Fandom e politica, da "The Musk", di P. Bottazzini

Questo brano è tratto da The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista
di P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025

 


 

Dal 2023 Aja Romano su Vox avverte come la pratica politica di Donald Trump abbia permesso di evidenziare una trasformazione nel rapporto tra le figure pubbliche e i loro sostenitori, che si è verificata negli ultimi anni . I personaggi politici intrattengono con il pubblico lo stesso tipo di relazione che intercorre tra i divi dello spettacolo – della musica, del cinema, dello sport – e i loro fan. Uno degli aspetti chiave dell’analisi è l’uso del termine stanning, derivato dalla canzone Stan di Eminem, che racconta la storia di un fan ossessionato dal suo idolo. In ambito politico, il fenomeno dello stanning si manifesta nella difesa incondizionata di un leader, di un eroe disegnato su misura per i bisogni di rivalsa, di protezione, di guida, indipendentemente dalle sue azioni o dichiarazioni. La terra rimane sventurata, e Galileo diventa solo una delle maschere di Snoopy.

Nel caso di Trump, questo atteggiamento ha portato alla creazione di una vera e propria cultura fanatica, dove le critiche non fanno che rafforzare il senso di lealtà tra i suoi sostenitori. È noto che la percezione della verità sia ormai basata su emozioni e fedeltà ideologica, più che su dati verificabili: è possibile che sia sempre stato così, ma in questo momento disponiamo di una maggior numero di strumenti di rilevazione affidabili, per cui possiamo asserire che lo spirito di parte stabilisce il filtro percettivo con cui vengono selezionate le informazioni per la mappatura cognitiva dell’attualità. Questo vaglio delle evidenze viene esercitato dal retroterra ideologico di tutti, soprattutto quando non se ne ha consapevolezza, o quando si ritiene che la propria visione del mondo sia governata dalla trasparenza della verità o della razionalità – come accade anche a Musk e ai suoi fan .

Trump e altri leader populisti hanno trasformato la politica in un’esperienza simile a quella di un grande evento mediatico. Il successo dell’attuale presidente USA non si basa sui programmi, quanto sulla capacità di vendere una narrazione accattivante, l’immagine dell’«outsider» che combatte contro le élite corrotte, alimentando il mito di se stesso come eroe del popolo. Questo schema narrativo è ricorrente in molte culture fan, dove il protagonista è spesso un individuo emarginato che sfida il sistema e vince contro ogni aspettativa.

Happer, Hoskins e Merrin hanno mostrato che il terreno di costruzione del consenso attorno alla figura di Trump è quello dei meme e dei social media, molto più che quello dei media tradizionali – dove la contestazione su base razionale e fattuale delle notizie false, e delle menzogne divulgate dal presidente e dai suoi collaboratori, è risultata inefficace sia durante la campagna elettorale del 2016, sia nel corso dei primi quattro anni di governo. La vera guerra scatenata da e contro Trump non viene combattuta sui media istituzionali, ma nelle trincee delle vignette di pessimo gusto partorite dai forum di 4chan e condivise in milioni di repliche sulle bacheche prima di Facebook, ora di X.com, di Instagram e di TikTok. Da questa indagine, William Merrin può trarre la conclusione che l’ultimo decennio ha sostituito le pubbliche relazioni tradizionali tra la Casa Bianca e la stampa con un nuovo canale di comunicazione privilegiato, e un nuovo metodo di coinvolgimento dell’opinione pubblica, che è la politica dei troll: i nuovi eroi derivano dalle figure della cultura online che si divertono a provocare e a suscitare controversie verbali furiose, con scambi accesi, insulti personali, e del tutto inconcludenti. Ogni epoca, e forse ognuno di noi, ha le armi, i cavalieri, le donne e gli amori – gli eroi – che si merita.

Non si tratta di un meccanismo solo americano o europeo. Uno degli studi più interessanti sulla relazione che intercorre tra consenso politico e fandom è l’indagine condotta da Shouzhi Xia sulle attività messe in opera dalla Lega dei Giovani Comunisti Cinesi su Weibo, uno dei più grandi social media che opera oltre la Grande Muraglia.

L’esame riguarda il modo in cui l’ala giovanile del partito di governo ha coinvolto gli idoli pop affinché appassionassero i loro follower a temi nazionalistici, con connotazioni sia di orgoglio patriottico, sia di odio contro bersagli indicati come avversari.

 


 

RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:

The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025


Il prestigio sociale digitale - Prima parte

Questo è il sesto[1] della serie di articoli dedicata al tema delle comunità sociali digitali.

Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo avvieremo un’analisi mirata a comprendere l’importanza ricoperta dal prestigio all’interno di tutte le comunità sociali digitali.

Buona lettura.

 


 

Contesto e variabili del prestigio sociale digitale

Sono individuabili almeno due variabili che assumono particolare importanza per l’attribuzione del prestigio tra utenti delle piattaforme sociali digitali:

  1. il numero di utenti connessi ad un profilo, la cui importanza è di facile interpretazione: più è alto il numero di “amici” o “follower” che un profilo possiede, più questo profilo può apparire agli altri in possesso di un maggiore prestigio sociale positivo;
  2. il prestigio che viene attribuito da un utente ad ogni singolo follower di un determinato profilo che osserva. Il valore qualitativo che un profilo trae da questo prestigio posseduto dai propri follower è ben più importante: essi, seguendolo, dichiarano di fronte ai propri rispettivi follower il loro interesse[2] per questo profilo che seguono, e perciò ne risultano indirettamente garanti della qualità.

Queste due dinamiche del prestigio sono centrali per la reputazione e per l’appetibilità di ciascun profilo utente. La reputazione di un profilo si forma dunque sia quantitativamente, per il numero di follower da esso posseduti, che qualitativamente attraverso la reputazione di chi è un suo follower.

Appetibilità: tra variabili del prestigio e algoritmo

Inoltre, è a partire da queste variabili che l’algoritmo che regola la piattaforma sociale digitale si fa “suggeritore” di interesse e dunque propagatore dell’appetibilità di un profilo agli eventuali potenziali nuovi follower che ricadono nella rete più ampia di interesse sociale di specifici e determinati altri profili di cui sono follower.

Il profilo utente può sì maturare un proprio prestigio sociale attraverso la metrica quantitativa tipica del punto 1:

  1. Sono molto seguito, perciò maggiormente interessante per gli altri utenti;

ma questo stesso valore raggiunge maggiore solidità attraverso la reputazione ottenuta internamente alla rete di specifici circoli di interesse socioculturale tipici del punto 2:

  1. Questo profilo è seguito da quell’altro specifico profilo che gode da parte mia di una certa e buona reputazione, all’interno di un ambiente socioculturale di mio interesse; dunque, essendo d’interesse per un membro di prestigio della comunità di mio interesse, anch’esso è per me potenzialmente interessante e, dunque, da seguire.

Il prestigio sociale digitale potrebbe dunque essere inteso come il prodotto del valore di reputazione, a sua volta derivante dal riconoscimento altrui di questi valori quantitativi e qualitativi appena descritti. Così interpretato, il prestigio è sempre qualcosa attribuito dagli altri e non necessariamente ottenuto individualmente e meccanicamente. L’algoritmo si occupa infine della propagazione dell’appetibilità attraverso il suggerimento ad ulteriori profili con in comune uno o più profili di cui sono follower.

La “follow-chain

Sappiamo ora che entrambe le dinamiche descritte incidono direttamente sugli aspetti della visibilità e della notorietà, dunque sulla raggiungibilità, di un dato profilo. Ciò avviene attraverso l’algoritmo gestionale della piattaforma sociale digitale, il quale si occupa della valutazione meccanica della reputazione di ciascun profilo in termini di interesse potenziale per gli altri profili che gli sono prossimi per connessione. L’algoritmo così valuta di “suggerire” a quegli altri profili un determinato profilo per la quantità e la qualità di connessioni che esso possiede.

L’algoritmo ha una funzione di diffusione.

La meccanica dell’essere followed by è la principale ad essere utilizzata dall’algoritmo della piattaforma per suggerire connessioni ai follower dei nostri follower.

La connessione con un nuovo profilo si rende quindi possibile, oltre che attraverso la ricerca diretta, anche attraverso la comparsa di un “suggerimento” di interesse, dunque attraverso la promozione algoritmica di una catena in cui è sempre la qualità di ciascun nuovo follower posseduto a amplificare la propria visibilità presso i suoi rispettivi follower.

Prestigio sociale digitale: generazione del valore

Questo aspetto delle dinamiche del prestigio ci è qui necessario a far emergere la conversione di valore di prestigio grazie alla combinazione tra numero dei follower diretti al profilo e presenza in essi di follower che sono anche followed by da parte di chi vede il profilo. Se chi osserva un determinato profilo (casomai suggerito), vede che questo è followed by da profili di cui l’osservatore è follower, sarà portato a ritenere “di prestigio” quel profilo che osserva. Ancora di più questa attribuzione di prestigio si accentua quando questo profilo osservato ha ottenuto un riconoscimento che il suo osservatore non ha a propria volta ottenuto da parte di quell’altro profilo che già riconosce come “di prestigio”, di cui è follower ma non followed by.

Modello aspirazionale

Sia nel caso della reciprocità, cioè del riconoscimento tramite follow bidirezionalmente instaurato, che in quello della sua assenza, l’interesse per il prestigio è comunque governato da dinamiche proprie del modello aspirazionale.

Se nel caso della reciprocità il riconoscimento prende la forma della parità, ossia del riconoscersi come pari, nell’altro caso ci troviamo di fronte all’aspirazione al proprio riconoscimento, perciò alla ricerca e all’attesa di un riconoscimento di quella volontà di adesione e/o partecipazione, diretta o indiretta, all’insieme dei valori che caratterizzano chi seguiamo e riteniamo di prestigio. Il riconoscimento da parte di chi riconosciamo essere in possesso di valori di nostro interesse, è un passo verso la realizzazione di quell’aspirazione ad essere inclusi in una cerchia che gode di un determinato status, a cui, evidentemente, aspiriamo.

Per chi pone valore nel prestigio sociale digitale, il traguardo ideale sarebbe il raggiungimento dell’autoportanza dell’afflusso costante di interesse direzionato verso di sé e verso i propri contenuti, da parte degli utenti e dell’algoritmo suggeritore: molti follower ottenuti in stato di totale emancipazione dalla coltivazione di una reciprocità con profili non ritenuti di pari prestigio.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo, al terzo, al quarto e al quinto articolo.

[2] Ricordiamoci che ogni forma di interesse espresso con il proprio follow è una forma di riconoscimento di valore verso il profilo seguito. Si veda il terzo articolo.


Dall’enigma di Majorana ai computer topologici

Come un’ipotesi teorica del Novecento è tornata al centro della corsa al calcolo quantistico

Nel marzo del 1938, su un piroscafo tra Palermo e Napoli, viaggiava uno dei più brillanti fisici italiani del Novecento: Ettore Majorana. Aveva poco più di trent’anni, una reputazione già eccezionale e una mente che Enrico Fermi considerava fuori dal comune. Poi, all’improvviso, scomparve. Da allora il suo nome è rimasto legato a una delle vicende più enigmatiche della storia scientifica italiana.

Ma Majorana non appartiene soltanto alla cronaca del mistero. Oggi il suo nome è tornato in primo piano per una ragione del tutto diversa: alcune idee che portano la sua firma sono diventate un punto di riferimento nella ricerca sui computer quantistici topologici, una delle linee più ambiziose — e più discusse — del calcolo quantistico contemporaneo. In altre parole, un’ipotesi formulata negli anni Trenta è rientrata nella conversazione scientifica e industriale del XXI secolo.

Un nome antico in una frontiera nuova

Per capire perché Majorana venga oggi evocato in relazione ai computer quantistici, bisogna partire da un dato essenziale: il calcolo quantistico non nasce dal desiderio di costruire macchine semplicemente più veloci, ma dall’esigenza di affrontare problemi che i computer classici trattano con grande difficoltà.

I computer tradizionali operano con i bit, unità minime di informazione che possono assumere due soli valori, 0 oppure 1. Questa logica binaria è alla base dell’intera informatica moderna. I computer quantistici, invece, utilizzano i qubit, che sfruttano proprietà della meccanica quantistica per rappresentare simultaneamente più possibilità. Per certi tipi di problemi — dalla simulazione di molecole complesse all’ottimizzazione di grandi sistemi logistici — questo approccio potrebbe offrire vantaggi importanti.

Il punto, tuttavia, è che i qubit sono estremamente fragili. Il loro stato può essere alterato da interferenze minime: vibrazioni, rumore elettromagnetico, variazioni termiche. Questo fenomeno, noto come decoerenza, è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di macchine quantistiche affidabili. Gran parte della ricerca degli ultimi anni si è concentrata proprio su questo: come proteggere l’informazione quantistica dagli errori. È qui che compare Majorana.

Dalla fisica teorica alle quasiparticelle

Negli anni Trenta, Majorana formulò un’ipotesi di grande eleganza teorica: la possibilità che esistano particelle neutre coincidenti con la propria antiparticella. In termini semplici, particelle che non abbiano un “opposto” distinto, perché siano già, per così dire, il proprio opposto. Questa idea, nata nel contesto della fisica relativistica e quantistica, rimase a lungo soprattutto un risultato teorico.

Nel contesto del calcolo quantistico, però, il nome di Majorana è tornato a circolare per un’altra ragione. Alcuni sistemi fisici molto particolari potrebbero ospitare stati collettivi della materia noti come Majorana Zero Modes, spesso descritti come quasiparticelle. Non si tratta, in questo caso, semplicemente della particella immaginata da Majorana in senso elementare, ma di eccitazioni emergenti in materiali progettati in laboratorio. Il loro interesse dipende dal fatto che potrebbero offrire una base più robusta per immagazzinare e manipolare informazione quantistica. [azure.microsoft.com], [arstechnica.com]

Il condizionale, qui, è indispensabile. L’idea è considerata promettente da molti fisici, ma la sua realizzazione sperimentale resta una delle questioni più delicate e controverse del settore. Nature ha sottolineato che gli annunci più recenti di Microsoft rappresentano un passaggio significativo, ma non hanno chiuso il dibattito. Anche una parte della comunità scientifica ha invitato alla prudenza nell’interpretazione dei risultati disponibili. [azure.microsoft.com], [nature.com], [sciencenews.org]

Due strade per lo stesso problema

Nel panorama attuale della computazione quantistica, il nodo centrale è sempre lo stesso: come ridurre gli errori. Le strategie, però, non sono univoche.

Una prima via, seguita da molti protagonisti del settore, consiste nel costruire qubit convenzionali e poi proteggerli attraverso sistemi di correzione degli errori sempre più sofisticati. L’idea, in sostanza, è accettare che il qubit sia fragile e compensare questa fragilità con una complessa architettura di controllo. È una strada tecnologicamente concreta, ma molto costosa: richiede grandi numeri di qubit fisici per ottenere un numero assai più ridotto di qubit effettivamente affidabili.

La seconda via è quella topologica. In questo caso, l’obiettivo non è soltanto correggere l’errore dopo che si è prodotto, ma progettare un sistema in cui l’informazione quantistica sia protetta dalla struttura stessa del dispositivo. La parola “topologico” rinvia alla topologia, il ramo della matematica che studia le proprietà che restano invariate sotto deformazioni continue. Trasportata nella fisica dei qubit, l’idea è che l’informazione possa essere codificata in modo meno vulnerabile ai disturbi locali.

L’analogia più intuitiva è quella del nodo. Un segno tracciato sulla sabbia può essere cancellato da un soffio di vento. Un nodo in una corda, invece, non scompare per una semplice perturbazione locale: per eliminarlo bisogna intervenire in modo più profondo sulla struttura. Il qubit topologico, almeno in teoria, dovrebbe funzionare così: non come un dato depositato in un punto fragile, ma come un’informazione distribuita in una configurazione più resistente.

È su questa possibilità che si fonda buona parte della scommessa di Microsoft. [azure.microsoft.com], [nature.com]

Il caso Majorana 1

Nel febbraio 2025 Microsoft ha annunciato Majorana 1, descritto dall’azienda come il primo processore quantistico basato su una “Topological Core” e come un passaggio rilevante verso una futura architettura scalabile fino a un milione di qubit. L’azienda ha collegato questo avanzamento a una nuova classe di materiali, indicati come “topoconduttori”, e a risultati pubblicati contestualmente anche su Nature. [azure.microsoft.com], [nature.com]

L’annuncio ha ricevuto un’attenzione immediata, sia per il peso dell’azienda sia per il carattere simbolico della rivendicazione: quello topologico è infatti uno dei grandi obiettivi irrisolti del settore. Tuttavia, proprio perché il tema è delicato, molti ricercatori hanno sottolineato la necessità di distinguere tra una tappa importante nella costruzione di dispositivi sperimentali e la dimostrazione definitiva di un qubit topologico pienamente operativo. Alcune voci critiche hanno osservato che i dati finora resi pubblici non convincono ancora tutti gli specialisti. [nature.com], [sciencenews.org]

Non si tratta di una polemica marginale. La ricerca sui sistemi topologici ha conosciuto in passato annunci prematuri e interpretazioni discusse. Per questo, nel campo, i toni sono spesso doppi: da un lato c’è l’interesse per una direzione che, se funzionasse, potrebbe semplificare radicalmente il problema della correzione degli errori; dall’altro c’è la consapevolezza che tra un principio fisico promettente e una tecnologia industriale affidabile esiste una distanza ancora considerevole.

Quando la ricerca diventa strategia industriale

Anche al netto delle incertezze scientifiche, il calcolo quantistico è ormai entrato nella sfera delle tecnologie strategiche. Non è più soltanto una questione da laboratori universitari o da centri di ricerca specializzati: è diventato un terreno di competizione industriale e geopolitica.

Lo dimostra, per esempio, il ruolo della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata ai programmi tecnologici avanzati. Nel 2025 la DARPA ha selezionato Microsoft e PsiQuantum per la fase di validazione e co-progettazione del programma US2QC, inserito nella più ampia Quantum Benchmarking Initiative. L’obiettivo dichiarato è verificare, con criteri indipendenti, se esistano approcci in grado di arrivare a un computer quantistico di utilità industriale entro il 2033. [darpa.mil]

Il linguaggio usato in questi programmi è significativo. Non si parla genericamente di innovazione, ma di “utility-scale operation”, cioè di una soglia in cui il valore computazionale supera finalmente il costo del sistema. È un modo per dire che il problema non è soltanto costruire qualcosa che funzioni in laboratorio, ma qualcosa che sia davvero utile in condizioni realistiche.

Un mercato piccolo, ma non più teorico

Anche i dati economici confermano che il quantum è uscito dalla fase puramente speculativa. Secondo Research and Markets, il segmento del calcolo quantistico topologico sarebbe passato da 3,18 miliardi di dollari nel 2025 a una previsione di 3,94 miliardi nel 2026, con un’ulteriore crescita attesa entro il 2030. Si tratta di stime di mercato, quindi per definizione da leggere con prudenza; ma indicano comunque che il settore viene ormai osservato come un comparto industriale in formazione, non più soltanto come un insieme di promesse accademiche. [researchan...arkets.com]

Più in generale, il McKinsey Quantum Technology Monitor 2026 segnala che oltre 300 organizzazioni nel mondo stanno collaborando con aziende del settore e stima che il quantum computing potrebbe generare fino a 2,7 trilioni di dollari di valore economico globale entro il 2035. Anche in questo caso bisogna distinguere tra prospettive e risultati acquisiti, ma il messaggio è chiaro: l’interesse non è più confinato a una nicchia di specialisti. [mckinsey.com]

Che cosa potrebbe cambiare davvero

Il punto decisivo, però, non è l’ammontare degli investimenti. È il tipo di problemi che un calcolo quantistico maturo potrebbe rendere trattabili.

Uno dei campi più citati è la simulazione molecolare, con possibili applicazioni nella progettazione di farmaci e nella scienza dei materiali. La chimica quantistica, infatti, è uno dei casi in cui la natura del problema sembra adattarsi bene agli strumenti quantistici. Altri ambiti frequentemente evocati sono l’ottimizzazione logistica, l’analisi finanziaria avanzata e alcuni segmenti della ricerca sui materiali ad alte prestazioni.

Conviene tuttavia evitare due errori simmetrici. Il primo è immaginare il computer quantistico come una macchina universale destinata a sostituire in blocco l’informatica classica. Non è questo lo scenario più realistico. Il secondo è ridurlo a un esercizio teorico senza ricadute pratiche. Anche questo, oggi, sarebbe riduttivo. Più plausibile è pensare a sistemi ibridi, in cui calcolo classico e quantistico collaborano, con vantaggi mirati su problemi ben definiti.

Una lezione di lungo periodo

La storia che collega Majorana al quantum computing ha, in fondo, un valore che va oltre la tecnologia. Ricorda che le idee scientifiche non seguono i tempi brevi dell’attenzione pubblica. Possono nascere come costruzioni teoriche molto astratte, restare ai margini per decenni e riapparire poi in un contesto del tutto diverso, dove acquistano un significato nuovo.

Naturalmente, sarebbe improprio trasformare Majorana in un profeta retrospettivo del computer quantistico. Le sue ricerche appartenevano a un altro orizzonte, e il rischio dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo. Ma non è anacronistico osservare che alcune delle categorie concettuali elaborate nella fisica fondamentale del Novecento stanno oggi riemergendo in un settore dove si incrociano scienza dei materiali, ingegneria, matematica e strategia industriale.

Se la via topologica si rivelerà davvero praticabile, il nome di Majorana sarà associato non soltanto a una scomparsa ancora irrisolta, ma a uno dei tentativi più complessi della tecnologia contemporanea: rendere stabile, e quindi utile, una macchina che finora ha mostrato soprattutto il proprio potenziale. Se invece quella strada si rivelerà più difficile del previsto, resterà comunque un fatto notevole: a quasi novant’anni di distanza, un’ipotesi nata nella fisica teorica continua a orientare una parte importante della ricerca sul futuro del calcolo.


Follow: insoddisfazione e sue conseguenze

Questo è il quinto[1] della serie di articoli dedicata al tema delle comunità sociali digitali.

Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo ragioneremo sulle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, con l’intento di avvicinarci sempre di più a comprendere che posizione ricopra la Soddisfazione dell’utente nelle comunità sociali digitali.

Buona lettura.

 


 

La meccanica dell’approvazione e la soddisfazione sociale

In senso generale, la meccanica dell’approvazione è spesso alle radici della Soddisfazione (o dell’insoddisfazione) sociale dell’essere umano. Lo è sia sul piano personale (psico-emotivo) che su quello del prestigio sociale. Lo è per l’utente delle piattaforme sociali digitali, sia c.v.r. che s.v.r.[2].

Ogni azione di approvazione ricevuta genera un sentimento positivo, mentre ogni diniego o trascuratezza (ghosting) della richiesta effettuata ("di seguire" o di "amicizia") influisce negativamente sul piano psico-emotivo dell’utente richiedente: contravviene alla sua attesa della considerazione ricercata[3].

Nelle piattaforme sociali digitali ogni approvazione di una richiesta produce un valore positivo sul piano psicologico individuale e altrettanto su quello del prestigio sociale.

L'effetto percepito dal richiedente che si vede una considerazione ricevuta sul piano sociale digitale talvolta somiglia al valore di quella “grazia ricevuta[4] appartenente al piano mistico-spirituale.

Sia l’accettazione di una richiesta che il follow back sono forme di riconoscimento gratuito: sono un “dono ricambiato[5] che procura gratificazione, contribuendo alla Soddisfazione dell’utente.

Le meccaniche inverse del Follow

Prima di affrontare il prossimo punto, è necessario passare rapidamente in rassegna le meccaniche inverse del Follow, ossia della rimozione della connessione unidirezionale.

Attualmente ne esistono due forme:

  1. il cosiddetto “Unfollow”, ossia l’azione della rimozione di sé da follower di un profilo altrui;
  2. il “follower removal”, ossia l’azione di rimozione dai propri follower di un profilo utente che ci segue[6].

Queste meccaniche rimangono anch’esse entrambe svincolate dalla reciprocità, non generando effetti bidirezionali come accade invece nel caso già trattato della rimozione nei contesti delle piattaforme sociali digitali, sia c.v.r..

Le conseguenze dell’insoddisfazione

Se l’essere follower e l’accettare una richiesta di essere seguiti sono forme di approvazione che ciascuno degli utenti fa verso l’esistenza altrui, cosa può nascere allora dal loro diniego?

L’insoddisfazione può dare vita a forme “di riparazione”, come è la pratica dell’Unfollow di un profilo da cui ci si attendeva un follow back mai ricevuto. Ancora più estrema è l’azione del Blocking, ossia quando l’utente insoddisfatto impedisce all’utente che non lo ha contraccambiato di vedere il profilo, i post, le storie o di interagire con esso. Una forma intermedia appartiene invece al campo del potere di limitazione, ed è quella dell’azione del Restricting, che consiste nel limitare le interazioni di un utente senza che egli lo possa sapere[7].

L’insoddisfazione, specialmente di questo genere, scaturisce spesso da una percezione comparativa che l’utente fa del proprio prestigio sociale digitale e individuale con quello di chi ha ricevuto in dono il suo follow. Una comparazione basata sul posizionamento che si possiede (di uno status raggiunto autopercepito) e che si è ottenuto all’interno del contratto sociale a cui entrambi partecipano.

Laddove questa misurazione del prestigio non supera una giustificazione alla disattenzione  altrui, subentra l’insoddisfazione.

 

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Nel prossimo articolo inizieremo approfondiremo il sistema e le meccaniche del prestigio sociale digitale.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo, al terzo e al quarto articolo.

[2]Con” o “senza” il vincolo di reciprocità sono forme del contratto sociale digitale che abbiamo affrontato rispettivamente nel primo e nel secondo articolo.

[3] Per approfondire la relazione tra Soddisfazione e Follow si veda il terzo articolo.

[4] La concessione di fiducia da parte del richiedente talvolta prende i connotati del fenomeno religioso di impegno che il fedele assume e mantiene nei confronti del divino o del santo, purché la stessa ne esaudisca le richieste, ovvero del ringraziamento per una grazia ricevuta, definito anche come “ex voto”.

[5] Continuiamo a familiarizzare con il fenomeno degli “Ex voto” in campo religioso, che ci tornerà utile in un prossimo articolo in cui analizzerò il Follow sotto l’aspetto del dono.

[6] Nel particolare caso del follower removal, questa meccanica è stata resa possibile grazie alla più recente introduzione da parte di Instagram di una specifica funzione, introdotta per fornire agli utenti la possibilità di agire in modo più efficiente nella rimozione di “connessioni indesiderate”. Lo stesso strumento potrebbe, anche se non avviene mai, essere messo in pratica da chi pratica l’unfollow, col fine di ripristinare una forma di reciprocità che ripristini una parità sociale digitale. Teniamolo a mente perché ci tornerà utile nei prossimi articoli.

[7] Il Restricting produce per l’utente limitato una serie di effetti. La limitazione consiste nella riduzione della visibilità dei commenti al solo utente che ha limitato e a quello limitato (a meno di una approvazione di visibilità pubblica per ciascun commento), oltre che al nascondimento dello status online di chi applica le restrizioni e della conferma di effettuata lettura dei messaggi inviati da parte di quello stesso utente a cui si applica la limitazione.


L’ambiente digitale come spazio di racconto collettivo

Nell’era della comunicazione costante, la capacità narrativa dell’essere umano viene sostenuta e amplificata dai media digitali e dalla Rete di Internet. Comunicare è diventato sempre più veloce, immediato, più facile. Eppure, proprio questa possibilità rischia talvolta di trasformarsi in un imperativo categorico. Comunicare sempre, comunque, spesso a discapito della qualità dei contenuti che scegliamo di condividere e della motivazione per cui farlo. Se è vero, come ci ricorda la pragmatica della comunicazione, che è impossibile non comunicare, è altrettanto vero che poter decidere il contenuto e le modalità della comunicazione, rappresenta una forma fondamentale di libertà e di responsabilità. Questa possibilità ci permette di non perdere di vista l’essenza della narrazione, la capacità di costruire significati collettivi e di condividerli con gli altri.

In questo senso, il linguaggio non è solo un mezzo per trasmettere informazioni ma è un dispositivo costitutivo della nostra esperienza soggettiva e del nostro modo di comprendere il mondo sociale. Attraverso le parole, modelliamo il modo in cui pensiamo a noi stessi e agli altri, attribuiamo senso alle esperienze e costruiamo significati condivisi che esercitano un potere organizzativo sulla realtà sociale e psicologica. Il linguaggio e le parole che usiamo, non si limitano a descrivere ciò che accade, ma contribuiscono attivamente a strutturare l’esperienza, le relazioni e le forme del vivere comune. Per questo, oggi più che mai, è necessario interrogarsi criticamente su ciò che scegliamo di raccontare e sul modo in cui lo facciamo.

Therapy speak e la costruzione della cultura terapeutica

Negli ultimi anni, il vocabolario collettivo si è progressivamente arricchito di termini provenienti dal lessico psicologico e psicoterapeutico, entrati a pieno titolo nel linguaggio quotidiano. Il cosiddetto therapy-speak indica proprio la diffusione di parole come trauma, gaslighting, confini (boundaries), narcisismo, dipendenza emotiva e molti altri concetti psicologici utilizzati al di fuori del loro contesto professionale. Spesso questi termini vengono impiegati con significati semplificati, parziali o distorti rispetto al loro uso clinico originario. Questa pratica si è diffusa in modo massiccio soprattutto nei media digitali e nei social network, dove parole nate in ambito terapeutico sono diventate talvolta categorie interpretative della vita quotidiana.

Da un lato, la circolazione di un vocabolario psicologico può riflettere una maggiore attenzione verso i temi della salute mentale e contribuire, almeno in parte, a ridurre lo stigma e gli stereotipi associati al disagio psichico. Dall’altro lato, però, l’uso superficiale o strumentale del linguaggio terapeutico rischia di produrre fraintendimenti e banalizzazioni. In alcuni casi, termini clinici vengono trasformati in etichette moralizzanti o in strumenti di esclusione e conflitto, perdendo la loro funzione originaria. Gli spazi digitali, inoltre, impongono modalità comunicative specifiche, caratterizzate da contenuti brevi, emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. In questo contesto, le informazioni psicologiche si moltiplicano fino a creare una ridondanza di concetti psicologici, non sempre accompagnati da accuratezza o profondità.

La divulgazione psicologica online mostra infatti una profonda ambivalenza. Essa può aumentare la consapevolezza e offrire strumenti di comprensione, d’altro canto rischia di indebolire l’autonomia individuale e la capacità di affrontare il conflitto e l’incertezza, alimentando una dipendenza simbolica dal sapere esperto e dal riconoscimento emotivo.

Alcuni studi empirici confermano questa tensione. Le ricerche sulla mental health literacy online indicano che l’esposizione a contenuti psicologici sui social media può aumentare la consapevolezza sui temi della salute mentale, ma anche favorire l’auto-diagnosi e una maggiore insoddisfazione soggettiva, soprattutto quando il linguaggio clinico viene applicato indiscriminatamente all’esperienza quotidiana (Berryman et al., 2023). perciò, talvolta il linguaggio terapeutico non si limita a descrivere la sofferenza, ma contribuisce a plasmarla, insegnando agli individui a leggere se stessi come potenzialmente disfunzionali.

Le piattaforme digitali hanno un ruolo centrale in questo processo perché premiano contenuti emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. Studi recenti mostrano come una parte significativa dei contenuti più popolari sulla salute mentale contenga informazioni inaccurate, generalizzazioni e un uso improprio dei concetti clinici. Un’inchiesta del Guardian (2025), basata sull’analisi dei cento video più visualizzati su TikTok sotto hashtag legati alla salute mentale, ha rilevato che oltre la metà presentava forme di disinformazione o semplificazione fuorviante, contribuendo a patologizzare esperienze emotive ordinarie e a diffondere l’idea di “soluzioni rapide” a problemi complessi.

Quando i termini clinici entrano stabilmente nel discorso ordinario e diventano categorie di senso condivise, non si limitano più a descrivere stati psichici individuali. Essi possono contribuire a costruire una nuova visione di chi siamo e di come interpretiamo l’esperienza umana, diventando parte integrante di un paradigma culturale emergente. 

Il linguaggio terapeutico, così pervasivo, diventa una lente interpretativa che orienta il modo di guardare il mondo, una lente che tende a leggere l’essere umano soprattutto come entità emotiva da monitorare e analizzare, piuttosto che come soggetto attivo inserito in relazioni sociali, conflitti politici e contesti collettivi.

La cultura terapeutica si radica e si propaga proprio attraverso le parole. In un momento storico in cui i media digitali amplificano linguaggi sempre più intrecciati con la psicologia, non basta interrogarsi su quali parole utilizziamo, è necessario comprendere il potere che esse esercitano nel costruire il nostro mondo esperienziale e sociale.

Quando il therapy-speak diventa il lessico di riferimento non solo nei media digitali, ma anche nella comunicazione quotidiana, avviene qualcosa di più profondo di una semplice espansione del vocabolario. Si ridefiniscono le condizioni stesse del dialogo sociale e del modo in cui ci percepiamo come individui e come collettività. Le parole che scegliamo strutturano il racconto che facciamo di Noi, dell’Altro e del mondo e costruiscono i significati condivisi della realtà. Le parole che usiamo non sono meri descrittori, ma introducono e definiscono cornici interpretative che influenzano il modo in cui leggiamo la realtà.

Vedere il mondo attraverso la lente del linguaggio terapeutico

La questione, dunque, non risiede nell’uso del linguaggio psicologico in sé, ma nella sua trasformazione in un codice totalizzante, un nuovo paradigma culturale. In questo slittamento, il linguaggio terapeutico smette di essere uno strumento e diventa un orizzonte di senso che assorbe e riorganizza ogni forma di esperienza.

La psicologia non opera più soltanto come disciplina clinica, ma come paradigma culturale dominante, un linguaggio privilegiato attraverso cui gli individui guardano a se stessi, alle relazioni e al mondo sociale. I media digitali accelerano e normalizzano questo processo, trasformando la Rete in uno spazio in cui il lessico psicologico circola in forma frequentemente semplificata, decontestualizzata e spesso sganciata dal suo significato originario.

Riconoscere che il linguaggio è una porta d’accesso ai significati collettivi significa comprendere che il modo in cui parliamo di noi stessi e degli altri non plasma solo il discorso privato, ma anche le strutture simboliche attraverso cui una società interpreta il disagio, il conflitto, l’identità e persino la politica. Come osserva Furedi, la psicologia intesa come paradigma culturale non è neutrale, essa contribuisce a definire ciò che consideriamo normale, sano, problematico o patologico.

L’integrazione dei concetti psicologici nel linguaggio comune aumenta quindi la responsabilità collettiva nel modo in cui scegliamo di raccontarci e quindi  di pensare a noi stessi, non solo in quanto individui ma in quanto agenti sociali e collettivi. 

Il successo del linguaggio terapeutico nel discorso pubblico non è casuale. In un contesto sociale segnato da incertezza, accelerazione e frammentazione delle esperienze collettive, le categorie psicologiche offrono narrazioni accessibili, riconoscibili e immediatamente spendibili. Esse promettono spiegazioni rapide del disagio e una forma di legittimazione emotiva che potrebbe rispondere a un bisogno diffuso di essere visti, compresi e riconosciuti. Il therapy-speak perciò si adatta perfettamente alle logiche dei media digitali, che premiano contenuti e capaci di produrre coinvolgimento immediato.

Difficoltà relazionali, frustrazioni lavorative o conflitti sociali vengono reinterpretati come segnali di una fragilità individuale, spostando l’attenzione dalla dimensione collettiva e strutturale a quella emotiva e personale. La sofferenza perde così il suo statuto di esperienza universale e condivisa e diventa un indicatore di rischio da monitorare, prevenire e correggere. Il rischio è che questa trasformazione conduca a una riduzione delle aspettative sociali nei confronti dell’individuo, sostituendo l’idea di responsabilità e di agency con quella di una vulnerabilità permanente. Viene allora da chiedersi che cosa dica di noi, come società, questo bisogno di spiegare la realtà, gli eventi, i conflitti, le relazioni quasi esclusivamente attraverso categorie psicologiche.

Forse il successo del linguaggio terapeutico risiede proprio nella sua capacità di offrire mappe immediate in un mondo percepito come instabile e opaco. In un contesto segnato da incertezza economica, frammentazione sociale e crisi delle narrazioni collettive, le categorie psicologiche promettono riconoscimento emotivo e un senso di controllo sull’esperienza. Tuttavia, quando queste mappe diventano l’unico modo di orientarsi nella realtà, rischiano di semplificare ciò che è intrinsecamente complesso e di ridurre l’esperienza umana a una sequenza di stati interiori da decodificare.

Scegliere le parole da dirsi 

Diventa quindi fondamentale riappropriarsi di una posizione attiva e consapevole rispetto alle parole che utilizziamo e ai contenuti che scegliamo di condividere e diffondere. Accettare la fatica della complessità, rinunciare a etichette immediate e riconoscere che non ogni disagio richiede una diagnosi, né ogni conflitto una spiegazione psicologica individuale. 

Questa consapevolezza non può essere intesa come un gesto puramente individuale, ma come una necessità collettiva. Una pratica collettiva che riguarda il modo in cui costruiamo lo spazio pubblico, il dibattito e le narrazioni condivise. Coltivare uno sguardo critico sul linguaggio significa assumersi la responsabilità di costruire, insieme, narrazioni più complesse, capaci di tenere conto tanto della dimensione emotiva quanto di quella sociale, politica e relazionale dell’esperienza umana. Solo così il linguaggio potrà tornare a essere non uno strumento di semplificazione o di controllo, ma uno spazio di confronto, di significazione condivisa e di autentica possibilità trasformativa.

Scegliere le parole con cura non vuol dire censurare l’esperienza emotiva, ma restituirle profondità, collocandola dentro relazioni, contesti e responsabilità comuni. In questo senso, il linguaggio può tornare a essere non solo uno strumento di riconoscimento del disagio, ma anche un luogo in cui immaginare forme diverse di convivenza, di agency e di trasformazione sociale.


Il fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web

Ho incontrato un'interessante analisi sul fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web, proposta dal canale Youtube La Sedia a 2 Gambe.

Divulgatore della Cultura di Internet, l’anonimo autore di questo canale utilizza l’espediente di dialogo con la protagonista narrativa di questi video: una sedia a due gambe.

Assieme, i due esplorano in modo originale, coinvolgente, chiaro e senza prendersi troppo sul serio, il mondo di Internet, analizzandone i fenomeni e i trend virali che hanno plasmato la cultura online, dai suoi albori fino ai nostri tempi.

Qui di seguito vi proponiamo la nostra rilettura dei contenuti di questo interessante video.

 


La tesi centrale

Pensiamo che l’analisi del linguaggio digitale debba oramai superare la riduzione di questo fenomeno a sola manifestazione estetica marginale o contingenziale. Chi studia la comunicazione umana non può non concordare sulla necessità di uno studio strutturale delle architetture del significato del linguaggio del mondo online.

La tesi sostenuta nel video-documento “L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET”, è che la nuova lingua di Internet non rappresenti una degenerazione entropica del codice verbale, bensì un meccanismo adattivo, difensivo e identitario estremamente sofisticato. Tale mutazione è oggi sempre più modellata dalla pressione selettiva degli algoritmi e dal collasso sistemico dei confini tra le comunità digitali.

Da questo video-documento è possibile formulare la seguente tesi:

La lingua di internet non è un sistema di comunicazione unitario o stabile, ma un ecosistema frammentato in "corridoi" (micro-comunità) in cui il lessico non serve a spiegare concetti, ma funge da strumento di sopravvivenza contro gli algoritmi (Algospeak) e da segnale di appartenenza identitaria.

È una lingua dal ciclo di vita effimero: nasce per necessità o nicchia e "muore" non appena viene cooptata dalla cultura di massa o dai brand.

Scopriamo i motivi che portano a questa formulazione.

La genesi storica

Le radici dei gerghi digitali affondano nell'era dei primi forum e delle BBS[1], dove la comunicazione rispondeva a stringenti vincoli economici e tecnici.

Per comprendere l’evoluzione del gergo, occorre considerare la comunicazione come un asset a costo variabile: più andiamo indietro nel tempo, più ogni carattere di ciascuna parola inviata su una chat ha avuto un costo evidente apprezzabile (pensiamo ad esempio agli SMS a pagamento di una volta). La necessità di minimizzare i propri costi di comunicazione ha generato un processo di ragionamento pratico che ha spinto l’utente a una sintesi estrema del linguaggio, dando vita ad acronimi e abbreviazioni, non come vezzo stilistico, ma come ottimizzazione delle risorse. 

Sempre storicamente, il passaggio al "Leet Speak" (l'uso di numeri come il 7 per la “T” o il “3” per la “E”) ha invece rappresentato l'adozione di un “metodo geometrico” applicato alla comunicazione. Questa necessità è nata per bypassare i filtri automatici di forum o chat, quando ancora essi erano rigidi e prevedibili; pertanto, la deviazione morfologica offriva un bypass sicuro alla “censura”.

L'adozione odierna di termini gergali come «Rizz»[2], «Simp»[3] o «Based»[4] è comprensibile solo nel micro contesto di adozione[5] o nel contesto cronologico, prima della loro nascita e del loro utilizzo poi.

L’utente internet va costantemente cercando un punto di equilibrio che renda efficace la propria comunicazione, correndo sempre il rischio che non si concili con le regole generali “dettate” dagli algoritmi o dalle comunità digitali.

Il significato di queste espressioni non è infatti fissato a monte da un'autorità, ma bilanciato costantemente tra l'intenzione dell'utente e il "vibe" della comunità.

Questo comportamento stabilisce chi è insider e chi è outsider, agendo come una difesa contro l'intrusione di contesti esterni non autorizzati.

La pressione dell'algoritmo e l'Algospeak

Nell'ecosistema attuale, il filtro tecnologico non è un canale passivo (rigido e prevedibile) ma un attore dinamico che impone una ragionamento causale costante agli utenti. Il fenomeno dell'Algospeak (ad esempio l'uso di "seggs" in luogo di "sex") nasce da un'inferenza logica basata sull'osservazione:

"Se utilizzo il termine X, la macchina attua l’oscuramento, la demonetizzazione o la rimozione di un contenuto; dunque, devo sintetizzare il termine in Y".

Questa pratica può essere interpretata come un ragionamento dei segni, in cui l'utente interpreta i pattern di moderazione dei bot per prevederne il comportamento e aggirarne la censura.

Tale gara contro la macchina accelera parossisticamente il ciclo di vita dei termini.

Inoltre, nel momento in cui una parola viene adottata dalla massa o dai brand, essa perde la sua funzione di segnale protetto e diventa "radioattiva" o "cringe". La morte semantica del termine avviene quando la sua utilità tattica viene neutralizzata dalla visibilità mainstream, confermando che la lingua digitale è, prima di tutto, uno strumento di sopravvivenza morfologica contro i pattern di riconoscimento automatizzati.

Il Collasso dei Contesti e la Frammentazione del Feed

Il passaggio dai forum tematici al feed unico di TikTok e Instagram ha determinato il "collasso dei contesti".

In questo scenario, la filosofia del linguaggio ordinario “tradizionale” arranca a tenere il passo: non esiste più un linguaggio "ordinario" condiviso, ma una miriade di "micro-ordinarietà" isolate in “corridoi semiotici[6] divergenti, in costante evoluzione, comparsa e scomparsa.

L'utente "cronicamente online" naviga in questi corridoi subendo continue “collisioni contestuali”, dove un termine può essere simultaneamente un marcatore culturale AAVE[7], un insulto o un’espressione ironica a seconda della comunità digitale di riferimento.

Assistiamo qui a una forma estrema di ingegneria concettuale:

le comunità ridefiniscono costantemente termini legati all'identità, al genere o alla razza per proteggere i propri significati dalla distorsione esterna. L'incomprensibilità per chi è esterno non è un limite cognitivo, ma la prova della frammentazione dello spazio digitale in ecosistemi dove la comunicazione serve a escludere tanto quanto a includere.

In questi "corridoi semiotici", l'incomprensibilità è il risultato finale di una navigazione in feed che non comunicano più tra loro.

Conclusioni

Dalla genesi tattica del Leet Speak alla resistenza algoritmica dell'Algospeak, fino alla frammentazione dei feed, la tesi iniziale trova piena conferma.

La mutazione linguistica digitale ha ormai permeato la realtà fisica e istituzionale, eliminando ogni possibile distinzione tra "online" e "offline". Ne sono prova il CAREN Act a San Francisco[8] o il discorso della senatrice australiana Fatima Payman[9], che ha portato il gergo di TikTok nei ranghi del Parlamento, dimostrando come la politica stessa inizi a emulare i pattern di un commento generato da un bot.

Possiamo affermare che questo nuovo linguaggio è la "condizione di possibilità" stessa della comunicazione nel XXI secolo. Esso non è una corruzione della parola, ma l'unica risposta coerente a un ambiente dominato da filtri robotici, sorveglianza algoritmica e collisioni culturali permanenti.

In ultima analisi, l’ecosistema linguistico di Internet si mostra in costante mutazione comunicativa, con un linguaggio che non è solo un insieme di “termini e parole”; piuttosto, questo linguaggio, è l'organo adattivo di un'umanità che tenta di restare udibile in un mondo progettato per essere filtrato.

 

 


 

NOTE:

[1] Acronimo di “Bulletin Board System”, è un sistema telematico sviluppato negli anni 1970 per consentire a computer remoti di condividere o prelevare risorse accedendo a un calcolatore centrale. Il sistema ha costituito il fulcro delle prime comunicazioni telematiche amatoriali, dando vita alla telematica di base, portando a novità quali la messaggistica e il file sharing centralizzato.
Nell'uso corrente, soprattutto in giapponese, indica anche i forum, i guestbook e i newsgroup su Internet. (da Wikipedia - vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)

[2] Tutti e tre questi termini gergali hanno già raggiunto larga diffusione e ciascuno ci è utile a rappresentare un genere di evoluzione diversa dei termini del linguaggio del Web. «Rizz» ad esempio è stato eletto parola dell'anno 2023 da Oxford Languages, è un termine slang della Gen Z, nato in rete intorno al 2022, ed esploso nel 2023 dopo un'intervista all'attore Tom Holland, diventando virale sui social.

Per approfondire il significato, di questo e dei seguenti termini, consultare il dizionario https://www.merriam-webster.com/.

[3] Il termine «Simp», sebbene nato negli anni '80/90 nell'hip-hop, è esploso su TikTok nel 2020, venendo talvolta considerato tossico o misogino. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.

[4] Il termine «Based» nasce nell'ambito hip-hop, inizialmente con connotazioni negative ma riabilitato dal rapper Lil B per indicare autenticità e indipendenza di pensiero. Oggi, nel gergo internettiano, "based" è un complimento. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.

[5] In riferimento alle comunità digitali, ma soprattutto alle "Fandom" e "micro-fandom": termini usati per indicare le nicchie online specifiche d’interesse. Nel video-documento di cui scriviamo vengono citati ad esempio i fan di My Little Pony, Death Note o Supernatural, i quali creano o distorcono significati linguistici per farsi riconoscere dai propri simili o per escludere gli estranei alla fandom.

[6] L'autore del video spiega che non esiste un "online" come luogo unico e condiviso, ma che la rete è strutturata in «migliaia di corridoi diversi nello stesso edificio». Questo termine viene usato come metafora per descrivere i diversi "feed" o micro-comunità in cui il linguaggio cambia drasticamente da un ambiente all'altro. Se seguiamo il discorso dell’autore, capiamo come le parole fungano da simboli o "segni" di riconoscimento tra gli utenti, perciò molto interessanti da rileggere sotto il profilo di valore semiotico.

[7] Acronimo di “African American Vernacular English”, ossia delle forme dell’inglese afro-americano con forti caratteristiche di pronuncia fonetica, uso dei tempi verbali difforme e forme lessicali proprie. Di grande diffusione recente per via delle celebrities statunitensi internazionali, in particolare del mondo musicale. (Vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)

[8] L’acronimo “CAREN” sta per “Caution Against Racially Exploitative Non-Emergencies” Act, una legge cautelativa introdotta nel 2020 a San Francisco, volta a contrastare le chiamate alla polizia per non-emergenze sfruttate razzialmente. Il nome di questa legge prende origine direttamente dal mondo online, dal meme "Karen". Questo meme è diventato popolare sui social media per indicare persone, solitamente donne bianche, che chiamano i servizi di emergenza per segnalare attività innocue svolte da persone di colore (es. barbecue al parco e fare jogging).

[9] La senatrice indipendente australiana Fatima Payman ha attirato l'attenzione mediatica per l'uso di un linguaggio estremamente colloquiale e internettiano, tipico delle Gen Z/Alpha, utilizzato durante i suoi discorsi parlamentari. Noto e virale sui social è il video di un intervento al Senato del settembre 2024 in cui ha definito il governo "yapaholics", e definito il Primo Ministro "CEO of Ohio" e lo ha invitato a "mettere le patatine nel sacchetto" (put the fries in the bag), generando ilarità e discussione.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonte principale:
L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET” di La Sedia a 2 Gambe: https://www.youtube.com/watch?v=RAchbLpoQJ0

Per approfondimenti invece:

BBS:

AAVE (ex “Black English):

Dizionario Merriam-Webster: https://www.merriam-webster.com/

Algospeak: https://medium.com/@Giaimo_Jr/la-libert%C3%A0-come-atto-di-ingegno-algospeak-la-lingua-nata-per-sfuggire-agli-algoritmi-di-b4ae46e90f71 

CAREN Act: https://www.theguardian.com/us-news/2020/oct/20/caren-act-san-francisco-racist-911-calls#:~:text=5%20years%20old-,San%20Francisco's%20'Caren%20Act'%20makes%20placing%20racist%20911%20calls%20a,to%20investigate%20people%20of%20color


Corri, il nemico ti ascolta

La spazzatura è un giacimento di informazioni

Kevin Mitnick è stato uno dei primi hacker a diventare una celebrità universale. Nelle sue ricostruzioni degli attacchi condotti contro agenzie federali, come il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e contro multinazionali come la DEC e Motorola, riferisce che il metodo più efficace per eseguire il primo accesso nei sistemi riservati consiste nel farsi consegnare la password dai dipendenti stessi. La prima fonte di informazioni per l’hacker è la consultazione delle liste di numeri telefonici interni, di nomi di impiegati di sale riunioni, di settori, di ali e piani dei palazzi: tutti dati che negli anni Novanta, e ancora nei primi anni dopo il Duemila, si potevano rintracciare nella spazzatura raccolta vicino agli uffici, cercando tra le mazzette di documenti stampati e gettati. Mitnick prendeva confidenza con acronimi e riferimenti interni; poi chiamava il centralino fingendosi un collaboratore, di cui aveva recuperato identità e collocazione, e simulava una richiesta di aiuto, in via amichevole, per recuperare le credenziali smarrite.

Oggi per ottenere informazioni segrete non serve più un simile istinto di ingegneria sociale: in un certo senso, è sopravvissuta solo la parte di ispezione del pattume, ma trasfigurata nell’ambiente digitale. In un saggio per il Global Investigative Journalism Network, Santiago Villa ricostruisce come l’app di fitness Strava sia diventata, negli ultimi anni, uno strumento potente per il giornalismo investigativo e l’OSINT (l’Open Source Intelligence è l’etichetta con cui si nobilita la versione online dell’inclinazione patologica a frugare nell’immondizia altrui). Ma è anche una fonte ricorrente di vulnerabilità per militari, agenti di sicurezza e leader politici: attraverso l’analisi dei dati pubblici delle attività sportive condivise dagli utenti, reporter e ricercatori hanno individuato basi militari segrete, identificato membri di scorte presidenziali e persino tracciato gli spostamenti di capi di Stato. Fondata nel 2009, e oggi con oltre 135 milioni di utenti in più di 190 Paesi, Strava è spesso definita il Facebook dei runner: consente di registrare allenamenti, condividerli, commentarli e assegnare kudos. Tuttavia, la stessa dimensione sociale che rende l’app coinvolgente ha aperto negli anni numerose falle in termini di sicurezza e riservatezza.

Basi militari e presidenti

Già nel 2018 una heat map globale pubblicata da Strava, che mostrava le aree più frequentate dagli utenti, aveva permesso ad analisti OSINT di individuare movimenti all’interno di basi militari statunitensi in Iraq e Siria, installazioni britanniche nelle Falkland, e perfino nei pressi dell’Area 51. Tra i primi a sfruttare questi dati vi furono ricercatori indipendenti e membri di Bellingcat, che dimostrarono quanto fosse semplice estrarre informazioni sensibili da attività apparentemente innocue.

Un caso recente riguarda Israele. Nell’ottobre 2024 il giornalista Omer Benjakob di Haaretz ha segnalato alle autorità un utente sospetto, Kevin D, che dichiarava di trovarsi in Texas ma registrava decine di corse in basi militari israeliane. In realtà, caricando allenamenti fittizi in luoghi specifici, l’utente riusciva a vedere i profili di chi aveva davvero sgambettato traspirando sudore autentico in quelle aree (purché non avesse attivato le impostazioni di privacy più restrittive). Molti soldati aveva trascurato questo gesto di prudenza (che avrebbe penalizzato la visibilità virtuale dei loro muscoli), divulgando insieme alle loro prodezze molti altri dati sensibili.

La svolta è arrivata con l’inchiesta #StravaLeaks pubblicata nel 2024 da Le Monde, firmata dai reporter Sébastien Bourdon e Antoine Schirer – che hanno ammesso, non senza qualche imbarazzo, di essere i gestori (ragionevolmente muscolosi) del profilo di Kevin D. I due giornalisti hanno identificato membri del Groupe de Sécurité de la Présidence de la République (GSPR), la scorta del presidente francese Emmanuel Macron, analizzando le loro attività sportive. Il metodo è stato semplice ma efficace: simulare una corsa in un luogo altamente selettivo, come la residenza privata del presidente, per individuare chi altro avesse corso lì. Una volta identificati i profili sospetti, i giornalisti hanno mappato con strumenti Python tutte le attività pubbliche, incrociando date e località con gli spostamenti ufficiali del presidente e verificando le loro identità anche tramite LinkedIn e fotografie.

La stessa metodologia è stata applicata agli agenti del Secret Service statunitense, e ha consentito di individuare membri della scorta dell’allora presidente Joe Biden e di prevederne potenzialmente i movimenti. In un’ulteriore evoluzione dell’inchiesta, i reporter hanno rintracciato anche guardie del corpo del presidente russo Vladimir Putin, seguendone gli spostamenti in località sensibili, compreso il controverso palazzo sul Mar Nero attribuito al leader russo.

Non tutti i tentativi hanno avuto successo: in Cina Strava non è diffusa, rendendo impossibile un’analisi analoga sulla scorta di Xi Jinping.

Legalità e eticità dell’OSINT

Vale la pena di insistere sul fatto che le vulnerabilità che hanno reso possibili le indagini di Bourdon e Schirer non derivano da bug, ma da funzioni perfettamente legittime di Strava in contesti ordinari, che diventano problematiche quando usate da personale militare o di sicurezza. In un’epoca in cui il confine tra pubblico e riservato è sempre più labile, una semplice app di fitness può mettere a rischio un cittadino qualunque quanto un capo di Stato.

In un famoso saggio del 1998, Andy Clark e David Chalmers sostengono che dovremmo intendere come «azioni epistemiche» tutte quelle operazioni che «alterano il mondo in modo tale da aiutare e potenziare i processi cognitivi, come la ricognizione e la ricerca». L’OSINT e l’indiscrezione nei confronti della vita privata dei presidenti, o del loro esercizio fisico, non sarebbero che una manifestazione della «mente estesa», con cui – secondo i due filosofi – la coscienza e l’intelligenza non possono essere rinchiuse dentro le pareti della scatola cranica, ma si attivano anche tramite tutti i dispositivi di registrazione utilizzabili nella realtà esterna. In cosa le tracce lasciate da una corsa su Strava dovrebbero differire dagli appunti che ciascuno di noi prende su un blocchetto di carta per ricordare la lista della spesa, o per abbozzare l’indice di un discorso, o di una presentazione? Con quale diritto potremmo stabilire che il sommario degli argomenti che memorizziamo sia «più cognitivo», quindi più vero, o più nobile, di quello che stendiamo tramite la scrittura?

Eppure, qualunque studente sa che se si presentasse ad un esame sul concetto di mente estesa con il testo stampato del saggio di Clark e Chalmers, e pretendesse di superare la prova leggendolo al professore, vedrebbe deluse le sue attese di promozione. L’estensione cartacea della mente non è accettata come valida in sede di interrogazione istituzionale sulla mente estesa, e mostra l’esistenza di alcune limitazioni nell’accettabilità dell’intelligenza come proprietà dell’ambiente esterno. Allo stesso modo, una delle critiche che è stata rivolta all’OSINT è l’insensibilità per la differenza tra legittimità legale e morale dell’esercizio di raccolta e analisi dei dati disponibili sul web. Nella maggior parte dei casi infatti gli individui non sono consapevoli delle tracce digitali che lasciano in giro, e il loro recupero, insieme agli interventi di esame e di confronto sui segnali collezionati, possono favorire varie forme di violazione della riservatezza personale, come lo stalking o il doxxing – l’esposizione di informazioni private che facilita attacchi cyber, furti d'identità, o molestie online. Oltre alla scoperta delle attività criminali dei politici e dei militari, che è il vanto del giornalismo di inchiesta costruito con l’OSINT, gli stessi metodi possono fornire strumenti di segno opposto, a sostegno dei governi che intendono identificare, controllare e perseguitare i dissidenti, o che progettano di scatenare contro di loro campagne di odio collettivo alimentato con fake news e indizi costruiti ad arte. Tutto questo accade senza violare la lettera della legge, dal momento che non viene violato nessun archivio segreto, né alcuna memoria protetta da password. Si rovista solo nella spazzatura lasciata in giro.

Come si fa con le cartacce e i mozziconi di sigaretta, il pubblico dovrebbe essere formato a seguire anche un insieme di pratiche di buona educazione nell’ecologia informativa. Perché, oltre la mente estesa, l’OSINT pone il problema di chi fa funzionare questa mente, e con quali obiettivi: non è una questione che riguardi solo i presidenti.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

S. Bourdon e A. Schirer, La sécurité de Macron, Biden et Poutine compromise par leurs gardes du corps : le premier épisode de notre enquête « StravaLeaks », «Le Monde», 27 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, Joe Biden et Donald Trump mis en danger par leurs propres gardes du corps : « StravaLeaks », épisode 2, «Le Monde», 28 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, En Russie, les gardes du corps de Vladimir Poutine courent près du palais qu’il nie posséder : « StravaLeaks », épisode 3, «Le Monde», 29 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, StravaLeaks : en pleine guerre, des milliers de soldats israéliens identifiables par le biais de l’application sportive, «Le Monde», 4 novembre 2024.

A. Clark, D. Chalmers, The Extended Mind, «Analysis», vol. 58, n.1, gennaio 1998, pp. 7-19.

K. Mitnick, L’arte dell’inganno, Feltrinelli, 2003

S. Villa, Running Into Open Secrets: How to Investigate Using the Strava Fitness App, «Global Investigative Journalism Network», 22 aprile 2025.


Follow: Richiesta e Approvazione

Questo è il quarto[1] di una serie di articoli dedicati al tema delle comunità sociali digitali.

Qui ragioneremo sulle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, con l’intento di avvicinarci sempre di più a comprendere che posizione ricopra la Soddisfazione dell’utente nelle comunità sociali digitali.

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Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

Buona lettura.

 


 

Instagram: Richiesta e Approvazione di poter seguire

Analizziamo un caso particolare:

la piattaforma Instagram prevede una propria specifica meccanica della richiesta di connessione. Questa forma della Richiesta è disponibile solo per il profilo utente che si sia impostato come “privato”.

Instagram permette a questo genere di profilo di limitare la visibilità dei propri contenuti pubblicati, e di renderli fruibili esclusivamente a quegli utenti che esso approva poter entrare tra i propri follower.

Questa meccanica della richiesta prevede che, chi voglia vedere i contenuti privati, invii al profilo privato una richiesta di poter entrare nella cerchia dei suoi follower.

Perché vada a buon fine questa richiesta, essa dovrà essere manualmente approvata dal ricevente (il profilo privato). Solo allora verrà fornita al richiedente la connessione per diventare follower e, con essa, i relativi privilegi di accesso all’informazione che ne derivano.

In questo caso specifico, l’instaurazione di una connessione unidirezionale di follow diventa essa stessa un oggetto di privilegio, in quanto attivabile attraverso una meccanica esplicita di approvazione. Per la sua configurazione strutturata in esplicite azioni di richiesta prima, e di approvazione-diniego poi, possiamo definire questa forma della Approvazione come di “approvazione forte[2].

Va inoltre specificato che, anche se nominalmente trattasi di una “Richiesta”, questa di Instagram non prevede vincolo di reciprocità, come avviene invece per la meccanica della richiesta di amicizia di Facebook[3].

Se inserita nel contesto di un contratto sociale digitale strutturato sulla meccanica del Follow[4], la Richiesta non pone vincoli di reciprocità.

In altre parole, il ricevente non è obbligato a corrispondere un proprio follow (pratica del “follow back[5]) al proprio richiedente, come avviene invece nella meccanica dell’amicizia di Facebook.

Però, in cambio di questo potere di limitare e approvare, la meccanica generale e specifica della Richiesta su Instagram, impone la quasi totale rinuncia alla visibilità pubblica[6] da parte di chi vuole “privarsi” all’altro.

L’utente di un profilo privato viene dunque obbligatoriamente coinvolto in due direzioni della limitazione, una in suo potere, rivolta verso l'esterno, che abbiamo appena visto, e una passiva e obbligata, rivolta verso sé stesso.

Qualora infatti il profilo privato pubblicasse contenuti, questi non verrebbero veicolati, “consigliati” dall’algoritmo. Negli effetti, i Post non comparirebbero nei risultati delle ricerche pubbliche o nella sezione "Esplora" per chi non è suo follower[7]. E ancora, i suoi contenuti, comprese le Story, non potranno essere ricondivisi dai propri follower, anche quando essi vi siano citati (= taggati).

L’approvazione forte, la limitazione e il desiderio

L’approvazione forte su Instagram è una forma ufficiale di potere esplicito, strutturalmente e bidirezionalmente vincolato alla limitazione: richiede una limitazione, una rinuncia, per ottenere il privilegio di limitare e negare la propria visibilità all’altro.

La piattaforma permette all’utente che ha privato (limitato) il proprio profilo, di ottenere il potere esplicito della Approvazione nella forma della concessione di connessione agli altri. Glielo permette al costo di un obbligo meccanico di rinuncia alla propria visibilità[8].

L’approvazione forte, può così anch’essa giocare un proprio peso specifico sul piano delle dinamiche del prestigio sociale digitale: essa non è solo una risposta positiva alla “richiesta di poter vedere”, ma è anche al contempo, per il richiedente, una forma di richiesta esplicita di concessione di privilegio di poter ambire a diventare follower di qualcuno.

La privazione è una condizione integrabile nella strategia del prestigio sociale, già da ben prima dell’avvento delle piattaforme sociali digitali.

La privazione è un dispositivo culturale che crea distanza, distanza che a propria volta può suscitare il desiderio di raggiungibilità di qualcosa da cui siamo esclusi.

La ricerca della soddisfazione di un desiderio è un motore sociale anche qui presente.

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Nel prossimo articolo inizieremo la discesa verso le dinamiche del prestigio sociale digitale.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo e al terzo articolo.

[2] Per “forte” intendo che è obbligata e azionata esplicitamente perché abbia effetto. Per meglio comprenderci: chi decide di richiedere di poter essere follower, sa che chi riceve la sua richiesta dovrà manualmente approvarla. In questo senso l’approvazione è di tipo “forte”.

[3] Ne abbiamo parlato nel primo articolo, Supra, nota 1.

[4] La meccanica del Follow, quando è alle fondamenta di una comunità sociale digitale, svincola il contratto sociale digitale da ogni forma di reciprocità. Ne abbiamo parlato nel secondo articolo, Supra, nota 1.

[5] Della pratica del follow back, ne abbiamo parlato nel secondo articolo, Supra, nota 1.

[6] Le sole meccaniche di visibilità pubblica che rimangono attive per un profilo privato sono quelle 1) della comparsa del proprio profilo tra i “profili suggeriti” di chi è a pochi gradi di separazione da esso, e 2) della rintracciabilità attraverso il motore di ricerca interno alla piattaforma.

[7] Anche nel caso in cui l’utente utilizzasse gli hashtag, ossia parole o frasi precedute dal simbolo “#”. Queste funzionano come etichette tematiche, essenziali per categorizzare i post, le storie e i Reel, rendendoli facilmente rintracciabili dagli utenti interessati a un argomento specifico.

[8] Notino i lettori che questa meccanica della privatizzazione di un profilo trova le proprie fondamenta legali nel campo della tutela della privacy (si vedano i Riferimenti bibliografici).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Impostazioni sulla privacy e informazioni di Instagram: https://help.instagram.com/196883487377501/?helpref=hc_fnav&locale=it_IT


Habermas - Nella spirale dei pensieri

La sfera pubblica

Una decina di anni fa Jürgen Habermas ha concesso un’intervista a Markus Schwerin per la Frankfurter Rundschau, in cui prendeva corpo la svolta della sua interpretazione sul ruolo di Internet nella formazione della “sfera pubblica e deliberativa” della contemporaneità, con un cambio di impostazione rispetto allo scetticismo dei primi anni Duemila. Il percorso di valutazione della Rete si sarebbe concluso con la pubblicazione nel 2022 di Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, con una nuova diagnosi sullo stato dell’opinone pubblica nella vita politica delle democrazie liberali. La questione dei media nello sviluppo della discussione critica si è sempre trovato al centro della riflessione di Habermas, che ha raggiunto la fama internazionale nel 1962 con la pubblicazione del suo primo saggio (una rielaborazione della sua tesi di dottorato), Storia e critica dell’opinione pubblica.

La creazione di uno spazio pubblico in cui sia possibile il dibattito razionale infatti coincide con il processo di legittimazione del potere, e di fondazione della deliberazione democratica. I meccanismi di confronto e azione comunicativa si presentano in Habermas come la generalizzazione degli ambienti liberali del periodo illuministico, che hanno accompagnato e sostenuto la nascita dei primi giornali. La funzione delle testate era anzitutto ideologica, rivolta alla critica del potere assoluto, in favore della trasparenza della gestione statale e della libertà di pensiero. Il passaggio alle istituzioni della democrazia di massa tra Otto e Novecento ha innescato una metamorfosi dei quotidiani e delle riviste, che si sono adeguati alla configurazione capitalistica delle altre imprese private. Nel momento in cui l’utilità pubblica viene subordinata alle esigenze della redditività, la ricerca del consenso assume un valore più rilevante dello stimolo al dialogo. La manipolazione dell’opinione finisce per prevalere sull’obiettivo di alimentare un dialogo razionale che conduca alla deliberazione fondata sul discorso migliore. Al contempo, l’organizzazione imprenditoriale dei giornali cade in un conflitto di interessi strutturale, perché la missione di sorveglianza sul potere dovrebbe sottoporre a vigilanza il dispotismo economico in cui sono coinvolti i proprietari o i finanziatori delle case editrici.

I giornali vivono quindi un’ambivalenza di fondo, tra la funzione democratica del dibattito pubblico, e la funzione commerciale di sostegno della propaganda – spesso attraverso una degenerazione nell’intrattenimento.

Le ambiguità della Rete

Le prime elaborazioni teoretiche di Habermas su internet sono state improntate allo scetticismo. Alcuni elementi di questa riflessione preliminare si sono conservati fino al saggio del 2022: il focus sulla frammentazione del discorso si costituisce come un leitmotiv dell’analisi della Rete. Sotto questo riguardo il pensiero di Habermas converge con le analisi critiche sulle echo chambers che si sviluppano nelle nicchie di conversazione su forum e social media. L’isolamento dei vari gruppi conduce ad una polverizzazione delle posizioni ideologiche, senza che si riesca a stabilire una gerarchia di rilevanza dei problemi, né a costruire un dibattito con riferimenti e dizionari coerenti per rendere possibile il confronto razionale.

L’intervista con Markus Schwerin introduce però altri motivi di indagine, che conducono verso l’articolazione più complessa della concettualizzazione del nuovo mutamento nella sfera pubblica. Alla domanda «Internet è vantaggioso o svantaggioso per la democrazia?», Habermas rispondeva così:

«Non è né l'una né l'altra cosa. Dopo l'invenzione della scrittura e della stampa, la comunicazione digitale rappresenta la terza grande innovazione nel campo dei media. Con la loro introduzione, queste tre forme di media hanno permesso a un numero sempre crescente di persone di accedere a una massa sempre maggiore di informazioni. Queste informazioni sono state create per essere sempre più durature e accessibili con maggiore facilità. Con l'ultimo passo, rappresentato da Internet, ci troviamo di fronte a una sorta di "attivazione" in cui i lettori stessi diventano autori. Tuttavia, questo di per sé non si traduce automaticamente in un progresso a livello della sfera pubblica. Nel corso del XIX secolo – grazie ai libri e ai quotidiani – abbiamo assistito alla nascita di sfere pubbliche nazionali in cui l'attenzione di un numero imprecisato di persone poteva concentrarsi simultaneamente sugli stessi identici problemi. Ciò, tuttavia, non dipendeva dal livello tecnico con cui i fatti venivano moltiplicati, accelerati e resi duraturi. In fondo, si tratta degli stessi movimenti centrifughi che si verificano ancora oggi sul web. La sfera pubblica classica, al contrario, nasceva dal fatto che l'attenzione di un pubblico anonimo si "concentrava" su poche questioni politicamente rilevanti che dovevano essere regolate. Questo è ciò che il web non sa produrre. Al contrario, il web distrae e disperde. Si pensi, ad esempio, alle migliaia di portali che nascono ogni giorno: per i collezionisti di francobolli, per gli studiosi di diritto costituzionale europeo, per i gruppi di supporto per gli ex alcolisti. Nel mare magnum del rumore digitale, queste comunità comunicative sono come arcipelaghi dispersi: ce ne sono miliardi. Ciò che manca a questi spazi comunicativi (chiusi in se stessi) è un legame inclusivo, la forza inclusiva di una sfera pubblica che metta in luce ciò che è realmente importante. Per creare questa "concentrazione", è innanzitutto necessario saper scegliere – conoscere e commentare – i contributi, le informazioni e le tematiche rilevanti. Insomma, anche nel mare magnum del rumore digitale, le competenze del buon vecchio giornalismo – necessarie oggi come lo erano ieri – non devono andare perdute».

La possibilità da parte dei cittadini di non essere solo recettori del dibattito, e di recitare anche la parte degli autori nella discussione, si scontra con gli effetti controproducenti di alcune condizioni, che si aggiungono alle echo chambers. La disintermediazione dai giornali infatti elimina la selezione degli argomenti di interesse collettivo, e l’elaborazione del dizionario comune per discuterne, che appartenevano al funzionamento tradizionale della sfera pubblica. Il rischio di manipolazioni e distorsioni diventa una criticità di portata inedita. 

Inoltre, la tendenza dei social media (e della Rete in generale) è la polarizzazione delle opinioni, con l’indebolimento complessivo delle pratiche comunicative che dovrebbero condurre alla deliberazione. Inclusione, trasparenza, imparzialità, autonomia della ragione, sono valori minacciati dall’introversione dello spazio pubblico in una miriade di spazi privati, quelli delle nicchie con i loro leader e influencer locali.

La minaccia incombe sulla lucidità della ragione illuministica che Habermas invoca come fondamento della legittimità del potere democratico. La sua riflessione nell’intervista con Schwerin prosegue infatti in questo modo:

«In una società pluralista, il processo democratico è l'unica fonte di decisioni riconosciute come legittime. Da un lato, questo processo garantisce l'inclusione (ovvero la partecipazione di tutti i cittadini), dall'altro, la deliberazione (ad esempio, le campagne elettorali e i dibattiti parlamentari, sulla base di ciò che l'elettorato e i legislatori decidono di scegliere). Proprio grazie a questo elemento di dibattito pubblico – un dibattito che deve avvenire prima del voto – il risultato delle elezioni politiche (la ripartizione del potere tra partiti rivali) è qualcosa di diverso da un semplice sondaggio d'opinione. Ciò non ha molto a che fare con i processi di conoscenza scientifica, quanto con l'aspettativa che i problemi politici possano essere affrontati con la soluzione più razionale possibile. Questa “aspettativa di razionalità” richiede infatti che – nella formulazione di proposte significative – informazioni affidabili e buone ragioni siano pubblicamente messe sul tavolo. In questo processo, le ragioni normative spesso giocano un ruolo più importante dei dati empirici effettivi o delle analisi degli esperti. In ogni caso devono sempre essere ragioni capaci di “quantificare”. Questa dimensione cognitiva della formazione della volontà (sia dei cittadini che dei politici) assume un’importanza ancora maggiore quando l’orizzonte di incertezza, in cui dobbiamo prendere decisioni, cresce».

La fiducia nella forza della ragione e del dialogo rimarranno tra gli insegnamenti più significativi che Habermas ci abbia lasciato in eredità.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

J. Habermas, M. Schwerin, Im Sog der Gedanken, «Frankfurter Rundschau», 14/15 giugno 2014.

J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza 2005.

J. Habermas, Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, Raffaello Cortina Editore, 2023.


Thick Data, Thin Theory - Sensemaking, cultura umanistica e i limiti della comprensione manageriale - Recensione di "Il Fattore Umano" di C. Madsbjerg

Una tesi forte in cerca di fondamenta

Pubblicato originariamente nel 2017 con il titolo Sensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, e tradotto in italiano solo nel 2026, il saggio di Christian Madsbjerg, Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell’era dell’algoritmo (trad. di Francesca Barbanera, Firenze, Giunti, 2026.), propone una tesi ambiziosa e, in termini generali, condivisibile: le aziende — e più in generale le istituzioni che governano la vita collettiva — hanno progressivamente smarrito la capacità di capire gli esseri umani nella loro profondità culturale, sostituendo la comprensione con la misurazione. Big data, segmentazione comportamentale, algoritmi predittivi: strumenti potenti per rilevare pattern superficiali, inutili per cogliere il significato che le persone attribuiscono alle proprie pratiche, relazioni, oggetti, scelte. Contro questo riduzionismo, Madsbjerg propone il “sensemaking”: la capacità di leggere il mondo umano attraverso gli strumenti delle scienze umane — antropologia, sociologia, filosofia, letteratura — restituendo spessore a ciò che le analisi meramente quantitative appiattiscono. Dati «densi» (thick data) contro l’aridità apparentemente neutrale delle statistiche. 

La diagnosi appare corretta e, in certa misura, consolatoria per tutti coloro (sociologi, critici letterari, filosofi, docenti di materie umanistiche…) che negli anni hanno assistito all’inesorabile marginalizzazione dei loro campi di studio a favore delle discipline STEM, sia nel discorso pubblico, sia nelle scelte politiche, sia, in modo molto concreto, nell’erogazione di finanziamenti e fondi per la ricerca.  Occorre tuttavia distinguere bene che cosa questo saggio è rispetto a che cosa pretende di essere: non si tratta certo di un’opera teoricamente approfondita ma, in definitiva, di buona divulgazione, la cui lettura può essere utile a CEO, dirigenti di azienda, decisori politici etc, per incorporare nelle loro scelte la consapevolezza critica della complessità insita nei comportamenti umani. Allo stesso tempo, è necessario sottolineare sia una certa superficialità nell’uso dei riferimenti culturali che Madsbjerg esibisce, sia i silenzi, spesso eloquenti, che attraversano la sua trattazione. 

Il fantasma di Weick

Il silenzio più rumoroso che colpisce il lettore sociologicamente attrezzato è l’assenza totale di riferimenti a Karl Weick. È un’assenza difficile da giustificare, perché Weick non è un autore che abbia trattato marginalmente il sensemaking: è colui che ha costruito la teoria del sensemaking organizzativo come disciplina autonoma, a partire dai lavori degli anni Sessanta e con la sistematizzazione di Sensemaking in Organizations (1995). Usare questo termine — tecnicamente preciso, già occupato da una tradizione ricca e discussa — senza un solo riferimento al suo fondatore non è una svista: è una scelta che serve a costruire un brand concettuale. Il “sensemaking” diventa una proprietà intellettuale di ReD Associates, la società di consulenza fondata da Madsbjerg, sottraendolo alla genealogia teorica che lo aveva generato.

La distanza tra le due concezioni di sensemaking non è trascurabile, ma non è nemmeno abissale. In Weick il sensemaking è fondamentalmente retrospettivo: le organizzazioni danno senso a ciò che è già accaduto, costruendo narrazioni coerenti a posteriori per gestire l’ambiguità. In Madsbjerg è invece uno strumento di comprensione prospettica: serve a capire in anticipo il contesto culturale in cui si opera. La differenza è reale. Ma un autore che usi un termine già occupato da una tradizione consolidata avrebbe comunque l’obbligo di riconoscere quest’ultima e spiegare il proprio rapporto — di continuità o di rottura — con essa. 

L’eclettismo come metodo (e come problema)

La debolezza strutturale più profonda del libro è tuttavia un’altra: la confusione sistematica tra metodi ed epistemologie radicalmente diverse. Madsbjerg mette sullo stesso piano letteratura, poesia, ricerca etnografica, antropologia, filosofia continentale — trattandole come strumenti intercambiabili di «comprensione profonda». La letteratura compare come evidenza della complessità culturale umana; la poesia è citata come strumento di conoscenza equiparabile metodologicamente all’osservazione partecipante; la filosofia funziona come garanzia di profondità piuttosto che come strumento di analisi rigorosa.

È vero che la letteratura può essere usata come materiale sociologico, ma nella consapevolezza esplicita delle mediazioni necessarie e dei limiti di questa relazione. La letteratura non mostra la realtà sociale: la rifrange, la costruisce, la contesta attraverso voce autoriale, stilizzazione, invenzione. Usarla come documento richiede una critica del testo che Madsbjerg non esercita mai. Analogamente, l’etnografia aziendale ha sviluppato una propria riflessività critica — Lucy Suchman ne è un esempio illustre — sul fatto che l’osservazione al servizio di un committente commerciale non è neutrale: gli obiettivi del committente plasmano cosa si cerca, cosa si vede, cosa si riferisce. Di questa tensione il libro non discute mai.

L’eclettismo madsbjerghiano sembra talvolta ridursi a mero ornamento, come se le citazioni suggestive servissero a posizionare il lettore (e l’autore) in una comunità immaginaria di persone sofisticate, non a dimostrare una tesi. C’è qualcosa di paradossale in questo: un libro che critica la superficialità algoritmica usa la profondità culturale in modo superficiale — come segnale di status, per dirla con Bourdieu, più che come strumento di conoscenza.

Heidegger come brand

Si vedano, come esempio ulteriore di quello che potremmo definire, ironicamente «esibizionismo culturale» a uso e consumo di manager indaffarati, i riferimenti alla filosofia fenomenologica e, in particolare, a Heidegger. Madsbjerg attinge all’opera di questo autore per giustificare teoricamente l’asserzione che la comprensione umana sia sempre contestuale, incarnata, culturalmente situata, e dunque irriducibile a dati quantitativi. La connessione non è arbitraria: la fenomenologia è genuinamente rilevante per criticare il riduzionismo cognitivista implicito nei big data. Il problema è il modo in cui questa connessione viene operata.

Heidegger viene necessariamente depurato dalla sua radicalità ontologica. Il punto centrale di Essere e Tempo non è una metodologia della ricerca qualitativa: è una domanda sul senso dell’essere, sulla struttura ontologica del Dasein, sull’angoscia, sull’essere-per-la-morte, sull’autenticità e sull’inautenticità. Madsbjerg conserva il pianoterra dell’edificio heideggeriano — le pratiche culturali condivise, il mondo vissuto — e rimuove tutto ciò che sta sopra e sotto. Heidegger diventa così un antropologo culturale ante litteram, quando in realtà era un pensatore che avrebbe probabilmente riconosciuto nell’applicazione manageriale della sua filosofia una forma esemplare di quella Verfallenheit — caduta nell’inautenticità — che il suo progetto si proponeva di diagnosticare.

Paralleli necessari: Morozov, Taleb, Nussbaum

Collocare Madsbjerg nel contesto intellettuale più ampio in cui si inscrive aiuta a capirne tanto i meriti quanto i limiti. Tre autori in particolare costruiscono, con lui, una critica convergente alla dittatura dei dati quantitativi, pur muovendosi su piani diversi.

Nassim Taleb, in Il Cigno Nero (2008) e in Antifragile (2013), attacca la stessa fede nei modelli quantitativi ma da una prospettiva probabilistica e strutturale: i modelli sono fragili non perché non capiscano la cultura, ma perché la realtà è governata da eventi rari e imprevedibili che per definizione sfuggono a qualsiasi modello. La sua proposta non è capire meglio — il che sarebbe ancora una forma di hybris — ma costruire sistemi antifragili che guadagnino dall’imprevedibilità. Il confronto con Madsbjerg è illuminante: entrambi citano Soros come esempio della propria tesi, ma le loro prescrizioni sono opposte. Taleb regge meglio all’usura del tempo perché il suo argomento è strutturale, non tecnologicamente situato.

Evgeny Morozov, in To Save Everything, Click Here (2013), nomina il problema con più precisione politica: il “soluzionismo” non è solo un errore cognitivo ma un’ideologia che trasforma problemi collettivi e politicamente contestati in sfide individuali ottimizzabili, depoliticizzando e svuotando lo spazio democratico. Morozov va più lontano di Madsbjerg perché la sua critica non riguarda i limiti degli algoritmi, ma i limiti del modo in cui pensiamo ai problemi — e l’AI generativa, lungi dal confutarlo, ne è la manifestazione più potente che sia mai esistita. 

Infine, Martha Nussbaum occupa un posto particolare in questa mappa. Il titolo del suo saggio più divulgativo — Non per profitto (2011) — è di per sé una risposta implicita a Madsbjerg: le scienze umane non vanno difese perché rendono le aziende più competitive, ma perché la democrazia ha bisogno di cittadini capaci di pensiero critico, empatia interculturale e giudizio autonomo. Laddove Madsbjerg difende le humanities strumentalmente — come metodo più efficace per capire i clienti — Nussbaum le difende intrinsecamente, ancorandole a una teoria normativa della persona e della cittadinanza sviluppata in decenni di lavoro filosofico sistematico. Il paradosso è stridente: il libro di Madsbjerg usa esattamente le scienze umane per il profitto che Nussbaum rifiuta come fondamento sufficiente della loro giustificazione. Nussbaum, però, scrive per accademici e per chi già le ama; Madsbjerg parla a chi ha il potere di finanziarle o smantellare i dipartimenti che le insegnano. Chi dei due faccia più differenza nel mondo reale è una domanda aperta.

Il problema del 2026: quando l’algoritmo simula l’umanità

La debolezza più strutturalmente grave del libro, tuttavia, emerge solo nella prospettiva del 2026. Il bersaglio di Madsbjerg nel 2017 era un algoritmo relativamente semplice nella sua logica: correlazioni statistiche su grandi dataset che catturano pattern comportamentali superficiali. Contro questo tipo di sistema, la rivendicazione del potere dei thick data funziona perfettamente. Ma, negli ultimi anni, l’inarrestabile diffusione delle intelligenze artificiali generative ha cambiato radicalmente il contesto. 

I modelli linguistici di grandi dimensioni non si limitano a correlare dati: producono testo che tiene conto del contesto, della sfumatura, del registro culturale. Sono addestrati sull’intera produzione culturale umana — letteratura, filosofia, conversazioni, documenti storici. Operano negli spazi che Madsbjerg riservava alle scienze umane: scrittura, supporto emotivo, analisi qualitativa, interpretazione culturale. Non perché “capiscano” nel senso fenomenologico del termine — questa è una questione filosofica aperta — ma perché simulano la comprensione in modo sufficientemente convincente da rendere la distinzione thin/thick data meno netta di come il libro la presenta. La proposta pratica centrale di Madsbjerg — assumete antropologi invece di data scientists — è oggi meno ovvia di quanto fosse nel 2017, perché i confini tra le due figure si sono mescolati in modi che il libro non poteva prevedere.

Questo non invalida la diagnosi: invalida la forma dell’opposizione con cui viene sostenuta. Ed è qui che Morozov e Taleb mostrano maggiore resistenza all’usura: il primo perché aveva scritto contro un’ideologia e non contro una tecnologia specifica; il secondo perché aveva scritto contro una struttura probabilistica della realtà che l’AI generativa non smentisce — anzi aggrava. 

Una valutazione finale

Il Fattore Umano è un libro che appartiene a un genere preciso: il business book di alta gamma, nella tradizione di Malcolm Gladwell. Come Gladwell, Madsbjerg ha il talento di prendere idee accademiche complesse, renderle narrative e accessibili, e venderle come rivelazioni pratiche. Come Gladwell, produce testi che danno al lettore la sensazione di aver capito qualcosa di profondo in poche ore. E non va trascurato il piacere generato dalla drammatizzazione di casi concreti e aneddoti significativi, secondo il principio retoricamente sempre efficace di «show, don’t tell». 

Per questo, ridurre il libro a uno strumento di self-branding (anche se, almeno in parte, è proprio questo) sarebbe ingeneroso e impreciso. La diagnosi che offre è reale: molte organizzazioni hanno effettivamente perso la capacità di leggere il contesto culturale in cui operano. Un manager che legga questo libro e cominci a chiedersi se forse dovrebbe assumere un etnografo o un antropologo ha già fatto un passo che non avrebbe fatto leggendo un report di analytics. In questo senso, la semplificazione ha una funzione pedagogica reale in un contesto che parte da zero.

Il problema nasce se e quando il libro viene letto come ciò che non è: un contributo teorico originale alla sociologia della conoscenza. Gli aspetti problematici che abbiamo esaminato — l’assenza di Weick, la semplificazione di Heidegger e in generale dei riferimenti filosofico-sociologici, l’eclettismo metodologico non problematizzato, il concept di “cultura” sostanzialmente precritico, il divario rispetto alla profondità normativa di Nussbaum — non sono dettagli tecnici. Sono elementi strutturali che segnalano un’architettura intellettuale costruita per convincere un certo pubblico, non per resistere all’esame di un altro, forse pedante, ma politicamente giustificato: sempre se vogliamo seguire la lezione di chi interpreta la cultura umanistica non solo come strumento di strategia aziendale e spregiudicate scelte speculative, ma come necessario fondamento per un’autentica consapevolezza democratica. 

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Bourdieu, PierreLa Distinction. Critique sociale du jugement (1979); trad. it. La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, il Mulino, 1983.

Heidegger, MartinSein und Zeit (1927); trad. it. Essere e Tempo, Milano, Longanesi, 2005.

Madsbjerg, ChristianSensemaking: The Power of the Humanities in the Age of the Algorithm, New York, Hachette Books, 2017; trad. it. Il Fattore Umano. Il potere della cultura umanistica nell'era dell'algoritmo, Giunti, 2026.

Morozov, EvgenyTo Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, New York, PublicAffairs, 2013.

Nussbaum, Martha C.Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton, Princeton University Press, 2010; trad. it. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011.

Suchman, LucyPlans and Situated Actions: The Problem of Human-Machine Communication, Cambridge, Cambridge University Press, 1987; 2ª ed. ampliata Human-Machine Reconfigurations, 2007.

Taleb, Nassim NicholasThe Black Swan: The Impact of the Highly Improbable, New York, Random House, 2007; trad. it. Il Cigno Nero, Milano, Il Saggiatore, 2008.

Taleb, Nassim NicholasAntifragile: Things That Gain from Disorder, New York, Random House, 2012; trad. it. Antifragile. Prosperare nel disordine, Milano, Il Saggiatore, 2013.

Weick, Karl E.Sensemaking in Organizations, Thousand Oaks, Sage Publications, 1995.