La legge italiana sul fine vita fermata da una macchina che c'è e non c'è

La legge italiana sul suicidio assistito - o, nelle diverse possibili declinazioni, “in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, “sul suicidio medicalmente assistito” – sta facendo un percorso molto tortuoso, quali poche altre leggi nazionali hanno fatto.

Il dato di fatto è che oggi: 

- in virtù della sentenza n. 242 della Corte Costituzionale (quella riferita al cosiddetto "caso Dj Fabo"), dal 2019 il suicidio medicalmente assistito non è punibile in tutta Italia per chi soddisfa i requisiti di essere affetto da patologia irreversibile e con prognosi infausta o esser dipendente da trattamenti di sostegno vitale, di soffrire di dolori fisici o psicologici considerati intollerabili dal soggetto stesso, di essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli;

- solo due regioni, la Toscana e la Sardegna[1] – seppur in modo diverso – si sono dotate di un impianto legislativo che regolamenti tempi e procedure delle strutture sanitarie per assicurare ai soggetti che soddisfano questi requisiti il diritto a porre volontariamente fine alla propria vita;

- la sentenza e le leggi chiariscono che l’atto non può essere compiuto da terzi ma solo, in modo fattuale dal soggetto malato.

Una legge organica non c’è ancora; dal 2019 sono state presentate 6 tra modifiche al codice penale (approvate) e proposte di legge. L’ultima proposta organica è del 2022, ad opera del senatore Bazoli. Dal 2022, la legge è stata emendata, rimandata alla commissione, discussa preliminarmente, rivista e riproposta in forma estremamente riduttiva – che taglia fuori il Servizio Sanitario Nazionale – e, infine, portata alla Commissione Affari Sociali per una valutazione preliminare alla discussione in Aula. 

E qui entra in causa la macchina del CNR che – come il gatto di Shroedinger – c’è e, contemporaneamente, non c’è.

La macchina è quella che a marzo di quest’anno, ha permesso a una donna toscana, chiamata convenzionalmente Libera, di togliersi la vita con un atto volontario autonomo, pur essendo paraplegica. La macchina, progettata e realizzata dal CNR ha «un sistema di puntamento oculare interfacciato con una pompa infusionale, Libera ha potuto attivare autonomamente l'infusione endovenosa del farmaco, superando l'ostacolo della tetraparesi spastica del corpo che le impediva qualsiasi movimento, compreso quello necessario per premere il tasto di attivazione del macchinario solitamente usato per questa procedura»[2].

Ora, a fine maggio, la Commissione Affari Sociali del Senato, ha interpellato il Andrea Lenzi, il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) per approfondire il tema della macchina prima di dare l’assenso alla discussione parlamentare del disegno di legge, in sostanza per sapere se esistessero dispositivi per permettere l’accesso alla pratica del suicidio assistito anche alle persone completamente paralizzate.

Ed ecco che la macchina è sparita. Lenzi sostiene, durante l’audizione, che non sono disponibili dispositivi conformi alle norme europee, e di non essere a conoscenza di studi o sperimentazioni per costruirli.

Non è la prima volta che Lenzi fa il gioco di prestigio con questa macchina costruita dallo stesso CNR su richiesta del tribunale di Firenze; già nel febbraio 2026 l’aveva qualificata come un prototipo facendo leva su distinzioni pretestuose e ne aveva negato la possibilità di utilizzo.

Ma, nonostante i tentativi di Lenzi di far collassare la macchina nello stato quantistico della “non esistenza”, una dura lettera di protesta di quattordici consiglieri del CNR, lettera che dice testualmente: «Come rappresentanti delle comunità scientifiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente il nostro disagio per le dichiarazioni rese dal Presidente Andrea Lenzi di fronte alle Commissioni riunite del Senato 2ª Giustizia e 10ª Affari Sociali, Sanità e Lavoro. Quanto riportato dal Presidente si è rivelato essere una rappresentazione non corretta dell’effettivo coinvolgimento dell’Ente a seguito dell’ordinanza del Tribunale di Firenze sul diritto ad autodeterminarsi nelle scelte terapeutiche in materia di fine vita» la fa riapparire, come per magia.

D’altra parte, l’evidenza dell’atto volontario di “Libera” sembra essere la prova fattuale dell’esistenza di questo attante misterioso.

Il risultato delle dichiarazioni di Lenzi in Commissione è che la proposta di legge è stata rinviata alle commissioni parlamentari per essere riesaminata e – quasi certamente – non riemergerà in tempo per essere oggetto di esame in Aula prima della fine della legislatura.

La macchina, in poche parole, sembra aver fatto il suo dovere, una volta realizzata: esistere e operare in linea con la legge secondo la quale è stata costruita.

La macchina. Non sembra aver fatto il suo dovere, invece, il capo dei suoi creatori, che ne ha negato l’esistenza [3] per perseguire l’orientamento politico e religioso, proprio e di una certa maggioranza, a scapito della legge.

 


 

NOTE:

[1] In realtà ci sono, in atto, iniziative legislative da parte di numerose regioni, in molti casi sotto verifica da parte della Corte Costituzionale. Per un quadro completo e dettagliato, si veda qui.

[2] Sky News 25 marzo 2026.

[3] Rimandiamo a H. Frankfurt, On bullshit, Princeton University, 1996, per approfondire il modo di esprimersi di Lenzi.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Il capo del CNR sta ostacolando la legge sul suicidio assistito, Il Post, 3 luglio 2026 

Fine vita, morta Libera: è il primo caso con dispositivo a comando oculare, Sky News 25 marzo 2026

Suicidio medicalmente assistito in Italia: panorama normativo e sviluppi recenti, UPO Aging Project, 20 agosto 2025

La disciplina del fine vita in Italia, Biodiritto


Dalla medicina reattiva alla medicina predittiva

Nell’articolo precedente (qui) abbiamo parlato del fatto che – nella pratica medica - il tempo è la prima risorsa che l’I.A. può restituire. 

Ora cerchiamo di mettere a fuoco che cosa si può fare con quel tempo. Come vedremo, la risposta non riguarda solo l’organizzazione del lavoro, ma il modo stesso di intendere la cura.

Quando il problema non è curare meglio, ma capire prima

Ogni medicina clinica, è storicamente reattiva. Si interviene quando un sintomo emerge, quando un parametro supera una soglia, quando una condizione diventa visibile e misurabile.

Questo modello ha funzionato per secoli e funziona ancora oggi, ma chi lavora ogni giorno in ambulatorio o in ospedale, ne conosce anche il limite più evidente: si arriva sempre dopo.

L’intelligenza artificiale non mette in discussione la medicina reattiva: ne evidenzia i confini e apre uno spazio nuovo, che fino a poco tempo fa era difficilmente praticabile: quello della anticipazione.

La reattività come virtù storica (e come limite attuale)

La medicina reattiva è stata una conquista. Basata su segni clinici, diagnosi differenziale e intervento mirato, ha permesso di standardizzare la cura, migliorare gli esiti e ridurre l’arbitrarietà.

Ma questo modello presuppone che:

  • il problema sia già emerso
  • il danno sia almeno in parte avvenuto
  • l’intervento avvenga a valle del processo patologico

Nella pratica quotidiana, questo significa spesso trovarsi a gestire situazioni in cui il margine di manovra è già ridotto. Non per mancanza di competenza, ma per limiti temporali intrinseci al modello.

Molte condizioni cliniche comuni condividono una caratteristica che il medico conosce bene: una fase lunga, silenziosa, poco intercettabile, in cui qualcosa sta cambiando senza ancora produrre segni chiari.

Durante questa fase:

  • i parametri rientrano nella norma
  • i segnali sono aspecifici
  • il quadro non giustifica un intervento

Quando la patologia diventa evidente, spesso il processo è già avviato da tempo.

La medicina predittiva nasce da questa frustrazione professionale ben nota: sapere che qualcosa sta evolvendo, ma non avere strumenti per vederlo prima.

Predire non significa sapere

È importante chiarirlo subito, perché qui nascono molti equivoci.

Medicina predittiva non significa prevedere con certezza, anticipare una diagnosi, eliminare l’incertezza. Significa, invece, lavorare sulla probabilità, sui pattern nel tempo e sulle variazioni sottili ma coerenti.

La predizione non chiude il ragionamento clinico. Lo apre prima.

Il vero cambiamento introdotto dalla medicina predittiva non è tecnologico, ma cognitivo. Il clinico è, infatti, abituato a ragionare su valori singoli, esami puntuali e eventi discreti; l’I.A. lavora invece su serie storiche, combinazioni di parametri e micro-variazioni che acquistano significato solo nel tempo.

Questo cambio di prospettiva non sostituisce il ragionamento clinico, ma lo affianca, offrendo una lettura longitudinale che il singolo sguardo umano fatica a mantenere sotto pressione.

Anticipare per osservare meglio

Un punto centrale, spesso frainteso, è che la predizione non obbliga all’intervento. Anzi, nella maggior parte dei casi non lo richiede affatto, perché il suo valore sta nel permettere un monitoraggio più mirato, una maggiore attenzione su casi specifici e una preparazione migliore del percorso di cura.

In pratica, la medicina predittiva consente di non essere colti di sorpresa, mantenendo il controllo del processo decisionale.

Tuttavia, chi pratica la medicina predittiva incontra una difficoltà nuova: comunicare ciò che non è ancora.

Dire che un paziente sta bene, ma: 

  • mostra un rischio aumentato
  • presenta un pattern da monitorare
  • richiede attenzione nel tempo

è molto più complesso e delicato che comunicare una diagnosi conclamata.

Qui il ruolo del clinico diventa ancora più centrale, non come portatore di certezze, ma come interprete competente dell’incertezza.

Il tempo come vero valore della predizione 

L’impatto della medicina predittiva non si misura solo in accuratezza. Si misura in tempo guadagnato, perché anticipare di mesi – talvolta di anni – una possibile evoluzione significa rallentare il decorso, migliorare la qualità della vita, ridurre decisioni affrettate; in questo senso, la medicina predittiva è una medicina del tempo, non del controllo.

Perché la predizione non può essere automatica 

Proprio perché lavora su probabilità, la predizione non può essere né automatica, né cieca e ancor meno decontestualizzata. 

Ogni informazione predittiva richiede, infatti, il ruolo del clinico in termini di interpretazione clinica, di valutazione di opportunità e di integrazione con valori e limiti: la predizione funziona solo quando resta subordinata al giudizio del medico, non quando lo sostituisce.

Anticipare apre possibilità nuove, ma espone anche a nuovi rischi: sovrainterpretazione, pressione decisionale, medicalizzazione del rischio.

Per questo il passo successivo è inevitabile.

Prima di spingerci oltre, è necessario chiarire limiti, incertezze e responsabilità che accompagnano la predizione.

Anticipare non significa decidere

La medicina predittiva amplia l’orizzonte della cura, ma lo fa introducendo una condizione che il medico conosce bene, anche se in una forma nuova: l’incertezza anticipata.

Se la medicina reattiva gestisce l’incertezza quando il problema è già evidente, la predizione la porta prima, in una fase in cui il quadro clinico non è ancora definito.

Questo spostamento temporale è potente, ma non neutro: di fatto, ogni informazione predittiva è, per sua natura, probabilistica, non descrive ciò che è, ma ciò che potrebbe essere e questo non è un limite tecnico destinato a scomparire, ma una condizione strutturale, poiché i modelli lavorano su popolazioni, i dati sono storici e ogni singolo paziente resta irriducibile.

Chi lavora in clinica lo sa bene: anche con molti dati, il caso concreto quasi mai coincide perfettamente con il modello.

L’incertezza come condizione strutturale 

Pretendere certezza dalla predizione significa chiederle ciò che non può offrire.

Uno dei fraintendimenti più frequenti riguarda l’accuratezza: un modello può essere statisticamente performante e, allo stesso tempo, clinicamente poco utile e la domanda rilevante non è:

  • “quanto è accurato questo modello?”

ma:

  • “che cosa cambia davvero, per questo paziente, se utilizzo questa informazione?”

Possiamo dire che una predizione risulta essere utile solo se è interpretabile, è contestualizzabile e produce conseguenze gestibili, altrimenti resta un dato elegante, ma sterile. 

Il rischio della sovra-interpretazione

Anticipare significa anche esporsi alla tentazione di intervenire troppo presto.

Il rischio è che un segnale predittivo sia trasformi in un allarme eccessivo o in una diagnosi implicita e sia una fonte di ansia anticipatoria.

Questo rischio non riguarda solo il paziente ma, soprattutto, il clinico, quando il contesto è di pressione o di aspettativa elevata. 

E, qui, entra in gioco la responsabilità professionale, che si esprime nel non trasformare una probabilità in destino, non agire solo per ridurre l’incertezza percepita e mantenere la giusta proporzione tra segnale e risposta.

Questo vale perché ogni sistema predittivo eredita i limiti dei dati su cui è costruito e, nella pratica medica, questi limiti sono ben noti:

  • dati incompleti
  • raccolte eterogenee
  • contesti diversi

L’I.A. – contrariamente alle più rosse aspettative, non “corregge” il dato, anzi, lo amplifica.

La responsabilità resta umana

Per questo il medico deve mantenere uno sguardo critico sulla provenienza delle informazioni, sul contesto di utilizzo, sulla trasferibilità al proprio caso clinico.

In questo quadro operativo, la competenza professionale non viene ridotta, ma chiamata in causa con maggiore forza.

E, un punto deve restare fermo, senza ambiguità: la responsabilità clinica non è delegabile. Il medico resta responsabile di accettare o ignorare una predizione, di come comunicarla, di “se e come” agire.

Ci sembra inderogabile che l’I.A. possa supportare il ragionamento, ma non possa, in alcun modo, essere il soggetto che si assume il peso della decisione.

Pensare il contrario non riduce il rischio professionale: lo rende solo meno visibile.

Quando non predire è una scelta clinica 

Tra le altre cose, va ricordato che esistono situazioni in cui la predizione, non modifica la gestione, non migliora l’esito e introduce solo rumore

In questi casi, scegliere di non utilizzare l’informazione predittiva è una decisione clinicamente ed eticamente corretta.

La maturità professionale non si misura dall’uso di tutti gli strumenti disponibili, ma dalla capacità di riconoscere quando uno strumento non aggiunge valore, e un uso maturo della predizione la colloca nel suo spazio corretto, non come indicazione automatica, ma come informazione aggiuntiva.

Questo implica che la predizione deve essere integrata con il quadro clinico, va mantenuta aperta alla revisione e va ricordato che può essere soggetta ad errore.

La predizione, in altre parole, funziona quando amplia il campo delle possibilità senza chiuderlo prematuramente.

Questi confini non ridimensionano la medicina predittiva, la rendono praticabile: riconoscere limiti, incertezze e responsabilità non è un passo indietro, ma la condizione per integrare la predizione senza snaturare la professione.


⁠Le malattie si curano, non si "combattono"

Un articolo pubblicato su Il Post (Giovedì 26 febbraio 2026) si focalizza sull’uso delle metafore belliche nel modo in cui sono descritte le malattie, soprattutto quelle oncologiche, e mette in evidenza i significati psicologici, sociali e comunicativi di questo tipo di lessico. 

La riflessione inizia ricordando la presa di posizione pubblica di Gianluca Vialli, che rifiutò esplicitamente di interpretare la malattia come un “nemico” e le terapie come una “battaglia”, una posizione in netta controtendenza rispetto a un immaginario mitico e linguistico profondamente radicato nella cultura contemporanea “occidentale”[1].

Si osserva, infatti, che le metafore della guerra continuano a dominare il discorso pubblico sulla malattia. 

Le metafore belliche e il giudizio morale implicito

Pazienti, familiari, media e talvolta gli stessi professionisti sanitari ricorrono abitualmente a espressioni come “lottare contro il cancro”, “non arrendersi”, “combattere fino alla fine”. Queste formule sono spesso motivate dall’intento di trasmettere incoraggiamento e speranza, ma risultano problematiche sul piano concettuale e relazionale. Da anni, psicologi, linguisti e studiosi della comunicazione sanitaria ne mettono in luce i limiti, sottolineando come il linguaggio non sia uno strumento neutro, bensì un fattore che contribuisce a strutturare l’esperienza soggettiva della malattia.

In questa prospettiva si colloca anche l’iniziativa “Il senso delle parole”, promossa nel 2021 da una rete di fondazioni e associazioni, tra cui l’AIL, con l’obiettivo di migliorare la qualità della comunicazione nelle relazioni di cura attraverso una riflessione condivisa sul linguaggio.

Il nodo centrale della critica alle metafore belliche risiede nel loro potenziale effetto colpevolizzante. Presentare la malattia come una guerra implica, infatti, una relazione simbolica tra l’esito delle cure e le qualità morali o psicologiche del paziente: la guarigione diventa una vittoria, mentre il peggioramento o la morte rischiano di essere interpretati come una sconfitta personale.

Questo schema narrativo è particolarmente dannoso nei casi di patologie croniche o incurabili, poiché suggerisce implicitamente che l’insuccesso terapeutico dipenda da una mancanza di “forza” o di impegno. 

La psicologa clinica Daniela Morero, citata nell’articolo, evidenzia come tale visione introduca una forma sottile di giudizio morale: chi non guarisce appare, almeno simbolicamente, come qualcuno che non ha combattuto abbastanza. In situazioni di grave sofferenza fisica, l’invito a “resistere” o a “trovare la forza” può risultare non solo inefficace, ma anche umiliante, poiché ignora i limiti reali imposti dalla malattia.

Un ulteriore problema riguarda la pressione sociale implicita in questo modello narrativo. La figura pubblica del malato come esempio di forza, resilienza e ispirazione impone un ideale normativo che non tutti desiderano incarnare. 

L’articolo riporta la testimonianza di persone che rifiutano apertamente questa rappresentazione, rivendicando il diritto a vivere la malattia senza essere trasformate in simboli morali. In questo senso, la retorica bellica rischia di silenziare esperienze più ordinarie e ambivalenti, ostacolando un processo di normalizzazione soprattutto nei casi di malattia cronica.

La riflessione si inserisce in una tradizione teorica che risale almeno al saggio Malattia come metafora (Susan Sontag, Einaudi, 1979). Sontag denunciava l’uso delle metafore come una forma di distorsione dell’esperienza della malattia, definendole “fantasie punitive o sentimentali”. Il suo lavoro mostrava inoltre come l’immaginario bellico fosse influenzato dal contesto politico, ad esempio nella retorica statunitense degli anni Settanta, quando la “guerra al cancro” veniva utilizzata per legittimare politiche sanitarie e investimenti nella ricerca. Pur riconoscendo l’inevitabilità delle metafore, Sontag proponeva un’alternativa meno polarizzante: la metafora della cittadinanza, secondo cui ogni individuo appartiene, prima o poi, sia al “paese dei sani” sia a quello dei malati.

Su questa linea si colloca anche il lavoro della linguista Elena Semino, che studia il linguaggio della comunicazione medica e sottolinea come il problema principale non sia l’uso delle metafore in sé, bensì la loro imposizione. Il suo progetto del “menu delle metafore” nasce dall’analisi delle narrazioni di persone che convivono con il cancro e propone un repertorio flessibile di immagini linguistiche, lasciando al paziente la possibilità di scegliere quelle più adatte alla propria esperienza.

Forza e coraggio come elementi empatici

Tuttavia, va ricordato che l’uso di metafore belliche non è sempre e necessariamente inappropriato. In alcuni contesti, ad esempio nel caso di bambini gravemente malati o di pazienti in condizioni critiche, attribuire valore alla “forza” o al “coraggio” può rappresentare un gesto empatico, volto a restituire simbolicamente dignità e riconoscimento in una condizione di estrema vulnerabilità. 

Analogamente, in alcune fasi iniziali della diagnosi, un linguaggio motivazionale – utilizzato con molta cautela - può aiutare pazienti in stato depressivo ad aderire alle cure. 

Effetti negativi della metafora bellica

Uno degli effetti più rilevanti riguarda la difficoltà di affrontare temi delicati come il passaggio alle cure palliative. Se il paziente si percepisce come un “combattente”, l’interruzione delle terapie aggressive può essere vissuta come una resa, anziché come una scelta orientata alla qualità della vita. Inoltre, alcuni studi citati nell’articolo suggeriscono che la metafora della guerra possa persino ridurre l’adozione di comportamenti preventivi, favorendo un atteggiamento fatalista: se il nemico è invincibile, le “armi” disponibili appaiono inutili.

Che alternative lessicali ci sono?

Tra le alternative più frequenti e, forse, più centrate, c’è quella del viaggio o del percorso, spesso considerata più inclusiva perché sottolinea la dimensione processuale e condivisa della cura. Uno studio del 2019, di cui Semino è coautrice, mostra che questa metafora è associata a una maggiore capacità di adattamento, mentre quella della battaglia è correlata a un aumento del senso di colpa e a una minore autostima. 

Ma non si può generalizzare, nessuna metafora è universalmente valida: per alcuni pazienti il viaggio evoca perdita di controllo o frustrazione, mentre altri ricorrono a immagini tratte dallo sport, dalla musica o dal mondo animale, con significati soggettivi molto diversi.

In conclusione, non sembra esserci un linguaggio “giusto” in senso assoluto. 

L’obiettivo della comunicazione sanitaria dovrebbe essere quello di favorire il miglior adattamento possibile alla malattia, rispettando la pluralità dei vissuti individuali e evitando di imporre cornici narrative che rischiano di produrre sofferenza aggiuntiva. In questa prospettiva, la riflessione sul linguaggio diventa parte integrante della cura, non come prescrizione, ma come pratica di ascolto e di rispetto.

 


 

NOTE:

[1] Inteso nel senso più comune di culture dell’Europa occidentale e delle americhe del nord, moderne e attuali.


Rosi Braidotti. Quando l’(ingenuo) entusiasmo per la scienza farmacologica è mal riposto

Rosi Braidotti è una nota filosofa femminista, di rilievo internazionale. È stata una pioniera dei Women's Studies in Europa ed è una delle principali teoriche del post-umano (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Rosi_Braidotti).

Si è sempre contrapposta all’uso dell'opposizione binaria quando si analizzano le differenze di genere, etniche e culturali. Peccato, però, che il suo lodevole anti-binarismo svapori quando si tratta di esplorare il mondo dei movimenti critici e scettici nei confronti delle rappresentazioni scientifiche oggi dominanti, spesso legate a logiche neoliberiste a cui lei ha dedicato una parte rilevante della sua riflessione. Infatti, rispetto a questo mondo lei dispensa generosamente semplificazioni e il ragionamento binario la fa da padrone: vax e no vax, responsabilità politica versus populismo, scienza e anti-scienza.

Lì, la complessità analitica si infrange sugli scogli delle distinzioni categoriali e binarie, delle dicotomie e delle banalizzazioni che tanto spazio trovano nel giornalismo, nella politica e nei ragionamenti di senso comune. L'ambivalenza sistematica che struttura le rappresentazioni culturali del mondo che abitiamo, le nostre identità multiple e nomadi ecc., in questo caso si coagulano in una semplicità disarmante: da una parte le normali[1], persone sagge e sensate; dall’altro le devianti (le no vax). Il fluidismo tanto (e giustamente) sbandierato viaggia, quindi, a corrente alternata.

Peraltro, ci (legittimamente) inorridiremmo se una donna fosse chiamata “no-man”, o una vegetariana “no meat"). E allora perché a una scettica, critica, pro-choice (la maggior parte delle cosiddette ‘no vax’ non era contraria al vaccino, ma all’obbligatorietà della vaccinazione) non viene riconosciuta un’identità ‘positiva’ e invece soltanto un’identità per sottrazione o al negativo?


Rosi Braidotti collabora con il settimanale del Corriere della Sera, "7 - Sette", e da aprile 2021 è periodicamente ospite a Otto e mezzo, il programma di approfondimento giornalistico quotidiano di Lilli Gruber, per l’emittente televisiva italiana La7. Quotidiano, settimanale e canale televisivo fanno parte dello stesso ecosistema: Cairo Editore.

Una delle prime (forse la prima) apparizioni a Otto e mezzo è del 14 aprile 2021 (https://www.youtube.com/watch?v=UY-dGJT7ngI ). Alla conduttrice disse: “io ho fatto la mia prima dose di vaccino cantando di felicità. L’ho attesa molto con grande ansia. Attendo anche la seconda dose che sarà tra una decina di settimane”. Poi passava a elencare statistiche epidemiologiche sui contagi, decessi e altro, sicuramente non frutto dei suoi studi (dov’è competente) ma della lettura dei giornali. Infine, usando un linguaggio militare, affermava che serviva un patto generazionale per sconfiggere il virus, per “andare avanti su questa lotta, che in effetti è una guerra, una guerra che dobbiamo vincere”. 

Sorprende questa retorica bellicistica, un po’ sempliciotta, in una studiosa del post-umano. Specie alla luce di altre prospettive, più raffinate e feconde. Come, ad esempio, la “svolta pro-biotica” (Lorimer 2020), in contrasto con l'"approccio antibiotico" portato avanti per decenni dalle grandi case farmaceutiche, dall'agricoltura industriale e dalla tendenza verso un'igiene estrema. Tale svolta afferma che moltissimi batteri sono una presenza fissa del corpo umano, senza per questo provocare danni al suo interno. Anzi, la loro presenza è addirittura benefica per lo svolgimento di alcune funzioni metaboliche e per le difese immunitarie. Il loro insieme è chiamato microbiota. Sono batteri salutogeni (cioè che hanno un effetto favorevole al mantenimento di un buon stato di salute). La svolta probiotica considera i virus e i batteri come partners (e non nemici) nella nostra evoluzione, perché gli esseri umani sono dei “simbionti”, organismi che vivono obbligatoriamente un rapporto con altri organismi viventi (es. batteri) e semi-viventi (es. virus). 

Ovviamente alcuni tipi di batteri e virus (definiti patogeni) danneggiano i tessuti e gli organi e possono essere pericolosi e anche letali. Ma anche alcuni esseri umani lo possono essere, e a volte lo sono. Le cronache ci segnalano continuamente femminicidi, infanticidi, parricidi ecc. (tralasciando le guerre che i vari capi di Stato scatenano). È questo un motivo sufficiente per entrare in belligeranza con gli esseri umani?

 Il giorno dopo (15 aprile 2021), l’allora ministro della sanità Roberto Speranza, in una seduta parlamentare (https://www.youtube.com/watch?v=8si8eE9YG6Y vai al minuto 6 e 11”) dichiarava, relativamente al vaccino anti covid, "AstraZeneca efficace e sicuro".

Un (non estemporaneo) allineamento tra certe filosofie femministe e i governi.

Tuttavia, le certezze del ministro e l’entusiasmo di Braidotti per il vaccino Astrazeneca si infransero tre anni dopo, quando il 4 maggio 2024 il vaccino anti-Covid AstraZeneca (Vaxzevria) fu ritirato dal commercio a causa del riscontro di casi di trombosi, noti come sindrome da trombocitopenia trombotica (TTS), legati a una reazione autoimmune. Questi eventi avversi, segnalati dopo la commercializzazione, hanno portato a una rivalutazione del rapporto beneficio-rischio, specialmente con l'emergere di alternative vaccinali basate su mRNA.

Ovviamente la questione è molto complessa e non semplificabile in fazioni binarie pro vaccino (https://www.valigiablu.it/astrazeneca-vaccini-covid-19-ritiro-perche/) oppure contro (https://www.insalutenews.it/in-salute/danno-da-vaccino-astrazeneca-codacons-vince-la-causa/). 

Proprio perché non è una guerra e le controversie non si affrontano in modo partigiano.

Anche perché una farmacovigilanza attiva (cioè il monitoraggio continuo sugli effetti del vaccino, anche a distanza di tempo ― e non semplicemente la segnalazione estemporanea) in molti Paesi praticamente non esiste (Mezza e Blume 2021; Mezza 2025; Mezza e Blume 2026).

 

Tuttavia, quello che fa specie, è vedere un certo femminismo (apparentemente radicale) farsi baldanzoso testimonial di un farmaco poi ritirato…

 


 

NOTE:

[1] Uso il femminile sovraesteso.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Gobo, G. (2023), Si poteva comunicare diversamente la sindemia? Cambiare linguaggio per cambiare il corso degli eventi, in Polesana M.A. e Risi E. (a cura di), (S)comunicazione e pandemia. Ricategorizzazioni, ossimori e contrapposizioni di un’emergenza infinita, Milano-Udine: Mimesis, pp. 7-20.

Lorimer, J. (2020), The Probiotic Planet. Using Life to Manage Life, Minneapolis: University of Minnesota Press.

Mezza, M. (2025). Entangled evidence: epistemic injustice, and systemic neglect in the assessment of menstrual disorders following COVID-19 vaccines. Critical Public Health35(1).

Mezza, M. e Blume, S. (2021), Turning suffering into side effects: Responses to HPV vaccination in Colombia, Social Science & Medicine, 282, pp. 141-35.

Mezza, M. e Blume, S. (2026), Immunization and society: A social science agenda for pharmacovigilance, in Faulkner A., A Research Agenda for Biomedicine and Society, Cheltenham (UK): Elgar, pp. 37-54.

Zimmer, C. (2011) A planet of viruses, Chicago: University of Chicago Press.


Habermas - Quando il filosofo perde il senso della realtà

Una degli ultimi contributi di Habermas è stato un libretto di meno di 100 pagine (lui che solitamente ne scriveva quattromila) dal titolo (in italiano) Proteggere la vita. I diritti fondamentali alla prova della pandemia, Bologna, Il Mulino, 2022.

È un libro che riflette sulla legittimità delle misure restrittive prese (nel 2020 e 2021) dal governo tedesco per fronteggiare la diffusione del virus SARS-COV-2.

Quasi ognuno dei sette brevi capitoli del libro porta nel titolo una domanda. Le riportiamo perché ognuna di queste meriterebbe un seminario a parte:

I. La sfida globale del Sars-CoV-2 per i principali attori nazionali

Il. conflitto: misure di prevenzione più rigide o più permissive?

III. Che obiettivo ha la tutela della salute da parte dello Stato?

IV. Il governo può imporre la solidarietà ai cittadini?

V. Può il governo mettere in conto un aumento evitabile dell’eccesso di mortalità?

VI. Solidarietà del cittadino e autonomia privata della persona

VII. Come intendere il primato della tutela della vita e della salute da parte dello Stato?

Il libro nasce da un articolo uscito nel settembre 2021 dal titolo Corona und der Schutz des Lebens. Zur Grundrechtsdebatte in der pandemischen Ausnahmesituation per la rivista Blätter für deutsche und internationale Politik. Un articolo che suscitò molte reazioni contrapposte.

Le tesi centrali del libro 

Habermas sostiene che la tutela della vita e della salute costituisce un dovere fondamentale dello Stato, che può giustificare restrizioni temporanee delle libertà individuali, soprattutto quando il sistema sanitario rischia di essere sopraffatto. In contrasto con filosofi come Giorgio Agamben, egli ritiene che le misure adottate dal governo tedesco per affrontare la pandemia siano state eccessivamente “morbide”, insufficienti a garantire una protezione efficace della popolazione.

Per questo motivo, Habermas non solo ha difeso la legittimità delle restrizioni sui diritti civili — tra cui la libertà di circolazione e di riunione — come strumenti per contenere le infezioni da SARS-CoV-2, ma ha anche criticato l’approccio del governo basato sulla disponibilità dei posti in terapia intensiva, piuttosto che sul rischio di contagio in sé. Secondo lui, questo comportamento rappresentava un inadempimento del dovere costituzionale di "evitare tutte le azioni che rischiano di mettere in pericolo la vita e l'integrità fisica di un numero prevedibile di cittadini innocenti".

Habermas sostiene che nessun diritto fondamentale sia illimitato e che, in un contesto pandemico, il diritto alla vita individuale prevalga su tutti gli altri. Tale principio non è solo radicato nella cultura politica democratica tedesca del Dopoguerra, ma trova conferma anche nella Costituzione. Affermare — come hanno fatto recentemente alcuni giuristi tedeschi — che il rischio per la vita umana possa essere considerato alla pari di altri diritti fondamentali è quindi non solo immorale, ma anche giuridicamente infondato. Uno Stato democratico non può adottare politiche che aumentino i contagi e, di conseguenza, le morti prevedibili.

In questo quadro, lo Stato può legittimamente richiedere solidarietà, imponendo sacrifici individuali per prevenire un aumento evitabile della mortalità. Le limitazioni delle libertà personali possono essere giustificate a favore della sopravvivenza collettiva. La pandemia, infine, offre l’opportunità di rafforzare uno Stato di diritto più consapevole e solido, fondato su una rinnovata solidarietà tra cittadini.

Le accuse ad Habermas

Le affermazioni perentorie di Habermas hanno sorpreso non poche persone, alcune delle quali lo hanno accusato di autoritarismo. Fra le tante voci, una in particolare è stata molto dura con lui. Quella di Andreas Rosenfelder, caporedattore del quotidiano conservatore tedesco Die Welt, che l'11 ottobre 2021 rimproverava Habermas di creare un "leviatano biopolitico che può limitare ogni libertà allo scopo di controllare i contagi, sempre e ovunque, senza condizioni e senza misura". 

Fa specie che una tale critica giunga da un quotidiano, cioè uno dei principali strumenti (insieme ai circoli letterari, i caffè, le riviste ecc.) della nascita nel Settecento di quella opinione pubblica borghese (oggetto proprio della tesi di dottorato di Habermas nel 1961), al cui interno si sviluppa il pensiero critico nei confronti del potere costituito, pensiero basato su razionalità, consapevolezza e indipendenza rispetto al potere. La critica della società, il fulcro delle riflessioni della Scuola di Francoforte, finisce triturata proprio da uno dei suoi paladini. Il quale, in merito alle contestazioni – ormai all’ordine del giorno – delle misure anti-contagio imposte dai governi ai propri cittadini, taccia i critici del lockdown come "libertari", contrarie[1] quindi all'autorità statale per definizione. 

Proprio Habermas, che aveva visto nelle studentesse del ’68 il nuovo soggetto politico, che avrebbe preso il posto della classe operaia. Si vede che a quel tempo le contestazioni andavano bene. Adesso no.

Il mondo astratto di Habermas (e non solo di lui): quando ci si ferma ai princìpi

Habermas è vittima del suo stesso modo astratto (per principi) di ragionare sui problemi sociali, senza tener conto della loro specificità, del caso per caso, della situazione per situazione. Per cui, conciliare libertà e solidarietà, oppure accettare e legittimare la limitazione delle libertà individuali a favore della sopravvivenza collettiva, o ancora non contrapporre la politica del bene comune a quella del bene individuale, appaiono come dilemmi vuoti, senza senso, se non ancorati a un problema concreto. 

Faccio un esempio: nel 2015, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente in Italia sono morte 84.400 persone per inquinamento atmosferico. 

Come mai non c’è stato nessun blocco del traffico? Perché lo Stato non ha imposto misure restrittive alla libertà di movimento, al pari di quelle attivate per la malattia Covid19? Abbiamo tutti notato che durante il lockdown l’inquinamento è sceso drammaticamente. Perché allora non permettere solo ai mezzi pubblici di circolare (peraltro nel lockdown neanche quelli transitavano)?

Durante gli anni a cui Habermas fa riferimento nel suo libro, ci sono state diverse scienziate, mediche, biologhe, esperte di salute pubblica che hanno contestato le politiche sanitarie e le strategie adottate dai governi. Non su basi libertarie, ma portando proposte scientifiche ed esperienze di cura della malata.

E diverse delle cose che sostiene (e legittima) Habermas si sono rivelate poi infondate.

Non è l’obiettivo di un post farne l’elenco e argomentarle.

Ne indico soltanto una.

Le fake news del governo

Il 22 luglio 2021, il Presidente del Consiglio Mario Draghi, in una memorabile conferenza stampa a Palazzo Chigi, disse: "L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali e muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, ti ammali, contagi, lui lei muore. Questo è. Secondo, senza vaccinazione si deve chiudere tutto di nuovo”.

La sera del 25 gennaio 2022, durante la trasmissione Di Martedì su La7, il prof. Pierpaolo Sileri (ordinario di medicina e all'epoca sottosegretario alla Salute) rivolgendosi alle persone non vaccinate dal covid e parlando dell’obbligo al green pass, ebbe a dire: “Vi renderemo la vita difficile… perché siete pericolosi”.

Su quali dati scientifici si basassero queste affermazioni non è dato saperlo.

Tuttavia, il 10 ottobre 2022, il parlamentare europeo olandese Robert Roos, durante un’audizione pose a Janine Small (responsabile dei mercati internazionali di Pfizer) due domande: "Il vaccino anti-Covid della Pfizer è stato testato per la sua capacità di bloccare la trasmissione del virus prima di essere immesso sul mercato? In caso contrario, si prega di specificarlo chiaramente. In caso affermativo, siete disposti a condividere i dati con questa commissione?"

Come risposta rispetto ai test, Janine Small ammise candidamente: “No. Dovevamo muoverci alla velocità della scienza per capire veramente cosa stesse succedendo nel mercato. E da questo punto di vista, dovevamo fare tutto a rischio. Penso che il dottor Bourla stesso ve lo direbbe, se non a noi, chi altro?”.

Peraltro, Pfizer ha sempre detto ufficialmente che i loro studi clinici non sono mai stati progettati per misurare l'effetto del vaccino sulla trasmissione virale, né hanno affermato il contrario. Infatti, l'11 dicembre 2020 la stessa Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato il vaccino COVID-19 di Pfizer affermando (in un comunicato stampa) che "al momento, non sono disponibili dati per determinare per quanto tempo il vaccino fornirà protezione, né vi sono prove che il vaccino prevenga la trasmissione del SARS-CoV-2 da persona a persona". Lo stesso comunicato afferma, inoltre: "Il vaccino è stato efficace al 95% nel prevenire la malattia da COVID-19 tra i partecipanti a questi studi clinici, con otto casi di COVID-19 nel gruppo vaccino e 162 nel gruppo placebo". Ciò chiarisce che il vaccino avrebbe dovuto agire sulla malattia e non sulla trasmissione dell'agente patogeno stesso.

Ma allora, se il vaccino non impediva la diffusione del virus, perché fu reso obbligatorio il green pass la cui utilità si basava proprio sul fatto (a questo punto solo supposto) che il vaccino bloccava la trasmissione e e le vaccinate potevano andare in giro tranquillamente, mentre le non vaccinate no?

In altre parole, l’idea preventiva del green pass si basava su dati inesistenti.

Pensando ad Habermas, viene in mente la celebre citazione di Oscar Wilde: "con l'età arriva la saggezza, ma a volte si presenta semplicemente da sola”.

 

 


 

NOTE

[1] Uso il femminile sovraesteso


La doppia transizione nella sanità: tecnologia, organizzazioni e sostenibilità

La doppia transizione (twin transition) si riferisce all’articolazione strategica tra trasformazione digitale e sostenibilità ambientale, mobilitando tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’Internet delle Cose (IoT) e l’analisi dei dati, tra le altre soluzioni digitali, per rendere i processi economici potenzialmente più efficienti, puliti e orientati all’economia circolare[1]. Ma in che modo questo concetto di doppia transizione si collega al settore sanitario? Una delle grandi aree che sta diventando sempre più digitale è proprio quella della salute, e il termine che si sta consolidando è “sanità digitale”.

Nel campo sanitario, questa agenda acquisisce rilevanza di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla crescente pressione sui costi e sulle infrastrutture, stimolando l’adozione di soluzioni come la telemedicina, le cartelle cliniche elettroniche interoperabili, l’IA per il supporto diagnostico e i big data per la sorveglianza epidemiologica, tra gli altri esempi. Va sottolineato che tale processo avviene con ritmi diseguali, sia tra Nord e Sud globale sia all’interno dei singoli Paesi, tra aree rurali e urbane, tra settore pubblico e privato, oltre che tra diverse specialità mediche. In generale, tuttavia, questi strumenti tendono a riconfigurare l’organizzazione dell’assistenza e della gestione, sotto la promessa di maggiore coordinamento, rapidità informativa e uso più razionale delle risorse[2].

La sanità digitale si è affermata come un importante motore di trasformazione dei sistemi sanitari, ridefinendo l’organizzazione dell’assistenza, la gestione e l’uso delle informazioni cliniche. Attraverso l’integrazione di strumenti digitali, mira a migliorare l’accesso, la continuità delle cure e l’efficienza operativa, promuovendo un coordinamento più razionale delle risorse

Tuttavia, questa digitalizzazione non si limita all’adozione di nuovi strumenti. Essa dipende da infrastrutture tecniche e organizzative complesse, che comportano consumo energetico, filiere materiali estese e cambiamenti istituzionali nelle modalità di lavoro e di gestione[3]. Piattaforme di dati, cloud e sistemi automatizzati possono ridurre spostamenti e sprechi, ma richiedono anche risorse intensive e aumentano la dipendenza da reti tecnologiche e fornitori globali, generando impatti che superano lo spazio clinico.

In questo senso, l’associazione automatica tra innovazione digitale e sostenibilità merita di essere problematizzata. I data center, l’obsolescenza accelerata delle apparecchiature, la produzione di rifiuti elettronici e l’impronta di carbonio delle catene di approvvigionamento sanitario evidenziano costi ambientali spesso invisibili. Pensare la sanità a partire dalla twin transition implica quindi adottare una prospettiva sociotecnica più ampia, valutando in che misura la digitalizzazione sia sufficiente o se richieda trasformazioni strutturali per avvicinarsi a un modello di cura più sostenibile, equo e responsabile[4].

Le organizzazioni sanitarie occupano una posizione centrale nella conduzione della trasformazione digitale, agendo non solo come utilizzatrici di tecnologie, ma come attori attivi nell’implementazione, regolazione e definizione delle priorità. Ospedali, ministeri, assicurazioni sanitarie e startup partecipano all’integrazione dei sistemi digitali riconfigurando flussi assistenziali, routine amministrative e modelli di gestione, promuovendo cambiamenti profondi nei processi di lavoro e nelle forme di coordinamento tra équipe[5]. Questo movimento richiede lo sviluppo di nuove competenze digitali — sia tecniche sia analitiche. Pertanto, la transizione in corso non si limita all’adozione di strumenti tecnologici, ma comporta trasformazioni organizzative e istituzionali più ampie, che ridefiniscono responsabilità, capacità statali e dinamiche di potere all’interno del sistema sanitario.

La promessa di efficienza associata alla sanità digitale deve essere confrontata con i suoi effetti distributivi, poiché i benefici di queste innovazioni non si distribuiscono in modo omogeneo nella popolazione. L’esclusione digitale dei gruppi vulnerabili, l’accesso diseguale alla connettività e alle competenze tecnologiche, nonché le disparità infrastrutturali regionali, possono limitare la portata delle soluzioni digitali e persino ampliare disuguaglianze già esistenti nell’accesso alle cure, evidenziando come la sostenibilità sia anche una questione sociale. In questo contesto, le politiche pubbliche possono risultare decisive per rendere la trasformazione più equa. Ciò include strategie nazionali per la sanità digitale, iniziative — ancora limitate — di “ospedali verdi”[6], acquisti pubblici sostenibili ed esperienze di telemedicina, nelle quali linee guida istituzionali e investimenti mirati possono ridurre le asimmetrie e ampliare l’accesso a un’innovazione più inclusiva.

L’integrazione tra le agende verde e digitale nella sanità non dipende soltanto dall’introduzione di soluzioni tecnologiche, ma dalla capacità di affrontare vincoli regolatori, finanziari e organizzativi che ne condizionano l’effettiva sostenibilità. Più che una questione tecnica, si tratta di una sfida di governance, che richiede coordinamento istituzionale e visione strategica per conciliare innovazione, autonomia e responsabilità socio-ambientale.

In una prospettiva più ampia, il settore sanitario può essere compreso come un vero e proprio laboratorio della doppia transizione, nel quale le agende digitale e ambientale si intrecciano in modo particolarmente intenso, rivelando tanto potenzialità di innovazione quanto contraddizioni strutturali. Questo scenario evidenzia la necessità di pensare la trasformazione oltre la semplice incorporazione di dispositivi o gadget, adottando un approccio che consideri i sistemi sociotecnici nella loro complessità — ossia le interazioni tra tecnologie, organizzazioni, professionisti, politiche pubbliche e utenti. Più che digitalizzare i processi esistenti, la sfida consiste nel ripensare modelli di gestione, finanziamento e cura, rendendoli simultaneamente più efficienti, equi e sostenibili. In questo senso, si impongono domande provocatorie: digitalizzare è sufficiente o dobbiamo riprogettare lo stesso modello di cura sanitaria? E, in modo più ampio, “digitale = sostenibile”?

 

NOTE:

[1] European Commission. Joint Research Centre. 2022. Towards a Green & Digital Future: Key Requirements for Successful Twin Transitions in the European Union. Publications Office. https://doi.org/10.2760/977331.

[2] Labrique, Alain, Lavanya Vasudevan, Garrett Mehl, Ellen Rosskam, e Adnan A. Hyder. 2018. “Digital Health and Health Systems of the Future”. EDITORIAL. Global Health: Science and Practice 6 (Supplement 1): S1–4. https://doi.org/10.9745/GHSP-D-18-00342.

[3] Mathews, Simon C., Michael J. McShea, Casey L. Hanley, Alan Ravitz, Alain B. Labrique, e Adam B. Cohen. 2019. “Digital Health: A Path to Validation”. Npj Digital Medicine 2 (1): 38. https://doi.org/10.1038/s41746-019-0111-3.

[4] Kaboré, Soutongnoma Safiata, Patrice Ngangue, Dieudonné Soubeiga, et al. 2022. “Barriers and Facilitators for the Sustainability of Digital Health Interventions in Low and Middle-Income Countries: A Systematic Review”. Frontiers in Digital Health 4 (novembro). https://doi.org/10.3389/fdgth.2022.1014375.

[5] Borges do Nascimento, Israel Júnior, Hebatullah Abdulazeem, Lenny Thinagaran Vasanthan, et al. 2023. “Barriers and Facilitators to Utilizing Digital Health Technologies by Healthcare Professionals”. Npj Digital Medicine 6 (1): 1–28. https://doi.org/10.1038/s41746-023-00899-4.

[6] Alkaabi, Athra, e Mohammad Aljaradin. 2022. “Green Hospitals for the Future of Healthcare: A Review”. Al-Kitab Journal for Pure Sciences 6 (2): 31–45. https://doi.org/10.32441/kjps.06.02.p4.


Il tempo e l’I.A. nelle professioni di cura della salute

Sistemi sotto pressione 

Le professioni di cura della salute, sia quelle rivolte agli umani che quella rivolta ai non umani, subiscono da tempo una pressione sistemica che agisce su più livelli contemporaneamente: mercato, organizzazione del lavoro, aspettative sociali, sostenibilità individuale.

La domanda di prestazioni per unità di tempo è cresciuta in modo significativo. Nel caso della medicina veterinaria questo è dovuto all’aumento del numero di animali da compagnia, al loro ruolo sempre più centrale nella vita delle famiglie e a una maggiore sensibilità verso il benessere dei pet; per la medicina umana la pressione è correlata ad una serie di fattori quali l’aumento dell’età della popolazione, alla diminuzione di investimenti nelle strutture sanitarie pubbliche, all’incremento della richiesta di cure specialistiche ed ospedaliere e, infine, al modello aziendale adottato per la gestione della sanità pubblica.

A questa crescita quantitativa si è accompagnata una crescita qualitativa della domanda. I pazienti e i clienti chiedono percorsi diagnostici più approfonditi, terapie sempre più personalizzate, continuità assistenziale, comunicazione chiara e partecipata.

Il paradosso della qualità: fare meglio costa di più (in tempo)

Questa evoluzione porta con sé un paradosso: fare meglio richiede più tempo, più attenzione, più coordinamento. Il tempo necessario per raccogliere un’anamnesi completa, considerare opzioni diagnostiche e terapeutiche, documentare il caso e il percorso diagnostico, seguire i casi nel lungo periodo, è aumentato molto più rapidamente del tempo effettivamente disponibile nelle giornate lavorative dei professionisti della cura.

Il risultato è una compressione progressiva del tempo clinico, che si manifesta ma come sovraccarico silenzioso. 

Il peso del lavoro invisibile 

Una parte significativa del lavoro di cura non è direttamente visibile: documentazione clinica, aggiornamento continuo, coordinamento informale, comunicazione post-visita e gestione delle aspettative dei clienti assorbono tempo ed energie, ma raramente entrano nel calcolo della sostenibilità professionale.

Questo lavoro invisibile non è marginale: è ciò che permette alla qualità clinica di esistere.

Quando viene sistematicamente sottovalutato, il rischio non è il calo immediato della qualità, ma l’erosione progressiva della tenuta professionale. La pressione nasce dallo scarto crescente tra ciò che oggi è richiesto per fare buona medicina e gli strumenti organizzativi e temporali a disposizione. È plausibile pensare che, spesso, il sistema regga grazie all’impegno, al senso di responsabilità, alla vocazione professionale e alla disponibilità al sacrificio dei Curanti.

In questo sistema sotto pressione, in cui la complessità è strutturale, molto spesso il tempo è diventato la risorsa più critica. 

Il contesto emotivamente carico

Una cura che abbia a cuore la qualità della relazione e il reale benessere del paziente e dei suoi parenti (o dei proprietari nel caso della medicina rivolta agli animali) si trova così immersa in un contesto emotivamente carico, dove l’atto clinico è inseparabile dalla gestione della relazione. La formazione accademica lascia aperto un divario importante tra l’aspettativa del cliente e la predisposizione del neo-curante.

Parallelamente, la casistica clinica è diventata più complessa anche a causa dell’allungamento delle aspettative di vita, del miglioramento delle cure e della maggiore attenzione alla prevenzione che hanno portato all’emersione e al maggiore peso specifico delle patologie croniche e multifattoriali. Chi cura affronta sempre più spesso pazienti anziani, comorbidità, percorsi terapeutici di lungo periodo, decisioni basate su compromessi tra qualità e durata della vita. 

Questo tipo di medicina, inevitabilmente, richiede una elevata integrazione di dati, la continuità assistenziale e la capacità di monitoraggio nel tempo.

La pressione sul tempo come fattore trasversale

Tutti questi trend convergono su un unico punto critico: il tempo. Più complessità clinica, più relazione, più documentazione e più coordinamento significano più tempo per singolo caso, versus una organizzazione del lavoro e dei modelli economici che non si sono evoluti con la stessa velocità. Il risultato è una tensione costante tra ciò che sarebbe clinicamente desiderabile e ciò che è operativamente possibile, tensione che non produce immediatamente errori, ma usura[1] del personale e compressione del tempo clinico.

Il ragionamento clinico diventa più rapido e meno riflessivo, e la qualità viene mantenuta grazie all’esperienza e all’impegno, ma a costo di stanchezza, difficoltà di recupero, riduzione dello spazio mentale. Ogni decisione clinica comporta incertezza e, quando il tempo è scarso, questa incertezza pesa di più; il personale di cura deve integrare informazioni incomplete, scegliere tra opzioni non ideali e comunicare limiti e probabilità. Far tutto questo in condizioni di pressione continua aumenta lo stress decisionale e la fatica emotiva, spostando la difficoltà dal “fare” al decidere bene.

L’operatore della cura ideale dovrebbe anche spiegare, rassicurare, negoziare e accompagnare, aumentando il coinvolgimento emotivo. Se la relazione “funziona”, è una delle parti più gratificanti del lavoro; se, invece, si accumula senza spazi di recupero, diventa uno dei principali fattori di affaticamento. Gestire le emozioni dei pazienti e dei familiari, contenere le ansie, spiegare le incertezze avviene dentro un tempo clinico progettato per il solo ruolo “tecnico”, costringendo i curanti a svolgere una parte significativa del lavoro – come, ad esempio, il completamento della cartella, la rilettura dei dati, la pianificazione dei follow-up - dopo che il paziente ha lasciato la struttura e – a volte – invadendo il tempo personale e facendo allungare la giornata lavorativa per necessità.

Lavorare al limite diventa la norma, non l’eccezione, con il rischi di assuefazione, perdita di consapevolezza, idea che “sia inevitabile”.

Come abbiamo già visto, questi rischi sono il segnale di una tensione sistemica tra ciò che oggi è richiesto per fare buona medicina e le condizioni in cui quella medicina viene praticata; continuare ad affrontare questa tensione solo con l’impegno individuale significa spostare il problema e renderlo progressivamente più pesante.

Con quali strumenti si può sostenere questo livello di qualità senza consumare chi la rende possibile?

È a partire da questa domanda che l’intelligenza artificiale entra nel discorso non come promessa futuristica, ma come risposta funzionale a problemi già presenti, non per sostituire l’operatore di cura, ma per rendere possibile ciò che oggi è richiesto. Si può, quindi, parlare l’intelligenza artificiale senza fraintendimenti, non come soluzione miracolosa, né come minaccia, ma come insieme di strumenti già presenti, con potenzialità reali e limiti altrettanto reali.

Prima di discutere cosa l’I.A. può fare per le professioni di cura, è necessario chiarire che cosa è oggi, e soprattutto che cosa non è.

L’espressione “intelligenza artificiale” tende a evocare un’entità unica, autonoma, quasi dotata di volontà. Nella cura, l’I.A. è una famiglia di tecnologie che condividono un principio comune: l’analisi computazionale di grandi quantità di dati per individuare pattern, correlazioni e probabilità; questo significa parlare di algoritmi di apprendimento automatico, sistemi di riconoscimento di pattern, modelli predittivi basati su dati storici, strumenti di supporto alla sintesi e all’organizzazione dell’informazione. Non di sistemi che “pensano” o “decidono” in modo autonomo.

Contrariamente a quanto si pensa, l’I.A. non è un elemento futuristico nella cura: è già presente, spesso in modo non esplicito, in diversi ambiti della pratica quotidiana, medica e veterinaria; molti strumenti utilizzati oggi incorporano componenti di I.A., come software di analisi diagnostica, sistemi di triage e di classificazione, piattaforme di supporto informativo, strumenti di gestione e di sintesi dei dati clinici.

Questa presenza silenziosa spiega perché il vero cambiamento non è l’arrivo dell’I.A., ma la sua progressiva integrazione consapevole.

Ci sono settori della cura con caratteristiche che rendono l’applicazione dell’I.A. al tempo stesso promettente e complessa, in cui sono presenti, da un lato, ampia varietà di dati clinici, crescente digitalizzazione, necessità di integrazione di informazioni eterogenee e, dall’altro, elevata variabilità individuale, contesti organizzativi disomogenei, forte componente relazionale ed etica.

L’I.A. funziona bene dove il dato è strutturato e ripetibile; incontra limiti dove il contesto e il giudizio clinico sono centrali. Questo equilibrio è il cuore del discorso che seguirà.

Dalla prestazione all’utilità: un cambio di prospettiva

Nei sistemi di cura è opportuno, spostare l’attenzione dalle performance dell’I.A. e invece, scegliere un’altra prospettiva: l’utilità clinica e professionale. Una tecnologia può essere molto performante e poco utile, se non si integra nei flussi di lavoro, se aumenta il carico cognitivo e se richiede più tempo di quello che restituisce. L’I.A., in medicina e in veterinaria – ma si potrebbe applicare questo principio a molte altre professioni - ha senso solo se riduce la complessità senza semplificare la cura. Le possibili aree di applicazione possono essere: il supporto alla documentazione e alla gestione dell’informazione, l’esegesi in tempo reale del colloquio clinico-paziente, l’analisi di immagini e segnali, la sintesi di dati longitudinali al percorso terapeutico completo, il supporto al ragionamento clinico nella diagnosi differenziale.

Ciò che accomuna questi ambiti non è la spettacolarità, ma la ripetitività strutturata dei compiti e l’elevato carico cognitivo umano che comportano. L’I.A. non entra nella veterinaria per rendere la medicina più “intelligente”, ma per renderla praticabile in un contesto di crescente complessità.

Il primo nodo che intercetta non è la diagnosi, né la terapia. È il tempo.

Prima di continuare è, però, importante chiarire i confini: l’I.A., nella pratica di cura responsabile, non deve sostituire il giudizio clinico, assumere responsabilità decisionale, comprendere il contesto emotivo, gestiscere il valore soggettivo della qualità della vita.

Questi elementi non sono limiti tecnici contingenti, ma confini strutturali all’interno del quale muovere tutti i successivi ragionamenti. Confondere il supporto con la sostituzione significa creare aspettative irrealistiche e alimentare resistenze inutili. Molte delle preoccupazioni espresse dai professionisti non riguardano la tecnologia in sé, ma le modalità di adozione.

L’I.A. diventa problematica quando viene imposta senza integrazione, viene presentata come soluzione totale, non è accompagnata da una riflessione organizzativa.

Diventa invece una risorsa quando è introdotta per risolvere problemi reali ed è spiegata nei suoi limiti, restando chiaramente ed esplicitamente uno strumento.

Intelligenza artificiale e tempo

Se l’intelligenza artificiale trova un punto di ingresso naturale nella pratica di cura, questo punto non è la diagnosi né la terapia, ma il tempo. Il tempo dell’operatore sanitario è diventato la risorsa più scarsa e più fragile dell’intero sistema, e allo stesso tempo quella meno tutelata. Comprendere il ruolo dell’I.A. come risposta alla crisi di tempo significa spostare il discorso dall’innovazione tecnologica alla sostenibilità del lavoro clinico. E, quando si parla di “mancanza di tempo”, si tende a pensare all’agenda; ma, in realtà, una parte significativa del tempo viene assorbita da attività che circondano l’atto clinico, tra cui: la compilazione e revisione della documentazione, la trascrizione di informazioni già espresse oralmente, la ricerca e sintesi di dati dispersi, le comunicazioni ripetitive, la gestione post-visita.

Si tratta di attività mai superflue che non richiedono il giudizio clinico, bensì attenzione, precisione e continuità. I Curanti svolgono oggi una grande quantità di lavoro cognitivo a basso valore clinico diretto, non perché sia inutile, ma perché è necessario per far funzionare il sistema, sottraendo – però -  tempo al ragionamento clinico, aumentando il carico mentale e riducendo lo spazio di riflessione.

Il paradosso è evidente: più aumentano la domanda e la qualità richiesta, più il professionista è costretto a usare il proprio tempo per attività che non ne valorizzano la competenza clinica specifica. Tanto più olistico deve essere l’approccio, tanto maggiore è la sensazione del curante di lavorare “per altro” più di quanto faccia per l’atto clinico in sé. È in questo spazio che l’intelligenza artificiale mostra il suo primo valore reale: intervenendo non sulle decisioni, ma sulle attività che preparano e seguono la decisione. L’I.A. può – infatti – supportare la trascrizione e strutturazione delle informazioni, la sintesi automatica di dati clinici, l’organizzazione della documentazione, la preparazione di note e report. In tutti questi casi, il beneficio non è la velocità in sé, ma il tempo restituito.

Il recupero del tempo come tutela della lucidità clinica 

Un equivoco frequente è pensare che il tempo risparmiato diventi automaticamente tempo libero. Nella pratica di cura, questo accade raramente. Il tempo restituito può essere, invece, reinvestito nella qualità della visita, utilizzato per spiegare meglio, dedicato a decisioni più ponderate, usato per ridurre il lavoro serale o fuori orario.

Il valore dell’I.A. non è quindi quantitativo, ma qualitativo. Infatti, quando il tempo è costantemente compresso, la lucidità diventa fragile e ridurre il carico accessorio non migliora solo l’efficienza, ma protegge la qualità del giudizio. In questo senso, l’I.A. può agire come un riduttore di attrito cognitivo, non come un sostituto dell’intelligenza umana. Il recupero di tempo non ha effetti solo individuali, ma organizzativi. Quando, infatti, la documentazione è più fluida, le informazioni sono più accessibili, il lavoro invisibile diminuisce, l’intero sistema diventa più stabile: migliori passaggi di consegne; maggiore continuità assistenziale; riduzione della dipendenza dalla memoria individuale. Il tempo restituito al singolo diventa robustezza del sistema.

Iniziare il discorso sull’I.A. dal tempo non è una scelta prudente, ma una scelta corretta. È il punto in cui i benefici sono immediatamente percepibili, i rischi sono contenuti, la responsabilità clinica resta pienamente umana.

Ora, se il tempo è la prima risorsa che l’I.A. può restituire, la domanda successiva è inevitabile: che cosa si può fare con quel tempo?

La risposta non riguarda solo l’organizzazione del lavoro, ma il modo stesso di intendere la cura: si apre, qui, il passaggio dalla medicina reattiva alla medicina predittiva. Di questo parleremo in un prossimo articolo.

 

 

NOTE:

[1] Un segnale particolarmente rilevante riguarda il rapporto tra professione e nuove generazioni. Infatti, sempre più giovani operatori della salute esprimono difficoltà ad accettare modelli lavorativi insostenibili, rifiuto di una cultura del sacrificio permanente, richiesta di equilibrio e supporto organizzativo e – spesso – disertano le aree professionali più colpite dalla dimensione dello stresso temporale e del sacrificio personale, come il Pronto Soccorso.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

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  2. Applications of AI in Veterinary Practice - AAHA, accessed December 28, 2025, https://www.aaha.org/trends-magazine/trends-may-2024/applications-of-ai-in-veterinary-practice/
  3. How do veterinarians mitigate liability concerns with workforce shortages? in - AVMA Journals - American Veterinary Medical Association, accessed December 28, 2025, https://avmajournals.avma.org/view/journals/javma/262/1/javma.23.06.0341.xml
  4. Enhancing Vet Practices with AI Dictation and Quick SOAP - Digitail, accessed December 28, 2025, https://digitail.com/blog/veterinarians-didnt-go-to-vet-school-because-they-love-writing-records/
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  29. Mercato italiano dell'assistenza sanitaria veterinaria: dimensioni, quota e analisi del settore, accessed December 28, 2025, https://www.mordorintelligence.it/industry-reports/italy-animal-healthcare-market-industry
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  34. NÉ FIRMA NÉ TIMBRO SULLA RICETTA ELETTRONICA VETERINARIA | fnovi, accessed December 28, 2025, https://www.fnovi.it/node/50918
  35. Il Ministero conferma: con la REV né firma né di timbro, accessed December 28, 2025, https://www.anmvioggi.it/rubriche/farmaco/76383-il-ministero-conferma-sulla-rev-ne-firma-ne-di-timbro.html
  36. Trend medicina veterinaria 2025: italiani sempre più attenti e informati - Top Quality Vet, accessed December 28, 2025, https://www.topqualityvet.com/it/trend-medicina-veterinaria-2025-tqv/
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  38. AI conversazionale, presentato al London Vet Show il futuro della consulenza veterinaria, accessed December 28, 2025, https://www.vet33.it/attivita-professionale/2271/ai-conversazionale-presentato-al-london-vet-show-il-futuro-della-consulenza-veterinaria.html
  39. Rethinking clinical decision-making with LAIKA, your AI vet assistant - Vet Times, accessed December 28, 2025, https://www.vettimes.com/news/business/digital/rethinking-clinical-decision-making-with-laika-your-ai-vet-assistant
  40. L'AI al fianco dei veterinari. Intervista a Aitem - Polo Tecnologico Navacchio, accessed December 28, 2025, https://polotecnologico.it/storia/lai-al-fianco-dei-veterinari-intervista-aitem/
  41. 7 Signs Your Clinic Needs an AI Scribe - VetRec, accessed December 28, 2025, https://www.vetrec.io/post/7-signs-your-clinic-needs-an-ai-scribe
  42. Board chair updates AVMA progress on advancing veterinary technicians, AI, accessed December 28, 2025, https://www.avma.org/news/board-chair-updates-avma-progress-advancing-veterinary-technicians-ai
  43. Veterinary Industry Insights for 2026: Expert Predictions for Clinics - Otto, accessed December 28, 2025, https://otto.vet/veterinary-industry-insights-2026/

 


Mangiare con la mente: gastrofisica e food design tra percezione, esperienza e responsabilità

La gastrofisica, disciplina che studia il modo in cui i sensi e i processi cognitivi influenzano la percezione del cibo, sta progressivamente ridefinendo il concetto stesso di esperienza gastronomica. Cerchiamo di esplorare il dialogo tra gastrofisica e food design, evidenziando come il gusto non sia un dato oggettivo ma il risultato di una complessa interazione tra stimoli sensoriali, contesto, aspettative e significati simbolici.  Il food design è analizzato nella sua forma di pratica progettuale, capace di integrare conoscenze scientifiche e dimensioni culturali, estetiche ed etiche, ponendo particolare attenzione alle implicazioni per la sostenibilità, la riduzione dello spreco alimentare e il benessere del consumatore. In questa prospettiva, la gastrofisica non viene intesa come semplice strumento di ottimizzazione sensoriale, ma come chiave critica per ripensare il rapporto tra individuo, cibo e ambiente. 

Mangiare è un atto quotidiano che, nella sua apparente semplicità, racchiude una complessità sorprendente. Sarebbe molto interessante riuscire a scardinare l’opinione comune che si ha del gusto inteso come tale ma ciò non sembra essere possibile. È, invece, possibile comprendere come mai il gusto non è mai solo gusto. 

Per lungo tempo il gusto è stato considerato una proprietà intrinseca del cibo, qualcosa che risiede nella materia prima o nella sua preparazione tecnica. Tuttavia, numerosi studi negli ultimi decenni hanno messo in discussione questa visione riduzionista, mostrando come l’esperienza gastronomica sia il risultato di una costruzione percettiva e cognitiva, profondamente influenzata dal contesto, dalle aspettative e dall’interazione tra i sensi. 

GASTROFISICA

È in questo frangente che si colloca la gastrofisica, una disciplina ibrida che interseca neuroscienze, psicologia cognitiva e scienze sensoriali. La gastrofisica si propone di indagare come assaggiamo realmente il cibo, tutto quello che risiede dietro al semplice assaggio di una qualsivoglia pietanza. 

Parallelamente il food design ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dall’estetica del piatto alla progettazione sistemica dell’esperienza alimentare. Mettere in dialogo gastrofisica e food design significa interrogarsi non solo su come percepiamo il cibo, ma su come questa percezione venga progettata, orientata, declinata e molto spesso problematizzata. L’obiettivo di questa analisi è esplorare il rapporto tra queste due prospettive, evidenziandone le potenzialità ma anche le tensioni, in particolare sul piano etico e culturale. In questa chiave, il gusto smette di essere un dato naturale e diventa un oggetto di progetto. 

La gastrofisica nasce dal superamento dell’idea che il gusto sia riconducibile esclusivamente alle papille gustative. Il cibo non è più un semplice mezzo di nutrimento, bensì un’esperienza vera e propria che mostra come dal cibo emerga un’interazione di stimoli visivi, olfattivi, tattili, uditivi e cognitivi. 

DAL CIBO AL SOGGETTO CHE MANGIA

Questa visione sposta l’attenzione dal cibo in sé al soggetto stesso che ne fa uso e consumo, sottolineando come il soggetto vivente abbia un ruolo attivo nel “costruire” il gusto. 

Pertanto, mangiare equivale non solo a ricevere uno stimolo sensoriale, ma a interpretarlo sulla base di aspettative, memorie e contesti culturali. Ad esempio, servire un vino in un contesto molto elegante farà accentuare il valore che si attribuisce al vino servito; oppure un piatto viene giudicato più saporito se associato ad una narrazione coerente. Non sono illusioni, bensì esempi concreti di come può funzionare la percezione umana. 

Quello che si vuole dire è che la materialità del cibo è fondamentale, ma la gastrofisica ne ridimensiona la portata. Secondo tale prospettiva assaporare il gusto è un’esperienza emergente, situata e relazionale, non è più solo una qualità oggettiva e universale. 

Il food design si inserisce in questo scenario come pratica capace di tradurre le conoscenze sulla percezione in scelte progettuali consapevoli. Lontano dall’essere una semplice declinazione estetica della cucina, il food design opera su più livelli: materiali, simbolici e relazionali. Progettare il cibo significa progettare oggetti, spazi, rituali, packaging, servizi e narrazioni che accompagnano l’atto del mangiare. In questa prospettiva, il designer non interviene solo sulla forma, ma sulla costruzione di senso. Il piatto non è più un contenitore neutro, ma un dispositivo comunicativo; il contesto di consumo non è uno sfondo passivo, ma parte integrante dell’esperienza. Il food design assume così una funzione di mediazione tra saperi scientifici, cultura gastronomica e comportamenti sociali.

L’incontro con la gastrofisica rafforza questa dimensione progettuale, offrendo strumenti per comprendere come determinate scelte influenzino la percezione del gusto. 

Però, questo incontro non è privo di ambiguità. Se, da un lato, apre nuove possibilità creative, dall’altro, solleva interrogativi sul confine tra progettazione dell’esperienza e manipolazione della percezione. 

Il pensiero che sta dietro questa affermazione è veicolato da un nesso molto semplice che ha a che fare con la manipolazione che spesso le forme più scorrette di marketing attuano nei confronti della platea dei consumatori. Non è sbagliato vendere un prodotto in modo tale da far pensare all’utente finale che quel determinato oggetto o servizio possa fornire un vantaggio, un beneficio o solo un momentaneo risvolto positivo. È, invece, sbagliato far passare un messaggio che non rispecchia la realtà.

PROGETTAZIONE DI ESPERIENZE PERCETTIVE 

Negli ultimi anni molti prodotti ultra-processati (barrette, snack, yogurt aromatizzati, bevande vegetali zuccherate) vengono progettati attraverso strategie di food design e neuromarketing per apparire più sani di quanto siano realmente. Non è il prodotto a essere sano: è l’esperienza percettiva a essere progettata come tale, a partire dalla micronarrazione e dal naming: termini come balance, pure, active, nature e light costruiscono un’immagine positiva prima dell’assaggio e fanno in modo che questa immagine a priori, che non ha niente a che fare con la vera natura del prodotto offerto, influenzi favorevolmente l’esperienza. 

Anche i colori e i materiali hanno un ruolo centrale in queste operazioni, poiché carta grezza o colori pastello, come verde e beige, tendono a caricare il prodotto di un valore “naturale” e puro, attivando associazioni mentali con artigianalità e sostenibilità. Il punto critico di questa trattazione risiede non tanto nella falsità implicita, quanto più nella dissonanza tra composizione reale del prodotto e percezione indotta. Il consumatore non viene informato male, ma viene guidato percettivamente verso una valutazione errata. 

Quando la progettazione dell’esperienza sostituisce la qualità del contenuto, il food design smette di essere mediazione culturale e diventa simulazione, se non inganno.

TENSIONI E POTENZIALITÀ

E tutto questo cos’ha a che fare con la gastrofisica? Banalmente, tutte queste progettazioni, volenti o nolenti, rientrano in uno spettro di azione della gastrofisica stessa, anche se l’intenzione iniziale non era quella. L’applicazione dei principi gastrofisici al food design è ormai diffusa in molti ambiti, dalla ristorazione di alta gamma al marketing alimentare. È noto, ad esempio, che piatti di colore scuro tendano a intensificare la percezione di dolcezza, o che posate più pesanti siano associate a una maggiore qualità percepita del cibo. Allo stesso modo, il suono croccante di un alimento può amplificarne la freschezza percepita, indipendentemente dalla sua composizione reale. Questi meccanismi, se utilizzati in modo consapevole, possono arricchire l’esperienza gastronomica, rendendola più coerente e coinvolgente.

 Tuttavia, è proprio qui che emergono le prime tensioni. 

Quando la gastrofisica viene impiegata per compensare la scarsa qualità di un prodotto o per indurre aspettative ingannevoli, il rischio è quello di trasformare il progetto in uno strumento di manipolazione. D’altra parte, però, la sua potenza può essere usata come facilitatore di comportamenti virtuosi.

Una delle direzioni più interessanti del dialogo tra gastrofisica e food design riguarda, infatti, il tema della sostenibilità. Se la percezione del gusto è influenzabile, allora è possibile utilizzarne i meccanismi non solo per aumentare il piacere immediato, ma per orientare comportamenti più responsabili. Migliorare l’accettabilità di cibi a basso impatto ambientale, ridurre lo spreco alimentare o favorire un consumo più consapevole sono obiettivi che possono beneficiare di un approccio percettivo informato. In questo contesto, il food design diventa uno strumento educativo oltre che esperienziale. 

Progettare il gusto significa anche progettare un rapporto diverso con il cibo, meno basato sull’eccesso e più attento alla qualità complessiva dell’esperienza. La gastrofisica può supportare questa transizione, a patto di essere inserita in una cornice etica chiara. Il punto non è “ingannare” il palato, ma riconoscere che ogni esperienza alimentare è già, di per sé, una costruzione. Rendere espliciti i meccanismi percettivi può aiutare a restituire al consumatore un ruolo più attivo e consapevole, anziché ridurlo a destinatario passivo di stimoli progettati. Il confronto tra gastrofisica e food design mette in evidenza come il gusto non sia un dato naturale, ma un fenomeno complesso, situato all’incrocio tra percezione, cultura e progetto. Considerare il gusto come oggetto di progetto implica una responsabilità culturale ed etica. Progettare l’esperienza alimentare significa intervenire su comportamenti, desideri e immaginari collettivi. 

Il gusto, in definitiva, non è nel piatto: è nello spazio che si crea tra ciò che mangiamo, come lo mangiamo e il significato che attribuiamo a quell’esperienza. Ed è proprio in questo spazio che food design e gastrofisica possono contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’alimentazione.


La controversia sulla Commissione Vaccini in Italia e il suo contraltare in USA

Il 6 agosto scorso, il Ministro della Salute italiano - Orazio Schillaci – nomina i membri del Nitag (National Immunization Technical Advisory Group, in coerenza con quanto definito dalla Organizzazione Mondiale della Salute). Di fatto un organismo che sostituisce la commissione vaccini del Governo.

I membri del NITAG sono 22 (qui l’elenco dei nomi e la funzione dell’organismo); 17 sono laureati in medicina, 2 in scienze infermieristiche e ostetriche, 2 in biologia e 1 in sociologia; 11 insegnano o hanno insegnato in università, 12 ricoprono cariche pubbliche – dalle dirigenze di unità medico sanitarie locali e nazionali a incarichi all’Istituto Superiore della Sanità.

Tra questi, ci sono 2 medici – un pediatra e un patologo, entrambi che insegnano o hanno insegnato in università – che hanno espresso posizioni critiche nei confronti delle politiche vaccinali. Uno di loro è un pediatra ospedaliero, specializzato in pediatria preventiva e membro di una commissione vaccinale provinciale; l’altro è specializzato in ematologia, ha insegnato patologia generale all’Università di Verona, è autore di più di 100 pubblicazioni su PubMed, con 9767 citazioni e un indice h pari a 55.

Alla nomina nel NITAG di questi due membri con posizioni critiche sulla attuale politica vaccinale esplodono reazioni indignate e polemiche nella comunità medico-scientifica e tra i rappresentanti politici, sia di governo che di opposizione, reazioni riportate e amplificate dalla maggior parte dei media, che hanno definito i due medici No-vax e demonizzato la loro presenza nell’organismo deputato ad aiutare il governo nella definizione delle politiche vaccinali dei prossimi 4-5 anni.

In pochi giorni, un gruppo di scienziati raccoglie 34.000 firme di colleghi e – insieme ad alcune società medico-scientifiche e alla Federazione degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) - chiedono le dimissioni dei due medici dalla commissione, perché inadeguati – sulla base dei loro curricula e delle loro pubblicazioni, dicono - a ricoprire il ruolo loro assegnato. Alcuni titolati e noti medici dichiarano che il loro indice di pubblicazioni è inferiore a quelle dei loro dottorandi.

Pochi giorni dopo, il Ministro Schillaci cancella le nomine e azzera la commissione NITAG.1

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Di converso, negli Stati Uniti d’America, il 27 agosto, la responsabile dei Centri di Controllo della diffusione delle malattie (CDC), viene rimossa dal suo incarico perché critica nei confronti delle posizioni sui vaccini del Segretario alla Salute Robert Kennedy Jr. e perché si rifiuta di licenziare tre alti funzionari suoi collaboratori, “rei” di non condividere le opinioni di Kennedy sulle politiche vaccinali.

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Ora, siamo certi di non poter giudicare il valore medico e scientifico dei due membri del NITAG di cui sono chieste le dimissioni2, ma possiamo sospettare che l’attacco rivolto alla loro adeguatezza scientifica sia strumentale e di copertura della tacitazione delle voci dissenzienti rispetto alle politiche dominanti.

Riteniamo, inoltre, che l’azzeramento delle nomine, fatto per evitare lo scandalo della presenza di due cosiddetti No-vax in commissione, sia un’occasione persa per disegnare una politica vaccinale che tenga conto anche di posizioni diverse da quelle dominanti.

Non per solo amore di pluralismo e di democrazia ma perché il confronto con posizioni che sono di rottura, di vero skandalon - inteso come inciampo, scomodità, ostacolo al percorso lineare - può stimolare riflessioni più profonde su come affrontare la salute pubblica, anche per garantire l’indipendenza dal sospetto di influenze commerciali sulle politiche di diffusione dei vaccini.

Lo stesso vale per il licenziamento – in America – della responsabile dei CDC: un’altra occasione persa, questa volta per la linea di Kennedy, di riflettere insieme agli oppositori.

È più facile asfaltarli, gli oppositori.

 

 

NOTE:

1 Ad oggi, la commissione NITAG italiana non è ancora stata nominata.

2 Siamo però certi che nel comitato ci sono persone con un indice h inferiore a quello dei due studiosi attenzionati, con pochissime pubblicazioni, e che alcuni di loro non sono nemmeno esperti di vaccinazioni.

Robotica sociale assistiva: l’espansione della cura nell’era tecnologica

Negli ultimi ͏anni, il rapido pr͏ogresso ͏della tecnologia ha aperto nuove possibilità nel settor͏e clin͏ico e di assistenza, soprattut͏to per gli anziani. Tra le innovazioni più interess͏anti c’è la robotica sociale assisti͏va (SAR), una parte della͏ robotica c͏he si occupa͏ di fornire aiuto͏ em͏otivo, fisico e mentale alle persone più fragili. Alcuni studi hanno evidenziato il fatto che “la pandemia da Covid-19 ha spinto ad usare solu͏zioni͏ automatizzate”[1] , mostrando sia gli effetti positivi dei robot sociali sia le difficoltà nell’inser͏irli nella vita normale de͏gli utent͏i. ͏Le ricerche recenti mostrano risultati positivi sullo stato d’animo͏, su͏lla͏ diminuzione della so͏litud͏i͏ne e sulla qualità d͏ella vita delle persone anzia͏ne ma͏ inducono anche a interrogarsi sulla questione etica e psico͏logica. In relazione a questi aspetti si riflette sull'autoingann͏o e sul rischio di infantilizzazione dell’utente. In quest͏a situazione complessa e in continuo cambiamento, il nostro contributo intende esplorare come gli ͏italiani percepiscono l’introduzione dei SAR nel servizio d’assistenz͏a͏. Partendo dalle argomentazioni proposte dal͏la ricercatrice Nicoletta Massa e dalla sua pubblicazione riguardo la psicologia della salute[2], è interessante domandarsi quanto͏ siano note alla collettività le potenzialità dei SAR e in quale ottica verrebbero accolte, facendo riferimento in͏ modo particolare ag͏li aspetti m͏entali, c͏ulturali e so͏ciali che influenzano l'accettazione della robotic͏a assistiva. Per fare ciò abbiamo sottoposto un questionario online al fine di approfondire tali tematiche.

L’indagine nasce da alcuni interrogativi iniziali: come verrebbero accolti i SAR dalla popolazione generale del nostro paese? Potrebbe quest’ultima, nel prossimo futuro, trovarsi a beneficiarne? La nostra ricerca è stata orientata ad esaminare il livello di conoscenza, percezione e accettazione sociale verso la robotica sociale assistiva (SAR) nel contesto italiano. Nel mese di gennaio 2025, abbiamo proposto una serie di domande, sotto forma di questionario online da somministare ad un “campione di convenienza”, attraverso piattaforme social. L’indagine si è basata su precedenti ricerche nel campo delle tecnologie assistive e consiste in due tipologie di domande: quesiti a risposta multipla e scale Likert. Il questionario è stato diviso in quattro parti: dati demografici, familiarità con le tecnologie assistive, opinioni sull’uso dei SAR negli ambienti domestici e riflessioni etico-culturali. Il campione raggiunto è di 203 persone, la maggioranza dei rispondenti è nella fascia di età 18-24 anni (37%) con una prevalenza di rispondenti donne (66%). Benché il campione non sia rappresentativo della popolazione italiana nella sua interezza, l’indagine consente una prima esplorazione sulle impressioni riguardo i SAR, ponendo le basi per successivi approfondimenti.

Da un lato si riscontra una maggiore apertura dal punto di vista emotivo nel rapporto con la tecnologia, tanto che l’idea di avere un rapporto affettivo con un robot potrebbe non essere percepita come inverosimile. A livello personale, tuttavia, persiste un meccanismo psicologico: l’utente attribuisce un valore emotivo al comportamento del robot, nonostante quest’ultimo sia totalmente privo di tali caratteristiche umane[3].

Va in aggiunta contestualizzato il tema delle carenze diffuse, le quali stanno segnando il sistema lavorativo contemporaneo. Tale termine viene utilizzato nel contesto occupazionale, per fare riferimento a una carenza estesa e sistemica di competenze, risorse o personale adeguato, che non può che influenzare negativamente la produttività e l'efficienza. Le fonti hanno registrato mancanze significative per quanto riguarda le categorie di operatori sanitari a livello sub-nazionale. In questo insieme si includono i posti vacanti difficili da ricoprire e anche i bisogni sanitari insoddisfatti, segnalati dalla popolazione stessa.

Il caso italiano presenta un numero di infermieri per abitante inferiore alla media UE[4]. Questa situazione suggerisce un maggiore affidamento sui medici nell'erogazione dei servizi. La situazione si aggrava con la riduzione del personale medico e paramedico impiegato nel sistema sanitario nazionale[5], specialmente a fronte del trend di invecchiamento della popolazione e della richiesta crescente di cure e domande di assistenza medica[6]. In questo contesto questi strumenti potrebbero offrire un supporto concreto, se integrati correttamente.
Risulta opportuno, in primo luogo, affrontare alcune questioni aperte che vengono trattate nell’articolo[7] , come la self-deception (autoinganno),fenomeno che può essere analizzato come conseguenza di due ordini di fattori: uno di natura storico-contestuale e l’altro di natura individuale.

Gli intervistati hanno dimostrato la non conoscenza del nuovo strumento di robotica sociale assistiva, visto che il 75,9% dei rispondenti non aveva mai sentito parlare dei SAR. Nonostante la distanza iniziale dall’argomento, ciò non ne ha precluso il successivo interesse: le opinioni espresse non si traducono in un rifiuto netto, bensì in una posizione di scetticismo esplorativo. Il campione analizzato non si è dimostrato del tutto ostile alla novità. Ne è un esempio il fatto che quasi il 41% si dichiari incuriosito, pur restando perplesso, nel concepire un robot che sia in grado di interagire con persone anche nella sfera emotiva, mentre solo il 14% considera esplicitamente utile tale interazione. Inoltre, pur prevalendo una visione tradizionalista dell’assistenza, con il 66,5% che preferisce ancora le cure umane a quelle automatizzate, emerge una quota consistente (34%) che accetterebbe l’inserimento di un SAR in casa se accompagnato da una figura umana, specialmente se designata a mansioni più tecniche. Ciò indica in ogni caso che la tecnologia venga percepita più come supporto che come minaccia. Sebbene il 69% non ritenga possibile il successo di queste tecnologie nel nostro paese, una percentuale analoga (66,5%) riconosce che i SAR potrebbero essere efficacemente impiegati per monitorare la salute e avvisare i medici in caso di necessità. Dunque, a fronte della diffidenza culturale e affettiva, si afferma una concezione relativamente positiva, specialmente in ambiti in cui la presenza umana non sia sempre garantita. Questa ambivalenza rappresenta probabilmente l’aspetto più interessante dell’indagine: le persone si mostrano scettiche, ma non particolarmente ostili, quello che emerge infatti, è una forte curiosità.

Il timore non appare di tipo apocalittico ma è piuttosto legato a preoccupazioni etico-relazionali e affettive. È interessante considerare come, anziché preoccuparsi di una possibile diminuzione dell’impiego (aspetto ricorrente se si tratta di intelligenza artificiale e robotica nell’ambito lavorativo), il campione si sia concentrato piuttosto sulla mancanza di empatia da parte delle macchine, ritenuta un elemento imprescindibile del settore dell’assistenza sanitaria. In tale contesto lo scetticismo di molti potrebbe essere mitigato attraverso una maggiore informazione e consapevolezza, considerando che, la maggior parte delle mansioni svolte dai SAR non si limiterebbero soltanto ad aiutare i soggetti fragili, quanto il personale sanitario in primo luogo.

In base͏ ai͏ dati r͏a͏ccol͏ti e alle idee condivise, sembra emergere ch͏e l'arrivo dei robot sociali di assistenza sia un͏a sfida complessa ma forse rivoluzionaria per il ͏sis͏tema sanitario di ogg͏i. Il fatt͏o che mo͏lti sarebbero pro͏nti ad accettar͏e un SAR a casa sug͏gerisce una disponibil͏i͏tà all'in͏tegrazione; purché si mantenga un buon equilibrio tra tec͏nologia e umanità.

In sintesi, ciò che è emerso non è un rifiuto del progresso, bensì la richiesta che quest’ultimo venga integrato con attenzione, trasparenza e sensibilità. Se i SAR verranno inseriti non come sostituti, ma come alleati del lavoro umano, rispettando la dignità delle persone, potranno contribuire a riformare un sistema che ad oggi si ritrova spesso in difficoltà. Non si tratta di una sfida prettamente tecnica, ma anche culturale e politica.

In conclusione, l’accettazione sociale della robotica assistiva dipenderà dalla capacità di affrontare con consapevolezza quelle che sono le implicazioni psicologiche ed etiche di queste tecnologie.

Maggiore consapevolezza, una progettazione che punta ai bisogni del paziente ed una chiara regolamentazione d’uso vanno considerati come elementi decisivi al fine di garantire che i SAR possano realmente contribuire all’ideazione di un sistema di cura diverso, progressivamente più efficace ed equo.

 

NOTE:

[1] Massa N. (2022) Innovazioni in psicologia della salute: il contributo della Social Assistive Robotics. Tra opportunità terapeutiche e questioni aperte della robotica sociale. Psicologia della salute: quadrimestrale di psicologia e scienza della salute, 37(5), 267-286

[2] Ibidem

[3] OECD (2025), Prospettive economiche dell'OCSE, Rapporto intermedio, marzo 2025: Navigare in acque incerte, OECD Publishing, Paris

[4] Massa N. (2022) Innovazioni in psicologia della salute: il contributo della Social Assistive Robotics. Tra opportunità terapeutiche e questioni aperte della robotica sociale. Psicologia della salute: quadrimestrale di psicologia e scienza della salute, 37(5), 267-286

[5] Ibidem

[6] OECD (2025), Prospettive economiche dell'OCSE, Rapporto intermedio, marzo 2025: Navigare in acque incerte, OECD Publishing, Paris

[7] Ibidem

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Massa N. (2022), Innovazioni in psicologia della salute: il contributo della Social Assistive Robotics : tra opportunità terapeutiche e questioni aperte della robotica sociale, in "Psicologia della salute: quadrimestrale di psicologia e scienze della salute: 3, 2022, Milano: Franco Angeli, 2022 , 1972-5167 - Casalini id: 5378331" - P. 14-27

OECD (2025), Prospettive economiche dell'OCSE, Rapporto intermedio, marzo 2025: Navigare in acque incerte, OECD Publishing, Paris

OECD/European Commission (2024), Health at a Glance: Europe 2024: State of Health in the EU Cycle, OECD Publishing, Paris