La doppia transizione (twin transition) si riferisce all’articolazione strategica tra trasformazione digitale e sostenibilità ambientale, mobilitando tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’Internet delle Cose (IoT) e l’analisi dei dati, tra le altre soluzioni digitali, per rendere i processi economici potenzialmente più efficienti, puliti e orientati all’economia circolare[1]. Ma in che modo questo concetto di doppia transizione si collega al settore sanitario? Una delle grandi aree che sta diventando sempre più digitale è proprio quella della salute, e il termine che si sta consolidando è “sanità digitale”.
Nel campo sanitario, questa agenda acquisisce rilevanza di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla crescente pressione sui costi e sulle infrastrutture, stimolando l’adozione di soluzioni come la telemedicina, le cartelle cliniche elettroniche interoperabili, l’IA per il supporto diagnostico e i big data per la sorveglianza epidemiologica, tra gli altri esempi. Va sottolineato che tale processo avviene con ritmi diseguali, sia tra Nord e Sud globale sia all’interno dei singoli Paesi, tra aree rurali e urbane, tra settore pubblico e privato, oltre che tra diverse specialità mediche. In generale, tuttavia, questi strumenti tendono a riconfigurare l’organizzazione dell’assistenza e della gestione, sotto la promessa di maggiore coordinamento, rapidità informativa e uso più razionale delle risorse[2].
La sanità digitale si è affermata come un importante motore di trasformazione dei sistemi sanitari, ridefinendo l’organizzazione dell’assistenza, la gestione e l’uso delle informazioni cliniche. Attraverso l’integrazione di strumenti digitali, mira a migliorare l’accesso, la continuità delle cure e l’efficienza operativa, promuovendo un coordinamento più razionale delle risorse.
Tuttavia, questa digitalizzazione non si limita all’adozione di nuovi strumenti. Essa dipende da infrastrutture tecniche e organizzative complesse, che comportano consumo energetico, filiere materiali estese e cambiamenti istituzionali nelle modalità di lavoro e di gestione[3]. Piattaforme di dati, cloud e sistemi automatizzati possono ridurre spostamenti e sprechi, ma richiedono anche risorse intensive e aumentano la dipendenza da reti tecnologiche e fornitori globali, generando impatti che superano lo spazio clinico.
In questo senso, l’associazione automatica tra innovazione digitale e sostenibilità merita di essere problematizzata. I data center, l’obsolescenza accelerata delle apparecchiature, la produzione di rifiuti elettronici e l’impronta di carbonio delle catene di approvvigionamento sanitario evidenziano costi ambientali spesso invisibili. Pensare la sanità a partire dalla twin transition implica quindi adottare una prospettiva sociotecnica più ampia, valutando in che misura la digitalizzazione sia sufficiente o se richieda trasformazioni strutturali per avvicinarsi a un modello di cura più sostenibile, equo e responsabile[4].
Le organizzazioni sanitarie occupano una posizione centrale nella conduzione della trasformazione digitale, agendo non solo come utilizzatrici di tecnologie, ma come attori attivi nell’implementazione, regolazione e definizione delle priorità. Ospedali, ministeri, assicurazioni sanitarie e startup partecipano all’integrazione dei sistemi digitali riconfigurando flussi assistenziali, routine amministrative e modelli di gestione, promuovendo cambiamenti profondi nei processi di lavoro e nelle forme di coordinamento tra équipe[5]. Questo movimento richiede lo sviluppo di nuove competenze digitali — sia tecniche sia analitiche. Pertanto, la transizione in corso non si limita all’adozione di strumenti tecnologici, ma comporta trasformazioni organizzative e istituzionali più ampie, che ridefiniscono responsabilità, capacità statali e dinamiche di potere all’interno del sistema sanitario.
La promessa di efficienza associata alla sanità digitale deve essere confrontata con i suoi effetti distributivi, poiché i benefici di queste innovazioni non si distribuiscono in modo omogeneo nella popolazione. L’esclusione digitale dei gruppi vulnerabili, l’accesso diseguale alla connettività e alle competenze tecnologiche, nonché le disparità infrastrutturali regionali, possono limitare la portata delle soluzioni digitali e persino ampliare disuguaglianze già esistenti nell’accesso alle cure, evidenziando come la sostenibilità sia anche una questione sociale. In questo contesto, le politiche pubbliche possono risultare decisive per rendere la trasformazione più equa. Ciò include strategie nazionali per la sanità digitale, iniziative — ancora limitate — di “ospedali verdi”[6], acquisti pubblici sostenibili ed esperienze di telemedicina, nelle quali linee guida istituzionali e investimenti mirati possono ridurre le asimmetrie e ampliare l’accesso a un’innovazione più inclusiva.
L’integrazione tra le agende verde e digitale nella sanità non dipende soltanto dall’introduzione di soluzioni tecnologiche, ma dalla capacità di affrontare vincoli regolatori, finanziari e organizzativi che ne condizionano l’effettiva sostenibilità. Più che una questione tecnica, si tratta di una sfida di governance, che richiede coordinamento istituzionale e visione strategica per conciliare innovazione, autonomia e responsabilità socio-ambientale.
In una prospettiva più ampia, il settore sanitario può essere compreso come un vero e proprio laboratorio della doppia transizione, nel quale le agende digitale e ambientale si intrecciano in modo particolarmente intenso, rivelando tanto potenzialità di innovazione quanto contraddizioni strutturali. Questo scenario evidenzia la necessità di pensare la trasformazione oltre la semplice incorporazione di dispositivi o gadget, adottando un approccio che consideri i sistemi sociotecnici nella loro complessità — ossia le interazioni tra tecnologie, organizzazioni, professionisti, politiche pubbliche e utenti. Più che digitalizzare i processi esistenti, la sfida consiste nel ripensare modelli di gestione, finanziamento e cura, rendendoli simultaneamente più efficienti, equi e sostenibili. In questo senso, si impongono domande provocatorie: digitalizzare è sufficiente o dobbiamo riprogettare lo stesso modello di cura sanitaria? E, in modo più ampio, “digitale = sostenibile”?
NOTE:
[1] European Commission. Joint Research Centre. 2022. Towards a Green & Digital Future: Key Requirements for Successful Twin Transitions in the European Union. Publications Office. https://doi.org/10.2760/977331.
[2] Labrique, Alain, Lavanya Vasudevan, Garrett Mehl, Ellen Rosskam, e Adnan A. Hyder. 2018. “Digital Health and Health Systems of the Future”. EDITORIAL. Global Health: Science and Practice 6 (Supplement 1): S1–4. https://doi.org/10.9745/GHSP-D-18-00342.
[3] Mathews, Simon C., Michael J. McShea, Casey L. Hanley, Alan Ravitz, Alain B. Labrique, e Adam B. Cohen. 2019. “Digital Health: A Path to Validation”. Npj Digital Medicine 2 (1): 38. https://doi.org/10.1038/s41746-019-0111-3.
[4] Kaboré, Soutongnoma Safiata, Patrice Ngangue, Dieudonné Soubeiga, et al. 2022. “Barriers and Facilitators for the Sustainability of Digital Health Interventions in Low and Middle-Income Countries: A Systematic Review”. Frontiers in Digital Health 4 (novembro). https://doi.org/10.3389/fdgth.2022.1014375.
[5] Borges do Nascimento, Israel Júnior, Hebatullah Abdulazeem, Lenny Thinagaran Vasanthan, et al. 2023. “Barriers and Facilitators to Utilizing Digital Health Technologies by Healthcare Professionals”. Npj Digital Medicine 6 (1): 1–28. https://doi.org/10.1038/s41746-023-00899-4.
[6] Alkaabi, Athra, e Mohammad Aljaradin. 2022. “Green Hospitals for the Future of Healthcare: A Review”. Al-Kitab Journal for Pure Sciences 6 (2): 31–45. https://doi.org/10.32441/kjps.06.02.p4.
Autore
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Ricercatrice e dottoranda in Sociologia presso l’Universidade Federal do Rio Grande do Sul (UFRGS), e parte del Gruppo di Studi sull’Innovazione (GEI/UFRGS/CNPq). È stata ricercatrice visitatrice presso l’Università degli Studi di Torino (UNITO), nell’ambito del Programma di Dottorato-Sandwich all’Estero (PDSE/CAPES/Brasile, 2025-2026). Laurea magistrale in Economia e Sviluppo e la laurea in Relazioni Internazionali presso l’Universidade Federal de Santa Maria (UFSM). È specialista in Gestione ESG (PUC Minas). I suoi interessi di ricerca riguardano la sociologia economica, gli studi sull’innovazione, sulle organizzazioni e sulle istituzioni, la transizione e trasformazione digitale, con particolare attenzione alle innovazioni digitali in sanità.Per maggiori informazioni e contatti: https://linktr.ee/pfbibianaLeggi tutti gli articoli
