Intorno alla realizzazione delle due bombe atomiche americane (sembra inutile scriverlo ma, in linea con l’appello di Alvin Weinberg, dobbiamo sempre ricordare che le uniche bombe atomiche usate in guerra e contro la popolazione civile sono quelle lanciate dagli americani nel 1945) girano tutti i più rilevanti nomi della fisica e della chimica dell’inizio del XX secolo.
Alcuni di questi nomi, però, popolano un quadro che si sviluppa tra reale, ipotetico e immaginario, a cavallo tra scienze, storia e letteratura.
I nomi sono quelli di Robert Oppenheimer, il coordinatore del progetto Manhattan che portò alla realizzazione dell’atomica; di Werner Heisenberg e Niels Bohr, i fisici che misero le basi della meccanica quantistica e dell’Interpretazione di Copenhagen; di Enrico Fermi, il fisico che partecipò al progetto Manhattan come direttore tecnico; di Edoardo Amaldi, uno dei “Ragazzi di via Panisperna”; di Ida Noddack, chimica tedesca, medaglia Liebig 1934, la prima persona a ipotizzare la possibilità di realizzare la fissione nucleare; di Bertolt Brecht – il drammaturgo, con il “suo” Galileo – e di Friedrick Durrenmatt, anch’egli drammaturgo.
C’è un fil rouge che unisce tutti questi personaggi: si tratta di Ettore Majorana, fisico geniale che fece parte del gruppo di Enrico Fermi, il Majorana raccontato da Leonardo Sciascia (La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975) e da Lea Ritter Santini, germanista, filologa e storica (Uno strappo nel cielo di carta, saggio in cit.); Majorana, con la sua scomparsa misteriosa, che fa da contraltare ad un altro fatto misterioso, la visita di Heinsenberg a Copenhagen nel 1941.
Majorana è considerato – dai colleghi di via Panisperna e da tutti i fisici europei impegnati nella ricerca nucleare e quantistica – un genio, uno che intuisce le cose prima di tutti, che coglie strutture nessi e potenzialità in anticipo sugli altri. Ma che è, anche, disattento, solitario, poco incline alla condivisione, forse tendente a minimizzare i risultati del suo stesso lavoro.
Sciascia, nel suo libro, suggerisce che Majorana abbia capito la concreta possibilità di realizzare un’arma fondata sull’energia nucleare e – nel 1938 – abbia deciso di eclissarsi, per non essere complice, per non rischiare di essere parte di quelli che rendono reale l’incubo.
Tuttavia, Edoardo Amaldi nega recisamente questa possibilità, poiché, a suo avviso, era impossibile che qualcuno potesse – prima del 1940 – capire la potenzialità di quella tecnica.
Proviamo, qui, a mettere in fila alcune date e fatti:
- Majorana, tra il 1933 e il 1936 passa alcuni mesi a Lipzieg, con il gruppo di ricerca di Heisenberg, e proprio con Heisenberg costruisce un rapporto speciale;
- Nel 1933 Heisenberg scrive un paper sui processi di scissione, paper che Majorana considera definitivo. Commenta: “ha detto tutto”;
- Nello stesso anno il gruppo di Fermi conduce gli esperimenti che portano alla presunta scoperta dei nuovi elementi Esperio e Ausonio (ne abbiamo parlato qui);
- Nel 1934 Ida Noddack critica i risultati sulla Zeitschrift fur Angewandte Chemie e dice “hanno scisso l’atomo e non se ne sono accorti”;
- Tra Noddack e Heisenberg non sembra esserci un rapporto diretto ma è possibile, anzi probabile, che uno abbia letto i lavori dell’altro;
- Noddack, anni dopo, in una comunicazione a Lea Ritter Santini, si dice convinta che Majorana avesse letto il suo articolo, da lei inviato a Fermi al momento della pubblicazione, e che avrebbe potuto trarne conseguenze capaci di scatenare un insanabile dissidio morale. In breve, Noddack pensa che Majorana avesse ben capito.
- D’altra parte, Majorana aveva tali competenze e conoscenze da controllare i lavori di Fermi, confermandone la correttezza o evidenziandone gli errori, e – prima di Heisenberg – aveva compreso la struttura dell’atomo fatto di neutroni e di protoni, ma non aveva pubblicato la ricerca.
Dal 1939, negli Stati Uniti d’America, inizia il lavoro di ricerca teorico e sperimentale che convergerà poco dopo nel monumentale laboratorio di Los Alamos in cui – sotto la guida di Oppenheimer – “si corre” per realizzare la bomba atomica.
A Los Alamos e nei laboratori collegati del progetto Manhattan lavora praticamente tutto il mondo dei fisici della parte alleata, tra cui un gran numero di scienziati tedeschi, soprattutto ebrei che hanno lasciato la Germania nazista, dove agli ebrei è permesso fare solo la fisica teorica, disciplina considerata minore rispetto alla sperimentale.
A Los Alamos vige, come elemento valoriale, come motivazione per la corsa a fare la bomba, il rischio che Hitler ci arrivi prima e la usi per mettere fine al conflitto in Europa.
In realtà, alla luce delle testimonianze successive alla fine della guerra, tra il 1939 e il 1942 i tedeschi erano ben lontani dall’essere in grado di fare la bomba, nonostante la presenza di Heisenberg e di altri fisici del calibro di Otto Hahn, von Weiszacker, Diebner, Debye. Nonostante le miniere di U-235, la fabbrica di acqua pesante, forse un ciclotrone tedesco, e il ciclotrone nella Danimarca appena conquistata.
Le ragioni sembrano essere state diverse: la dispersione del lavoro e la decentralizzazione del progetto, la segretezza interna, la “fuga” dei teorici, l’assenza di adeguati investimenti e – forse – lo scarsa intenzione di alcuni scienziati chiave che ci lavoravano.
Ed ecco il secondo mistero: la visita che Heisenberg fece a Bohr nel 1941 a Copenhagen, mistero su cui hanno scritto moltissimi[1], tra scienziati, storici e letterati e che ha alimentato una controversia vivace e non ancora spenta.
Cosa andò a fare Heisenberg a Copenhagen, da Niels Bohr?
- Forse, Heisenberg tentò, attraverso il suo maestro, di far sapere agli alleati che i tedeschi stavano lavorando alla bomba, che avevano molte carte in mano;
- Forse cercò da Bohr l’assoluzione, forse chiese consiglio, forse condivise la speranza di mettere insieme un numero sufficiente di persone contro la realizzazione della bomba: tra il 1930 e il 1941, infatti, erano a malapena una dozzina quelli che avrebbero potuto guidare un percorso di realizzazione. Bastavano a chiudere la strada, a fermare tutto, in tutto il mondo.
- Forse voleva riflettere con Bohr su cosa sarebbe successo se uno dei due gruppi al lavoro fosse arrivato al risultato: se Hitler non si fosse arreso, gli americani avrebbero tirato la bomba? E dove? A Berlino? E se ci fosse arrivato prima la Germania, dove? A Londra?
Ma il programma americano era partito e arrivò a realizzare la bomba nel 1945, pochi mesi prima della distruzione di Hiroshima e di Nagasaki.
In questo intreccio, tornando indietro di qualche anno, è anche possibile pensare che Majorana e Heisenberg – tra il 1933 e il 1936 – ne abbiano parlato, e che (forse, molto forse) anche Noddack abbia avuto un suo ruolo nelle considerazioni di Heisenberg, lei che aveva capito cosa avevano fatto Fermi e i suoi.
Ecco, per concludere questo percorso tra storia e immaginario, ci piace pensare che Heisenberg abbia deliberatamente evitato di dare forma compiuta al progetto nazista, come lui stesso dichiarò dopo la guerra.
E che Majorana abbia fatto una sua scelta.
La scelta di fare come il fisico Möbius nella tragicommedia di Durrenmatt, I fisici:
“il dovere di un genio, oggi, è di tacere”
E come Brecht, tacitamente, suggerisce che abbia fatto Galileo, che abbia deciso di abiurare sì per paura, ma anche per senso civico, per senso di responsabilità.
NOTE:
[1] Citiamo qui solo alcuni nomi: Frayn, con la sua bellissima piece Copenhagen, Robert Jungk, S.A. Goudsmit, K. Gottstein, Thomas Powers, David Cassidy
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975
Ritter Santini, Titolo, in La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975
K, Gottstein, Werner Heisenberg and the German Uranium Project (1939-1945). Miths and facts, https://www.researchgate.net/publication/307985020_Werner_Heisenberg_and_the_German_Uranium_Project_1939_-_1945_Myths_and_Facts
Walker, The Historiography of ‘‘Hitler’s Atomic Bomb’’, Phys. Perspect. 26 (2024) 18–41, https://doi.org/10.1007/s00016-024-00309-6
Autore
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Laureato in Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Milano e manager. Scrive appunti sul rapporto tra scienze, tecnologie e morale anche quando pedala come un pazzo, la domenica mattina. A volte dice di lavorare. È il direttore editoriale di Controversie.
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