segue (azione del “following”) e il nostro profilo può dunque essere suo “follower” e “followed by” da esso.

Non è però sempre scontato essere simultaneamente “seguiti” e “seguaci” in rapporto a un medesimo altro profilo utente. Possiamo essere i suoi follower ma non essere da esso followed by, e possiamo anche essere followed by ma non allo stesso tempo follower di questo.

Le dinamiche della reciprocità saranno al centro della ricerca che vi proporrò.

Nota: al fine di comprendere meglio lo scenario in cui ci muoveremo è necessaria la lettura delle note.

Buona lettura.

 


 

Il “contratto sociale”[1] digitale

Tutti gli utenti dei social network, in quanto appartenenti a comunità a tutti gli effetti, a prescindere dal proprio grado di coinvolgimento, accettano, concorrono e alimentano forme di contratto sociale. Le forme di questo o di quel contratto sono vincolate alle meccaniche specifiche delle piattaforme digitali in cui si sviluppa e popola la rete sociale di appartenenza.

Di queste forme del contratto sociale digitale ne esistono di due macro tipi: “con” e “senza” il “vincolo di reciprocità” tra utenti che stabiliscono connessioni con profili altrui.

Come vedremo nei futuri articoli, è proprio dal posizionamento all’interno del contratto sociale che dipende il prestigio sociale di ciascun utente.

Prenderò qui in esame la piattaforma Facebook come esempio di contratto sociale con vincolo di reciprocità.

Facebook e la forma dell’Amicizia

Storicamente essa si fonda sulla “Amicizia”, una forma di collegamento “diretto e reciproco”[2] tra utenti[3]. La meccanica specifica di connessione[4] tra profili è quella della “Richiesta di amicizia” tra due profili utente unici[5]. Il primo profilo è quello che definiamo “richiedente”, ossia un utente che promuove la richiesta di contatto[6] al secondo profilo, che chiameremo “ricevente”.

Con questa richiesta, il primo chiede al secondo di entrare nella sua “Lista degli amici”. Il collegamento si stabilirà tramite l’accettazione della richiesta di amicizia da parte del ricevente.

Il “contratto sociale” digitale con vincolo di reciprocità

La meccanica di attivazione di questo collegamento dell’Amicizia è bidirezionale, ossia legata indissolubilmente al principio di reciprocità. Una volta accettata la richiesta, il richiedente e il ricevente si riconoscono obbligatoriamente il privilegio reciproco di entrare nella rispettiva Lista degli amici.

Questa “entrata tra gli amici” permette a entrambi di incrementare di una unità il numero dei propri “Amici”, oltre che di poter accedere alle informazioni e ai contenuti condivisi da ciascuno in esclusiva per i propri Amici.

La reciprocità anche nella rimozione

Qualora uno dei due utenti volesse estromettere l’altro dalla propria Lista degli amici, può sì rimuoverlo da questa.

L’azione di “rimozione” rientra anch’essa in una meccanica bidirezionale: rimuovendo un amico dalla propria lista, entrambi gli “ex amici” perderanno ciascuno un “amico” sotto l’aspetto quantitativo numerico. Se chi ha rimosso prima aveva 1000 amici, ora ne avrà 999, e di conseguenza accadrà all’altro di trovarsi un amico in meno. Ovviamente la rimozione causa anche la cessazione dei relativi privilegi di accesso all’informazione altrui, che questo contratto sociale permette.

L’aspetto quantitativo della connessione (anticipazioni)

Per comprendere meglio lo scenario che ci si presenterà di fronte nel prossimo articolo, dobbiamo ricordare quest’ultimo fatto della reciprocità del contratto sociale di Facebook. 

Teniamo fermo l’aspetto del vincolo meccanico sotto l’aspetto quantitativo, ossia dell’acquisizione e della perdita di unità numeriche legate alle connessioni precedentemente stabilite.

L’aspetto quantitativo del “numero di connessioni possedute” è, quindi, uno dei valori alle fondamenta del prestigio sociale dei profili utente delle comunità sociali digitali.

Come inizieremo a vedere a partire dal prossimo articolo, esso è infatti il motore di diverse meccaniche, sia algoritmiche che “human-driven”, le quali permettono agli utenti di attuare strategie utili al miglioramento della propria presenza sulle piattaforme sociali digitali.

 

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Nel prossimo articolo parleremo delle forme del contratto sociale digitale "senza vincolo di reciprocità".

 


NOTE:

[1] Utilizzo questo termine volutamente inserito fra le virgolette. Mi interessa per ragioni prettamente funzionali, per l’utilità prodotta dal suo significato letterale, e non da quello filosofico. Riguardo a quest’ultimo, però, vi invito a fare un proficuo confronto tra i due significati che il contratto sociale ha per la filosofia rousseauiana e quello che avrà successivamente per quella kantiana.

[2] Nella lingua italiana i termini “collegamento” e “connessione” sono spesso utilizzati come sinonimi. La loro differenza formale ricade nell’utilizzo rispetto a 1) una unione diretta sul piano fisico-materiale nel caso del primo termine e 2) di un'unione di tipo immateriale (ad es. logica) nel secondo. Utilizzerò dunque il termine 1) collegamento quando la connessione è reciproca, ossia c’è un’azione di follow reciproca; il termine 2) connessione lo utilizzerò per i casi in cui l’azione del follower è unidirezionale e svincolata dalle forme della reciprocità. Interessante è anche l’accezione che viene data dei due termini in campo giuridico penale, dove il collegamento è un criterio legale che determina il vincolo fattuale che genera la connessione, la quale è sempre conseguenza giuridica di tale legame (art. 12 c.p.p.).

[3] La possibilità di essere follower, ma non amici, di profili utente privati è stata aggiunta solo anteriormente sulla piattaforma Facebook (2011). Probabilmente l’esigenza è nata per permettere a profili particolarmente famosi di superare il limite massimo di 5000 amici possedibili.

[4] Supra, nota 2.

[5] Per “unico”, in riferimento al “profilo”, mi riferisco alla sua corrispondenza ad un “utente” univoco. Da questa analisi sono perciò escluse entità quali i “profilo utente condiviso” e quelli sì utente ma creati per attività di varia natura (commerciali, sportive, associazionistiche etc.). Ne sono dunque escluse anche le connessioni alle Pagine e ai Gruppi Facebook.

[6] Molto interessante è la differenza che la piattaforma LinkedIn pone ufficialmente tra le definizioni di “contatto” e di “collegamento”, dove un contatto è una persona a cui viene inviato un invito, mentre “una connessione è un contatto a cui si dispone una connessione di primo grado”. (...) “Mentre tutte le connessioni vengono salvate nell’elenco Contatti, non tutti i contatti sono collegamenti di primo grado” (Guida ufficiale LinkedIn).
Per chi non conoscesse LinkedIn, in questa piattaforma sociale digitale viene instaurata e posizionata come portante la meccanica del “grado di distanza” di connessione tra i profili. Questa ha sicuramente risvolti utili alla partecipazione attraverso l’ambizione di “accorciare le distanze” dai profili che ci avvicinano al lavoro che vorremmo fare.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- art. 12 Codice di procedura penale;

- Guida ufficiale di LinkedIn: https://www.linkedin.com/help/linkedin/answer/a565191/differenza-tra-un-contatto-e-una-connessione?lang=it;

- Standard della Community Meta: https://transparency.meta.com/policies/community-standards/;

- Linee guida Facebook per Editor e Creator: https://www.facebook.com/business?id=193136622109756.


La doppia transizione nella sanità: tecnologia, organizzazioni e sostenibilità

La doppia transizione (twin transition) si riferisce all’articolazione strategica tra trasformazione digitale e sostenibilità ambientale, mobilitando tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’Internet delle Cose (IoT) e l’analisi dei dati, tra le altre soluzioni digitali, per rendere i processi economici potenzialmente più efficienti, puliti e orientati all’economia circolare[1]. Ma in che modo questo concetto di doppia transizione si collega al settore sanitario? Una delle grandi aree che sta diventando sempre più digitale è proprio quella della salute, e il termine che si sta consolidando è “sanità digitale”.

Nel campo sanitario, questa agenda acquisisce rilevanza di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla crescente pressione sui costi e sulle infrastrutture, stimolando l’adozione di soluzioni come la telemedicina, le cartelle cliniche elettroniche interoperabili, l’IA per il supporto diagnostico e i big data per la sorveglianza epidemiologica, tra gli altri esempi. Va sottolineato che tale processo avviene con ritmi diseguali, sia tra Nord e Sud globale sia all’interno dei singoli Paesi, tra aree rurali e urbane, tra settore pubblico e privato, oltre che tra diverse specialità mediche. In generale, tuttavia, questi strumenti tendono a riconfigurare l’organizzazione dell’assistenza e della gestione, sotto la promessa di maggiore coordinamento, rapidità informativa e uso più razionale delle risorse[2].

La sanità digitale si è affermata come un importante motore di trasformazione dei sistemi sanitari, ridefinendo l’organizzazione dell’assistenza, la gestione e l’uso delle informazioni cliniche. Attraverso l’integrazione di strumenti digitali, mira a migliorare l’accesso, la continuità delle cure e l’efficienza operativa, promuovendo un coordinamento più razionale delle risorse. 

Tuttavia, questa digitalizzazione non si limita all’adozione di nuovi strumenti. Essa dipende da infrastrutture tecniche e organizzative complesse, che comportano consumo energetico, filiere materiali estese e cambiamenti istituzionali nelle modalità di lavoro e di gestione[3]. Piattaforme di dati, cloud e sistemi automatizzati possono ridurre spostamenti e sprechi, ma richiedono anche risorse intensive e aumentano la dipendenza da reti tecnologiche e fornitori globali, generando impatti che superano lo spazio clinico.

In questo senso, l’associazione automatica tra innovazione digitale e sostenibilità merita di essere problematizzata. I data center, l’obsolescenza accelerata delle apparecchiature, la produzione di rifiuti elettronici e l’impronta di carbonio delle catene di approvvigionamento sanitario evidenziano costi ambientali spesso invisibili. Pensare la sanità a partire dalla twin transition implica quindi adottare una prospettiva sociotecnica più ampia, valutando in che misura la digitalizzazione sia sufficiente o se richieda trasformazioni strutturali per avvicinarsi a un modello di cura più sostenibile, equo e responsabile[4].

Le organizzazioni sanitarie occupano una posizione centrale nella conduzione della trasformazione digitale, agendo non solo come utilizzatrici di tecnologie, ma come attori attivi nell’implementazione, regolazione e definizione delle priorità. Ospedali, ministeri, assicurazioni sanitarie e startup partecipano all’integrazione dei sistemi digitali riconfigurando flussi assistenziali, routine amministrative e modelli di gestione, promuovendo cambiamenti profondi nei processi di lavoro e nelle forme di coordinamento tra équipe[5]. Questo movimento richiede lo sviluppo di nuove competenze digitali — sia tecniche sia analitiche. Pertanto, la transizione in corso non si limita all’adozione di strumenti tecnologici, ma comporta trasformazioni organizzative e istituzionali più ampie, che ridefiniscono responsabilità, capacità statali e dinamiche di potere all’interno del sistema sanitario.

La promessa di efficienza associata alla sanità digitale deve essere confrontata con i suoi effetti distributivi, poiché i benefici di queste innovazioni non si distribuiscono in modo omogeneo nella popolazione. L’esclusione digitale dei gruppi vulnerabili, l’accesso diseguale alla connettività e alle competenze tecnologiche, nonché le disparità infrastrutturali regionali, possono limitare la portata delle soluzioni digitali e persino ampliare disuguaglianze già esistenti nell’accesso alle cure, evidenziando come la sostenibilità sia anche una questione sociale. In questo contesto, le politiche pubbliche possono risultare decisive per rendere la trasformazione più equa. Ciò include strategie nazionali per la sanità digitale, iniziative — ancora limitate — di “ospedali verdi”[6], acquisti pubblici sostenibili ed esperienze di telemedicina, nelle quali linee guida istituzionali e investimenti mirati possono ridurre le asimmetrie e ampliare l’accesso a un’innovazione più inclusiva.

L’integrazione tra le agende verde e digitale nella sanità non dipende soltanto dall’introduzione di soluzioni tecnologiche, ma dalla capacità di affrontare vincoli regolatori, finanziari e organizzativi che ne condizionano l’effettiva sostenibilità. Più che una questione tecnica, si tratta di una sfida di governance, che richiede coordinamento istituzionale e visione strategica per conciliare innovazione, autonomia e responsabilità socio-ambientale.

In una prospettiva più ampia, il settore sanitario può essere compreso come un vero e proprio laboratorio della doppia transizione, nel quale le agende digitale e ambientale si intrecciano in modo particolarmente intenso, rivelando tanto potenzialità di innovazione quanto contraddizioni strutturali. Questo scenario evidenzia la necessità di pensare la trasformazione oltre la semplice incorporazione di dispositivi o gadget, adottando un approccio che consideri i sistemi sociotecnici nella loro complessità — ossia le interazioni tra tecnologie, organizzazioni, professionisti, politiche pubbliche e utenti. Più che digitalizzare i processi esistenti, la sfida consiste nel ripensare modelli di gestione, finanziamento e cura, rendendoli simultaneamente più efficienti, equi e sostenibili. In questo senso, si impongono domande provocatorie: digitalizzare è sufficiente o dobbiamo riprogettare lo stesso modello di cura sanitaria? E, in modo più ampio, “digitale = sostenibile”?

 

NOTE:

[1] European Commission. Joint Research Centre. 2022. Towards a Green & Digital Future: Key Requirements for Successful Twin Transitions in the European Union. Publications Office. https://doi.org/10.2760/977331.

[2] Labrique, Alain, Lavanya Vasudevan, Garrett Mehl, Ellen Rosskam, e Adnan A. Hyder. 2018. “Digital Health and Health Systems of the Future”. EDITORIAL. Global Health: Science and Practice 6 (Supplement 1): S1–4. https://doi.org/10.9745/GHSP-D-18-00342.

[3] Mathews, Simon C., Michael J. McShea, Casey L. Hanley, Alan Ravitz, Alain B. Labrique, e Adam B. Cohen. 2019. “Digital Health: A Path to Validation”. Npj Digital Medicine 2 (1): 38. https://doi.org/10.1038/s41746-019-0111-3.

[4] Kaboré, Soutongnoma Safiata, Patrice Ngangue, Dieudonné Soubeiga, et al. 2022. “Barriers and Facilitators for the Sustainability of Digital Health Interventions in Low and Middle-Income Countries: A Systematic Review”. Frontiers in Digital Health 4 (novembro). https://doi.org/10.3389/fdgth.2022.1014375.

[5] Borges do Nascimento, Israel Júnior, Hebatullah Abdulazeem, Lenny Thinagaran Vasanthan, et al. 2023. “Barriers and Facilitators to Utilizing Digital Health Technologies by Healthcare Professionals”. Npj Digital Medicine 6 (1): 1–28. https://doi.org/10.1038/s41746-023-00899-4.

[6] Alkaabi, Athra, e Mohammad Aljaradin. 2022. “Green Hospitals for the Future of Healthcare: A Review”. Al-Kitab Journal for Pure Sciences 6 (2): 31–45. https://doi.org/10.32441/kjps.06.02.p4.


Tra plasticità, adattamento e impalcature “ostili”: un modello integrato della biologia ecologica per affrontare le sfide tecnologiche contemporanee

La pervasività delle tecnologie digitali, dell'intelligenza artificiale e delle infrastrutture algoritmiche sta riconfigurando profondamente i processi cognitivi, le norme sociali e i framework etici della società contemporanea (Floridi, 2023). Questa trasformazione richiede nuovi strumenti concettuali per comprendere le dinamiche di interazione tra organismi umani e ambienti tecnologici. La Teoria della Costruzione della Nicchia (NCT) rappresenta un'estensione della sintesi evoluzionistica moderna che riconosce agli organismi un ruolo attivo nella modificazione del proprio ambiente (Laland et al., 2016)[1]. Secondo questo paradigma, gli organismi non si limitano a rispondere passivamente alle pressioni selettive ambientali, ma modificano attivamente le fonti di selezione naturale attraverso le loro attività, alterando sia il proprio ambiente che quello delle generazioni successive.

LA COSTRUZIONE DELLA NICCHIA

Laland e colleghi (2016) definiscono la costruzione della nicchia come "il processo mediante il quale gli organismi, attraverso le loro attività, scelte e costruzioni metaboliche, modificano i propri ambienti e/o quelli di altre specie”. Questo processo opera a livello sia filogenetico che ontogenetico, generando dinamiche di feedback evolutivo in cui le modificazioni ambientali operate dagli organismi influenzano le pressioni selettive a cui essi stessi sono sottoposti.

Negli esseri umani, la costruzione di nicchia assume una dimensione particolarmente complessa, integrando componenti biologiche e culturali su molteplici livelli di intersezione. L’innovazione tecnologica rappresenta una forma di modificazione ambientale che ha da sempre accompagnato l'evoluzione umana attraverso l’invenzione di strumenti, dall'invenzione della ruota alla scrittura, fino alle attuali tecnologie digitali, configurando ciò che può essere definito come un processo di co-evoluzione gene-cultura-tecnologia. Come ampiamente sostenuto dal modello di ricerca epistemologica integrata dell’Università di Vrije di Amsterdam (VU), il TEND project[2], questo paradigma riflette su come le nicchie degli esseri umani siano intrinsecamente tecnologiche e, come tali, soggette a disruption attraverso l'innovazione tecnologica.

Questo modello epistemologico innovativo rappresenta un interessante spunto di riflessione dal punto di vista ecologico e interdisciplinare. Una nicchia, infatti, può essere concettualizzata come un sistema dinamico, caratterizzato al suo interno da continui stati di equilibrio e disequilibrio. Questo approccio si distacca da una visione statica della nicchia come semplice "spazio" occupato da un organismo, riconoscendone invece la natura processuale e relazionale. La prospettiva ecologica proposta da Gibson (1979)[3] con l’introduzione del concetto di affordance descrive l’interazione con l’ambiente in gradi di possibilità di azione strutturale e funzionale che l'ambiente offre all'organismo. Seppure questo modello sia ampiamente noto nella prospettiva cognitiva ecologica, gli ambienti digitali[4] e la Human-Machine Interaction in questo senso possono essere interpretata come una specifica forma di nicchia ecologica che fornisce specifiche affordance tecnologiche, le quali simultaneamente potenziano e vincolano l'esistenza degli agenti cognitivi embodied.

A sostegno della possibilità dell’organismo di costruire modelli relazionali e cognitivi sulla base della propria struttura cognitiva in relazione all’ambiente e su quanto esso sia continuamente coinvolto nelle attività di modellamento e alterazione dei circuiti interni, le riflessioni di Stanislas Dehaene risultano centrali in termini di plasticità e adattamento funzionale nel paradigma bio- psico-sociale. Dehaene (2009)[5], studiando i circuiti neurali della lettura e della scrittura, ha ampiamente dimostrato come il nostro cervello abbia adattato circuiti corticali pre-esistenti per creare una rete funzionale specifica, quella della letto-scrittura, fornendo una base neurobiologica al concetto di exaptation proposto da Gould (1982)[6]. L'exaptation, ovvero la capacità di cooptare circuiti pre-esistenti per nuovi scopi, si applica dunque alla possibilità di modificazione degli organismi appartenenti ad una nicchia per uno scopo specifico, sulla base delle possibilità che l’ambiente offre. Come sottolineato da Maryanne Wolf (2018)[7] nell'analisi delle funzioni cognitive legate all'alfabetizzazione ad esempio, i processi epigenetici e di sviluppo giocano un ruolo fondamentale nella riconfigurazione delle capacità cognitive in risposta alle trasformazioni ambientali, operando simultaneamente a livello biologico e culturale[8]. In questo quadro, le tecnologie non si configurano come mere estensioni esterne, ma componenti integrate del sistema cognitivo distribuito, secondo quanto teorizzato da Clark e Chalmers nel 1998 nel loro influente articolo sulla "mente estesa"[9].

IL CONCETTO DI DISRUPTION APPLICATO ALLA TEORIA DELLA NICCHIA

Il concetto di disruption (rottura, sconvolgimento) si pone come elemento fondamentale, come sostenuto dalla valenza euristica delle ricerche; esso è stato spesso applicato al contesto economico-manageriale per descrivere innovazioni che sovvertono radicalmente mercati e industrie consolidate, rendendo obsolete tecnologie e pratiche dominanti. Applicato alla sfera digitale e sociale e alla teoria ecologica della NCT, come nel framework del progetto TEND, il termine acquista una valenza più ampia. Osservando la disruption da una prospettiva ecologica, quando un nuovo elemento tecnologico interviene in un sistema, esso interrompe i cicli di feedback esistenti e costringe l'organismo a (ri)costruire relazioni interne della propria nicchia a diversi livelli: individuale, sociale e globale. La disruption tecnologica dunque rappresenta la soglia critica in cui alcuni equilibri consolidati collassano e nuove strutture emergono, richiedendo processi di riorganizzazione che operano simultaneamente a livello cognitivo, sociale e istituzionale.

A differenza della valenza semantica in economia, che enfatizza primariamente la dimensione competitiva e innovativa, l'applicazione del termine agli ecosistemi socio-tecnologici evidenzia le implicazioni per lo sviluppo del benessere umano, l'autonomia cognitiva e la coesione sociale.

Hopster (2021) definisce le tecnologie socialmente disruptive come quelle che «alterano significativamente le norme sociali, i valori, le pratiche o le istituzioni esistenti»[10], ma anche il modo di percepire, agire, conoscere e relazionarsi in una specifica nicchia. Negli ambienti digitali la disruption diventa una condizione pervasiva che rimodella non solo comunicazione e produzione, ma anche percezione, emozione e cognizione. La riflessione filosofica di Georges Canguilhem (1966)[11] offre uno strumento epistemologico interessante e una possibile apertura per interpretare l’evoluzione di questi nuovi processi di modificazione delle nicchie ecologiche. In Le normal et le pathologique, Canguilhem introduce il concetto di normatività come quella specifica capacità dell'organismo di ristabilire una relazione coerente e vitale con il proprio ambiente. Secondo Canguilhem, infatti, il concetto stesso di normalità, in stati organici sani o patologici, evolve nel tempo seguendo cambiamenti strutturali nella relazione organismo-ambiente. La patologia, secondo la lettura canghuilemiana, non è dunque intesa come mera disfunzione organica, ma come un momento di squilibrio e di incertezza che induce a una nuova modalità di interazione con l'ambiente, basata sull'attività normativa propria dell'organismo.

DISRUPTION COME RICONFIGURAZIONE NORMATIVA

Applicata al contesto tecnologico, questa prospettiva suggerisce che la disruption non costituisce necessariamente una condizione patologica (intesa come a-normale), ma rappresenta piuttosto una fase di riconfigurazione normativa in cui l'organismo deve sviluppare nuove strategie di adattamento o di exaptation alla Gould. La riflessione centrale di questi modelli ecologici integrati e interdisciplinari è proprio quella di individuare elementi fondamentali per comprendere come e in che modo tecnologie disruptive come l’IA si stiano diffondendo all’interno delle nicchie umane, a vari livelli, e quali cambiamenti in termini etici, normativi, cognitivi e sociali stiano apportando. Una possibile soluzione sarebbe quella di mirare allo sviluppo di nuove competenze interdisciplinari per la costruzione di un'impalcatura sociale etica e sostenibile sufficientemente robusta, ma allo stesso tempo flessibile da permettere la co-evoluzione con la disruption senza compromettere le strutture fondamentali dei sistemi di valori e credenze.

SCAFFOLDING OSTILE

Il concetto di scaffolding, che riprende il costrutto teorico della «zona di sviluppo prossimale» di Vygotskij[12], individua le strutture esterne che supportano e facilitano i processi cognitivi. Nel contesto tecnologico gli ambienti digitali dovrebbero idealmente fornire una forma di scaffolding cognitivo, estendendo e potenziando le capacità umane. Tuttavia, Timms e Spurrett (2021) hanno introdotto recentemente il concetto di hostile scaffolding per descrivere situazioni in cui "le strutture che dovrebbero supportare la cognizione possono simultaneamente vincolarla o distorcerla"[13]. Questo fenomeno si verifica quando le affordances tecnologiche, invece di facilitare processi cognitivi adattivi, generano pattern disfunzionali o controproducenti. Alcuni esempi di scaffolding “ostile” si verificano, ad esempio, in quella che viene definita la “crisi dell’attenzione”[14]. Le piattaforme digitali contemporanee infatti sono progettate secondo principi di "economia dell'attenzione"[15] che massimizzano il tempo di utilizzo attraverso meccanismi di rinforzo intermittente (notifiche push, feedback sociali, scrolling infinito). Queste architetture, come evidenziano numerosi studi, catturano e frammentano l'attenzione degli utenti, con effetti di grande impatto sull’intero sistema attentivo e sulle competenze metacognitive e riflessive, specialmente negli adolescenti e nei giovani adulti. Un altro esempio riguarda gli algoritmi di raccomandazione basati su modelli predittivi del comportamento utente, i quali tendono a creare delle vere e proprie bolle, le "filter bubbles" (bolle di filtraggio) ed "echo chambers", un fenomeno ormai noto e ampiamente studiato dalla letteratura scientifica per la capacità di esporre selettivamente gli utenti a contenuti che confermano le loro preesistenti inclinazioni cognitive e ideologiche, perpetrando bias di conferma e sempre maggiore polarizzazione dell’opinione pubblica[16]. Infine, nuovi e recenti studi stanno indagando sulle conseguenze a lungo termine dell'”effetto delega” di specifici task. Esso è reso possibile dall'automazione sempre maggiore di compiti cognitivi precedentemente eseguiti da agenti cognitivi umani nell’utilizzo di tecnologie AI based in specifici contesti sociali. Queste tecnologie producono non solo stati di potenziamento, ma possono produrre anche veri e propri fenomeni di depotenziamento di alcune funzioni cognitive specifiche a seguito di un progressivo aumento dello scarico cognitivo, come sottolineato dalle più recenti ricerche in merito.[17]

IN SINTESI

L’approccio integrato dunque riconosce la natura co-evolutiva e complessa della relazione tra organismi umani e tecnologie. Questa prospettiva ecologica ed epistemologica qui delineata evidenzia come la disruption tecnologica rappresenti un momento di rottura dello spazio epistemico che richiede processi di riconfigurazione normativa a livello individuale e collettivo attraverso un bilanciamento costante tra ciò che possiamo guadagnare e ciò che potremmo perdere.

Il riconoscimento delle impalcature potenzialmente ostili costituisce un primo passo verso la progettazione e il design di ambienti digitali in grado di potenziare le capacità cognitive e le strutture valoriali fondamentali dell'esistenza umana; verso un’infrastruttura tecnologica plastica, sostenibile e allineata con i valori cardine della nostra società.

 

 

NOTE

[1] Laland, K., Matthews, B., & Feldman, M. W. (2016). An Introduction to Niche Construction Theory. Evolutionary Ecology, 30(2), 191–202. https://doi.org/10.1007/s10682-016-9821-z

[2] Il progetto integrale “TEND” dell’Università Vrje di Amsterdam è visitabile al seguente indirizzo https://sites.google.com/view/tend-project/home

[3] Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception. Boston: Houghton Mifflin.

[4] Della Rocca, M. (2025), Digital Environments and Information, Laboratorio dell’ISPF. 2025, vol. XXII [In Press].

[5] Dehaene S. (2009), Reading in the Brain: The New Science of How We Read, Penguin, New York.

[6] Gould, S. J. (1982). Exaptation: A Missing Term in the Science of Form. Paleobiology, 8(1), 4-15.

[7] Wolf, M., Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain, 2008, Icon Books Ltd.

[8] Morabito, C. (2018). Epigenetics and the Development of Cognitive Functions: Literacy as a Case Study. In D. Ceccarelli & G. Frezza (Eds.), Predictability and the Unpredictable: Life, Evolution and Behaviour (pp. 145-156). Rome: CNR Edizioni.

[9] Clark, A., & Chalmers, D. (1998). The Extended Mind. Analysis, 58(1), 7-19.

[10] Hopster, J. (2021). What Are Socially Disruptive Technologies? Technology in Society, 67, 101750. https://doi.org/10.1016/j.techsoc.2021.101750

[11] Canguilhem, G. (1966). Le normal et le pathologique. Paris: Presses Universitaires de France.

[12] Vygotsky, L. S. (1978). Mind and Society. Cambridge, MA: Harvard University Press. Il concetto di scaffolding, seppur ampiamente utilizzato per descrivere il concetto di «zona di sviluppo prossimale» di Vygotskij, comparse per la prima volta in Wood, D., Bruner, J. S., & Ross, G. (1976). The role of tutoring in problem-solving. Journal of Child Psychology and Psychiatry and Allied Disciplines, 17, 89–100.

[13] Timms, R., & Spurrett, D. (2021). Hostile Scaffolding. PhilArchive. https://philarchive.org/archive/TIMHSv1

[14] Campo, E. (2020) La testa altrove. L'attenzione e la sua crisi nella società digitale, Donzelli Editore.

[15] Il concetto di «economy of attention» fu teorizzato per la prima volta da Herbert Simon nel 1971 per indicare l’effetto dell’aumento delle informazioni nella società capitalistica e la conseguente diminuzione dell’attenzione.

[16] Scholz, R. (2016). Sustainable Digital Environments: What Major Challenges Is Humankind Facing? Sustainability, 8(8), 726. https://doi.org/10.3390/su80807

[17] Gerlich M. AI Tools in Society: Impacts on Cognitive Offloading and the Future of Critical Thinking. Societies. 2025; 15(1):6. https://doi.org/10.3390/soc15010006

 

BIBLIOGRAFIA

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  • Brey, P., Roeser, S., & IJsselsteijn, W. (2019). Ethics of socially disruptive technologies. Project proposal for Netherlands Organisation of Scientific Research.
  • Dehaene S. 2009, Reading in the Brain: The New Science of How We Read, Penguin, New York.
  • Floridi, L. (2023). The Ethics of Artificial Intelligence: Principles, Challenges, and Opportunities. Oxford: OUP Oxford.
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  • Morabito, C. (2018). Epigenetics and the Development of Cognitive Functions: Literacy as a Case Study. In D. Ceccarelli & G. Frezza (Eds.), Predictability and the Unpredictable: Life, Evolution and Behaviour (pp. 145-156). Rome: CNR Edizioni.
  • Scholz, R. (2016). Sustainable Digital Environments: What Major Challenges Is Humankind Facing? Sustainability, 8(8), 726. https://doi.org/10.3390/su80807
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  • Varela, F., Thompson, E., & Rosch, E. (2017). The Embodied Mind (Revised Edition). Cambridge, MA: MIT Press.

La dottrina di Palantir - "La repubblica tecnologica" di Karp e Zamiska

1 - PALANTIR

Alex Karp (CEO di Palantir Technologies, azienda statunitense specializzata nell'analisi dei big data che lavora per le agenzie federali statunitensi e di altri paesi, e per aziende private, finanziarie e di assistenza sanitaria) ha costruito il libro[1] sull’ideologia di Palantir nello stesso modo in cui monta le sue macchine: la veste corrisponde al canone in voga, ma il contenuto è un ordigno pericoloso, che deflagra quando viene raggiunto il target. Come insegnano i giornalisti scientifici, ogni capitolo si apre con la presentazione di un personaggio esemplare, si sviluppa con una generalizzazione, si conclude con una morale: cerca un pubblico universale, con un linguaggio e una linearità argomentativa che non si preoccupano delle trappole del semplicismo. Meglio dieci banalizzazioni in più che un lettore perso: Karp sa bene che sono tempi duri per la saggistica. 

L’autore è il cofondatore con Peter Thiel di Palantir, l’unica società della Silicon Valley che si è sempre dichiarata a favore della collaborazione con lo Stato, con i servizi di intelligence, con le agenzie della Difesa e gli eserciti degli Stati Uniti e dei loro alleati. In italiano il volume è stato pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, confermando lo spiazzamento degli editori (progressisti? tradizionali?) rispetto ai temi più urgenti dell’attualità. Karp non teme le imboscate della superficialità perché il problema che dibatte è così impellente da disegnarsi in contorni netti anche attraverso una forma divulgativa.

Il primo ingranaggio dell’esposizione riguarda il rapporto tra le tecnologie informatiche e gli interessi nazionali americani. Karp rimprovera ai colleghi startupper e innovatori dell’area di San Francisco di vergognarsi delle origini dell’industria digitale, contaminate dagli interessi e dai finanziamenti militari. Turing, Von Neumann, Vannevar Bush, i padri nobili del settore, erano consapevoli del valore strategico che le nuove tecnologie conferivano alle nazioni che le stavano sviluppando. Non è così per i loro eredi moderni. La classe di hacker creativi, che ha innescato dalla fine del millennio scorso l’esplosione di invenzioni, imprese, progetti, da cui è caratterizzata l’economia della Rete, è cresciuta in un’era e in un’area geografica mai minacciata dalla guerra, e dalle preoccupazioni che le sono collegate. Ha considerato l’inviolabilità del territorio americano (ed europeo) come una conseguenza del primato intellettuale, più che militare; di conseguenza, ha stimato imbarazzante ogni contatto con la pesantezza burocratica dello Stato e con i malcostumi dei politici, preferendo ritirarsi nell’ambito del mercato rivolto al pubblico di massa. La Silicon Valley è indietreggiata da ogni impegno nell’ambito della sicurezza nazionale, e ha rinunciato ad avventurarsi nell’ambito della complessità morale delle armi e della guerra, dedicandosi in modo completo alle tecnologie di consumo, alle app sociali, al mercato dell’intrattenimento, dei giochi, dello spettacolo.

Karp considera la fiducia nella solidità della pace un tromp l’oeil prodotto dalla deterrenza dell’arsenale bellico americano; ma oggi, come già osservava Kissinger in una delle sue ultime pubblicazioni[2], l’intelligenza artificiale disattiva i meccanismi di equilibrio degli ultimi decenni, perché diventa impossibile stimare il potenziale distruttivo gestito dagli avversari. I conflitti del futuro non saranno consumati nelle trincee, con masse di uomini inviati alla carneficina – ma non saranno nemmeno decisi dai depositi di bombe e di veicoli militari a disposizione delle nazioni. L’asset differenziale sarà rappresentato dalle informazioni utili per identificare gli obiettivi corretti (individui, server farm, bunker, passaggi e locali segreti, archivi), per coordinare stormi di droni e di robot, per compiere manovre di sabotaggio preventivo, per manipolare l’opinione pubblica degli avversari, per accedere agli strumenti di controllo delle infrastrutture strategiche nemiche (centrali e dorsali elettriche, sistemi bancari, infrastrutture di gestione multiutility), insomma per neutralizzare gli antagonisti prima di sparare un colpo sul campo di battaglia – e soprattutto, senza alcuna dichiarazione di guerra, in forma segreta o dissimulata, e senza rivendicazione degli attacchi compiuti. Il nemico non è mascherato, è del tutto senza volto. La moltiplicazione degli scenari possibili di scontro è resa possibile dalla dipendenza dalla Rete e dai dispositivi elettronici delle società avanzate; l’imprevedibilità degli effetti dell’intelligenza artificiale deriva dall’efficienza di queste tecnologie nell’accedere ai servizi informatici avversari, e nel controllare apparati complessi. Palantir si esercita su questo genere di attività, e Karp sostiene che gli avversari dell’Occidente siano già da tempo all’opera per ottenere risultati più efficienti di quelli raggiunti dagli USA e dai loro alleati. La diserzione della Silicon Valley ha permesso alle dittature orientali – soprattutto la Cina – di ridurre il ritardo nell’evoluzione tecnologica che le distanziava dall’America, fino ad azzerarlo: il vallo che ha assicurato la pace delle democrazie liberali è ormai quasi del tutto scavalcato, e non permette più di trascurare il problema.

2 - OCCIDENTE, EPOS E IDENTITÀ

Il concetto di Occidente è problematico, e Karp ne è consapevole: l’area del mondo che si denota con questa etichetta, la storia e i valori che le sono attribuiti, emergono da una costruzione concettuale molto compromessa con il periodo delle colonizzazioni. Come osserva Edward Said[3], è una nozione che sorge tra la fine del Settecento e l’Ottocento attraverso l’opposizione alle civiltà e alle regioni che i britannici e i francesi hanno occupato e sfruttato, fuori dai confini europei; e che ha legittimato queste operazioni di conquista. Karp rivendica l’artificialità di questo costrutto ideologico – e questo è il secondo ingranaggio della sua esposizione – riconducendolo ad un contesto di più ampia portata, in cui confluiscono le sue riflessioni su identità, creatività, evoluzione, senso dell’esistenza. Il taglio con cui procede l’argomentazione è quello della parresia: l’autore accusa di ipocrisia e di inerzia l’élite che domina l’industria culturale contemporanea, gestendo le piattaforme e producendo le narrazioni ideologiche in cui siamo tutti immersi. E qui si trova il paradosso per cui è Silvio Berlusconi Editore ad aver tradotto in italiano il libro.

Il riconoscimento della dignità dell’altro – civiltà, minoranza etnica, genere – ha finito per paralizzare qualunque discorso assertivo sui valori, sulle preferenze estetiche, sugli obiettivi, su ciò che è meglio e su ciò che è peggio, diluendo e annacquando il senso stesso di qualunque attività culturale, che invece si fonda sull’assiologia delle differenze. La capacità di giudizio consiste nell’assegnare pesi diversi all’eterogeneità delle istanze, stabilendo priorità e asimmetrie di interesse. 

Nell’ambito delle imprese, questo atteggiamento ha promosso la mediocrità di chi preferisce una gestione routinaria delle attività quotidiane, e favorisce le decisioni accomodanti (quindi l’assenza di decisioni), evitando l’impegno in sfide interessanti, sottraendosi all’investimento sulle novità rischiose. La ricerca che viene autorizzata da questa impostazione del lavoro è quella che conosce in anticipo i risultati che possono essere raggiunti, e che quindi si limita a incarnare un simulacro dell’indagine, privo di ambizioni originali. 

Sul terreno politico, il timore preventivo dell’oltraggio ha finito per equiparare tutte le differenze, annullando il significato delle identità. La battaglia per la tutela del diritto alla permalosità è servita a nascondere l’assenza di idee per il futuro, a sfuggire all’urgenza di elaborare progetti antropologici di ampio respiro; ha condotto all’abdicazione dalla funzione politica, affidandola ai guru della Silicon Valley. Visto che gli interessi degli imprenditori californiani sono focalizzati sulla dimensione privata, su una visione dell’individuo che non è cittadino, ma consumatore della vita (persino di quella eterna, promessa dal «Singolarismo» di Ray Kurzweil[4]), il dibattito sul bene comune, sulla configurazione ideale della società per raggiungerlo, sulla forma della felicità collettiva e sul modo di realizzarla (5), scivola al di sotto del tracciato di tutti i radar mediatici, scompare da tutti gli schermi. La politica nel senso di Aristotele[5], nel significato essenziale della sua missione, è stata abbandonata. Questa è l’occasione persa dagli editori (di sinistra?) nell’aver lasciato a Silvio Berlusconi Editore il compito di tradurre il libro di Karp.

L’ingegneria del software è un percorso di coordinamento del lavoro collettivo, dall’ideazione all’implementazione, per identificare problemi di interesse comune, tentare la soluzione, realizzarla e testarla. Per Karp questo modello è anzitutto l’esemplificazione del valore dell’impegno personale nella produzione di un significato che abbia valore collettivo. Sembra strano che tocchi al CEO di una Big Tech, protagonista dello sviluppo dell’AI, sottolineare la connessione di argomenti come la rilevanza del coinvolgimento dell’individuo, della dedizione di tutta la sua soggettività, con lo sviluppo di un bene comune. Michael Polanyi insegnava[6] che la condizione necessaria per la conservazione e il trasferimento dei significati contenuti nella letteratura di qualunque scienza, per la continuità delle maestranze artigianali, per l’intera riproduzione sociale – è l’impegno personale con cui gli individui sperimentano e assorbono un’intero patrimonio di conoscenze tacite, non tematizzate, non coscienti, che permettono l’interpretazione di tutto quello che può essere compreso e praticato in modo esplicito. È un impegno ontologico, non solo etico, perché dà consistenza reale ai valori della comunità, e coinvolge gli esseri umani nella loro soggettività, nella loro esistenza complessiva.

Karp denuncia la ritirata da questo tipo di impegno: questa è la sfida più importante del suo libro. 

Ogni tradizione è artificiale, l’identificazione con i suoi valori è l’effetto di una decisione, così come l’immersione nel suo solco; la scelta pretende anche la responsabilità sincera dell’individuo che l’ha compiuta. L’Occidente è un taglio arbitrario, che separa la Grecia, Roma, Gerusalemme, dai loro vicini egizi, fenici e mesopotamici; distingue l’arte di Michelangelo, Raffaello, Leonardo, dalle maschere africane; oppone Leibniz alla Cina, Schopenhauer ai Veda. Solleva una questione di adesione emotiva, suscita sentimenti che le correnti politiche moderne irridono o sfruttano come oggetti di pura propaganda – perché la cultura contemporanea non ammette più l’epos. La narrazione di gesta eroiche è una patologia della soggettività, che riguarda il passato o le civiltà etniche, o che può essere utilizzata per operare interventi di ingegneria sociale sulle masse stupide, o frustrate (o entrambe le cose), che anelano l’oppio cognitivo dispensato dai movimenti alt-right. Ma gli uomini hanno bisogno di un senso per la loro esistenza, si devono impegnare per un significato che vada oltre la constatazione obiettiva dei fatti, la replica infinita dell’attualità, senza prospettive, senza giustizia, senza riscatto. Palantir è un nome che viene dal Signore degli anelli, e nella sua ambiguità indica uno strumento per osservare fatti lontani, per comunicare a grande distanza. Nel suo carattere controverso, equivoco, impregnato di soluzionismo tecnologico, la voce di Karp si solleva per domandare un nuovo impegno nei confronti della comunità, una serietà settecentesca per progettare, desiderare, immaginare, al di là del nichilismo, oltre il cinismo contemporaneo – l’uomo nuovo che verrà.

 

NOTE:

[1] Alexander Karp, Nicholas Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, tr. it. di Chiara Rizzo e Pietro Del Vecchio, Silvio Berlusconi Editore, Milano 2025.

[2] Henry Kissinger, Eric Schmidt, Daniel Huttenlocher, L'era dell'intelligenza artificiale. Il futuro dell'identità umana, tr. it. Di Aldo Piccato, Mondadori, Milano 2023.

[3] Edward Said, Orientalismo, tr. it. di Stefano Galli, Feltrinelli, Milano 2001.

[4] Ray Kurzweil, La singolarità è vicina, tr. it. di Virginio Sala, Apogeo Edizioni, Milano 2008.

[5] Aristotele, Politica e Costituzione di Atene, tr. it. a cura di Carlo Augusto Viano, UTET, Torino 2013, in particolare Politica, Libro VII.

[6] Michael Polanyi, La conoscenza personale. Verso una filosofia post-critica, tr. it. a cura di Enrico Riverso, Rusconi, Milano 1990.


Decomputing come atto di resistenza – Seconda parte

Nella prima parte di questo articolo ho esaminato come l'I.A. «sia di per sé un problema tecnico, un balbettante passo falso dell'ordine neoliberista che ne suggerisce l’intrinseco disordine», tracciando un percorso che ne tocca la dannosità, la dimensione violenta – sia dal punto di vista geopolitico che ambientale – l’effetto perverso della scalabilità, per arrivare al concetto di tecnofascismo.

Quello che proporrò, ora, come contromisura è il decomputing; un approccio che prende di mira direttamente l'intelligenza artificiale, ma riguarda e intende scollegare qualcosa di più del solo digitale, fino a riconfigurare le nostre relazioni sociali ed economiche più ampie.

DECRESCITA

Il decomputing è un tentativo di rispondere ai danni sociali e ambientali, via via crescenti, che l’attuale evoluzione tecnopolitica sta producendo; e, il rifiuto della scalabilità è un modo per mitigare gli effetti peggiori e un’euristica mirata a trovare modi alternativi di procedere.

Al contrario della scalabilità dell'IA – il cui fascino e potere è basato sul principio unificante della crescita senza restrizioni - il decomputing è una svolta verso la decrescita, una sfida esplicita all'estrattivismo dell'IA e alle sue logiche sistemiche.

Soprattutto, la decrescita non è semplicemente un rifiuto di dipendere dall'espansionismo, un tentativo di interrompere – qui e ora - l'estrattivismo dell'IA, ma uno spostamento dell'attenzione verso un metabolismo alternativo basato sulla sostenibilità e la giustizia sociale.

DEAUTOMATIZZAZIONE

Il principio del decomputing si oppone alla scalabilità anche perché questa induce uno stato di automatizzazione, in cui l'autonomia e la capacità di pensiero critico sono minate dall'immersione in un sistema di relazioni macchiniche.

In questo senso, l'IA è un'intensificazione delle strutture istituzionali, burocratiche e di mercato che già spogliano i lavoratori e delle comunità della loro agentività, e la collocano in meccanismi opachi e astratti. Il decomputing, al contrario, è la districazione del pensiero e delle relazioni dalle influenze riduttive delle logiche – appunto – burocratiche e di mercato che l’IA replica e rafforza.

Come esempio pratico, possiamo prendere in considerazione il caso del processo di tagli algoritmici al welfare, che viene legittimato proprio dalla presenza di un umano (human-in-the-loop) – come elemento di controllo: l’azione umana, il cui obiettivo dovrebbe essere di garantire un processo giusto, viene neutralizzata dal bias dell'automazione e dall’architettura delle scelte che tende ad allinearsi alla proposta – presunta neutrale – della macchina.

Il decomputing si propone, invece, come modello di sviluppo di forme alternative di organizzazione e di processo decisionale, sostenute dal giudizio riflessivo e dalla responsabilità situata.

Il decomputing riguarda, sia la deprogrammazione della società dalle sue certezze tecnogeniche quanto la decarbonizzazione delle sue infrastrutture computazionali.

La dataficazione e l'ideologia dell'efficienza giocano un ruolo chiave nelle ottimizzazioni negligenti e disumanizzanti dell'IA.

Il decomputing tenta, invece, di strappare la prassi sociale alla crudeltà utilitaristica apertamente celebrata dai seguaci della tecnopolitica reazionaria.

Si tratta di un deliberato allontanamento dai quadri alienanti dell'efficienza e dell'ottimizzazione e di un ritorno al contesto e alle "questioni di cura" in cui le nostre reciproche vulnerabilità e dipendenze sono centrali per la riproduzione sociale.

STRUMENTI CONVIVIALI

Il decomputing afferma che lo sviluppo e l'implementazione di qualsiasi tecnologia avanzata con impatti diffuso sulla società dovrebbero essere soggetti a un scrutinio critico e all'approvazione collettiva.

Possiamo attingere direttamente dal lavoro di Illich sugli strumenti per la convivialità: Illich definisce, infatti, strumenti le tecnologie e le istituzioni, e strumenti conviviali quelli che consentono l'esercizio dell'autonomia e della creatività, in opposizione alla risposte condizionate dai sistemi manipolativi.

La Matrice delle Tecnologie Conviviali estende le idee di Illich, specificando domande che permettono di valutare il grado di convivialità delle tecnologie, domande sull'accessibilità (chi può costruirla o usarla?), sulla relazione (in che modo influisce sulle relazioni tra le persone?) e sulla bio-interazione (in che modo la tecnologia interagisce con gli organismi viventi e le ecologie?).

CONSIGLI POPOLARI

Tuttavia, è improbabile che andremo molto lontano semplicemente ponendo domande ragionevoli sul senso di tutta questa mobilitazione. Il potere delle big tech si è esteso ben oltre la cattura delle norme, fino alla cattura dello stato, o almeno, fino a una situazione in cui c'è una crescente fusione tra gestori delle tecnologie e strutture politiche.

Il decomputing adotta invece un approccio preconizzatore degli effetti della tecnopolitica, enfatizzando il ruolo delle forme assembleari e collegiali che ho descritto altrove come consigli dei lavoratori e del popolo.

Questo tipo di collettività, auto-costituente, radicata nel contesto locale e nell'esperienza vissuta, può essere applicata a qualsiasi livello e in qualsiasi contesto, dalle associazioni genitori-insegnanti che si oppongono alla dipendenza delle giovani menti dai chatbot alle comunità minacciate dalla costruzione di un datacenter hyperscale.

Ovunque l'intelligenza artificiale venga considerata come "la risposta", c'è già una cucitura da scucire, un problema strutturale in cui coloro che sono direttamente coinvolti dovrebbero essere in prima linea nel determinare cosa debba essere cambiato.

RESISTENZA TECNOPOLITICA

La resistenza ai data centre, che è già in atto dai Paesi Bassi al Cile, mostra il potenziale delle giunzioni che si intersecano, di quella che possiamo chiamare intersezionalità infrastrutturale. Queste intersezioni si verificano perché è probabile che le stesse comunità che subiscono interruzioni di corrente a causa del sovraccarico della rete locale o respirano aria inquinata dalle turbine a gas, come – ad esempio - le comunità nere che vivono intorno al data centre XAI di Musk a Memphis, lavorino in condizioni di sfruttamento governate da un algoritmo.

Non è difficile immaginare che la resistenza a un nuovo data center sia solidale - attraverso un'assemblea congiunta di lavoratori e comunità - con gli scioperi selvaggi dei lavoratori nel centro logistico locale di Amazon.

Allo stesso modo, il principio del decomputing può assumere un ruolo importante a supporto dei movimenti per la disabilità, che stanno resistendo ai tagli selvaggi al welfare giustificati da algoritmi che stigmatizzano i disabili come membri improduttivi della società.

Per esempio, si può diffondere la comprensione del modo in cui la disabilità stessa è socialmente costruita dalle tecnologie che la società sceglie di utilizzare o non utilizzare; il concetto di crip technoscience[1] è una critica al ruolo discriminante della tecnologia, e si combina con approcci all'hacking e all'adattamento per rendere la vita delle persone più vivibile; creando così tecnologie conviviali che siano sostenibili e abilitanti.

DECOMPUTING

Il decomputing è, quindi, lo sviluppo di un contropotere rivolto contro l'apparato tecnopolitico dell'IA e contro le sue trasformazioni totalizzanti.

Ciò che il decomputing propone è un percorso verso società costruite su relazioni di cura, i cui attributi non sono l'astrazione e la manipolazione, ma l'aiuto reciproco e la solidarietà. I decomputing afferma che l'autonomia, l'azione e l'autodeterminazione collettiva sono inversamente proporzionali al grado in cui le relazioni umane sono distorte dall'ordinamento algoritmico.

Il decomputing è il progetto di separare la tecnologia avanzata dalle decisioni sugli obiettivi della società. È la riaffermazione della necessità di strumenti conviviali e della costruzione di forme di potere sociale collettivo che possano realizzarli.

Ci sono esempi di lotte contemporanee che non partono direttamente dalla resistenza all'IA, ma combinano comunque la pratica della resistenza auto-organizzata con l'obiettivo di costruire futuri alternativi. Uno di questi è il collettivo di fabbrica GKN, collegato aduna fabbrica in Italia che produceva assali per veicoli, acquistata da un hedge fund che ha cercato di chiuderla e incassare. I lavoratori si sono opposti, hanno occupato il loro posto di lavoro e hanno formato un collettivo con la comunità locale per riutilizzare i loro strumenti per una transizione giusta; cioè, per la giustizia dei lavoratori e la sostenibilità ambientale. Ora producono cargo bike e riciclano pannelli solari e continuano la loro lotta sotto lo slogan partigiano "Insorgiamo!" o "Ci alziamo!".

UN MONDO DA VINCERE

Esigere la determinazione sociale della tecnologia è un modo per scucire la perdita di azione collettiva, risultato di decenni di neoliberismo.

È di questa azione collettiva che avremo bisogno per resistere all'ondata crescente di movimenti politici che vogliono far arretrare ogni tipo di uguaglianza sociale e proiettare la loro visione nichilista attraverso tecnologie che sono già codificate come anti-operaie e anti-democratiche.

E questo è il mio ultimo punto sul decalcolo, che non è una visione per un ritorno a uno status quo pre-IA, ma una rivendicazione deliberata di un mondo migliore per tutti. Una resistenza efficace non è mai stata fondata sulla difesa di uno stato di cose già ingiusto. Ha senso solo come precursore di qualcosa di meglio, avendo l'obiettivo di una società più giusta e più solidale.

Il decomputing è la combinazione di decrescita e tecnopolitica critica che dice che altri mondi sono ancora possibili, e che intendiamo portarli in essere.

 

NOTE:

[1] La crip technoscience è una prospettiva teorica e un movimento politico che descrive come le persone con disabilità utilizzino, modifichino e reinventino tecnologie e processi scientifici per creare accesso e pratiche di solidarietà nel mondo, piuttosto che essere semplicemente gli utenti di tecnologie prodotte per loro. Il concetto si colloca all'intersezione tra studi critici della disabilità, studi femministi sulla technoscience e pratiche di design, che si contrappone a una visione più tradizionale di design e tecnologia incentrata su un'idea di "normale" o "abilista".


La predizione dell’assassino - La metafora del romanzo giallo per definire la conoscenza

MODELLI DI SAPIENZA

Ogni epoca ha riverito un certo modello di sapiente, e ha interpretato il suo stile di vita, il suo metodo di veridizione, persino i suoi gesti, come un’incarnazione della conoscenza. Gli sciamani nella lunga fase che precede la scrittura, il filosofo nel mondo classico, il monaco nel Medioevo, il fisico dell’età moderna, hanno interpretato questo ruolo. Se si dà retta a un’intervista rilasciata da Ilya Sutskever a Jensen Huang, il sapiente dei nostri giorni sembra coincidere con il detective o il commissario di polizia dei romanzi gialli. La verità precipita nell’istante in cui l’investigatore riunisce i sospettati nella scena finale della storia, e svela l’identità dell’assassino. L’illuminazione coincide con il momento esatto in cui viene pronunciato il nome del criminale, perché la conoscenza non esiste fino a un attimo prima, e non sarebbe apparsa senza la performance discorsiva del protagonista.

Per quanto questo inquadramento del sapere contemporaneo possa sembrare curioso, non può essere sottovalutato né stimato come una farsa, dal momento che Ilya Sutskever è uno dei soci fondatori di OpenAI e il padre tecnologico di ChatGPT, mentre Jensen Huang è uno dei soci fondatori e il CEO di Nvidia, la società più capitalizzata del mondo, e la principale produttrice dei processori per i server dei software di intelligenza artificiale. La loro conversazione prende in esame alcuni passaggi storici dell’evoluzione del deep learning, e i successi degli ultimi anni vengono citati come prove di correttezza per gli assunti da cui il lavoro sulle reti neurali è partito – molto in sordina – alcuni decenni fa: il postulato che questa tecnologia riproduca il funzionamento di base del cervello umano, e rispecchi quindi la struttura materiale della mente. Sutskever, come il suo maestro e premio Nobel per la fisica Geoffry Hinton, è convinto che la realizzazione di un’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) sia raggiungibile, e forse non sia nemmeno troppo distante. L’analogia tra le reti neurali e il funzionamento del sistema nervoso centrale fornirebbe una prova a favore di questa tesi, e il livello delle prestazioni raggiunto dalle AI generative trasformative, come ChatGPT, conferma questa suggestione. Vale la pena di approfondire allora in che modo si comporterebbe l’intelligenza umana che Sutskever propone come modello per l’AGI, e in che modo il software di OpenAI la starebbe emulando. Dopo mezz’oretta di chiacchiere Huang e il suo interlocutore arrivano al punto, evocando il fantasma dell’investigatore nei romanzi gialli.

PREDIZIONI LESSICALI

Il discorso dell’ispettore deve permetterci di comprendere anche il modo in cui afferra la verità Newton nel suo laboratorio di fisica, Tommaso d’Aquino nello sviluppo di una questio, o chiunque di noi mentre risponde ad una mail di lavoro.

Nelle battute precedenti dell’intervista, Sutskever chiarisce i principi del funzionamento di ChatGPT e delle altre intelligenze artificiali generative trasformative. Gli zettabyte di dati disponibili online confezionano un archivio di testi per il training delle reti neurali, che agevola il loro compito di individuare le correlazione tra i vocaboli: durante una vita intera, ognuno di noi entra in contatto con circa un miliardo di parole, mentre il volume di quelle censite nelle banche dati delle AI è di un ordine di decine di migliaia maggiore. Lo scopo di questo lavoro del software è identificare lo spazio semantico di ogni lemma, classificandolo sulla base delle «compagnie che frequenta»: per esempio, in italiano la parola |finestra| appare con maggiore probabilità accanto a |casa| e a |porta|; con probabilità di due terzi inferiore occorre accanto a |tempo|, che figura comunque con il doppio della probabilità di |programma|, a sua volta due volte più probabile di |applicazione| e di |giorni|. La frequenza dei termini che si succedono a breve distanza nelle stesse frasi insegnano che |finestra| può riferirsi a un elemento architettonico, a un ambiente di interazione informatico, a un periodo cronologico. Un esame ricorsivo su ciascuna parola permette di ricavare un modello di calcolo che assegna ogni termine ad una famiglia di probabilità di apparizione accanto ad altri lemmi: ogni contesto lessicale viene rappresentato da un vettore nello spazio multidimensionale, che analizza le modalità con cui la parola è stata applicata nei testi dell’archivio.

Quando il software dialoga con l’utente umano, la mappatura delle correlazioni che governano le possibili occorrenze delle parole diventa la matrice da cui viene derivata la composizione delle frasi e del testo generato dall’AI. Sutskever rivendica con fierezza il miglioramento della capacità di ChatGPT-4, rispetto alle versioni precedenti, di predire con correttezza quale debba essere il termine da stampare dopo quello appena scritto. Il compito che viene eseguito dal programma, ogni volta che interagisce con il prompt dell’utente, è partire dalle parole che l’essere umano ha imputato nella domanda e calcolare, uno dopo l’altro, quali sono i vocaboli che deve allineare nelle proposizioni che costituiscono la risposta.

L’immagine dell’intelligenza che viene restituita da questa descrizione somiglia in modo preoccupante a quella di un «pappagallo stocastico», un ripetitore meccanico di termini appresi a memoria, senza alcuna idea di cosa stia dicendo. Ma questo ritratto contrasta sia con il vaticinio di un avvento prossimo dell’AGI, sia con il programma di una migliore comprensione del funzionamento della mente umana, che si trova alla base della carriera di Sutskever fin dagli esordi in Europa. Il modello dell’ispettore e dell’agnizione del colpevole al termine della sua ricostruzione dei fatti e delle testimonianze serve ad aggirare questo fastidio. Il discorso conclusivo dell’investigatore deve convergere verso la predizione di una parola, che si trova alla fine della sua dissertazione, e deve coincidere con il nome del vero assassino.

COS'È LA VERITÀ

Nell’argomentazione dell’ispettore la parola conclusiva è un enunciato che racchiude, nel riferimento ad uno specifico individuo, un intero orizzonte di verità, in cui si svela l’autentico significato di relazioni personali, di comportamenti, di dichiarazioni precedenti, di indizi reali e presunti. In questa eccezionalità si racchiude la suggestione del modello evocato da Sutskever, che nella predizione di un solo nome concentra una storia intera, insieme al successo del metodo empirico di inadagine, e a quello della corrispondenza tra linguaggio e realtà. Dal suo punto di vista il tipo di conoscenza, che si dispiega nella sequenza di parole con cui si raggiunge l’enunciazione del nome dell’assassino, equivale alla forma piena del sapere che può essere elaborata e conquistata dagli esseri umani, dagli anonimi sciamani nelle caverne di Lescaux a Platone, a Tommaso d’Aquino, a Newton. ChatGPT predice di volta in volta la parola che deve occorrere dopo quella appena stampata, come l’investigtore arriva a pronunciare il nome dell’assassino – e questo è tutto quello che si può dire dal punto di vista scientifico e tecnologico sull’intelligenza.

Ho già discusso qui il sospetto che la rete neurale, (in cui ogni unità di calcolo entra in competizione con tutte le altre nella sua conoscenza limitata, e in cui solo il sistema nella sua totalità può disporre di un sapere completo sulla realtà) sia la rappresentazione della struttura neoliberista della società in cui vengono progettati questi dispositivi, più che una proiezione della struttura cerebrale: non insisto quindi su questo tema.

Per quanto riguarda la teoria della verità e la teoria del linguaggio sottesa alle convinzioni di Sutskever, è opportuno che chi è stato battezzato con un nome toccato in sorte di frequente ad assassini e delinquenti di vario genere, provveda a modificare la propria identità all’anagrafe, o ad allestire manovre di sabotaggio preventive, perché i detective artificiali mostreranno una certa inclinazione a imputargli ogni genere di crimini. Pregiudizi in fondo non molto differenti hanno contribuito, con giudici e agenti di polizia umani, a riempire le carceri americane di detenuti neri.

Ironie a parte, è curioso constatare la svolta epistemologica in corso negli ambienti tecnologici di chi si occupa di scienze della mente. Dopo decenni di stretta osservanza chomskyana, per cui i principi del linguaggio sarebbero cablati nel cervello e sarebbero quindi uguali per tutti gli esseri umani, la passione per l’AGI sta risvegliando l’interesse per la cosiddetta «ipotesi Sapir-Whorf» (2), con un’interpretazione molto più radicale di quella cui avrebbero assentito i due linguisti eponimi. Per Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf la percezione della realtà e il pensiero vengono informati dalle categorie grammaticali e semantiche della lingua parlata dalla comunità; ma la tesi sostenuta da Sutskever (e di fatto condivisa da tutti coloro che riconoscono in ChatGPT l’imminenza dell’AGI) è che la distribuzione statistica delle parole, e la loro linearizzazione in un discorso, esauriscano tutto quello che possiamo sapere sull’intelligenza. La macchina del linguaggio, con la sua struttura sintattica, ma soprattutto con l’archivio dei testi depositati nella tradizione storica, è il dispositivo che produce la nostra percezione della realtà e che genera ogni nuovo enunciato sulla verità, dagli imbonitori nei mercati rionali ai paper dei premi Nobel.

La metafora dell’investigatore chiarisce che il meccanismo funziona solo entro il perimetro di vincoli piuttosto rigidi. Il poliziesco è un genere letterario con assiomi ontologici forti, che includono categorie prive di ambiguità – vittima, colpevole, movente, arma, esecuzione, complice, ispettore, sospettati, innocenti, testimonianze, indizi, prove, spiegazione razionale. Il conflitto di classe, il dibattito sul sistema penale, il rapporto tra potere e scienza, il concetto di individualità, di responsabilità, di causalità, sono tutti elementi che ricadono al di fuori del contratto enunciativo che si stabilisce tra narratore e lettore. Allo stesso modo, nel quadro teoretico che sostiene la tesi di Sutskever, la possibilità che l’intelligenza si interroghi sulle premesse e sugli obiettivi dei problemi è esclusa, a vantaggio di una visione puramente strumentale del pensiero: il processo razionale deve individuare i mezzi per raggiungere l’obiettivo (nella metafora, per smascherare l’assassino), senza domandarsi quali sono le ragioni per farlo, o la validità dell’obiettivo, o chiedersi se esista davvero l’assassino e se sia uno solo, se la responsabilità non debba essere distribuita in modo diverso da quello che impone la tradizione.

La tradizione del corpus storico dei testi apre e chiude la possibilità stessa della veridizione, del pensiero, dell’intelligenza: la combinatoria messa in opera dalla macchina statistica che (secondo Sutskever) è il linguaggio non può, e non deve, coniare nuovi significati per vecchi significanti, cercare nuove espressioni per interpretare la società e la realtà attuali. La riproduzione è il senso della generazione, e non ci sono vie d’uscita al labirinto dell’infinita ricombinazione delle parole che significano sempre le stesse cose.

È questa l’intelligenza che vogliamo?

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. Fireside Chat with Ilya Sutskever and Jensen Huang: AI Today and Vision of the Future, Nvidia, 22 marzo 2023, ora disponibile alla url: https://www.nvidia.com/en-us/on-demand/session/gtcspring23-s52092.
  2. Cfr. in particolare Benjamin Lee Whorf, Linguaggio, pensiero e realtà, tr. It. a cura di Francesco Ciafaloni, Bollati Boringhieri, Torino 2018.