La doppia transizione nella sanità: tecnologia, organizzazioni e sostenibilità

La doppia transizione (twin transition) si riferisce all’articolazione strategica tra trasformazione digitale e sostenibilità ambientale, mobilitando tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’Internet delle Cose (IoT) e l’analisi dei dati, tra le altre soluzioni digitali, per rendere i processi economici potenzialmente più efficienti, puliti e orientati all’economia circolare[1]. Ma in che modo questo concetto di doppia transizione si collega al settore sanitario? Una delle grandi aree che sta diventando sempre più digitale è proprio quella della salute, e il termine che si sta consolidando è “sanità digitale”.

Nel campo sanitario, questa agenda acquisisce rilevanza di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla crescente pressione sui costi e sulle infrastrutture, stimolando l’adozione di soluzioni come la telemedicina, le cartelle cliniche elettroniche interoperabili, l’IA per il supporto diagnostico e i big data per la sorveglianza epidemiologica, tra gli altri esempi. Va sottolineato che tale processo avviene con ritmi diseguali, sia tra Nord e Sud globale sia all’interno dei singoli Paesi, tra aree rurali e urbane, tra settore pubblico e privato, oltre che tra diverse specialità mediche. In generale, tuttavia, questi strumenti tendono a riconfigurare l’organizzazione dell’assistenza e della gestione, sotto la promessa di maggiore coordinamento, rapidità informativa e uso più razionale delle risorse[2].

La sanità digitale si è affermata come un importante motore di trasformazione dei sistemi sanitari, ridefinendo l’organizzazione dell’assistenza, la gestione e l’uso delle informazioni cliniche. Attraverso l’integrazione di strumenti digitali, mira a migliorare l’accesso, la continuità delle cure e l’efficienza operativa, promuovendo un coordinamento più razionale delle risorse

Tuttavia, questa digitalizzazione non si limita all’adozione di nuovi strumenti. Essa dipende da infrastrutture tecniche e organizzative complesse, che comportano consumo energetico, filiere materiali estese e cambiamenti istituzionali nelle modalità di lavoro e di gestione[3]. Piattaforme di dati, cloud e sistemi automatizzati possono ridurre spostamenti e sprechi, ma richiedono anche risorse intensive e aumentano la dipendenza da reti tecnologiche e fornitori globali, generando impatti che superano lo spazio clinico.

In questo senso, l’associazione automatica tra innovazione digitale e sostenibilità merita di essere problematizzata. I data center, l’obsolescenza accelerata delle apparecchiature, la produzione di rifiuti elettronici e l’impronta di carbonio delle catene di approvvigionamento sanitario evidenziano costi ambientali spesso invisibili. Pensare la sanità a partire dalla twin transition implica quindi adottare una prospettiva sociotecnica più ampia, valutando in che misura la digitalizzazione sia sufficiente o se richieda trasformazioni strutturali per avvicinarsi a un modello di cura più sostenibile, equo e responsabile[4].

Le organizzazioni sanitarie occupano una posizione centrale nella conduzione della trasformazione digitale, agendo non solo come utilizzatrici di tecnologie, ma come attori attivi nell’implementazione, regolazione e definizione delle priorità. Ospedali, ministeri, assicurazioni sanitarie e startup partecipano all’integrazione dei sistemi digitali riconfigurando flussi assistenziali, routine amministrative e modelli di gestione, promuovendo cambiamenti profondi nei processi di lavoro e nelle forme di coordinamento tra équipe[5]. Questo movimento richiede lo sviluppo di nuove competenze digitali — sia tecniche sia analitiche. Pertanto, la transizione in corso non si limita all’adozione di strumenti tecnologici, ma comporta trasformazioni organizzative e istituzionali più ampie, che ridefiniscono responsabilità, capacità statali e dinamiche di potere all’interno del sistema sanitario.

La promessa di efficienza associata alla sanità digitale deve essere confrontata con i suoi effetti distributivi, poiché i benefici di queste innovazioni non si distribuiscono in modo omogeneo nella popolazione. L’esclusione digitale dei gruppi vulnerabili, l’accesso diseguale alla connettività e alle competenze tecnologiche, nonché le disparità infrastrutturali regionali, possono limitare la portata delle soluzioni digitali e persino ampliare disuguaglianze già esistenti nell’accesso alle cure, evidenziando come la sostenibilità sia anche una questione sociale. In questo contesto, le politiche pubbliche possono risultare decisive per rendere la trasformazione più equa. Ciò include strategie nazionali per la sanità digitale, iniziative — ancora limitate — di “ospedali verdi”[6], acquisti pubblici sostenibili ed esperienze di telemedicina, nelle quali linee guida istituzionali e investimenti mirati possono ridurre le asimmetrie e ampliare l’accesso a un’innovazione più inclusiva.

L’integrazione tra le agende verde e digitale nella sanità non dipende soltanto dall’introduzione di soluzioni tecnologiche, ma dalla capacità di affrontare vincoli regolatori, finanziari e organizzativi che ne condizionano l’effettiva sostenibilità. Più che una questione tecnica, si tratta di una sfida di governance, che richiede coordinamento istituzionale e visione strategica per conciliare innovazione, autonomia e responsabilità socio-ambientale.

In una prospettiva più ampia, il settore sanitario può essere compreso come un vero e proprio laboratorio della doppia transizione, nel quale le agende digitale e ambientale si intrecciano in modo particolarmente intenso, rivelando tanto potenzialità di innovazione quanto contraddizioni strutturali. Questo scenario evidenzia la necessità di pensare la trasformazione oltre la semplice incorporazione di dispositivi o gadget, adottando un approccio che consideri i sistemi sociotecnici nella loro complessità — ossia le interazioni tra tecnologie, organizzazioni, professionisti, politiche pubbliche e utenti. Più che digitalizzare i processi esistenti, la sfida consiste nel ripensare modelli di gestione, finanziamento e cura, rendendoli simultaneamente più efficienti, equi e sostenibili. In questo senso, si impongono domande provocatorie: digitalizzare è sufficiente o dobbiamo riprogettare lo stesso modello di cura sanitaria? E, in modo più ampio, “digitale = sostenibile”?

 

NOTE:

[1] European Commission. Joint Research Centre. 2022. Towards a Green & Digital Future: Key Requirements for Successful Twin Transitions in the European Union. Publications Office. https://doi.org/10.2760/977331.

[2] Labrique, Alain, Lavanya Vasudevan, Garrett Mehl, Ellen Rosskam, e Adnan A. Hyder. 2018. “Digital Health and Health Systems of the Future”. EDITORIAL. Global Health: Science and Practice 6 (Supplement 1): S1–4. https://doi.org/10.9745/GHSP-D-18-00342.

[3] Mathews, Simon C., Michael J. McShea, Casey L. Hanley, Alan Ravitz, Alain B. Labrique, e Adam B. Cohen. 2019. “Digital Health: A Path to Validation”. Npj Digital Medicine 2 (1): 38. https://doi.org/10.1038/s41746-019-0111-3.

[4] Kaboré, Soutongnoma Safiata, Patrice Ngangue, Dieudonné Soubeiga, et al. 2022. “Barriers and Facilitators for the Sustainability of Digital Health Interventions in Low and Middle-Income Countries: A Systematic Review”. Frontiers in Digital Health 4 (novembro). https://doi.org/10.3389/fdgth.2022.1014375.

[5] Borges do Nascimento, Israel Júnior, Hebatullah Abdulazeem, Lenny Thinagaran Vasanthan, et al. 2023. “Barriers and Facilitators to Utilizing Digital Health Technologies by Healthcare Professionals”. Npj Digital Medicine 6 (1): 1–28. https://doi.org/10.1038/s41746-023-00899-4.

[6] Alkaabi, Athra, e Mohammad Aljaradin. 2022. “Green Hospitals for the Future of Healthcare: A Review”. Al-Kitab Journal for Pure Sciences 6 (2): 31–45. https://doi.org/10.32441/kjps.06.02.p4.


Il tempo e l’I.A. nelle professioni di cura della salute

Sistemi sotto pressione 

Le professioni di cura della salute, sia quelle rivolte agli umani che quella rivolta ai non umani, subiscono da tempo una pressione sistemica che agisce su più livelli contemporaneamente: mercato, organizzazione del lavoro, aspettative sociali, sostenibilità individuale.

La domanda di prestazioni per unità di tempo è cresciuta in modo significativo. Nel caso della medicina veterinaria questo è dovuto all’aumento del numero di animali da compagnia, al loro ruolo sempre più centrale nella vita delle famiglie e a una maggiore sensibilità verso il benessere dei pet; per la medicina umana la pressione è correlata ad una serie di fattori quali l’aumento dell’età della popolazione, alla diminuzione di investimenti nelle strutture sanitarie pubbliche, all’incremento della richiesta di cure specialistiche ed ospedaliere e, infine, al modello aziendale adottato per la gestione della sanità pubblica.

A questa crescita quantitativa si è accompagnata una crescita qualitativa della domanda. I pazienti e i clienti chiedono percorsi diagnostici più approfonditi, terapie sempre più personalizzate, continuità assistenziale, comunicazione chiara e partecipata.

Il paradosso della qualità: fare meglio costa di più (in tempo)

Questa evoluzione porta con sé un paradosso: fare meglio richiede più tempo, più attenzione, più coordinamento. Il tempo necessario per raccogliere un’anamnesi completa, considerare opzioni diagnostiche e terapeutiche, documentare il caso e il percorso diagnostico, seguire i casi nel lungo periodo, è aumentato molto più rapidamente del tempo effettivamente disponibile nelle giornate lavorative dei professionisti della cura.

Il risultato è una compressione progressiva del tempo clinico, che si manifesta ma come sovraccarico silenzioso. 

Il peso del lavoro invisibile 

Una parte significativa del lavoro di cura non è direttamente visibile: documentazione clinica, aggiornamento continuo, coordinamento informale, comunicazione post-visita e gestione delle aspettative dei clienti assorbono tempo ed energie, ma raramente entrano nel calcolo della sostenibilità professionale.

Questo lavoro invisibile non è marginale: è ciò che permette alla qualità clinica di esistere.

Quando viene sistematicamente sottovalutato, il rischio non è il calo immediato della qualità, ma l’erosione progressiva della tenuta professionale. La pressione nasce dallo scarto crescente tra ciò che oggi è richiesto per fare buona medicina e gli strumenti organizzativi e temporali a disposizione. È plausibile pensare che, spesso, il sistema regga grazie all’impegno, al senso di responsabilità, alla vocazione professionale e alla disponibilità al sacrificio dei Curanti.

In questo sistema sotto pressione, in cui la complessità è strutturale, molto spesso il tempo è diventato la risorsa più critica. 

Il contesto emotivamente carico

Una cura che abbia a cuore la qualità della relazione e il reale benessere del paziente e dei suoi parenti (o dei proprietari nel caso della medicina rivolta agli animali) si trova così immersa in un contesto emotivamente carico, dove l’atto clinico è inseparabile dalla gestione della relazione. La formazione accademica lascia aperto un divario importante tra l’aspettativa del cliente e la predisposizione del neo-curante.

Parallelamente, la casistica clinica è diventata più complessa anche a causa dell’allungamento delle aspettative di vita, del miglioramento delle cure e della maggiore attenzione alla prevenzione che hanno portato all’emersione e al maggiore peso specifico delle patologie croniche e multifattoriali. Chi cura affronta sempre più spesso pazienti anziani, comorbidità, percorsi terapeutici di lungo periodo, decisioni basate su compromessi tra qualità e durata della vita. 

Questo tipo di medicina, inevitabilmente, richiede una elevata integrazione di dati, la continuità assistenziale e la capacità di monitoraggio nel tempo.

La pressione sul tempo come fattore trasversale

Tutti questi trend convergono su un unico punto critico: il tempo. Più complessità clinica, più relazione, più documentazione e più coordinamento significano più tempo per singolo caso, versus una organizzazione del lavoro e dei modelli economici che non si sono evoluti con la stessa velocità. Il risultato è una tensione costante tra ciò che sarebbe clinicamente desiderabile e ciò che è operativamente possibile, tensione che non produce immediatamente errori, ma usura[1] del personale e compressione del tempo clinico.

Il ragionamento clinico diventa più rapido e meno riflessivo, e la qualità viene mantenuta grazie all’esperienza e all’impegno, ma a costo di stanchezza, difficoltà di recupero, riduzione dello spazio mentale. Ogni decisione clinica comporta incertezza e, quando il tempo è scarso, questa incertezza pesa di più; il personale di cura deve integrare informazioni incomplete, scegliere tra opzioni non ideali e comunicare limiti e probabilità. Far tutto questo in condizioni di pressione continua aumenta lo stress decisionale e la fatica emotiva, spostando la difficoltà dal “fare” al decidere bene.

L’operatore della cura ideale dovrebbe anche spiegare, rassicurare, negoziare e accompagnare, aumentando il coinvolgimento emotivo. Se la relazione “funziona”, è una delle parti più gratificanti del lavoro; se, invece, si accumula senza spazi di recupero, diventa uno dei principali fattori di affaticamento. Gestire le emozioni dei pazienti e dei familiari, contenere le ansie, spiegare le incertezze avviene dentro un tempo clinico progettato per il solo ruolo “tecnico”, costringendo i curanti a svolgere una parte significativa del lavoro – come, ad esempio, il completamento della cartella, la rilettura dei dati, la pianificazione dei follow-up - dopo che il paziente ha lasciato la struttura e – a volte – invadendo il tempo personale e facendo allungare la giornata lavorativa per necessità.

Lavorare al limite diventa la norma, non l’eccezione, con il rischi di assuefazione, perdita di consapevolezza, idea che “sia inevitabile”.

Come abbiamo già visto, questi rischi sono il segnale di una tensione sistemica tra ciò che oggi è richiesto per fare buona medicina e le condizioni in cui quella medicina viene praticata; continuare ad affrontare questa tensione solo con l’impegno individuale significa spostare il problema e renderlo progressivamente più pesante.

Con quali strumenti si può sostenere questo livello di qualità senza consumare chi la rende possibile?

È a partire da questa domanda che l’intelligenza artificiale entra nel discorso non come promessa futuristica, ma come risposta funzionale a problemi già presenti, non per sostituire l’operatore di cura, ma per rendere possibile ciò che oggi è richiesto. Si può, quindi, parlare l’intelligenza artificiale senza fraintendimenti, non come soluzione miracolosa, né come minaccia, ma come insieme di strumenti già presenti, con potenzialità reali e limiti altrettanto reali.

Prima di discutere cosa l’I.A. può fare per le professioni di cura, è necessario chiarire che cosa è oggi, e soprattutto che cosa non è.

L’espressione “intelligenza artificiale” tende a evocare un’entità unica, autonoma, quasi dotata di volontà. Nella cura, l’I.A. è una famiglia di tecnologie che condividono un principio comune: l’analisi computazionale di grandi quantità di dati per individuare pattern, correlazioni e probabilità; questo significa parlare di algoritmi di apprendimento automatico, sistemi di riconoscimento di pattern, modelli predittivi basati su dati storici, strumenti di supporto alla sintesi e all’organizzazione dell’informazione. Non di sistemi che “pensano” o “decidono” in modo autonomo.

Contrariamente a quanto si pensa, l’I.A. non è un elemento futuristico nella cura: è già presente, spesso in modo non esplicito, in diversi ambiti della pratica quotidiana, medica e veterinaria; molti strumenti utilizzati oggi incorporano componenti di I.A., come software di analisi diagnostica, sistemi di triage e di classificazione, piattaforme di supporto informativo, strumenti di gestione e di sintesi dei dati clinici.

Questa presenza silenziosa spiega perché il vero cambiamento non è l’arrivo dell’I.A., ma la sua progressiva integrazione consapevole.

Ci sono settori della cura con caratteristiche che rendono l’applicazione dell’I.A. al tempo stesso promettente e complessa, in cui sono presenti, da un lato, ampia varietà di dati clinici, crescente digitalizzazione, necessità di integrazione di informazioni eterogenee e, dall’altro, elevata variabilità individuale, contesti organizzativi disomogenei, forte componente relazionale ed etica.

L’I.A. funziona bene dove il dato è strutturato e ripetibile; incontra limiti dove il contesto e il giudizio clinico sono centrali. Questo equilibrio è il cuore del discorso che seguirà.

Dalla prestazione all’utilità: un cambio di prospettiva

Nei sistemi di cura è opportuno, spostare l’attenzione dalle performance dell’I.A. e invece, scegliere un’altra prospettiva: l’utilità clinica e professionale. Una tecnologia può essere molto performante e poco utile, se non si integra nei flussi di lavoro, se aumenta il carico cognitivo e se richiede più tempo di quello che restituisce. L’I.A., in medicina e in veterinaria – ma si potrebbe applicare questo principio a molte altre professioni - ha senso solo se riduce la complessità senza semplificare la cura. Le possibili aree di applicazione possono essere: il supporto alla documentazione e alla gestione dell’informazione, l’esegesi in tempo reale del colloquio clinico-paziente, l’analisi di immagini e segnali, la sintesi di dati longitudinali al percorso terapeutico completo, il supporto al ragionamento clinico nella diagnosi differenziale.

Ciò che accomuna questi ambiti non è la spettacolarità, ma la ripetitività strutturata dei compiti e l’elevato carico cognitivo umano che comportano. L’I.A. non entra nella veterinaria per rendere la medicina più “intelligente”, ma per renderla praticabile in un contesto di crescente complessità.

Il primo nodo che intercetta non è la diagnosi, né la terapia. È il tempo.

Prima di continuare è, però, importante chiarire i confini: l’I.A., nella pratica di cura responsabile, non deve sostituire il giudizio clinico, assumere responsabilità decisionale, comprendere il contesto emotivo, gestiscere il valore soggettivo della qualità della vita.

Questi elementi non sono limiti tecnici contingenti, ma confini strutturali all’interno del quale muovere tutti i successivi ragionamenti. Confondere il supporto con la sostituzione significa creare aspettative irrealistiche e alimentare resistenze inutili. Molte delle preoccupazioni espresse dai professionisti non riguardano la tecnologia in sé, ma le modalità di adozione.

L’I.A. diventa problematica quando viene imposta senza integrazione, viene presentata come soluzione totale, non è accompagnata da una riflessione organizzativa.

Diventa invece una risorsa quando è introdotta per risolvere problemi reali ed è spiegata nei suoi limiti, restando chiaramente ed esplicitamente uno strumento.

Intelligenza artificiale e tempo

Se l’intelligenza artificiale trova un punto di ingresso naturale nella pratica di cura, questo punto non è la diagnosi né la terapia, ma il tempo. Il tempo dell’operatore sanitario è diventato la risorsa più scarsa e più fragile dell’intero sistema, e allo stesso tempo quella meno tutelata. Comprendere il ruolo dell’I.A. come risposta alla crisi di tempo significa spostare il discorso dall’innovazione tecnologica alla sostenibilità del lavoro clinico. E, quando si parla di “mancanza di tempo”, si tende a pensare all’agenda; ma, in realtà, una parte significativa del tempo viene assorbita da attività che circondano l’atto clinico, tra cui: la compilazione e revisione della documentazione, la trascrizione di informazioni già espresse oralmente, la ricerca e sintesi di dati dispersi, le comunicazioni ripetitive, la gestione post-visita.

Si tratta di attività mai superflue che non richiedono il giudizio clinico, bensì attenzione, precisione e continuità. I Curanti svolgono oggi una grande quantità di lavoro cognitivo a basso valore clinico diretto, non perché sia inutile, ma perché è necessario per far funzionare il sistema, sottraendo – però -  tempo al ragionamento clinico, aumentando il carico mentale e riducendo lo spazio di riflessione.

Il paradosso è evidente: più aumentano la domanda e la qualità richiesta, più il professionista è costretto a usare il proprio tempo per attività che non ne valorizzano la competenza clinica specifica. Tanto più olistico deve essere l’approccio, tanto maggiore è la sensazione del curante di lavorare “per altro” più di quanto faccia per l’atto clinico in sé. È in questo spazio che l’intelligenza artificiale mostra il suo primo valore reale: intervenendo non sulle decisioni, ma sulle attività che preparano e seguono la decisione. L’I.A. può – infatti – supportare la trascrizione e strutturazione delle informazioni, la sintesi automatica di dati clinici, l’organizzazione della documentazione, la preparazione di note e report. In tutti questi casi, il beneficio non è la velocità in sé, ma il tempo restituito.

Il recupero del tempo come tutela della lucidità clinica 

Un equivoco frequente è pensare che il tempo risparmiato diventi automaticamente tempo libero. Nella pratica di cura, questo accade raramente. Il tempo restituito può essere, invece, reinvestito nella qualità della visita, utilizzato per spiegare meglio, dedicato a decisioni più ponderate, usato per ridurre il lavoro serale o fuori orario.

Il valore dell’I.A. non è quindi quantitativo, ma qualitativo. Infatti, quando il tempo è costantemente compresso, la lucidità diventa fragile e ridurre il carico accessorio non migliora solo l’efficienza, ma protegge la qualità del giudizio. In questo senso, l’I.A. può agire come un riduttore di attrito cognitivo, non come un sostituto dell’intelligenza umana. Il recupero di tempo non ha effetti solo individuali, ma organizzativi. Quando, infatti, la documentazione è più fluida, le informazioni sono più accessibili, il lavoro invisibile diminuisce, l’intero sistema diventa più stabile: migliori passaggi di consegne; maggiore continuità assistenziale; riduzione della dipendenza dalla memoria individuale. Il tempo restituito al singolo diventa robustezza del sistema.

Iniziare il discorso sull’I.A. dal tempo non è una scelta prudente, ma una scelta corretta. È il punto in cui i benefici sono immediatamente percepibili, i rischi sono contenuti, la responsabilità clinica resta pienamente umana.

Ora, se il tempo è la prima risorsa che l’I.A. può restituire, la domanda successiva è inevitabile: che cosa si può fare con quel tempo?

La risposta non riguarda solo l’organizzazione del lavoro, ma il modo stesso di intendere la cura: si apre, qui, il passaggio dalla medicina reattiva alla medicina predittiva. Di questo parleremo in un prossimo articolo.

 

 

NOTE:

[1] Un segnale particolarmente rilevante riguarda il rapporto tra professione e nuove generazioni. Infatti, sempre più giovani operatori della salute esprimono difficoltà ad accettare modelli lavorativi insostenibili, rifiuto di una cultura del sacrificio permanente, richiesta di equilibrio e supporto organizzativo e – spesso – disertano le aree professionali più colpite dalla dimensione dello stresso temporale e del sacrificio personale, come il Pronto Soccorso.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

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  38. AI conversazionale, presentato al London Vet Show il futuro della consulenza veterinaria, accessed December 28, 2025, https://www.vet33.it/attivita-professionale/2271/ai-conversazionale-presentato-al-london-vet-show-il-futuro-della-consulenza-veterinaria.html
  39. Rethinking clinical decision-making with LAIKA, your AI vet assistant - Vet Times, accessed December 28, 2025, https://www.vettimes.com/news/business/digital/rethinking-clinical-decision-making-with-laika-your-ai-vet-assistant
  40. L'AI al fianco dei veterinari. Intervista a Aitem - Polo Tecnologico Navacchio, accessed December 28, 2025, https://polotecnologico.it/storia/lai-al-fianco-dei-veterinari-intervista-aitem/
  41. 7 Signs Your Clinic Needs an AI Scribe - VetRec, accessed December 28, 2025, https://www.vetrec.io/post/7-signs-your-clinic-needs-an-ai-scribe
  42. Board chair updates AVMA progress on advancing veterinary technicians, AI, accessed December 28, 2025, https://www.avma.org/news/board-chair-updates-avma-progress-advancing-veterinary-technicians-ai
  43. Veterinary Industry Insights for 2026: Expert Predictions for Clinics - Otto, accessed December 28, 2025, https://otto.vet/veterinary-industry-insights-2026/

 


Mangiare con la mente: gastrofisica e food design tra percezione, esperienza e responsabilità

La gastrofisica, disciplina che studia il modo in cui i sensi e i processi cognitivi influenzano la percezione del cibo, sta progressivamente ridefinendo il concetto stesso di esperienza gastronomica. Cerchiamo di esplorare il dialogo tra gastrofisica e food design, evidenziando come il gusto non sia un dato oggettivo ma il risultato di una complessa interazione tra stimoli sensoriali, contesto, aspettative e significati simbolici.  Il food design è analizzato nella sua forma di pratica progettuale, capace di integrare conoscenze scientifiche e dimensioni culturali, estetiche ed etiche, ponendo particolare attenzione alle implicazioni per la sostenibilità, la riduzione dello spreco alimentare e il benessere del consumatore. In questa prospettiva, la gastrofisica non viene intesa come semplice strumento di ottimizzazione sensoriale, ma come chiave critica per ripensare il rapporto tra individuo, cibo e ambiente. 

Mangiare è un atto quotidiano che, nella sua apparente semplicità, racchiude una complessità sorprendente. Sarebbe molto interessante riuscire a scardinare l’opinione comune che si ha del gusto inteso come tale ma ciò non sembra essere possibile. È, invece, possibile comprendere come mai il gusto non è mai solo gusto. 

Per lungo tempo il gusto è stato considerato una proprietà intrinseca del cibo, qualcosa che risiede nella materia prima o nella sua preparazione tecnica. Tuttavia, numerosi studi negli ultimi decenni hanno messo in discussione questa visione riduzionista, mostrando come l’esperienza gastronomica sia il risultato di una costruzione percettiva e cognitiva, profondamente influenzata dal contesto, dalle aspettative e dall’interazione tra i sensi. 

GASTROFISICA

È in questo frangente che si colloca la gastrofisica, una disciplina ibrida che interseca neuroscienze, psicologia cognitiva e scienze sensoriali. La gastrofisica si propone di indagare come assaggiamo realmente il cibo, tutto quello che risiede dietro al semplice assaggio di una qualsivoglia pietanza. 

Parallelamente il food design ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dall’estetica del piatto alla progettazione sistemica dell’esperienza alimentare. Mettere in dialogo gastrofisica e food design significa interrogarsi non solo su come percepiamo il cibo, ma su come questa percezione venga progettata, orientata, declinata e molto spesso problematizzata. L’obiettivo di questa analisi è esplorare il rapporto tra queste due prospettive, evidenziandone le potenzialità ma anche le tensioni, in particolare sul piano etico e culturale. In questa chiave, il gusto smette di essere un dato naturale e diventa un oggetto di progetto. 

La gastrofisica nasce dal superamento dell’idea che il gusto sia riconducibile esclusivamente alle papille gustative. Il cibo non è più un semplice mezzo di nutrimento, bensì un’esperienza vera e propria che mostra come dal cibo emerga un’interazione di stimoli visivi, olfattivi, tattili, uditivi e cognitivi. 

DAL CIBO AL SOGGETTO CHE MANGIA

Questa visione sposta l’attenzione dal cibo in sé al soggetto stesso che ne fa uso e consumo, sottolineando come il soggetto vivente abbia un ruolo attivo nel “costruire” il gusto. 

Pertanto, mangiare equivale non solo a ricevere uno stimolo sensoriale, ma a interpretarlo sulla base di aspettative, memorie e contesti culturali. Ad esempio, servire un vino in un contesto molto elegante farà accentuare il valore che si attribuisce al vino servito; oppure un piatto viene giudicato più saporito se associato ad una narrazione coerente. Non sono illusioni, bensì esempi concreti di come può funzionare la percezione umana. 

Quello che si vuole dire è che la materialità del cibo è fondamentale, ma la gastrofisica ne ridimensiona la portata. Secondo tale prospettiva assaporare il gusto è un’esperienza emergente, situata e relazionale, non è più solo una qualità oggettiva e universale. 

Il food design si inserisce in questo scenario come pratica capace di tradurre le conoscenze sulla percezione in scelte progettuali consapevoli. Lontano dall’essere una semplice declinazione estetica della cucina, il food design opera su più livelli: materiali, simbolici e relazionali. Progettare il cibo significa progettare oggetti, spazi, rituali, packaging, servizi e narrazioni che accompagnano l’atto del mangiare. In questa prospettiva, il designer non interviene solo sulla forma, ma sulla costruzione di senso. Il piatto non è più un contenitore neutro, ma un dispositivo comunicativo; il contesto di consumo non è uno sfondo passivo, ma parte integrante dell’esperienza. Il food design assume così una funzione di mediazione tra saperi scientifici, cultura gastronomica e comportamenti sociali.

L’incontro con la gastrofisica rafforza questa dimensione progettuale, offrendo strumenti per comprendere come determinate scelte influenzino la percezione del gusto. 

Però, questo incontro non è privo di ambiguità. Se, da un lato, apre nuove possibilità creative, dall’altro, solleva interrogativi sul confine tra progettazione dell’esperienza e manipolazione della percezione. 

Il pensiero che sta dietro questa affermazione è veicolato da un nesso molto semplice che ha a che fare con la manipolazione che spesso le forme più scorrette di marketing attuano nei confronti della platea dei consumatori. Non è sbagliato vendere un prodotto in modo tale da far pensare all’utente finale che quel determinato oggetto o servizio possa fornire un vantaggio, un beneficio o solo un momentaneo risvolto positivo. È, invece, sbagliato far passare un messaggio che non rispecchia la realtà.

PROGETTAZIONE DI ESPERIENZE PERCETTIVE 

Negli ultimi anni molti prodotti ultra-processati (barrette, snack, yogurt aromatizzati, bevande vegetali zuccherate) vengono progettati attraverso strategie di food design e neuromarketing per apparire più sani di quanto siano realmente. Non è il prodotto a essere sano: è l’esperienza percettiva a essere progettata come tale, a partire dalla micronarrazione e dal naming: termini come balance, pure, active, nature e light costruiscono un’immagine positiva prima dell’assaggio e fanno in modo che questa immagine a priori, che non ha niente a che fare con la vera natura del prodotto offerto, influenzi favorevolmente l’esperienza. 

Anche i colori e i materiali hanno un ruolo centrale in queste operazioni, poiché carta grezza o colori pastello, come verde e beige, tendono a caricare il prodotto di un valore “naturale” e puro, attivando associazioni mentali con artigianalità e sostenibilità. Il punto critico di questa trattazione risiede non tanto nella falsità implicita, quanto più nella dissonanza tra composizione reale del prodotto e percezione indotta. Il consumatore non viene informato male, ma viene guidato percettivamente verso una valutazione errata. 

Quando la progettazione dell’esperienza sostituisce la qualità del contenuto, il food design smette di essere mediazione culturale e diventa simulazione, se non inganno.

TENSIONI E POTENZIALITÀ

E tutto questo cos’ha a che fare con la gastrofisica? Banalmente, tutte queste progettazioni, volenti o nolenti, rientrano in uno spettro di azione della gastrofisica stessa, anche se l’intenzione iniziale non era quella. L’applicazione dei principi gastrofisici al food design è ormai diffusa in molti ambiti, dalla ristorazione di alta gamma al marketing alimentare. È noto, ad esempio, che piatti di colore scuro tendano a intensificare la percezione di dolcezza, o che posate più pesanti siano associate a una maggiore qualità percepita del cibo. Allo stesso modo, il suono croccante di un alimento può amplificarne la freschezza percepita, indipendentemente dalla sua composizione reale. Questi meccanismi, se utilizzati in modo consapevole, possono arricchire l’esperienza gastronomica, rendendola più coerente e coinvolgente.

 Tuttavia, è proprio qui che emergono le prime tensioni. 

Quando la gastrofisica viene impiegata per compensare la scarsa qualità di un prodotto o per indurre aspettative ingannevoli, il rischio è quello di trasformare il progetto in uno strumento di manipolazione. D’altra parte, però, la sua potenza può essere usata come facilitatore di comportamenti virtuosi.

Una delle direzioni più interessanti del dialogo tra gastrofisica e food design riguarda, infatti, il tema della sostenibilità. Se la percezione del gusto è influenzabile, allora è possibile utilizzarne i meccanismi non solo per aumentare il piacere immediato, ma per orientare comportamenti più responsabili. Migliorare l’accettabilità di cibi a basso impatto ambientale, ridurre lo spreco alimentare o favorire un consumo più consapevole sono obiettivi che possono beneficiare di un approccio percettivo informato. In questo contesto, il food design diventa uno strumento educativo oltre che esperienziale. 

Progettare il gusto significa anche progettare un rapporto diverso con il cibo, meno basato sull’eccesso e più attento alla qualità complessiva dell’esperienza. La gastrofisica può supportare questa transizione, a patto di essere inserita in una cornice etica chiara. Il punto non è “ingannare” il palato, ma riconoscere che ogni esperienza alimentare è già, di per sé, una costruzione. Rendere espliciti i meccanismi percettivi può aiutare a restituire al consumatore un ruolo più attivo e consapevole, anziché ridurlo a destinatario passivo di stimoli progettati. Il confronto tra gastrofisica e food design mette in evidenza come il gusto non sia un dato naturale, ma un fenomeno complesso, situato all’incrocio tra percezione, cultura e progetto. Considerare il gusto come oggetto di progetto implica una responsabilità culturale ed etica. Progettare l’esperienza alimentare significa intervenire su comportamenti, desideri e immaginari collettivi. 

Il gusto, in definitiva, non è nel piatto: è nello spazio che si crea tra ciò che mangiamo, come lo mangiamo e il significato che attribuiamo a quell’esperienza. Ed è proprio in questo spazio che food design e gastrofisica possono contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’alimentazione.


La controversia sulla Commissione Vaccini in Italia e il suo contraltare in USA

Il 6 agosto scorso, il Ministro della Salute italiano - Orazio Schillaci – nomina i membri del Nitag (National Immunization Technical Advisory Group, in coerenza con quanto definito dalla Organizzazione Mondiale della Salute). Di fatto un organismo che sostituisce la commissione vaccini del Governo.

I membri del NITAG sono 22 (qui l’elenco dei nomi e la funzione dell’organismo); 17 sono laureati in medicina, 2 in scienze infermieristiche e ostetriche, 2 in biologia e 1 in sociologia; 11 insegnano o hanno insegnato in università, 12 ricoprono cariche pubbliche – dalle dirigenze di unità medico sanitarie locali e nazionali a incarichi all’Istituto Superiore della Sanità.

Tra questi, ci sono 2 medici – un pediatra e un patologo, entrambi che insegnano o hanno insegnato in università – che hanno espresso posizioni critiche nei confronti delle politiche vaccinali. Uno di loro è un pediatra ospedaliero, specializzato in pediatria preventiva e membro di una commissione vaccinale provinciale; l’altro è specializzato in ematologia, ha insegnato patologia generale all’Università di Verona, è autore di più di 100 pubblicazioni su PubMed, con 9767 citazioni e un indice h pari a 55.

Alla nomina nel NITAG di questi due membri con posizioni critiche sulla attuale politica vaccinale esplodono reazioni indignate e polemiche nella comunità medico-scientifica e tra i rappresentanti politici, sia di governo che di opposizione, reazioni riportate e amplificate dalla maggior parte dei media, che hanno definito i due medici No-vax e demonizzato la loro presenza nell’organismo deputato ad aiutare il governo nella definizione delle politiche vaccinali dei prossimi 4-5 anni.

In pochi giorni, un gruppo di scienziati raccoglie 34.000 firme di colleghi e – insieme ad alcune società medico-scientifiche e alla Federazione degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) - chiedono le dimissioni dei due medici dalla commissione, perché inadeguati – sulla base dei loro curricula e delle loro pubblicazioni, dicono - a ricoprire il ruolo loro assegnato. Alcuni titolati e noti medici dichiarano che il loro indice di pubblicazioni è inferiore a quelle dei loro dottorandi.

Pochi giorni dopo, il Ministro Schillaci cancella le nomine e azzera la commissione NITAG.1

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Di converso, negli Stati Uniti d’America, il 27 agosto, la responsabile dei Centri di Controllo della diffusione delle malattie (CDC), viene rimossa dal suo incarico perché critica nei confronti delle posizioni sui vaccini del Segretario alla Salute Robert Kennedy Jr. e perché si rifiuta di licenziare tre alti funzionari suoi collaboratori, “rei” di non condividere le opinioni di Kennedy sulle politiche vaccinali.

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Ora, siamo certi di non poter giudicare il valore medico e scientifico dei due membri del NITAG di cui sono chieste le dimissioni2, ma possiamo sospettare che l’attacco rivolto alla loro adeguatezza scientifica sia strumentale e di copertura della tacitazione delle voci dissenzienti rispetto alle politiche dominanti.

Riteniamo, inoltre, che l’azzeramento delle nomine, fatto per evitare lo scandalo della presenza di due cosiddetti No-vax in commissione, sia un’occasione persa per disegnare una politica vaccinale che tenga conto anche di posizioni diverse da quelle dominanti.

Non per solo amore di pluralismo e di democrazia ma perché il confronto con posizioni che sono di rottura, di vero skandalon - inteso come inciampo, scomodità, ostacolo al percorso lineare - può stimolare riflessioni più profonde su come affrontare la salute pubblica, anche per garantire l’indipendenza dal sospetto di influenze commerciali sulle politiche di diffusione dei vaccini.

Lo stesso vale per il licenziamento – in America – della responsabile dei CDC: un’altra occasione persa, questa volta per la linea di Kennedy, di riflettere insieme agli oppositori.

È più facile asfaltarli, gli oppositori.

 

 

NOTE:

1 Ad oggi, la commissione NITAG italiana non è ancora stata nominata.

2 Siamo però certi che nel comitato ci sono persone con un indice h inferiore a quello dei due studiosi attenzionati, con pochissime pubblicazioni, e che alcuni di loro non sono nemmeno esperti di vaccinazioni.

Robotica sociale assistiva: l’espansione della cura nell’era tecnologica

Negli ultimi ͏anni, il rapido pr͏ogresso ͏della tecnologia ha aperto nuove possibilità nel settor͏e clin͏ico e di assistenza, soprattut͏to per gli anziani. Tra le innovazioni più interess͏anti c’è la robotica sociale assisti͏va (SAR), una parte della͏ robotica c͏he si occupa͏ di fornire aiuto͏ em͏otivo, fisico e mentale alle persone più fragili. Alcuni studi hanno evidenziato il fatto che “la pandemia da Covid-19 ha spinto ad usare solu͏zioni͏ automatizzate”[1] , mostrando sia gli effetti positivi dei robot sociali sia le difficoltà nell’inser͏irli nella vita normale de͏gli utent͏i. ͏Le ricerche recenti mostrano risultati positivi sullo stato d’animo͏, su͏lla͏ diminuzione della so͏litud͏i͏ne e sulla qualità d͏ella vita delle persone anzia͏ne ma͏ inducono anche a interrogarsi sulla questione etica e psico͏logica. In relazione a questi aspetti si riflette sull'autoingann͏o e sul rischio di infantilizzazione dell’utente. In quest͏a situazione complessa e in continuo cambiamento, il nostro contributo intende esplorare come gli ͏italiani percepiscono l’introduzione dei SAR nel servizio d’assistenz͏a͏. Partendo dalle argomentazioni proposte dal͏la ricercatrice Nicoletta Massa e dalla sua pubblicazione riguardo la psicologia della salute[2], è interessante domandarsi quanto͏ siano note alla collettività le potenzialità dei SAR e in quale ottica verrebbero accolte, facendo riferimento in͏ modo particolare ag͏li aspetti m͏entali, c͏ulturali e so͏ciali che influenzano l'accettazione della robotic͏a assistiva. Per fare ciò abbiamo sottoposto un questionario online al fine di approfondire tali tematiche.

L’indagine nasce da alcuni interrogativi iniziali: come verrebbero accolti i SAR dalla popolazione generale del nostro paese? Potrebbe quest’ultima, nel prossimo futuro, trovarsi a beneficiarne? La nostra ricerca è stata orientata ad esaminare il livello di conoscenza, percezione e accettazione sociale verso la robotica sociale assistiva (SAR) nel contesto italiano. Nel mese di gennaio 2025, abbiamo proposto una serie di domande, sotto forma di questionario online da somministare ad un “campione di convenienza”, attraverso piattaforme social. L’indagine si è basata su precedenti ricerche nel campo delle tecnologie assistive e consiste in due tipologie di domande: quesiti a risposta multipla e scale Likert. Il questionario è stato diviso in quattro parti: dati demografici, familiarità con le tecnologie assistive, opinioni sull’uso dei SAR negli ambienti domestici e riflessioni etico-culturali. Il campione raggiunto è di 203 persone, la maggioranza dei rispondenti è nella fascia di età 18-24 anni (37%) con una prevalenza di rispondenti donne (66%). Benché il campione non sia rappresentativo della popolazione italiana nella sua interezza, l’indagine consente una prima esplorazione sulle impressioni riguardo i SAR, ponendo le basi per successivi approfondimenti.

Da un lato si riscontra una maggiore apertura dal punto di vista emotivo nel rapporto con la tecnologia, tanto che l’idea di avere un rapporto affettivo con un robot potrebbe non essere percepita come inverosimile. A livello personale, tuttavia, persiste un meccanismo psicologico: l’utente attribuisce un valore emotivo al comportamento del robot, nonostante quest’ultimo sia totalmente privo di tali caratteristiche umane[3].

Va in aggiunta contestualizzato il tema delle carenze diffuse, le quali stanno segnando il sistema lavorativo contemporaneo. Tale termine viene utilizzato nel contesto occupazionale, per fare riferimento a una carenza estesa e sistemica di competenze, risorse o personale adeguato, che non può che influenzare negativamente la produttività e l'efficienza. Le fonti hanno registrato mancanze significative per quanto riguarda le categorie di operatori sanitari a livello sub-nazionale. In questo insieme si includono i posti vacanti difficili da ricoprire e anche i bisogni sanitari insoddisfatti, segnalati dalla popolazione stessa.

Il caso italiano presenta un numero di infermieri per abitante inferiore alla media UE[4]. Questa situazione suggerisce un maggiore affidamento sui medici nell'erogazione dei servizi. La situazione si aggrava con la riduzione del personale medico e paramedico impiegato nel sistema sanitario nazionale[5], specialmente a fronte del trend di invecchiamento della popolazione e della richiesta crescente di cure e domande di assistenza medica[6]. In questo contesto questi strumenti potrebbero offrire un supporto concreto, se integrati correttamente.
Risulta opportuno, in primo luogo, affrontare alcune questioni aperte che vengono trattate nell’articolo[7] , come la self-deception (autoinganno),fenomeno che può essere analizzato come conseguenza di due ordini di fattori: uno di natura storico-contestuale e l’altro di natura individuale.

Gli intervistati hanno dimostrato la non conoscenza del nuovo strumento di robotica sociale assistiva, visto che il 75,9% dei rispondenti non aveva mai sentito parlare dei SAR. Nonostante la distanza iniziale dall’argomento, ciò non ne ha precluso il successivo interesse: le opinioni espresse non si traducono in un rifiuto netto, bensì in una posizione di scetticismo esplorativo. Il campione analizzato non si è dimostrato del tutto ostile alla novità. Ne è un esempio il fatto che quasi il 41% si dichiari incuriosito, pur restando perplesso, nel concepire un robot che sia in grado di interagire con persone anche nella sfera emotiva, mentre solo il 14% considera esplicitamente utile tale interazione. Inoltre, pur prevalendo una visione tradizionalista dell’assistenza, con il 66,5% che preferisce ancora le cure umane a quelle automatizzate, emerge una quota consistente (34%) che accetterebbe l’inserimento di un SAR in casa se accompagnato da una figura umana, specialmente se designata a mansioni più tecniche. Ciò indica in ogni caso che la tecnologia venga percepita più come supporto che come minaccia. Sebbene il 69% non ritenga possibile il successo di queste tecnologie nel nostro paese, una percentuale analoga (66,5%) riconosce che i SAR potrebbero essere efficacemente impiegati per monitorare la salute e avvisare i medici in caso di necessità. Dunque, a fronte della diffidenza culturale e affettiva, si afferma una concezione relativamente positiva, specialmente in ambiti in cui la presenza umana non sia sempre garantita. Questa ambivalenza rappresenta probabilmente l’aspetto più interessante dell’indagine: le persone si mostrano scettiche, ma non particolarmente ostili, quello che emerge infatti, è una forte curiosità.

Il timore non appare di tipo apocalittico ma è piuttosto legato a preoccupazioni etico-relazionali e affettive. È interessante considerare come, anziché preoccuparsi di una possibile diminuzione dell’impiego (aspetto ricorrente se si tratta di intelligenza artificiale e robotica nell’ambito lavorativo), il campione si sia concentrato piuttosto sulla mancanza di empatia da parte delle macchine, ritenuta un elemento imprescindibile del settore dell’assistenza sanitaria. In tale contesto lo scetticismo di molti potrebbe essere mitigato attraverso una maggiore informazione e consapevolezza, considerando che, la maggior parte delle mansioni svolte dai SAR non si limiterebbero soltanto ad aiutare i soggetti fragili, quanto il personale sanitario in primo luogo.

In base͏ ai͏ dati r͏a͏ccol͏ti e alle idee condivise, sembra emergere ch͏e l'arrivo dei robot sociali di assistenza sia un͏a sfida complessa ma forse rivoluzionaria per il ͏sis͏tema sanitario di ogg͏i. Il fatt͏o che mo͏lti sarebbero pro͏nti ad accettar͏e un SAR a casa sug͏gerisce una disponibil͏i͏tà all'in͏tegrazione; purché si mantenga un buon equilibrio tra tec͏nologia e umanità.

In sintesi, ciò che è emerso non è un rifiuto del progresso, bensì la richiesta che quest’ultimo venga integrato con attenzione, trasparenza e sensibilità. Se i SAR verranno inseriti non come sostituti, ma come alleati del lavoro umano, rispettando la dignità delle persone, potranno contribuire a riformare un sistema che ad oggi si ritrova spesso in difficoltà. Non si tratta di una sfida prettamente tecnica, ma anche culturale e politica.

In conclusione, l’accettazione sociale della robotica assistiva dipenderà dalla capacità di affrontare con consapevolezza quelle che sono le implicazioni psicologiche ed etiche di queste tecnologie.

Maggiore consapevolezza, una progettazione che punta ai bisogni del paziente ed una chiara regolamentazione d’uso vanno considerati come elementi decisivi al fine di garantire che i SAR possano realmente contribuire all’ideazione di un sistema di cura diverso, progressivamente più efficace ed equo.

 

NOTE:

[1] Massa N. (2022) Innovazioni in psicologia della salute: il contributo della Social Assistive Robotics. Tra opportunità terapeutiche e questioni aperte della robotica sociale. Psicologia della salute: quadrimestrale di psicologia e scienza della salute, 37(5), 267-286

[2] Ibidem

[3] OECD (2025), Prospettive economiche dell'OCSE, Rapporto intermedio, marzo 2025: Navigare in acque incerte, OECD Publishing, Paris

[4] Massa N. (2022) Innovazioni in psicologia della salute: il contributo della Social Assistive Robotics. Tra opportunità terapeutiche e questioni aperte della robotica sociale. Psicologia della salute: quadrimestrale di psicologia e scienza della salute, 37(5), 267-286

[5] Ibidem

[6] OECD (2025), Prospettive economiche dell'OCSE, Rapporto intermedio, marzo 2025: Navigare in acque incerte, OECD Publishing, Paris

[7] Ibidem

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Massa N. (2022), Innovazioni in psicologia della salute: il contributo della Social Assistive Robotics : tra opportunità terapeutiche e questioni aperte della robotica sociale, in "Psicologia della salute: quadrimestrale di psicologia e scienze della salute: 3, 2022, Milano: Franco Angeli, 2022 , 1972-5167 - Casalini id: 5378331" - P. 14-27

OECD (2025), Prospettive economiche dell'OCSE, Rapporto intermedio, marzo 2025: Navigare in acque incerte, OECD Publishing, Paris

OECD/European Commission (2024), Health at a Glance: Europe 2024: State of Health in the EU Cycle, OECD Publishing, Paris


I disturbi neurologici funzionali: oltre il dualismo mente-corpo

I disturbi neurologici funzionali (o FND, dall'inglese Functional Neurological Disorders) rappresentano una delle condizioni mediche più affascinanti e complesse del panorama neurologico contemporaneo; caratterizzati da sintomi reali e invalidanti, non spiegati da alterazioni strutturali del sistema nervoso, costituiscono un caso di studio emblematico per comprendere l'intricata relazione tra mente e corpo.

DEFINIZIONE E CARATTERISTICHE CLINICHE

I disturbi neurologici funzionali sono definiti come condizioni causate da alterazioni nel funzionamento delle reti cerebrali piuttosto che da cambiamenti nella struttura del cervello stesso. Questa distinzione fondamentale è spesso illustrata attraverso l'analogia del computer: mentre in altre patologie neurologiche si osserva un danno all'"hardware" cerebrale (come la degenerazione dei neuroni nella substantia nigra nei Parkinsonismi), nei disturbi neurologici funzionali il problema risiede nel "software", ovvero nei “programmi” che regolano il funzionamento del sistema nervoso.

La sintomatologia dei disturbi neurologici funzionali è estremamente variegata e può comprendere debolezza o paralisi degli arti, disturbi del movimento come tremori e distonie, crisi epilettiche non epilettiche, problemi sensoriali, difficoltà del linguaggio, problemi visivi e uditivi, dolore cronico e alterazioni cognitive, interferendo notevolmente con la qualità di vita dei pazienti, dei loro caregiver e comportando una spesa notevole per il SSN; l’esordio può avvenire a qualsiasi età, sebbene sia più comune tra l'adolescenza e l'età adulta precoce, con una maggiore incidenza nel sesso femminile (in rapporto 3:1).

NEUROBIOLOGIA TRA FUNZIONE E STRUTTURA

Le neuroscienze hanno fornito evidenze crescenti che i disturbi neurologici funzionali non sono disturbi "immaginari" ma rappresentano condizioni neurobiologiche genuine con correlati neurali identificabili. In questo senso, appare straordinariamente attuale l’intuizione di Jean-Martin Charcot, che già alla fine del XIX secolo ipotizzava nei pazienti con isteria l’esistenza di una “lesione funzionale”, ovvero una disfunzione reale del sistema nervoso priva di una base strutturale visibile. Sebbene privo degli strumenti della neurologia moderna, Charcot riconobbe che l’assenza di una lesione anatomica non implicava l’inesistenza di un disturbo neurologico autentico - un’intuizione che trova oggi conferma nei dati neurobiologici contemporanei. Particolarmente significative sono le alterazioni osservate a carico del salience network, del default mode network e nelle connessioni tra aree cortico-limbiche e regioni motorie. Il salience network, composto principalmente dall'insula anteriore e dalla corteccia cingolata anteriore dorsale, è responsabile del rilevamento e del filtraggio degli stimoli rilevanti e della regolazione emotiva. Nei pazienti con disturbo neurologico funzionale, questo sistema mostra iperattivazione e connettività alterata con le aree motorie, suggerendo un'influenza eccessiva dei processi emotivi sul controllo motorio. Il default mode network, attivo durante il riposo cosciente e coinvolto nei processi di auto-riferimento e nella costruzione del senso di sé, presenta anch'esso alterazioni in questi pazienti. Queste modificazioni potrebbero riflettere disturbi nei processi di integrazione dell'esperienza soggettiva e nella percezione di agency, ovvero nella sensazione di controllo sulle proprie azioni.

I DISTURBI NEUROLOGICI FUNZIONALI COME PARADIGMA DEL RAPPORTO MENTE-CORPO

Storicamente, l’approccio cartesiano alla medicina ha portato a una netta distinzione tra cause organiche e psicogene, relegando i disturbi neurologici funzionali nell’ambito delle patologie “senza base organica”. Tuttavia, le evidenze attuali dimostrano che questa dicotomia è riduttiva: gli stati mentali, come lo stress, il trauma o i conflitti emotivi, possono indurre alterazioni misurabili nei circuiti cerebrali, nei pattern di attivazione neuronale e nei processi di integrazione sensomotoria, senza che vi sia necessariamente un danno strutturale rilevabile con le tecniche diagnostiche convenzionali.

La definizione storica di “disturbo di conversione” o “di somatizzazione” per quelli che oggi chiamiamo disturbi neurologici funzionali, radicata nella teoria freudiana della conversione di conflitti psichici in sintomi somatici, rifletteva una comprensione limitata e spesso stigmatizzante della condizione. Oggi, la ricerca riconosce che questi disturbi non sono semplicemente manifestazioni di conflitti inconsci, ma il risultato di una complessa interazione tra vulnerabilità biologiche (come predisposizioni genetiche o alterazioni neurochimiche), fattori psicologici (traumi, stili di coping, attenzione selettiva ai sintomi) e contesti sociali (stress ambientali, dinamiche familiari, influenze culturali).

L’approccio attuale è quindi multidisciplinare e integrato: la diagnosi si basa su criteri clinici positivi e segni neurologici specifici, mentre il trattamento prevede interventi personalizzati che possono includere la riabilitazione neurologica, la psicoterapia e, quando necessario, il supporto farmacologico. Questa visione supera la dicotomia cartesiana, promuovendo una comprensione più ampia e meno stigmatizzante della malattia, e sottolinea l’importanza di un approccio empatico e collaborativo nella gestione dei pazienti con disturbo neurologico funzionale.

CONCLUSIONI

I disturbi neurologici funzionali costituiscono un caso emblematico della complessità del rapporto mente-corpo, rivelando quanto siano ormai inadeguate le dicotomie tradizionali della medicina occidentale per spiegare la natura (che è invece profondamente integrata) dell’essere umano. Lungi dall’essere semplici anomalie “psicogene”, si impongono oggi come una sfida cruciale per la medicina contemporanea: non solo per la loro eterogeneità clinica e l’impatto sulla qualità di vita, ma soprattutto per l’opportunità epistemologica che rappresentano. 

La moderna comprensione di questa condizione così fraintesa in passato, alimentata dai progressi delle neuroscienze, offre una finestra privilegiata per indagare i meccanismi attraverso cui l’esperienza soggettiva si incarna nel corpo e nel cervello, mostrando come stati mentali complessi possano influenzare direttamente il funzionamento dei network cerebrali. In tal senso, i disturbi neurologici funzionali mettono in discussione le rigide separazioni tra neurologia e psichiatria, tra cause organiche e fattori psicologici. L’evoluzione della ricerca scientifica, insieme a una crescente sensibilità clinica, sta gradualmente restituendo legittimità e riconoscimento a una condizione per troppo tempo relegata ai margini del sapere medico. Questa condizione ci obbliga a ricordare che mente e cervello non sono domini separati, ma aspetti interdipendenti di una stessa realtà incarnata, e ci sollecitano a ripensare profondamente non solo le categorie diagnostiche, ma anche il modo in cui intendiamo la cura. 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Aybek, S., & Perez, D. L. (2022). Diagnosis and management of functional neurological disorder. BMJ, o64. https://doi.org/10.1136/bmj.o64 

Baek, K., Doñamayor, N., Morris, L. S., Strelchuk, D., Mitchell, S., Mikheenko, Y., Yeoh, S. Y., Phillips, W., Zandi, M., Jenaway, A., Walsh, C., & Voon, V. (2017). Impaired awareness of motor intention in functional neurological disorder: Implications for voluntary and functional movement. Psychological Medicine, 47(9), 1624–1636. https://doi.org/10.1017/S0033291717000071 

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Dopo tre anni di trattative, l’Oms ha approvato il primo Piano pandemico globale

Quasi un anno fa, su questa rivista avevamo parlato del Piano pandemico globale, sollevando non poche critiche. In questi giorni, dopo tre anni di negoziazioni, il piano è stato approvato. I voti a favore sono stati 124, mentre 11 i Paesi si sono  astenuti: Italia, Russia, Bulgaria, Polonia, Romania, Slovacchia, Giamaica, Guatemala, Paraguay, Israele e Iran. Nessuno contrario.

Due le considerazioni. In primo luogo, il testo ha perso l’impostazione iniziale che appariva fortemente “dirigista”. Le sovranità nazionali non sembrano più surclassate perché è specificato che l’Oms non sarà autorizzato né a prescrivere leggi nazionali né a incaricare gli Stati di intraprendere azioni specifiche come vietare i viaggi, imporre blocchi o vaccinazioni e misure terapeutiche. Per il segretario generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il piano «è una garanzia che si possa proteggere meglio il mondo da future pandemie. Ed è anche un riconoscimento da parte della comunità internazionale che i nostri cittadini, le nostre società e le nostre economie non devono subire nuovamente perdite come quelle subite durante il Covid 19».

Seconda considerazione: la porta Oms non è del tutto chiusa per nessuno. Il Piano pandemico verrà inviato a tutti i 60 Stati membri per essere ratificato dai Parlamenti, e sarà allora che il “sì” o il “no” dei singoli Stati diventerà definitivo. 

Il fatto che l’Italia non abbia votato il Piano è stato visto come un segnale forte; per chi, in Italia, ritiene che il governo italiano abbia fatto bene, dovrà vigilare affinché questa posizione  venga mantenuta quando il Parlamento sarà chiamato a esprimersi. Va detto che il trattato entrerà in vigore, a livello internazionale, solo per i Paesi che lo ratificano. 

Quali sono le perplessità? I tempi sembrano allungarsi ancora – si ipotizza fino a marzo 2026 - perché il Piano potrà essere votato soltanto quando sarà ultimato in ogni suo allegato e al momento manca quello dedicato alla trasmissione dei patogeni (che riguarda cioè le misure di sicurezza per i laboratori che isolano batteri o virus).

A preoccupare chi dovrebbe sentirsi rassicurato dal linguaggio ammorbidito di Ghebreyesus, c’è però il Regolamento sanitario approvato dall’Oms il 1° giugno scorso: un testo che ha la volontà di censurare qualsiasi informazione considerata come non-informazione e che surclasserebbe le leggi nazionali. I Paesi hanno tempo fino al 19 luglio per respingerlo, inviando una lettera (in questo caso varrebbe il Regolamento sanitario precedente del 2015) altrimenti entrerà in vigore di default. 


Coltivare la vita in laboratorio - Come siamo arrivati a intendere la materia vivente come tecnologia

Pensando al lavoro di scienziati o biologi in laboratorio non ci risulta strana la possibilità che questi possano essere impegnati nella coltivazione di cellule o linee cellulari provenienti da vari organismi viventi. Ad esempio, attualmente le cellule che provengono da esseri umani sono ampiamente utilizzate nei laboratori e in programmi di ricerca biomedica, così come rivestono un ruolo centrale nella ricerca farmaceutica. In breve, la possibilità di mantenere in vita cellule e tessuti umani al di fuori del corpo e di usarle come una materia tecnologica è qualcosa che accade di routine, è ritenuto normale e non desta alcun particolare senso di straniamento. Tuttavia, com’è possibile questo? Quando siamo arrivati a pensare la vita al di fuori del corpo come qualcosa di normale e non problematico? E in quale momento la vita e le cellule hanno assunto questa particolare forma tecnologica? Questi sono alcuni degli interrogativi da cui parte anche Hannah Landecker (2007), sociologa e storica della scienza, nel ricostruire la storia della coltura dei tessuti. Tali questioni ci possono aiutare a focalizzare l’attenzione su alcune delle condizioni che hanno permesso la costruzione di infrastruttura in cui è stato possibile standardizzare metodi, tecniche e oggetti sperimentali impiegati nella coltura cellulare.

Un evento da cui iniziare può essere rintracciato nel 1907, quando Ross Harrison, a partire dal tessuto embrionale di una rana, riuscì ad osservare la crescita di una fibra nervosa al di fuori del corpo. In quegli anni era in corso un vivace dibattito scientifico sulla natura e sviluppo delle fibre nervose a cui risultava difficile trovare una soluzione con le tecniche e i metodi sperimentali impiegati. Infatti, gli scienziati si affidavano principalmente a tecniche istologiche, le quali consistevano nell’acquisizione di sezioni del corpo di un animale in diverse fasi nel tempo, per cui era necessario sacrificare vari animali in diversi momenti per osservare degli sviluppi tissutali. I tessuti ottenuti in questo modo erano resi adeguati alla conservazione e all’analisi attraverso sostanze fissative e coloranti, e in questo modo fornivano dei modelli statici di momenti precisi dello sviluppo. Nonostante ciò, con queste tecniche istologiche non era possibile trovare una risposta sostanziale allo sviluppo delle fibre nervose: gli scienziati potevano dare delle interpretazioni opposte dello stesso frammento di tessuto reso in forma statica. Harrison risolse questa controversia cercando di rendere visibile, al di fuori del corpo, il processo di sviluppo di una fibra nervosa mentre avveniva. Partendo da nozioni di coltura dei microrganismi, egli riuscì a realizzare una preparazione a “goccia sospesa” (hanging-drop) che forniva un supporto attraverso della linfa coagulata per far crescere le fibre nervose di rana al di fuori del corpo. In questo modo, Harrison utilizzando delle cellule vive risolse il problema di come gli organismi biologici viventi cambiano nel tempo e rese visibili i processi che erano interni al corpo degli animali. È in questo senso che all’inizio del XX secolo inizia ad emergere la possibilità e l’idea di sperimentazione in vitro e non più solo in vivo.

Qualche anno più tardi Alexis Carrel e il suo assistente Montrose Burrows tentarono di sviluppare le tecniche adottate da Harrison nel tentativo di mantenere in vita le cellule al di fuori del corpo. Carrel e Burrows trasformarono “il metodo di Harrison per la crescita a breve termine di un tessuto embrionale in un metodo generalizzato per la coltivazione di tutti i tipi di tessuto” (Landecker 2007, p.53) e nel 1910 coniarono il termine “coltura tissutale” per riferirsi a questa serie di operazioni. In particolare, Carrel e Burrows cercarono di mantenere in vita le cellule attraverso la creazione di colture secondarie a partire da un frammento di tessuto: spostando una parte delle cellule in un nuovo medium plasmatico si generava una sorta di riattivazione cellulare e queste continuavano a vivere. Tuttavia, con questa tecnica le cellule cessavano di aumentare di massa e diventavano più piccole ad ogni trasferimento, per cui la soluzione tecnica che adottò Carrel fu quella di aggiungere del tessuto embrionale macinato – chiamato “succo embrionale” – per nutrire le cellule. Fu in questo contesto che Carrel affermò la possibilità di poter coltivare delle “cellule immortali”, che potevano vivere in maniera indefinita al di fuori del corpo. Infatti, per Carrel la morte cellulare era un “fenomeno contingente” che poteva essere rimandato attraverso la manipolazione del medium plasmatico e le sostanze in cui era immersa la cellula. Per questa ragione, Carrel brevettò una fiaschetta, nota come “Carrel flask”, che gli permise di coltivare le cellule in modo asettico evitando infezioni e manipolando le sostanze in cui erano immerse le cellule in modo controllato. Tuttavia, va precisato che negli anni ’60 si dimostrò che le uniche cellule che potevano essere tecnicamente immortali erano quelle di origine cancerosa.

È attraverso le pratiche sperimentali di Harrison e Carrel che inizia ad emergere una nuova enfasi sul corpo e sulla possibilità di coltivare delle cellule in vitro. All’inizio del XX secolo non era nuova la possibilità di tenere i tessuti al di fuori del corpo per un po’ di tempo, ma in quel contesto il corpo era concepito come l’elemento essenziale che garantiva la vita delle cellule, le quali non avrebbero potuto sopravvivere al di fuori di esso. Le pratiche sperimentali di Harrison e Carrel segnano un passaggio all’idea che le cellule e i tessuti non solo possono sopravvivere al di fuori del corpo, ma continuano a dividersi, differenziarsi e vivere. In questo senso, inizia ad emergere un senso di possibilità legato al fatto che le cellule possono vivere con una certa autonomia anche se staccate dal corpo.

È tra gli anni ’40 e ’50 con la campagna contro il virus della poliomielite che, attraverso una serie di sforzi infrastrutturali, fu reso possibile l’impiego per la prima volta di tessuti umani su larga scala: in precedenza ciò non era possibile e le cellule venivano coltivate in singoli laboratori senza la possibilità di scambi e trasferimenti. Nella prima metà del XX secolo i virus erano molto difficili da osservare e coltivare: venivano conservati in laboratorio facendoli passare attraverso uova ed animali infetti; ciò era un metodo molto complesso e costoso. Per questa ragione nel 1940 John Enders pensò di utilizzare i metodi di coltura tissutale per osservare lo sviluppo delle infezioni virali. In questo modo, Enders e il suo collega Weller svilupparono un modello cellulare per osservare il lento sviluppo nel tempo del virus della parotite, questo si rivelò poi anche utile per studiare la poliomielite. Pertanto, attraverso la coltura dei tessuti è diventato possibile osservare lo sviluppo delle infezioni virali osservando i cambiamenti cellulari invece che guardare i sintomi che si manifestavano negli animali infetti. In seguito, nel 1954 John Salk attraverso l’impiego di queste tecniche di coltura cellulare riuscì a realizzare un vaccino contro la poliomielite.

Va sottolineato che ciò che Enders e Salk riuscirono a fare va inserito in uno sforzo più ampio della comunità scientifica a partire dagli anni ’40 che ha permesso il miglioramento delle tecniche di coltura tissutale e la loro standardizzazione. In particolare, in quegli anni organizzazioni come la Tissue Culture Association (TCA) e la National Foundation for Infantile Paralysis (NFIP) si impegnarono nel tentativo di standardizzare e rendere disponibile alla comunità scientifica materiali e tecniche per la coltura cellulare: vennero organizzati convegni e in breve tempo diventò possibile acquistare terreni ed estratti con cui far crescere le cellule. Fu anche grazie a questo lavoro coordinato che fu possibile utilizzare la linea cellulare immortale HeLa come materiale standard per il test del vaccino contro la poliomielite in diversi laboratori. HeLa era stata stabilita da George Gey nel 1951 grazie alla biopsia di una massa tumorale prelevata da Henrietta Lacks, la quale si era recata in ospedale per ricevere assistenza e non sapeva come sarebbe stato impiegato il tessuto prelevato (Skloot 2010). Al termine della campagna contro la poliomielite HeLa era ampiamente diffusa nei laboratori e gli scienziati iniziarono ad utilizzarla per gli scopi di ricerca più disparati, generando così un’ampia mole di studi e pubblicazioni. Dunque, se in precedenza era possibile lavorare su oggetti dello stesso tipo – lo stesso tipo di topo o lo stesso tipo di tumore – attraverso HeLa diventò possibile lavorare sulla “stessa cosa” in tempi e luoghi diversi. Pertanto, è in questa cornice che i tessuti umani sono diventati così una base standard e un modello per la ricerca biomedica.

Secondo Landecker questa storia ci racconta di come la biotecnologia dal 1900 ad oggi si associ ai “crescenti tentativi di esplorare e realizzare la plasticità della materia vivente” (Landecker 2007, p. 232). Nello specifico, la plasticità riguarda la capacità della materia vivente di essere modificata dagli esseri umani, la quale continuando a vivere può reagire all’intervento anche in modi inaspettati. Inevitabilmente, in questo racconto la plasticità si associa al tentativo di rendere operativo il tempo biologico attraverso una manipolazione della cellula, del medium e delle sostanze in cui questa è immersa. In breve, questa storia ci può aiutare a comprendere il modo attraverso cui siamo arrivati alla concezione odierna di “vita come tecnologia”; ovvero, la possibilità di utilizzare le cellule come una forma tecnologica per interventi terapeutici, sviluppi farmaceutici e per l’industria alimentare. In secondo luogo, questo resoconto permette di evidenziare alcune delle condizioni attraverso cui è stato possibile costruire un’infrastruttura con cui poter mantenere stabilmente le cellule in laboratorio. Infatti, uno scienziato tende a dare per scontata l’idea che sia possibile coltivare delle cellule in laboratorio proprio perché nel tempo è stata sviluppata un’infrastruttura funzionale, e che per questo motivo tende a risultare “invisibile” (Star 1999). In tal senso, ripercorrere gli sviluppi della coltura tissutale permette di portare alla luce gli aspetti infrastrutturali e tecnici che invece rimarrebbero opachi nello sfondo.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Landecker H. (2007). Culturing Life: how cells become technologies. Harvard University Press, Cambridge.

Skloot R. (2010). La vita immortale di Herietta Lacks. Adelphi, Milano.

Star S.L. (1999). The ethnography of infrastructure. American behavioral scientist, 43(3), 377-391.


Sanare una controversia - Il dissidio tra Basaglia e Tobino

Tra le pubblicazioni dello speciale Basaglia pubblicate su questa rivista, risalta l’articolo di Gianluca Fuser che ha saputo fare controversia nella controversia parlando di Mario Tobino, grazie a un’approfondita lettura degli archivi della Fondazione Tobino. Vorrei con questo articolo porre in risalto una questione che sposta il focus della controversia, cercando di suggerire un modo per ricomporla prendendo in considerazioni elementi diversi storici e sociali.

Centrale nell’articolo di Fuser è l’impossibilità di conciliare la controversia nei seguenti punti:

«Tobino, seppure non escluda del tutto l’origine sociale, ha una visione organica, fisiologica della follia, e accusa Basaglia di credere che la chiusura dei manicomi cancelli ogni traccia della follia. Basaglia, infatti, la nega e nello stesso tempo, ne attribuisce la creazione alla società malata, al potere, per rinchiudere i disallineati, i disturbatori dell’ordine e dello sfruttamento.»[1]

«Altro punto di dissidio insanabile è il tema della presenza e della forma delle strutture di cura, che coinvolge anche la visione politica delle due posizioni: Tobino non prescinde dalla necessità di un luogo dove i matti possano trovare – per periodi lunghi o brevi, più o meno volontariamente, in modo comunque aperto – riparo, protezione, cura e tranquillità; e sottolinea l’assenza di preparazione dei territori, della popolazione e delle famiglie per la trasformazione dalle strutture accentrate a quelle diffuse; Basaglia, al contrario, non transige, insiste sulla necessità di distruggere l’istituzione manicomiale e ribadisce la necessità della riforma, da farsi subito, in nome della «crescita politica, e quindi civile e culturale del paese»[2]

Ora, mi chiedo se davvero questi punti siano insanabili. Non è mia intenzione conciliare due persone che chiaramente non andavano d’accordo in quel momento e su quell’argomento. La controversia c’è stata. Se la differenza evidenziata da Fuser può essere sanata, significa soltanto che l’oggetto del contendere è da cercare altrove.

Riguardo alla forma e alla presenza delle struttura di cura, Tobino parla di un luogo dove la persona possa avere riparo, protezione, cura e tranquillità, e non vedo come questo luogo possa essere associato al manicomio basagliano, luogo di repressione, controllo e emarginazione. Se penso a Gorizia, ma anche alle diverse applicazioni della legge 180 – alcune raccontate nello stesso speciale su Controversie[3] – è innegabile la presenza di un punto di raccolta del malato, punto in cui la società lo raccoglie e egli stesso si raccoglie. Un luogo in cui ripararsi dopo una crisi sopravvenuta e cercare una normalità.

Tobino ribadisce,[4] giustamente, che Lucca era già un posto così ma non può dire lo stesso del resto d’Italia. Così, anche Basaglia ha realizzato l’esperimento di Gorizia prima e senza la legge 180 e continua nondimeno a ritenere necessaria l’abolizione del manicomio. Siamo di fronte ad una ambiguità del manicomio? Da un lato, c’è la pretesa oggettività della struttura manicomio come un certo luogo costruito in un certo definito modo con l’obiettivo di una determinata funzione. Dall’altro, invece, troviamo il significato sociale che ognuna di queste strutture porta con sé, in termini di violenza o di carità delle istituzioni. Significati e strutture che formano i luoghi, a partire dalla scelta di come disporre stanze, corridoi, finestre, fino alla formazione degli stessi operatori sanitari.

Sembra che sia Tobino che Basaglia siano ben consapevoli di questo ed entrambi hanno lavorato per contrastare strutture e pratiche che conservano il segno della storia di violenza dell’istituzione manicomiale. La frattura avviene sulla legge e, fino a qui, nulla di nuovo. Ci torno a breve, vorrei, prima, coinvolgere nel discorso anche il primo dei punti inconciliabili indicati da Fuser.

Che cosa si intende con il fatto che Tobino abbia una visione organica, fisiologica e Basaglia no? Che Tobino non consideri il ruolo dei determinanti sociali nella malattia – per quanto non li escluda – e invece Basaglia riconduca la malattia solo a quelli?

Tobino sembrerebbe distinguersi per una visione realista della malattia. “Dolorosa follia, ho udito la tua voce” è il racconto di una follia che esiste per sé stessa. Non è questione di quanto sia organica, perché proprio i racconti di Tobino sono descrizioni di comportamenti che risultano patologici proprio per la sofferenza a stare in un contesto sociale che diremmo normale. L’uomo che graffia i volti degli altri pazienti, nel racconto di Tobino, non dice esplicitamente “sto soffrendo”, ma noi comprendiamo la sua impossibilità di vivere, appunto, nel mondo normale. Tobino con coraggio risponde alla prima questione pratica della cura: il fatto è che le cose sono andate così, adesso sono malato e in qualche modo è da qui che si deve partire.

Basaglia allora è diverso? Non molto a mio parere. Egli non nega la realtà della malattia, ma si concentra sulla diversità, sul fatto che ogni variazione dalla norma è una diversa norma possibile. Non credo che si possa vedere - nel tentativo di modificare l’ambiente del malato (distruggere i muri) - un’omissione della realtà della malattia. Basaglia aveva visto una possibilità. Quella che alcune condizioni di sofferenza trovassero un nuovo senso.

Non sbaglia, Basaglia, quando afferma questa possibilità. Lo abbiamo visto nei tanti tentativi che hanno avuto successo. Sbaglia, invece, quando nega il significato pratico della «carità continua», pratica della quale Tobino spiega per bene il significato: «se il malato pulito, vestito, lì seduto, di nuovo si risporca, perde le urine, scendono le feci, noi si ricomincia da capo, per riportarlo al suo precedente aspetto». Penso sia innegabile che la speranza data da Basaglia, di una vita diversa nella società con gli altri, sia anche di nuovo possibilità di fallimento e in alcuni casi si trasformi nella falsa speranza che noi o quel nostro parente non sia quello che è.

Sono, quindi, due facce dello stesso discorso su salute e malattia. Se le guardiamo dal lato della persona che viene curata, Basaglia è la speranza di guarire ancora,Tobino la forza di salvarsi ancora un giorno. Abolito il manicomio, la persona malata trova un nuovo senso e prospera. Nel manicomio, la persona malata vive al riparo da un mondo che lo ferisce. Abolito il manicomio il malato che non trova una strada muore. Nel manicomio che lo cura, il malato vive costretto in un’unica vita possibile.

A produrre la nostra salute sono i rapporti tra organismo e ambiente, dove il primo comprende la sua personale storia non solo come determinanti, ma anche come biografia e autobiografia, mentre il secondo comprende l’inscindibile nesso tra la disposizione “materiale” dell’ambiente e i valori che lo costruiscono e strutturano. Il primo e il secondo punto di questa controversia rispondono a quella divisione tra interno e esterno, tra soggetto e mondo. Quell’ambiguità della salute che da un lato si descrive oggettivamente e dall’altro non può fare a meno di riferirsi a un soggetto che dice di se stesso di essere in salute, o in malattia.[5]

Eppure, la controversia c’è stata! Vedo due possibilità (e sicuro ce ne sono altre) per ricomporre la controversia come tale. La prima è che la morale che sottende le antropologie di Basaglia e Tobino sia in realtà molto diversa e che si rifletta nella realtà pratica delle scelte. La seconda (ed è quella che personalmente più mi interessa) è che questi Basaglia e Tobino simbolici fossero strumenti del discorso politico e culturale che faceva leva (allora come oggi) sull’autorità dei due scienziati. Consapevoli nella misura in cui era dato loro modo di ribadire la possibilità di una vita diversa, fosse essa segnata dalla quotidiana carità continua o dall’aiuto per tornare nel mondo degli altri. Inconsapevoli però del fatto che a parlare per il loro tramite sia stata ancora la voce della normalizzazione, la violenza dell’istituzione che schiaccia nella malattia (Tobino) o che distrugge nell’afflato positivista di ricondurre ogni diversità a alla norma (Basaglia). La stessa verità dei discorsi dei due scienziati è poco importante se non comprendiamo come queste verità siano state tradotte dalle forze sociali del tempo e quali elementi effettivamente abbiano concorso a comporre questa controversia.

 

 

NOTE

[1]Fuser, G., 2024, Controcanto, https://www.controversie.blog/controcanto-tobino/

[2]Fuser, G., 2024, Controcanto, https://www.controversie.blog/controcanto-tobino/\

[3]Si veda l’intervista di L. Pentimalli alla dott.sa Bricchetti [https://www.controversie.blog/raffaella-bricchetti/] così come la mia intervista al dott. Iraci [https://www.controversie.blog/rete-psichiatrica-sul-territorio-intervista-a-uno-psichiatra-che-attuava-la-legge-180/]

[4]M. Tobino, Dolorosa follia, ho udito la tua voce, La Nazione 7 maggio 1978.

[5]Su questo si veda G. Canguilhem, “La salute: concetto volgare” in G. Canguilhem, Sulla medicina. Scritti 1955-1989,  tr. it. di D. Tarizzo, Einaudi, Torino 2007.


Stabilizzare il farmaco, stabilizzare la biomedicina - Reciproche catture tra medici e vaccini

Se l’instabilità del pharmakon non è un nostro problema, quel che sembra distinguerci al contrario […] è l’intolleranza della nostra tradizione di fronte a questo tipo di situazione ambigua e l’angoscia che suscita. È necessario un punto fermo, un fondamento, una garanzia. È necessaria una differenza stabile tra il medicamento benefico e la droga malefica, tra la pedagogia razionale e il condizionamento suggestivo, tra la ragione e l’opinione” (Stengers, 2005: 40-41)

 

Se volessimo analizzare la farmacovigilanza tenendo in considerazione le parole di Stengers qui in epigrafe, potremmo ritenerla uno strumento volto a stabilizzare farmaci: distinguere vantaggi e pericoli sembra essere obiettivo precipuo di questa pratica. Ciò è ancor più evidente se ci riferiamo alla vaccinovigilanza. Scindere ciò che è benefico da ciò che risulta dannoso appare particolarmente opportuno nel caso dei vaccini: anche i documenti ufficiali rilevano che, in questo caso, “poiché la popolazione target è rappresentata prevalentemente da soggetti sani, per la maggior parte di età pediatrica, il livello accettabile di rischio è inferiore a quello degli altri prodotti medicinali. […] Queste peculiarità dei vaccini rendono necessarie attività di farmacovigilanza post-marketing che vadano oltre quelle routinarie, al fine di monitorare e valutare adeguatamente gli eventuali rischi” (AIFA, 2017:4). Tuttavia, nonostante i vaccini siano considerati tra i prodotti più controllati nel panorama farmacologico, abbiamo già avuto modo di esplorare come le pratiche di vaccinovigilanza siano dispositivi socio-culturali complessi (Lesmo, 2025).

Di fatto, i dubbi in merito a possibili correlazioni causali tra alcuni vaccini e determinati eventi avversi sembrano affiorare tra i professionisti. Nel corso della ricerca etnografica da me condotta sul tema tra il 2017 e il 2021, è emerso come diversi medici abbiano preso in considerazione in più occasioni questa ipotesi. Ciò è stato rilevato in vario modo. Non solo alcuni di essi hanno suggerito ai genitori di bambini con possibile danno da vaccino l’ipotesi di una correlazione, per poi spesso negarla dopo poco (secondo quanto i genitori mi hanno riferito).  La presenza di simili “dubbi” è stata poi esplicitata direttamente da alcuni medici da me intervistati, che ne hanno approfondito criticità e problematiche durante i colloqui. Oltre a queste testimonianze di prima mano,  alcuni libri,  pubblicazioni e lettere scritte da medici specialisti hanno proposto pubblicamente di re-interrogare la sicurezza e/o l’efficacia delle pratiche vaccinali in corso. Alcuni tra questi professionisti sono stati in seguito interpellati, richiamati, sospesi o finanche radiati dai rispettivi ordini, evidenziando una zona di tensione particolarmente evidente che intercorre tra il sapere vaccinale e la pratica medico-clinica. È dunque estremamente rilevante interrogare la relazione complessa che lega vaccinazioni, pratica biomedica e professionisti della cura. Come si costruiscono vicendevolmente questi rapporti? Quali obiettivi, più o meno consapevoli, essi si prefiggono?

“UNKNOWN KNOWNS”: CONOSCENZE SCONOSCIUTE

Bisogna però dire che attualmente le indicazioni della medicina occidentale accademica hanno una tendenza a non mettere in correlazione patologie avverse con la vaccinazione, proprio perché la tendenza è quella di dare un valore solo positivo alla vaccinazione escludendo tutti gli elementi negativi.

Questo è quanto afferma un medico da me intervistato quando riflettiamo insieme sul rapporto rischio/benefici associati ai vaccini. L’esclusione di alcuni elementi dalle pratiche di costruzione del sapere è un elemento intrinseco ad ogni epistemologia. Se già Foucault (2004) aveva illustrato come molteplici procedure di esclusione agissero nel dare consistenza a un discorso, conferendogli uno statuto di verità attraverso interdetti, evitamenti ed elisioni, questi temi sono stati ri-articolati successivamente da molti altri studiosi. Tra questi, l’antropologo Michael Taussig si è riferito al “lavoro del negativo” per evidenziare come “sapere che cosa non sapere” sia un passaggio fondamentale in molti processi socio-culturali oltre che epistemologici. Secondo quanto osserva Taussig, il “lavoro del negativo” nei singoli contesti di riferimento è così profondo che “pur riconoscendolo, pur nello sforzo di liberarci dal suo abbraccio vischioso cadiamo in trappole ancora più insidiose che ci siamo autocostruiti” (Taussig, 1999:6). Difficile è dunque acquisire consapevolezza in merito a talune esperienze note eppur sottese, che a volte fondano vere e proprie imprese epistemiche e sociali. Geissler, antropologo sociale, ha ripreso nei suoi studi il concetto ossimorico di “conoscenze sconosciute” [“unkwnown knowns”] (Geissler, 2013: 13) per evidenziare quanto queste possano talvolta aprire la strada a determinate pratiche di ricerca e/o di cura: il confine tra sapere e non-sapere risulta così estremamente labile.

Anche in ambito vaccinale sembra che alcune esperienze vengano talvolta “espulse” dall’orizzonte conoscitivo - quasi sulla soglia della consapevolezza - per rendere le pratiche di immunizzazione possibili. Una pediatra intervistata, con cui riflettiamo sulle posizioni discordanti sul tema in ambito biomedico, mi spiega:

Allora, ci sono secondo me alcuni vaccini su cui… effettivamente ci può essere una discussione, perché effettivamente non mettono a rischio la società, no? Ci sono dei vaccini invece per cui questa cosa qua si mette a maggior rischio e allora… […] Ci sono dei caposaldi che… che secondo me sono intoccabili.

In questo frammento di discussione, parte di uno scambio molto lungo e articolato, la pediatra evidenzia come certi dubbi non possano essere sollevati – a meno che non siano già sostanziati da studi scientifici solidi ed epidemiologicamente fondati. I dubbi così sommersi - questi sospetti silenziati - sembrano in qualche misura concretarsi anche nell’eliminazione simbolica, operata attraverso sanzioni disciplinari di vario genere, dei medici che tentano di palesarli. Quando interpellata in merito a tali sanzioni, un’altra pediatra intervistata ha ribadito come ciò fosse indispensabile, e finanche rassicurante, poiché la vaccinazione “è la base della medicina moderna” e “se un medico non crede ai vaccini, soprattutto un pediatra – e soprattutto alle vaccinazioni pediatriche… forse ha sbagliato campo”.

STABILIZZARE IL SAPERE BIOMEDICO

Per molti professionisti della cura, dunque, la fiducia nella vaccinazione sembra essere precondizione della stessa professione medica. Ciò è stato spesso attribuito al particolare statuto che le vaccinazioni risultano avere in biomedicina: per riprendere le espressioni qui proposte, esse sarebbero un “caposaldo”, se non “la base della medicina stessa”. Sembra così adeguato riprendere quanto asserito da Isabelle Stengers (2005) in relazione alla stabilizzazione di un sapere, che si intreccia saldamente con ciò che la studiosa definisce “reciproca cattura”, o “inter-presa”. La “reciproca cattura” è quel legame che vincola due entità attraverso la creazione di un valore reciproco. Secondo Stengers, tale cattura si attiva nel momento in cui due identità si costruiscono e si legittimano vicendevolmente. In questo caso il ruolo del medico sembra consolidarsi anche in base alle considerazioni che egli associa ai vaccini: sostenere sicurezza ed efficacia delle vaccinazioni in uso – “credere” nei vaccini come asserito più sopra – dimostra la competenza e la credibilità dei professionisti. Nel contempo, tuttavia, le pratiche vaccinali sono rinsaldate proprio dalla fiducia accordata loro dai medici, le cui competenze ne garantiscono l’affidabilità. Ciò produce un’ulteriore antinomia: i medici – ossia gli specialisti competenti che potrebbero eventualmente porre dubbi sui vaccini - non riescono a farlo, pena la perdita della propria credibilità sul campo. Questa circolarità non è però priva di uno scopo: come si può desumere dalle considerazioni sopra proposte, essa assolve un compito ben preciso, ossia la stabilizzazione del ruolo dei vaccini, attraverso la rimozione dell’ambivalenza ad essi intrinseca: scindendo, cioè, il potere di proteggere da quello di ferire. Se poi il vaccino diviene espressione del successo biomedico, allora è la biomedicina tutta che viene in questo modo rinsaldandosi. Come osserva Stengers, tuttavia, proprio l’“ossessione di differenziazione che ci contraddistingue” (ivi:43) può divenire pericolosa: essa rischia di conferire a certi oggetti epistemici “un potere che non hanno” (ibidem). Rilevare ed esplorare il “lavoro del negativo” in opera diviene dunque cruciale per cogliere le forme di “instabilità” esistenti e trovare modi alternativi di relazionarvisi.

 

 

BIBLIOGRAFIA

AIFA, 2017, “La vaccinovigilanza in Italia: ruolo e obiettivi”, https://www.aifa.gov.it/sites/default/files/La_Vaccinovigilanza_in_Italia_18.04.2017.pdf

Foucault M., 2004, L'ordine del discorso e altri interventi, Torino: Einaudi.

Geissler P. W., 2013, Public Secrets in Public Health: Knowing not to Know while Making Scientific Knowledge, “American Ethnologist”, Vol. 40 (1):13-34.

Lesmo I, 2025, “Ecologie delle evidenze in vaccinovigilanza: quali esperienze (non) si trasformano in conoscenza?”, Controversie-Ripensare le scienze e le tecnologie, 2025,4, https://www.controversie.blog/vaccinovigilanza/

Stengers, I., 2005, Cosmopolitiche, Roma: Luca Sossella Editore.

Taussig M., 1999, Defacement: Public Secrecy and the Labor of the Negative, Stanford University Press, Stanford.