"La grazia" di P. Sorrentino e la riduzione matematica
Nel suo ultimo film, La grazia, Paolo Sorrentino racconta per parole e immagini, il dilemma giuridico ed esistenziale di un Presidente della Repubblica Italiana, Mariano De Santis. De Santis è soprannominato Cemento Armato per la sua inflessibilità, il carattere inamovibile e una discreta dose di immobilismo alla maniera democristiana, in fine di mandato.
Il dilemma di De Santis – che era stato giurista e magistrato - riguarda delle decisioni, la prima su due domande di grazia e la seconda sull’approvazione del testo di legge sull’eutanasia, da licenziare per la discussione finale alle Camere.
Nel primo caso si tratta di scegliere a chi dei due candidati proposti dal Ministero della Giustizia concedere la grazia; nel secondo caso, la decisione è più sottile e delicata perché il tema tocca questioni giuridiche, morali e di equilibri politici e offre, anche, l’alternativa di non prendere la decisione, di lasciare la patata bollente nelle mani del suo successore – come aveva già fatto il suo predecessore (e come sta facendo, oggi, la Commissione Affari Sociali con l’aiuto complice del Presidente del CNR. Ne abbiamo parlato qui).
Vogliamo provare, qui di seguito, a dare un taglio interpretativo diverso, ispirato al pensiero di Calamandrei e di Husserl, che fa emergere delle prospettive di primo acchito inattese.
Lo storico e il giudice
Secondo Piero Calamandrei [1], il lavoro dello storico e quello del giudice hanno molti punti in comune perché entrambi lavorano su fatti accaduti nel passato, di cui la documentazione può essere rada, incerta, confusa e confusiva, falsa o finta [2], cercano tracce per renderli consistenti, coerenti internamente e con il contesto storico e sociale.
Entrambi, una volta trovata una soddisfacente dimensione di validità dell’accaduto, devono fare lo sforzo di sussumerlo[3], di farlo rientrare all’interno di una teoria: per lo storico, si tratta di una ipotesi di svolgimento della storia, per il giudice, invece, è la legge.
Teoria storica e teoria scientifica: due riduzioni razionali
Lo storico può essere considerato a tutti gli effetti uno scienziato. Uno storico e un fisico, allo stesso modo, costruiscono teorie che cercano di descrivere la realtà, teorie che hanno sia una dimensione “scientifica” che una dimensione sociale, che sono a loro volta storicizzate e modulate secondo gli stili di pensiero correnti.
Ed entrambi, lo storico e il fisico, tentano di sussumere, di far rientrare, dei fatti storici e scientifici all’interno di teorie e di leggi matematiche, visioni trascendenti e idealizzate[4] della realtà fenomenologica, del mondo delle cose e della vita.
I fatti, le leggi e Paolo Sorrentino
Cosa c’entra tutto questo con il – bellissimo - film di Sorrentino, La grazia [5]?
Nel film, il Presidente Mariano De Santis è autore di un notissimo e famigerato manuale di diritto penale, un testo di 2.046 pagine, definito «la scalata dell’impossibile: trovare la verità nel codice penale». In realtà, dalla sceneggiatura, emerge che il manuale sembra più un tentativo di sussumere ogni fatto criminoso o presunto tale all’interno della legge penale.
Un tentativo di non lasciare spazi grigi, di incertezza, nell’interpretazione giuridica (e giudiziale) del fatto, allo stesso modo in cui i fisici cercano di disegnare delle teorie – con le relative leggi matematiche - le più generali possibili, delle teorie del tutto, e attraverso un duro lavoro di razionalizzazione, di semplificazione, di euristica, cercano di far rientrare un fatto scientifico all’interno della teoria.
Plasticità e dimensione storica delle leggi, giuridiche e scientifiche
Senza fare spoiling, Sorrentino mette in scena l’emergere di due dimensioni della legge (e del lavoro del giudice e del legislatore) che possiamo assumere valide anche per le leggi e le teorie scientifiche (fisiche o storiche che siano), facendo leva sui paralleli visti poco sopra:
- la plasticità del lavoro giudiziale – e, per traslazione – scientifico, rispetto al contesto storico; plasticità che fa assumere forme e significati diversi alle leggi e alle teorie in contesti storici e sociali differenti
- la non completezza dell’impianto normativo, legislativo e delle teorie scientifiche, che tenta di incastonare in riduzioni matematiche o logiche tutto il mondo delle cose e della vita.
Plasticità e incompletezza che mostrano la sostanziale inadeguatezza delle razionalizzazioni e delle formulazioni matematiche della realtà, nella riduzione dei fenomeni. Inadeguatezza che richiede l’intervento dell’intuizione umana, di una interpretazione non riduzionista per dare significato e senso ai fenomeni.
Stressare i concetti normativi per estendere il senso delle teorie
Il passo audace del Presidente De Santis non è solo quello di prendere delle decisioni inaspettate – che contraddicono la sua fama di “Cemento Armato”, di immobilista bloccato dalla normazione intransigente e riduzionista del suo manuale – ma
- di cogliere nell’agonia e nella morte di un vivente (non umano) il segnale di una possibilità di coscienza e di consapevolezza individuali, che trascendono le leggi “scritte nella pietra”,
- di comprendere e di assimilare la dimensione storica e sociale della legge,
- di stressare un concetto legale quale quello di legittima difesa, con l’aggiunta dell’aggettivo “preventiva” che ne torce (ma non distorce) il senso in modo rivoluzionario e più vicino alla realtà contemporanea,
e, infine, di anticipare – con le proprie decisioni sulle grazie e sulla legge sul fine vita – l’evoluzione storica della legge.
Il personaggio De Santis, giurista, lo fa allo stesso modo di uno scienziato che dà una interpretazione intuitiva ed estensiva della realtà, più ricca della sua formulazione matematica, e poi – solo poi - la riporta ad una legge descrittiva con un’operazione di idealizzazione trascendente.
NOTE:
[1] Cfr. P. Calamandrei, Il giudice e lo storico, Rivista di diritto processuale e civile, Vol. XVI, Parte I, 1939
[2] Per una interessante trattazione del vero, del falso e del finto nei documenti storici, cfr. T. Frank, Falso e verità nella politica medievale e moderna, in Vere storie di medioevi falsi, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 2023
[3] Sussumere un fatto nella legge, per Calamandrei, significa trovare un modo adeguato per definire il fatto in termini di articoli di legge (cfr. cit.)
[4] Cfr. E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, 2015
[5] Di cui lasciamo a persone competenti le letture artistica, sulle relazioni familiari, psicologica e di approccio al tema del fine vita
Dall’enigma di Majorana ai computer topologici
Come un’ipotesi teorica del Novecento è tornata al centro della corsa al calcolo quantistico
Nel marzo del 1938, su un piroscafo tra Palermo e Napoli, viaggiava uno dei più brillanti fisici italiani del Novecento: Ettore Majorana. Aveva poco più di trent’anni, una reputazione già eccezionale e una mente che Enrico Fermi considerava fuori dal comune. Poi, all’improvviso, scomparve. Da allora il suo nome è rimasto legato a una delle vicende più enigmatiche della storia scientifica italiana.
Ma Majorana non appartiene soltanto alla cronaca del mistero. Oggi il suo nome è tornato in primo piano per una ragione del tutto diversa: alcune idee che portano la sua firma sono diventate un punto di riferimento nella ricerca sui computer quantistici topologici, una delle linee più ambiziose — e più discusse — del calcolo quantistico contemporaneo. In altre parole, un’ipotesi formulata negli anni Trenta è rientrata nella conversazione scientifica e industriale del XXI secolo.
Un nome antico in una frontiera nuova
Per capire perché Majorana venga oggi evocato in relazione ai computer quantistici, bisogna partire da un dato essenziale: il calcolo quantistico non nasce dal desiderio di costruire macchine semplicemente più veloci, ma dall’esigenza di affrontare problemi che i computer classici trattano con grande difficoltà.
I computer tradizionali operano con i bit, unità minime di informazione che possono assumere due soli valori, 0 oppure 1. Questa logica binaria è alla base dell’intera informatica moderna. I computer quantistici, invece, utilizzano i qubit, che sfruttano proprietà della meccanica quantistica per rappresentare simultaneamente più possibilità. Per certi tipi di problemi — dalla simulazione di molecole complesse all’ottimizzazione di grandi sistemi logistici — questo approccio potrebbe offrire vantaggi importanti.
Il punto, tuttavia, è che i qubit sono estremamente fragili. Il loro stato può essere alterato da interferenze minime: vibrazioni, rumore elettromagnetico, variazioni termiche. Questo fenomeno, noto come decoerenza, è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di macchine quantistiche affidabili. Gran parte della ricerca degli ultimi anni si è concentrata proprio su questo: come proteggere l’informazione quantistica dagli errori. È qui che compare Majorana.
Dalla fisica teorica alle quasiparticelle
Negli anni Trenta, Majorana formulò un’ipotesi di grande eleganza teorica: la possibilità che esistano particelle neutre coincidenti con la propria antiparticella. In termini semplici, particelle che non abbiano un “opposto” distinto, perché siano già, per così dire, il proprio opposto. Questa idea, nata nel contesto della fisica relativistica e quantistica, rimase a lungo soprattutto un risultato teorico.
Nel contesto del calcolo quantistico, però, il nome di Majorana è tornato a circolare per un’altra ragione. Alcuni sistemi fisici molto particolari potrebbero ospitare stati collettivi della materia noti come Majorana Zero Modes, spesso descritti come quasiparticelle. Non si tratta, in questo caso, semplicemente della particella immaginata da Majorana in senso elementare, ma di eccitazioni emergenti in materiali progettati in laboratorio. Il loro interesse dipende dal fatto che potrebbero offrire una base più robusta per immagazzinare e manipolare informazione quantistica. [azure.microsoft.com], [arstechnica.com]
Il condizionale, qui, è indispensabile. L’idea è considerata promettente da molti fisici, ma la sua realizzazione sperimentale resta una delle questioni più delicate e controverse del settore. Nature ha sottolineato che gli annunci più recenti di Microsoft rappresentano un passaggio significativo, ma non hanno chiuso il dibattito. Anche una parte della comunità scientifica ha invitato alla prudenza nell’interpretazione dei risultati disponibili. [azure.microsoft.com], [nature.com], [sciencenews.org]
Due strade per lo stesso problema
Nel panorama attuale della computazione quantistica, il nodo centrale è sempre lo stesso: come ridurre gli errori. Le strategie, però, non sono univoche.
Una prima via, seguita da molti protagonisti del settore, consiste nel costruire qubit convenzionali e poi proteggerli attraverso sistemi di correzione degli errori sempre più sofisticati. L’idea, in sostanza, è accettare che il qubit sia fragile e compensare questa fragilità con una complessa architettura di controllo. È una strada tecnologicamente concreta, ma molto costosa: richiede grandi numeri di qubit fisici per ottenere un numero assai più ridotto di qubit effettivamente affidabili.
La seconda via è quella topologica. In questo caso, l’obiettivo non è soltanto correggere l’errore dopo che si è prodotto, ma progettare un sistema in cui l’informazione quantistica sia protetta dalla struttura stessa del dispositivo. La parola “topologico” rinvia alla topologia, il ramo della matematica che studia le proprietà che restano invariate sotto deformazioni continue. Trasportata nella fisica dei qubit, l’idea è che l’informazione possa essere codificata in modo meno vulnerabile ai disturbi locali.
L’analogia più intuitiva è quella del nodo. Un segno tracciato sulla sabbia può essere cancellato da un soffio di vento. Un nodo in una corda, invece, non scompare per una semplice perturbazione locale: per eliminarlo bisogna intervenire in modo più profondo sulla struttura. Il qubit topologico, almeno in teoria, dovrebbe funzionare così: non come un dato depositato in un punto fragile, ma come un’informazione distribuita in una configurazione più resistente.
È su questa possibilità che si fonda buona parte della scommessa di Microsoft. [azure.microsoft.com], [nature.com]
Il caso Majorana 1
Nel febbraio 2025 Microsoft ha annunciato Majorana 1, descritto dall’azienda come il primo processore quantistico basato su una “Topological Core” e come un passaggio rilevante verso una futura architettura scalabile fino a un milione di qubit. L’azienda ha collegato questo avanzamento a una nuova classe di materiali, indicati come “topoconduttori”, e a risultati pubblicati contestualmente anche su Nature. [azure.microsoft.com], [nature.com]
L’annuncio ha ricevuto un’attenzione immediata, sia per il peso dell’azienda sia per il carattere simbolico della rivendicazione: quello topologico è infatti uno dei grandi obiettivi irrisolti del settore. Tuttavia, proprio perché il tema è delicato, molti ricercatori hanno sottolineato la necessità di distinguere tra una tappa importante nella costruzione di dispositivi sperimentali e la dimostrazione definitiva di un qubit topologico pienamente operativo. Alcune voci critiche hanno osservato che i dati finora resi pubblici non convincono ancora tutti gli specialisti. [nature.com], [sciencenews.org]
Non si tratta di una polemica marginale. La ricerca sui sistemi topologici ha conosciuto in passato annunci prematuri e interpretazioni discusse. Per questo, nel campo, i toni sono spesso doppi: da un lato c’è l’interesse per una direzione che, se funzionasse, potrebbe semplificare radicalmente il problema della correzione degli errori; dall’altro c’è la consapevolezza che tra un principio fisico promettente e una tecnologia industriale affidabile esiste una distanza ancora considerevole.
Quando la ricerca diventa strategia industriale
Anche al netto delle incertezze scientifiche, il calcolo quantistico è ormai entrato nella sfera delle tecnologie strategiche. Non è più soltanto una questione da laboratori universitari o da centri di ricerca specializzati: è diventato un terreno di competizione industriale e geopolitica.
Lo dimostra, per esempio, il ruolo della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata ai programmi tecnologici avanzati. Nel 2025 la DARPA ha selezionato Microsoft e PsiQuantum per la fase di validazione e co-progettazione del programma US2QC, inserito nella più ampia Quantum Benchmarking Initiative. L’obiettivo dichiarato è verificare, con criteri indipendenti, se esistano approcci in grado di arrivare a un computer quantistico di utilità industriale entro il 2033. [darpa.mil]
Il linguaggio usato in questi programmi è significativo. Non si parla genericamente di innovazione, ma di “utility-scale operation”, cioè di una soglia in cui il valore computazionale supera finalmente il costo del sistema. È un modo per dire che il problema non è soltanto costruire qualcosa che funzioni in laboratorio, ma qualcosa che sia davvero utile in condizioni realistiche.
Un mercato piccolo, ma non più teorico
Anche i dati economici confermano che il quantum è uscito dalla fase puramente speculativa. Secondo Research and Markets, il segmento del calcolo quantistico topologico sarebbe passato da 3,18 miliardi di dollari nel 2025 a una previsione di 3,94 miliardi nel 2026, con un’ulteriore crescita attesa entro il 2030. Si tratta di stime di mercato, quindi per definizione da leggere con prudenza; ma indicano comunque che il settore viene ormai osservato come un comparto industriale in formazione, non più soltanto come un insieme di promesse accademiche. [researchan...arkets.com]
Più in generale, il McKinsey Quantum Technology Monitor 2026 segnala che oltre 300 organizzazioni nel mondo stanno collaborando con aziende del settore e stima che il quantum computing potrebbe generare fino a 2,7 trilioni di dollari di valore economico globale entro il 2035. Anche in questo caso bisogna distinguere tra prospettive e risultati acquisiti, ma il messaggio è chiaro: l’interesse non è più confinato a una nicchia di specialisti. [mckinsey.com]
Che cosa potrebbe cambiare davvero
Il punto decisivo, però, non è l’ammontare degli investimenti. È il tipo di problemi che un calcolo quantistico maturo potrebbe rendere trattabili.
Uno dei campi più citati è la simulazione molecolare, con possibili applicazioni nella progettazione di farmaci e nella scienza dei materiali. La chimica quantistica, infatti, è uno dei casi in cui la natura del problema sembra adattarsi bene agli strumenti quantistici. Altri ambiti frequentemente evocati sono l’ottimizzazione logistica, l’analisi finanziaria avanzata e alcuni segmenti della ricerca sui materiali ad alte prestazioni.
Conviene tuttavia evitare due errori simmetrici. Il primo è immaginare il computer quantistico come una macchina universale destinata a sostituire in blocco l’informatica classica. Non è questo lo scenario più realistico. Il secondo è ridurlo a un esercizio teorico senza ricadute pratiche. Anche questo, oggi, sarebbe riduttivo. Più plausibile è pensare a sistemi ibridi, in cui calcolo classico e quantistico collaborano, con vantaggi mirati su problemi ben definiti.
Una lezione di lungo periodo
La storia che collega Majorana al quantum computing ha, in fondo, un valore che va oltre la tecnologia. Ricorda che le idee scientifiche non seguono i tempi brevi dell’attenzione pubblica. Possono nascere come costruzioni teoriche molto astratte, restare ai margini per decenni e riapparire poi in un contesto del tutto diverso, dove acquistano un significato nuovo.
Naturalmente, sarebbe improprio trasformare Majorana in un profeta retrospettivo del computer quantistico. Le sue ricerche appartenevano a un altro orizzonte, e il rischio dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo. Ma non è anacronistico osservare che alcune delle categorie concettuali elaborate nella fisica fondamentale del Novecento stanno oggi riemergendo in un settore dove si incrociano scienza dei materiali, ingegneria, matematica e strategia industriale.
Se la via topologica si rivelerà davvero praticabile, il nome di Majorana sarà associato non soltanto a una scomparsa ancora irrisolta, ma a uno dei tentativi più complessi della tecnologia contemporanea: rendere stabile, e quindi utile, una macchina che finora ha mostrato soprattutto il proprio potenziale. Se invece quella strada si rivelerà più difficile del previsto, resterà comunque un fatto notevole: a quasi novant’anni di distanza, un’ipotesi nata nella fisica teorica continua a orientare una parte importante della ricerca sul futuro del calcolo.
Stalin, il big bang e la fisica quantistica
La ricerca scientifica in epoca sovietica si è dovuta confrontare con i limiti imposti dal regime. Lo scontro ideologico ha coinvolto soprattutto la cosmologia
È un dato di fatto che la scienza in Unione Sovietica ha fatto progressi e ha contribuito ad approfondire conoscenze in molti campi, soprattutto a fini militari, al fine di contrastare la superiorità occidentale. Ma, come Leonardo da Vinci, Galileo e molti altri inventori ci insegnano, la ricerca militare è un modo per studiare la scienza e per ottenere facilmente fondi per futuri progressi e scoperte.
Allo stesso tempo, soprattutto durante l’era staliniana, l’ideologia ha svolto un ruolo fondamentale nella scienza, bloccando spesso l’inventiva e le ricerche degli scienziati. Allo scopo di aderire alla linea del partito, le ricerche nell’Unione Sovietica talvolta sconfinano nel ridicolo.
Questo fenomeno (sviluppo contro parossismo) è stato ben studiato da Alexei B. Kojevnikov, ricercatore dell’Istituto di Storia della Scienza e della Tecnologia presso l’Accademia Russa delle Scienze a Mosca, che lo ha definito "il principale paradosso della scienza sovietica".
La dottrina Zhdanovshchina
La manifestazione più famosa di questo parossismo e di questa assurdità è stata la dottrina detta “Zhdanovshchina” (1946-1953).
Nel 1946 Andrej Zhdanov, nuovo ideologo della politica culturale sovietica nominato personalmente da Stalin, svelò i principi che avrebbero modellato la vita culturale e scientifica dell’Unione Sovietica fino al 1953. La Zhdanovshchina, questo è il nome della dottrina, stabiliva che gli artisti, gli scienziati e gli intellettuali avrebbero dovuto uniformare le loro opere, ricerche e studi in conformità alla linea del partito.
Milovan Djilas, il consigliere di Tito, incontrò Zhdanov nel 1948, durante il famoso viaggio a Mosca che allontanò la Jugoslavia dal Comintern: "Era ben educato ed era considerato un grande intellettuale all’interno del Politburo. Nonostante la sua ben nota ristrettezza di vedute e il suo dogmatismo, direi che le sue conoscenze non erano trascurabili, ma anche se aveva una certa conoscenza di ogni cosa, persino della musica, non direi esistesse un singolo campo che conosceva a fondo. Era un tipico intellettuale che si era fatto conoscere e aveva sviluppato le nozioni di altri campi attraverso la letteratura marxista."
Zhdanov, che era il padre del genero di Stalin e avrebbe dovuto succedergli alla guida dell’URSS, morì però in circostanze sospette nel 1948, quando il suo tutore lo aveva già scaricato a favore di Malenkov. Nonostante la scomparsa del suo fondatore, la Zhdanovshchina continuò a dettare le linee guida del lavoro artistico e scientifico del paese sino alla morte di Stalin e fu accettata da quasi tutti gli intellettuali sovietici.
Solo pochi artisti e scienziati osarono lavorare in modo indipendente; uno di loro fu il musicista Dmitri Shostakovich, che scrisse una cantata satirica Il piccolo paradiso anti formalista in cui ridicolizzava la Zhdanovshchina (l’opera fu presentata al pubblico solo nel 1989 dal violoncellista e direttore d’orchestra Rostropovich).
La maggior parte dei problemi nella scienza giungono quando un politico completamente all’oscuro di cultura scientifica, impone limiti e leggi ai ricercatori scientifici. E allora, spesso, i problemi si trasformano in tragedia e ridicolaggine, come noi sappiamo molto bene dalla nostra storia occidentale (e non solo da quella).
Il Big Bang, la meccanica quantistica e la teoria della relatività
Le leggi scientifiche “oggettive” devono essere sottomesse alle idee del Partito. Tra queste leggi i bersagli più mirati furono il Big Bang, la meccanica quantistica e la teoria della relatività di Einstein.
Il 24 giugno 1947 Andrej Zhdanov allargò la sua politica di controllo ideologico anche nei campi dell’astronomia e della cosmologia, sostenendo che queste scienze avrebbero dovuto essere purificate dalle idee borghesi, base di menzogne e illusioni. L’obiettivo era di sottomettere le leggi scientifiche alle idee del partito.
La teoria quantistica fu rifiutata perché, con la teoria della dualità onda-particella, essa non descrive la materia come una struttura unica e reale, negando così a prima vista il materialismo.
Nel saggio "Contro l’idealismo nella fisica moderna", pubblicato nel 1948, la teoria della relatività fu bollata come "idealista" e la "la dottrina derivata da Einstein" avrebbe dovuto essere eliminata.
La teoria relativistica di un universo finito in espansione fu descritta come un "tumore canceroso che corrode la teoria astronomica moderna ed è il principale nemico ideologico della scienza materialista".
La teoria più controversa e discussa fu comunque il Big Bang, che, a quel tempo, molti scienziati, anche nel mondo occidentale, non avevano ancora accettato.
Ma, mentre nel mondo occidentale il rifiuto del Big Bang da parte della comunità scientifica fu confutato prevalentemente perché non c’erano chiare prove che potessero dimostrare tale teoria, in Unione Sovietica il rifiuto era puramente ideologico in quanto politicamente scorretto.
La cosmologia “staliniana” dichiarava che l’universo fosse infinito (nessun limite di spazio o di materia), eterno (senza inizio e senza fine, nel tempo) e la materia fosse solo una manifestazione materiale di movimento e di energia (non veniva contemplato alcun dualismo onda-particella).
Lo spostamento verso il rosso delle galassie, scoperto da Vesto Slipher nel 1912, non indicherebbe che lo spazio si stia espandendo, così tutte le teorie dovrebbero adattarsi alla filosofia materialista e dialettica.
Il Big Bang, non fu accettato dall’intellighenzia sovietica in quanto teorizzava una creazione che, a parere degli inesperti tutori ideologici, assomigliava troppo alla Genesi biblica. Così, il Big Bang venne bollato come teoria pseudo-scientifica e idealistica.
I contrasti con la comunità scientifica
Questo accadde anche perché il principale teorico del Big Bang era il fisico e cosmologo belga Georges Lemaître, che era anche un gesuita.
Poco importava se più tardi la stessa teoria fu trasformata in un modello fisico dell’universo primordiale dal fisico nucleare russo-americano George Gamow – che era ateo – e dai suoi collaboratori Ralph Alpher e Robert Herman.
L’eminente astrofisico sovietico Boris Vorontzoff-Velyaminov attaccò Gamow definendo la sua teoria "non scientifica" perché inventata da un "apostata americanizzato", un ex cittadino sovietico fuggito negli Stati Uniti d’America.
L’opposizione di Stalin al Big Bang si verificò anche a partire dal fatto che papa Pio XI stesso sostenne la teoria della cosmologia relativistica. In realtà né Lemaître né Gamow concepivano il Big Bang come una creazione, ma le inadeguate conoscenze fisiche e della terminologia scientifica utilizzata da Zhdanov e Stalin li indussero a commettere errori dozzinali.
Lemaître stesso fu sempre molto attento nel distinguere "principio" e "creazione" del mondo. Secondo Lemaître, la sua versione del modello del Big Bang "resta del tutto fuori da ogni questione metafisica o religiosa e lascia il materialista libero di negare qualsiasi Essere trascendente".
Pressoché tutti i fisici condividono la frase del gesuita belga sostenendo che per spiegare la cosmologia del Big Bang non è necessaria l’idea di un creatore. E dal 1951 il Papa non ha mai usato il Big Bang per esprimere la scientifica dimostrazione dell’esistenza di Dio. Nonostante queste considerazioni, Zhdanov accusò "gli scienziati reazionari Lemaître, Milne e altri (…) di rafforzare opinioni religiose sulla struttura dell’universo. Questi scienziati erano ‘falsificatori della scienza che vogliono far rivivere la favola dell’origine del mondo dal nulla. (…) Un altro fallimento della ‘teoria’ in questione consiste nel fatto che essa ci porta all’atteggiamento idealista di credere che il mondo sia finito".
La teoria dello stato stazionario
La Zhdanovshchina guidò per un decennio gli studi della cosmologia in URSS. Gli scienziati furono costretti a trovare altri modi per spiegare la nascita e le leggi che governano l’universo. Fu il vicolo cieco della scienza sovietica, dal momento che il Big Bang e, più in generale, la teoria della relatività furono formalmente banditi.
Nella loro ignoranza scientifica, Zdhanov e Stalin non solo marchiarono il Big Bang come una "favola" e come "idealismo astronomico che aiuta il clericalismo", ma anche la “contro-teoria” del Big Bang, quella dello stato stazionario di Fred Hoyle, Hermann Bondi e Thomas Gold fu considerata politicamente scorretta e fu bandita.
La loro teoria “dello stato stazionario” spiega l’Universo come eterno (esso non ha inizio, né fine) e immutabile, introducendo l’idea della continua creazione di materia per mantenere costante la densità dell’universo.
I fisici e i cosmologi che non seguirono le linee guida del Partito furono aspramente criticati e emarginati: Lev Landau (premio Nobel per la Fisica nel 1962) e Abram Ioffe (Premio Stalin nel 1942 e Premio Lenin post mortem nel 1960) furono accusati di "strisciare di fronte all’Occidente"; Peter Kapitsa (premio Nobel per la fisica nel 1978) fu accusato di propagandare "apertamente il cosmopolitanismo"; Iakov Frenkel e Moisei Markov furono accusati di "accettare acriticamente le teorie fisiche occidentali e propagandarle nel nostro Paese". La Zhdanovshchina fu ufficialmente la politica culturale e scientifica del regime fino alla morte di Stalin, nel 1953.
Priorità alla bomba atomica
Nel 1949 la Conferenza Generale dell’Unione Sovietica dei Fisici stava per essere organizzata dal ministero dell’Istruzione Superiore e dall’Accademia delle Scienze: vennero invitati 600 fisici. La conferenza era pensata per imporre i dogmi della nuova fisica, respingendo una volta per tutte le teoria "anti-materialistica" della relatività e la meccanica quantistica.
C’era solo un problema: Igor Kurchatov, direttore del programma della bomba nucleare, disse a Beria, capo del Commissariato governativo NKVD e responsabile del progetto – la cui ignoranza in fisica era pari solo alla sua arroganza, come Kapitsa era solito affermare -, che se la teoria della relatività e la meccanica quantistica fossero state respinte, anche la bomba nucleare avrebbe seguito la stessa fine. Beria riferì tale conversazione a Stalin e aggiunse di essere preoccupato per l’inaffidabilità ideologica dei fisici.
La bomba nucleare era in cima alle priorità del governo sovietico, così, cinque giorni prima dell’inizio della conferenza, Stalin la annullò. Cinque mesi più tardi, il 29 agosto 1949, la prima bomba nucleare sovietica venne testata a Semipalatinsk, nel Kazakistan.
Lev Landau, col suo solito piglio ironico e sarcastico affermò che la sopravvivenza dei fisici sovietici fu "il primo esempio di deterrenza nucleare che ebbe successo".
Questo articolo di Piergiorgio Pescali è stato originariamente pubblicato su OBC Transeuropa il 03/01/2017.
Il mito del tè come seconda merce globale più venduta dopo il petrolio: il potere di un mito commerciale, simbolico e poetico.
Il tè vanta una storia profondamente radicata nella civiltà umana. L’infusione derivata dalle foglie di Camellia sinensis[1], dal 2700 a.C, si è imposta come bevanda globale, risultando oggi la più consumata al mondo, dopo l’acqua[2].
È diffuso anche un altro primato associato al tè: che sia la seconda merce fisica più commercializzata al mondo dopo il petrolio. Un’affermazione tanto ripetuta, quanto priva di fondamento, ma straordinariamente resiliente. Ciò che affascina, tuttavia, non è tanto la sua falsità economica, quanto la sua persistenza simbolica.
Le prime occorrenze note di questa affermazione compaiono in testi divulgativi e articoli nell’ultimo ventennio del Novecento, spesso privi di riferimenti statistici. Si può ipotizzare che il mito sia nato per sovrapposizione semantica: l’industria del tè cercava di enfatizzare la propria centralità simbolica, e qualcuno trasformò un dato qualitativo (il tè è una delle merci più diffuse al mondo) in un superlativo competitivo (la seconda dopo il petrolio), imponendo il linguaggio del primato tipico della comunicazione economica.
In termini puramente commerciali, il mito è facilmente smentibile. Secondo i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’International Trade Centre (ITC), il tè non figura nemmeno tra le prime venti merci degli scambi mondiali. Lo superano ampiamente petrolio, gas, automobili, chip, grano, ferro, rame, caffè. La produzione mondiale di tè ha un valore di circa 20-250 miliardi di dollari[3], cifre che impallidiscono di fronte ai trilioni del mercato energetico o tecnologico.
La questione più interessante è che nessuno sembra voler smentire il mito. Le agenzie del tè, i Paesi produttori, la stampa lo ripetono con una leggerezza che sfiora la connivenza poetica. Il mito, infatti, non si diffonde per errore, ma perché diventa dispositivo culturale. Che funziona perché istituisce una coppia archetipica: tè e petrolio. L’uno è chiaro, profumato, rituale, l’altro scuro, viscoso, esplosivo; l’uno vegetale, l’altro minerale; l’uno simbolo di pausa, l’altro di accelerazione. Uno è energia che organizza il mondo tramite socialità, estetica, disciplina del tempo, accoglienza, pace, l’altro è energia che consuma il mondo. Il petrolio si erge come paradigma della modernità: estrazione, accelerazione, conflitto, distruzione, accumulo, energia materiale; il tè ne diventa il contro-paradigma: lentezza, ritualità, aggregazione, cultura, energia spirituale. Oro verde e greggio: gentilezza civilizzatrice in opposizione alla durezza del mondo industriale. Questa lettura simbolica trova eco nella tradizione orientale del tè come rito di consapevolezza, in cui ogni gesto tende alla perfezione ed è esercizio di presenza. L’Occidente, invece, ha costruito il proprio immaginario energetico sul dominio della materia: trasformare, estrarre, consumare.
I miti servono a rendere pensabili le contraddizioni che una cultura non riesce a conciliare, sosteneva Claude Lévi-Strauss[4]. Il mito non elimina la contraddizione, ma la media, la maschera o la sposta attraverso una serie di trasformazioni, rendendo così un conflitto inconciliabile più accettabile o comprensibile per la comunità che lo narra. Qui la contraddizione è evidente: l’uomo moderno dipende da combustibili che distruggono il pianeta. Questa contrapposizione viene risolta con un’immagine conciliatrice: l’energia può essere dolce e pulita, salutare, in armonia con la natura e può essere diffusa quasi come l’energia che distrugge e inquina.
In definitiva, il mito del tè non mente: trasfigura. Ci ricorda che l’economia globale non è solo un insieme di scambi materiali, ma anche un paesaggio di sogni, memorie, desideri e promesse. Il tè, bevanda della calma, diventa simbolo compensativo di un’epoca fondata sull’esaurimento energetico e psichico. È la merce che non è solo merce, ma rito, meditazione, purificazione. Il suo primato immaginario rappresenta la speranza di un’economia meno aggressiva, capace di nutrire senza distruggere. Il sogno di un mondo dove la delicatezza possa prevalere sulla potenza.
Questo mito è figlio della cultura globale che costruisce narrazioni di equilibrio per compensare le proprie ansie sistemiche. In un’epoca segnata dall’esaurimento delle risorse, dalla competizione energetica e dalla paura del futuro, il tè diventa l’immagine di un’energia gentile dell’attesa, della presenza e della cura, opposta al rumore dei motori. Il mito trasforma l’economia in racconto morale, con la speranza che il commercio, un giorno, possa profumare di umanità.
NOTE:
[1] Camellia sinensis era consumata già 5000 anni fa in Cina come cibo e farmaco. Le prime civiltà cinesi, risalenti a 4000-5000 anni fa, hanno dimostrato una profonda comprensione delle potenziali proprietà terapeutiche del tè, riconoscendo la sua capacità di affrontare e prevenire vari disturbi umani. Erling Hoh, V. H. M. (2009). The true history of tea. Thames & Hudson.
[2] Grigg, D.The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3
[3] Le cifre molto discordanti riferite al mercato globale del tè (da 18 miliardi USD a oltre 250 miliardi USD) sono dovute a diverse metodologie di calcolo e definizioni di mercato del tè, utilizzate dalle società di ricerca. Alcuni report misurano solo il mercato del tè tradizionale (foglie, bustine), venduto nei negozi. Altri includono anche il tè ready-to-drink (RTD), cioè le bevande a base di tè pronte per il consumo (in lattina, bottiglia). Alcuni includono anche il canale out-of-home (bar, ristoranti, teahouse), che aggiunge molto valore. Esistono anche report che parlano di alta gamma o specialty tea (high-end tea), ovvero prodotti premium (tè pregiati, biologici, rarità) con margini di profitto differenti. Global Tea Auction https://www.globalteaauction.com/global-tea-market/ riporta come Il mercato globale del tè non mostri segni di rallentamento. Gli esperti prevedono che raggiungerà i 102 miliardi di USD entro il 2025 e che continuerà a prosperare con tassi di crescita previsti (CAGR) tra il 6,3% e il 6,6% nei prossimi anni. Secondo Grand View Research, il mercato globale del tè tradizionale (foglie, tè classico) è stato stimato intorno ai 17,4 miliardi di USD nel 2024, con una crescita prevista fino a 24,6 miliardi entro il 2030 (CAGR ~6%) (CAGR ~6%) grandviewresearch.com+2grandviewresearch.com+2. Un resoconto di Future Market Report stima il mercato del tè tradizionale a 18,5 miliardi di USD nel 2025, con una previsione di crescita fino a 29,5 miliardi entro il 2032. Future Market Report. Business Research Insights, invece ha proposto una stima molto più alta: 108,65 miliardi di USD per il 2024, e prevede che il mercato arrivi a 190,85 miliardi di USD entro il 2033. Business Research Insights. Per il settore high-end tea (tè premium / specialty), Cognitive Market Research ha stimato un mercato di 126,84 miliardi di USD nel 2024. Cognitive Market Research. In un rapporto citato da John Keells PLC, si nota che le stime per il 2024 variano molto a seconda della fonte, “da circa 17,42 miliardi fino a circa 80,94 miliardi di USD” a seconda dei metodi usati. In generale, le cifre più basse si riferiscano a segmenti specifici, come il solo tè RTD, o un'analisi ristretta alle sole materie prime. Le cifre attorno a 100 -150 miliardi di USD rappresentano la stima più attendibile e generale per il mercato globale di tè in bustina e sfuso. Le cifre più alte (fino a 250 miliardi di USD) includono segmenti aggiuntivi e in forte crescita, come il tè RTD e anche infusi e tisane non derivati dalla Camellia sinensis, o proiezioni a lungo termine, in cui il mercato del tè è inteso in modo molto ampio (inclusi accessori, teahouse, import/export, investimenti), o addirittura come un macro-settore di bevande a base di tè, che include molte categorie.
In sintesi, la cifra più equilibrata per la dimensione attuale del mercato globale del tè in senso lato (ma senza considerare segmenti troppo specifici) sembra essere vicina ai $100 - $110 miliardi
[4] C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, 1966. In sostanza, per Lévi-Strauss, la funzione primaria del mito è cognitiva e mediatrice, non storica o esplicativa in senso stretto. Il mito funziona come un "discorso enigmatico" che permette di esprimere e mediare opposizioni e contraddizioni che altrimenti sarebbero paradossali e inaccessibili al pensiero razionale ordinario. Il mito risulta essere un dispositivo logico che opera nella mente umana per affrontare e tentare di risolvere le contraddizioni fondamentali.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
1. Food and Agriculture Organization (FAO), FAOSTAT Database, 2024; International Trade Centre (ITC), Trade Map, 2024.
2. S. K. Jain, Tea: A Global History, Reaktion Books, 2011.
3. Hicks, A. (2001). Review of global tea production and the impact on industry of the Asian economic situation. In Asian International Tea Conference, Singapore, 5, pp. 227–231.
4. Erling Hoh, V. H. M. The true history of tea. Thames & Hudson, 2009.
5. Pan, S. Y. , Nie, Q. , Tai, H. C. , Song, X. L. , Tong, Y. F. , Zhang, L. J. , Wu, X. W. , Lin, Z. H. , Zhang, Y. Y. , Ye, D. Y. , Zhang, Y. , Wang, X. Y. , Zhu, P. L. , Chu, Z. S. , Yu, Z. L. , & Liang, C. (2022). Tea and tea drinking: China's outstanding contributions to the mankind. Chinese Medicine, 17: 1-40. 27. DOI: 10.1186/s13020-022-00571-1
6. Grigg, D. The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3
Gli scienziati e le armi

La guerre (Henri Rousseau)
Vorrei iniziare con alcune voci emblematiche:
«Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire» (Jean-Paul Sartre)
«La vocazione dell'uomo di scienza è di spostare in avanti le frontiere della nostra conoscenza in tutte le direzioni, non solo in quelle che promettono più immediati compensi o applausi» (Discorso tenuto da Enrico Fermi nel 1947)
Credo che sia opportuno sgombrare il terreno da incomprensioni: la Scienza non è né per la pace né per la guerra, né per né contro le armi. La scienza indaga sulle leggi della natura, potremmo dire che la scienza è neutrale.
Si è espresso lucidamente, in questo senso, Bertrand Russell (1872-1970), matematico è filosofo:
«Non si richiede al fisico o al chimico di provare l’importanza etica degli atomi, non ci si aspetta che il biologo dimostri l’utilità degli animali o delle piante che studia. Il fisico cerca semplicemente di scoprire i fatti, non di valutare se sono buoni o cattivi.»
Ancor più netto il grande matematico David Hilbert (1862-1943):
«Si sente molto parlare dell’ostilità tra scienza e tecnica. Penso che ciò non sia vero. Scienza e tecnica non hanno nulla da spartire».
SCIENZA E TECNICA
Il tecnico lavora a un progetto: forgiare una spada, un mulino per macinare il grano, un veliero, la macchina a vapore. Anche lo scienziato, a volte: una macchina per accelerare le particelle, un radiotelescopio, una macchina per fare il vuoto. Ma, in generale, sviluppa teorie per interpretare la natura, teorie come la meccanica classica, l’elettromagnetismo, la relatività, la meccanica quantistica.
Tuttavia, in numerosi casi è stato proprio lo sviluppo tecnico a permettere scoperte scientifiche, infatti, in molti casi, gli scienziati, per le loro indagini, sviluppano tecniche (vuoto, freddo, onde elettromagnetiche, raggi X, EPR, NMR ...), tecniche che spesso vengono esportate nella società in forma di applicazioni pratiche, a volte anche militari.
Joseph John Thomson non avrebbe potuto scoprire l’elettrone se non avesse potuto contare sulla tecnologia del vuoto necessaria per costruire il tubo catodico.

Tubo di Crookes
Molte delle tecnologie oggi considerate essenziali — dai computer alle telecomunicazioni, dalla risonanza magnetica alla spettrometria di massa — sono il frutto di percorsi scientifici non lineari, che hanno combinato creatività, imprevisto e indipendenza intellettuale.
Molte innovazioni tecnologiche, frutto della ricerca fisica, hanno trovato applicazioni nel settore militare: laser e maser, fibre ottiche, ottica integrata, impiantazione ionica, elettronica a semiconduttori, memorie a bolle magnetiche. In sostanza, ogni progresso in un qualsiasi ramo della fisica può trasformarsi in tecnologia strategica
Dunque, scienza e tecnica non si pongono in rapporto gerarchico, ma si alimentano reciprocamente.
RESPONSABILITÀ
È ingiusto attribuire alla scienza la responsabilità esclusiva delle sue possibili applicazioni negative. Certo, la scienza ha contribuito alla costruzione di armi micidiali, ma è anche grazie ad essa che si è ridotto il tasso di mortalità, si è migliorata la qualità della vita, si è garantito l’accesso a cibo sicuro, si sono compresi i meccanismi delle malattie e sviluppate le cure.
Tuttavia, se la scienza è neutra rispetto ai “valori”, diversa è la situazione per gli scienziati; alcuni di essi non si limitano a decifrare la natura, ma lavorano alla produzione di nuove armi, diventano consiglieri dei militari o dei politici (falchi e colombe); altri sentono la loro responsabilità verso la società, ammoniscono sui rischi connessi con lo sviluppo di nuove armi e si impegnano pubblicamente per la pace, la distensione, il disarmo.
Ricordiamo alcuni tra i molti scienziati che produssero armi.
Archimede, il più grande scienziato dell’antichità classica: la leggenda ci parla di specchi ustori che, concentrando i raggi solari, incendiano le navi avversarie, enormi gru che le sollevano e le fanno affondare.


Leonardo da Vinci, in una lettera in dieci punti a Ludovico il Moro, per farsi assumere, scrisse: «… so fabbricare.mortai, bombe a mano, carri d’assalto, cortine fumogene .... Solo al decimo punto della lettera scrisse: In tempo di pace credo satisfare benissimo in architettura, in conducer acqua da un loco ad un altro. Item, conducerò in scultura di marmore di bronzo.»

Cartesio e Stevino servirono, come ingegneri militari, il principe di Orange; anche il Conte Rumford fu consigliere militare del Principe di Baviera.
Fritz Haber, Premio Nobel per la sintesi dell’ammoniaca, nell’aprile del 1915, organizzò, a Ypres, l’attacco coi gas di cloro da lui prodotti: il primo attacco chimico della storia. La moglie, quando lo seppe, si suicidò con il revolver del marito.
Robert Oppenheimer, insieme ad altri scienziati, nel Progetto Manhattan, consigliò i militari di lanciare la Bomba atomica sulle città del Giappone, indicando anche le caratteristiche che queste dovevano presentare per rendere più efficace l’effetto della tremenda esplosione.
Anche dopo la guerra, Oppenheimer fu consigliere del governo degli Stati Uniti.
Oggi è facile condannare gli scienziati che collaborarono alla realizzazione della Bomba, ma per capire la loro scelta bisogna tornare a quei terribili anni trenta del XX secolo. Nel 1933 Hitler sale al potere; due anni dopo emana le leggi razziali, che porteranno al genocidio di sei milioni di ebrei, tra l’indifferenza di buona parte dei paesi democratici. Nel 1936 invade la Renania, nel 1938 annette l’Austria e invade la Cecoslovacchia, l’anno seguente invade la Polonia e inizia la Seconda guerra mondiale.

Maggio 1939: l’Italia firma il Patto d’acciaio
Il 10 giugno 1940 anche l’Italia entra in guerra. Ricordo che io, ragazzino, inquadrato nei Balilla, ero entusiasta, sognando battaglie, vittorie e gloria. Mia nonna, che aveva vissuto gli anni della Prima Guerra mondiale, piangeva.
Alla fine del 1938, in Germania, Otto Hahn scopre la fissione dell’uranio e ben presto i fisici in vari Paesi si rendono conto che questo fenomeno potrebbe essere sfruttato per ottenere un esplosivo di spaventosa potenza.
Alla luce di queste schematiche considerazioni è evidente che il timore che la Germania nazista costruisse la Bomba potesse essere fondato. Su questa base Szilard e Wigner, due fisici ebrei fuggiti dall’Ungheria, sottoposero ad Einstein la bozza di una lettera per il Presidente Roosevelt nella quale si sollevavano queste preoccupazioni. Einstein la firmò, pentendosene molti anni dopo.
«La guerra: un massacro di gente che non si conosce, per gli interessi di gente che si conosce, ma non si massacra.» (Paul Valéry)
Rispetto a questo insieme di problemi, si possono classificare gli scienziati in due categorie, i Falchi e le Colombe.
I Falchi sviluppano nuove armi, come la bomba H e la bomba N, propongono nuove strategie, come la SDI o “Guerre stellari”, si oppongono a trattati che limitano la corsa al riarmo o che introducono forme di controllo; in alcuni (pochi) casi propongono addirittura attacchi preventivi.
Fra i più noti, Edward Teller e Ernst Lawrence, sostenitori della bomba H, e John von Neumann, che nel dopoguerra propose il bombardamento atomico preventivo dell’Unione Sovietica.
Le Colombe, tra i quali Bertrand Russell e Franco Rasetti – che rifiutò di partecipare al Progetto e, dopo la guerra, abbandonò la fisica per dedicarsi a studi di paleontologia, botanica ed entomologia - Piotr Kapitza, e molti altri. Max Born scrisse, in seguito:
«Ero convinto che la bomba atomica fosse un’invenzione diabolica e non volevo averci a che fare. Sebbene odiassi Hitler e i nazisti, e il popolo tedesco per il consenso che gli aveva tributato, non potevo appoggiare azioni che avrebbero portato non solo alla morte dei nazisti e dei soldati di Hitler, ma di bambini e persone innocenti.»
Singolare il caso di Józef Rotblat, fisico polacco che aveva partecipato al Progetto Manhattan. Alla fine, quando fu assodato che la Germania, ormai sconfitta, non aveva in corso progetti validi per la Bomba, si rifiutò di proseguire a lavorarvi e chiese di andarsene, unico tra i suoi colleghi. Gli fu assegnato il Premio Nobel per la Pace.

Józef Rotblat e il mio amico e collega Francesco Calogero
Di fronte al progetto della bomba H, o termonucleare, Rabi e Fermi si opposero:
«Riteniamo sbagliato, sulla base di fondamentali principi etici, avviare il programma di una tale arma. Non esistono limiti alla distruttività di quest'arma [...] la sua stessa esistenza è un pericolo per l'umanità».

Esplosione della prima bomba termonucleare della storia: il test Ivy Mike
Teniamo conto, però, che queste classificazioni semplificano la realtà. Spesso le varie posizioni convivono nella stessa persona. Enrico Fermi ne è un esempio.

Fermi è scienziato puro quando, da giovane, sviluppa la statistica delle particelle e quando studia la radioattività indotta da neutroni lenti; è tecnologo quando realizza il primo reattore nucleare, è consigliere dei militari quando consiglia come usare la bomba atomica contro il Giappone, è contro la guerra quando si dichiara contro la bomba termonucleare per ragioni etiche. Torna a essere scienziato nel dopoguerra, all'Università di Chicago.
IMPEGNO SOCIALE
Molti scienziati, convinti della loro responsabilità morale di informare, di ammonire e di mobilitare le coscienze, sono stati e sono attivi nel prendere posizioni pubbliche sui rischi che comportano le armi atomiche e una corsa agli armamenti.
Il caso più noto è il Manifesto Russell-Einstein (9 luglio 1955) il più importante documento di denuncia sulla minaccia rappresentata dalle armi nucleari per il genere umano.

«Ci attende, se sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a rinunciare alle nostre liti? Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il rischio di un’estinzione universale.»
Esso diede impulso ad altri movimenti e organizzazioni, come il movimento Pugwash (Pugwash Conferences on Science and World Affairs), fondato nel 1957 da Bertrand Russell e Józef Rotblat, la Union of Concerned Scientists, lo Stockholm International Peace Research Institute, il Bulletin of the Atomic Scientists, il SANA, il Senzatomica, la Rete Italiana Pace e Disarmo, l’Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID)[1], perché faccio parte del suo consiglio scientifico.
Anch’io in quegli anni ho raccolto firme per il movimento “Partigiani della pace”, ho scritto, ho parlato nelle scuole.
In seguito, con mia figlia Elena di 12 anni, ho partecipato alla prima Marcia per la pace, camminando sotto una pioggerellina da Parma a Reggio Emilia.
Il problema della bomba atomica, dopo decenni di (quasi) tranquillità, è tornato attuale con le preoccupanti dichiarazioni di Vladimir Putin, di ricorrere al suo impiego «in caso di minaccia all’integrità territoriale del nostro Paese» (19 novembre 2025). Un’escalation «incredibilmente pericolosa e irresponsabile», ha denunciato la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.
Né ci confortano le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone[2] sull’ipotesi di un attacco preventivo (!) alla Russia nel contesto di una guerra ibrida. Mosca parla di un “passo estremamente irresponsabile”.
NOTE
[1] In cui faccio parte del consiglio scientifico.
[2] Ammiraglio italiano, presidente del comitato militare NATO dal 17 gennaio 2025.
Majorana, Heisenberg, Sciascia e Brecht - Un fil rouge tra storia e immaginario
Intorno alla realizzazione delle due bombe atomiche americane (sembra inutile scriverlo ma, in linea con l’appello di Alvin Weinberg, dobbiamo sempre ricordare che le uniche bombe atomiche usate in guerra e contro la popolazione civile sono quelle lanciate dagli americani nel 1945) girano tutti i più rilevanti nomi della fisica e della chimica dell’inizio del XX secolo.
Alcuni di questi nomi, però, popolano un quadro che si sviluppa tra reale, ipotetico e immaginario, a cavallo tra scienze, storia e letteratura.
I nomi sono quelli di Robert Oppenheimer, il coordinatore del progetto Manhattan che portò alla realizzazione dell’atomica; di Werner Heisenberg e Niels Bohr, i fisici che misero le basi della meccanica quantistica e dell’Interpretazione di Copenhagen; di Enrico Fermi, il fisico che partecipò al progetto Manhattan come direttore tecnico; di Edoardo Amaldi, uno dei “Ragazzi di via Panisperna"; di Ida Noddack, chimica tedesca, medaglia Liebig 1934, la prima persona a ipotizzare la possibilità di realizzare la fissione nucleare; di Bertolt Brecht – il drammaturgo, con il “suo” Galileo – e di Friedrick Durrenmatt, anch’egli drammaturgo.
C’è un fil rouge che unisce tutti questi personaggi: si tratta di Ettore Majorana, fisico geniale che fece parte del gruppo di Enrico Fermi, il Majorana raccontato da Leonardo Sciascia (La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975) e da Lea Ritter Santini, germanista, filologa e storica (Uno strappo nel cielo di carta, saggio in cit.); Majorana, con la sua scomparsa misteriosa, che fa da contraltare ad un altro fatto misterioso, la visita di Heinsenberg a Copenhagen nel 1941.
Majorana è considerato – dai colleghi di via Panisperna e da tutti i fisici europei impegnati nella ricerca nucleare e quantistica – un genio, uno che intuisce le cose prima di tutti, che coglie strutture nessi e potenzialità in anticipo sugli altri. Ma che è, anche, disattento, solitario, poco incline alla condivisione, forse tendente a minimizzare i risultati del suo stesso lavoro.
Sciascia, nel suo libro, suggerisce che Majorana abbia capito la concreta possibilità di realizzare un’arma fondata sull’energia nucleare e – nel 1938 – abbia deciso di eclissarsi, per non essere complice, per non rischiare di essere parte di quelli che rendono reale l’incubo.
Tuttavia, Edoardo Amaldi nega recisamente questa possibilità, poiché, a suo avviso, era impossibile che qualcuno potesse – prima del 1940 – capire la potenzialità di quella tecnica.
Proviamo, qui, a mettere in fila alcune date e fatti:
- Majorana, tra il 1933 e il 1936 passa alcuni mesi a Lipzieg, con il gruppo di ricerca di Heisenberg, e proprio con Heisenberg costruisce un rapporto speciale;
- Nel 1933 Heisenberg scrive un paper sui processi di scissione, paper che Majorana considera definitivo. Commenta: “ha detto tutto”;
- Nello stesso anno il gruppo di Fermi conduce gli esperimenti che portano alla presunta scoperta dei nuovi elementi Esperio e Ausonio (ne abbiamo parlato qui);
- Nel 1934 Ida Noddack critica i risultati sulla Zeitschrift fur Angewandte Chemie e dice “hanno scisso l’atomo e non se ne sono accorti”;
- Tra Noddack e Heisenberg non sembra esserci un rapporto diretto ma è possibile, anzi probabile, che uno abbia letto i lavori dell’altro;
- Noddack, anni dopo, in una comunicazione a Lea Ritter Santini, si dice convinta che Majorana avesse letto il suo articolo, da lei inviato a Fermi al momento della pubblicazione, e che avrebbe potuto trarne conseguenze capaci di scatenare un insanabile dissidio morale. In breve, Noddack pensa che Majorana avesse ben capito.
- D’altra parte, Majorana aveva tali competenze e conoscenze da controllare i lavori di Fermi, confermandone la correttezza o evidenziandone gli errori, e – prima di Heisenberg – aveva compreso la struttura dell’atomo fatto di neutroni e di protoni, ma non aveva pubblicato la ricerca.
Dal 1939, negli Stati Uniti d’America, inizia il lavoro di ricerca teorico e sperimentale che convergerà poco dopo nel monumentale laboratorio di Los Alamos in cui – sotto la guida di Oppenheimer – “si corre” per realizzare la bomba atomica.
A Los Alamos e nei laboratori collegati del progetto Manhattan lavora praticamente tutto il mondo dei fisici della parte alleata, tra cui un gran numero di scienziati tedeschi, soprattutto ebrei che hanno lasciato la Germania nazista, dove agli ebrei è permesso fare solo la fisica teorica, disciplina considerata minore rispetto alla sperimentale.
A Los Alamos vige, come elemento valoriale, come motivazione per la corsa a fare la bomba, il rischio che Hitler ci arrivi prima e la usi per mettere fine al conflitto in Europa.
In realtà, alla luce delle testimonianze successive alla fine della guerra, tra il 1939 e il 1942 i tedeschi erano ben lontani dall’essere in grado di fare la bomba, nonostante la presenza di Heisenberg e di altri fisici del calibro di Otto Hahn, von Weiszacker, Diebner, Debye. Nonostante le miniere di U-235, la fabbrica di acqua pesante, forse un ciclotrone tedesco, e il ciclotrone nella Danimarca appena conquistata.
Le ragioni sembrano essere state diverse: la dispersione del lavoro e la decentralizzazione del progetto, la segretezza interna, la “fuga” dei teorici, l’assenza di adeguati investimenti e – forse – lo scarsa intenzione di alcuni scienziati chiave che ci lavoravano.
Ed ecco il secondo mistero: la visita che Heisenberg fece a Bohr nel 1941 a Copenhagen, mistero su cui hanno scritto moltissimi[1], tra scienziati, storici e letterati e che ha alimentato una controversia vivace e non ancora spenta.
Cosa andò a fare Heisenberg a Copenhagen, da Niels Bohr?
- Forse, Heisenberg tentò, attraverso il suo maestro, di far sapere agli alleati che i tedeschi stavano lavorando alla bomba, che avevano molte carte in mano;
- Forse cercò da Bohr l’assoluzione, forse chiese consiglio, forse condivise la speranza di mettere insieme un numero sufficiente di persone contro la realizzazione della bomba: tra il 1930 e il 1941, infatti, erano a malapena una dozzina quelli che avrebbero potuto guidare un percorso di realizzazione. Bastavano a chiudere la strada, a fermare tutto, in tutto il mondo.
- Forse voleva riflettere con Bohr su cosa sarebbe successo se uno dei due gruppi al lavoro fosse arrivato al risultato: se Hitler non si fosse arreso, gli americani avrebbero tirato la bomba? E dove? A Berlino? E se ci fosse arrivato prima la Germania, dove? A Londra?
Ma il programma americano era partito e arrivò a realizzare la bomba nel 1945, pochi mesi prima della distruzione di Hiroshima e di Nagasaki.
In questo intreccio, tornando indietro di qualche anno, è anche possibile pensare che Majorana e Heisenberg – tra il 1933 e il 1936 - ne abbiano parlato, e che (forse, molto forse) anche Noddack abbia avuto un suo ruolo nelle considerazioni di Heisenberg, lei che aveva capito cosa avevano fatto Fermi e i suoi.
Ecco, per concludere questo percorso tra storia e immaginario, ci piace pensare che Heisenberg abbia deliberatamente evitato di dare forma compiuta al progetto nazista, come lui stesso dichiarò dopo la guerra.
E che Majorana abbia fatto una sua scelta.
La scelta di fare come il fisico Möbius nella tragicommedia di Durrenmatt, I fisici:
“il dovere di un genio, oggi, è di tacere”
E come Brecht, tacitamente, suggerisce che abbia fatto Galileo, che abbia deciso di abiurare sì per paura, ma anche per senso civico, per senso di responsabilità.
NOTE:
[1] Citiamo qui solo alcuni nomi: Frayn, con la sua bellissima piece Copenhagen, Robert Jungk, S.A. Goudsmit, K. Gottstein, Thomas Powers, David Cassidy
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975
Ritter Santini, Titolo, in La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975
K, Gottstein, Werner Heisenberg and the German Uranium Project (1939-1945). Miths and facts, https://www.researchgate.net/publication/307985020_Werner_Heisenberg_and_the_German_Uranium_Project_1939_-_1945_Myths_and_Facts
Walker, The Historiography of ‘‘Hitler’s Atomic Bomb’’, Phys. Perspect. 26 (2024) 18–41, https://doi.org/10.1007/s00016-024-00309-6






