Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk

Alcune considerazioni a margine di The Musk di Paolo Bottazzini

Che la “rivoluzione digitale” sia una sequela di promesse non mantenute[1] è ormai divenuto un luogo comune, così come il carattere tutt’altro che liberatorio del tecno capitalismo che si va edificando[2]. Ci è voluta comunque l’amministrazione Usa di Trump e in particolare la sua più recente alleanza con alcuni dei “tecno-titani”, affinché la nostra intellighenzia “progressista” (qualunque cosa voglia dire) si rendesse conto dopo circa trent’anni di stolida euforia tecnofila (e tecno-folle) che un po’ di marcio, oltre che in Danimarca, c’è anche nella Silicon Valley. Serviva soprattutto che comparisse il villain perfetto, Elon Musk, con i suoi avi paranazisti (e forse neanche tanto… para), perché avvenisse qualche risveglio critico. Ma anche rispetto allo svitato e drogatissimo fondatore di Tesla, bisognava aspettare il suo passaggio armi e bagagli alla destra trumpiana perché, appunto, si smettesse tra la sinistra per bene (una delle cose più dannose degli ultimi decenni dopo l’amianto) di idolatrare l’inventore, il profeta dell’auto elettrica ecc.

Bene. Meglio tardi che mai, anche se si attende ancora qualche autocritica sui fiumi di inchiostro versati per incensare pre- e soprattutto post-mortem quello Steve Jobs “senza il quale le nostre vite sarebbero tanto più tristi” (spoiler: non arriverà). Oggi comunque in molti sembrano essersi resi conto del pericolo rappresentato da un mondo in cui un pugno di oligarchi capitalistici delle tecnologie digitali (in acronimo GAFAM) stanno riuscendo, complice una politica totalmente asservita o abulica (o entrambe le cose), a governare dispoticamente le nostre società grazie alla riconfigurazione della Rete (e del nostro modo di “starci dentro”) come strumento di raccolta/ analisi dei dati e controllo capillare delle vite di tutti noi, fino al termine della mente.

Queste parole introduttive solo per dire che la volontà di potenza e dominio scaturente dalla megamacchina tecno-capitalistica attuale, nonostante le sembianze fricchettone delle origini (peraltro da tempo dismesse), poteva essere avvertita anche un po’ prima del terzo decennio del secolo XXI[3]. Ma, come si diceva, meglio tardi che mai.

Il fatto è che la “vecchia” ideologia liberal-liberista-libertaria “californiana” della prima rivoluzione digitale (quella incarnata soprattutto da Steve Jobs), finché ha avuto una forte egemonia, tendeva a mettere in ombra i tanti lati oscuri della rete e della digitalizzazione, sommergendoli di una sovrabbondante retorica progressistica. Le cose sono cambiate quando, con la drammatica crisi di legittimazione del sistema neoliberale successiva alla Grande crisi del 2008, quella retorica ormai inutilizzabile ha lasciato spazio alla nuova retorica del potere che dichiara la propria volontà di potenza, e che non ammannisce più storielle edificanti ma addirittura prospetta la catastrofe e promette solo di poterla gestire meglio di altri. The times they are a changing, I tempi stanno cambiando e non in meglio – sembrano dire i nuovi retori della tecno politica – ma noi sappiamo cosa fare. Per esempio: non si nega più la crisi ecologica, la si ammette, e si propone la soluzione di portarci tutti su Marte!

È questa la Stimmung di Elon Musk, come si sarà capito, vero e proprio spaventapasseri per tutti i progressisti beoti che fino a ieri si son bevuti ettolitri di propaganda tecnofila e oggi la deprecano. Non che egli non sia un essere veramente mostruoso. Solo che è figlio di un’epoca e di una industria, e di una cultura industriale che si è fatta direttamente (come accade in America da sempre – si rilegga il Gramsci di Americanismo e fordismo)[4] cultura diffusa, spirito della nazione. Ebbene, ora per capire la figura di Elon Musk non solo come protagonista dell’epoca e delle sue vicende economico-tecnologiche ma anche e soprattutto come sintomo di una civiltà e di tutta una fase dello sviluppo capitalistico globale, giunge il libro di Paolo Bottazzini The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista[5], insieme informata biografia sul personaggio Musk ma anche approfondita radiografia dell’epoca che stiamo vivendo.

Genio, megalomania, mito americano e altre sciocchezze

Muovendosi in parallelo sul piano prosopografico e su quello più ampio della cronaca economica e tecnologica (ma, come vedremo, questo è solo una parte del lavoro), Bottazzini ci restituisce in primo luogo l’immagine dell’inventore/imprenditore tutto genio, sregolatezza e… sostegno pubblico.

Le tappe della sua ascesa alle vette dell’industria tecnologica, fino alla sua consustanziazione con gli apparati statali e militari, sono da Bottazzini descritti puntualmente e con una prosa – fatto non irrilevante – letterariamente pregevole e mai noiosa. Sotto gli occhi del lettore scorrono così non solo le imprese ingegneristiche e commerciali, le discese ardite e le risalite del nostro, ma anche le numerose bizzarrie e “devianze” che hanno contribuito a fare di lui un “cerbero” a più teste. Così come il suo approdo ai vertici dell’apparato produttivo (Space X) e perfino dell’apparato statale, con la tragicomica vicenda (durata peraltro l’espace d’un matin) del DOGE (Department of Government Efficiency), l’agenzia parastatale creata per lui il primo anno dell’amministrazione Trump. Ciò che ha permesso al Nostro di portare, seppur per breve tempo, ai vertici dello Stato il suo credo managerial-efficientistico-neoliberale. Non ha funzionato e non poteva funzionare, ma il solo fatto che si sia potuto procedere su quel terreno dice qualcosa sul grado di spappolamento culturale e mentale della Politica nel mondo occidentale. Nonché sul grado di interscambiabilità ormai raggiunto tra imprenditori e politici (anche se noi italiani non dovremmo sconvolgerci troppo, dal momento che, come un secolo fa nel caso del fascismo, siamo nella posizione dei “pionieri” – o abbiamo già dimenticato la vicenda del berlusconismo?)[6].

Attraverso la sequenza delle sue mosse più o meno geniali (per quanto nella auto-narrazione siano tutte sistematicamente geniali) nel campo dell’imprenditoria ma anche dell’ingegneria (è il caso di Space X), il personaggio appare a un tempo come carnefice e vittima dentro un mondo imprenditoriale sempre più spietato e dominato da una temporalità decisamente schizoide. Sicché Bottazzini segnala, per esempio, come un fatto non estrinseco la scarsa propensione al sonno e la connessa depressione di Musk, tipica rappresentazione di quel “capitalismo 24/7” che il combinato disposto di neoliberismo sfrenato e tecnologie digitali ha reso possibile, secondo l’analisi del saggista Jonathan Crary[7]:

Ma la disponibilità ininterrotta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette, più in generale, […] è il precetto essenziale del nuovo capitalismo, con l’abrogazione dei ritmi naturali della vita che scandiscono l’alternanza di sonno e veglia, lavoro e festa. La cancellazione del ritmo determina la dissoluzione del flusso storico del tempo, con l’immobilizzazione in un eterno presente omogeneo, continuo, senza destinazione e ricordo. […] Il tempo non è più un orizzonte aperto, ma una struttura bloccata in cui il futuro è replica del presente. In questa condizione di soggezione continua al consumo e alla sorveglianza, ogni possbilità di trasformazione sociale sembra impensabile.[8] 

I tratti più bizzarri e le tendenze sociopatiche del personaggio vengono così sottratti alla sola psicopatologia e inseriti in un più generale quadro di riferimento socio-psicologico: dei ceti manageriali delle aziende neoliberali, (in particolare di quelle digitali), della società nel suo complesso.

Ma quel che più interessa, a questo livello dello studio, è l’attenzione alle fonti intellettuali che è possibile ravvisare nel personaggio Musk. Eh sì, perché, per quanto rudimentale, esiste una “filosofia” del personaggio. Che poi è sostanzialmente una retorica (auto)propagandistica. E dalla quale, ancora, emergono, in verità, i tratti della cultura del capitalismo Usa attuale, e più in generale – direi – di quel capitalismo tecno-nichilista a suo tempo ben tematizzato da Mauro Magatti[9].

Si potrebbe così schematizzare la Weltanschauung di Musk, traendola dai molti materiali che il libro di Bottazzini ci mette a disposizione.

  1. Il liberalismo economico estremo, che in Usa è noto come libertarianism[10].
  2. La visione “randiana” (derivante dalle opere di Ayn Rand) dell’eroe tecno-scientifico che dev’essere lasciato libero di agire per far del bene all’umanità (laddove in genere è ostacolato dal carrozzone statale-burocratico, per non parlare del sempre incombente pericolo socialista)[11].
  3. La dimensione tecnocratica, con radici che possono essere individuate nel positivismo ottocentesco[12], tipica di tutta la cultura della Silicon Valley, con la conseguente “liquidazione del Politico” (una cosa che avrebbe fatto felice, forse, il vecchio Carl Schmitt, che vi avrebbe potuto vedere una ulteriore incarnazione della sua concezione del moderno come «epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni»)[13].
  4. La solita divinizzazione della Tecnica, che risolverà ogni nostro problema, purché lasciata libera di svilupparsi. Su quest’ultimo punto, forse, la postura di Musk è un pochino deviante rispetto al progressismo tecno-liberale medio degli ideologi della Rete: mentre per questi ultimi tutto andrà sicuramente bene grazie allo sviluppo tecnologico-capitalistico, secondo Musk il corso della storia è un po’ meno deterministico e ottimistico, perché alcune tecnologie possono anche avere degli effetti perversi (si veda in genere la sua valutazione delle prospettive dell’IA, nella quale vede un «rischio esistenziale» non facilmente aggirabile)[14], e poi a causa delle tante «teste di cazzo dotate di PhD»[15] a cui aziende e amministrazioni pubbliche tendono ad affidarsi, invece di… dare tutto il potere ai geni come lui!

Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk

Il merito maggiore di questo libro però – vi accennavamo sopra – non è nel proporci una sintesi delle biografie del personaggio (o se vogliamo una revisione critica di esse), nonché una lettura critica dell’ascesa (resistibile?) del Grande inventore, ma è – direi, con voluto richiamo carveriano – nel ricordarci sempre di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk (o di uno qualunque di questi così detti “tecno-titani”). In altre parole, Bottazzini avverte sempre il lettore – direi a ogni pagina – che parlare di questa figura, oggi così visibile e invadente sul piano comunicativo, significa parlare del mondo del capitalismo digitale che è stato edificato intorno a noi (e ormai sempre più dentro di noi!). Un mondo che non ha atteso Musk per costituirsi, ma che è il frutto del concrescere di una serie di tecnologie create in ambiente ultraliberista e al servizio del capitalismo statunitense, nonché della egemonia geopolitica di Washington (un’egemonia oggi periclitante e per questo sempre più “incattivita”). E sono, queste, circostanze che è quanto mai importante aver presenti quando ci si accinge ad analizzare, cercare di comprendere il mondo digitale che questi signori (e queste potenze) stanno edificando. Anche e soprattutto per resistervi efficacemente e per costruire, dentro il nuovo ambiente sempre più tecnomorfo, le condizioni per la ricostruzione di una comunità fondata sui valori umani, sulla partecipazione democratica e sugli interessi collettivi come dal suo punto di vista ci invita oggi a fare la Chiesa Cattolica[16], e come tutti noi (stati, partiti, istituzioni locali, movimenti, cittadini singoli o variamente associati) dovremmo cercare di fare da qui in avanti.

 


 

NOTE:

[1] Vanni Codeluppi, I 7 tradimenti del digitale, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, Luiss University Press, 2019.

[3] E infatti qualcuno lo aveva fatto, messo rapidamente nell’angolo dal prevalente “digital consensus”. Ricordiamo qui almeno l’ottimo Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Milano, Cortina, 2011, e, se vogliamo risalire alla “preistoria” del digitale, Tomás Maldonado, Critica della ragione informatica, Milano, Feltrinelli, 1997.

[4] Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, a cura di Felice Platone, Milano, Universale Economica, 1949. Le classi dirigenti americane – scrive Gramsci – riescono a «imperniare tutta la vita del paese sulla produzione», mediante una forma di «egemonia [che] nasce dalle fabbriche e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e della ideologia» (p. 26).

[5] Paolo Bottazzini, The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, Milano, Bietti, 2025.

[6] Fu Paul Virilio (1932-2018) a considerare la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994 un «colpo di stato mediatico», che prefigurava – a suo dire – quel che sarebbe accaduto nel mondo occidentale in seguito: l’affermarsi di un «narco-capitalismo» basato sulle tecnologie informazionali e digitali (cfr. Paul Virilio, Alerte dans le cyberspace!, “Le Monde Diplomatique”, aôut 1995, p. 28, https://www.monde-diplomatique.fr/1995/08/VIRILIO/6578).

[7] Bottazzini si serve qui del notevole studio di Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Torino, Einaudi, 2015.

[8] Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 118.

[9] Cfr. Mauro Magatti, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Milano, Feltrinelli, 2009.

[10] La corrente dei libertarians sostiene tra l’altro la riduzione del governo ai minimi termini, essenzialmente all’ordine pubblico e alla tutela dell’integrità nazionale, ovvero: polizia ed esercito. Che è poi quell’idea di stato come «guardiano notturno» della proprietà denunciata dal pensatore e organizzatore socialista tedesco Ferdinand Lassalle (1825-1864) a metà Ottocento, quando il liberalismo si presentava privo di quelle preoccupazioni sociali che avrebbe poi, per la dialettica storica, dovuto integrare. Salvo perderle nuovamente con l’attuale neoliberalismo, che infatti dovrebbe essere chiamato, più correttamente, paleo-liberalismo!

[11] Ayn Rand (1905-1982), scrittrice e filosofia statunitense di origini russe, è figura quasi sconosciuta in Europa ma famosa e in fluentissima negli Stati Uniti. Autrice di alcuni fortunati romanzi di carattere fantapolitico e distopico (tra tutti da segnalare La rivolta di Atlante) è la campionessa dei valori “americani” dell’individualismo (tra le sue opere c’è significativamente una Virtù dell’egoismo), del self made man, dell’antistatalismo esasperato, dell’anticomunismo più ossessivo ecc. Per una buona rapida introduzione, si veda la voce Ayn Rand, di Nicola Misano, in Enciclopediadelledonne.it, https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/ayn-rand/ . Per una conoscenza più approfondita della pensatrice statunitense, comprensiva delle sue posizioni filosofiche ed epistemologiche, si veda l’ampia voce dedicatale dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy, https://plato.stanford.edu/entries/ayn-rand/ . Una testimonianza della passione dei fondamentalisti liberisti (in questo caso nostrani) per la Rand si trova in: Alessio Cotroneo, Chi era Ayn Rand e perché leggerla, “Istituto Liberale”, 21 aprile 2018, https://istitutoliberale.it/chi-era-ayn-rand-e-perche-amarla/.

[12] Una considerazione, questa, che ha sviluppato uno studioso molto acuto della cultura digitale, Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002, p. 26 e ss.

[13] Mi riferisco a: Carl Schmitt, L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni (1932), in Id., le categorie del politico. Saggi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1972.

[14] A questo proposito, mi sentirei perfino di spezzare una lancia… in testa a Musk, dal momento che egli, pur con argomenti piuttosto balordi, tende a non nascondere i profili di rischio insiti nei sogni utopici di robotizzazione totale che quelli del suo ambiente non solo sognano ma attivamente cercano- non importa quanto invano – di realizzare, per quanto senza mai ipotizzare il controllo politico e democratico sulle scelte tecnologiche, ma al massimo l’affidamento alla superiore coscienza e intelligenza di singole personalità eroiche e titaniche (cfr. Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 43-48). Va detto, peraltro, che negli ultimi anni l’ottimismo sfrenato pare proprio passato di moda, in particolare di fronte alle prospettive di sviluppo dell’IA. Da ultimo, per esempio, lo stesso Bill Gates, ha detto al “New York Times” (26/08/2026): «Non mi piace dare brutte notizie alle persone o dire che l’innovazione può avere conseguenze complessivamente negative, soprattutto sull’occupazione, ma siamo arrivati a questo punto» (https://www.bluewin.ch/it/digitale/non-mi-piace-dare-brutte-notizie-ma...-la-cupa-profezia-di-bill-gates-li.3577109 ).

[15] La citazione non è testuale; l’avevo trascritta ma purtroppo ho smarrito l’appunto; dunque questa è una mia libera riscrittura, che credo comunque sarebbe apprezzata dal Nostro.

[16] Mi riferisco, naturalmente, alla recente enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2026. Sulla quale “Controversie” ha già ospitato due articoli: Gianluca Fuser, Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica “Magnifica Humanitas”, “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/istanze-magnifica-humanitas/ e Paolo Bottazzini, La babele dell’I.A., “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/la-babele-ai/.


Chi ripara la rete? Il caso autistici.org e il lavoro invisibile che tiene aperta Internet

Il 28 agosto 2026, di prima mattina, il dominio autistici.org ha smesso di esistere. Non c'è stato nessun sequestro di server, nessuna perquisizione: quando un computer, in qualunque parte del mondo, chiedeva al sistema dei nomi di Internet dove si trovasse autistici.org, gli veniva risposto che un dominio con quel nome non c'era. Sedicimila caselle di posta, diecimila blog e cinquemilacinquecento liste di discussione sono diventate nello stesso istante indirizzi che non portano da nessuna parte.

Due giorni prima il Dipartimento di Stato e il Tesoro degli Stati Uniti avevano inserito Autistici/Inventati, un'associazione italiana che dal 2001 offre gratuitamente posta cifrata, hosting e strumenti di comunicazione a movimenti e attivisti, nell'elenco dei "terroristi globali specialmente designati". Al collettivo non viene attribuito alcun attentato; gli si attribuisce di aver fornito "strumenti tecnologici e servizi" a gruppi che ne avrebbero compiuti. Il comunicato del Tesoro nomina il PKK e si sofferma sul fatto che Autistici/Inventati si definisce antifascista e antimilitarista, quasi che bastasse questo. Non è stata resa pubblica alcuna prova a sostegno. Nessun tribunale, italiano o europeo, è stato interpellato: quella che il diritto americano chiama designazione è un atto amministrativo dell'esecutivo, fondato su un ordine presidenziale del settembre 2001, con cui il governo dichiara un soggetto terrorista e ne fa scattare le conseguenze senza contraddittorio. Il 6 settembre il collettivo ha annunciato la chiusura di tutti i servizi, spiegando che "in questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità".

Della vicenda si sta discutendo molto sul piano giuridico: sanzioni extraterritoriali, giurisdizione del registro .org, regolamenti europei che non si applicano. Io vorrei fermarmi su un altro aspetto, che mi sembra ricevere meno attenzione: cosa dice questo episodio sul modo in cui abitiamo la rete, su chi la tiene in piedi senza che ce ne accorgiamo, e su cosa accade a una comunità quando il luogo che la ospitava viene cancellato senza che nessuno debba spiegarne il perché.

L'infrastruttura si vede solo quando si rompe

Susan Leigh Star, in un saggio del 1999 che è diventato un punto di riferimento per la sociologia della tecnologia, osservava che l'infrastruttura resta invisibile finché funziona e si mostra soltanto quando si guasta. Nessuno pensa alla rete idrica finché scorre acqua dal rubinetto, e nessuno pensa a chi gestisce l'elenco dei nomi di Internet finché un nome non scompare. Il caso autistici.org è un guasto di questo tipo, e quello che lascia intravedere è una struttura molto meno neutrale di quanto si tenda a credere.

Il dominio .org, quello che associamo alle associazioni, alle organizzazioni non governative, come  Wikipedia ad esempio, è amministrato dal Public Interest Registry, un ente statunitense creato e controllato dall'Internet Society. Non ha scopo di lucro; è nato nel 2002 proprio con l'idea di dare al mondo del non profit una casa al riparo dagli interessi commerciali. Ha però sede in Virginia, e un soggetto statunitense che continua a fornire servizi a un'entità inserita nella lista del Tesoro commette un illecito. Nessuno ha reso pubblico un ordine di disattivazione, ed è verosimile che nessun ordine sia mai stato emesso: è bastata l'esistenza della lista. Devo segnalare che su questo punto la fonte è una sola, il collettivo stesso, che nel comunicato del 28 agosto ha scritto che non esiste alcuna dichiarazione pubblica di PIR che spieghi il caso o confermi di aver agito su richiesta dell'OFAC, l'ufficio del Tesoro che amministra le sanzioni. A oltre dieci giorni di distanza, mentre scrivo, quella dichiarazione non c'è ancora. L'unica traccia tecnica è uno stato del dominio, serverHold, che per definizione può essere impostato soltanto dal gestore del registro.

La sanzione che non ha bisogno di essere eseguita

A questo punto la questione smette di essere soltanto giuridica. Le sanzioni contemporanee agiscono meno per quello che vietano che per la paura che diffondono. PayPal ha sospeso il conto del collettivo il giorno dopo l'inserimento nella lista. Banca Etica ha sospeso a sua volta l'operatività del conto del collettivo il primo settembre, annunciando come probabile la chiusura e citando il rischio di "sanzioni secondarie" che avrebbero potuto tagliarla fuori dagli intermediari finanziari americani. Lo ha fatto condannando pubblicamente l'uso delle norme antiterrorismo contro il dissenso e per questo il suo è il caso che mi interroga maggiormente: nemmeno chi disapprova la misura riesce a sottrarvisi. Né PayPal né Banca Etica erano tenute da una norma italiana a fare quello che hanno fatto; hanno valutato il rischio e hanno tagliato.

Beniamino Irdi in un’intervista ha sottolineato con chiarezza proprio come l’effetto  reale di una misura come questa non sia il congelamento dei beni ma il de-risking, cioè la scelta preventiva di banche, sistemi di pagamento, registri, fornitori di hosting e di connettività di interrompere ogni rapporto prima che qualcuno glielo chieda. Lo Stato non esegue la sanzione; la delega alla prudenza di chi teme di essere il prossimo, e basta colpire un nodo perché la rete di relazioni intorno si ritragga da sola. La novità, secondo Irdi, sta nel fatto che la logica del "sostegno materiale" al terrorismo viene qui estesa fino al livello dell'infrastruttura, cioè non a chi agisce ma a chi fornisce il mezzo con cui chiunque potrebbe agire.

L'effetto di raffreddamento

Il diritto costituzionale americano ha un termine per quello che accade quando la punizione diventa possibile anche se non certa: chilling effect, effetto di raffreddamento. È nato per descrivere l'effetto delle leggi vaghe sulla libertà di parola, ma negli ultimi anni la ricerca empirica ha cominciato a misurarlo. Non serve che tutti vengano colpiti, basta che tutti sappiano di poterlo essere. Nel 2016 Jonathon Penney, giurista, ha confrontato il traffico delle voci di Wikipedia dedicate a temi sensibili, come terrorismo e sorveglianza, prima e dopo le rivelazioni di Edward Snowden del giugno 2013, e ha trovato che dopo le visite erano calate in modo statisticamente significativo e non erano tornate ai livelli precedenti. Nessuna di quelle persone era stata perseguita. Avevano semplicemente smesso di cercare.

Il meccanismo, del resto, è vecchio. Foucault lo ha descritto a partire dal Panopticon di Bentham: la sorveglianza non ha bisogno di essere esercitata per funzionare, perché quando è possibile ciascuno la esercita su se stesso. Quello che le sanzioni aggiungono al modello è che il sorvegliante non ha nemmeno bisogno di guardare, gli basta pubblicare una lista.

Pensiamo alle sedicimila persone che avevano una casella su autistici.org. Non erano tutte militanti: c'erano giornalisti, ricercatori, associazioni di quartiere, persone che semplicemente non volevano che la propria posta fosse letta da un algoritmo per costruire un profilo da vendere agli inserzionisti. Dal 28 agosto ognuna di loro si è trovata a chiedersi se il fatto stesso di aver usato quel servizio la renda sospetta. Shayana Kadidal, avvocato del Center for Constitutional Rights che ha seguito diversi casi contro la norma americana sul sostegno materiale al terrorismo, interpellato dall'Intercept il 28 agosto, quando i servizi erano ancora attivi, aveva osservato che se gruppi statunitensi avessero continuato a usarli il governo americano avrebbe potuto usare quell'affiliazione contro di loro. È in questa luce che va letta la chiusura, arrivata nove giorni dopo. Non l'ha imposta nessuno: l'ha decisa il collettivo, perché continuare a offrire i servizi era diventato, con le sue parole, "un pericolo in più" per chi li usava, esposto al rischio di finire a sua volta nel mirino per il solo fatto di esserci. Spegnere tutto era l'unico atto di cura rimasto in loro potere. Che la minaccia si concretizzi davvero conta poco. Il dubbio basta da solo a disperdere una comunità, e la disperde senza lasciare tracce, perché non c'è un divieto da contestare ma solo un sospetto che ciascuno si porta dietro.

Il senso di comunità è quel legame che tiene insieme le persone che condividono un luogo, fisico o digitale, e David McMillan e David Chavis, nel 1986, ne hanno individuato quattro componenti: il sentirsi membri di qualcosa con confini riconoscibili, la percezione di poter influire sul gruppo e di esserne influenzati, il soddisfacimento reciproco dei bisogni, e una connessione emotiva costruita su una storia condivisa. Venticinque anni di posta, blog e liste su autistici.org erano questo, un'appartenenza prima che un servizio, e quando un'appartenenza viene interrotta da un atto esterno che non ammette replica si perde un luogo di vita digitale, si disperde una comunità che attorno a quel luogo ha costruito un significato. Il fatto che il luogo sia intangibile, online, non lo rende meno reale per chi ne ha fatto parte. La ricerca sulla giustizia procedurale, a partire dal lavoro di Tom Tyler, mostra che le persone tollerano male non tanto la severità di una decisione quanto l'assenza di voce, l'impossibilità di essere ascoltate prima che la decisione venga presa. Un atto amministrativo di questo tipo nega esattamente questo. Il collettivo l'ha definita "un vero e proprio editto amministrativo contro cui non esiste vera e propria battaglia legale".

Aggiustare il mondo

Nel 2022 Giovanni Ziccardi, che insegna informatica giuridica all'Università di Milano, ha pubblicato una biografia di Aaron Swartz intitolata “Aggiustare il mondo”. L'espressione viene da un momento preciso della vita di Swartz, poco più che ventenne, quando si rende conto di non poter "aggiustare il mondo" da solo e decide che il modo più responsabile di usare quello che sa è spiegarlo agli altri, il più semplicemente possibile, perché siano in tanti a poter intervenire.La riparazione come lavoro distribuito, e il compito di chi sa come quello di allargare il numero di chi può.

Swartz aveva quattordici anni quando entrò nel gruppo che scrisse la specifica RSS 1.0, il formato che ancora oggi permette di seguire un blog o un podcast senza passare da una piattaforma; lo racconta lui stesso, ricordando che da ragazzino aveva molto tempo libero e finì per dedicarlo tutto a quello. A diciannove, con la fusione tra la sua piccola azienda e Reddit, ne divenne uno dei fondatori. Ma quello che lo interessava davvero era l'accesso alla conoscenza. Nel 2002 entrò nel gruppo tecnico che stava costruendo Creative Commons, e nel luglio 2008, durante un soggiorno in Italia, scrisse insieme ad altri che non vollero firmarlo il Guerilla Open Access Manifesto. Il testo si apre con tre parole, "Information is power", e sostiene che il patrimonio scientifico e culturale del mondo, digitalizzato e chiuso a chiave da poche società private, va liberato anche a costo di violare leggi che l'autore considera ingiuste. Nel 2011 scaricò in massa articoli scientifici dall'archivio JSTOR usando la rete del MIT e fu incriminato in base al Computer Fraud and Abuse Act, una legge del 1986 scritta per altri scopi. Il comunicato del Dipartimento di Giustizia parlava di pene fino a trentacinque anni, mentre la stessa procura offriva un patteggiamento di pochi mesi; il ministro della Giustizia Eric Holder difese poi quella distanza davanti al Senato come "un buon uso della discrezionalità dell'accusa". Swartz si tolse la vita nel suo appartamento di Brooklyn l'11 gennaio 2013, a ventisei anni, prima del processo.

I fatti sono diversi da quelli di autistici.org, e non voglio forzare il parallelo. Quello che li accomuna è il meccanismo. In entrambi i casi uno Stato ha applicato a un'infrastruttura di conoscenza o di comunicazione una categoria pensata per altro, la frode informatica in un caso e il terrorismo nell'altro, con una sproporzione che serve più a dare un esempio che a fare giustizia. La forbice tra i trentacinque anni annunciati alla stampa e i pochi mesi offerti in privato dice che il processo a Swartz non era pensato per punire un download, ma per mostrare a tutti gli altri cosa non si deve fare. Allo stesso modo le sanzioni contro Autistici/Inventati non fermano nessun attentato, ma avvertono chiunque offra un servizio di comunicazione non sorvegliato che da quel momento il rischio è suo.

Il libro di Ziccardi aiuta a vedere anche un'altra cosa. Swartz non fu perseguito tanto per ciò che aveva fatto con i dati (JSTOR, dopo un accordo con lui, dichiarò di non avere alcun interesse a che il procedimento andasse avanti) quanto per ciò che i suoi scritti lasciavano intendere sulle intenzioni. Fu la parte del Manifesto che chiamava a una "pirateria di massa", scrive Ziccardi, a interessare di più gli investigatori, e davanti al Gran Giurì la procura cercò di usare proprio quel testo per dimostrare il dolo. Anche nel caso italiano l'accusa non riguarda un atto del collettivo, ma il senso politico del servizio che offriva e le persone a cui lo offriva. Si punisce una posizione, e la condotta viene dopo.

Questo è per tutti

La sera del 27 luglio 2012, durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra, un uomo di cinquantasette anni seduto a una scrivania al centro dello stadio digitò su un computer NeXT un messaggio che si accese in lettere luminose sugli spalti: This is for everyone, questo è per tutti. Era Tim Berners-Lee, che ventitré anni prima, al CERN di Ginevra, aveva inventato il World Wide Web.

Più dell'invenzione, però, conta una decisione che prese il 30 aprile 1993, quando convinse il CERN a rilasciare la tecnologia del Web nel pubblico dominio, rinunciando a qualsiasi royalty. Senza quella firma oggi navigheremmo probabilmente in una rete a pagamento, frammentata in standard proprietari. Il Web è gratuito e universale non per una legge di natura ma per una scelta presa da una persona in un momento preciso, e quello che si è scelto una volta si può anche disfare.

Nel settembre 2025 Berners-Lee ha pubblicato la sua autobiografia, This Is for Everyone, con un sottotitolo che pesa: The Unfinished Story of the World Wide Web, la storia incompiuta. Da almeno quindici anni ripete che la sua creatura ha tradito il progetto originario, concentrata in poche piattaforme, alimentata dalla sorveglianza pubblicitaria, controllata da chi possiede i dati e non da chi li produce. Nel 2019 ha lanciato un "Contratto per il Web" i cui primi tre principi si rivolgono ai governi: garantire che tutti possano connettersi, mantenere tutta la rete disponibile tutto il tempo, rispettare e proteggere i diritti fondamentali delle persone online. Nel caso autistici.org un governo li ha ignorati tutti e tre, nei confronti di cittadini di un altro Paese.

Strade e ponti

Nel 2016 Nadia Eghbal pubblicò per la Ford Foundation un rapporto intitolato Roads and Bridges, dedicato all'infrastruttura digitale invisibile su cui poggia tutto il resto: librerie software mantenute da una o due persone nel tempo libero, protocolli scritti da volontari, server pagati con donazioni. La sua tesi era che trattiamo questa infrastruttura come trattiamo le strade, la usiamo tutti e la diamo per scontata e nessuno vuole pagarla, con la differenza che per le strade esiste un ministero e per i ponti digitali no.

Autistici/Inventati era uno di questi ponti, come lo sono i volontari che mantengono i nodi della rete Tor, i tecnici di Riseup negli Stati Uniti, i bibliotecari dell'Internet Archive, le migliaia di persone che scrivono Wikipedia senza compenso, i manutentori di Debian, chi lavora nei capitoli nazionali dell'Internet Society. Il capitolo italiano, il 6 settembre, ha scritto a PIR e a ISOC, con ICANN in copia, chiedendo che il dominio .org sia considerato una risorsa essenziale per la libertà di espressione e di associazione, non soggetta alle decisioni di un singolo governo, e che si valuti anche la collocazione legale delle organizzazioni che lo amministrano. È una richiesta più radicale di quanto sembri, perché ammette che il problema non sta in un abuso ma in una struttura.

Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia nel 2009, ha passato la vita a studiare come le comunità gestiscono i beni comuni, pascoli, sistemi di irrigazione, zone di pesca, senza che intervengano lo Stato o il mercato. La sua conclusione era che i beni comuni reggono quando chi li usa partecipa alle regole, quando i confini sono chiari e quando esistono meccanismi di risoluzione dei conflitti accessibili e poco costosi. Nelle sue parti migliori la rete è stata per trent'anni un bene comune in questo senso. Quello che stiamo vedendo è cosa succede quando l'attore più forte decide che le regole comuni non lo riguardano e che i conflitti si risolvono per decreto.

Restare umani

Il collettivo ha intitolato il suo ultimo comunicato "Restare umani" e ha scritto ai propri utenti di mollare il pc, uscire, lottare, abbracciarsi e non perdere il sorriso. Può sembrare una resa. Io la leggo piuttosto come la constatazione che l'infrastruttura tecnica, da sola, non basta a proteggere una comunità, e che a un certo punto la difesa di uno spazio libero torna a passare dalle persone e non dai server.

C'è anche, in questa consapevolezza, un'indicazione di metodo. Il meccanismo che ha spento autistici.org non è stato un comando ma una catena di adesioni preventive, un registro, un sistema di pagamento, una banca che si ritraggono uno dopo l'altro. Gene Sharp, il più influente studioso della resistenza nonviolenta, ha costruito la sua teoria sull'osservazione simmetrica: il potere non è una proprietà di chi comanda ma il prodotto della cooperazione di molti, e si indebolisce nella misura in cui quella cooperazione viene ritirata. Se il de-risking è il ritiro della cooperazione dal più debole per paura del più forte, il suo rovescio è il rifiuto, caparbio e legale, di ritrarsi: continuare a ospitare, a linkare, a mirrorare, a mantenere un nodo, a chiedere conto a un registro del perché un nome è scomparso.

I volontari di Autistici/Inventati hanno tenuto in piedi per venticinque anni un pezzo piccolo di rete, ed è bastata una riga in una lista redatta a Washington per cancellarlo. La libertà di pensiero e di azione si muove su un terreno più fragile di quanto ci piaccia pensare. Quello che resta da capire, ed è un lavoro che non riguarda solo chi sa programmare, è come costruire forme di resistenza nonviolenta ma ostinata capaci di proteggere la rete. L'infrastruttura si vede quando si rompe: la chiusura di autistici.org è dunque un'occasione, per chi dava Internet un diritto acquisito e scontato, di imparare a guardarla. La consapevolezza non è un requisito d'ingresso, è qualcosa che si coltiva, e comincia quasi sempre dalla perdita di una libertà fondamentale in nome di un pericolo che nessuno è tenuto a dimostrare.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonti sul caso

Autistici/Inventati, Press Release – August 28, 2026, 28 agosto 2026, https://www.inventati.org/campaign/press.

Autistici/Inventati, Restare umani, comunicato di chiusura, 6 settembre 2026 (ripreso da ANSA, Il Post, Il Fatto Quotidiano, Domani, 6-7 settembre 2026).

Banca Etica, Banca Etica e le sanzioni ad Autistici/Inventati: no all'uso delle norme anti-terrorismo contro il dissenso. Urgenti risposte istituzionali, comunicato stampa, 1° settembre 2026, https://www.bancaetica.it/area-stampa/autistici-inventati-banca-etica-condanna-uso-improprio-ofac-valutazioni-per-non-chiudere-il-conto/.

Decode39, Autistici/Inventati case sets a new counterterrorism precedent, Irdi says, intervista a Beniamino Irdi, 27 agosto 2026, https://decode39.com/16319/autistici-inventati-case-sets-a-new-counterterrorism-precedent-irdi-says/.

EDRi (European Digital Rights), EDRi stands in solidarity with Autistici/Inventati, settembre 2026.

Internet Society Italia, La disattivazione di autistici.org minaccia la natura globale e libera di Internet, 6 settembre 2026, https://isoc.it/node/3135.

Sledge, Matt, Trump Goes After Anonymous Email Provider in Italy. The Real Target Is Free Speech in the U.S., "The Intercept", 28 agosto 2026, https://theintercept.com/2026/08/28/trump-antifa-terrorist-websites-free-speech/.

U.S. Department of State, Designation of Autistici/Inventati as a Specially Designated Global Terrorist, 26 agosto 2026.

U.S. Department of the Treasury, Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks, comunicato sb0616, 26 agosto 2026.

U.S. President, Executive Order 13224, Blocking Property and Prohibiting Transactions With Persons Who Commit, Threaten To Commit, or Support Terrorism, 23 settembre 2001.

Waldvogel, Marcel, Autistici/Inventati Sanctions Status, netfuture.ch, 5 settembre 2026.

Letteratura

Berners-Lee, Tim, con Stephen Witt, This Is for Everyone: The Unfinished Story of the World Wide Web, Farrar, Straus and Giroux / Pan Macmillan, New York-London 2025.

CERN, Statement concerning CERN W3 software release into public domain, 30 aprile 1993.

Eghbal, Nadia, Roads and Bridges: The Unseen Labor Behind Our Digital Infrastructure, Ford Foundation, New York 2016.

Foucault, Michel, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; trad. it. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976.

McMillan, David W., e David M. Chavis, "Sense of Community: A Definition and Theory", Journal of Community Psychology, 14, 1, 1986.

Ostrom, Elinor, Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge 1990; trad. it. Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia 2006.

Penney, Jonathon W., "Chilling Effects: Online Surveillance and Wikipedia Use", Berkeley Technology Law Journal, 31, 1, 2016.

Schauer, Frederick, "Fear, Risk and the First Amendment: Unraveling the Chilling Effect", Boston University Law Review, 58, 1978, pp. 685-732.

Sharp, Gene, The Politics of Nonviolent Action, Porter Sargent, Boston 1973.

Star, Susan Leigh, "The Ethnography of Infrastructure", American Behavioral Scientist, 43, 3, 1999.

Swartz, Aaron, Guerilla Open Access Manifesto, Eremo, Italia, luglio 2008.

Tyler, Tom R., Why People Obey the Law, Yale University Press, New Haven 1990.

World Wide Web Foundation, Contract for the Web, 2019.

Ziccardi, Giovanni, Aggiustare il mondo. La vita, il processo e l'eredità dell'hacker Aaron Swartz, Milano University Press, Milano 2022 (open access). I passi citati: RSS 1.0 a quattordici anni, pp. 34-35; Creative Commons, pp. 45-47; l'espressione "aggiustare il mondo", p. 77; il Manifesto, scritto in Italia nel luglio 2008, pp. 91-96; la morte, p. 161; l'accordo con JSTOR e l'uso del Manifesto davanti al Gran Giurì, p. 166; i trentacinque anni, il patteggiamento e le parole di Holder, pp. 170-171.


Fandom e politica, da "The Musk", di P. Bottazzini

Questo brano è tratto da The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista
di P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025

 


 

Dal 2023 Aja Romano su Vox avverte come la pratica politica di Donald Trump abbia permesso di evidenziare una trasformazione nel rapporto tra le figure pubbliche e i loro sostenitori, che si è verificata negli ultimi anni . I personaggi politici intrattengono con il pubblico lo stesso tipo di relazione che intercorre tra i divi dello spettacolo – della musica, del cinema, dello sport – e i loro fan. Uno degli aspetti chiave dell’analisi è l’uso del termine stanning, derivato dalla canzone Stan di Eminem, che racconta la storia di un fan ossessionato dal suo idolo. In ambito politico, il fenomeno dello stanning si manifesta nella difesa incondizionata di un leader, di un eroe disegnato su misura per i bisogni di rivalsa, di protezione, di guida, indipendentemente dalle sue azioni o dichiarazioni. La terra rimane sventurata, e Galileo diventa solo una delle maschere di Snoopy.

Nel caso di Trump, questo atteggiamento ha portato alla creazione di una vera e propria cultura fanatica, dove le critiche non fanno che rafforzare il senso di lealtà tra i suoi sostenitori. È noto che la percezione della verità sia ormai basata su emozioni e fedeltà ideologica, più che su dati verificabili: è possibile che sia sempre stato così, ma in questo momento disponiamo di una maggior numero di strumenti di rilevazione affidabili, per cui possiamo asserire che lo spirito di parte stabilisce il filtro percettivo con cui vengono selezionate le informazioni per la mappatura cognitiva dell’attualità. Questo vaglio delle evidenze viene esercitato dal retroterra ideologico di tutti, soprattutto quando non se ne ha consapevolezza, o quando si ritiene che la propria visione del mondo sia governata dalla trasparenza della verità o della razionalità – come accade anche a Musk e ai suoi fan .

Trump e altri leader populisti hanno trasformato la politica in un’esperienza simile a quella di un grande evento mediatico. Il successo dell’attuale presidente USA non si basa sui programmi, quanto sulla capacità di vendere una narrazione accattivante, l’immagine dell’«outsider» che combatte contro le élite corrotte, alimentando il mito di se stesso come eroe del popolo. Questo schema narrativo è ricorrente in molte culture fan, dove il protagonista è spesso un individuo emarginato che sfida il sistema e vince contro ogni aspettativa.

Happer, Hoskins e Merrin hanno mostrato che il terreno di costruzione del consenso attorno alla figura di Trump è quello dei meme e dei social media, molto più che quello dei media tradizionali – dove la contestazione su base razionale e fattuale delle notizie false, e delle menzogne divulgate dal presidente e dai suoi collaboratori, è risultata inefficace sia durante la campagna elettorale del 2016, sia nel corso dei primi quattro anni di governo. La vera guerra scatenata da e contro Trump non viene combattuta sui media istituzionali, ma nelle trincee delle vignette di pessimo gusto partorite dai forum di 4chan e condivise in milioni di repliche sulle bacheche prima di Facebook, ora di X.com, di Instagram e di TikTok. Da questa indagine, William Merrin può trarre la conclusione che l’ultimo decennio ha sostituito le pubbliche relazioni tradizionali tra la Casa Bianca e la stampa con un nuovo canale di comunicazione privilegiato, e un nuovo metodo di coinvolgimento dell’opinione pubblica, che è la politica dei troll: i nuovi eroi derivano dalle figure della cultura online che si divertono a provocare e a suscitare controversie verbali furiose, con scambi accesi, insulti personali, e del tutto inconcludenti. Ogni epoca, e forse ognuno di noi, ha le armi, i cavalieri, le donne e gli amori – gli eroi – che si merita.

Non si tratta di un meccanismo solo americano o europeo. Uno degli studi più interessanti sulla relazione che intercorre tra consenso politico e fandom è l’indagine condotta da Shouzhi Xia sulle attività messe in opera dalla Lega dei Giovani Comunisti Cinesi su Weibo, uno dei più grandi social media che opera oltre la Grande Muraglia.

L’esame riguarda il modo in cui l’ala giovanile del partito di governo ha coinvolto gli idoli pop affinché appassionassero i loro follower a temi nazionalistici, con connotazioni sia di orgoglio patriottico, sia di odio contro bersagli indicati come avversari.

 


 

RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:

The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025


Il prestigio sociale digitale - Prima parte

Questo è il sesto[1] della serie di articoli dedicata al tema delle comunità sociali digitali.

Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo avvieremo un’analisi mirata a comprendere l’importanza ricoperta dal prestigio all’interno di tutte le comunità sociali digitali.

Buona lettura.

 


 

Contesto e variabili del prestigio sociale digitale

Sono individuabili almeno due variabili che assumono particolare importanza per l’attribuzione del prestigio tra utenti delle piattaforme sociali digitali:

  1. il numero di utenti connessi ad un profilo, la cui importanza è di facile interpretazione: più è alto il numero di “amici” o “follower” che un profilo possiede, più questo profilo può apparire agli altri in possesso di un maggiore prestigio sociale positivo;
  2. il prestigio che viene attribuito da un utente ad ogni singolo follower di un determinato profilo che osserva. Il valore qualitativo che un profilo trae da questo prestigio posseduto dai propri follower è ben più importante: essi, seguendolo, dichiarano di fronte ai propri rispettivi follower il loro interesse[2] per questo profilo che seguono, e perciò ne risultano indirettamente garanti della qualità.

Queste due dinamiche del prestigio sono centrali per la reputazione e per l’appetibilità di ciascun profilo utente. La reputazione di un profilo si forma dunque sia quantitativamente, per il numero di follower da esso posseduti, che qualitativamente attraverso la reputazione di chi è un suo follower.

Appetibilità: tra variabili del prestigio e algoritmo

Inoltre, è a partire da queste variabili che l’algoritmo che regola la piattaforma sociale digitale si fa “suggeritore” di interesse e dunque propagatore dell’appetibilità di un profilo agli eventuali potenziali nuovi follower che ricadono nella rete più ampia di interesse sociale di specifici e determinati altri profili di cui sono follower.

Il profilo utente può sì maturare un proprio prestigio sociale attraverso la metrica quantitativa tipica del punto 1:

sono molto seguito, perciò maggiormente interessante per gli altri utenti;

ma questo stesso valore raggiunge maggiore solidità attraverso la reputazione ottenuta internamente alla rete di specifici circoli di interesse socioculturale tipici del punto 2:

questo profilo è seguito da quell’altro specifico profilo che gode da parte mia di una certa e buona reputazione, all’interno di un ambiente socioculturale di mio interesse; dunque, essendo d’interesse per un membro di prestigio della comunità di mio interesse, anch’esso è per me potenzialmente interessante e, dunque, da seguire.

Il prestigio sociale digitale potrebbe dunque essere inteso come il prodotto del valore di reputazione, a sua volta derivante dal riconoscimento altrui di questi valori quantitativi e qualitativi appena descritti. Così interpretato, il prestigio è sempre qualcosa attribuito dagli altri e non necessariamente ottenuto individualmente e meccanicamente. L’algoritmo si occupa infine della propagazione dell’appetibilità attraverso il suggerimento ad ulteriori profili con in comune uno o più profili di cui sono follower.

La “follow-chain”

Sappiamo ora che entrambe le dinamiche descritte incidono direttamente sugli aspetti della visibilità e della notorietà, dunque sulla raggiungibilità, di un dato profilo. Ciò avviene attraverso l’algoritmo gestionale della piattaforma sociale digitale, il quale si occupa della valutazione meccanica della reputazione di ciascun profilo in termini di interesse potenziale per gli altri profili che gli sono prossimi per connessione. L’algoritmo così valuta di “suggerire” a quegli altri profili un determinato profilo per la quantità e la qualità di connessioni che esso possiede.

L’algoritmo ha una funzione di diffusione.

La meccanica dell’essere followed by è la principale ad essere utilizzata dall’algoritmo della piattaforma per suggerire connessioni ai follower dei nostri follower.

La connessione con un nuovo profilo si rende quindi possibile, oltre che attraverso la ricerca diretta, anche attraverso la comparsa di un “suggerimento” di interesse, dunque attraverso la promozione algoritmica di una catena in cui è sempre la qualità di ciascun nuovo follower posseduto a amplificare la propria visibilità presso i suoi rispettivi follower.

Prestigio sociale digitale: generazione del valore

Questo aspetto delle dinamiche del prestigio ci è qui necessario a far emergere la conversione di valore di prestigio grazie alla combinazione tra numero dei follower diretti al profilo e presenza in essi di follower che sono anche followed by da parte di chi vede il profilo. Se chi osserva un determinato profilo (casomai suggerito), vede che questo è followed by da profili di cui l’osservatore è follower, sarà portato a ritenere “di prestigio” quel profilo che osserva. Ancora di più questa attribuzione di prestigio si accentua quando questo profilo osservato ha ottenuto un riconoscimento che il suo osservatore non ha a propria volta ottenuto da parte di quell’altro profilo che già riconosce come “di prestigio”, di cui è follower ma non followed by.

Modello aspirazionale

Sia nel caso della reciprocità, cioè del riconoscimento tramite follow bidirezionalmente instaurato, che in quello della sua assenza, l’interesse per il prestigio è comunque governato da dinamiche proprie del modello aspirazionale.

Se nel caso della reciprocità il riconoscimento prende la forma della parità, ossia del riconoscersi come pari, nell’altro caso ci troviamo di fronte all’aspirazione al proprio riconoscimento, perciò alla ricerca e all’attesa di un riconoscimento di quella volontà di adesione e/o partecipazione, diretta o indiretta, all’insieme dei valori che caratterizzano chi seguiamo e riteniamo di prestigio. Il riconoscimento da parte di chi riconosciamo essere in possesso di valori di nostro interesse, è un passo verso la realizzazione di quell’aspirazione ad essere inclusi in una cerchia che gode di un determinato status, a cui, evidentemente, aspiriamo.

Per chi pone valore nel prestigio sociale digitale, il traguardo ideale sarebbe il raggiungimento dell’autoportanza dell’afflusso costante di interesse direzionato verso di sé e verso i propri contenuti, da parte degli utenti e dell’algoritmo suggeritore: molti follower ottenuti in stato di totale emancipazione dalla coltivazione di una reciprocità con profili non ritenuti di pari prestigio.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo, al terzo, al quarto e al quinto articolo.

[2] Ricordiamoci che ogni forma di interesse espresso con il proprio follow è una forma di riconoscimento di valore verso il profilo seguito. Si veda il terzo articolo.


Dall’enigma di Majorana ai computer topologici

Come un’ipotesi teorica del Novecento è tornata al centro della corsa al calcolo quantistico

Nel marzo del 1938, su un piroscafo tra Palermo e Napoli, viaggiava uno dei più brillanti fisici italiani del Novecento: Ettore Majorana. Aveva poco più di trent’anni, una reputazione già eccezionale e una mente che Enrico Fermi considerava fuori dal comune. Poi, all’improvviso, scomparve. Da allora il suo nome è rimasto legato a una delle vicende più enigmatiche della storia scientifica italiana.

Ma Majorana non appartiene soltanto alla cronaca del mistero. Oggi il suo nome è tornato in primo piano per una ragione del tutto diversa: alcune idee che portano la sua firma sono diventate un punto di riferimento nella ricerca sui computer quantistici topologici, una delle linee più ambiziose — e più discusse — del calcolo quantistico contemporaneo. In altre parole, un’ipotesi formulata negli anni Trenta è rientrata nella conversazione scientifica e industriale del XXI secolo.

Un nome antico in una frontiera nuova

Per capire perché Majorana venga oggi evocato in relazione ai computer quantistici, bisogna partire da un dato essenziale: il calcolo quantistico non nasce dal desiderio di costruire macchine semplicemente più veloci, ma dall’esigenza di affrontare problemi che i computer classici trattano con grande difficoltà.

I computer tradizionali operano con i bit, unità minime di informazione che possono assumere due soli valori, 0 oppure 1. Questa logica binaria è alla base dell’intera informatica moderna. I computer quantistici, invece, utilizzano i qubit, che sfruttano proprietà della meccanica quantistica per rappresentare simultaneamente più possibilità. Per certi tipi di problemi — dalla simulazione di molecole complesse all’ottimizzazione di grandi sistemi logistici — questo approccio potrebbe offrire vantaggi importanti.

Il punto, tuttavia, è che i qubit sono estremamente fragili. Il loro stato può essere alterato da interferenze minime: vibrazioni, rumore elettromagnetico, variazioni termiche. Questo fenomeno, noto come decoerenza, è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di macchine quantistiche affidabili. Gran parte della ricerca degli ultimi anni si è concentrata proprio su questo: come proteggere l’informazione quantistica dagli errori. È qui che compare Majorana.

Dalla fisica teorica alle quasiparticelle

Negli anni Trenta, Majorana formulò un’ipotesi di grande eleganza teorica: la possibilità che esistano particelle neutre coincidenti con la propria antiparticella. In termini semplici, particelle che non abbiano un “opposto” distinto, perché siano già, per così dire, il proprio opposto. Questa idea, nata nel contesto della fisica relativistica e quantistica, rimase a lungo soprattutto un risultato teorico.

Nel contesto del calcolo quantistico, però, il nome di Majorana è tornato a circolare per un’altra ragione. Alcuni sistemi fisici molto particolari potrebbero ospitare stati collettivi della materia noti come Majorana Zero Modes, spesso descritti come quasiparticelle. Non si tratta, in questo caso, semplicemente della particella immaginata da Majorana in senso elementare, ma di eccitazioni emergenti in materiali progettati in laboratorio. Il loro interesse dipende dal fatto che potrebbero offrire una base più robusta per immagazzinare e manipolare informazione quantistica. [azure.microsoft.com], [arstechnica.com]

Il condizionale, qui, è indispensabile. L’idea è considerata promettente da molti fisici, ma la sua realizzazione sperimentale resta una delle questioni più delicate e controverse del settore. Nature ha sottolineato che gli annunci più recenti di Microsoft rappresentano un passaggio significativo, ma non hanno chiuso il dibattito. Anche una parte della comunità scientifica ha invitato alla prudenza nell’interpretazione dei risultati disponibili. [azure.microsoft.com], [nature.com], [sciencenews.org]

Due strade per lo stesso problema

Nel panorama attuale della computazione quantistica, il nodo centrale è sempre lo stesso: come ridurre gli errori. Le strategie, però, non sono univoche.

Una prima via, seguita da molti protagonisti del settore, consiste nel costruire qubit convenzionali e poi proteggerli attraverso sistemi di correzione degli errori sempre più sofisticati. L’idea, in sostanza, è accettare che il qubit sia fragile e compensare questa fragilità con una complessa architettura di controllo. È una strada tecnologicamente concreta, ma molto costosa: richiede grandi numeri di qubit fisici per ottenere un numero assai più ridotto di qubit effettivamente affidabili.

La seconda via è quella topologica. In questo caso, l’obiettivo non è soltanto correggere l’errore dopo che si è prodotto, ma progettare un sistema in cui l’informazione quantistica sia protetta dalla struttura stessa del dispositivo. La parola “topologico” rinvia alla topologia, il ramo della matematica che studia le proprietà che restano invariate sotto deformazioni continue. Trasportata nella fisica dei qubit, l’idea è che l’informazione possa essere codificata in modo meno vulnerabile ai disturbi locali.

L’analogia più intuitiva è quella del nodo. Un segno tracciato sulla sabbia può essere cancellato da un soffio di vento. Un nodo in una corda, invece, non scompare per una semplice perturbazione locale: per eliminarlo bisogna intervenire in modo più profondo sulla struttura. Il qubit topologico, almeno in teoria, dovrebbe funzionare così: non come un dato depositato in un punto fragile, ma come un’informazione distribuita in una configurazione più resistente.

È su questa possibilità che si fonda buona parte della scommessa di Microsoft. [azure.microsoft.com], [nature.com]

Il caso Majorana 1

Nel febbraio 2025 Microsoft ha annunciato Majorana 1, descritto dall’azienda come il primo processore quantistico basato su una “Topological Core” e come un passaggio rilevante verso una futura architettura scalabile fino a un milione di qubit. L’azienda ha collegato questo avanzamento a una nuova classe di materiali, indicati come “topoconduttori”, e a risultati pubblicati contestualmente anche su Nature. [azure.microsoft.com], [nature.com]

L’annuncio ha ricevuto un’attenzione immediata, sia per il peso dell’azienda sia per il carattere simbolico della rivendicazione: quello topologico è infatti uno dei grandi obiettivi irrisolti del settore. Tuttavia, proprio perché il tema è delicato, molti ricercatori hanno sottolineato la necessità di distinguere tra una tappa importante nella costruzione di dispositivi sperimentali e la dimostrazione definitiva di un qubit topologico pienamente operativo. Alcune voci critiche hanno osservato che i dati finora resi pubblici non convincono ancora tutti gli specialisti. [nature.com], [sciencenews.org]

Non si tratta di una polemica marginale. La ricerca sui sistemi topologici ha conosciuto in passato annunci prematuri e interpretazioni discusse. Per questo, nel campo, i toni sono spesso doppi: da un lato c’è l’interesse per una direzione che, se funzionasse, potrebbe semplificare radicalmente il problema della correzione degli errori; dall’altro c’è la consapevolezza che tra un principio fisico promettente e una tecnologia industriale affidabile esiste una distanza ancora considerevole.

Quando la ricerca diventa strategia industriale

Anche al netto delle incertezze scientifiche, il calcolo quantistico è ormai entrato nella sfera delle tecnologie strategiche. Non è più soltanto una questione da laboratori universitari o da centri di ricerca specializzati: è diventato un terreno di competizione industriale e geopolitica.

Lo dimostra, per esempio, il ruolo della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata ai programmi tecnologici avanzati. Nel 2025 la DARPA ha selezionato Microsoft e PsiQuantum per la fase di validazione e co-progettazione del programma US2QC, inserito nella più ampia Quantum Benchmarking Initiative. L’obiettivo dichiarato è verificare, con criteri indipendenti, se esistano approcci in grado di arrivare a un computer quantistico di utilità industriale entro il 2033. [darpa.mil]

Il linguaggio usato in questi programmi è significativo. Non si parla genericamente di innovazione, ma di “utility-scale operation”, cioè di una soglia in cui il valore computazionale supera finalmente il costo del sistema. È un modo per dire che il problema non è soltanto costruire qualcosa che funzioni in laboratorio, ma qualcosa che sia davvero utile in condizioni realistiche.

Un mercato piccolo, ma non più teorico

Anche i dati economici confermano che il quantum è uscito dalla fase puramente speculativa. Secondo Research and Markets, il segmento del calcolo quantistico topologico sarebbe passato da 3,18 miliardi di dollari nel 2025 a una previsione di 3,94 miliardi nel 2026, con un’ulteriore crescita attesa entro il 2030. Si tratta di stime di mercato, quindi per definizione da leggere con prudenza; ma indicano comunque che il settore viene ormai osservato come un comparto industriale in formazione, non più soltanto come un insieme di promesse accademiche. [researchan...arkets.com]

Più in generale, il McKinsey Quantum Technology Monitor 2026 segnala che oltre 300 organizzazioni nel mondo stanno collaborando con aziende del settore e stima che il quantum computing potrebbe generare fino a 2,7 trilioni di dollari di valore economico globale entro il 2035. Anche in questo caso bisogna distinguere tra prospettive e risultati acquisiti, ma il messaggio è chiaro: l’interesse non è più confinato a una nicchia di specialisti. [mckinsey.com]

Che cosa potrebbe cambiare davvero

Il punto decisivo, però, non è l’ammontare degli investimenti. È il tipo di problemi che un calcolo quantistico maturo potrebbe rendere trattabili.

Uno dei campi più citati è la simulazione molecolare, con possibili applicazioni nella progettazione di farmaci e nella scienza dei materiali. La chimica quantistica, infatti, è uno dei casi in cui la natura del problema sembra adattarsi bene agli strumenti quantistici. Altri ambiti frequentemente evocati sono l’ottimizzazione logistica, l’analisi finanziaria avanzata e alcuni segmenti della ricerca sui materiali ad alte prestazioni.

Conviene tuttavia evitare due errori simmetrici. Il primo è immaginare il computer quantistico come una macchina universale destinata a sostituire in blocco l’informatica classica. Non è questo lo scenario più realistico. Il secondo è ridurlo a un esercizio teorico senza ricadute pratiche. Anche questo, oggi, sarebbe riduttivo. Più plausibile è pensare a sistemi ibridi, in cui calcolo classico e quantistico collaborano, con vantaggi mirati su problemi ben definiti.

Una lezione di lungo periodo

La storia che collega Majorana al quantum computing ha, in fondo, un valore che va oltre la tecnologia. Ricorda che le idee scientifiche non seguono i tempi brevi dell’attenzione pubblica. Possono nascere come costruzioni teoriche molto astratte, restare ai margini per decenni e riapparire poi in un contesto del tutto diverso, dove acquistano un significato nuovo.

Naturalmente, sarebbe improprio trasformare Majorana in un profeta retrospettivo del computer quantistico. Le sue ricerche appartenevano a un altro orizzonte, e il rischio dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo. Ma non è anacronistico osservare che alcune delle categorie concettuali elaborate nella fisica fondamentale del Novecento stanno oggi riemergendo in un settore dove si incrociano scienza dei materiali, ingegneria, matematica e strategia industriale.

Se la via topologica si rivelerà davvero praticabile, il nome di Majorana sarà associato non soltanto a una scomparsa ancora irrisolta, ma a uno dei tentativi più complessi della tecnologia contemporanea: rendere stabile, e quindi utile, una macchina che finora ha mostrato soprattutto il proprio potenziale. Se invece quella strada si rivelerà più difficile del previsto, resterà comunque un fatto notevole: a quasi novant’anni di distanza, un’ipotesi nata nella fisica teorica continua a orientare una parte importante della ricerca sul futuro del calcolo.


Follow: insoddisfazione e sue conseguenze

Questo è il quinto[1] della serie di articoli dedicata al tema delle comunità sociali digitali.

Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo ragioneremo sulle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, con l’intento di avvicinarci sempre di più a comprendere che posizione ricopra la Soddisfazione dell’utente nelle comunità sociali digitali.

Buona lettura.

 


 

La meccanica dell’approvazione e la soddisfazione sociale

In senso generale, la meccanica dell’approvazione è spesso alle radici della Soddisfazione (o dell’insoddisfazione) sociale dell’essere umano. Lo è sia sul piano personale (psico-emotivo) che su quello del prestigio sociale. Lo è per l’utente delle piattaforme sociali digitali, sia c.v.r. che s.v.r.[2].

Ogni azione di approvazione ricevuta genera un sentimento positivo, mentre ogni diniego o trascuratezza (ghosting) della richiesta effettuata ("di seguire" o di "amicizia") influisce negativamente sul piano psico-emotivo dell’utente richiedente: contravviene alla sua attesa della considerazione ricercata[3].

Nelle piattaforme sociali digitali ogni approvazione di una richiesta produce un valore positivo sul piano psicologico individuale e altrettanto su quello del prestigio sociale.

L'effetto percepito dal richiedente che si vede una considerazione ricevuta sul piano sociale digitale talvolta somiglia al valore di quella “grazia ricevuta”[4] appartenente al piano mistico-spirituale.

Sia l’accettazione di una richiesta che il follow back sono forme di riconoscimento gratuito: sono un “dono ricambiato”[5] che procura gratificazione, contribuendo alla Soddisfazione dell’utente.

Le meccaniche inverse del Follow

Prima di affrontare il prossimo punto, è necessario passare rapidamente in rassegna le meccaniche inverse del Follow, ossia della rimozione della connessione unidirezionale.

Attualmente ne esistono due forme:

  1. il cosiddetto “Unfollow”, ossia l’azione della rimozione di sé da follower di un profilo altrui;
  2. il “follower removal”, ossia l’azione di rimozione dai propri follower di un profilo utente che ci segue[6].

Queste meccaniche rimangono anch’esse entrambe svincolate dalla reciprocità, non generando effetti bidirezionali come accade invece nel caso già trattato della rimozione nei contesti delle piattaforme sociali digitali, sia c.v.r..

Le conseguenze dell’insoddisfazione

Se l’essere follower e l’accettare una richiesta di essere seguiti sono forme di approvazione che ciascuno degli utenti fa verso l’esistenza altrui, cosa può nascere allora dal loro diniego?

L’insoddisfazione può dare vita a forme “di riparazione”, come è la pratica dell’Unfollow di un profilo da cui ci si attendeva un follow back mai ricevuto. Ancora più estrema è l’azione del Blocking, ossia quando l’utente insoddisfatto impedisce all’utente che non lo ha contraccambiato di vedere il profilo, i post, le storie o di interagire con esso. Una forma intermedia appartiene invece al campo del potere di limitazione, ed è quella dell’azione del Restricting, che consiste nel limitare le interazioni di un utente senza che egli lo possa sapere[7].

L’insoddisfazione, specialmente di questo genere, scaturisce spesso da una percezione comparativa che l’utente fa del proprio prestigio sociale digitale e individuale con quello di chi ha ricevuto in dono il suo follow. Una comparazione basata sul posizionamento che si possiede (di uno status raggiunto autopercepito) e che si è ottenuto all’interno del contratto sociale a cui entrambi partecipano.

Laddove questa misurazione del prestigio non supera una giustificazione alla disattenzione  altrui, subentra l’insoddisfazione.

 

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Nel prossimo articolo inizieremo approfondiremo il sistema e le meccaniche del prestigio sociale digitale.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo, al terzo e al quarto articolo.

[2] “Con” o “senza” il vincolo di reciprocità sono forme del contratto sociale digitale che abbiamo affrontato rispettivamente nel primo e nel secondo articolo.

[3] Per approfondire la relazione tra Soddisfazione e Follow si veda il terzo articolo.

[4] La concessione di fiducia da parte del richiedente talvolta prende i connotati del fenomeno religioso di impegno che il fedele assume e mantiene nei confronti del divino o del santo, purché la stessa ne esaudisca le richieste, ovvero del ringraziamento per una grazia ricevuta, definito anche come “ex voto”.

[5] Continuiamo a familiarizzare con il fenomeno degli “Ex voto” in campo religioso, che ci tornerà utile in un prossimo articolo in cui analizzerò il Follow sotto l’aspetto del dono.

[6] Nel particolare caso del follower removal, questa meccanica è stata resa possibile grazie alla più recente introduzione da parte di Instagram di una specifica funzione, introdotta per fornire agli utenti la possibilità di agire in modo più efficiente nella rimozione di “connessioni indesiderate”. Lo stesso strumento potrebbe, anche se non avviene mai, essere messo in pratica da chi pratica l’unfollow, col fine di ripristinare una forma di reciprocità che ripristini una parità sociale digitale. Teniamolo a mente perché ci tornerà utile nei prossimi articoli.

[7] Il Restricting produce per l’utente limitato una serie di effetti. La limitazione consiste nella riduzione della visibilità dei commenti al solo utente che ha limitato e a quello limitato (a meno di una approvazione di visibilità pubblica per ciascun commento), oltre che al nascondimento dello status online di chi applica le restrizioni e della conferma di effettuata lettura dei messaggi inviati da parte di quello stesso utente a cui si applica la limitazione.


L’ambiente digitale come spazio di racconto collettivo

Nell’era della comunicazione costante, la capacità narrativa dell’essere umano viene sostenuta e amplificata dai media digitali e dalla Rete di Internet. Comunicare è diventato sempre più veloce, immediato, più facile. Eppure, proprio questa possibilità rischia talvolta di trasformarsi in un imperativo categorico. Comunicare sempre, comunque, spesso a discapito della qualità dei contenuti che scegliamo di condividere e della motivazione per cui farlo. Se è vero, come ci ricorda la pragmatica della comunicazione, che è impossibile non comunicare, è altrettanto vero che poter decidere il contenuto e le modalità della comunicazione, rappresenta una forma fondamentale di libertà e di responsabilità. Questa possibilità ci permette di non perdere di vista l’essenza della narrazione, la capacità di costruire significati collettivi e di condividerli con gli altri.

In questo senso, il linguaggio non è solo un mezzo per trasmettere informazioni ma è un dispositivo costitutivo della nostra esperienza soggettiva e del nostro modo di comprendere il mondo sociale. Attraverso le parole, modelliamo il modo in cui pensiamo a noi stessi e agli altri, attribuiamo senso alle esperienze e costruiamo significati condivisi che esercitano un potere organizzativo sulla realtà sociale e psicologica. Il linguaggio e le parole che usiamo, non si limitano a descrivere ciò che accade, ma contribuiscono attivamente a strutturare l’esperienza, le relazioni e le forme del vivere comune. Per questo, oggi più che mai, è necessario interrogarsi criticamente su ciò che scegliamo di raccontare e sul modo in cui lo facciamo.

Therapy speak e la costruzione della cultura terapeutica

Negli ultimi anni, il vocabolario collettivo si è progressivamente arricchito di termini provenienti dal lessico psicologico e psicoterapeutico, entrati a pieno titolo nel linguaggio quotidiano. Il cosiddetto therapy-speak indica proprio la diffusione di parole come trauma, gaslighting, confini (boundaries), narcisismo, dipendenza emotiva e molti altri concetti psicologici utilizzati al di fuori del loro contesto professionale. Spesso questi termini vengono impiegati con significati semplificati, parziali o distorti rispetto al loro uso clinico originario. Questa pratica si è diffusa in modo massiccio soprattutto nei media digitali e nei social network, dove parole nate in ambito terapeutico sono diventate talvolta categorie interpretative della vita quotidiana.

Da un lato, la circolazione di un vocabolario psicologico può riflettere una maggiore attenzione verso i temi della salute mentale e contribuire, almeno in parte, a ridurre lo stigma e gli stereotipi associati al disagio psichico. Dall’altro lato, però, l’uso superficiale o strumentale del linguaggio terapeutico rischia di produrre fraintendimenti e banalizzazioni. In alcuni casi, termini clinici vengono trasformati in etichette moralizzanti o in strumenti di esclusione e conflitto, perdendo la loro funzione originaria. Gli spazi digitali, inoltre, impongono modalità comunicative specifiche, caratterizzate da contenuti brevi, emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. In questo contesto, le informazioni psicologiche si moltiplicano fino a creare una ridondanza di concetti psicologici, non sempre accompagnati da accuratezza o profondità.

La divulgazione psicologica online mostra infatti una profonda ambivalenza. Essa può aumentare la consapevolezza e offrire strumenti di comprensione, d’altro canto rischia di indebolire l’autonomia individuale e la capacità di affrontare il conflitto e l’incertezza, alimentando una dipendenza simbolica dal sapere esperto e dal riconoscimento emotivo.

Alcuni studi empirici confermano questa tensione. Le ricerche sulla mental health literacy online indicano che l’esposizione a contenuti psicologici sui social media può aumentare la consapevolezza sui temi della salute mentale, ma anche favorire l’auto-diagnosi e una maggiore insoddisfazione soggettiva, soprattutto quando il linguaggio clinico viene applicato indiscriminatamente all’esperienza quotidiana (Berryman et al., 2023). perciò, talvolta il linguaggio terapeutico non si limita a descrivere la sofferenza, ma contribuisce a plasmarla, insegnando agli individui a leggere se stessi come potenzialmente disfunzionali.

Le piattaforme digitali hanno un ruolo centrale in questo processo perché premiano contenuti emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. Studi recenti mostrano come una parte significativa dei contenuti più popolari sulla salute mentale contenga informazioni inaccurate, generalizzazioni e un uso improprio dei concetti clinici. Un’inchiesta del Guardian (2025), basata sull’analisi dei cento video più visualizzati su TikTok sotto hashtag legati alla salute mentale, ha rilevato che oltre la metà presentava forme di disinformazione o semplificazione fuorviante, contribuendo a patologizzare esperienze emotive ordinarie e a diffondere l’idea di “soluzioni rapide” a problemi complessi.

Quando i termini clinici entrano stabilmente nel discorso ordinario e diventano categorie di senso condivise, non si limitano più a descrivere stati psichici individuali. Essi possono contribuire a costruire una nuova visione di chi siamo e di come interpretiamo l’esperienza umana, diventando parte integrante di un paradigma culturale emergente. 

Il linguaggio terapeutico, così pervasivo, diventa una lente interpretativa che orienta il modo di guardare il mondo, una lente che tende a leggere l’essere umano soprattutto come entità emotiva da monitorare e analizzare, piuttosto che come soggetto attivo inserito in relazioni sociali, conflitti politici e contesti collettivi.

La cultura terapeutica si radica e si propaga proprio attraverso le parole. In un momento storico in cui i media digitali amplificano linguaggi sempre più intrecciati con la psicologia, non basta interrogarsi su quali parole utilizziamo, è necessario comprendere il potere che esse esercitano nel costruire il nostro mondo esperienziale e sociale.

Quando il therapy-speak diventa il lessico di riferimento non solo nei media digitali, ma anche nella comunicazione quotidiana, avviene qualcosa di più profondo di una semplice espansione del vocabolario. Si ridefiniscono le condizioni stesse del dialogo sociale e del modo in cui ci percepiamo come individui e come collettività. Le parole che scegliamo strutturano il racconto che facciamo di Noi, dell’Altro e del mondo e costruiscono i significati condivisi della realtà. Le parole che usiamo non sono meri descrittori, ma introducono e definiscono cornici interpretative che influenzano il modo in cui leggiamo la realtà.

Vedere il mondo attraverso la lente del linguaggio terapeutico

La questione, dunque, non risiede nell’uso del linguaggio psicologico in sé, ma nella sua trasformazione in un codice totalizzante, un nuovo paradigma culturale. In questo slittamento, il linguaggio terapeutico smette di essere uno strumento e diventa un orizzonte di senso che assorbe e riorganizza ogni forma di esperienza.

La psicologia non opera più soltanto come disciplina clinica, ma come paradigma culturale dominante, un linguaggio privilegiato attraverso cui gli individui guardano a se stessi, alle relazioni e al mondo sociale. I media digitali accelerano e normalizzano questo processo, trasformando la Rete in uno spazio in cui il lessico psicologico circola in forma frequentemente semplificata, decontestualizzata e spesso sganciata dal suo significato originario.

Riconoscere che il linguaggio è una porta d’accesso ai significati collettivi significa comprendere che il modo in cui parliamo di noi stessi e degli altri non plasma solo il discorso privato, ma anche le strutture simboliche attraverso cui una società interpreta il disagio, il conflitto, l’identità e persino la politica. Come osserva Furedi, la psicologia intesa come paradigma culturale non è neutrale, essa contribuisce a definire ciò che consideriamo normale, sano, problematico o patologico.

L’integrazione dei concetti psicologici nel linguaggio comune aumenta quindi la responsabilità collettiva nel modo in cui scegliamo di raccontarci e quindi  di pensare a noi stessi, non solo in quanto individui ma in quanto agenti sociali e collettivi. 

Il successo del linguaggio terapeutico nel discorso pubblico non è casuale. In un contesto sociale segnato da incertezza, accelerazione e frammentazione delle esperienze collettive, le categorie psicologiche offrono narrazioni accessibili, riconoscibili e immediatamente spendibili. Esse promettono spiegazioni rapide del disagio e una forma di legittimazione emotiva che potrebbe rispondere a un bisogno diffuso di essere visti, compresi e riconosciuti. Il therapy-speak perciò si adatta perfettamente alle logiche dei media digitali, che premiano contenuti e capaci di produrre coinvolgimento immediato.

Difficoltà relazionali, frustrazioni lavorative o conflitti sociali vengono reinterpretati come segnali di una fragilità individuale, spostando l’attenzione dalla dimensione collettiva e strutturale a quella emotiva e personale. La sofferenza perde così il suo statuto di esperienza universale e condivisa e diventa un indicatore di rischio da monitorare, prevenire e correggere. Il rischio è che questa trasformazione conduca a una riduzione delle aspettative sociali nei confronti dell’individuo, sostituendo l’idea di responsabilità e di agency con quella di una vulnerabilità permanente. Viene allora da chiedersi che cosa dica di noi, come società, questo bisogno di spiegare la realtà, gli eventi, i conflitti, le relazioni quasi esclusivamente attraverso categorie psicologiche.

Forse il successo del linguaggio terapeutico risiede proprio nella sua capacità di offrire mappe immediate in un mondo percepito come instabile e opaco. In un contesto segnato da incertezza economica, frammentazione sociale e crisi delle narrazioni collettive, le categorie psicologiche promettono riconoscimento emotivo e un senso di controllo sull’esperienza. Tuttavia, quando queste mappe diventano l’unico modo di orientarsi nella realtà, rischiano di semplificare ciò che è intrinsecamente complesso e di ridurre l’esperienza umana a una sequenza di stati interiori da decodificare.

Scegliere le parole da dirsi 

Diventa quindi fondamentale riappropriarsi di una posizione attiva e consapevole rispetto alle parole che utilizziamo e ai contenuti che scegliamo di condividere e diffondere. Accettare la fatica della complessità, rinunciare a etichette immediate e riconoscere che non ogni disagio richiede una diagnosi, né ogni conflitto una spiegazione psicologica individuale. 

Questa consapevolezza non può essere intesa come un gesto puramente individuale, ma come una necessità collettiva. Una pratica collettiva che riguarda il modo in cui costruiamo lo spazio pubblico, il dibattito e le narrazioni condivise. Coltivare uno sguardo critico sul linguaggio significa assumersi la responsabilità di costruire, insieme, narrazioni più complesse, capaci di tenere conto tanto della dimensione emotiva quanto di quella sociale, politica e relazionale dell’esperienza umana. Solo così il linguaggio potrà tornare a essere non uno strumento di semplificazione o di controllo, ma uno spazio di confronto, di significazione condivisa e di autentica possibilità trasformativa.

Scegliere le parole con cura non vuol dire censurare l’esperienza emotiva, ma restituirle profondità, collocandola dentro relazioni, contesti e responsabilità comuni. In questo senso, il linguaggio può tornare a essere non solo uno strumento di riconoscimento del disagio, ma anche un luogo in cui immaginare forme diverse di convivenza, di agency e di trasformazione sociale.


Il fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web

Ho incontrato un'interessante analisi sul fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web, proposta dal canale Youtube La Sedia a 2 Gambe.

Divulgatore della Cultura di Internet, l’anonimo autore di questo canale utilizza l’espediente di dialogo con la protagonista narrativa di questi video: una sedia a due gambe.

Assieme, i due esplorano in modo originale, coinvolgente, chiaro e senza prendersi troppo sul serio, il mondo di Internet, analizzandone i fenomeni e i trend virali che hanno plasmato la cultura online, dai suoi albori fino ai nostri tempi.

Qui di seguito vi proponiamo la nostra rilettura dei contenuti di questo interessante video.

 


La tesi centrale

Pensiamo che l’analisi del linguaggio digitale debba oramai superare la riduzione di questo fenomeno a sola manifestazione estetica marginale o contingenziale. Chi studia la comunicazione umana non può non concordare sulla necessità di uno studio strutturale delle architetture del significato del linguaggio del mondo online.

La tesi sostenuta nel video-documento “L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET”, è che la nuova lingua di Internet non rappresenti una degenerazione entropica del codice verbale, bensì un meccanismo adattivo, difensivo e identitario estremamente sofisticato. Tale mutazione è oggi sempre più modellata dalla pressione selettiva degli algoritmi e dal collasso sistemico dei confini tra le comunità digitali.

Da questo video-documento è possibile formulare la seguente tesi:

La lingua di internet non è un sistema di comunicazione unitario o stabile, ma un ecosistema frammentato in "corridoi" (micro-comunità) in cui il lessico non serve a spiegare concetti, ma funge da strumento di sopravvivenza contro gli algoritmi (Algospeak) e da segnale di appartenenza identitaria.

È una lingua dal ciclo di vita effimero: nasce per necessità o nicchia e "muore" non appena viene cooptata dalla cultura di massa o dai brand.

Scopriamo i motivi che portano a questa formulazione.

La genesi storica

Le radici dei gerghi digitali affondano nell'era dei primi forum e delle BBS[1], dove la comunicazione rispondeva a stringenti vincoli economici e tecnici.

Per comprendere l’evoluzione del gergo, occorre considerare la comunicazione come un asset a costo variabile: più andiamo indietro nel tempo, più ogni carattere di ciascuna parola inviata su una chat ha avuto un costo evidente apprezzabile (pensiamo ad esempio agli SMS a pagamento di una volta). La necessità di minimizzare i propri costi di comunicazione ha generato un processo di ragionamento pratico che ha spinto l’utente a una sintesi estrema del linguaggio, dando vita ad acronimi e abbreviazioni, non come vezzo stilistico, ma come ottimizzazione delle risorse. 

Sempre storicamente, il passaggio al "Leet Speak" (l'uso di numeri come il 7 per la “T” o il “3” per la “E”) ha invece rappresentato l'adozione di un “metodo geometrico” applicato alla comunicazione. Questa necessità è nata per bypassare i filtri automatici di forum o chat, quando ancora essi erano rigidi e prevedibili; pertanto, la deviazione morfologica offriva un bypass sicuro alla “censura”.

L'adozione odierna di termini gergali come «Rizz»[2], «Simp»[3] o «Based»[4] è comprensibile solo nel micro contesto di adozione[5] o nel contesto cronologico, prima della loro nascita e del loro utilizzo poi.

L’utente internet va costantemente cercando un punto di equilibrio che renda efficace la propria comunicazione, correndo sempre il rischio che non si concili con le regole generali “dettate” dagli algoritmi o dalle comunità digitali.

Il significato di queste espressioni non è infatti fissato a monte da un'autorità, ma bilanciato costantemente tra l'intenzione dell'utente e il "vibe" della comunità.

Questo comportamento stabilisce chi è insider e chi è outsider, agendo come una difesa contro l'intrusione di contesti esterni non autorizzati.

La pressione dell'algoritmo e l'Algospeak

Nell'ecosistema attuale, il filtro tecnologico non è un canale passivo (rigido e prevedibile) ma un attore dinamico che impone una ragionamento causale costante agli utenti. Il fenomeno dell'Algospeak (ad esempio l'uso di "seggs" in luogo di "sex") nasce da un'inferenza logica basata sull'osservazione:

"Se utilizzo il termine X, la macchina attua l’oscuramento, la demonetizzazione o la rimozione di un contenuto; dunque, devo sintetizzare il termine in Y".

Questa pratica può essere interpretata come un ragionamento dei segni, in cui l'utente interpreta i pattern di moderazione dei bot per prevederne il comportamento e aggirarne la censura.

Tale gara contro la macchina accelera parossisticamente il ciclo di vita dei termini.

Inoltre, nel momento in cui una parola viene adottata dalla massa o dai brand, essa perde la sua funzione di segnale protetto e diventa "radioattiva" o "cringe". La morte semantica del termine avviene quando la sua utilità tattica viene neutralizzata dalla visibilità mainstream, confermando che la lingua digitale è, prima di tutto, uno strumento di sopravvivenza morfologica contro i pattern di riconoscimento automatizzati.

Il Collasso dei Contesti e la Frammentazione del Feed

Il passaggio dai forum tematici al feed unico di TikTok e Instagram ha determinato il "collasso dei contesti".

In questo scenario, la filosofia del linguaggio ordinario “tradizionale” arranca a tenere il passo: non esiste più un linguaggio "ordinario" condiviso, ma una miriade di "micro-ordinarietà" isolate in “corridoi semiotici”[6] divergenti, in costante evoluzione, comparsa e scomparsa.

L'utente "cronicamente online" naviga in questi corridoi subendo continue “collisioni contestuali”, dove un termine può essere simultaneamente un marcatore culturale AAVE[7], un insulto o un’espressione ironica a seconda della comunità digitale di riferimento.

Assistiamo qui a una forma estrema di ingegneria concettuale:

le comunità ridefiniscono costantemente termini legati all'identità, al genere o alla razza per proteggere i propri significati dalla distorsione esterna. L'incomprensibilità per chi è esterno non è un limite cognitivo, ma la prova della frammentazione dello spazio digitale in ecosistemi dove la comunicazione serve a escludere tanto quanto a includere.

In questi "corridoi semiotici", l'incomprensibilità è il risultato finale di una navigazione in feed che non comunicano più tra loro.

Conclusioni

Dalla genesi tattica del Leet Speak alla resistenza algoritmica dell'Algospeak, fino alla frammentazione dei feed, la tesi iniziale trova piena conferma.

La mutazione linguistica digitale ha ormai permeato la realtà fisica e istituzionale, eliminando ogni possibile distinzione tra "online" e "offline". Ne sono prova il CAREN Act a San Francisco[8] o il discorso della senatrice australiana Fatima Payman[9], che ha portato il gergo di TikTok nei ranghi del Parlamento, dimostrando come la politica stessa inizi a emulare i pattern di un commento generato da un bot.

Possiamo affermare che questo nuovo linguaggio è la "condizione di possibilità" stessa della comunicazione nel XXI secolo. Esso non è una corruzione della parola, ma l'unica risposta coerente a un ambiente dominato da filtri robotici, sorveglianza algoritmica e collisioni culturali permanenti.

In ultima analisi, l’ecosistema linguistico di Internet si mostra in costante mutazione comunicativa, con un linguaggio che non è solo un insieme di “termini e parole”; piuttosto, questo linguaggio, è l'organo adattivo di un'umanità che tenta di restare udibile in un mondo progettato per essere filtrato.

 

 


 

NOTE:

[1] Acronimo di “Bulletin Board System”, è un sistema telematico sviluppato negli anni 1970 per consentire a computer remoti di condividere o prelevare risorse accedendo a un calcolatore centrale. Il sistema ha costituito il fulcro delle prime comunicazioni telematiche amatoriali, dando vita alla telematica di base, portando a novità quali la messaggistica e il file sharing centralizzato.
Nell'uso corrente, soprattutto in giapponese, indica anche i forum, i guestbook e i newsgroup su Internet. (da Wikipedia - vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)

[2] Tutti e tre questi termini gergali hanno già raggiunto larga diffusione e ciascuno ci è utile a rappresentare un genere di evoluzione diversa dei termini del linguaggio del Web. «Rizz» ad esempio è stato eletto parola dell'anno 2023 da Oxford Languages, è un termine slang della Gen Z, nato in rete intorno al 2022, ed esploso nel 2023 dopo un'intervista all'attore Tom Holland, diventando virale sui social.

Per approfondire il significato, di questo e dei seguenti termini, consultare il dizionario https://www.merriam-webster.com/.

[3] Il termine «Simp», sebbene nato negli anni '80/90 nell'hip-hop, è esploso su TikTok nel 2020, venendo talvolta considerato tossico o misogino. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.

[4] Il termine «Based» nasce nell'ambito hip-hop, inizialmente con connotazioni negative ma riabilitato dal rapper Lil B per indicare autenticità e indipendenza di pensiero. Oggi, nel gergo internettiano, "based" è un complimento. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.

[5] In riferimento alle comunità digitali, ma soprattutto alle "Fandom" e "micro-fandom": termini usati per indicare le nicchie online specifiche d’interesse. Nel video-documento di cui scriviamo vengono citati ad esempio i fan di My Little Pony, Death Note o Supernatural, i quali creano o distorcono significati linguistici per farsi riconoscere dai propri simili o per escludere gli estranei alla fandom.

[6] L'autore del video spiega che non esiste un "online" come luogo unico e condiviso, ma che la rete è strutturata in «migliaia di corridoi diversi nello stesso edificio». Questo termine viene usato come metafora per descrivere i diversi "feed" o micro-comunità in cui il linguaggio cambia drasticamente da un ambiente all'altro. Se seguiamo il discorso dell’autore, capiamo come le parole fungano da simboli o "segni" di riconoscimento tra gli utenti, perciò molto interessanti da rileggere sotto il profilo di valore semiotico.

[7] Acronimo di “African American Vernacular English”, ossia delle forme dell’inglese afro-americano con forti caratteristiche di pronuncia fonetica, uso dei tempi verbali difforme e forme lessicali proprie. Di grande diffusione recente per via delle celebrities statunitensi internazionali, in particolare del mondo musicale. (Vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)

[8] L’acronimo “CAREN” sta per “Caution Against Racially Exploitative Non-Emergencies” Act, una legge cautelativa introdotta nel 2020 a San Francisco, volta a contrastare le chiamate alla polizia per non-emergenze sfruttate razzialmente. Il nome di questa legge prende origine direttamente dal mondo online, dal meme "Karen". Questo meme è diventato popolare sui social media per indicare persone, solitamente donne bianche, che chiamano i servizi di emergenza per segnalare attività innocue svolte da persone di colore (es. barbecue al parco e fare jogging).

[9] La senatrice indipendente australiana Fatima Payman ha attirato l'attenzione mediatica per l'uso di un linguaggio estremamente colloquiale e internettiano, tipico delle Gen Z/Alpha, utilizzato durante i suoi discorsi parlamentari. Noto e virale sui social è il video di un intervento al Senato del settembre 2024 in cui ha definito il governo "yapaholics", e definito il Primo Ministro "CEO of Ohio" e lo ha invitato a "mettere le patatine nel sacchetto" (put the fries in the bag), generando ilarità e discussione.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonte principale:
“L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET” di La Sedia a 2 Gambe: https://www.youtube.com/watch?v=RAchbLpoQJ0

Per approfondimenti invece:

BBS:

AAVE (ex “Black English):

Dizionario Merriam-Webster: https://www.merriam-webster.com/

Algospeak: https://medium.com/@Giaimo_Jr/la-libert%C3%A0-come-atto-di-ingegno-algospeak-la-lingua-nata-per-sfuggire-agli-algoritmi-di-b4ae46e90f71 

CAREN Act: https://www.theguardian.com/us-news/2020/oct/20/caren-act-san-francisco-racist-911-calls#:~:text=5%20years%20old-,San%20Francisco's%20'Caren%20Act'%20makes%20placing%20racist%20911%20calls%20a,to%20investigate%20people%20of%20color. 


Corri, il nemico ti ascolta

La spazzatura è un giacimento di informazioni

Kevin Mitnick è stato uno dei primi hacker a diventare una celebrità universale. Nelle sue ricostruzioni degli attacchi condotti contro agenzie federali, come il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e contro multinazionali come la DEC e Motorola, riferisce che il metodo più efficace per eseguire il primo accesso nei sistemi riservati consiste nel farsi consegnare la password dai dipendenti stessi. La prima fonte di informazioni per l’hacker è la consultazione delle liste di numeri telefonici interni, di nomi di impiegati di sale riunioni, di settori, di ali e piani dei palazzi: tutti dati che negli anni Novanta, e ancora nei primi anni dopo il Duemila, si potevano rintracciare nella spazzatura raccolta vicino agli uffici, cercando tra le mazzette di documenti stampati e gettati. Mitnick prendeva confidenza con acronimi e riferimenti interni; poi chiamava il centralino fingendosi un collaboratore, di cui aveva recuperato identità e collocazione, e simulava una richiesta di aiuto, in via amichevole, per recuperare le credenziali smarrite.

Oggi per ottenere informazioni segrete non serve più un simile istinto di ingegneria sociale: in un certo senso, è sopravvissuta solo la parte di ispezione del pattume, ma trasfigurata nell’ambiente digitale. In un saggio per il Global Investigative Journalism Network, Santiago Villa ricostruisce come l’app di fitness Strava sia diventata, negli ultimi anni, uno strumento potente per il giornalismo investigativo e l’OSINT (l’Open Source Intelligence è l’etichetta con cui si nobilita la versione online dell’inclinazione patologica a frugare nell’immondizia altrui). Ma è anche una fonte ricorrente di vulnerabilità per militari, agenti di sicurezza e leader politici: attraverso l’analisi dei dati pubblici delle attività sportive condivise dagli utenti, reporter e ricercatori hanno individuato basi militari segrete, identificato membri di scorte presidenziali e persino tracciato gli spostamenti di capi di Stato. Fondata nel 2009, e oggi con oltre 135 milioni di utenti in più di 190 Paesi, Strava è spesso definita il Facebook dei runner: consente di registrare allenamenti, condividerli, commentarli e assegnare kudos. Tuttavia, la stessa dimensione sociale che rende l’app coinvolgente ha aperto negli anni numerose falle in termini di sicurezza e riservatezza.

Basi militari e presidenti

Già nel 2018 una heat map globale pubblicata da Strava, che mostrava le aree più frequentate dagli utenti, aveva permesso ad analisti OSINT di individuare movimenti all’interno di basi militari statunitensi in Iraq e Siria, installazioni britanniche nelle Falkland, e perfino nei pressi dell’Area 51. Tra i primi a sfruttare questi dati vi furono ricercatori indipendenti e membri di Bellingcat, che dimostrarono quanto fosse semplice estrarre informazioni sensibili da attività apparentemente innocue.

Un caso recente riguarda Israele. Nell’ottobre 2024 il giornalista Omer Benjakob di Haaretz ha segnalato alle autorità un utente sospetto, Kevin D, che dichiarava di trovarsi in Texas ma registrava decine di corse in basi militari israeliane. In realtà, caricando allenamenti fittizi in luoghi specifici, l’utente riusciva a vedere i profili di chi aveva davvero sgambettato traspirando sudore autentico in quelle aree (purché non avesse attivato le impostazioni di privacy più restrittive). Molti soldati aveva trascurato questo gesto di prudenza (che avrebbe penalizzato la visibilità virtuale dei loro muscoli), divulgando insieme alle loro prodezze molti altri dati sensibili.

La svolta è arrivata con l’inchiesta #StravaLeaks pubblicata nel 2024 da Le Monde, firmata dai reporter Sébastien Bourdon e Antoine Schirer – che hanno ammesso, non senza qualche imbarazzo, di essere i gestori (ragionevolmente muscolosi) del profilo di Kevin D. I due giornalisti hanno identificato membri del Groupe de Sécurité de la Présidence de la République (GSPR), la scorta del presidente francese Emmanuel Macron, analizzando le loro attività sportive. Il metodo è stato semplice ma efficace: simulare una corsa in un luogo altamente selettivo, come la residenza privata del presidente, per individuare chi altro avesse corso lì. Una volta identificati i profili sospetti, i giornalisti hanno mappato con strumenti Python tutte le attività pubbliche, incrociando date e località con gli spostamenti ufficiali del presidente e verificando le loro identità anche tramite LinkedIn e fotografie.

La stessa metodologia è stata applicata agli agenti del Secret Service statunitense, e ha consentito di individuare membri della scorta dell’allora presidente Joe Biden e di prevederne potenzialmente i movimenti. In un’ulteriore evoluzione dell’inchiesta, i reporter hanno rintracciato anche guardie del corpo del presidente russo Vladimir Putin, seguendone gli spostamenti in località sensibili, compreso il controverso palazzo sul Mar Nero attribuito al leader russo.

Non tutti i tentativi hanno avuto successo: in Cina Strava non è diffusa, rendendo impossibile un’analisi analoga sulla scorta di Xi Jinping.

Legalità e eticità dell’OSINT

Vale la pena di insistere sul fatto che le vulnerabilità che hanno reso possibili le indagini di Bourdon e Schirer non derivano da bug, ma da funzioni perfettamente legittime di Strava in contesti ordinari, che diventano problematiche quando usate da personale militare o di sicurezza. In un’epoca in cui il confine tra pubblico e riservato è sempre più labile, una semplice app di fitness può mettere a rischio un cittadino qualunque quanto un capo di Stato.

In un famoso saggio del 1998, Andy Clark e David Chalmers sostengono che dovremmo intendere come «azioni epistemiche» tutte quelle operazioni che «alterano il mondo in modo tale da aiutare e potenziare i processi cognitivi, come la ricognizione e la ricerca». L’OSINT e l’indiscrezione nei confronti della vita privata dei presidenti, o del loro esercizio fisico, non sarebbero che una manifestazione della «mente estesa», con cui – secondo i due filosofi – la coscienza e l’intelligenza non possono essere rinchiuse dentro le pareti della scatola cranica, ma si attivano anche tramite tutti i dispositivi di registrazione utilizzabili nella realtà esterna. In cosa le tracce lasciate da una corsa su Strava dovrebbero differire dagli appunti che ciascuno di noi prende su un blocchetto di carta per ricordare la lista della spesa, o per abbozzare l’indice di un discorso, o di una presentazione? Con quale diritto potremmo stabilire che il sommario degli argomenti che memorizziamo sia «più cognitivo», quindi più vero, o più nobile, di quello che stendiamo tramite la scrittura?

Eppure, qualunque studente sa che se si presentasse ad un esame sul concetto di mente estesa con il testo stampato del saggio di Clark e Chalmers, e pretendesse di superare la prova leggendolo al professore, vedrebbe deluse le sue attese di promozione. L’estensione cartacea della mente non è accettata come valida in sede di interrogazione istituzionale sulla mente estesa, e mostra l’esistenza di alcune limitazioni nell’accettabilità dell’intelligenza come proprietà dell’ambiente esterno. Allo stesso modo, una delle critiche che è stata rivolta all’OSINT è l’insensibilità per la differenza tra legittimità legale e morale dell’esercizio di raccolta e analisi dei dati disponibili sul web. Nella maggior parte dei casi infatti gli individui non sono consapevoli delle tracce digitali che lasciano in giro, e il loro recupero, insieme agli interventi di esame e di confronto sui segnali collezionati, possono favorire varie forme di violazione della riservatezza personale, come lo stalking o il doxxing – l’esposizione di informazioni private che facilita attacchi cyber, furti d'identità, o molestie online. Oltre alla scoperta delle attività criminali dei politici e dei militari, che è il vanto del giornalismo di inchiesta costruito con l’OSINT, gli stessi metodi possono fornire strumenti di segno opposto, a sostegno dei governi che intendono identificare, controllare e perseguitare i dissidenti, o che progettano di scatenare contro di loro campagne di odio collettivo alimentato con fake news e indizi costruiti ad arte. Tutto questo accade senza violare la lettera della legge, dal momento che non viene violato nessun archivio segreto, né alcuna memoria protetta da password. Si rovista solo nella spazzatura lasciata in giro.

Come si fa con le cartacce e i mozziconi di sigaretta, il pubblico dovrebbe essere formato a seguire anche un insieme di pratiche di buona educazione nell’ecologia informativa. Perché, oltre la mente estesa, l’OSINT pone il problema di chi fa funzionare questa mente, e con quali obiettivi: non è una questione che riguardi solo i presidenti.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

S. Bourdon e A. Schirer, La sécurité de Macron, Biden et Poutine compromise par leurs gardes du corps : le premier épisode de notre enquête « StravaLeaks », «Le Monde», 27 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, Joe Biden et Donald Trump mis en danger par leurs propres gardes du corps : « StravaLeaks », épisode 2, «Le Monde», 28 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, En Russie, les gardes du corps de Vladimir Poutine courent près du palais qu’il nie posséder : « StravaLeaks », épisode 3, «Le Monde», 29 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, StravaLeaks : en pleine guerre, des milliers de soldats israéliens identifiables par le biais de l’application sportive, «Le Monde», 4 novembre 2024.

A. Clark, D. Chalmers, The Extended Mind, «Analysis», vol. 58, n.1, gennaio 1998, pp. 7-19.

K. Mitnick, L’arte dell’inganno, Feltrinelli, 2003

S. Villa, Running Into Open Secrets: How to Investigate Using the Strava Fitness App, «Global Investigative Journalism Network», 22 aprile 2025.


Follow: Richiesta e Approvazione

Questo è il quarto[1] di una serie di articoli dedicati al tema delle comunità sociali digitali.

Qui ragioneremo sulle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, con l’intento di avvicinarci sempre di più a comprendere che posizione ricopra la Soddisfazione dell’utente nelle comunità sociali digitali.

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Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

Buona lettura.

 


 

Instagram: Richiesta e Approvazione di poter seguire

Analizziamo un caso particolare:

la piattaforma Instagram prevede una propria specifica meccanica della richiesta di connessione. Questa forma della Richiesta è disponibile solo per il profilo utente che si sia impostato come “privato”.

Instagram permette a questo genere di profilo di limitare la visibilità dei propri contenuti pubblicati, e di renderli fruibili esclusivamente a quegli utenti che esso approva poter entrare tra i propri follower.

Questa meccanica della richiesta prevede che, chi voglia vedere i contenuti privati, invii al profilo privato una richiesta di poter entrare nella cerchia dei suoi follower.

Perché vada a buon fine questa richiesta, essa dovrà essere manualmente approvata dal ricevente (il profilo privato). Solo allora verrà fornita al richiedente la connessione per diventare follower e, con essa, i relativi privilegi di accesso all’informazione che ne derivano.

In questo caso specifico, l’instaurazione di una connessione unidirezionale di follow diventa essa stessa un oggetto di privilegio, in quanto attivabile attraverso una meccanica esplicita di approvazione. Per la sua configurazione strutturata in esplicite azioni di richiesta prima, e di approvazione-diniego poi, possiamo definire questa forma della Approvazione come di “approvazione forte”[2].

Va inoltre specificato che, anche se nominalmente trattasi di una “Richiesta”, questa di Instagram non prevede vincolo di reciprocità, come avviene invece per la meccanica della richiesta di amicizia di Facebook[3].

Se inserita nel contesto di un contratto sociale digitale strutturato sulla meccanica del Follow[4], la Richiesta non pone vincoli di reciprocità.

In altre parole, il ricevente non è obbligato a corrispondere un proprio follow (pratica del “follow back”[5]) al proprio richiedente, come avviene invece nella meccanica dell’amicizia di Facebook.

Però, in cambio di questo potere di limitare e approvare, la meccanica generale e specifica della Richiesta su Instagram, impone la quasi totale rinuncia alla visibilità pubblica[6] da parte di chi vuole “privarsi” all’altro.

L’utente di un profilo privato viene dunque obbligatoriamente coinvolto in due direzioni della limitazione, una in suo potere, rivolta verso l'esterno, che abbiamo appena visto, e una passiva e obbligata, rivolta verso sé stesso.

Qualora infatti il profilo privato pubblicasse contenuti, questi non verrebbero veicolati, “consigliati” dall’algoritmo. Negli effetti, i Post non comparirebbero nei risultati delle ricerche pubbliche o nella sezione "Esplora" per chi non è suo follower[7]. E ancora, i suoi contenuti, comprese le Story, non potranno essere ricondivisi dai propri follower, anche quando essi vi siano citati (= taggati).

L’approvazione forte, la limitazione e il desiderio

L’approvazione forte su Instagram è una forma ufficiale di potere esplicito, strutturalmente e bidirezionalmente vincolato alla limitazione: richiede una limitazione, una rinuncia, per ottenere il privilegio di limitare e negare la propria visibilità all’altro.

La piattaforma permette all’utente che ha privato (limitato) il proprio profilo, di ottenere il potere esplicito della Approvazione nella forma della concessione di connessione agli altri. Glielo permette al costo di un obbligo meccanico di rinuncia alla propria visibilità[8].

L’approvazione forte, può così anch’essa giocare un proprio peso specifico sul piano delle dinamiche del prestigio sociale digitale: essa non è solo una risposta positiva alla “richiesta di poter vedere”, ma è anche al contempo, per il richiedente, una forma di richiesta esplicita di concessione di privilegio di poter ambire a diventare follower di qualcuno.

La privazione è una condizione integrabile nella strategia del prestigio sociale, già da ben prima dell’avvento delle piattaforme sociali digitali.

La privazione è un dispositivo culturale che crea distanza, distanza che a propria volta può suscitare il desiderio di raggiungibilità di qualcosa da cui siamo esclusi.

La ricerca della soddisfazione di un desiderio è un motore sociale anche qui presente.

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Nel prossimo articolo inizieremo la discesa verso le dinamiche del prestigio sociale digitale.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo e al terzo articolo.

[2] Per “forte” intendo che è obbligata e azionata esplicitamente perché abbia effetto. Per meglio comprenderci: chi decide di richiedere di poter essere follower, sa che chi riceve la sua richiesta dovrà manualmente approvarla. In questo senso l’approvazione è di tipo “forte”.

[3] Ne abbiamo parlato nel primo articolo, Supra, nota 1.

[4] La meccanica del Follow, quando è alle fondamenta di una comunità sociale digitale, svincola il contratto sociale digitale da ogni forma di reciprocità. Ne abbiamo parlato nel secondo articolo, Supra, nota 1.

[5] Della pratica del follow back, ne abbiamo parlato nel secondo articolo, Supra, nota 1.

[6] Le sole meccaniche di visibilità pubblica che rimangono attive per un profilo privato sono quelle 1) della comparsa del proprio profilo tra i “profili suggeriti” di chi è a pochi gradi di separazione da esso, e 2) della rintracciabilità attraverso il motore di ricerca interno alla piattaforma.

[7] Anche nel caso in cui l’utente utilizzasse gli hashtag, ossia parole o frasi precedute dal simbolo “#”. Queste funzionano come etichette tematiche, essenziali per categorizzare i post, le storie e i Reel, rendendoli facilmente rintracciabili dagli utenti interessati a un argomento specifico.

[8] Notino i lettori che questa meccanica della privatizzazione di un profilo trova le proprie fondamenta legali nel campo della tutela della privacy (si vedano i Riferimenti bibliografici).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Impostazioni sulla privacy e informazioni di Instagram: https://help.instagram.com/196883487377501/?helpref=hc_fnav&locale=it_IT