La pervasività delle tecnologie digitali, dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture algoritmiche sta riconfigurando profondamente i processi cognitivi, le norme sociali e i framework etici della società contemporanea (Floridi, 2023). Questa trasformazione richiede nuovi strumenti concettuali per comprendere le dinamiche di interazione tra organismi umani e ambienti tecnologici. La Teoria della Costruzione della Nicchia (NCT) rappresenta un’estensione della sintesi evoluzionistica moderna che riconosce agli organismi un ruolo attivo nella modificazione del proprio ambiente (Laland et al., 2016)[1]. Secondo questo paradigma, gli organismi non si limitano a rispondere passivamente alle pressioni selettive ambientali, ma modificano attivamente le fonti di selezione naturale attraverso le loro attività, alterando sia il proprio ambiente che quello delle generazioni successive.
LA COSTRUZIONE DELLA NICCHIA
Laland e colleghi (2016) definiscono la costruzione della nicchia come “il processo mediante il quale gli organismi, attraverso le loro attività, scelte e costruzioni metaboliche, modificano i propri ambienti e/o quelli di altre specie”. Questo processo opera a livello sia filogenetico che ontogenetico, generando dinamiche di feedback evolutivo in cui le modificazioni ambientali operate dagli organismi influenzano le pressioni selettive a cui essi stessi sono sottoposti.
Negli esseri umani, la costruzione di nicchia assume una dimensione particolarmente complessa, integrando componenti biologiche e culturali su molteplici livelli di intersezione. L’innovazione tecnologica rappresenta una forma di modificazione ambientale che ha da sempre accompagnato l’evoluzione umana attraverso l’invenzione di strumenti, dall’invenzione della ruota alla scrittura, fino alle attuali tecnologie digitali, configurando ciò che può essere definito come un processo di co-evoluzione gene-cultura-tecnologia. Come ampiamente sostenuto dal modello di ricerca epistemologica integrata dell’Università di Vrije di Amsterdam (VU), il TEND project[2], questo paradigma riflette su come le nicchie degli esseri umani siano intrinsecamente tecnologiche e, come tali, soggette a disruption attraverso l’innovazione tecnologica.
Questo modello epistemologico innovativo rappresenta un interessante spunto di riflessione dal punto di vista ecologico e interdisciplinare. Una nicchia, infatti, può essere concettualizzata come un sistema dinamico, caratterizzato al suo interno da continui stati di equilibrio e disequilibrio. Questo approccio si distacca da una visione statica della nicchia come semplice “spazio” occupato da un organismo, riconoscendone invece la natura processuale e relazionale. La prospettiva ecologica proposta da Gibson (1979)[3] con l’introduzione del concetto di affordance descrive l’interazione con l’ambiente in gradi di possibilità di azione strutturale e funzionale che l’ambiente offre all’organismo. Seppure questo modello sia ampiamente noto nella prospettiva cognitiva ecologica, gli ambienti digitali[4] e la Human-Machine Interaction in questo senso possono essere interpretata come una specifica forma di nicchia ecologica che fornisce specifiche affordance tecnologiche, le quali simultaneamente potenziano e vincolano l’esistenza degli agenti cognitivi embodied.
A sostegno della possibilità dell’organismo di costruire modelli relazionali e cognitivi sulla base della propria struttura cognitiva in relazione all’ambiente e su quanto esso sia continuamente coinvolto nelle attività di modellamento e alterazione dei circuiti interni, le riflessioni di Stanislas Dehaene risultano centrali in termini di plasticità e adattamento funzionale nel paradigma bio- psico-sociale. Dehaene (2009)[5], studiando i circuiti neurali della lettura e della scrittura, ha ampiamente dimostrato come il nostro cervello abbia adattato circuiti corticali pre-esistenti per creare una rete funzionale specifica, quella della letto-scrittura, fornendo una base neurobiologica al concetto di exaptation proposto da Gould (1982)[6]. L’exaptation, ovvero la capacità di cooptare circuiti pre-esistenti per nuovi scopi, si applica dunque alla possibilità di modificazione degli organismi appartenenti ad una nicchia per uno scopo specifico, sulla base delle possibilità che l’ambiente offre. Come sottolineato da Maryanne Wolf (2018)[7] nell’analisi delle funzioni cognitive legate all’alfabetizzazione ad esempio, i processi epigenetici e di sviluppo giocano un ruolo fondamentale nella riconfigurazione delle capacità cognitive in risposta alle trasformazioni ambientali, operando simultaneamente a livello biologico e culturale[8]. In questo quadro, le tecnologie non si configurano come mere estensioni esterne, ma componenti integrate del sistema cognitivo distribuito, secondo quanto teorizzato da Clark e Chalmers nel 1998 nel loro influente articolo sulla “mente estesa”[9].
IL CONCETTO DI DISRUPTION APPLICATO ALLA TEORIA DELLA NICCHIA
Il concetto di disruption (rottura, sconvolgimento) si pone come elemento fondamentale, come sostenuto dalla valenza euristica delle ricerche; esso è stato spesso applicato al contesto economico-manageriale per descrivere innovazioni che sovvertono radicalmente mercati e industrie consolidate, rendendo obsolete tecnologie e pratiche dominanti. Applicato alla sfera digitale e sociale e alla teoria ecologica della NCT, come nel framework del progetto TEND, il termine acquista una valenza più ampia. Osservando la disruption da una prospettiva ecologica, quando un nuovo elemento tecnologico interviene in un sistema, esso interrompe i cicli di feedback esistenti e costringe l’organismo a (ri)costruire relazioni interne della propria nicchia a diversi livelli: individuale, sociale e globale. La disruption tecnologica dunque rappresenta la soglia critica in cui alcuni equilibri consolidati collassano e nuove strutture emergono, richiedendo processi di riorganizzazione che operano simultaneamente a livello cognitivo, sociale e istituzionale.
A differenza della valenza semantica in economia, che enfatizza primariamente la dimensione competitiva e innovativa, l’applicazione del termine agli ecosistemi socio-tecnologici evidenzia le implicazioni per lo sviluppo del benessere umano, l’autonomia cognitiva e la coesione sociale.
Hopster (2021) definisce le tecnologie socialmente disruptive come quelle che «alterano significativamente le norme sociali, i valori, le pratiche o le istituzioni esistenti»[10], ma anche il modo di percepire, agire, conoscere e relazionarsi in una specifica nicchia. Negli ambienti digitali la disruption diventa una condizione pervasiva che rimodella non solo comunicazione e produzione, ma anche percezione, emozione e cognizione. La riflessione filosofica di Georges Canguilhem (1966)[11] offre uno strumento epistemologico interessante e una possibile apertura per interpretare l’evoluzione di questi nuovi processi di modificazione delle nicchie ecologiche. In Le normal et le pathologique, Canguilhem introduce il concetto di normatività come quella specifica capacità dell’organismo di ristabilire una relazione coerente e vitale con il proprio ambiente. Secondo Canguilhem, infatti, il concetto stesso di normalità, in stati organici sani o patologici, evolve nel tempo seguendo cambiamenti strutturali nella relazione organismo-ambiente. La patologia, secondo la lettura canghuilemiana, non è dunque intesa come mera disfunzione organica, ma come un momento di squilibrio e di incertezza che induce a una nuova modalità di interazione con l’ambiente, basata sull’attività normativa propria dell’organismo.
DISRUPTION COME RICONFIGURAZIONE NORMATIVA
Applicata al contesto tecnologico, questa prospettiva suggerisce che la disruption non costituisce necessariamente una condizione patologica (intesa come a-normale), ma rappresenta piuttosto una fase di riconfigurazione normativa in cui l’organismo deve sviluppare nuove strategie di adattamento o di exaptation alla Gould. La riflessione centrale di questi modelli ecologici integrati e interdisciplinari è proprio quella di individuare elementi fondamentali per comprendere come e in che modo tecnologie disruptive come l’IA si stiano diffondendo all’interno delle nicchie umane, a vari livelli, e quali cambiamenti in termini etici, normativi, cognitivi e sociali stiano apportando. Una possibile soluzione sarebbe quella di mirare allo sviluppo di nuove competenze interdisciplinari per la costruzione di un’impalcatura sociale etica e sostenibile sufficientemente robusta, ma allo stesso tempo flessibile da permettere la co-evoluzione con la disruption senza compromettere le strutture fondamentali dei sistemi di valori e credenze.
SCAFFOLDING OSTILE
Il concetto di scaffolding, che riprende il costrutto teorico della «zona di sviluppo prossimale» di Vygotskij[12], individua le strutture esterne che supportano e facilitano i processi cognitivi. Nel contesto tecnologico gli ambienti digitali dovrebbero idealmente fornire una forma di scaffolding cognitivo, estendendo e potenziando le capacità umane. Tuttavia, Timms e Spurrett (2021) hanno introdotto recentemente il concetto di hostile scaffolding per descrivere situazioni in cui “le strutture che dovrebbero supportare la cognizione possono simultaneamente vincolarla o distorcerla”[13]. Questo fenomeno si verifica quando le affordances tecnologiche, invece di facilitare processi cognitivi adattivi, generano pattern disfunzionali o controproducenti. Alcuni esempi di scaffolding “ostile” si verificano, ad esempio, in quella che viene definita la “crisi dell’attenzione”[14]. Le piattaforme digitali contemporanee infatti sono progettate secondo principi di “economia dell’attenzione”[15] che massimizzano il tempo di utilizzo attraverso meccanismi di rinforzo intermittente (notifiche push, feedback sociali, scrolling infinito). Queste architetture, come evidenziano numerosi studi, catturano e frammentano l’attenzione degli utenti, con effetti di grande impatto sull’intero sistema attentivo e sulle competenze metacognitive e riflessive, specialmente negli adolescenti e nei giovani adulti. Un altro esempio riguarda gli algoritmi di raccomandazione basati su modelli predittivi del comportamento utente, i quali tendono a creare delle vere e proprie bolle, le “filter bubbles” (bolle di filtraggio) ed “echo chambers”, un fenomeno ormai noto e ampiamente studiato dalla letteratura scientifica per la capacità di esporre selettivamente gli utenti a contenuti che confermano le loro preesistenti inclinazioni cognitive e ideologiche, perpetrando bias di conferma e sempre maggiore polarizzazione dell’opinione pubblica[16]. Infine, nuovi e recenti studi stanno indagando sulle conseguenze a lungo termine dell’”effetto delega” di specifici task. Esso è reso possibile dall’automazione sempre maggiore di compiti cognitivi precedentemente eseguiti da agenti cognitivi umani nell’utilizzo di tecnologie AI based in specifici contesti sociali. Queste tecnologie producono non solo stati di potenziamento, ma possono produrre anche veri e propri fenomeni di depotenziamento di alcune funzioni cognitive specifiche a seguito di un progressivo aumento dello scarico cognitivo, come sottolineato dalle più recenti ricerche in merito.[17]
IN SINTESI
L’approccio integrato dunque riconosce la natura co-evolutiva e complessa della relazione tra organismi umani e tecnologie. Questa prospettiva ecologica ed epistemologica qui delineata evidenzia come la disruption tecnologica rappresenti un momento di rottura dello spazio epistemico che richiede processi di riconfigurazione normativa a livello individuale e collettivo attraverso un bilanciamento costante tra ciò che possiamo guadagnare e ciò che potremmo perdere.
Il riconoscimento delle impalcature potenzialmente ostili costituisce un primo passo verso la progettazione e il design di ambienti digitali in grado di potenziare le capacità cognitive e le strutture valoriali fondamentali dell’esistenza umana; verso un’infrastruttura tecnologica plastica, sostenibile e allineata con i valori cardine della nostra società.
NOTE
[1] Laland, K., Matthews, B., & Feldman, M. W. (2016). An Introduction to Niche Construction Theory. Evolutionary Ecology, 30(2), 191–202. https://doi.org/10.1007/s10682-016-9821-z
[2] Il progetto integrale “TEND” dell’Università Vrje di Amsterdam è visitabile al seguente indirizzo https://sites.google.com/view/tend-project/home
[3] Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception. Boston: Houghton Mifflin.
[4] Della Rocca, M. (2025), Digital Environments and Information, Laboratorio dell’ISPF. 2025, vol. XXII [In Press].
[5] Dehaene S. (2009), Reading in the Brain: The New Science of How We Read, Penguin, New York.
[6] Gould, S. J. (1982). Exaptation: A Missing Term in the Science of Form. Paleobiology, 8(1), 4-15.
[7] Wolf, M., Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain, 2008, Icon Books Ltd.
[8] Morabito, C. (2018). Epigenetics and the Development of Cognitive Functions: Literacy as a Case Study. In D. Ceccarelli & G. Frezza (Eds.), Predictability and the Unpredictable: Life, Evolution and Behaviour (pp. 145-156). Rome: CNR Edizioni.
[9] Clark, A., & Chalmers, D. (1998). The Extended Mind. Analysis, 58(1), 7-19.
[10] Hopster, J. (2021). What Are Socially Disruptive Technologies? Technology in Society, 67, 101750. https://doi.org/10.1016/j.techsoc.2021.101750
[11] Canguilhem, G. (1966). Le normal et le pathologique. Paris: Presses Universitaires de France.
[12] Vygotsky, L. S. (1978). Mind and Society. Cambridge, MA: Harvard University Press. Il concetto di scaffolding, seppur ampiamente utilizzato per descrivere il concetto di «zona di sviluppo prossimale» di Vygotskij, comparse per la prima volta in Wood, D., Bruner, J. S., & Ross, G. (1976). The role of tutoring in problem-solving. Journal of Child Psychology and Psychiatry and Allied Disciplines, 17, 89–100.
[13] Timms, R., & Spurrett, D. (2021). Hostile Scaffolding. PhilArchive. https://philarchive.org/archive/TIMHSv1
[14] Campo, E. (2020) La testa altrove. L’attenzione e la sua crisi nella società digitale, Donzelli Editore.
[15] Il concetto di «economy of attention» fu teorizzato per la prima volta da Herbert Simon nel 1971 per indicare l’effetto dell’aumento delle informazioni nella società capitalistica e la conseguente diminuzione dell’attenzione.
[16] Scholz, R. (2016). Sustainable Digital Environments: What Major Challenges Is Humankind Facing? Sustainability, 8(8), 726. https://doi.org/10.3390/su80807
[17] Gerlich M. AI Tools in Society: Impacts on Cognitive Offloading and the Future of Critical Thinking. Societies. 2025; 15(1):6. https://doi.org/10.3390/soc15010006
BIBLIOGRAFIA
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- Varela, F., Thompson, E., & Rosch, E. (2017). The Embodied Mind (Revised Edition). Cambridge, MA: MIT Press.
Autore
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Laureata in Filosofia presso l’Università di Roma “La Sapienza” e in Scienze dell’Informazione presso l’Università di Roma “Tor Vergata” è parte del gruppo di ricerca PAD-Psicologia degli Ambienti Digitali. Si occupa di Filosofia della Mente e Nuove Scienze Cognitive, collabora come cultrice della materia presso le cattedre di Storia della psicologia, Psicologia generale e Scienze del comportamento presso l’Università di Roma “Tor Vergata”. Nel tempo libero beve caffè e si pone domande alle quali solo il suo gatto sa rispondere.
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