Una tesi forte in cerca di fondamenta
Pubblicato originariamente nel 2017 con il titolo Sensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, e tradotto in italiano solo nel 2026, il saggio di Christian Madsbjerg, Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell’era dell’algoritmo (trad. di Francesca Barbanera, Firenze, Giunti, 2026.), propone una tesi ambiziosa e, in termini generali, condivisibile: le aziende — e più in generale le istituzioni che governano la vita collettiva — hanno progressivamente smarrito la capacità di capire gli esseri umani nella loro profondità culturale, sostituendo la comprensione con la misurazione. Big data, segmentazione comportamentale, algoritmi predittivi: strumenti potenti per rilevare pattern superficiali, inutili per cogliere il significato che le persone attribuiscono alle proprie pratiche, relazioni, oggetti, scelte. Contro questo riduzionismo, Madsbjerg propone il “sensemaking”: la capacità di leggere il mondo umano attraverso gli strumenti delle scienze umane — antropologia, sociologia, filosofia, letteratura — restituendo spessore a ciò che le analisi meramente quantitative appiattiscono. Dati «densi» (thick data) contro l’aridità apparentemente neutrale delle statistiche.
La diagnosi appare corretta e, in certa misura, consolatoria per tutti coloro (sociologi, critici letterari, filosofi, docenti di materie umanistiche…) che negli anni hanno assistito all’inesorabile marginalizzazione dei loro campi di studio a favore delle discipline STEM, sia nel discorso pubblico, sia nelle scelte politiche, sia, in modo molto concreto, nell’erogazione di finanziamenti e fondi per la ricerca. Occorre tuttavia distinguere bene che cosa questo saggio è rispetto a che cosa pretende di essere: non si tratta certo di un’opera teoricamente approfondita ma, in definitiva, di buona divulgazione, la cui lettura può essere utile a CEO, dirigenti di azienda, decisori politici etc, per incorporare nelle loro scelte la consapevolezza critica della complessità insita nei comportamenti umani. Allo stesso tempo, è necessario sottolineare sia una certa superficialità nell’uso dei riferimenti culturali che Madsbjerg esibisce, sia i silenzi, spesso eloquenti, che attraversano la sua trattazione.
Il fantasma di Weick
Il silenzio più rumoroso che colpisce il lettore sociologicamente attrezzato è l’assenza totale di riferimenti a Karl Weick. È un’assenza difficile da giustificare, perché Weick non è un autore che abbia trattato marginalmente il sensemaking: è colui che ha costruito la teoria del sensemaking organizzativo come disciplina autonoma, a partire dai lavori degli anni Sessanta e con la sistematizzazione di Sensemaking in Organizations (1995). Usare questo termine — tecnicamente preciso, già occupato da una tradizione ricca e discussa — senza un solo riferimento al suo fondatore non è una svista: è una scelta che serve a costruire un brand concettuale. Il “sensemaking” diventa una proprietà intellettuale di ReD Associates, la società di consulenza fondata da Madsbjerg, sottraendolo alla genealogia teorica che lo aveva generato.
La distanza tra le due concezioni di sensemaking non è trascurabile, ma non è nemmeno abissale. In Weick il sensemaking è fondamentalmente retrospettivo: le organizzazioni danno senso a ciò che è già accaduto, costruendo narrazioni coerenti a posteriori per gestire l’ambiguità. In Madsbjerg è invece uno strumento di comprensione prospettica: serve a capire in anticipo il contesto culturale in cui si opera. La differenza è reale. Ma un autore che usi un termine già occupato da una tradizione consolidata avrebbe comunque l’obbligo di riconoscere quest’ultima e spiegare il proprio rapporto — di continuità o di rottura — con essa.
L’eclettismo come metodo (e come problema)
La debolezza strutturale più profonda del libro è tuttavia un’altra: la confusione sistematica tra metodi ed epistemologie radicalmente diverse. Madsbjerg mette sullo stesso piano letteratura, poesia, ricerca etnografica, antropologia, filosofia continentale — trattandole come strumenti intercambiabili di «comprensione profonda». La letteratura compare come evidenza della complessità culturale umana; la poesia è citata come strumento di conoscenza equiparabile metodologicamente all’osservazione partecipante; la filosofia funziona come garanzia di profondità piuttosto che come strumento di analisi rigorosa.
È vero che la letteratura può essere usata come materiale sociologico, ma nella consapevolezza esplicita delle mediazioni necessarie e dei limiti di questa relazione. La letteratura non mostra la realtà sociale: la rifrange, la costruisce, la contesta attraverso voce autoriale, stilizzazione, invenzione. Usarla come documento richiede una critica del testo che Madsbjerg non esercita mai. Analogamente, l’etnografia aziendale ha sviluppato una propria riflessività critica — Lucy Suchman ne è un esempio illustre — sul fatto che l’osservazione al servizio di un committente commerciale non è neutrale: gli obiettivi del committente plasmano cosa si cerca, cosa si vede, cosa si riferisce. Di questa tensione il libro non discute mai.
L’eclettismo madsbjerghiano sembra talvolta ridursi a mero ornamento, come se le citazioni suggestive servissero a posizionare il lettore (e l’autore) in una comunità immaginaria di persone sofisticate, non a dimostrare una tesi. C’è qualcosa di paradossale in questo: un libro che critica la superficialità algoritmica usa la profondità culturale in modo superficiale — come segnale di status, per dirla con Bourdieu, più che come strumento di conoscenza.
Heidegger come brand
Si vedano, come esempio ulteriore di quello che potremmo definire, ironicamente «esibizionismo culturale» a uso e consumo di manager indaffarati, i riferimenti alla filosofia fenomenologica e, in particolare, a Heidegger. Madsbjerg attinge all’opera di questo autore per giustificare teoricamente l’asserzione che la comprensione umana sia sempre contestuale, incarnata, culturalmente situata, e dunque irriducibile a dati quantitativi. La connessione non è arbitraria: la fenomenologia è genuinamente rilevante per criticare il riduzionismo cognitivista implicito nei big data. Il problema è il modo in cui questa connessione viene operata.
Heidegger viene necessariamente depurato dalla sua radicalità ontologica. Il punto centrale di Essere e Tempo non è una metodologia della ricerca qualitativa: è una domanda sul senso dell’essere, sulla struttura ontologica del Dasein, sull’angoscia, sull’essere-per-la-morte, sull’autenticità e sull’inautenticità. Madsbjerg conserva il pianoterra dell’edificio heideggeriano — le pratiche culturali condivise, il mondo vissuto — e rimuove tutto ciò che sta sopra e sotto. Heidegger diventa così un antropologo culturale ante litteram, quando in realtà era un pensatore che avrebbe probabilmente riconosciuto nell’applicazione manageriale della sua filosofia una forma esemplare di quella Verfallenheit — caduta nell’inautenticità — che il suo progetto si proponeva di diagnosticare.
Paralleli necessari: Morozov, Taleb, Nussbaum
Collocare Madsbjerg nel contesto intellettuale più ampio in cui si inscrive aiuta a capirne tanto i meriti quanto i limiti. Tre autori in particolare costruiscono, con lui, una critica convergente alla dittatura dei dati quantitativi, pur muovendosi su piani diversi.
Nassim Taleb, in Il Cigno Nero (2008) e in Antifragile (2013), attacca la stessa fede nei modelli quantitativi ma da una prospettiva probabilistica e strutturale: i modelli sono fragili non perché non capiscano la cultura, ma perché la realtà è governata da eventi rari e imprevedibili che per definizione sfuggono a qualsiasi modello. La sua proposta non è capire meglio — il che sarebbe ancora una forma di hybris — ma costruire sistemi antifragili che guadagnino dall’imprevedibilità. Il confronto con Madsbjerg è illuminante: entrambi citano Soros come esempio della propria tesi, ma le loro prescrizioni sono opposte. Taleb regge meglio all’usura del tempo perché il suo argomento è strutturale, non tecnologicamente situato.
Evgeny Morozov, in To Save Everything, Click Here (2013), nomina il problema con più precisione politica: il “soluzionismo” non è solo un errore cognitivo ma un’ideologia che trasforma problemi collettivi e politicamente contestati in sfide individuali ottimizzabili, depoliticizzando e svuotando lo spazio democratico. Morozov va più lontano di Madsbjerg perché la sua critica non riguarda i limiti degli algoritmi, ma i limiti del modo in cui pensiamo ai problemi — e l’AI generativa, lungi dal confutarlo, ne è la manifestazione più potente che sia mai esistita.
Infine, Martha Nussbaum occupa un posto particolare in questa mappa. Il titolo del suo saggio più divulgativo — Non per profitto (2011) — è di per sé una risposta implicita a Madsbjerg: le scienze umane non vanno difese perché rendono le aziende più competitive, ma perché la democrazia ha bisogno di cittadini capaci di pensiero critico, empatia interculturale e giudizio autonomo. Laddove Madsbjerg difende le humanities strumentalmente — come metodo più efficace per capire i clienti — Nussbaum le difende intrinsecamente, ancorandole a una teoria normativa della persona e della cittadinanza sviluppata in decenni di lavoro filosofico sistematico. Il paradosso è stridente: il libro di Madsbjerg usa esattamente le scienze umane per il profitto che Nussbaum rifiuta come fondamento sufficiente della loro giustificazione. Nussbaum, però, scrive per accademici e per chi già le ama; Madsbjerg parla a chi ha il potere di finanziarle o smantellare i dipartimenti che le insegnano. Chi dei due faccia più differenza nel mondo reale è una domanda aperta.
Il problema del 2026: quando l’algoritmo simula l’umanità
La debolezza più strutturalmente grave del libro, tuttavia, emerge solo nella prospettiva del 2026. Il bersaglio di Madsbjerg nel 2017 era un algoritmo relativamente semplice nella sua logica: correlazioni statistiche su grandi dataset che catturano pattern comportamentali superficiali. Contro questo tipo di sistema, la rivendicazione del potere dei thick data funziona perfettamente. Ma, negli ultimi anni, l’inarrestabile diffusione delle intelligenze artificiali generative ha cambiato radicalmente il contesto.
I modelli linguistici di grandi dimensioni non si limitano a correlare dati: producono testo che tiene conto del contesto, della sfumatura, del registro culturale. Sono addestrati sull’intera produzione culturale umana — letteratura, filosofia, conversazioni, documenti storici. Operano negli spazi che Madsbjerg riservava alle scienze umane: scrittura, supporto emotivo, analisi qualitativa, interpretazione culturale. Non perché “capiscano” nel senso fenomenologico del termine — questa è una questione filosofica aperta — ma perché simulano la comprensione in modo sufficientemente convincente da rendere la distinzione thin/thick data meno netta di come il libro la presenta. La proposta pratica centrale di Madsbjerg — assumete antropologi invece di data scientists — è oggi meno ovvia di quanto fosse nel 2017, perché i confini tra le due figure si sono mescolati in modi che il libro non poteva prevedere.
Questo non invalida la diagnosi: invalida la forma dell’opposizione con cui viene sostenuta. Ed è qui che Morozov e Taleb mostrano maggiore resistenza all’usura: il primo perché aveva scritto contro un’ideologia e non contro una tecnologia specifica; il secondo perché aveva scritto contro una struttura probabilistica della realtà che l’AI generativa non smentisce — anzi aggrava.
Una valutazione finale
Il Fattore Umano è un libro che appartiene a un genere preciso: il business book di alta gamma, nella tradizione di Malcolm Gladwell. Come Gladwell, Madsbjerg ha il talento di prendere idee accademiche complesse, renderle narrative e accessibili, e venderle come rivelazioni pratiche. Come Gladwell, produce testi che danno al lettore la sensazione di aver capito qualcosa di profondo in poche ore. E non va trascurato il piacere generato dalla drammatizzazione di casi concreti e aneddoti significativi, secondo il principio retoricamente sempre efficace di «show, don’t tell».
Per questo, ridurre il libro a uno strumento di self-branding (anche se, almeno in parte, è proprio questo) sarebbe ingeneroso e impreciso. La diagnosi che offre è reale: molte organizzazioni hanno effettivamente perso la capacità di leggere il contesto culturale in cui operano. Un manager che legga questo libro e cominci a chiedersi se forse dovrebbe assumere un etnografo o un antropologo ha già fatto un passo che non avrebbe fatto leggendo un report di analytics. In questo senso, la semplificazione ha una funzione pedagogica reale in un contesto che parte da zero.
Il problema nasce se e quando il libro viene letto come ciò che non è: un contributo teorico originale alla sociologia della conoscenza. Gli aspetti problematici che abbiamo esaminato — l’assenza di Weick, la semplificazione di Heidegger e in generale dei riferimenti filosofico-sociologici, l’eclettismo metodologico non problematizzato, il concept di “cultura” sostanzialmente precritico, il divario rispetto alla profondità normativa di Nussbaum — non sono dettagli tecnici. Sono elementi strutturali che segnalano un’architettura intellettuale costruita per convincere un certo pubblico, non per resistere all’esame di un altro, forse pedante, ma politicamente giustificato: sempre se vogliamo seguire la lezione di chi interpreta la cultura umanistica non solo come strumento di strategia aziendale e spregiudicate scelte speculative, ma come necessario fondamento per un’autentica consapevolezza democratica.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Bourdieu, Pierre — La Distinction. Critique sociale du jugement (1979); trad. it. La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, il Mulino, 1983.
Heidegger, Martin — Sein und Zeit (1927); trad. it. Essere e Tempo, Milano, Longanesi, 2005.
Madsbjerg, Christian — Sensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, New York, Hachette Books, 2017; trad. it. Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell’era dell’algoritmo, Giunti, 2026.
Morozov, Evgeny — To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, New York, PublicAffairs, 2013.
Nussbaum, Martha C. — Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton, Princeton University Press, 2010; trad. it. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011.
Suchman, Lucy — Plans and Situated Actions: The Problem of Human-Machine Communication, Cambridge, Cambridge University Press, 1987; 2ª ed. ampliata Human-Machine Reconfigurations, 2007.
Taleb, Nassim Nicholas — The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable, New York, Random House, 2007; trad. it. Il Cigno Nero, Milano, Il Saggiatore, 2008.
Taleb, Nassim Nicholas — Antifragile: Things That Gain from Disorder, New York, Random House, 2012; trad. it. Antifragile. Prosperare nel disordine, Milano, Il Saggiatore, 2013.
Weick, Karl E. — Sensemaking in Organizations, Thousand Oaks, Sage Publications, 1995.
Autore
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Laureata in Letteratura Greca, Dottore di Ricerca in Sociologia e Storia della Modernità presso l’Università di Pisa, ha insegnato Letteratura Italiana e Latina nei Licei fino al 2023. I suoi interessi di ricerca vertono in particolare sulle complesse relazioni fra cultura umanistica, educazione e tecnologia.
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