Thick Data, Thin Theory - Sensemaking, cultura umanistica e i limiti della comprensione manageriale - Recensione di "Il Fattore Umano" di C. Madsbjerg
Una tesi forte in cerca di fondamenta
Pubblicato originariamente nel 2017 con il titolo Sensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, e tradotto in italiano solo nel 2026, il saggio di Christian Madsbjerg, Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell’era dell’algoritmo (trad. di Francesca Barbanera, Firenze, Giunti, 2026.), propone una tesi ambiziosa e, in termini generali, condivisibile: le aziende — e più in generale le istituzioni che governano la vita collettiva — hanno progressivamente smarrito la capacità di capire gli esseri umani nella loro profondità culturale, sostituendo la comprensione con la misurazione. Big data, segmentazione comportamentale, algoritmi predittivi: strumenti potenti per rilevare pattern superficiali, inutili per cogliere il significato che le persone attribuiscono alle proprie pratiche, relazioni, oggetti, scelte. Contro questo riduzionismo, Madsbjerg propone il “sensemaking”: la capacità di leggere il mondo umano attraverso gli strumenti delle scienze umane — antropologia, sociologia, filosofia, letteratura — restituendo spessore a ciò che le analisi meramente quantitative appiattiscono. Dati «densi» (thick data) contro l’aridità apparentemente neutrale delle statistiche.
La diagnosi appare corretta e, in certa misura, consolatoria per tutti coloro (sociologi, critici letterari, filosofi, docenti di materie umanistiche…) che negli anni hanno assistito all’inesorabile marginalizzazione dei loro campi di studio a favore delle discipline STEM, sia nel discorso pubblico, sia nelle scelte politiche, sia, in modo molto concreto, nell’erogazione di finanziamenti e fondi per la ricerca. Occorre tuttavia distinguere bene che cosa questo saggio è rispetto a che cosa pretende di essere: non si tratta certo di un’opera teoricamente approfondita ma, in definitiva, di buona divulgazione, la cui lettura può essere utile a CEO, dirigenti di azienda, decisori politici etc, per incorporare nelle loro scelte la consapevolezza critica della complessità insita nei comportamenti umani. Allo stesso tempo, è necessario sottolineare sia una certa superficialità nell’uso dei riferimenti culturali che Madsbjerg esibisce, sia i silenzi, spesso eloquenti, che attraversano la sua trattazione.
Il fantasma di Weick
Il silenzio più rumoroso che colpisce il lettore sociologicamente attrezzato è l’assenza totale di riferimenti a Karl Weick. È un’assenza difficile da giustificare, perché Weick non è un autore che abbia trattato marginalmente il sensemaking: è colui che ha costruito la teoria del sensemaking organizzativo come disciplina autonoma, a partire dai lavori degli anni Sessanta e con la sistematizzazione di Sensemaking in Organizations (1995). Usare questo termine — tecnicamente preciso, già occupato da una tradizione ricca e discussa — senza un solo riferimento al suo fondatore non è una svista: è una scelta che serve a costruire un brand concettuale. Il “sensemaking” diventa una proprietà intellettuale di ReD Associates, la società di consulenza fondata da Madsbjerg, sottraendolo alla genealogia teorica che lo aveva generato.
La distanza tra le due concezioni di sensemaking non è trascurabile, ma non è nemmeno abissale. In Weick il sensemaking è fondamentalmente retrospettivo: le organizzazioni danno senso a ciò che è già accaduto, costruendo narrazioni coerenti a posteriori per gestire l’ambiguità. In Madsbjerg è invece uno strumento di comprensione prospettica: serve a capire in anticipo il contesto culturale in cui si opera. La differenza è reale. Ma un autore che usi un termine già occupato da una tradizione consolidata avrebbe comunque l’obbligo di riconoscere quest’ultima e spiegare il proprio rapporto — di continuità o di rottura — con essa.
L’eclettismo come metodo (e come problema)
La debolezza strutturale più profonda del libro è tuttavia un’altra: la confusione sistematica tra metodi ed epistemologie radicalmente diverse. Madsbjerg mette sullo stesso piano letteratura, poesia, ricerca etnografica, antropologia, filosofia continentale — trattandole come strumenti intercambiabili di «comprensione profonda». La letteratura compare come evidenza della complessità culturale umana; la poesia è citata come strumento di conoscenza equiparabile metodologicamente all’osservazione partecipante; la filosofia funziona come garanzia di profondità piuttosto che come strumento di analisi rigorosa.
È vero che la letteratura può essere usata come materiale sociologico, ma nella consapevolezza esplicita delle mediazioni necessarie e dei limiti di questa relazione. La letteratura non mostra la realtà sociale: la rifrange, la costruisce, la contesta attraverso voce autoriale, stilizzazione, invenzione. Usarla come documento richiede una critica del testo che Madsbjerg non esercita mai. Analogamente, l’etnografia aziendale ha sviluppato una propria riflessività critica — Lucy Suchman ne è un esempio illustre — sul fatto che l’osservazione al servizio di un committente commerciale non è neutrale: gli obiettivi del committente plasmano cosa si cerca, cosa si vede, cosa si riferisce. Di questa tensione il libro non discute mai.
L’eclettismo madsbjerghiano sembra talvolta ridursi a mero ornamento, come se le citazioni suggestive servissero a posizionare il lettore (e l’autore) in una comunità immaginaria di persone sofisticate, non a dimostrare una tesi. C’è qualcosa di paradossale in questo: un libro che critica la superficialità algoritmica usa la profondità culturale in modo superficiale — come segnale di status, per dirla con Bourdieu, più che come strumento di conoscenza.
Heidegger come brand
Si vedano, come esempio ulteriore di quello che potremmo definire, ironicamente «esibizionismo culturale» a uso e consumo di manager indaffarati, i riferimenti alla filosofia fenomenologica e, in particolare, a Heidegger. Madsbjerg attinge all’opera di questo autore per giustificare teoricamente l’asserzione che la comprensione umana sia sempre contestuale, incarnata, culturalmente situata, e dunque irriducibile a dati quantitativi. La connessione non è arbitraria: la fenomenologia è genuinamente rilevante per criticare il riduzionismo cognitivista implicito nei big data. Il problema è il modo in cui questa connessione viene operata.
Heidegger viene necessariamente depurato dalla sua radicalità ontologica. Il punto centrale di Essere e Tempo non è una metodologia della ricerca qualitativa: è una domanda sul senso dell’essere, sulla struttura ontologica del Dasein, sull’angoscia, sull’essere-per-la-morte, sull’autenticità e sull’inautenticità. Madsbjerg conserva il pianoterra dell’edificio heideggeriano — le pratiche culturali condivise, il mondo vissuto — e rimuove tutto ciò che sta sopra e sotto. Heidegger diventa così un antropologo culturale ante litteram, quando in realtà era un pensatore che avrebbe probabilmente riconosciuto nell’applicazione manageriale della sua filosofia una forma esemplare di quella Verfallenheit — caduta nell’inautenticità — che il suo progetto si proponeva di diagnosticare.
Paralleli necessari: Morozov, Taleb, Nussbaum
Collocare Madsbjerg nel contesto intellettuale più ampio in cui si inscrive aiuta a capirne tanto i meriti quanto i limiti. Tre autori in particolare costruiscono, con lui, una critica convergente alla dittatura dei dati quantitativi, pur muovendosi su piani diversi.
Nassim Taleb, in Il Cigno Nero (2008) e in Antifragile (2013), attacca la stessa fede nei modelli quantitativi ma da una prospettiva probabilistica e strutturale: i modelli sono fragili non perché non capiscano la cultura, ma perché la realtà è governata da eventi rari e imprevedibili che per definizione sfuggono a qualsiasi modello. La sua proposta non è capire meglio — il che sarebbe ancora una forma di hybris — ma costruire sistemi antifragili che guadagnino dall’imprevedibilità. Il confronto con Madsbjerg è illuminante: entrambi citano Soros come esempio della propria tesi, ma le loro prescrizioni sono opposte. Taleb regge meglio all’usura del tempo perché il suo argomento è strutturale, non tecnologicamente situato.
Evgeny Morozov, in To Save Everything, Click Here (2013), nomina il problema con più precisione politica: il “soluzionismo” non è solo un errore cognitivo ma un’ideologia che trasforma problemi collettivi e politicamente contestati in sfide individuali ottimizzabili, depoliticizzando e svuotando lo spazio democratico. Morozov va più lontano di Madsbjerg perché la sua critica non riguarda i limiti degli algoritmi, ma i limiti del modo in cui pensiamo ai problemi — e l’AI generativa, lungi dal confutarlo, ne è la manifestazione più potente che sia mai esistita.
Infine, Martha Nussbaum occupa un posto particolare in questa mappa. Il titolo del suo saggio più divulgativo — Non per profitto (2011) — è di per sé una risposta implicita a Madsbjerg: le scienze umane non vanno difese perché rendono le aziende più competitive, ma perché la democrazia ha bisogno di cittadini capaci di pensiero critico, empatia interculturale e giudizio autonomo. Laddove Madsbjerg difende le humanities strumentalmente — come metodo più efficace per capire i clienti — Nussbaum le difende intrinsecamente, ancorandole a una teoria normativa della persona e della cittadinanza sviluppata in decenni di lavoro filosofico sistematico. Il paradosso è stridente: il libro di Madsbjerg usa esattamente le scienze umane per il profitto che Nussbaum rifiuta come fondamento sufficiente della loro giustificazione. Nussbaum, però, scrive per accademici e per chi già le ama; Madsbjerg parla a chi ha il potere di finanziarle o smantellare i dipartimenti che le insegnano. Chi dei due faccia più differenza nel mondo reale è una domanda aperta.
Il problema del 2026: quando l’algoritmo simula l’umanità
La debolezza più strutturalmente grave del libro, tuttavia, emerge solo nella prospettiva del 2026. Il bersaglio di Madsbjerg nel 2017 era un algoritmo relativamente semplice nella sua logica: correlazioni statistiche su grandi dataset che catturano pattern comportamentali superficiali. Contro questo tipo di sistema, la rivendicazione del potere dei thick data funziona perfettamente. Ma, negli ultimi anni, l’inarrestabile diffusione delle intelligenze artificiali generative ha cambiato radicalmente il contesto.
I modelli linguistici di grandi dimensioni non si limitano a correlare dati: producono testo che tiene conto del contesto, della sfumatura, del registro culturale. Sono addestrati sull’intera produzione culturale umana — letteratura, filosofia, conversazioni, documenti storici. Operano negli spazi che Madsbjerg riservava alle scienze umane: scrittura, supporto emotivo, analisi qualitativa, interpretazione culturale. Non perché “capiscano” nel senso fenomenologico del termine — questa è una questione filosofica aperta — ma perché simulano la comprensione in modo sufficientemente convincente da rendere la distinzione thin/thick data meno netta di come il libro la presenta. La proposta pratica centrale di Madsbjerg — assumete antropologi invece di data scientists — è oggi meno ovvia di quanto fosse nel 2017, perché i confini tra le due figure si sono mescolati in modi che il libro non poteva prevedere.
Questo non invalida la diagnosi: invalida la forma dell’opposizione con cui viene sostenuta. Ed è qui che Morozov e Taleb mostrano maggiore resistenza all’usura: il primo perché aveva scritto contro un’ideologia e non contro una tecnologia specifica; il secondo perché aveva scritto contro una struttura probabilistica della realtà che l’AI generativa non smentisce — anzi aggrava.
Una valutazione finale
Il Fattore Umano è un libro che appartiene a un genere preciso: il business book di alta gamma, nella tradizione di Malcolm Gladwell. Come Gladwell, Madsbjerg ha il talento di prendere idee accademiche complesse, renderle narrative e accessibili, e venderle come rivelazioni pratiche. Come Gladwell, produce testi che danno al lettore la sensazione di aver capito qualcosa di profondo in poche ore. E non va trascurato il piacere generato dalla drammatizzazione di casi concreti e aneddoti significativi, secondo il principio retoricamente sempre efficace di «show, don’t tell».
Per questo, ridurre il libro a uno strumento di self-branding (anche se, almeno in parte, è proprio questo) sarebbe ingeneroso e impreciso. La diagnosi che offre è reale: molte organizzazioni hanno effettivamente perso la capacità di leggere il contesto culturale in cui operano. Un manager che legga questo libro e cominci a chiedersi se forse dovrebbe assumere un etnografo o un antropologo ha già fatto un passo che non avrebbe fatto leggendo un report di analytics. In questo senso, la semplificazione ha una funzione pedagogica reale in un contesto che parte da zero.
Il problema nasce se e quando il libro viene letto come ciò che non è: un contributo teorico originale alla sociologia della conoscenza. Gli aspetti problematici che abbiamo esaminato — l’assenza di Weick, la semplificazione di Heidegger e in generale dei riferimenti filosofico-sociologici, l’eclettismo metodologico non problematizzato, il concept di “cultura” sostanzialmente precritico, il divario rispetto alla profondità normativa di Nussbaum — non sono dettagli tecnici. Sono elementi strutturali che segnalano un’architettura intellettuale costruita per convincere un certo pubblico, non per resistere all’esame di un altro, forse pedante, ma politicamente giustificato: sempre se vogliamo seguire la lezione di chi interpreta la cultura umanistica non solo come strumento di strategia aziendale e spregiudicate scelte speculative, ma come necessario fondamento per un’autentica consapevolezza democratica.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Bourdieu, Pierre — La Distinction. Critique sociale du jugement (1979); trad. it. La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, il Mulino, 1983.
Heidegger, Martin — Sein und Zeit (1927); trad. it. Essere e Tempo, Milano, Longanesi, 2005.
Madsbjerg, Christian — Sensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, New York, Hachette Books, 2017; trad. it. Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell'era dell'algoritmo, Giunti, 2026.
Morozov, Evgeny — To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, New York, PublicAffairs, 2013.
Nussbaum, Martha C. — Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton, Princeton University Press, 2010; trad. it. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011.
Suchman, Lucy — Plans and Situated Actions: The Problem of Human-Machine Communication, Cambridge, Cambridge University Press, 1987; 2ª ed. ampliata Human-Machine Reconfigurations, 2007.
Taleb, Nassim Nicholas — The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable, New York, Random House, 2007; trad. it. Il Cigno Nero, Milano, Il Saggiatore, 2008.
Taleb, Nassim Nicholas — Antifragile: Things That Gain from Disorder, New York, Random House, 2012; trad. it. Antifragile. Prosperare nel disordine, Milano, Il Saggiatore, 2013.
Weick, Karl E. — Sensemaking in Organizations, Thousand Oaks, Sage Publications, 1995.
Follow: Privilegio e Soddisfazione
Da diversi anni mi occupo di analizzare i fenomeni che governano le dinamiche dei follower (chi ci segue) e dei following (chi seguiamo).
Se possediamo un profilo social possiamo essere entrambe le forme, seppure non sia sempre scontato essere simultaneamente “seguiti” e “seguaci” in rapporto a un medesimo altro profilo utente.
Nota: questo è il terzo di una serie di articoli dedicati al tema delle comunità sociali digitali. Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, (qui e qui) in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.
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A partire da questo articolo ci addentreremo in alcuni aspetti specifici delle dinamiche caratterizzate dalla meccanica del Follow.
Per utilità e continuità, seguiteremo ad utilizzare come esempio di riferimento la piattaforma sociale digitale Instagram.
Buona lettura.
Privilegio non strutturato
Dove vigono forme di contratto sociale s.v.r.[1], il privilegio non è più un oggetto meccanico automatizzato della piattaforma sociale digitale[2]. Non potendo essere impostati con un orientamento che sia vincolato strutturalmente alla e dalla piattaforma, sia il privilegio che la reciprocità si ritrovano ad esistere sul solo piano della scelta individuale dell’utente.
Nei contesti s.v.r., privilegio e scelta della reciprocità maturano e si svolgono esternamente alle piattaforme da cui vengono stimolati e caratterizzati.
Facciamo un passo indietro.
Su Instagram, lo abbiamo visto[3], si possono stabilire connessioni direzionali, ma non vincolate a meccaniche dell’instaurazione automatica della connessione[4] reciproca.
Più in generale, dove è la meccanica del Follow a strutturare le dinamiche di una comunità digitale, tutte le connessioni sono unidirezionali, senza nessuna bidirezionalità strutturale.
Detto in altri termini: dove il Follow è l’unica forma di connessione possibile, non esistono forme di collegamento obbligato - vincolato.
Ora possiamo iniziare a intuire che il privilegio, così non strutturato, non può esaurire e completare il proprio senso attraverso il solo soddisfacimento della corrispondenza di un “accesso esclusivo” ad una “lista di scelti”, come avviene nei contratti sociali c.v.r.[5]. Piuttosto esso troverà il significato del proprio valore nell'esprimersi o meno di una gratificazione sul piano psicologico personale del singolo utente.
Il valore più alto della gratificazione si avvera quando l'utente si vede riconosciuto, concesso, ottenuto, questo privilegio di essere a sua volta oggetto di riconoscimento dell'interesse altrui.
La Soddisfazione come risultato del follow
Il follow esprime la propria essenza sul piano psico-emotivo dell’utente, con la gratificazione che deriva dalla sua ricezione. La Soddisfazione dell’utente è infatti individuabile come uno dei fattori centrali nella "ricerca della felicità" che un utente intraprende all’interno del contratto sociale digitale.
Proviamo a definire questi rapporti attraverso il linguaggio matematico.
Più in generale, se la Soddisfazione (S) è legata proporzionalmente (∝) al numero di follow (F) ricevuti, potremmo definirla così:
Non essendo la Soddisfazione (S) un valore statico, ma che deriva, ossia cambia e varia, in base a quanto varia il numero dei follower (F), allora ogni nuova variazione di Follower (𝚫F) genererà proporzionalmente una variazione di Soddisfazione (𝚫S):
In generale[6], la Soddisfazione è anche interpretabile anche come il risultato della quantità di considerazioni (C) che l’utente riceve attraverso lo stabilirsi di connessioni direzionate verso il proprio profilo.
La formula definisce la Soddisfazione (S) come l'output psicologico di una funzione (f) basata sul vettore della Considerazione (C). Il simbolo del vettore indica che tale considerazione non è generica, ma possiede una direzionalità specifica: essa è orientata nel verso che va dalla comunità sociale digitale verso il profilo dell'utente attraverso l'instaurazione di connessioni (F = follow). La Soddisfazione è interpretabile come il risultato (psico-emotivo) prodotto dalla quantità di questi impulsi di attenzione ricevuta e persa (Fr = follow ricevuto).
Essere follower è una forma di approvazione che ciascuno degli utenti fa verso l’esistenza altrui: egli è “seguito”, perciò “da seguire”.
Ricevere il Follow è ricevere un’azione esplicita di riconoscimento d’interesse, un essere accettati dagli altri utenti della comunità.
Essere followed by è una forma di approvazione che riceviamo dagli altri verso la nostra esistenza digitale: io sono “seguito”, perciò “da seguire”.
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Nel prossimo articolo estenderemo i ragionamenti fatti fino ad ora in direzione delle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, così da avere una visione maggiormente comprensiva del risultato della Soddisfazione.
NOTE:
[1] S.v.r. = “senza vincolo di reciprocità”; di cui abbiamo parlato nel secondo articolo.
[2] Come abbiamo visto invece essere per l’Amicizia di Facebook, nel primo articolo.
[3] Supra, nota 1.
[4] Per il significato che in questa ricerca viene attribuito ai termini “collegamento” e “connessione”, rimandiamo alla nota 2 del primo articolo.
[5] C.v.r. = “con vincolo di reciprocità”. Su Facebook sono gli “Amici”, Supra, nota 2.
[6] In un prossimo articolo vedremo che non tutti gli utenti follower ricadono nella dinamica della soddisfazione così configurata.
C’era due volte il barone Lamberto - Il tempo che torna indietro e la morte ineluttabile
Nella novella per ragazzi di Gianni Rodari, C’era due volte il barone Lamberto, il protagonista, il barone Lamberto, ha uno stuolo di persone che – ben pagate per questo - pronunciano continuamente il suo nome. Questa continua ripetizione – secondo una profezia egiziana – allontana la morte di Lamberto che, al contrario, diventa ogni giorno più giovane, invertendo il corso del suo tempo. Il barone Lamberto muore quando il suo nome non viene più pronunciato e – inaspettatamente - ritorna in vita quando la litania riprende durante il suo funerale.
Ma nella realtà, sembra che il tempo non torni proprio indietro.
Il tempo andava solo in avanti, una volta, e scandiva i fenomeni
Per le scienze naturali e fisiche, e per il senso comune, fino agli inizi del XX secolo il tempo andava solo in avanti, era scandito in modo omogeneo e inalterabile.
Era una variabile indipendente e una grandezza assoluta.
E, di certo, che il suo corso potesse essere invertito era cosa impensabile. Anche se le equazioni di Newton ne ammettono formalmente la reversibilità, descrivendo un formalmente possibile moto “all’indietro” dei pianeti, questa reversibilità e una struttura non omogenea e costante del tempo erano considerate impossibili e insensate.
A sostegno della direzione privilegiata (per non dire obbligata) in avanti del tempo, a metà dell’800, il chimico Rudolf Clausius propone la teoria dell’entropia, il cui continuo aumento garantisce l’irreversibilità dei processi macroscopici[1].
Tempo e relazione di causa ed effetto, per la modernità
La magia del tempo che si muove in una sola direzione, in avanti, in modo non reversibile, è la garanzia dei meccanismi di causalità, in un modo e con dei risultati per Immanuel Kant e in un altro modo e con ben altri risultati per David Hume.
La seconda analogia dell’esperienza fonda il principio di causalità e la percezione nello scorrere monodirezionale del tempo: «non vi è infatti fenomeno che ritorni dall’istante seguente a quello precedente. Da un tempo dato […] il passaggio ad un tempo successivo ha carattere di necessità» (I. Kant, Critica della ragion pura, UTET, 2013, p. 229, A194).
Il tempo – secondo Kant – è il cronometro interno con cui organizziamo la realtà, ed è una forma a priori della sensibilità, parte del soggetto, indipendente dall’esperienza, principio strutturante della successione dei fenomeni[2].
Per Hume, la frequente contiguità temporale di due fenomeni, che si dipana nello scorrere in avanti e solo in avanti del tempo, è la principale ragione per cui riteniamo che un fenomeno – che viene prima – sia causa dell’altro – che viene dopo. Un principio di causalità sub iudice, frutto dell’abitudine, non certo, non dimostrato, ma possibile solo e soltanto in virtù della direzione privilegiata del tempo, dal prima al dopo, in modo omogeneo.
Nel 1905, A. Einstein rompe il paradigma
Il 1905 è l’annus mirabilis einsteiniano. A. Einstein pubblica su Annalen der Physik i quattro articoli[3] che cambiano radicalmente i paradigmi della fisica; tra questi, Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento espone la teoria della relatività nella sua forma “ristretta” ai fenomeni elettromagnetici.
Il lavoro di Einstein – come è noto – mette in crisi la nozione di tempo assoluto, metro omogeneo e invariabile dei fenomeni nel suo fluire. Il tempo – in certe condizioni, quando il sistema di riferimento o l’oggetto osservato si muovono a velocità prossime[4] a quelle della luce – si dilata o si restringe, secondo delle proporzioni variabili.
Anche le trasformazioni relativistiche, come quelle newtoniane e galileiane, prevedono formalmente dei valori negativi della variabile t, dei tempi negativi che scorrono all’indietro; tuttavia, Einstein esclude fermamente la possibilità dell’inversione temporale, perché questo fluire all’indietro andrebbe in conflitto con l’invariabilità della costante fondativa della sua teoria: C, la velocità della luce[5].
Le recenti scoperte che mettono in dubbio l’irreversibilità del tempo
La rivista Le Scienze, nel 2021 e nel 2024[6], riporta notizie su alcuni gruppi di ricerca che – separatamente, in Austria e in Cina, e anche su basi teoriche italiane – hanno realizzato dei circuiti ottici quantistici per l’inversione temporale.
In entrambi i casi, gli sperimentatori hanno rilevato un fenomeno di sovrapposizione delle sequenze temporali di due eventi elettronici: secondo una osservazione, l’evento A precede l’evento B; secondo un’altra osservazione contestuale, l’evento A segue l’evento B. In parole molto povere e semplificate, l’elettrone osservato era in grado di tornare al suo stato iniziale dopo essere transitato da uno stato successivo, come se il secondo stato non fosse mai esistito.
L’evoluzione di questi esperimenti «ha preso di mira la freccia del tempo» cercando di far entrare in modo esplicito la dimensione temporale nell’apparato sperimentale e generado una vera e propria sovrapposizione di stati temporali, di flusso tra passato-futuro e futuro-passato. In sostanza, il circuito ottico perette di “vedere” una impostazione precedente dello stesso circuito come se questa avvenisse nel momento dell’osservazione.
Ora, questo risultato può essere interpretato come una vera e propria inversione temporale; oppure come una “semplice” simulazione dell’inversione del tempo; su questo punto non vi è accordo tra i fisici che hanno realizzato l’esperienza, anche perché in quantistica, proprio per la sua struttura, è difficile affermare cosa sia reale e cosa no; si sa che funziona ma la petizione di realtà resta sospesa.
La realtà macroscopica rimane indietro al tempo che va in avanti
Questa possibile inversione temporale – attribuita a fenomeni elettronici, nella scala subatomica – non funziona, però, a livello macroscopico, nel mesocosmo, nella realtà dei viventi e dei fenomeni più facilmente osservabili, di tutti i giorni (a proposito di tempo).
Non funziona, e ci lascia con la nostra solita, crudele, nozione e pratica del tempo. Del tempo che scorre, non arrestabile e non reversibile, dal ieri all’oggi e dall’oggi al domani. Del tempo che non permette di modificare il passato – se non con operazioni di false ricostruzione della memoria – di aggiustare gli errori commessi, di non subire oggi gli effetti delle azioni di ieri, e domani di quelle di oggi.
Il tempo che scorre e che ci porta il dono magico della coscienza della nostra mortalità che, dai religiosi agli esistenzialisti, è un faro morale impagabile. Faro che alcuni ricchi, presuntuosi e arroganti, cercano disperatamente di spegnere attraverso le improbabili e costosissime opzioni di ringiovanimento e transumanesimo.
Il tempo che scorre in avanti e la morte che si avvicina, ineluttabile e, come la natura leopardiana, crudele e indifferente a noi e agli esperimenti quantistici.
NOTE:
[1] Di fatto, per alcuni teorici, la teoria dell’entropia sembra contenere in sé – come suo implicito fondamento – il postulato dell’irreversibilità del tempo, che ne sarebbe anche corollario. Un gatto che si morde la coda.
[2] Cfr. cit. p. 106-108, B46 – B49.
[3] I quattro articoli, Über einen die Erzeugung und Verwandlung des Lichtes betreffenden heuristischen Gesichtspunkt, (Un punto di vista euristico sulla produzione e la trasformazione della luce), Über die von der molekularkinetischen Theorie der Wärme geforderte Bewegung von in ruhenden Flüssigkeiten suspendierten Teilchen, (Il moto di piccole particelle sospese in liquidi in quiete, secondo la teoria cinetico-molecolare del calore), Zur Elektrodynamik bewegter Körper (Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento) e Ist die Trägheit eines Körpers von seinem Energieinhalt abhängig? (L'inerzia di un corpo dipende dal contenuto di energia?), sono raccolti, in inglese, in Annus Mirabilis Papers, a cura di Jesse Russell e Ronald Cohn, Book on Demand Ltd, 2013.
[4] Le velocità a cui gli effetti di compressione e dilatazione del tempo diventano significative – con effetti pratici – sono quelle superiori al 10% della velcoità della luce, C x 10-1, oltre i 30.000 km al secondo.
[5] Nella formulazione della teoria della relatività ristretta o speciale, la velocità della luce è costante, né mai minore né mai maggiore di C, pari a 300.000 km al secondo; il limite di estensione della teoria è il caso di un corpo che si muova esattamente alla velcoità della luce: in questo caso, il tempo t si dilata fino a fermarsi. Sulla carta, però, poiché – in questa teoria – la velcoità della luce non è raggiungibile da nessun corpo fisico.
[6] Per approfondire la spiegazione, cfr.: Avanti e indietro nel tempo? Nel mondo dei quanti è possibile, Come gli scienziati hanno (e non hanno) invertito il tempo, traduzione di How Quantum Physicists ‘Flipped Time’ (and How They Didn’t) (Quanta Magazine, 27/01/2023).



