La doppia transizione nella sanità: tecnologia, organizzazioni e sostenibilità
La doppia transizione (twin transition) si riferisce all’articolazione strategica tra trasformazione digitale e sostenibilità ambientale, mobilitando tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’Internet delle Cose (IoT) e l’analisi dei dati, tra le altre soluzioni digitali, per rendere i processi economici potenzialmente più efficienti, puliti e orientati all’economia circolare[1]. Ma in che modo questo concetto di doppia transizione si collega al settore sanitario? Una delle grandi aree che sta diventando sempre più digitale è proprio quella della salute, e il termine che si sta consolidando è “sanità digitale”.
Nel campo sanitario, questa agenda acquisisce rilevanza di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla crescente pressione sui costi e sulle infrastrutture, stimolando l’adozione di soluzioni come la telemedicina, le cartelle cliniche elettroniche interoperabili, l’IA per il supporto diagnostico e i big data per la sorveglianza epidemiologica, tra gli altri esempi. Va sottolineato che tale processo avviene con ritmi diseguali, sia tra Nord e Sud globale sia all’interno dei singoli Paesi, tra aree rurali e urbane, tra settore pubblico e privato, oltre che tra diverse specialità mediche. In generale, tuttavia, questi strumenti tendono a riconfigurare l’organizzazione dell’assistenza e della gestione, sotto la promessa di maggiore coordinamento, rapidità informativa e uso più razionale delle risorse[2].
La sanità digitale si è affermata come un importante motore di trasformazione dei sistemi sanitari, ridefinendo l’organizzazione dell’assistenza, la gestione e l’uso delle informazioni cliniche. Attraverso l’integrazione di strumenti digitali, mira a migliorare l’accesso, la continuità delle cure e l’efficienza operativa, promuovendo un coordinamento più razionale delle risorse.
Tuttavia, questa digitalizzazione non si limita all’adozione di nuovi strumenti. Essa dipende da infrastrutture tecniche e organizzative complesse, che comportano consumo energetico, filiere materiali estese e cambiamenti istituzionali nelle modalità di lavoro e di gestione[3]. Piattaforme di dati, cloud e sistemi automatizzati possono ridurre spostamenti e sprechi, ma richiedono anche risorse intensive e aumentano la dipendenza da reti tecnologiche e fornitori globali, generando impatti che superano lo spazio clinico.
In questo senso, l’associazione automatica tra innovazione digitale e sostenibilità merita di essere problematizzata. I data center, l’obsolescenza accelerata delle apparecchiature, la produzione di rifiuti elettronici e l’impronta di carbonio delle catene di approvvigionamento sanitario evidenziano costi ambientali spesso invisibili. Pensare la sanità a partire dalla twin transition implica quindi adottare una prospettiva sociotecnica più ampia, valutando in che misura la digitalizzazione sia sufficiente o se richieda trasformazioni strutturali per avvicinarsi a un modello di cura più sostenibile, equo e responsabile[4].
Le organizzazioni sanitarie occupano una posizione centrale nella conduzione della trasformazione digitale, agendo non solo come utilizzatrici di tecnologie, ma come attori attivi nell’implementazione, regolazione e definizione delle priorità. Ospedali, ministeri, assicurazioni sanitarie e startup partecipano all’integrazione dei sistemi digitali riconfigurando flussi assistenziali, routine amministrative e modelli di gestione, promuovendo cambiamenti profondi nei processi di lavoro e nelle forme di coordinamento tra équipe[5]. Questo movimento richiede lo sviluppo di nuove competenze digitali — sia tecniche sia analitiche. Pertanto, la transizione in corso non si limita all’adozione di strumenti tecnologici, ma comporta trasformazioni organizzative e istituzionali più ampie, che ridefiniscono responsabilità, capacità statali e dinamiche di potere all’interno del sistema sanitario.
La promessa di efficienza associata alla sanità digitale deve essere confrontata con i suoi effetti distributivi, poiché i benefici di queste innovazioni non si distribuiscono in modo omogeneo nella popolazione. L’esclusione digitale dei gruppi vulnerabili, l’accesso diseguale alla connettività e alle competenze tecnologiche, nonché le disparità infrastrutturali regionali, possono limitare la portata delle soluzioni digitali e persino ampliare disuguaglianze già esistenti nell’accesso alle cure, evidenziando come la sostenibilità sia anche una questione sociale. In questo contesto, le politiche pubbliche possono risultare decisive per rendere la trasformazione più equa. Ciò include strategie nazionali per la sanità digitale, iniziative — ancora limitate — di “ospedali verdi”[6], acquisti pubblici sostenibili ed esperienze di telemedicina, nelle quali linee guida istituzionali e investimenti mirati possono ridurre le asimmetrie e ampliare l’accesso a un’innovazione più inclusiva.
L’integrazione tra le agende verde e digitale nella sanità non dipende soltanto dall’introduzione di soluzioni tecnologiche, ma dalla capacità di affrontare vincoli regolatori, finanziari e organizzativi che ne condizionano l’effettiva sostenibilità. Più che una questione tecnica, si tratta di una sfida di governance, che richiede coordinamento istituzionale e visione strategica per conciliare innovazione, autonomia e responsabilità socio-ambientale.
In una prospettiva più ampia, il settore sanitario può essere compreso come un vero e proprio laboratorio della doppia transizione, nel quale le agende digitale e ambientale si intrecciano in modo particolarmente intenso, rivelando tanto potenzialità di innovazione quanto contraddizioni strutturali. Questo scenario evidenzia la necessità di pensare la trasformazione oltre la semplice incorporazione di dispositivi o gadget, adottando un approccio che consideri i sistemi sociotecnici nella loro complessità — ossia le interazioni tra tecnologie, organizzazioni, professionisti, politiche pubbliche e utenti. Più che digitalizzare i processi esistenti, la sfida consiste nel ripensare modelli di gestione, finanziamento e cura, rendendoli simultaneamente più efficienti, equi e sostenibili. In questo senso, si impongono domande provocatorie: digitalizzare è sufficiente o dobbiamo riprogettare lo stesso modello di cura sanitaria? E, in modo più ampio, “digitale = sostenibile”?
NOTE:
[1] European Commission. Joint Research Centre. 2022. Towards a Green & Digital Future: Key Requirements for Successful Twin Transitions in the European Union. Publications Office. https://doi.org/10.2760/977331.
[2] Labrique, Alain, Lavanya Vasudevan, Garrett Mehl, Ellen Rosskam, e Adnan A. Hyder. 2018. “Digital Health and Health Systems of the Future”. EDITORIAL. Global Health: Science and Practice 6 (Supplement 1): S1–4. https://doi.org/10.9745/GHSP-D-18-00342.
[3] Mathews, Simon C., Michael J. McShea, Casey L. Hanley, Alan Ravitz, Alain B. Labrique, e Adam B. Cohen. 2019. “Digital Health: A Path to Validation”. Npj Digital Medicine 2 (1): 38. https://doi.org/10.1038/s41746-019-0111-3.
[4] Kaboré, Soutongnoma Safiata, Patrice Ngangue, Dieudonné Soubeiga, et al. 2022. “Barriers and Facilitators for the Sustainability of Digital Health Interventions in Low and Middle-Income Countries: A Systematic Review”. Frontiers in Digital Health 4 (novembro). https://doi.org/10.3389/fdgth.2022.1014375.
[5] Borges do Nascimento, Israel Júnior, Hebatullah Abdulazeem, Lenny Thinagaran Vasanthan, et al. 2023. “Barriers and Facilitators to Utilizing Digital Health Technologies by Healthcare Professionals”. Npj Digital Medicine 6 (1): 1–28. https://doi.org/10.1038/s41746-023-00899-4.
[6] Alkaabi, Athra, e Mohammad Aljaradin. 2022. “Green Hospitals for the Future of Healthcare: A Review”. Al-Kitab Journal for Pure Sciences 6 (2): 31–45. https://doi.org/10.32441/kjps.06.02.p4.
Il tempo e l’I.A. nelle professioni di cura della salute
Sistemi sotto pressione
Le professioni di cura della salute, sia quelle rivolte agli umani che quella rivolta ai non umani, subiscono da tempo una pressione sistemica che agisce su più livelli contemporaneamente: mercato, organizzazione del lavoro, aspettative sociali, sostenibilità individuale.
La domanda di prestazioni per unità di tempo è cresciuta in modo significativo. Nel caso della medicina veterinaria questo è dovuto all’aumento del numero di animali da compagnia, al loro ruolo sempre più centrale nella vita delle famiglie e a una maggiore sensibilità verso il benessere dei pet; per la medicina umana la pressione è correlata ad una serie di fattori quali l’aumento dell’età della popolazione, alla diminuzione di investimenti nelle strutture sanitarie pubbliche, all’incremento della richiesta di cure specialistiche ed ospedaliere e, infine, al modello aziendale adottato per la gestione della sanità pubblica.
A questa crescita quantitativa si è accompagnata una crescita qualitativa della domanda. I pazienti e i clienti chiedono percorsi diagnostici più approfonditi, terapie sempre più personalizzate, continuità assistenziale, comunicazione chiara e partecipata.
Il paradosso della qualità: fare meglio costa di più (in tempo)
Questa evoluzione porta con sé un paradosso: fare meglio richiede più tempo, più attenzione, più coordinamento. Il tempo necessario per raccogliere un’anamnesi completa, considerare opzioni diagnostiche e terapeutiche, documentare il caso e il percorso diagnostico, seguire i casi nel lungo periodo, è aumentato molto più rapidamente del tempo effettivamente disponibile nelle giornate lavorative dei professionisti della cura.
Il risultato è una compressione progressiva del tempo clinico, che si manifesta ma come sovraccarico silenzioso.
Il peso del lavoro invisibile
Una parte significativa del lavoro di cura non è direttamente visibile: documentazione clinica, aggiornamento continuo, coordinamento informale, comunicazione post-visita e gestione delle aspettative dei clienti assorbono tempo ed energie, ma raramente entrano nel calcolo della sostenibilità professionale.
Questo lavoro invisibile non è marginale: è ciò che permette alla qualità clinica di esistere.
Quando viene sistematicamente sottovalutato, il rischio non è il calo immediato della qualità, ma l’erosione progressiva della tenuta professionale. La pressione nasce dallo scarto crescente tra ciò che oggi è richiesto per fare buona medicina e gli strumenti organizzativi e temporali a disposizione. È plausibile pensare che, spesso, il sistema regga grazie all’impegno, al senso di responsabilità, alla vocazione professionale e alla disponibilità al sacrificio dei Curanti.
In questo sistema sotto pressione, in cui la complessità è strutturale, molto spesso il tempo è diventato la risorsa più critica.
Il contesto emotivamente carico
Una cura che abbia a cuore la qualità della relazione e il reale benessere del paziente e dei suoi parenti (o dei proprietari nel caso della medicina rivolta agli animali) si trova così immersa in un contesto emotivamente carico, dove l’atto clinico è inseparabile dalla gestione della relazione. La formazione accademica lascia aperto un divario importante tra l’aspettativa del cliente e la predisposizione del neo-curante.
Parallelamente, la casistica clinica è diventata più complessa anche a causa dell’allungamento delle aspettative di vita, del miglioramento delle cure e della maggiore attenzione alla prevenzione che hanno portato all’emersione e al maggiore peso specifico delle patologie croniche e multifattoriali. Chi cura affronta sempre più spesso pazienti anziani, comorbidità, percorsi terapeutici di lungo periodo, decisioni basate su compromessi tra qualità e durata della vita.
Questo tipo di medicina, inevitabilmente, richiede una elevata integrazione di dati, la continuità assistenziale e la capacità di monitoraggio nel tempo.
La pressione sul tempo come fattore trasversale
Tutti questi trend convergono su un unico punto critico: il tempo. Più complessità clinica, più relazione, più documentazione e più coordinamento significano più tempo per singolo caso, versus una organizzazione del lavoro e dei modelli economici che non si sono evoluti con la stessa velocità. Il risultato è una tensione costante tra ciò che sarebbe clinicamente desiderabile e ciò che è operativamente possibile, tensione che non produce immediatamente errori, ma usura[1] del personale e compressione del tempo clinico.
Il ragionamento clinico diventa più rapido e meno riflessivo, e la qualità viene mantenuta grazie all’esperienza e all’impegno, ma a costo di stanchezza, difficoltà di recupero, riduzione dello spazio mentale. Ogni decisione clinica comporta incertezza e, quando il tempo è scarso, questa incertezza pesa di più; il personale di cura deve integrare informazioni incomplete, scegliere tra opzioni non ideali e comunicare limiti e probabilità. Far tutto questo in condizioni di pressione continua aumenta lo stress decisionale e la fatica emotiva, spostando la difficoltà dal “fare” al decidere bene.
L’operatore della cura ideale dovrebbe anche spiegare, rassicurare, negoziare e accompagnare, aumentando il coinvolgimento emotivo. Se la relazione “funziona”, è una delle parti più gratificanti del lavoro; se, invece, si accumula senza spazi di recupero, diventa uno dei principali fattori di affaticamento. Gestire le emozioni dei pazienti e dei familiari, contenere le ansie, spiegare le incertezze avviene dentro un tempo clinico progettato per il solo ruolo “tecnico”, costringendo i curanti a svolgere una parte significativa del lavoro – come, ad esempio, il completamento della cartella, la rilettura dei dati, la pianificazione dei follow-up - dopo che il paziente ha lasciato la struttura e – a volte – invadendo il tempo personale e facendo allungare la giornata lavorativa per necessità.
Lavorare al limite diventa la norma, non l’eccezione, con il rischi di assuefazione, perdita di consapevolezza, idea che “sia inevitabile”.
Come abbiamo già visto, questi rischi sono il segnale di una tensione sistemica tra ciò che oggi è richiesto per fare buona medicina e le condizioni in cui quella medicina viene praticata; continuare ad affrontare questa tensione solo con l’impegno individuale significa spostare il problema e renderlo progressivamente più pesante.
Con quali strumenti si può sostenere questo livello di qualità senza consumare chi la rende possibile?
È a partire da questa domanda che l’intelligenza artificiale entra nel discorso non come promessa futuristica, ma come risposta funzionale a problemi già presenti, non per sostituire l’operatore di cura, ma per rendere possibile ciò che oggi è richiesto. Si può, quindi, parlare l’intelligenza artificiale senza fraintendimenti, non come soluzione miracolosa, né come minaccia, ma come insieme di strumenti già presenti, con potenzialità reali e limiti altrettanto reali.
Prima di discutere cosa l’I.A. può fare per le professioni di cura, è necessario chiarire che cosa è oggi, e soprattutto che cosa non è.
L’espressione “intelligenza artificiale” tende a evocare un’entità unica, autonoma, quasi dotata di volontà. Nella cura, l’I.A. è una famiglia di tecnologie che condividono un principio comune: l’analisi computazionale di grandi quantità di dati per individuare pattern, correlazioni e probabilità; questo significa parlare di algoritmi di apprendimento automatico, sistemi di riconoscimento di pattern, modelli predittivi basati su dati storici, strumenti di supporto alla sintesi e all’organizzazione dell’informazione. Non di sistemi che “pensano” o “decidono” in modo autonomo.
Contrariamente a quanto si pensa, l’I.A. non è un elemento futuristico nella cura: è già presente, spesso in modo non esplicito, in diversi ambiti della pratica quotidiana, medica e veterinaria; molti strumenti utilizzati oggi incorporano componenti di I.A., come software di analisi diagnostica, sistemi di triage e di classificazione, piattaforme di supporto informativo, strumenti di gestione e di sintesi dei dati clinici.
Questa presenza silenziosa spiega perché il vero cambiamento non è l’arrivo dell’I.A., ma la sua progressiva integrazione consapevole.
Ci sono settori della cura con caratteristiche che rendono l’applicazione dell’I.A. al tempo stesso promettente e complessa, in cui sono presenti, da un lato, ampia varietà di dati clinici, crescente digitalizzazione, necessità di integrazione di informazioni eterogenee e, dall’altro, elevata variabilità individuale, contesti organizzativi disomogenei, forte componente relazionale ed etica.
L’I.A. funziona bene dove il dato è strutturato e ripetibile; incontra limiti dove il contesto e il giudizio clinico sono centrali. Questo equilibrio è il cuore del discorso che seguirà.
Dalla prestazione all’utilità: un cambio di prospettiva
Nei sistemi di cura è opportuno, spostare l’attenzione dalle performance dell’I.A. e invece, scegliere un’altra prospettiva: l’utilità clinica e professionale. Una tecnologia può essere molto performante e poco utile, se non si integra nei flussi di lavoro, se aumenta il carico cognitivo e se richiede più tempo di quello che restituisce. L’I.A., in medicina e in veterinaria – ma si potrebbe applicare questo principio a molte altre professioni - ha senso solo se riduce la complessità senza semplificare la cura. Le possibili aree di applicazione possono essere: il supporto alla documentazione e alla gestione dell’informazione, l’esegesi in tempo reale del colloquio clinico-paziente, l’analisi di immagini e segnali, la sintesi di dati longitudinali al percorso terapeutico completo, il supporto al ragionamento clinico nella diagnosi differenziale.
Ciò che accomuna questi ambiti non è la spettacolarità, ma la ripetitività strutturata dei compiti e l’elevato carico cognitivo umano che comportano. L’I.A. non entra nella veterinaria per rendere la medicina più “intelligente”, ma per renderla praticabile in un contesto di crescente complessità.
Il primo nodo che intercetta non è la diagnosi, né la terapia. È il tempo.
Prima di continuare è, però, importante chiarire i confini: l’I.A., nella pratica di cura responsabile, non deve sostituire il giudizio clinico, assumere responsabilità decisionale, comprendere il contesto emotivo, gestiscere il valore soggettivo della qualità della vita.
Questi elementi non sono limiti tecnici contingenti, ma confini strutturali all’interno del quale muovere tutti i successivi ragionamenti. Confondere il supporto con la sostituzione significa creare aspettative irrealistiche e alimentare resistenze inutili. Molte delle preoccupazioni espresse dai professionisti non riguardano la tecnologia in sé, ma le modalità di adozione.
L’I.A. diventa problematica quando viene imposta senza integrazione, viene presentata come soluzione totale, non è accompagnata da una riflessione organizzativa.
Diventa invece una risorsa quando è introdotta per risolvere problemi reali ed è spiegata nei suoi limiti, restando chiaramente ed esplicitamente uno strumento.
Intelligenza artificiale e tempo
Se l’intelligenza artificiale trova un punto di ingresso naturale nella pratica di cura, questo punto non è la diagnosi né la terapia, ma il tempo. Il tempo dell’operatore sanitario è diventato la risorsa più scarsa e più fragile dell’intero sistema, e allo stesso tempo quella meno tutelata. Comprendere il ruolo dell’I.A. come risposta alla crisi di tempo significa spostare il discorso dall’innovazione tecnologica alla sostenibilità del lavoro clinico. E, quando si parla di “mancanza di tempo”, si tende a pensare all’agenda; ma, in realtà, una parte significativa del tempo viene assorbita da attività che circondano l’atto clinico, tra cui: la compilazione e revisione della documentazione, la trascrizione di informazioni già espresse oralmente, la ricerca e sintesi di dati dispersi, le comunicazioni ripetitive, la gestione post-visita.
Si tratta di attività mai superflue che non richiedono il giudizio clinico, bensì attenzione, precisione e continuità. I Curanti svolgono oggi una grande quantità di lavoro cognitivo a basso valore clinico diretto, non perché sia inutile, ma perché è necessario per far funzionare il sistema, sottraendo – però - tempo al ragionamento clinico, aumentando il carico mentale e riducendo lo spazio di riflessione.
Il paradosso è evidente: più aumentano la domanda e la qualità richiesta, più il professionista è costretto a usare il proprio tempo per attività che non ne valorizzano la competenza clinica specifica. Tanto più olistico deve essere l’approccio, tanto maggiore è la sensazione del curante di lavorare “per altro” più di quanto faccia per l’atto clinico in sé. È in questo spazio che l’intelligenza artificiale mostra il suo primo valore reale: intervenendo non sulle decisioni, ma sulle attività che preparano e seguono la decisione. L’I.A. può – infatti – supportare la trascrizione e strutturazione delle informazioni, la sintesi automatica di dati clinici, l’organizzazione della documentazione, la preparazione di note e report. In tutti questi casi, il beneficio non è la velocità in sé, ma il tempo restituito.
Il recupero del tempo come tutela della lucidità clinica
Un equivoco frequente è pensare che il tempo risparmiato diventi automaticamente tempo libero. Nella pratica di cura, questo accade raramente. Il tempo restituito può essere, invece, reinvestito nella qualità della visita, utilizzato per spiegare meglio, dedicato a decisioni più ponderate, usato per ridurre il lavoro serale o fuori orario.
Il valore dell’I.A. non è quindi quantitativo, ma qualitativo. Infatti, quando il tempo è costantemente compresso, la lucidità diventa fragile e ridurre il carico accessorio non migliora solo l’efficienza, ma protegge la qualità del giudizio. In questo senso, l’I.A. può agire come un riduttore di attrito cognitivo, non come un sostituto dell’intelligenza umana. Il recupero di tempo non ha effetti solo individuali, ma organizzativi. Quando, infatti, la documentazione è più fluida, le informazioni sono più accessibili, il lavoro invisibile diminuisce, l’intero sistema diventa più stabile: migliori passaggi di consegne; maggiore continuità assistenziale; riduzione della dipendenza dalla memoria individuale. Il tempo restituito al singolo diventa robustezza del sistema.
Iniziare il discorso sull’I.A. dal tempo non è una scelta prudente, ma una scelta corretta. È il punto in cui i benefici sono immediatamente percepibili, i rischi sono contenuti, la responsabilità clinica resta pienamente umana.
Ora, se il tempo è la prima risorsa che l’I.A. può restituire, la domanda successiva è inevitabile: che cosa si può fare con quel tempo?
La risposta non riguarda solo l’organizzazione del lavoro, ma il modo stesso di intendere la cura: si apre, qui, il passaggio dalla medicina reattiva alla medicina predittiva. Di questo parleremo in un prossimo articolo.
NOTE:
[1] Un segnale particolarmente rilevante riguarda il rapporto tra professione e nuove generazioni. Infatti, sempre più giovani operatori della salute esprimono difficoltà ad accettare modelli lavorativi insostenibili, rifiuto di una cultura del sacrificio permanente, richiesta di equilibrio e supporto organizzativo e – spesso – disertano le aree professionali più colpite dalla dimensione dello stresso temporale e del sacrificio personale, come il Pronto Soccorso.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
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- Board chair updates AVMA progress on advancing veterinary technicians, AI, accessed December 28, 2025, https://www.avma.org/news/board-chair-updates-avma-progress-advancing-veterinary-technicians-ai
- Veterinary Industry Insights for 2026: Expert Predictions for Clinics - Otto, accessed December 28, 2025, https://otto.vet/veterinary-industry-insights-2026/
Critica vs curatela. Una controversia “a regola d’arte” - Seconda parte
Epitaffio
L’estromissione del giudizio critico, della critica del giudizio e dell’etica professionale dalla scena contemporanea è dovuta, come abbiamo visto, alla classe dei promoter. Essa è funzionale all’odierna impossibilità di emettere sentenze di discredito, pena un danno d’immagine per i diretti interessati con la conseguente gogna pubblica dei detrattori, i quali hanno l’unica colpa di voler onorare il giudizio critico. La logica, stringente, è quella del consociativismo mercantile, a discapito di verità scomode che si ritiene opportuno non accertare. Comprensibilmente, dato l’attuale livello medio degli operatori. La promozione coatta degli artisti ha compromesso la selettività generando un crollo della qualità generale, in Italia più che all’estero. Perfino quando gli imbonitori vestono i panni dell’eroe anti-sistema e spronano gli artisti a fare altrettanto, da cui il famigerato “artivismo” (acronimo di "arte" e "attivismo"), in realtà stanno servendo le vituperate logiche di mercato. Il pubblico degli addetti lavori, più ancora di quello generico, crede alle loro mistificazioni e passa a consumare prodotti artistici che “mettono in discussione”, “decostruiscono” e “sovvertono” (sic) questo e quell’altro. L’indipendenza della critica, semmai, è nemica dello status quo, per questo è stata neutralizzata. La vera resistenza si situerebbe a questo livello, ma nessuno lo sospetta. In vista della sua resurrezione, occorrerebbe innanzitutto prendere coscienza che è stata uccisa da una promozione priva di contraddittorio. Solo una comune volontà di riscossa etica e professionale potrebbe strapparla agli inferi e restituirle quel credito oggi fuori moda. Difficile immaginare, in tal caso, che possano farsene carico le stesse istituzioni che promuovono l’arte, o gli organi d’informazione che vivono della loro pubblicità, per ciò stesso inattendibili. Quanto ai dipartimenti di estetica e storia dell’arte, hanno di meglio di cui occuparsi, non sempre sono aggiornati e soprattutto non amano compromettersi, limitandosi a sponsorizzare i loro gradimenti le rare volte che non privilegiano lo sguardo retrospettivo. Una via d’uscita sembra impossibile, la critica del contemporaneo può dirsi nel complesso estinta.
L’inefficacia dell’iniziativa individuale
A corollario di un epitaffio ben noto agli addetti ai lavori, e nondimeno ignorato, occorre aggiungere che qualche voce fuori dal coro è ancora possibile incontrarla. Ora si attiva attraverso dispositivi privati (soprattutto blog, webinar, podcast, social, ecc.), ora in contesti pubblici quali convegni, pubblicazioni collettanee e magazine specialistici, ben lieti di ospitare pareri dissonanti come quello di Argento. Il problema è la loro inefficacia, perché il diniego collettivo è l’espediente alternativo a quello della censura imposta e autoimposta. Quand’anche condivise da molti, quelle dei cani sciolti restano parole al vento con nessuna ricaduta sulle prassi. L’iniziativa dissidente è accolta volentieri, ma in quanto eccezione autonoma che conferma la regola eteronoma. Essa contribuisce, al più, a vendere l’organo d’informazione che la ospita, non certo a infoltire un pluralismo di valutazioni in relazione dialettica, condizione indispensabile per poter incidere efficacemente sullo stato dell’arte e la qualità delle promozioni.
Secessione
È del tutto evidente, allora, che ci sarebbero i presupposti per un cortocircuito critico che fosse più efficace dell’iniziativa dei singoli, per una riscoperta della “secessione”. Promoter da una parte, critici indipendenti dall’altra, ecco un sentiero non solo praticabile ma necessario per resuscitare la critica del contemporaneo. Basterebbe che qualche decina di volenterosi sparsi per la Penisola maturasse tale consapevolezza, unisse le forze e riuscisse a reperire gli sponsor necessari a concretizzare il dissenso. Chi non ha ambizioni curatoriali o mercantili non avrebbe nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché un organo critico indipendente vanterebbe un’audience notevolissima e un’autorevolezza senza pari. Vi si potrebbero reperire giudizi e analisi in antitesi con le reclame dei circuiti consueti, ma anche denunce delle inefficienze e petizioni volte all’esclusione dei promoter fallimentari dai finanziamenti pubblici, le quali non possono certo essere impugnate dai loro colleghi, non sia mai. Che iniziative del genere possano provenire da un comitato di osservatori indipendenti in altri contesti è consuetudine, gli impeachment spesso muovono i primi passi nelle denunce di magazine e quotidiani. Quanto alla pars construens, se anche non esiste una scena artistica alternativa, quella attuale potrebbe essere selezionata, commentata e promossa decisamente meglio. La sponsorizzazione massiva di artisti modesti non si limita a inquinare l’offerta d’arte, sottrae terreno ai pochi artisti meritevoli, ostacolandone la carriera. Soprattutto, come potranno venire alla luce degli artisti e promoter migliori di quelli attuali, se non si insegna alle nuove leve a leggere adeguatamente le produzioni artistiche e a motivare di conseguenza promozioni e bocciature? Perfino le accademie d’arte ne trarrebbero vantaggio, sopperendo alla penuria di artisti-docenti di valore con una maggiore consapevolezza dello stesso.
Integrazione
Progetto encomiabile, se non vi fosse l’ostacolo, tra il dire e il fare, della selezione, organizzazione e sostegno economico dei volenterosi, ma soprattutto della volontà comune di aderirvi. Esiste, in alternativa, un’opzione molto più pratica e salutare, a volerla prendere in considerazione: integrare il dissenso. Se i magazine specialistici cominciassero una buona volta a ospitare il giudizio critico in “zone franche” appositamente concepite e soprattutto remunerate, altrimenti nessuno si presterebbe, una secessione non sarebbe più necessaria e la critica del contemporaneo potrebbe finalmente risorgere quale indispensabile contrappeso dei consigli per gli acquisti. Prima di allora, nessun promoter può essere considerato degno di credito. Per quanto accreditato possa apparire, non si è forgiato nella mischia argomentata dei pareri dissonanti, le sue convinzioni, procedure e valutazioni risultando “infalsificabili” – se non al cospetto del Tempo, come si è visto.
Assalto alla storia dell’arte
È pur vero che i promoter vanno sfidando Crono attraverso una storicizzazione precoce di artisti modesti, sovente coadiuvata da acquisizioni museali avvenate, donazioni comprese. Tanto che si porrà il problema, per i futuri redattori di manuali di storia dell’arte e direttori di museo, di dovere e potere falcidiare la credibilità dei loro incauti predecessori a tutela di studenti e visitatori. In caso contrario, le selezioni sopravvissute avranno neutralizzato perfino il giudizio del Tempo. Le “operette” si accompagneranno alle opere d’arte così come le canzonette alle canzoni d’autore. L’arte in fieri, al pari delle altre forme d’espressione, può anche distribuirsi tra nicchie di consumo estremamente variegate, ma quella consegnata all’eternità non dovrebbe ammettere imposture. Occorre salvaguardare la sua selezione così come si devono tutelare il cinema e la musica d’autore. Se anche le mostre e le fiere d’arte possono permettersi di somigliare a festival della mediocrità e le loro recensioni a marchette, è grave e pericoloso che si conceda al presente storico di inquinare la storia dell’arte e le collezioni museali, integrando ciò che non è stato adeguatamente filtrato. La critica indipendente serve precisamente a selezionare le opere destinate all’eternità nel mare magnum dell’industria culturale, facendo il bene del pubblico attuale come di quello a venire, il quale potrebbe non gradire degli azzardi promozionali spacciati per eredità artistica.



