Il mito del tè come seconda merce globale più venduta dopo il petrolio: il potere di un mito commerciale, simbolico e poetico.
Il tè vanta una storia profondamente radicata nella civiltà umana. L’infusione derivata dalle foglie di Camellia sinensis[1], dal 2700 a.C, si è imposta come bevanda globale, risultando oggi la più consumata al mondo, dopo l’acqua[2].
È diffuso anche un altro primato associato al tè: che sia la seconda merce fisica più commercializzata al mondo dopo il petrolio. Un’affermazione tanto ripetuta, quanto priva di fondamento, ma straordinariamente resiliente. Ciò che affascina, tuttavia, non è tanto la sua falsità economica, quanto la sua persistenza simbolica.
Le prime occorrenze note di questa affermazione compaiono in testi divulgativi e articoli nell’ultimo ventennio del Novecento, spesso privi di riferimenti statistici. Si può ipotizzare che il mito sia nato per sovrapposizione semantica: l’industria del tè cercava di enfatizzare la propria centralità simbolica, e qualcuno trasformò un dato qualitativo (il tè è una delle merci più diffuse al mondo) in un superlativo competitivo (la seconda dopo il petrolio), imponendo il linguaggio del primato tipico della comunicazione economica.
In termini puramente commerciali, il mito è facilmente smentibile. Secondo i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’International Trade Centre (ITC), il tè non figura nemmeno tra le prime venti merci degli scambi mondiali. Lo superano ampiamente petrolio, gas, automobili, chip, grano, ferro, rame, caffè. La produzione mondiale di tè ha un valore di circa 20-250 miliardi di dollari[3], cifre che impallidiscono di fronte ai trilioni del mercato energetico o tecnologico.
La questione più interessante è che nessuno sembra voler smentire il mito. Le agenzie del tè, i Paesi produttori, la stampa lo ripetono con una leggerezza che sfiora la connivenza poetica. Il mito, infatti, non si diffonde per errore, ma perché diventa dispositivo culturale. Che funziona perché istituisce una coppia archetipica: tè e petrolio. L’uno è chiaro, profumato, rituale, l’altro scuro, viscoso, esplosivo; l’uno vegetale, l’altro minerale; l’uno simbolo di pausa, l’altro di accelerazione. Uno è energia che organizza il mondo tramite socialità, estetica, disciplina del tempo, accoglienza, pace, l’altro è energia che consuma il mondo. Il petrolio si erge come paradigma della modernità: estrazione, accelerazione, conflitto, distruzione, accumulo, energia materiale; il tè ne diventa il contro-paradigma: lentezza, ritualità, aggregazione, cultura, energia spirituale. Oro verde e greggio: gentilezza civilizzatrice in opposizione alla durezza del mondo industriale. Questa lettura simbolica trova eco nella tradizione orientale del tè come rito di consapevolezza, in cui ogni gesto tende alla perfezione ed è esercizio di presenza. L’Occidente, invece, ha costruito il proprio immaginario energetico sul dominio della materia: trasformare, estrarre, consumare.
I miti servono a rendere pensabili le contraddizioni che una cultura non riesce a conciliare, sosteneva Claude Lévi-Strauss[4]. Il mito non elimina la contraddizione, ma la media, la maschera o la sposta attraverso una serie di trasformazioni, rendendo così un conflitto inconciliabile più accettabile o comprensibile per la comunità che lo narra. Qui la contraddizione è evidente: l’uomo moderno dipende da combustibili che distruggono il pianeta. Questa contrapposizione viene risolta con un’immagine conciliatrice: l’energia può essere dolce e pulita, salutare, in armonia con la natura e può essere diffusa quasi come l’energia che distrugge e inquina.
In definitiva, il mito del tè non mente: trasfigura. Ci ricorda che l’economia globale non è solo un insieme di scambi materiali, ma anche un paesaggio di sogni, memorie, desideri e promesse. Il tè, bevanda della calma, diventa simbolo compensativo di un’epoca fondata sull’esaurimento energetico e psichico. È la merce che non è solo merce, ma rito, meditazione, purificazione. Il suo primato immaginario rappresenta la speranza di un’economia meno aggressiva, capace di nutrire senza distruggere. Il sogno di un mondo dove la delicatezza possa prevalere sulla potenza.
Questo mito è figlio della cultura globale che costruisce narrazioni di equilibrio per compensare le proprie ansie sistemiche. In un’epoca segnata dall’esaurimento delle risorse, dalla competizione energetica e dalla paura del futuro, il tè diventa l’immagine di un’energia gentile dell’attesa, della presenza e della cura, opposta al rumore dei motori. Il mito trasforma l’economia in racconto morale, con la speranza che il commercio, un giorno, possa profumare di umanità.
NOTE:
[1] Camellia sinensis era consumata già 5000 anni fa in Cina come cibo e farmaco. Le prime civiltà cinesi, risalenti a 4000-5000 anni fa, hanno dimostrato una profonda comprensione delle potenziali proprietà terapeutiche del tè, riconoscendo la sua capacità di affrontare e prevenire vari disturbi umani. Erling Hoh, V. H. M. (2009). The true history of tea. Thames & Hudson.
[2] Grigg, D.The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3
[3] Le cifre molto discordanti riferite al mercato globale del tè (da 18 miliardi USD a oltre 250 miliardi USD) sono dovute a diverse metodologie di calcolo e definizioni di mercato del tè, utilizzate dalle società di ricerca. Alcuni report misurano solo il mercato del tè tradizionale (foglie, bustine), venduto nei negozi. Altri includono anche il tè ready-to-drink (RTD), cioè le bevande a base di tè pronte per il consumo (in lattina, bottiglia). Alcuni includono anche il canale out-of-home (bar, ristoranti, teahouse), che aggiunge molto valore. Esistono anche report che parlano di alta gamma o specialty tea (high-end tea), ovvero prodotti premium (tè pregiati, biologici, rarità) con margini di profitto differenti. Global Tea Auction https://www.globalteaauction.com/global-tea-market/ riporta come Il mercato globale del tè non mostri segni di rallentamento. Gli esperti prevedono che raggiungerà i 102 miliardi di USD entro il 2025 e che continuerà a prosperare con tassi di crescita previsti (CAGR) tra il 6,3% e il 6,6% nei prossimi anni. Secondo Grand View Research, il mercato globale del tè tradizionale (foglie, tè classico) è stato stimato intorno ai 17,4 miliardi di USD nel 2024, con una crescita prevista fino a 24,6 miliardi entro il 2030 (CAGR ~6%) (CAGR ~6%) grandviewresearch.com+2grandviewresearch.com+2. Un resoconto di Future Market Report stima il mercato del tè tradizionale a 18,5 miliardi di USD nel 2025, con una previsione di crescita fino a 29,5 miliardi entro il 2032. Future Market Report. Business Research Insights, invece ha proposto una stima molto più alta: 108,65 miliardi di USD per il 2024, e prevede che il mercato arrivi a 190,85 miliardi di USD entro il 2033. Business Research Insights. Per il settore high-end tea (tè premium / specialty), Cognitive Market Research ha stimato un mercato di 126,84 miliardi di USD nel 2024. Cognitive Market Research. In un rapporto citato da John Keells PLC, si nota che le stime per il 2024 variano molto a seconda della fonte, “da circa 17,42 miliardi fino a circa 80,94 miliardi di USD” a seconda dei metodi usati. In generale, le cifre più basse si riferiscano a segmenti specifici, come il solo tè RTD, o un'analisi ristretta alle sole materie prime. Le cifre attorno a 100 -150 miliardi di USD rappresentano la stima più attendibile e generale per il mercato globale di tè in bustina e sfuso. Le cifre più alte (fino a 250 miliardi di USD) includono segmenti aggiuntivi e in forte crescita, come il tè RTD e anche infusi e tisane non derivati dalla Camellia sinensis, o proiezioni a lungo termine, in cui il mercato del tè è inteso in modo molto ampio (inclusi accessori, teahouse, import/export, investimenti), o addirittura come un macro-settore di bevande a base di tè, che include molte categorie.
In sintesi, la cifra più equilibrata per la dimensione attuale del mercato globale del tè in senso lato (ma senza considerare segmenti troppo specifici) sembra essere vicina ai $100 - $110 miliardi
[4] C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, 1966. In sostanza, per Lévi-Strauss, la funzione primaria del mito è cognitiva e mediatrice, non storica o esplicativa in senso stretto. Il mito funziona come un "discorso enigmatico" che permette di esprimere e mediare opposizioni e contraddizioni che altrimenti sarebbero paradossali e inaccessibili al pensiero razionale ordinario. Il mito risulta essere un dispositivo logico che opera nella mente umana per affrontare e tentare di risolvere le contraddizioni fondamentali.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
1. Food and Agriculture Organization (FAO), FAOSTAT Database, 2024; International Trade Centre (ITC), Trade Map, 2024.
2. S. K. Jain, Tea: A Global History, Reaktion Books, 2011.
3. Hicks, A. (2001). Review of global tea production and the impact on industry of the Asian economic situation. In Asian International Tea Conference, Singapore, 5, pp. 227–231.
4. Erling Hoh, V. H. M. The true history of tea. Thames & Hudson, 2009.
5. Pan, S. Y. , Nie, Q. , Tai, H. C. , Song, X. L. , Tong, Y. F. , Zhang, L. J. , Wu, X. W. , Lin, Z. H. , Zhang, Y. Y. , Ye, D. Y. , Zhang, Y. , Wang, X. Y. , Zhu, P. L. , Chu, Z. S. , Yu, Z. L. , & Liang, C. (2022). Tea and tea drinking: China's outstanding contributions to the mankind. Chinese Medicine, 17: 1-40. 27. DOI: 10.1186/s13020-022-00571-1
6. Grigg, D. The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3
Gli scienziati e le armi

La guerre (Henri Rousseau)
Vorrei iniziare con alcune voci emblematiche:
«Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire» (Jean-Paul Sartre)
«La vocazione dell'uomo di scienza è di spostare in avanti le frontiere della nostra conoscenza in tutte le direzioni, non solo in quelle che promettono più immediati compensi o applausi» (Discorso tenuto da Enrico Fermi nel 1947)
Credo che sia opportuno sgombrare il terreno da incomprensioni: la Scienza non è né per la pace né per la guerra, né per né contro le armi. La scienza indaga sulle leggi della natura, potremmo dire che la scienza è neutrale.
Si è espresso lucidamente, in questo senso, Bertrand Russell (1872-1970), matematico è filosofo:
«Non si richiede al fisico o al chimico di provare l’importanza etica degli atomi, non ci si aspetta che il biologo dimostri l’utilità degli animali o delle piante che studia. Il fisico cerca semplicemente di scoprire i fatti, non di valutare se sono buoni o cattivi.»
Ancor più netto il grande matematico David Hilbert (1862-1943):
«Si sente molto parlare dell’ostilità tra scienza e tecnica. Penso che ciò non sia vero. Scienza e tecnica non hanno nulla da spartire».
SCIENZA E TECNICA
Il tecnico lavora a un progetto: forgiare una spada, un mulino per macinare il grano, un veliero, la macchina a vapore. Anche lo scienziato, a volte: una macchina per accelerare le particelle, un radiotelescopio, una macchina per fare il vuoto. Ma, in generale, sviluppa teorie per interpretare la natura, teorie come la meccanica classica, l’elettromagnetismo, la relatività, la meccanica quantistica.
Tuttavia, in numerosi casi è stato proprio lo sviluppo tecnico a permettere scoperte scientifiche, infatti, in molti casi, gli scienziati, per le loro indagini, sviluppano tecniche (vuoto, freddo, onde elettromagnetiche, raggi X, EPR, NMR ...), tecniche che spesso vengono esportate nella società in forma di applicazioni pratiche, a volte anche militari.
Joseph John Thomson non avrebbe potuto scoprire l’elettrone se non avesse potuto contare sulla tecnologia del vuoto necessaria per costruire il tubo catodico.

Tubo di Crookes
Molte delle tecnologie oggi considerate essenziali — dai computer alle telecomunicazioni, dalla risonanza magnetica alla spettrometria di massa — sono il frutto di percorsi scientifici non lineari, che hanno combinato creatività, imprevisto e indipendenza intellettuale.
Molte innovazioni tecnologiche, frutto della ricerca fisica, hanno trovato applicazioni nel settore militare: laser e maser, fibre ottiche, ottica integrata, impiantazione ionica, elettronica a semiconduttori, memorie a bolle magnetiche. In sostanza, ogni progresso in un qualsiasi ramo della fisica può trasformarsi in tecnologia strategica
Dunque, scienza e tecnica non si pongono in rapporto gerarchico, ma si alimentano reciprocamente.
RESPONSABILITÀ
È ingiusto attribuire alla scienza la responsabilità esclusiva delle sue possibili applicazioni negative. Certo, la scienza ha contribuito alla costruzione di armi micidiali, ma è anche grazie ad essa che si è ridotto il tasso di mortalità, si è migliorata la qualità della vita, si è garantito l’accesso a cibo sicuro, si sono compresi i meccanismi delle malattie e sviluppate le cure.
Tuttavia, se la scienza è neutra rispetto ai “valori”, diversa è la situazione per gli scienziati; alcuni di essi non si limitano a decifrare la natura, ma lavorano alla produzione di nuove armi, diventano consiglieri dei militari o dei politici (falchi e colombe); altri sentono la loro responsabilità verso la società, ammoniscono sui rischi connessi con lo sviluppo di nuove armi e si impegnano pubblicamente per la pace, la distensione, il disarmo.
Ricordiamo alcuni tra i molti scienziati che produssero armi.
Archimede, il più grande scienziato dell’antichità classica: la leggenda ci parla di specchi ustori che, concentrando i raggi solari, incendiano le navi avversarie, enormi gru che le sollevano e le fanno affondare.


Leonardo da Vinci, in una lettera in dieci punti a Ludovico il Moro, per farsi assumere, scrisse: «… so fabbricare.mortai, bombe a mano, carri d’assalto, cortine fumogene .... Solo al decimo punto della lettera scrisse: In tempo di pace credo satisfare benissimo in architettura, in conducer acqua da un loco ad un altro. Item, conducerò in scultura di marmore di bronzo.»

Cartesio e Stevino servirono, come ingegneri militari, il principe di Orange; anche il Conte Rumford fu consigliere militare del Principe di Baviera.
Fritz Haber, Premio Nobel per la sintesi dell’ammoniaca, nell’aprile del 1915, organizzò, a Ypres, l’attacco coi gas di cloro da lui prodotti: il primo attacco chimico della storia. La moglie, quando lo seppe, si suicidò con il revolver del marito.
Robert Oppenheimer, insieme ad altri scienziati, nel Progetto Manhattan, consigliò i militari di lanciare la Bomba atomica sulle città del Giappone, indicando anche le caratteristiche che queste dovevano presentare per rendere più efficace l’effetto della tremenda esplosione.
Anche dopo la guerra, Oppenheimer fu consigliere del governo degli Stati Uniti.
Oggi è facile condannare gli scienziati che collaborarono alla realizzazione della Bomba, ma per capire la loro scelta bisogna tornare a quei terribili anni trenta del XX secolo. Nel 1933 Hitler sale al potere; due anni dopo emana le leggi razziali, che porteranno al genocidio di sei milioni di ebrei, tra l’indifferenza di buona parte dei paesi democratici. Nel 1936 invade la Renania, nel 1938 annette l’Austria e invade la Cecoslovacchia, l’anno seguente invade la Polonia e inizia la Seconda guerra mondiale.

Maggio 1939: l’Italia firma il Patto d’acciaio
Il 10 giugno 1940 anche l’Italia entra in guerra. Ricordo che io, ragazzino, inquadrato nei Balilla, ero entusiasta, sognando battaglie, vittorie e gloria. Mia nonna, che aveva vissuto gli anni della Prima Guerra mondiale, piangeva.
Alla fine del 1938, in Germania, Otto Hahn scopre la fissione dell’uranio e ben presto i fisici in vari Paesi si rendono conto che questo fenomeno potrebbe essere sfruttato per ottenere un esplosivo di spaventosa potenza.
Alla luce di queste schematiche considerazioni è evidente che il timore che la Germania nazista costruisse la Bomba potesse essere fondato. Su questa base Szilard e Wigner, due fisici ebrei fuggiti dall’Ungheria, sottoposero ad Einstein la bozza di una lettera per il Presidente Roosevelt nella quale si sollevavano queste preoccupazioni. Einstein la firmò, pentendosene molti anni dopo.
«La guerra: un massacro di gente che non si conosce, per gli interessi di gente che si conosce, ma non si massacra.» (Paul Valéry)
Rispetto a questo insieme di problemi, si possono classificare gli scienziati in due categorie, i Falchi e le Colombe.
I Falchi sviluppano nuove armi, come la bomba H e la bomba N, propongono nuove strategie, come la SDI o “Guerre stellari”, si oppongono a trattati che limitano la corsa al riarmo o che introducono forme di controllo; in alcuni (pochi) casi propongono addirittura attacchi preventivi.
Fra i più noti, Edward Teller e Ernst Lawrence, sostenitori della bomba H, e John von Neumann, che nel dopoguerra propose il bombardamento atomico preventivo dell’Unione Sovietica.
Le Colombe, tra i quali Bertrand Russell e Franco Rasetti – che rifiutò di partecipare al Progetto e, dopo la guerra, abbandonò la fisica per dedicarsi a studi di paleontologia, botanica ed entomologia - Piotr Kapitza, e molti altri. Max Born scrisse, in seguito:
«Ero convinto che la bomba atomica fosse un’invenzione diabolica e non volevo averci a che fare. Sebbene odiassi Hitler e i nazisti, e il popolo tedesco per il consenso che gli aveva tributato, non potevo appoggiare azioni che avrebbero portato non solo alla morte dei nazisti e dei soldati di Hitler, ma di bambini e persone innocenti.»
Singolare il caso di Józef Rotblat, fisico polacco che aveva partecipato al Progetto Manhattan. Alla fine, quando fu assodato che la Germania, ormai sconfitta, non aveva in corso progetti validi per la Bomba, si rifiutò di proseguire a lavorarvi e chiese di andarsene, unico tra i suoi colleghi. Gli fu assegnato il Premio Nobel per la Pace.

Józef Rotblat e il mio amico e collega Francesco Calogero
Di fronte al progetto della bomba H, o termonucleare, Rabi e Fermi si opposero:
«Riteniamo sbagliato, sulla base di fondamentali principi etici, avviare il programma di una tale arma. Non esistono limiti alla distruttività di quest'arma [...] la sua stessa esistenza è un pericolo per l'umanità».

Esplosione della prima bomba termonucleare della storia: il test Ivy Mike
Teniamo conto, però, che queste classificazioni semplificano la realtà. Spesso le varie posizioni convivono nella stessa persona. Enrico Fermi ne è un esempio.

Fermi è scienziato puro quando, da giovane, sviluppa la statistica delle particelle e quando studia la radioattività indotta da neutroni lenti; è tecnologo quando realizza il primo reattore nucleare, è consigliere dei militari quando consiglia come usare la bomba atomica contro il Giappone, è contro la guerra quando si dichiara contro la bomba termonucleare per ragioni etiche. Torna a essere scienziato nel dopoguerra, all'Università di Chicago.
IMPEGNO SOCIALE
Molti scienziati, convinti della loro responsabilità morale di informare, di ammonire e di mobilitare le coscienze, sono stati e sono attivi nel prendere posizioni pubbliche sui rischi che comportano le armi atomiche e una corsa agli armamenti.
Il caso più noto è il Manifesto Russell-Einstein (9 luglio 1955) il più importante documento di denuncia sulla minaccia rappresentata dalle armi nucleari per il genere umano.

«Ci attende, se sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a rinunciare alle nostre liti? Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il rischio di un’estinzione universale.»
Esso diede impulso ad altri movimenti e organizzazioni, come il movimento Pugwash (Pugwash Conferences on Science and World Affairs), fondato nel 1957 da Bertrand Russell e Józef Rotblat, la Union of Concerned Scientists, lo Stockholm International Peace Research Institute, il Bulletin of the Atomic Scientists, il SANA, il Senzatomica, la Rete Italiana Pace e Disarmo, l’Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID)[1], perché faccio parte del suo consiglio scientifico.
Anch’io in quegli anni ho raccolto firme per il movimento “Partigiani della pace”, ho scritto, ho parlato nelle scuole.
In seguito, con mia figlia Elena di 12 anni, ho partecipato alla prima Marcia per la pace, camminando sotto una pioggerellina da Parma a Reggio Emilia.
Il problema della bomba atomica, dopo decenni di (quasi) tranquillità, è tornato attuale con le preoccupanti dichiarazioni di Vladimir Putin, di ricorrere al suo impiego «in caso di minaccia all’integrità territoriale del nostro Paese» (19 novembre 2025). Un’escalation «incredibilmente pericolosa e irresponsabile», ha denunciato la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.
Né ci confortano le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone[2] sull’ipotesi di un attacco preventivo (!) alla Russia nel contesto di una guerra ibrida. Mosca parla di un “passo estremamente irresponsabile”.
NOTE
[1] In cui faccio parte del consiglio scientifico.
[2] Ammiraglio italiano, presidente del comitato militare NATO dal 17 gennaio 2025.
Majorana, Heisenberg, Sciascia e Brecht - Un fil rouge tra storia e immaginario
Intorno alla realizzazione delle due bombe atomiche americane (sembra inutile scriverlo ma, in linea con l’appello di Alvin Weinberg, dobbiamo sempre ricordare che le uniche bombe atomiche usate in guerra e contro la popolazione civile sono quelle lanciate dagli americani nel 1945) girano tutti i più rilevanti nomi della fisica e della chimica dell’inizio del XX secolo.
Alcuni di questi nomi, però, popolano un quadro che si sviluppa tra reale, ipotetico e immaginario, a cavallo tra scienze, storia e letteratura.
I nomi sono quelli di Robert Oppenheimer, il coordinatore del progetto Manhattan che portò alla realizzazione dell’atomica; di Werner Heisenberg e Niels Bohr, i fisici che misero le basi della meccanica quantistica e dell’Interpretazione di Copenhagen; di Enrico Fermi, il fisico che partecipò al progetto Manhattan come direttore tecnico; di Edoardo Amaldi, uno dei “Ragazzi di via Panisperna"; di Ida Noddack, chimica tedesca, medaglia Liebig 1934, la prima persona a ipotizzare la possibilità di realizzare la fissione nucleare; di Bertolt Brecht – il drammaturgo, con il “suo” Galileo – e di Friedrick Durrenmatt, anch’egli drammaturgo.
C’è un fil rouge che unisce tutti questi personaggi: si tratta di Ettore Majorana, fisico geniale che fece parte del gruppo di Enrico Fermi, il Majorana raccontato da Leonardo Sciascia (La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975) e da Lea Ritter Santini, germanista, filologa e storica (Uno strappo nel cielo di carta, saggio in cit.); Majorana, con la sua scomparsa misteriosa, che fa da contraltare ad un altro fatto misterioso, la visita di Heinsenberg a Copenhagen nel 1941.
Majorana è considerato – dai colleghi di via Panisperna e da tutti i fisici europei impegnati nella ricerca nucleare e quantistica – un genio, uno che intuisce le cose prima di tutti, che coglie strutture nessi e potenzialità in anticipo sugli altri. Ma che è, anche, disattento, solitario, poco incline alla condivisione, forse tendente a minimizzare i risultati del suo stesso lavoro.
Sciascia, nel suo libro, suggerisce che Majorana abbia capito la concreta possibilità di realizzare un’arma fondata sull’energia nucleare e – nel 1938 – abbia deciso di eclissarsi, per non essere complice, per non rischiare di essere parte di quelli che rendono reale l’incubo.
Tuttavia, Edoardo Amaldi nega recisamente questa possibilità, poiché, a suo avviso, era impossibile che qualcuno potesse – prima del 1940 – capire la potenzialità di quella tecnica.
Proviamo, qui, a mettere in fila alcune date e fatti:
- Majorana, tra il 1933 e il 1936 passa alcuni mesi a Lipzieg, con il gruppo di ricerca di Heisenberg, e proprio con Heisenberg costruisce un rapporto speciale;
- Nel 1933 Heisenberg scrive un paper sui processi di scissione, paper che Majorana considera definitivo. Commenta: “ha detto tutto”;
- Nello stesso anno il gruppo di Fermi conduce gli esperimenti che portano alla presunta scoperta dei nuovi elementi Esperio e Ausonio (ne abbiamo parlato qui);
- Nel 1934 Ida Noddack critica i risultati sulla Zeitschrift fur Angewandte Chemie e dice “hanno scisso l’atomo e non se ne sono accorti”;
- Tra Noddack e Heisenberg non sembra esserci un rapporto diretto ma è possibile, anzi probabile, che uno abbia letto i lavori dell’altro;
- Noddack, anni dopo, in una comunicazione a Lea Ritter Santini, si dice convinta che Majorana avesse letto il suo articolo, da lei inviato a Fermi al momento della pubblicazione, e che avrebbe potuto trarne conseguenze capaci di scatenare un insanabile dissidio morale. In breve, Noddack pensa che Majorana avesse ben capito.
- D’altra parte, Majorana aveva tali competenze e conoscenze da controllare i lavori di Fermi, confermandone la correttezza o evidenziandone gli errori, e – prima di Heisenberg – aveva compreso la struttura dell’atomo fatto di neutroni e di protoni, ma non aveva pubblicato la ricerca.
Dal 1939, negli Stati Uniti d’America, inizia il lavoro di ricerca teorico e sperimentale che convergerà poco dopo nel monumentale laboratorio di Los Alamos in cui – sotto la guida di Oppenheimer – “si corre” per realizzare la bomba atomica.
A Los Alamos e nei laboratori collegati del progetto Manhattan lavora praticamente tutto il mondo dei fisici della parte alleata, tra cui un gran numero di scienziati tedeschi, soprattutto ebrei che hanno lasciato la Germania nazista, dove agli ebrei è permesso fare solo la fisica teorica, disciplina considerata minore rispetto alla sperimentale.
A Los Alamos vige, come elemento valoriale, come motivazione per la corsa a fare la bomba, il rischio che Hitler ci arrivi prima e la usi per mettere fine al conflitto in Europa.
In realtà, alla luce delle testimonianze successive alla fine della guerra, tra il 1939 e il 1942 i tedeschi erano ben lontani dall’essere in grado di fare la bomba, nonostante la presenza di Heisenberg e di altri fisici del calibro di Otto Hahn, von Weiszacker, Diebner, Debye. Nonostante le miniere di U-235, la fabbrica di acqua pesante, forse un ciclotrone tedesco, e il ciclotrone nella Danimarca appena conquistata.
Le ragioni sembrano essere state diverse: la dispersione del lavoro e la decentralizzazione del progetto, la segretezza interna, la “fuga” dei teorici, l’assenza di adeguati investimenti e – forse – lo scarsa intenzione di alcuni scienziati chiave che ci lavoravano.
Ed ecco il secondo mistero: la visita che Heisenberg fece a Bohr nel 1941 a Copenhagen, mistero su cui hanno scritto moltissimi[1], tra scienziati, storici e letterati e che ha alimentato una controversia vivace e non ancora spenta.
Cosa andò a fare Heisenberg a Copenhagen, da Niels Bohr?
- Forse, Heisenberg tentò, attraverso il suo maestro, di far sapere agli alleati che i tedeschi stavano lavorando alla bomba, che avevano molte carte in mano;
- Forse cercò da Bohr l’assoluzione, forse chiese consiglio, forse condivise la speranza di mettere insieme un numero sufficiente di persone contro la realizzazione della bomba: tra il 1930 e il 1941, infatti, erano a malapena una dozzina quelli che avrebbero potuto guidare un percorso di realizzazione. Bastavano a chiudere la strada, a fermare tutto, in tutto il mondo.
- Forse voleva riflettere con Bohr su cosa sarebbe successo se uno dei due gruppi al lavoro fosse arrivato al risultato: se Hitler non si fosse arreso, gli americani avrebbero tirato la bomba? E dove? A Berlino? E se ci fosse arrivato prima la Germania, dove? A Londra?
Ma il programma americano era partito e arrivò a realizzare la bomba nel 1945, pochi mesi prima della distruzione di Hiroshima e di Nagasaki.
In questo intreccio, tornando indietro di qualche anno, è anche possibile pensare che Majorana e Heisenberg – tra il 1933 e il 1936 - ne abbiano parlato, e che (forse, molto forse) anche Noddack abbia avuto un suo ruolo nelle considerazioni di Heisenberg, lei che aveva capito cosa avevano fatto Fermi e i suoi.
Ecco, per concludere questo percorso tra storia e immaginario, ci piace pensare che Heisenberg abbia deliberatamente evitato di dare forma compiuta al progetto nazista, come lui stesso dichiarò dopo la guerra.
E che Majorana abbia fatto una sua scelta.
La scelta di fare come il fisico Möbius nella tragicommedia di Durrenmatt, I fisici:
“il dovere di un genio, oggi, è di tacere”
E come Brecht, tacitamente, suggerisce che abbia fatto Galileo, che abbia deciso di abiurare sì per paura, ma anche per senso civico, per senso di responsabilità.
NOTE:
[1] Citiamo qui solo alcuni nomi: Frayn, con la sua bellissima piece Copenhagen, Robert Jungk, S.A. Goudsmit, K. Gottstein, Thomas Powers, David Cassidy
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975
Ritter Santini, Titolo, in La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975
K, Gottstein, Werner Heisenberg and the German Uranium Project (1939-1945). Miths and facts, https://www.researchgate.net/publication/307985020_Werner_Heisenberg_and_the_German_Uranium_Project_1939_-_1945_Myths_and_Facts
Walker, The Historiography of ‘‘Hitler’s Atomic Bomb’’, Phys. Perspect. 26 (2024) 18–41, https://doi.org/10.1007/s00016-024-00309-6



