La Nonviolenza e la Scienza, Seconda parte - La fisica è una scienza violenta?

La fisica è una scienza violenta?

Ora introduco un’altra scienza, quella che è superba dei suoi risultati perché sono incomparabili con quelli di ogni altra scienza e di ogni altra cultura: la Fisica. Ma non vi spaventate, solo la fisica del liceo. E per di più attraverso un solo esempio, anche se un po’ più difficile dei precedenti. Prendiamo in considerazione la sua teoria più importante: la meccanica; e di essa, solo il primo principio, quello di inerzia. 

Newton lo enuncia così: «Ogni corpo in quiete o in moto rettilineo ed uniforme persevera nel suo stato di moto fino a che una forza non cambia il suo stato» (I. Newton: Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, London, 1687, p. 10). Lo abbiamo ripetuto tutti, senza il minimo dubbio! Ma perché, che c’è di male? Intanto, l’idea è detta in una maniera enfatica che non è affatto adeguata alla fisica: qui si parla di “ogni” corpo; non di un corpo determinato, così come fa la fisica sperimentale. Con “ogni corpo” la frase pretende di avere una visione totale sul mondo e di poterlo controllare; ma è veramente questo lo scopo della fisica? Così, essa sembra assomigliare alla filosofia e alla metafisica. 

Ma andiamo avanti; l’aspetto più importante è la parola “persevera”. Come si fa a dire in fisica che un corpo persevera? La parola “persevera” appartiene alla morale; mentre invece un corpo è inanimato. 

Ma come si dovrebbe dire allora? Su questo problema sono stato illuminato dalla scoperta, nella storia della Fisica, di una seconda versione di quel principio: essa ha lo stesso contenuto del principio, però lo formula in altri termini. È quella di un altro fisico teorico, Lazare Carnot; che è stato una persona straordinaria e complessa[1]: geometra, matematico, e fisico. La sua versione dice così: «Una volta che un corpo è in quiete, da solo non si muove; una volta che è in moto, da solo non cambia né velocità né direzione».( L. Carnot: Principes fondamentaux de l’équilibre et du mouvement, Crapelet, Paris, 1803, 49). Il contenuto fisico sostanziale è lo stesso, ma le parole sono molto diverse. 

Perché sono diverse? “Non cambia”, “Non si muove”. Le due parole “cambiare” e “muoversi” sono negative per il fisico teorico; infatti, non è naturale che un corpo cambi; quindi, il suo cambiamento richiede una spiegazione del perché lo fa, cioè impegna il fisico, lo sfida, gli pone un problema. Quindi in questa nuova versione ci sono due frasi doppiamente negate. 

Per le quali vale o no la legge della doppia negazione? Proviamo a trovare la parola positiva corrispondente (che vale per ognuna delle due doppie negazioni): la parola è “persevera”! Proprio la parola di Newton. O se volete, “insiste” o “continua” (così alcuni libri di testo dicono pudicamente). In definitiva, qui le doppie negazioni non sono equivalenti alle parole affermative, che essendo idealistiche, morali, non appartengono alla fisica. Quindi il primo principio della meccanica (cioè il primo principio della prima teoria scientifica) ha due maniere completamente diverse di essere visto. D’altronde la prima è una affermazione sperimentale precisa; l’altra, invece usa due parole idealistiche, metafisiche. Quindi le differenze di logica si ripercuotono anche in fisica fino a dare due versioni del tutto differenti del principio d’inerzia

Perché la gente non se ne accorge? 

La Fisica si presenta innanzitutto con la matematica e con essa chiude la bocca a tutti gli estranei, che non conoscono questo linguaggio. 

Chi, poi, impara la fisica ed il suo linguaggio matematico, deve imparare queste formule astratte e filosofiche - come quella di Newton - dimenticando tutto il concreto. D’Alembert, a chi aveva dubbi sul calcolo dell’analisi dell’infinito e degli infinitesimi, disse: «Calcolate, che vi verrà la fede!»[2] Perché il fare i calcoli fa vedere che tutto il procedimento torna bene; e questo, a chi studia il mondo sorprendente e meraviglioso della Fisica, basta. Però non si chiede da che premesse esso è iniziato (usare l’infinitesimo? Quando mai lo abbiamo avuto in mano?). 

Allora, chi studia Fisica non nota che essa ha un tallone di Achille, di cui è un esempio il principio d’inerzia: il “persevera” e il “non si muove” corrispondono a due logiche diverse che danno due basi diverse alla fisica teorica. (Ben si intende che nessuno mette in discussione una legge sperimentale, ad esempio quella della caduta dei gravi; sono le affermazioni ideologiche della fisica che qui contestiamo; proprio perché ideologiche, esse servono a indirizzare tutte le altre affermazioni sperimentali) 

Però, uno studioso, Edwin Arthur Burtt, aveva già visto da tempo questo tallone d’Achille. Anche se non l’ha specificato granché, però ha capito la sua natura, caratterizzandolo con questo periodo folgorante: “Gli scienziati, nella misura in cui hanno potuto, hanno spurgato la scienza da ogni metafisica; ma per quel poco di metafisica che è rimasta, l’hanno usata come chiave di volta per interpretare l’universo[3]; cioè, la matematica fa da corazza protettiva verso ogni critica che le si possa rivolgere e le idee metafisiche che le sono rimaste dentro possono dare la direzione di lavoro per costruire la struttura stessa della Scienza in maniera addirittura precostituita.

Allora, concludo che la scienza che ci presentano è una struttura violenta. 

Perché violenta?

Primo, perché non sempre le sue affermazioni corrispondono ai fatti: dice che un corpo “persevera”, anche se ciò non corrisponde ai fatti, alla realtà; inoltre, usa le parole “Ogni corpo” che non corrispondono a ciò che fa il fisico sperimentale. 

Quindi, la scienza, nei suoi principi, è violenta perché è astratta, mentre invece viene sempre presentata come concreta, concretissima. 

Sull’Enciclopedia Francese, colui che ha scritto la voce Chimica, si è ribellato giustamente ai fisici, perché essi “raccontano romanzi”[4]. 

Secondo, perché - ancora dopo due secoli da L. Carnot - la fisica presenta il principio di Newton come l’unico principio valido. Quindi, la scienza compie la violenza di presentare volutamente una situazione parziale, per di più, neanche la più adatta al metodo scientifico. Lanza del Vasto ha scritto questo periodo luminoso a proposito della parzialità della scienza: «Ma la verità è tutto. Avere un pezzo di verità, è non avere la verità per niente. Prendere il pezzo per il tutto, fa perdere il tutto»[5] (Lanza del Vasto: I quattro flagelli, (orig. 1959), SEI, Torino, 1996, p.225)

Inoltre, ricordiamo che Galtung ha sottolineato che la violenza è di tre tipi: 1) personale o diretta; 2) culturale; 3) strutturale. (J. Galtung: Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano, 2000, “Introduzione”) 

Quella culturale, dice Galtung, è la giustificazione della violenza strutturale. Io credo che ci sia di più: la violenza culturale arriva fino a monopolizzare la verità e, con questo, compie la massima violenza. Ad esempio, nel secolo XI la Chiesa ha monopolizzato la vita spirituale: o sei cristiano come dico io, o ti ammazzo. Si ricordi la persecuzione di Pietro Valdo perché leggeva il Vangelo in lingua volgare, o quella subita da Frà Dolcino, Giordano Bruno, Savonarola, Giovanna d’Arco, ecc. per imporre l’appartenenza ad una sola chiesa, cioè una sola via di salvezza[6]. Oppure la violenza del trattato di pace di Westfalia (1648), Cuius regis eius religio: ogni nazione (Re) ha la sua religione e chi non è di quella religione è messo fuori. 

Poi l’URSS, con l’ideologia marxista-leninista, ha inquadrato la gente in un binario unico di vita sociale, che in più eliminava la vita interiore di ogni persona. Questa violenza enorme venne imposta in nome del progresso del proletariato, mentre la Chiesa l’aveva fatto in nome di Gesù Cristo. 

Oggi abbiamo la violenza dei mass-media che deformano la mente, se non altro dei bambini, in maniera spesso irreversibile. In più, ci si dice che bisogna convivere con i costi umani del progresso perché la scienza deve andare avanti senza intoppi sull’unica via possibile; si dice: non ci sono alternative! Questa violenza è culturale, ed è violenza al massimo grado. Dobbiamo prendere coscienza di questi terribili fenomeni sociali e premunircene collettivamente!

Quindi, concludendo, la violenza della scienza dominante è culturale, ed è la violenza massima perché presenta come uniche e senza alternative quelle verità (come, ad esempio, il principio di inerzia) che possono essere concepite in maniere diverse. 

Questa scienza è la violenza massima, per il fatto che inquadra le menti in una direzione sola, quella di una razionalità sola: la razionalità della sola logica classica. Su questa sua unicità si gioca tutta la vita dell’umanità[7]. La sua violenza, anche se di tipo solo culturale, è di una potenza tale da causare una quantità di violenze sulle persone; prima di tutto facendo giustificare ogni conseguenza della scienza, anche se disumana, come inevitabile, semplicemente perché fa ragionare in una dimensione sola; e da queste conseguenze inevitabili seguono sia violenze strutturali (ad esempio inflazione che colpisce i più poveri) che violenze dirette (ad esempio, uccisioni in guerra). 

Invece la scienza intera, per come l’ho indicata in precedenza (in particolare sulla logica e sul principio di inerzia), non ha una unica verità scientifica. Perciò al suo interno, sia nella logica matematica, sia nella fisica c’è in modo essenziale un conflitto.

La scienza dominante, che si attribuisce il monopolio della verità scientifica, si presenta alla società come “la sicurezza” della ragione umana. Quindi si presenta come lo strumento principe per risolvere tutti i problemi; in particolare per risolvere i conflitti. Tutti si ricorderanno di Zichichi che per risolvere il problema della guerra nucleare tra Est ed Ovest, chiedeva finanziamenti per mettere a colloquio gli scienziati (cioè le persone massimamente razionali) dell’Est e dell’Ovest. Perché, secondo l’atteggiamento degli scienziati principali, è la Scienza che suggerisce le soluzioni migliori, quelle più razionali. Calculemus! cioè facciamo i conti e così troveremo la soluzione del conflitto. Infatti, secondo la concezione dominante, che cosa è più razionale della scienza?

In questa sua violenza, la Scienza dominante è all’opposto della Nonviolenza. La prima fa fare dei calcoli sulla carta; la seconda fa impegnare tutta la propria persona: sia lo spirito nel fare attenzione estrema all’altro, sia il corpo nel sopportare gli eventuali colpi. 

In particolare, la Scienza che si presenta come unica possibile, si pone al di sopra di ogni dilemma morale e della morale tutta. 

Ma, se invece nella scienza vediamo un pluralismo di razionalità, ci possiamo chiedere: viene prima la scienza o la morale? Se noi dobbiamo scegliere quale principio d’inerzia seguire, allora questa scelta non è di natura scientifica, perché è una scelta sulla scienza. Analogamente possiamo dire per la scelta sul tipo di logica. 

Quindi, prima di fare scienza, dobbiamo fare delle scelte, che sono argomenti di morale.

Ora, è evidente che prima viene la morale, poi la scienza. 

Con ciò, il rapporto stabilito dalla scienza trionfante che, per tre secoli, si è imposta su tutto, si ribalta: al primo posto va la nonviolenza come impegno morale, cioè il risolvere i conflitti senza violentare l’altro[8]. 

 


NOTE:

[1] Fu anche capo delle forze armate difensive francesi; ha istituito la leva di massa e ha diretto la difesa della Francia aggredita dalle armate monarchiche di tutta Europa, conseguendo la “Vittoria” del 1793; è stato il primo a chiedere il diritto alla obiezione per motivi costituzionali. La sua vita è raccontata con ampia dovizia di particolari da M. Reinhard: Le Grand Carnot, Hermann, 1950-51; la sua vita scientifica da C.C. Gillispie: Lazare Carnot Savant, Princeton UP., Princeton, 1971; la sua vita scientifica e militare da J. P. Charnay: Lazare Carnot citoyen-savant, La Henre, Paris, 1984-85.

[2]  Jean Le Rond D'Alembert (1717-1783), ad un amico esitante di fronte agli infinitesimi. In P. J. Davis and R. Hersh The Mathematical Experience, Boston: Birkhäuser, 1981.

[3] PCfr.: Burtt, E. (1925). The Metaphysical Foundations of Modern Physical Science. London: Kegan Paul, Trench, Trübner.

[4] .F. Venel: “Chymie”, in D. Diderot e J. Le Ronde D’Alembert (edd.): Encyclopédie Francaise, Paris, 1754] p. 388 II: I chimici “… non sono curiosi né dell’infinito, né dei romanzi fisici.” Essi sono esenti “… dagli errori che hanno sfigurato la Fisica.” (p. 389, I)

[5] A questo egli aggiunge: “L’irreparabile mancanza della scienza moderna è la mancanza di uno studioso che la conosca [tutta].” Cioè, essa sovrasta l’umanità.

[6] Un noto filosofo della scienza ha stretto un paragone appunto tra la violenza della Chiesa sulla vita spirituale e la violenza della scienza sulla vita intellettuale. P.K. Feyerabend: "Philosophy of Science 2001", in R.S. Cohen, M. Wartofsky (eds.): Methodology, Metaphysics and the History of Science, Reidel, 1984, 137-147 (ma vedasi anche P.K. Feyerabend: La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano, 1983). Egli prevedeva per quell’anno il completo monopolio della verità da parte della scienza, in parallelo a quanto nell’anno 1000 aveva fatto la Chiesa. Si può aggiungere che, come la Chiesa esprimeva il suo monopolio con il motto Nulla Salus extra [hanc] Ecclesiam, così oggi la scienza afferma Nulla Ratio extra hanc Scientiam.

[7] Per questo motivo Lanza del Vasto applica alla scienza il versetto di Apocalisse 13, 16: “E [la Bestia] fece sì che tutti…ricevessero un marchio… sulla fronte…”. I Quattro Flagelli, op. cit. cap. 1, in particolare, p. 54.

[8] Chi voglia approfondire la concezione della scienza che ne risulta può leggere il mio Le due opzioni, op. cit. e più approfonditamente “A Gandhian Criticism to Modern Science”, Gandhi Marg, no. 2, 31, 2009, 261-276.


Majorana, Heisenberg, Sciascia e Brecht - Un fil rouge tra storia e immaginario

Intorno alla realizzazione delle due bombe atomiche americane (sembra inutile scriverlo ma, in linea con l’appello di Alvin Weinberg, dobbiamo sempre ricordare che le uniche bombe atomiche usate in guerra e contro la popolazione civile sono quelle lanciate dagli americani nel 1945) girano tutti i più rilevanti nomi della fisica e della chimica dell’inizio del XX secolo. 

Alcuni di questi nomi, però, popolano un quadro che si sviluppa tra reale, ipotetico e immaginario, a cavallo tra scienze, storia e letteratura.

I nomi sono quelli di Robert Oppenheimer, il coordinatore del progetto Manhattan che portò alla realizzazione dell’atomica; di Werner Heisenberg e Niels Bohr, i fisici che misero le basi della meccanica quantistica e dell’Interpretazione di Copenhagen; di Enrico Fermi, il fisico che partecipò al progetto Manhattan come direttore tecnico; di Edoardo Amaldi, uno dei “Ragazzi di via Panisperna"; di Ida Noddack, chimica tedesca, medaglia Liebig 1934, la prima persona a ipotizzare la possibilità di realizzare la fissione nucleare; di Bertolt Brecht – il drammaturgo, con il “suo” Galileo – e di Friedrick Durrenmatt, anch’egli drammaturgo.

C’è un fil rouge che unisce tutti questi personaggi: si tratta di Ettore Majorana, fisico geniale che fece parte del gruppo di Enrico Fermi, il Majorana raccontato da Leonardo Sciascia (La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975) e da Lea Ritter Santini, germanista, filologa e storica (Uno strappo nel cielo di carta, saggio in cit.); Majorana, con la sua scomparsa misteriosa, che fa da contraltare ad un altro fatto misterioso, la visita di Heinsenberg a Copenhagen nel 1941.

Majorana è considerato – dai colleghi di via Panisperna e da tutti i fisici europei impegnati nella ricerca nucleare e quantistica – un genio, uno che intuisce le cose prima di tutti, che coglie strutture nessi e potenzialità in anticipo sugli altri. Ma che è, anche, disattento, solitario, poco incline alla condivisione, forse tendente a minimizzare i risultati del suo stesso lavoro.

Sciascia, nel suo libro, suggerisce che Majorana abbia capito la concreta possibilità di realizzare un’arma fondata sull’energia nucleare e – nel 1938 – abbia deciso di eclissarsi, per non essere complice, per non rischiare di essere parte di quelli che rendono reale l’incubo.

Tuttavia, Edoardo Amaldi nega recisamente questa possibilità, poiché, a suo avviso, era impossibile che qualcuno potesse – prima del 1940 – capire la potenzialità di quella tecnica.

Proviamo, qui, a mettere in fila alcune date e fatti:

  • Majorana, tra il 1933 e il 1936 passa alcuni mesi a Lipzieg, con il gruppo di ricerca di Heisenberg, e proprio con Heisenberg costruisce un rapporto speciale;
  • Nel 1933 Heisenberg scrive un paper sui processi di scissione, paper che Majorana considera definitivo. Commenta: “ha detto tutto”;
  • Nello stesso anno il gruppo di Fermi conduce gli esperimenti che portano alla presunta scoperta dei nuovi elementi Esperio e Ausonio (ne abbiamo parlato qui);
  • Nel 1934 Ida Noddack critica i risultati sulla Zeitschrift fur Angewandte Chemie e dice “hanno scisso l’atomo e non se ne sono accorti”;
  • Tra Noddack e Heisenberg non sembra esserci un rapporto diretto ma è possibile, anzi probabile, che uno abbia letto i lavori dell’altro;
  • Noddack, anni dopo, in una comunicazione a Lea Ritter Santini, si dice convinta che Majorana avesse letto il suo articolo, da lei inviato a Fermi al momento della pubblicazione, e che avrebbe potuto trarne conseguenze capaci di scatenare un insanabile dissidio morale. In breve, Noddack pensa che Majorana avesse ben capito. 
  • D’altra parte, Majorana aveva tali competenze e conoscenze da controllare i lavori di Fermi, confermandone la correttezza o evidenziandone gli errori, e – prima di Heisenberg – aveva compreso la struttura dell’atomo fatto di neutroni e di protoni, ma non aveva pubblicato la ricerca.

Dal 1939, negli Stati Uniti d’America, inizia il lavoro di ricerca teorico e sperimentale che convergerà poco dopo nel monumentale laboratorio di Los Alamos in cui – sotto la guida di Oppenheimer – “si corre” per realizzare la bomba atomica. 

A Los Alamos e nei laboratori collegati del progetto Manhattan lavora praticamente tutto il mondo dei fisici della parte alleata, tra cui un gran numero di scienziati tedeschi, soprattutto ebrei che hanno lasciato la Germania nazista, dove agli ebrei è permesso fare solo la fisica teorica, disciplina considerata minore rispetto alla sperimentale.

A Los Alamos vige, come elemento valoriale, come motivazione per la corsa a fare la bomba, il rischio che Hitler ci arrivi prima e la usi per mettere fine al conflitto in Europa.

In realtà, alla luce delle testimonianze successive alla fine della guerra, tra il 1939 e il 1942 i tedeschi erano ben lontani dall’essere in grado di fare la bomba, nonostante la presenza di Heisenberg e di altri fisici del calibro di Otto Hahn, von Weiszacker, Diebner, Debye. Nonostante le miniere di U-235, la fabbrica di acqua pesante, forse un ciclotrone tedesco, e il ciclotrone nella Danimarca appena conquistata.

Le ragioni sembrano essere state diverse: la dispersione del lavoro e la decentralizzazione del progetto, la segretezza interna, la “fuga” dei teorici, l’assenza di adeguati investimenti e – forse – lo scarsa intenzione di alcuni scienziati chiave che ci lavoravano.

Ed ecco il secondo mistero: la visita che Heisenberg fece a Bohr nel 1941 a Copenhagen, mistero su cui hanno scritto moltissimi[1], tra scienziati, storici e letterati e che ha alimentato una controversia vivace e non ancora spenta. 

Cosa andò a fare Heisenberg a Copenhagen, da Niels Bohr? 

  • Forse, Heisenberg tentò, attraverso il suo maestro, di far sapere agli alleati che i tedeschi stavano lavorando alla bomba, che avevano molte carte in mano;
  • Forse cercò da Bohr l’assoluzione, forse chiese consiglio, forse condivise la speranza di mettere insieme un numero sufficiente di persone contro la realizzazione della bomba: tra il 1930 e il 1941, infatti, erano a malapena una dozzina quelli che avrebbero potuto guidare un percorso di realizzazione. Bastavano a chiudere la strada, a fermare tutto, in tutto il mondo.
  • Forse voleva riflettere con Bohr su cosa sarebbe successo se uno dei due gruppi al lavoro fosse arrivato al risultato: se Hitler non si fosse arreso, gli americani avrebbero tirato la bomba? E dove? A Berlino? E se ci fosse arrivato prima la Germania, dove? A Londra?

Ma il programma americano era partito e arrivò a realizzare la bomba nel 1945, pochi mesi prima della distruzione di Hiroshima e di Nagasaki.

In questo intreccio, tornando indietro di qualche anno, è anche possibile pensare che Majorana e Heisenberg – tra il 1933 e il 1936 - ne abbiano parlato, e che (forse, molto forse) anche Noddack abbia avuto un suo ruolo nelle considerazioni di Heisenberg, lei che aveva capito cosa avevano fatto Fermi e i suoi.

Ecco, per concludere questo percorso tra storia e immaginario, ci piace pensare che Heisenberg abbia deliberatamente evitato di dare forma compiuta al progetto nazista, come lui stesso dichiarò dopo la guerra. 

E che Majorana abbia fatto una sua scelta.

La scelta di fare come il fisico Möbius nella tragicommedia di Durrenmatt, I fisici:
“il dovere di un genio, oggi, è di tacere”

E come Brecht, tacitamente, suggerisce che abbia fatto Galileo, che abbia deciso di abiurare sì per paura, ma anche per senso civico, per senso di responsabilità.

 

 

NOTE:

[1] Citiamo qui solo alcuni nomi: Frayn, con la sua bellissima piece Copenhagen, Robert Jungk, S.A. Goudsmit, K. Gottstein, Thomas Powers, David Cassidy

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975

Ritter Santini, Titolo, in La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975

K, Gottstein, Werner Heisenberg and the German Uranium Project (1939-1945). Miths and facts, https://www.researchgate.net/publication/307985020_Werner_Heisenberg_and_the_German_Uranium_Project_1939_-_1945_Myths_and_Facts

Walker, The Historiography of ‘‘Hitler’s Atomic Bomb’’, Phys. Perspect. 26 (2024) 18–41, https://doi.org/10.1007/s00016-024-00309-6


L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Terza parte

Nel suo primo articolo pubblicato da Controversie, (qui), Antonino Drago ha delineato come la bomba atomica abbia cambiato l’approccio dei fisici – e degli scienziati in generale – ai problemi morali ed etici che il loro lavoro può comportare. Ha descritto, poi (qui), come i fisici si siano schierati in posizioni diverse rispetto a queste tematiche di rilevanza etico-morale e quali strategie abbiano adottato per legittimare le proprie posizioni.

Ora, per concludere, Drago avanza una doppia proposta di stampo etico, basata sulla istituzione di un tabù globale – che trova un’eco nel testo di Weinberg (qui) del 1986 – e di un organismo globale che prenda in carico le scelte etiche in grado di risolvere i problemi derivanti dal progresso scientifico e tecnologico.

8. UNA NUOVA PROPOSTA ETICA: STABILIRE UN TABÙ GLOBALE  

Nel 1985 l'illustre fisico Alvin Weinberg, che lavorò al progetto Manhattan, scrisse un suggerimento impressionante (Weinberg 1985). Le sue parole sono molto chiare. 

Quasi dal primo giorno in cui ho iniziato a lavorare al Laboratorio Metallurgico dell'Università di Chicago nel 1941, sapevo che ciò che noi [fisici] stavamo facendo avrebbe cambiato il mondo...

L'attuale quarantesimo anniversario ha visto un grande sfogo di emozioni, molte dichiarazioni di impegno, molto più che nei precedenti anniversari del bombardamento di Hiroshima. Stiamo forse assistendo a una graduale santificazione di Hiroshima, cioè all'elevazione dell'evento di Hiroshima a evento profondamente mistico, un evento che ha essenzialmente la stessa forza religiosa degli eventi biblici? Io e non posso provarlo, ma sono convinto che il quarantesimo anniversario di Hiroshima, con il suo coinvolgimento diffuso, le sue manifestazioni su larga scala e le numerose notizie riportate dai media, assomigli alla celebrazione delle più grandi festività religiose. Questa santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più desiderabili dell'era nucleare...

Spesso parliamo con disinvoltura di evitare la guerra nucleare, ma dimentichiamo che non stiamo prendendo decisioni per il prossimo decennio o due; stiamo prendendo decisioni per millenni! Come può l'umanità accettare veramente, ai livelli più fondamentali, l'assoluta necessità di evitare olocausti nucleari - 50, 100, 1.000 anni dopo Hiroshima - se non perché Hiroshima è diventata una leggenda orribile, ben nota e universalmente accettata come orribile, proprio come la crocifissione è nota tra i cristiani, l'omicidio di Abele da parte di Caino tra gli ebrei e l'Egira è nota tra i musulmani? In breve, solo santificando Hiroshima possiamo aspettarci che la sua lezione venga imparata e ripetuta per sempre, ricordando anche le morti causate dal fuoco atomico, dalla malattia da radiazioni e dalla terribile distruzione della città?

Nella lunga marcia della storia umana, le oltre 100.000 persone che sono morte a Hiroshima saranno viste come martiri: sono state sacrificate – questa è l'opinione che sta emergendo – affinché l'umanità potesse vivere all'ombra della bomba, ma non essere sterminata da essa.

Cita poi ciò che un suo amico pastore (un ex scienziato del progetto Manhattan), William Pollard, ha scritto in una lettera:

È forse questo il destino di Hiroshima: diventare un mito universale profondamente radicato nel tempo sacro di tutti i popoli della terra, ovvero il simbolo della loro convinzione che la guerra nucleare non debba mai più verificarsi?

Weinberg conclude: 

Credo di sì, e che il mondo ricorderà per sempre coloro che sono morti a Hiroshima, rendendo così possibile la santificazione di Hiroshima.

Il suggerimento di Weinberg trasforma la sofferenza per il terribile evento in un atteggiamento positivo verso il futuro. Egli trae una forte lezione etica dall'evento: è necessario stabilire un tabù per tutti i tempi futuri. Egli confronta implicitamente l'esperienza storica dell'umanità del bombardamento nucleare con l'esperienza decisiva, suggerita da Freud, dello sviluppo psichico di ogni essere umano: il tabù di Edipo. Un tabù è molto più di una legge, è un'esperienza costitutiva di una persona matura, consapevole non solo degli obblighi legali verso gli altri e la natura, ma anche della stessa origine delle sue motivazioni fondamentali. In questo senso, il suggerimento di Weinberg rappresenta la più alta lezione etica che i fisici del Progetto Manhattan hanno elaborato come contributo per migliorare la vita dell'umanità[1]

9. LA NECESSITÀ DI UN ORGANISMO ETICO GLOBALE 

Nessuna giurisprudenza internazionale, essendo il risultato di un razionalismo giuridico, ha il potere di obbligare tutte le persone, fino all'ultima, a un comportamento obbligatorio, mentre attualmente, di fatto, anche il comportamento di un solo essere umano può provocare eventi catastrofici. Le religioni non sono state in grado di convergere su una serie di principi etici per l'intera umanità (ad eccezione dei sei comandamenti sociali che attualmente sono inclusi in tutte le legislazioni nazionali). Solo un organismo etico internazionale può indirizzare l'umanità ad accettare alcuni tabù e a perseguire tutti insieme, fino all'ultimo, obiettivi di sopravvivenza collettiva. 

Già in passato, il logico russo Alexander Vasiliev (1909) e il fisico Albert Einstein (1937) sostenevano la costituzione di un Senato delle Nazioni Unite con lo scopo di affrontare le scelte etiche in grado di risolvere i problemi derivanti dal progresso scientifico e tecnologico. Esso dovrebbe essere composto dalle personalità più autorevoli del mondo. 

Solo dopo che questa innovazione sarà stata realizzata, sarà raggiunto l'obiettivo costitutivo dell'ONU - "evitare il flagello della guerra alle generazioni future", che è un obiettivo etico.  

A mio parere, questo salto è ciò a cui Einstein alludeva quando scriveva: "Non risolveremo i problemi del mondo con lo stesso livello di pensiero con cui li abbiamo creati".

 

 

NOTE:
[1] È un miglioramento rispetto a quanto suggerito da Hans Jonas riguardo alla tecnologia, ovvero evitare il suicidio dell'umanità (Jonas 1985).

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

 Alfven H (1981) "Human IQ versus Nuclear IQ", Bull. Atomic Scientists, gennaio, pp. 4-5.

 Ben-David J. (1971), The Scientists' Role in Society, Englewood Cliffs, NJ, Prentice-Hall.

 Calogero F. (1983), "Scienziati e armi nucleari", Sapere, luglio. 

 De Solla Price D. (1963), Little Science, Big Science, New York, Columbia U.P. 

 Drago A. (1985), Scienza e Guerra. La responsabilità degli scienziati, Napoli, CUEN,

 Drago A. (1996), "Scienza", in Dizionario di Teologia della Pace, in L. Lorenzetti (ed.), Bologna, EDB, pp. 151-163. 

 Drago A. (2010), “Un’etica biblica da età matura del mondo”, Riv. Teologia Morale, n. 165, genn.-mar., 71-84.

 Drago A., Salio G. (1983), Scienza e Guerra. I fisici contro la guerra nucleare, Torino, EGA.

 Einstein A. (1937), New York Times. 1937. 

 Manifesto Einstein-Russell (1955): https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_Russell-Einstein

 Feld B.T: (1982), “The year of appeals”, Bull. Atomic Scientists, dicembre, pp. 6-9.

 Frank Report (1945), http://blog.nuclearsecrecy.com/2012/01/11/weekly-document-9-the-uncensored-franck-report-1945-1946/

 Ionno Butcher S. (2005), The Origins of the Russell-Einstein Manifesto”, Pugwash History series n. 1,”

https://pugwashconferences.files.wordpress.com/2014/02/2005_history_origins_of_manifesto3.pdf

 Jonas H. (1985) Il principio di responsabilità (orig. 1979), U. Chicago P., Chicago.

 Jungk R. (1958), Brighter than a Thousand Suns: A Personal History of the Atomic Scientists, New York, Harcourt Brace.

 Lenci F. (2003), “Carlo Bernardini e l'Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID)”, PRISTEM Newsletter, http://matematica-ld.unibocconi.it/interventi/carlobernardini/bernardini2005.htm 

 Lenci F. (2004),” Responsabilità della scienza nei confronti della pace e della guerra” http://www.parrocchiadipaterno.it/PDF/Pace%20-%20Lenci.pdf

 Dichiarazione di Mainau (1955), https://en.wikipedia.org/wiki/Mainau_Declaration

 Manifesto dei Novantatre (1914), ottobre

https://en.wikipedia.org/wiki/Manifesto_of_the_Ninety-Three

 Merton R. K. (1938), “Science, Technology and Society in Seventeenth Century England”, Osiris, Vol. 4, pp. 360-632. 

 Merton R. K. (1973), The Sociology of Science, Chicago., U. Chicago P.

 Nickerson S: (2013), “Taking a Stand: Exploring the Role of the Scientists prior to the First Pugwash Conference on Science and World Affairs, 1957”, Scientia Canadensis, 36, 2, pp. 63-87.

 Panofsky W.K.H. (1981), “Science, Technology and the Arms Race,” Physics Today, giugno, 32-41.

 Rhodes R. (1986) The Making of Atom Bomb, New York, Schuster. 

 Rotblat J. (1985), "Leaving the Bomb Project" (Abbandonare il progetto della bomba). Bulletin of Atomic Scientists, agosto, pp. 16-19. 

 Petizione di Szilard (1945), Petizione al Presidente degli Stati Uniti,

http://www.dannen.com/decision/45-07-17.html

 Teller E. (1945), "Letter to Szilard", 4 luglio ,

  http://www.atomicarchive.com/Docs/ManhattanProject/SzilardTeller2.shtml  

 Vadacchino M. (2002), "La morale degli scienziati e la bomba atomica"

http://cisp.unipmn.it/files/pubblicazioni/08-Vadacchino-Morale-e-scienziati.pdf

 Ventura T. (2005), “Einstein’s Antigravity”, 

http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia/ciencia_antigravity01.html

 Weber M. (orig. 1918), "La scienza come vocazione", in Gerth H.H. e Wright Mills C. (a cura di) (1958), Da Max Weber: Saggi di sociologia, Oxford, Oxford U. P., pp. 129-56. 

 Weber M. (1930), L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, New York, Routledge. 

 Weinberg A. S. (1985), "Sanctifying Hiroshima", Bull. Atomic Scientists, 41, ottobre 1985, p. 34.

 Weisskopf V.F. (1983), "Los Alamos anniversary: "We meant so well"", Bull. At. Sci., 39, agosto-settembre, pp. 24-26.   

Woollett E.L. (1980): "Physics and Modern Warfare: The Awkward Silence", American J. Physics, 48, febbraio, 105-117.


La santificazione di Hiroshima - Un pensiero di Alvin Weinberg, fisico del XX secolo

Alvin M. Weinberg fu un fisico statunitense e collaborò al Progetto Manhattan con la realizzazione del primo reattore nucleare insieme ad E. Fermi, all’Università di Chicago.
Direttore del Centro di arricchimento dell'uranio di Oak Ridge dal 1955 al 1973, fu tra i propositori della Società Nucleare Americana e, nel 1961, presiedette il Panel of Science Information, che produsse il fondamentale "Weinberg Report" sulla comunicazione della scienza a un pubblico sia tecnico che non specialistico.
Nel 1970 avvia il primo grande progetto di ecologia negli Stati Uniti: la National Science Foundation.
Nel 1975, Weinberg fondò e divenne direttore dell'Istituto per l'Analisi Energetica dell’Oak Ridge Associated Universities. Si ritirò nel 1985 ma rimase strettamente legato sia all'Istituto che al laboratorio. Morì nel 2006.

In questo testo del 1986 riflette sull’effettiva necessità del lancio dell’atomica nel 1945 e su come sacralizzare quell’evento per scongiurare il pericolo nucleare per i prossimi millenni. 

--------

Sin da quasi il primo giorno che sono andato a lavorare nel Laboratorio Metallurgico dell'Università di Chicago, nel 1941, ho capito che quello che [noi fisici] stavamo facendo avrebbe cambiato il mondo. Leo Szilard si era dato da fare affinché la biblioteca acquistasse i due libri H.G. Wells The World Set Free [1914; La liberazione del mondo, 1981, Mursia], e di H. Nicholson Public Faces [1932] che immaginavano come poteva essere un mondo in cui c'erano le armi nucleari. Questi libri di fantascienza mi impressionarono molto.

Il problema dell'uso bellico dell'arma nucleare nella Seconda guerra mondiale non ci coinvolse moltissimo. Però in molti firmammo la petizione di Szilard del 1945 affinché la bomba non fosse usata con rabbia e gran parte di noi firmò la raccomandazione della commissione Franck [di scienziati che avevano costruito la bomba nucleare] di dimostrare la potenza della bomba [in un luogo deserto del Giappone] piuttosto che sulle città.

Dopo di che la posizione di Szilard era molto cambiata rispetto a quella iniziale: "Sarà molto difficile che riusciamo ad avere un'azione politica, a meno che...; ormai le bombe atomiche sono state usate in guerra e il fatto che esse hanno una enorme potenza distruttiva è entrato nella testa della gente [che vuole finire la guerra]." Curiosamente questa posizione era in accordo con la risposta del panel scientifico consultivo che, in risposta alle raccomandazioni degli scienziati di non arrivare ad usare le bombe [sulla popolazione], aveva affermato: "Non possiamo proporre dimostrazioni [della bomba solo] tecniche che abbiano una buona probabilità di porre fine alla guerra; non vediamo alternative accettabili all'uso diretto delle bombe [sulla popolazione]." J. Robert Oppenheimer, un membro del panel, fu d'accordo con questa posizione; Teller, nel suo libro The Legacy of Hiroshima [L'eredità di Hiroshima, Tamburini, 1965], racconta che cercò di persuadere Oppenheimer che una dimostrazione tecnica non sulla popolazione era la condotta migliore, ma poi permise ad Oppenheimer di abbandonare questa posizione.

Debbo confessare che, anche se avevo firmato la petizione di Szilard, non sono mai stato turbato dalla decisione di bombardare [le città giapponesi]. Sono stato sempre convinto della argomentazione elementare che essa ha salvato molte vite umane sia Giapponesi che Americane. Non mi hanno fatto cambiare idea né la tesi revisionista che i Giapponesi comunque avrebbero capitolato molto presto, né l'accusa di esagerazione nel numero di morti che ci sarebbero stati con una invasione [del Giappone] ad Honsu.

Il quarantesimo anniversario di Hiroshima ha molto rafforzato la mia convinzione che [il bombardamento di] Hiroshima (ma non di Nagasaki) era necessario; ma non per la ragione suddetta; per una ragione di più grande rilevanza, che deriva dal ragionamento che allora portò a preferire l'uso della bomba. L’attuale 40° anniversario ha visto una grande espressione di emozioni, molte dichiarazioni di coinvolgimento, molte di più che nelle precedenti ricorrenze del bombardamento di Hiroshima. Stiamo forse assistendo ad una graduale santificazione di Hiroshima, cioè alla elevazione dell'evento Hiroshima ad un evento profondamente mistico, un evento che in sostanza ha la stessa forza religiosa degli eventi biblici? Non posso dimostrarlo, ma sono convinto che il 40° anniversario di Hiroshima, con il suo ampio coinvolgimento, le sue grosse manifestazioni, i molti servizi dei mass media assomiglia alla osservanza delle più grandi festività religiose.

Questa santificazione di Hiroshima è uno dei più auspicabili sviluppi della era nucleare. Spesso si parla con disinvoltura di riuscire ad evitare le guerre nucleari, ma non si tiene conto che non si tratta di prendere decisioni per il prossimo decennio o due; ma per millenni! Come può l'umanità accettare veramente, ai livelli più fondamentali, la necessità assoluta di evitare gli olocausti nucleari — 50, 100, 1.000 anni dopo Hiroshima — se non perché Hiroshima è diventata una leggenda orrenda, da tutti ben conosciuta e accettata da tutti come orrenda, così come è conosciuta la crocifissione tra i Cristiani, la uccisione di Abele da parte di Caino tra gli Ebrei e così come l'Egira è conosciuta dai Mussulmani?  In poche parole, solo santificando Hiroshima possiamo aspettarci che la sua lezione sia appresa e ripetuta per sempre - ricordando anche le morti per il fuoco atomico, le malattie da radiazione, il terribile annientamento della città?

Potrebbe oggi essere santificata Hiroshima se invece ci fosse stato solo un bombardamento    tecnico senza morti? Non potrei immaginare una ricorrenza annuale di impegno mistico che commemorasse un semplice test nucleare. Di fatto, anche l’attuale ricordo è del 6 agosto, non del 16 luglio [quando ci fu la prima esplosione per esperimento nel poligono di Alamagordo, Nuovo Messico]. Nella lunga marcia della storia umana, i 100.000 e passa che morirono a Hiroshima saranno visti come martiri: essi sono stati sacrificati - questa è la valutazione che si sta affermando - affinché l'umanità possa vivere all'ombra della bomba, ma non venga sterminata da essa.

Il mio caro amico William Pollard, che è pastore episcopale e un veterano del progetto Manhattan [di invenzione e fabbricazione della bomba], ha scritto una lettera dove queste cose sono dette in una maniera molto adeguata:

Hiroshima sta diventando un mito profondamente radicato nella psiche di tutti i popoli della terra. Il... teologo e studioso Mircea Eliade ha distinto nella vita popolare un "tempo profano" da un "tempo sacro". Nel tempo sacro le gesta e gli avvenimenti storici gradualmente prendono la persistenza dei miti, mentre nel tempo profano essi hanno meno presa sul popolo e diventano semplicemente materiali storici per gli studiosi, cioè, entrano nel tempo storico.

È forse questo il destino di Hiroshima: diventare un mito universale profondamente fondato nel

tempo sacro di tutti i popoli della terra; cioè, il simbolo della loro convinzione che non si dovrà mai più permettere che avvenga una guerra nucleare?

Io credo che sia così, e che il mondo sempre farà memoria di quelli che morirono a Hiroshima, il che renderà così possibile la santificazione di Hiroshima.

Sintesi

Sin da quasi il primo giorno che sono andato a lavorare nel Laboratorio Metallurgico dell'Università di Chicago, nel 1941, ho capito che quello che [noi fisici] stavamo facendo avrebbe cambiato il mondo…

L’attuale 40° anniversario ha visto una grande espressione di emozioni, molte dichiarazioni di coinvolgimento, molte di più che nelle precedenti ricorrenze del bombardamento di Hiroshima. Stiamo forse assistendo ad una graduale santificazione di Hiroshima, cioè alla elevazione dell'evento Hiroshima ad un evento profondamente mistico, un evento che in sostanza ha la stessa forza religiosa degli eventi biblici? Non posso dimostrarlo, ma sono convinto che il 40° anniversario di Hiroshima, con il suo ampio coinvolgimento, le sue grosse manifestazioni, i molti servizi dei mass media assomiglia alla osservanza delle più grandi festività religiose.

Questa santificazione di Hiroshima è uno dei più auspicabili sviluppi della era nucleare…

Spesso si parla con disinvoltura di riuscire ad evitare le guerre nucleari, ma non si tiene conto che non si tratta di prendere decisioni per il prossimo decennio o due; ma per millenni! Come può l'umanità accettare veramente, ai livelli più fondamentali, la necessità assoluta di evitare gli olocausti nucleari — 50, 100, 1.000 anni dopo Hiroshima — se non perché Hiroshima è diventata una leggenda orrenda, da tutti ben conosciuta e accettata da tutti come orrenda, così come è conosciuta la crocifissione tra i Cristiani, la uccisione di Abele da parte di Caino tra gli Ebrei e così come l'Egira è conosciuta dai Mussulmani?  In poche parole, solo santificando Hiroshima possiamo aspettarci che la sua lezione sia appresa e ripetuta per sempre - ricordando anche le morti per il fuoco atomico, le malattie da radiazione, il terribile annientamento della città?...

Nella lunga marcia della storia umana, i 100.000 e passa che morirono a Hiroshima saranno visti come martiri: essi sono stati sacrificati - questa à la valutazione che si sta affermando - affinché l'umanità possa vivere all'ombra della bomba, ma non venga sterminata da essa.

Poi cita quanto ha scritto un suo amico pastore (ex scienziato di Manhattan) in una lettera:

È forse questo il destino di Hiroshima: diventare un mito universale profondamente fondato nel

tempo sacro di tutti i popoli della terra; cioè, il simbolo della loro convinzione che non si dovrà mai più permettere che avvenga una guerra nucleare?

Io credo che sia così, e che il mondo sempre farà memoria di quelli che morirono a Hiroshima, il che renderà così possibile la santificazione di Hiroshima.


Nobel per la Fisica 2025 - Un premio antropocentrico ed economicista?

«La meccanica quantistica “permette” a una particella di attraversare direttamente una barriera, utilizzando un processo chiamato tunnelling. Non appena sono coinvolti un gran numero di particelle, gli effetti quantistici di solito diventano insignificanti. Gli esperimenti dei vincitori del premio di quest’anno hanno dimostrato che le proprietà quantistiche possono essere rese concrete su scala macroscopica»[1]

Inizia così la motivazione del Nobel per la fisica del 2025, che premia la ricerca di John Clarke, di Michel H. Devoret e di John M. Martinis, proprio in occasione del centenario della formulazione della meccanica matriciale (W. Heisenberg) e della meccanica ondulatoria (E. Shroedinger).

I premiati, infatti, hanno dimostrato e messo in opera – nella seconda metà degli anni ’80 - la quantizzazione dell’energia in un circuito elettrico a livello macroscopico, quello della vita di tutti i giorni.

Il concetto di tunneling quantistico riguarda il comportamento di particelle subatomiche – in particolare di elettroni e di particelle alfa – che, in particolari condizioni indotte sperimentalmente, riescono ad oltrepassare le barriere del legame nucleare; barriere che, normalmente, sono quasi impenetrabili.

In modo molto semplificato, è come se ci fossero delle condizioni in cui la pallina del cane, lanciata al cane contro il muro di cinta del giardino passasse attraverso il muro (e anche il cane, che possiamo assimilare per dimensioni relative ad una particella alfa) invece che rimbalzare indietro.

Tra i vari effetti, l’esperimento dei premiati spiega - e ne facilita la strada tortuosa – la superconduttività, ossia la proprietà di alcuni materiali di condurre elettricità senza quasi opporre resistenza. Proprietà che offre una elevatissima efficienza nella trasmissione elettrica e nella generazione di campi magnetici, utile – ad esempio – nelle risonanze magnetiche, permette di studiare il comportamento delle particelle subatomiche in modo più semplice.

Ma che, soprattutto, sembra poter essere (il condizionale rafforzato è d’obbligo) il fattore di successo per la realizzazione dei supercomputer quantistici.[2]

ANTROPOCENTRISMO DELLA MECCANICA QUANTISTICA

Una delle caratteristiche della Meccanica Quantistica è che “rende bene” i fenomeni, ossia ne descrive bene l’andamento e ha un elevato successo predittivo di cosa succederà nel sistema osservato, ma – nello stesso tempo - non fornisce prove che le cose stiano davvero così nella realtà. La MQ è, infatti, ardua da capire, e misteriosa a causa del suo essere basata su formulazioni matematiche complesse e difficilmente rappresentabili con schemi vicini alla realtà di tutti i giorni – a differenza di altre teorie come il modello orbitale dell’atomo pensato da Bohr e da Sommerfeld tra 1913 e 1916, che, seppur di fantasia, era rappresentato con figure come quella affianco.

La MQ è così lontana dalla rappresentabilità realistica che W. Heisenberg affermava «la comprensione di quei tratti ancora non chiariti della fisica atomica si può raggiungere solo con una rinuncia all'intuitività e all'oggettivizzazione» (Fisica e filosofia, Feltrinelli 2021).

In questo contesto di contro-intuitività, si innestano il principio della sovrapposizione e quello di perturbazione del sistema causata dalla misura: in sintesi, una misurazione di ciò che accade in un sistema quantistico è possibile solo a patto di disturbarlo, e lo stato del sistema resta indefinito fino al momento dell’intrusione umana che ne causa il collasso, ossia lo definisce, lo rende reale e fattuale.

Detto in altri termini, la realtà atomica è normalmente in condizioni di indefinitezza e solo quando l’umano la osserva, tocca, disturba, questa prende forma. [3]

Il sottostante filosofico della MQ sembra affondare le sue radici tanto in posizioni empiriste estreme, come l’immaterialismo di Berkeley, quanto in visioni come quella del sistema geocentrico di Aristotele e di Tolomeo, con l’uomo [4] al centro di tutto, che fa girare il mondo, ne determina la forma e ne dispone a proprio piacere.

Nel XX secolo della nascita della MQ, e nel XXI secolo – che cerca faticosamente di superare l’antropocentrismo – questo premio Nobel non sembra essere un segno di cambiamento ma, anzi, di riaffermazione del principio di centralità dell’umano nell’universo, in questo caso di quello microscopico.

VISIONE ECONOMICISTA

Le motivazioni del premio sono esplicite: per il Comitato, la ricerca dei tre fisici è più funzionale allo sviluppo di nuove tecnologie – super computer, crittografia, sensori quantistici – che alla rilevanza scientifica.

A dispetto del fatto che l’apertura di un orizzonte quantistico nella dimensione macroscopica suoni come un percorso estremamente interessante dal punto di vista della ricerca fisica fondamentale, il Comitato pone l’accento sulla prospettiva di sviluppo tecnologico e, di conseguenza, economico.

Ora, se vale sempre il principio costitutivo del premio Nobel mirato a riconoscere risultati scientifici che portino «i maggiori benefici all'umanità»[5], appare che - per il Comitato – i benefici per l’umanità e lo sviluppo tecno-economico si sovrappongano fino quasi a coincidere e che, dietro al Nobel, si nascondano l’ideologia accelerazionista e una scala di valori fortemente economicista.

IN POCHE PAROLE

Nel secolo in cui è molto vivo il dibattito tra le due posizioni di persistenza e di superamento della visione antropocentrica, questo premio, che esalta la teoria quantistica, sembra essere ben ancorato alle tesi dell'antropocentrismo.

E, inoltre, in questa dimensione, tra le due polarità umanistica ed economicista dello sviluppo e del benessere dell'umanità, l’Accademia di Svezia e il Comitato del Nobel sembrano scegliere con decisione la via dell'economia, senza tenere conto delle inevitabili distorsioni, in pieno allineamento con il recente Nobel per l'economia.

 

NOTE:

[1] «Quantum mechanics allows a particle to move straight through a barrier, using a process called tunnelling. As soon as large numbers of particles are involved, quantum mechanical effects usually become insignificant. The laureates’ experiments demonstrated that quantum mechanical properties can be made concrete on a macroscopic scale», https://www.nobelprize.org/prizes/physics/2025/press-release/, trad. nostra.

[2] Secondo il fisico professor Parisi, i computer quantistici possono essere «complementari all'A.I. che macina un numero incredibilmente elevato di dati mentre i computer quantistici risolvono problemi molto più ‘piccoli’, in termini di dati, ma estremamente difficili, per cui per qualche problema si può usare l'A.I. per altri problemi i computer quantistici, e per altri ancora i calcolatori tradizionali». Secondo altri, come Pat Gelsinger, ex-CEO di Intel, I.A. e computer quantistici sono mutualmente esclusivi dal punto di vista dello sviluppo e del successo, e i secondi faranno scoppiare la bolla dell’Intelligenza artificiale. Ma questa è un’altra Controversia.

[3] Cfr, ad esempio, Putting the U in quantum, Zack Savitsky, Science, 4 dicembre 2025

[4] Sarebbe fuori luogo evitare il maschile sovraesteso o aggirarlo con formule come “l’umano” quando si parla di teorie e pensiero dei secoli scorsi. Gli autori parlavano di “uomo”, con tutte i presupposti e le conseguenze sociali del caso.

[5] Cfr. le volontà di Alfred Nobel in Full text of Alfred Nobel’s will


L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Seconda parte

Nella prima parte, Antonino Drago ha esaminato come gli "eventi nucleari" hanno modificato il modo di fare la fisica, inaugurando il tempo della big science, organizzata in modo quasi industriale, e hanno portato molti fisici a tradire i principi mertoniani della scienza: universalità, comunitarietà, disinteresse e dubbio sistematico. Inoltre, hanno sdoganato l'adesione di molti fisici al lavoro con fini militari. In questa seconda parte, l'autore disamina i diversi atteggiamenti etici, e le relative strategie di comunicazione, adottati dai fisici di fronte ai possibili effetti della loro ricerca: neutralità, opposizione più o meno ampia, etica della convinzione.

5 - QUATTRO TIPI DI ATTEGGIAMENTO ETICO DEI FISICI RESPONSABILI

Consideriamo ora la risposta etica dei fisici (principalmente gruppi di fisici) che, secondo la loro etica autosufficiente, si sentivano responsabili delle novità storiche[1]. Questi fisici saranno classificati in quattro gruppi in base agli atteggiamenti etici rispetto alla loro istituzione, ovvero la ricerca scientifica finanziata con fondi pubblici[2]. 

1) Il gruppo di scienziati che considerava la scienza un'impresa eticamente neutra e che tuttavia voleva stabilire un rapporto diretto con la società civile per metterla in guardia sul pericolo rappresentato dalle armi nucleari. L'esempio più celebre delle loro dichiarazioni è il Manifesto Einstein-Russell (1955) (di seguito ERM). (Ionno Butcher 2005; Nathan, Norden, pp. 623ff)

2) Il gruppo di scienziati che si opponeva alla ricerca scientifica finalizzata a risultati militari. Questo gruppo comprendeva i fondatori del Bulletin of the Atomic Scientists, i fisici dell'Università di Roma che durante la seconda guerra mondiale interruppero deliberatamente le loro ricerche su argomenti nucleari, Meitner, Bethe, ecc.; un esempio rilevante delle loro dichiarazioni fu la petizione di Mainau (1955). 

3) Il gruppo di scienziati che si opponeva anche all'energia nucleare civile. Questa opposizione fu perseguita in modo attivo e incisivo dall'Unione degli Scienziati Preoccupati, un gruppo nato nel 1968. 

4) Il gruppo di scienziati che hanno subordinato la loro ricerca scientifica all'etica della convinzione: comprende Kapitza, Born, Rasetti[3] e alcuni fisici "non assolutisti": Rotblat, Oppenheimer e Weinberg.

L'analisi di Weber sul processo di razionalizzazione nella società si è avvalsa delle seguenti caratteristiche: scienza, male sociale, etica della responsabilità, razionalità, società. Poiché gli scienziati dovrebbero rappresentare al meglio questo processo di razionalizzazione, l'atteggiamento generale di questi quattro gruppi di scienziati può essere caratterizzato attraverso queste caratteristiche[4].

1) La natura della scienza è neutra e buona, le armi nucleari sono un male, ma un'azione importante da parte delle persone, a condizione che siano razionalmente informate, può ripristinare la situazione precedente e persino, grazie alle potenzialità dell'energia nucleare civile, introdurre l'umanità in un nuovo "paradiso", dove non ci saranno più problemi, nemmeno per l'etica della responsabilità degli scienziati. Questo era il messaggio fondamentale dell'ERM (1955).

2) La struttura della scienza comprende un'attività altamente negativa, la ricerca militare sulle armi nucleari; l'etica della responsabilità degli scienziati è in crisi; è necessaria la collaborazione tra scienziati e potere politico per evitare i prevedibili risultati scientifici peggiori per l'umanità. Questo era il messaggio essenziale della dichiarazione di Mainau (1955). 

3) La struttura profonda della scienza include il male fino al punto di provocare il suicidio dell'umanità; è necessario un cambiamento radicale sia dell'etica della responsabilità degli scienziati che dell'atteggiamento della società nei confronti della scienza.   

4) La struttura profonda della scienza include un male così estremo da essere in grado di produrre il suicidio dell'umanità attraverso diversi mezzi; è necessaria una nuova razionalità, secondo la quale è un atteggiamento razionale subordinare sia la scienza che l'etica della responsabilità degli scienziati all'etica della sopravvivenza dell'umanità. 

6 - LE STRATEGIE SEGUITE DAGLI SCIENZIATI RESPONSABILI 

I fisici del Progetto Manhattan hanno sperimentato che i leader politici senza scrupoli insistevano sul fatto che il bombardamento del Giappone era inevitabile, sebbene fosse noto che si trattava di una questione quantomeno controversa per ragioni etiche, militari e politiche. In seguito, una piccolissima minoranza di scienziati responsabili ha voluto rispondere a un problema sociale così colossale come quello rappresentato dalle armi di distruzione di massa. Questi scienziati hanno dovuto abbandonare una concezione rousseauiana della scienza per scegliere una strategia su come interagire con l'opinione pubblica e i governi. Sono state sperimentate sette strategie. 

La diffusione delle informazioni fu la prima strategia sperimentata. Dopo che gli scienziati del Progetto Manhattan avevano subito il segreto militare, le dichiarazioni collettive di alcuni di loro rappresentarono un atto di indipendenza e autonomia politica. Tuttavia, i primi appelli pubblici dimostrarono che la loro capacità di diffondere informazioni e influenzare l'opinione pubblica era scarsa; pertanto, questa strategia fu rapidamente abbandonata o lasciata a iniziative specifiche condotte da professionisti della comunicazione al pubblico.

Una seconda strategia, il lavoro educativo, è stata temporaneamente sperimentata dall'ECAS (un'associazione di scienziati fondata da Einstein e sopravvissuta per alcuni anni) e dall'iniziativa permanente del Bulletin. Sicuramente, quest'ultima iniziativa è stata più produttiva. Ha diffuso informazioni, dato voce al dissenso, aperto uno spazio per le controversie e sostenuto gli appelli degli scienziati ai governi; in sintesi, un grande lavoro pedagogico. 

Le strategie successive, relative a un lavoro sociale trasformativo, hanno svolto un ruolo decisivo nel cambiare l'immagine pubblica dello scienziato, che si è trasformata in una pluralità di immagini, da quella di obiettore di coscienza a quella di scienziato pienamente coinvolto negli affari politici. 

Le assurdità sopra menzionate derivanti dalla produzione di armi nucleari hanno scosso l'etica della responsabilità degli scienziati. L'etica della convinzione ha spinto alcuni scienziati ad abbandonare l'attività scientifica in campo militare. Infatti, Jòzef Rotblat lasciò il Progetto Manhattan quando la Germania fu sconfitta nel maggio 1945 (Rotblat 1985) e J. Robert Oppenheimer si pentì. Per quanto riguarda il comportamento degli altri scienziati, quelli che facevano appello all'etica della convinzione sembrano aver condiviso le seguenti opinioni (ottenute parafrasando le frasi di Oppenheimer e Rasetti): "La comunità dei fisici ha conosciuto il peccato dell'uccisione di massa". "Questa comunità ha venduto la fisica allo Stato (militare)". Ma l'obiezione di coscienza al lavoro scientifico militare era considerata un atto individualista, forse giustificato a livello personale, ma senza alcuna influenza sulla risoluzione dell'enorme problema sociale[5]. In realtà, il numero di azioni simili era molto esiguo e non godeva di un ampio sostegno. 

Un'ulteriore strategia consisteva nel fare pressione attraverso un movimento sociale contro le armi nucleari sulle decisioni prese dai rappresentanti politici. Alcuni promossero un movimento sociale; in particolare, Rotblat, dopo aver redatto l'ERM, fondò, insieme a Russell, la Campagna per il disarmo nucleare. Questi scienziati responsabili che hanno fondato e guidato movimenti sociali contro le armi nucleari sono riusciti a influenzare sia l'opinione pubblica che la politica dei governi. Tuttavia, stranamente, gli scienziati che hanno avuto più successo non sono stati quelli più direttamente interessati, cioè i fisici[6] , ma un matematico-filosofo, Bertrand Russell, e un chimico, Linus Pauling (che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Chimica).

7 - LE STRATEGIE SEGUITE DAGLI SCIENZIATI ISTITUZIONALIZZATI

Una strategia consisteva nel fare pressione, attraverso appelli all'opinione pubblica, sulle decisioni prese dai massimi rappresentanti politici. Questa strategia merita attenzione perché è stata scelta dagli scienziati più rinomati e rappresentativi. Proprio per questo motivo il loro appello rivendicava una visione razionale del mondo. Speravano che, una volta che l'opinione pubblica avesse preso coscienza dell'estrema pericolosità delle armi nucleari, questo fatto da solo avrebbe portato il governo a prendere la decisione di raggiungere un accordo contro le armi nucleari. Questa visione, basata sulla razionalità della politica nazionale, si rivelò ingenua. 

Sebbene scritto da un grande filosofo e sottoscritto dalle menti acclamate come le più brillanti dell'epoca, l'ERM taceva sui cambiamenti della drammatica crisi dell'istituzione scientifica ora direttamente soggetta al potere politico; in particolare, non diceva nulla sull'etica degli scienziati, a parte un appello a comportarsi come esseri umani (questo appello può essere interpretato come un rifiuto della loro etica di responsabilità a favore di un'etica di convinzione?). Piuttosto, l'ERM insisteva nel presentare il ruolo degli scienziati come osservatori e promotori più saggi sia della razionalità che del benessere dell'umanità, in breve la coscienza razionale dell'umanità. Questa auto-presentazione incompleta e pontificante pregiudicava un rapporto franco tra questi scienziati e l'opinione pubblica. 

L'ERM mise in guardia l'opinione pubblica contro «un pericolo», ovvero la più grande distruzione possibile. Di fronte a ciò, questi scienziati non volevano né dichiarare la crisi della loro etica della responsabilità né adottare l'etica della convinzione; piuttosto, volevano promuovere nella società civile una nuova convinzione etica: «che lo scopo [delle superpotenze] [di risolvere il loro conflitto] non può essere perseguito con una guerra mondiale»[7].

Invece, la contemporanea dichiarazione di Mainau (1955) presenta una valutazione negativa drastica sulla nascita di una potente scienza militare ("Vediamo con orrore che proprio questa scienza sta dando all'umanità i mezzi per distruggere se stessa"). Inoltre, questa dichiarazione era indirizzata direttamente ai governi. Gli scienziati firmatari rifiutarono di riferire la loro etica della responsabilità alla politica di deterrenza dei governi e cercarono inoltre di convincere razionalmente i governi ad abbandonare questa politica[8]. 

Tuttavia, entrambe le dichiarazioni non hanno indotto alcun cambiamento né nella corsa agli armamenti nucleari che minacciava la sopravvivenza dell'umanità, né nel destino che il Progetto Manhattan aveva imposto alla scienza: quella di trasformarsi in una grande scienza che fosse anche uno strumento del potere militare e politico. 

Un'altra strategia è stata seguita da quegli scienziati che sono stati chiamati dai governi per ricevere consigli sugli aspetti scientifici degli accordi (e dei disaccordi) politici internazionali sulle armi nucleari. Questo invito ha generato anche risposte da parte di gruppi di scienziati. Ad esempio, il segretario nazionale della suddetta USPID ha dichiarato: 

"Noi, come scienziati per il disarmo, volevamo fare qualcosa che in Italia non era mai stato fatto; volevamo essere un partner credibile per le istituzioni" (Lenci 2004).

Questo tipo di lavoro è stato presentato anche come un impegno per la promozione della pace. Tuttavia, questi scienziati hanno dovuto riferire la loro etica della responsabilità all'istituzione della grande scienza, che dipendeva dai fondi finanziari del governo. In questo modo, l'istituzione finale di riferimento della loro etica della responsabilità era, attraverso la ricerca scientifica, il governo politico. Di fatto, fu stabilito un patto: il governo forniva generosi finanziamenti per la ricerca scientifica e in cambio questi scienziati assicuravano due funzioni sociali: 1) lavorare come massimi tecnici delle questioni nucleari della politica internazionale e 2) lavorare come migliori raccoglitori del consenso pubblico sulle politiche del governo in materia scientifica. Qualcuno ha caratterizzato l'atteggiamento di tali consulenti come la pretesa di godere di un QI più elevato rispetto alla gente comune (Alfven 1981 p. 4).

Col senno di poi, i consulenti scientifici del governo non possono essere orgogliosi di aver promosso la pace; la crescita sconsiderata dell'arsenale nucleare fino a dieci volte la capacità di distruggere l'intera umanità non è mai stata contrastata dai loro consigli; più che promotori di una nuova politica del governo, hanno lavorato come tecnici subordinati alle decisioni politiche[9].

Un ruolo particolare è stato svolto da alcuni altri scienziati (il gruppo internazionale Pugwash; Nickerson 2013) che, in nome dell'autorità di una scienza neutrale rispetto a tutte le divisioni politiche nel mondo, hanno cercato di essere riconosciuti come mediatori nelle controversie internazionali sulle questioni nucleari. Poiché la loro azione doveva essere rivolta ai consulenti dei governi, le loro iniziative dovevano essere sostenute solo da autorità scientifiche rinomate. Di conseguenza, il gruppo Pugwash si è costituito come un'organizzazione elitaria e cooptativa. Nel complesso, questo gruppo è riuscito ad aprire alcuni canali di comunicazione tra Est e Ovest durante la Guerra Fredda. 

Quale relazione esiste tra le sette strategie sopra descritte e i quattro gruppi di scienziati elencati nella sezione 5? La tabella seguente rappresenta la varietà di relazioni. 

 

Neutralità della scienza Nessun militare Nemmeno energia nucleare civile Etica al di sopra della scienza
Informazione x x x x
Istruzione x x x x
Obiezione di coscienza x
Movimento sociale x x x
Appello all'opinione pubblica e ai governi x (x) (x) (x)
Consulenti dei governi  x
Relazioni internazionali x

 

Nel complesso, le azioni degli scienziati responsabili hanno ottenuto successi limitati nell'influenzare gli altri scienziati, l'opinione pubblica, i leader politici e le decisioni militari. In particolare, la corsa alla bomba H, iniziata nel 1949, ha brutalmente dimostrato che quasi tutti i fisici erano stati catturati dalla politica del confronto nucleare con l'URSS; in altri termini, la "razionalità" (?) della politica ha prevalso sulla razionalità degli scienziati. 

Ciò che invece è stato determinante nell'eliminare la minaccia immediata di un’apocalisse nucleare è stata la serie di rivoluzioni del 1989 e degli anni successivi. Questo fatto suggerisce che durante la Guerra Fredda gli scienziati devono scegliere come strategia migliore quella di sostenere le persone, piuttosto che i governi. Questa strategia richiedeva un'etica preoccupata della sopravvivenza dell'umanità, piuttosto che della politica dei governi o di relazioni internazionali più fluide. Questa etica è stata seguita più da vicino dagli scienziati che seguivano l'etica della convinzione piuttosto che da quelli che seguivano l'etica della responsabilità. In particolare, gli scienziati più efficaci sono stati Russell e Pauling, che hanno scelto di guidare i movimenti popolari; ovvero, la strategia più efficace è stata quella di mobilitare la popolazione su obiettivi specifici sui quali gli scienziati hanno lavorato come esperti del popolo. 

 

NOTE:

[1] Il periodo di tempo considerato è quello della Guerra Fredda, o meglio gli anni 1945-1981; quest'ultima data precede "l'anno degli appelli" (Feld 1982), che richiede un'analisi diversa.

[2] Questa classificazione è in accordo con l'illustrazione (Drago 1996) dei quattro atteggiamenti generali nei confronti della scienza.

[3] Ricordiamo alcune frasi severe di questi scienziati. Rasetti: "Hanno venduto la fisica al diavolo"; Oppenheimer: "I fisici conoscevano il peccato; e questa è una conoscenza che non possono perdere". Sebbene oscillasse tra un pacifismo estremo e un coinvolgimento nel lavoro militare (Ventura 2005), Einstein appartiene a questo gruppo, poiché lamentava con fermezza che il progresso etico fosse troppo lento rispetto al progresso scientifico. Inoltre, era un ammiratore incondizionato di Gandhi, da lui considerato l'unico maestro del XXsecolo.

[4] Pochi scienziati si sono interessati agli aspetti sociali degli eventi storici che hanno caratterizzato la loro epoca e ancora meno scienziati hanno razionalizzato questi eventi attraverso valutazioni accurate. Max Born sembra essere il più perspicace.

[5] Si veda ad esempio la valutazione in (Calogero 1983), scritta al momento dello schieramento dei missili Cruise a Comiso (Sicilia). L'autore è stato a lungo segretario internazionale del gruppo Pugwash.

[6] Einstein ha avuto una grande influenza in entrambi i sensi, sia nel promuovere l'ottenimento dell'arma nucleare, sia nell'avvertire l'opinione pubblica del pericolo rappresentato dalle armi nucleari.

[7] Un gran numero di scienziati (primo fra tutti Russell) ha considerato i negoziati per il disarmo nient'altro che uno strumento di propaganda delle superpotenze (Panofsky 1981, p. 33).

[8] Tuttavia, il precedente Rapporto Franck (Franck Report 1945), declassificato nel 1946, sembra essere il documento più significativo sulla coscienza degli scienziati. Il suo "Preambolo" è sicuramente il documento più rilevante in materia di politica etica, strategica e internazionale relativa alle armi nucleari. Purtroppo, è stato diffuso nella società civile solo per un breve periodo (pochi anni) e non è mai stato citato nelle dichiarazioni successive, nonostante il suo contenuto sia tra i più incisivi.

[9]Di fatto, questa etica della responsabilità è stata sistematicamente e senza pietà smentita dagli eventi storici. 1) Le democrazie non sono state minacciate da un attacco nucleare perché Hitler non è riuscito a ottenere la bomba. 2) Il governo degli Stati Uniti ha ingannato gli scienziati sulla motivazione dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Piuttosto che la motivazione ufficiale - cioè ridurre al minimo il numero delle vittime per porre fine alla guerra - sono state decisive altre due ragioni importanti: 1) ottenere il guadagno dal gigantesco fondo finanziario attribuito al Progetto Manhattan e 2) superare la rivale URSS nella regione del Pacifico. 3) I bombardamenti delle due città giapponesi rappresentano un uso illegale delle armi, almeno secondo il diritto internazionale di guerra che vieta il bombardamento della popolazione civile. 4) Gli scienziati sono entrati incautamente in una grande e complessa istituzione scientifica, la grande scienza, che è cresciuta secondo gli obiettivi del governo piuttosto che secondo uno sviluppo indipendente di questa istituzione. 5) Sono stati in gran parte coinvolti in attività professionali volte a promuovere la corsa agli armamenti nucleari, piuttosto che a frenarla. 6) Nel dibattito sulla costruzione della bomba H, gli scienziati non hanno compreso il governo degli Stati Uniti che, contrariamente alle loro speranze, non voleva la pace.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

 Alfven H (1981) "Human IQ versus Nuclear IQ", Bull. Atomic Scientists, gennaio, pp. 4-5.

 Ben-David J. (1971), The Scientists' Role in Society, Englewood Cliffs, NJ, Prentice-Hall.

 Calogero F. (1983), "Scienziati e armi nucleari", Sapere, luglio. 

 De Solla Price D. (1963), Little Science, Big Science, New York, Columbia U.P. 

 Drago A. (1985), Scienza e Guerra. La responsabilità degli scienziati, Napoli, CUEN,

 Drago A. (1996), "Scienza", in Dizionario di Teologia della Pace, in L. Lorenzetti (ed.), Bologna, EDB, pp. 151-163. 

 Drago A. (2010), “Un’etica biblica da età matura del mondo”, Riv. Teologia Morale, n. 165, genn.-mar., 71-84.

 Drago A., Salio G. (1983), Scienza e Guerra. I fisici contro la guerra nucleare, Torino, EGA.

 Einstein A. (1937), New York Times. 1937. 

 Manifesto Einstein-Russell (1955): https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_Russell-Einstein

 Feld B.T: (1982), “The year of appeals”, Bull. Atomic Scientists, dicembre, pp. 6-9.

 Frank Report (1945), http://blog.nuclearsecrecy.com/2012/01/11/weekly-document-9-the-uncensored-franck-report-1945-1946/

 Ionno Butcher S. (2005), The Origins of the Russell-Einstein Manifesto”, Pugwash History series n. 1, ”

https://pugwashconferences.files.wordpress.com/2014/02/2005_history_origins_of_manifesto3.pdf

 Jonas H. (1985) Il principio di responsabilità (orig. 1979), U. Chicago P., Chicago.

 Jungk R. (1958), Brighter than a Thousand Suns: A Personal History of the Atomic Scientists, New York, Harcourt Brace.

 Lenci F. (2003), “Carlo Bernardini e l'Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID)”, PRISTEM Newsletter, http://matematica-ld.unibocconi.it/interventi/carlobernardini/bernardini2005.htm 

 Lenci F. (2004), ”Responsabilità della scienza nei confronti della pace e della guerra” http://www.parrocchiadipaterno.it/PDF/Pace%20-%20Lenci.pdf

 Dichiarazione di Mainau (1955), https://en.wikipedia.org/wiki/Mainau_Declaration

 Manifesto dei Novantatre (1914), ottobre

https://en.wikipedia.org/wiki/Manifesto_of_the_Ninety-Three

 Merton R. K. (1938), “Science, Technology and Society in Seventeenth Century England”, Osiris, Vol. 4, pp. 360-632. 

 Merton R. K. (1973), The Sociology of Science, Chicago., U. Chicago P..

 Nickerson S: (2013), “Taking a Stand: Exploring the Role of the Scientists prior to the First Pugwash Conference on Science and World Affairs, 1957”, Scientia Canadensis, 36, 2, pp. 63-87.

 Panofsky W.K.H. (1981), “Science, Technology and the Arms Race,” Physics Today, giugno, 32-41.

 Rhodes R. (1986) The Making of Atom Bomb, New York, Schuster. 

 Rotblat J. (1985), "Leaving the Bomb Project" (Abbandonare il progetto della bomba). Bulletin of Atomic Scientists, agosto, pp. 16-19. 

 Petizione di Szilard (1945), Petizione al Presidente degli Stati Uniti,

http://www.dannen.com/decision/45-07-17.html

 Teller E. (1945), "Letter to Szilard", 4 luglio  ,

  http://www.atomicarchive.com/Docs/ManhattanProject/SzilardTeller2.shtml  

 Vadacchino M. (2002), "La morale degli scienziati e la bomba atomica"

http://cisp.unipmn.it/files/pubblicazioni/08-Vadacchino-Morale-e-scienziati.pdf

 Ventura T. (2005), “Einstein’s Antigravity”, 

http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia/ciencia_antigravity01.htm

 Weber M. (orig. 1918), "La scienza come vocazione", in Gerth H.H. e Wright Mills C. (a cura di) (1958), Da Max Weber: Saggi di sociologia, Oxford, Oxford U. P., pp. 129-56. 

 Weber M. (1930), L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, New York, Routledge. 

 Weinberg A. S. (1985), "Sanctifying Hiroshima", Bull. Atomic Scientists, 41, ottobre 1985, p. 34.

 Weisskopf V.F. (1983), "Los Alamos anniversary: "We meant so well"", Bull. At. Sci., 39, agosto-settembre, pp. 24-26.   

Woollett E.L. (1980): "Physics and Modern Warfare: The Awkward Silence", American J. Physics, 48, febbraio, 105-117.


L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Prima parte

Questo articolo ci è stato gentilmente concesso da Antonino Drago, Professore Ordinario di Storia della Fisica (in pensione) presso l’Università Federico II di Napoli, membro della rete Transcend di Galtung e primo presidente del Comitato ministeriale per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Nel suo percorso, il professor Drago analizza il rapporto tra i fisici e l'etica, prima e dopo "la bomba", e i diversi atteggiamenti e strategie che i fisici hanno adottato - e ancora adottano - di fronte ai problemi etici che il lavoro può generare. Pubblichiamo l'articolo in tre "puntate", l'ultima delle quali uscirà i concomitanza ad un seminario, organizzato da Controversie, in cui interverrà lo stesso professor Drago.

1.  Introduzione

Il progresso tecnologico ha reso sempre più artificiale la vita quotidiana dell'essere umano. Se in passato l'etica era chiara, l'introduzione di oggetti artificiali che pervadono anche la vita intima di una persona ha generato innumerevoli dilemmi etici le cui risposte non sono codificate da alcuna autorità, se non dal modo comune e corrente di vivere le nuove situazioni. Ma questa etica ha incontrato grandi pericoli senza precedenti. Tra questi il pericolo dell'autodistruzione dell'umanità, già previsto dopo il bombardamento delle due città giapponesi, Hiroshima e Nagasaki. Questo impressionante pericolo ha messo in discussione l'etica dell'intera popolazione mondiale, ma in primo luogo la coscienza dei fisici che hanno contribuito a costruire armi così catastrofiche. Dopo questo, altri pericoli simili sono stati generati dal continuo progresso della scienza e della tecnologia. Ogni volta che sorge un nuovo pericolo, la popolazione e i suoi leader cercano le migliori risposte personali e soluzioni globali per quel caso particolare, partendo da zero perché manca un organismo etico globale. È quindi importante riflettere sulle risposte etiche dei diretti responsabili, i fisici, e delle istituzioni politiche al primo grande pericolo, quello nucleare.

Questa esperienza storica può suggerire molte lezioni su come affrontare le successive e le prossime. Innanzitutto, insegna che gli scienziati non sono esseri sovrumani, sebbene abbiano studiato e applicato una materia quasi incomprensibile, la scienza e, in particolare, la fisica; ma hanno problemi etici paragonabili a quelli dei profani e inoltre possono essere anche più deboli in materia di etica rispetto alla gente comune. Pertanto, per quanto riguarda i problemi etici, la popolazione deve evitare un rispetto reverenziale per una categoria sociale che spesso si presenta come illuminata e superintelligente. Deve piuttosto instaurare forti relazioni con gli esperti al fine di suggerire soluzioni comuni ai problemi etici generati dalla ricerca scientifica.

2. I fisici, l'etica e la nascita delle armi nucleari

L'opinione diffusa tra i fisici sul proprio lavoro è che esso non riguardi l'etica; essi amano dedicarsi alle loro affascinanti ricerche. Questa valutazione deriva da una visione rousseauiana della ricerca scientifica, secondo la quale essa è intrinsecamente buona e il male possibile proviene dalla società.

Robert Merton (Merton 1938; Merton 1973) descrive l'etica degli scienziati come caratterizzata da quattro imperativi interconnessi: universalismo, comunismo (tra scienziati), disinteresse e dubbio sistematico. La loro etica è legata a uno spirito tradizionalmente religioso, tanto da essere definita un'etica puritana.

Ma la società non è una semplice somma di individui; essa comprende anche le istituzioni sociali. Tenendo conto di quest'ultimo punto di vista, Max Weber (1918) distingue due tipi di etica: quella a livello personale, l'etica della convinzione, che è l'etica che ogni uomo riceve dalle sue convinzioni personali, e l'etica della responsabilità, un'etica i cui primi obblighi sono quelli prescritti dall'istituzione sociale a cui si appartiene (se considerata in senso negativo, questa etica è chiamata etica machiavellica).1

Entrambi gli autori considerano la ricerca scientifica un'impresa eticamente positiva, perché rappresenta in termini razionali il progresso dell'umanità. Inoltre, Weber descrive la modernità come un processo di razionalizzazione secolare, promosso principalmente dal progresso scientifico; quindi, l'etica del ruolo professionale di uno scienziato è la più positiva possibile, poiché promuove direttamente la razionalità all'interno della vita sociale. Di fatto, la maggior parte degli scienziati antepone la propria razionalità alla propria etica.

Tuttavia, una valutazione della scienza deve innanzitutto separare la scienza pura dalla scienza applicata. La scienza pura, essendo il risultato diretto della ragione umana, dà solo beni, a parte alcuni suoi risultati, ottenuti con metodi inappropriati o maliziosi; il compito di evitarli è un onere che non spetta agli scienziati, ma ai governi.

Nel XX secolo diverse e potenti istituzioni hanno interagito con gli scienziati. Ad esempio, già l'evento della prima guerra mondiale ha spinto alcuni scienziati a intervenire pubblicamente secondo la loro etica di responsabilità nei confronti dei propri Stati.2 Nella seconda guerra mondiale gli scienziati, su richiesta dello Stato, hanno accettato di lavorare in una gigantesca impresa militare a favore dei nazisti (in Germania e Giappone) e contro di essi (al di fuori della Germania). Sono entrati improvvisamente in un'impresa patriottica abbracciando le motivazioni dello Stato in guerra. Negli Stati Uniti il Progetto Manhattan 1939-1947 (Jungk 1958; Rhodes 1986) mirava a costruire la prima arma nucleare con un budget di 2 miliardi di dollari. L'obiettivo politico dell'impresa era quello di creare una politica internazionale di deterrenza attraverso la costruzione di un'arma che avesse una capacità distruttiva senza precedenti, in grado di annientare una grande popolazione. La razionalità degli scienziati li portò a sperare in una politica governativa razionale, durante e dopo la guerra. Il progetto riunì 130.000 lavoratori, tra cui migliaia di scienziati, anche i più eminenti al mondo (ad esempio Fermi, Oppenheimer, Bohr, Szilard, ecc.). Questi fisici accettarono di lavorare collettivamente in un'impresa diretta dai militari; accettarono inoltre il segreto militare e una vita segreta.
Il Progetto Manhattan ha cambiato bruscamente la storia degli scienziati, della ricerca scientifica e dell'umanità. Come sono cambiate le caratteristiche dell'etica degli scienziati? Come è cambiata la separazione tra scienza pura e scienza applicata?
In seguito, inaspettatamente, gli scienziati hanno dovuto affrontare nuovi problemi etici. Dopo che questo progetto si è rivelato un successo (test di Alamagordo, 16 luglio 1945), una controversia sull'uso di armi terrificanti ha diviso il gruppo di scienziati del Progetto Manhattan. Si doveva distruggere un'intera città con un'arma nucleare o no? Questo atto è sicuramente vietato sia dall'etica di convinzione degli scienziati che dal diritto di guerra; è tuttavia consentito dall'etica della responsabilità degli scienziati rispetto alla ricerca scientifica o all'etica della difesa degli Stati democratici contro i nazisti?
Pochi anni dopo iniziò una corsa agli armamenti nucleari. Essa coinvolse un numero sempre maggiore di scienziati in lavori professionali nei laboratori militari. Riguardo all'etica della responsabilità, la decisione di sostenere questa corsa agli armamenti era una decisione corretta o no? Dopo il Progetto Manhattan, la ricerca scientifica, come "una gallina dalle uova d'oro", continuò a ricevere dai governi ingenti finanziamenti, diventando così un'impresa colossale. In che misura una tale crescita quantitativa della scienza ha danneggiato la sua crescita qualitativa? Gli scienziati istituzionalizzati sono rimasti capaci di giudizi indipendenti? La scienza era ancora la forza motrice neutrale del progresso dell'umanità, o no? Gli scienziati erano ancora un gruppo sociale razionale e disinteressato che vegliava sul benessere dell'umanità, o il potere politico aveva subordinato il processo di razionalizzazione della vita sociale da parte degli scienziati a interessi particolari? Inoltre, dopo il Progetto Manhattan, ad altri scienziati è stato chiesto di diventare consulenti dei governi in materia di corsa agli armamenti, ovvero di suggerire i migliori miglioramenti tecnologici per un arsenale nucleare sempre più potente. Hanno promosso la pace internazionale o hanno piuttosto accettato di diventare servitori tecnici di una particolare potenza militare?3

3. Come gli eventi nucleari hanno cambiato l'etica dei fisici

Consideriamo ora l'etica professionale dello scienziato, ovvero l'etica del ruolo che egli svolge all'interno della sua istituzione e più in generale nella società. Per rispondere agli eventi eccezionali del periodo bellico, molti scienziati, in nome della loro etica della responsabilità, hanno aderito al Progetto Manhattan. Ma in questo modo hanno cancellato la distinzione tra scienza pura e scienza applicata. Inoltre, hanno accettato di essere organizzati collettivamente come in una fabbrica; è stata la nascita della "grande scienza", dove il lavoro di uno scienziato non era più simile a quello di un artigiano, ma a una particolare ruota di un grande meccanismo fortemente legato allo Stato (De Solla Price 1963).

Inoltre, inventando e costruendo tali armi, hanno negato le caratteristiche fondamentali dell'etica mertoniana dello scienziato, poiché hanno rinunciato a i) l'universalità della scienza - hanno abbracciato la particolare politica internazionale (la deterrenza nucleare) dei loro governi; ii) l'atteggiamento comunitarista - hanno accettato una vita segreta che li separava sia dalla società civile che dagli altri scienziati nel mondo; infatti, in ogni paese il gruppo di scienziati si è lanciato in una cinica competizione con i gruppi di scienziati di altri paesi; iii) il disinteresse - gli scienziati hanno dedicato tutti i loro sforzi al raggiungimento di un obiettivo militare di un governo che li finanziava massicciamente; iv) il dubbio sistematico - non avevano alcun dubbio sulle questioni politiche della loro impresa; anche quegli scienziati che avvertivano il pubblico del pericolo nucleare volevano comunicare verità assolute. Pertanto, il modello etico di Merton dello scienziato individuale non era più adeguato a rappresentare l'etica degli scienziati del secondo dopoguerra (Vadacchino 2002).

Inoltre, la nascita della grande scienza ha trasformato la loro etica della responsabilità da quella di un piccolo gruppo o di un laboratorio a quella di un'impresa sociale; ora dovevano rispondere a grandi istituzioni sociali (vedi ad esempio Weisskopf 1983). L'etica della responsabilità di uno scienziato che perseguiva questa impresa tendeva a mettere a tacere l'etica dei principi.

Weber aveva previsto anche un possibile risultato negativo del processo di razionalizzazione nella società: l'uomo poteva essere rinchiuso in una "gabbia di ferro" (1930, p. 181). La costruzione di armi nucleari ha portato l'umanità al risultato peggiore. Dopo la sperimentazione delle armi nucleari sulle città giapponesi, era evidente a tutti che la distruzione dell'umanità era possibile. Questa possibile distruzione ha rappresentato per la prima volta un'assurdità dell'etica della responsabilità di uno scienziato. Era manifestamente assurdo che questo tipo di etica potesse ammettere una distruzione che coinvolgesse anche l'istituzione sociale (la ricerca scientifica) che prescrive questo tipo di responsabilità. Inoltre, era assurdo che il processo di razionalizzazione durato molti secoli potesse ammettere, attraverso la fine dell'umanità, la fine del processo di razionalizzazione stesso. Ogni essere umano dotato di ragione deve ammettere queste assurdità.4 Queste due assurdità hanno suggerito ancora una volta in modo sorprendente l'etica della convinzione, il cui principio fondamentale - non uccidere mai - è apparso ancora una volta saggio nel consigliare che le conseguenze a lungo termine dell'uccisione possono essere imprevedibili.

4. L'acquiescenza collettiva di gran parte dei fisici alla nuova situazione etica

Durante il Progetto Manhattan l'unico problema di alcuni scienziati era di natura individuale: liberarsi dal segreto militare. Consideriamo la risposta di Edward Teller all'appello di Leo Szilàrd (Petizione Szilàrd 1945) contro la pianificazione di un bombardamento nucleare sulle città giapponesi:
Questa è l'unica causa per la quale mi sento in diritto di fare qualcosa: la necessità di sollevare il segreto [militare] almeno per quanto riguarda le questioni generali del nostro lavoro. A mio avviso, ciò avverrà non appena la situazione militare lo consentirà. (Teller 1945)
In altri termini, il primo e unico obiettivo di Teller era quello di riconquistare l'universalità della sua ricerca scientifica; egli si sentiva responsabile solo della libera ricerca scientifica.
Dopo il Progetto Manhattan, il reclutamento di scienziati per il lavoro militare è cresciuto notevolmente senza ostacoli (ad eccezione degli anni intorno al 1968).5 L'opinione comune dei fisici riguardo agli scienziati che lavorano nei laboratori militari è stata espressa pubblicamente dal segretario italiano dell'USPID (Unione Scientifica Italiana per il Disarmo):
Chi è coinvolto nei processi di progettazione, costruzione e modernizzazione delle armi a difesa del proprio Paese non è necessariamente un guerrafondaio. Infatti, o si riesce a invertire l'intero meccanismo, oppure non è concepibile che, fintanto che la sicurezza [nazionale] è legata al potere militare, sia possibile fermare questo volano della modernizzazione e dell'arricchimento degli arsenali nucleari (Lenci 2003).

 

 

NOTE:

1 Ricordiamo che la rivoluzione francese fu promossa e sostenuta da un gran numero di scienziati dell'epoca. Secondo il sociologo Ben-David (1971), la subordinazione degli scienziati al potere politico è iniziata dopo il fallimento di questa rivoluzione. Fu la borghesia emergente a introdurre il curriculum formale nelle università come unico percorso corretto per accedere al mondo della scienza, ovvero la carriera universitaria come unico percorso per essere riconosciuti come scienziati da una "comunità di pari scienziati", le società scientifiche (la prima delle quali fu la British Association for the Advancement of Science, fondata nel 1830) e il controllo della ricerca universitaria attraverso i suoi finanziamenti.

2 Si veda l'aberrante manifesto dei 93 scienziati a sostegno della proposta di guerra della Germania (Manifesto dei Novantatre, 1914).

3 Queste questioni sono già state presentate in (Drago, Salio 1983) e (Drago 1985). Naturalmente, i problemi di cui sopra si applicano solo agli scienziati occidentali, poiché gli scienziati dell'URSS erano costretti a partecipare a una politica generale che pretendeva di compiere un salto storico verso una nuova era per l'intera umanità, ottenuta grazie al progresso scientifico dell'URSS. Pertanto, in questi scienziati l'etica della responsabilità rispetto alla loro ricerca scientifica era identificata con l'etica della responsabilità rispetto alla politica del governo. Solo il fisico Kapitza si oppose alla costruzione di armi nucleari da parte dell'URSS. (Jungk 1958, cap. XV, sez. IV).

4 Qualche anno dopo Jonas (1978) teorizzò una nuova etica basata sull'imperativo di evitare questa assurdità. (Drago 2010) presentò un'etica più generale.

5 Successivamente, nel 1983, un'analisi accurata di tutti i contratti militari negli Stati Uniti ha dato come risultato che il 48±4% di tutti i fisici lavorava nella ricerca militare (Woollett 1983).

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Alfven H (1981) "Human IQ versus Nuclear IQ", Bull. Atomic Scientists, gennaio, pp. 4-5.

Ben-David J. (1971), The Scientists' Role in Society, Englewood Cliffs, NJ, Prentice-Hall.

Calogero F. (1983), "Scienziati e armi nucleari", Sapere, luglio.

De Solla Price D. (1963), Little Science, Big Science, New York, Columbia U.P.

Drago A. (1985), Scienza e Guerra. La responsabilità degli scienziati, Napoli, CUEN,

Drago A. (1996), "Scienza", in Dizionario di Teologia della Pace, in L. Lorenzetti (ed.), Bologna, EDB, pp. 151-163.

Drago A. (2010), “Un’etica biblica da età matura del mondo”, Riv. Teologia Morale, n. 165, genn.-mar., 71-84.

Drago A., Salio G. (1983), Scienza e Guerra. I fisici contro la guerra nucleare, Torino, EGA.

Einstein A. (1937), New York Times. 1937.

Manifesto Einstein-Russell (1955): https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_Russell-Einstein

Feld B.T: (1982), “The year of appeals”, Bull. Atomic Scientists, dicembre, pp. 6-9.

Frank Report (1945), http://blog.nuclearsecrecy.com/2012/01/11/weekly-document-9-the-uncensored-franck-report-1945-1946/

Ionno Butcher S. (2005), The Origins of the Russell-Einstein Manifesto”, Pugwash History series n. 1, ”

https://pugwashconferences.files.wordpress.com/2014/02/2005_history_origins_of_manifesto3.pdf

Jonas H. (1985) Il principio di responsabilità (orig. 1979), U. Chicago P., Chicago.

Jungk R. (1958), Brighter than a Thousand Suns: A Personal History of the Atomic Scientists, New York, Harcourt Brace.

Lenci F. (2003), “Carlo Bernardini e l'Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID)”, PRISTEM Newsletter, http://matematica-ld.unibocconi.it/interventi/carlobernardini/bernardini2005.htm

Lenci F. (2004), ”Responsabilità della scienza nei confronti della pace e della guerra” http://www.parrocchiadipaterno.it/PDF/Pace%20-%20Lenci.pdf

Dichiarazione di Mainau (1955), https://en.wikipedia.org/wiki/Mainau_Declaration

Manifesto dei Novantatre (1914), ottobre

https://en.wikipedia.org/wiki/Manifesto_of_the_Ninety-Three

Merton R. K. (1938), “Science, Technology and Society in Seventeenth Century England”, Osiris, Vol. 4, pp. 360-632.

Merton R. K. (1973), The Sociology of Science, Chicago., U. Chicago P..

Nickerson S: (2013), “Taking a Stand: Exploring the Role of the Scientists prior to the First Pugwash Conference on Science and World Affairs, 1957”, Scientia Canadensis, 36, 2, pp. 63-87.

Panofsky W.K.H. (1981), “Science, Technology and the Arms Race,” Physics Today, giugno, 32-41.

Rhodes R. (1986) The Making of Atom Bomb, New York, Schuster.

Rotblat J. (1985), "Leaving the Bomb Project" (Abbandonare il progetto della bomba). Bulletin of Atomic Scientists, agosto, pp. 16-19.

Petizione di Szilard (1945), Petizione al Presidente degli Stati Uniti,

http://www.dannen.com/decision/45-07-17.html.

Teller E. (1945), "Letter to Szilard", 4 luglio ,

http://www.atomicarchive.com/Docs/ManhattanProject/SzilardTeller2.shtml

Vadacchino M. (2002), "La morale degli scienziati e la bomba atomica"

http://cisp.unipmn.it/files/pubblicazioni/08-Vadacchino-Morale-e-scienziati.pdf

Ventura T. (2005), “Einstein’s Antigravity”,

http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia/ciencia_antigravity01.htm

Weber M. (orig. 1918), "La scienza come vocazione", in Gerth H.H. e Wright Mills C. (a cura di) (1958), Da Max Weber: Saggi di sociologia, Oxford, Oxford U. P., pp. 129-56.

Weber M. (1930), L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, New York, Routledge.

Weinberg A. S. (1985), "Sanctifying Hiroshima", Bull. Atomic Scientists, 41, ottobre 1985, p. 34.

Weisskopf V.F. (1983), "Los Alamos anniversary: "We meant so well"", Bull. At. Sci., 39, agosto-settembre, pp. 24-26.

Woollett E.L. (1980): "Physics and Modern Warfare: The Awkward Silence", American J. Physics, 48, febbraio, 105-117.


La meccanica quantistica maltrattata da Federico Faggin

Federico Faggin fa sempre notizia, è un clickbaiting garantito, piace ai media.

Piace perché alla figura del fisico inventore (negli anni sessanta del ‘900 sviluppa la prima tecnologia per realizzare circuiti integrati in ossido di metallo, nel 1970 progetta la tecnologia per costruire i primi microprocessori Intel e nel 1974, fondata la propria azienda, la Zylog, progetta, realizza e commercializza lo Z80, il microprocessore programmabile in Assembler più semplice ed efficace per i sistemi di piccole dimensioni, come i primi home computer Commodore e i videogiochi e, nell’industria, le macchine di controllo della produzione) si affianca il visionario spiritualista, che parla di intelligenza – naturale o artificiale – di anima, di esperienze extracorporee, di quantistica, che fa sognare altre dimensioni.

Il cavallo di battaglia di Faggin è la fisica quantistica, una delle parti della fisica del ‘900 più misteriosa e intrigante, che attira i visionari più della relatività di Einstein.

Per avere un’idea del modello ontologico – poggiato sulle fin troppo ampie spalle della meccanica quantistica - proposto da Faggin si può leggere questa parte di una sua intervista rilasciata Candida Morvillo (Corriere della Sera, 25/08/2025):

«La fisica quantistica si può spiegare partendo dall’esistenza della coscienza e del libero arbitrio. Noi, quando spieghiamo ciò che proviamo, usiamo parole, gesti, ma non ci è possibile trasferire tutto. Allo stesso modo, lo stato quantistico di un campo è privato ed è conoscibile solo in parte. Quindi, noi siamo un campo quantistico e la coscienza è un fenomeno quantistico perché ha tutte le caratteristiche dello stato puro quantistico: è ben definito, è privato e conoscibile solo dal sistema che è in quello stato. Ciò riflette esattamente la fenomenologia della nostra esperienza interiore. E affermare che noi siamo un campo quantistico ci consente di capire un’altra cosa per la quale i fisici non hanno trovato una ragione: il collasso della funzione d’onda».

«La Fisica quantistica ci può dare le probabilità di ciò che potrà manifestarsi, ma non ci dirà mai cosa si manifesterà. L’esito finale, per i fisici, è casuale e non si sa perché. Invece, con questa teoria, l’impossibilità di previsione si spiega dicendo che un campo quantistico, essendo cosciente, è dotato di libero arbitrio».

Con la teoria dei quanti, Faggin spiega la coscienza come fenomeno quantistico; a ritroso, sostiene che la meccanica quantistica si spieghi proprio «partendo dalla coscienza e dal libero arbitrio», per la gioia dell’intervistatore di turno.

Posto che la relazione tra quantistica e libero arbitrio è un tema epistemologico rilevante, quasi di frontiera, a cui sono dedicati numerosi studi (ne abbiamo già parlato qui, e qui), Faggin – con le sue affermazioni si colloca tra coloro che fanno uso improprio della quantistica, usando linguaggio e immagini della teoria fisica per creare analogie con le sue convinzioni personali. Purtroppo, senza uscire dal campo delle credenze, pur essendo convinto di dimostrarle.

Proviamo a fare qualche esempio. 

Quando dice che «La fisica quantistica si può spiegare partendo dall’esistenza della coscienza e del libero arbitrio» esprime evidentemente una credenza, non certo una affermazione sostenuta da una argomentazione scientifica solida. La fisica quantistica non si spiega, è e basta. Spiegarla partendo da un fenomeno non spiegato come la coscienza è come dire che Dio esiste perché sbadiglia.

«Affermare che noi siamo un campo quantistico ci consente di capire un’altra cosa per la quale i fisici non hanno trovato una ragione: il collasso della funzione d’onda» è una frase di grande fascino per la sua altisonanza ma possiamo dire senza timore che è priva di senso logico: sostenere che noi - come fenomeno macroscopico, oggetti nell'endocosmo - siamo un campo quantistico non ha senso fisico, è già una proposizione vuota, perché, nel migliore dei casi, un corpo macroscopico contiene una miriade innumerabile di campi quantistici ma – nello stesso tempo – non può essere descritto come un campo quantistico poiché questa descrizione trascura la presenza di materia e di tutte le altre dimensioni di campo – da quello elettrico a quello magnetico. 

Dire – poi - che «questo spiega il collasso della funzione d'onda» è come dire che la panna monta quando la sbatti perché in autunno cadono le foglie.

Un altro elemento interessante delle analogie visionarie di FF è la dimensione privata della coscienza e la sua analogia con il campo quantistico: "Allo stesso modo, lo stato quantistico di un campo è privato ed è conoscibile solo in parte. Quindi, noi siamo un campo quantistico". Indubbiamente, lo stato quantistico di una particella è un fenomeno “privato“ perché, in virtù del principio di indeterminazione e della coesistenza – in condizioni di sovrapposizione - di diversi possibili stati, esso è conoscibile solo in parte. Almeno fino al momento della misura. 

Tuttavia, partire dal principio di indeterminazione e dalla parziale conoscibilità, condizioni che accomunano il campo quantistico e l’interiorità umana, per dire che “noi siamo un campo quantistico” è un salto logico inaccettabile, un falso sillogismo, che non sembra aver colto nulla della lezione di Hume sull’evanescenza del nesso causale. In parole più dirette sarebbe come sostenere – giocando con la frase di Faggin - che le terre di proprietà di Piero, imprenditore boschivo, sono private e conoscibili solo in parte (senza dubbio, sono boschi e monti, che nemmeno lui ha mai percorso del tutto, né potrà farlo per limiti di tempo e di raggiungibilità) quindi noi siamo le terre di Piero.

In conclusione, abbiamo delle ampie riserve sulla sensatezza delle associazioni tra umano e quantistica affermate come certe da Federico Faggin.

Per onestà intellettuale va riconosciuta a Faggin una grande abilità nell’usare il linguaggio della meccanica quantistica – linguaggio serio, tecnico ma oscuro e difficilmente comprensibile a chi non vi è addentro -per generare immagini e analogia con quello che ritiene essere lo spirito umano, ma non si può non deprecare l’utilizzo di questo linguaggio per contrabbandare e legittimare come scientifiche proprie teorie, ontologie e convinzioni che nulla hanno a che fare con la fisica.

Ciò che invece gli va riconosciuto senza riserve è il fascino di quello che dice sulla coscienza come dimensione spirituale, sulla reincarnazione, sull’idea che «siamo corpi eterodiretti da una coscienza che è altrove», sui dubbi riguardo alla mortalità della coscienza, tutti pensieri che aprono una porta sulla possibile esistenza di una dimensione spirituale dell’umano. 

Opinioni che non condividiamo, ma che sono legittime, come la visione materialista. Entrambe credenze.


Depositi Nazionali delle scorie radioattive - Uno, nessuno o centomila?

Il 5 maggio 2025, il Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin dichiara che «Abbiamo ormai scartato l’idea di un centro unico» di stoccaggio delle scorie radioattive «perché è illogico a livello di efficienza» e sostiene che sarebbe meglio costruire più depositi o «andare avanti con i 22 già esistenti». Con questa dichiarazione, il ministro sembra archiviare il progetto del Deposito Unico Nazionale dei rifiuti radioattivi studiato da Sogin – la società statale responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi – nei passati 20 anni.

DI CHE RIFIUTI RADIOATTIVI SI PARLA?

È il caso di adottare una rappresentazione quantitativa molto schematica per avere un’idea chiara del fenomeno in Italia, cercando anche di semplificare al massimo[1]:

I rifiuti, o scorie, radioattivi sono generati nel corso di:

  • numerose attività mediche diagnostiche – come, ad esempio, le radiografie, le scintigrafie, le PET - e di cura di patologie tumorali, tiroidee, del fegato;
  • alcune attività industriali volte a verificare le condizioni strutturali e di sicurezza di  impianti e costruzioni, a effettuare sterilizzazione biologica di strumenti medici, sementi agricole e anche di alimenti
  • la generazione di energia con impianti nucleari

La produzione di scorie, in Italia, è di questi ordini di grandezza:

  • i produttori, ospedalieri e industriali, sono poco più di 800
  • la produzione è nell’ordine di 300 metri cubi[2] all’anno
  • le fonti sono principalmente di tipo medico, diagnostico e di cura
  • i nuovi rifiuti prodotti sono tutti a bassa o bassissima intensità di radiazione e, quindi, di ridottissima pericolosità

Le quantità di scorie già immagazzinate – secondo l’Inventario ISIN a dicembre 2023 – sono poco più di 32.000 metri cubi[3], tutti di origine medicale e industriale, di cui:

  • 622 m3 a vita media molto breve, che diventano non pericolosi molto rapidamente e poi possono essere smaltiti come rifiuti convenzionali
  • 500 m3 a bassissima e bassa intensità radioattiva
  • 500 m3 a intensità radioattiva intermedia

Queste scorie sono immagazzinate in 22 depositi temporanei, distribuiti in modo ineguale sul territorio nazionale, che garantiscono sicurezza e isolamento dall’esterno, almeno per un altro decennio.

I siti temporanei esistenti in Italia non contengono nessun rifiuto ad elevata radioattività e da impianti di produzione di energia nucleare; quelli prodotti nelle 4 centrali, in funzione fino al 1987, sono custoditi in depositi ad elevata sicurezza in Francia e in Inghilterra, con un servizio di stoccaggio che costa al Governo italiano più di 50 milioni all’anno[4]. Questi rifiuti dovrebbero rientrare in Italia entro il 2025, ma la condizione per farlo è la presenza di una struttura di stoccaggio adeguata, quella oggetto del progetto Deposito Nazionale, appunto.

IL DEPOSITO NAZIONALE

Il Deposito Unico Nazionale è un progetto sviluppato da Sogin dal 2010, che prevede la realizzazione di una struttura di superficie – una specie di collina di una decina di ettari con al suo interno gli edifici magazzino - di smaltimento definitivo di tutti i rifiuti radioattivi a bassissima, bassa e media attività e di stoccaggio temporaneo dei rifiuti ad alta intensità attualmente custoditi in Francia e Inghilterra.

La parte di struttura destinata allo smaltimento definitivo garantisce sicurezza per 300 anni; quella per i rifiuti ad elevata intensità sarà sicuro per 40 anni, durante i quali è necessario costruire un ulteriore deposito geologico ad elevatissima sicurezza che ne garantisca lo stoccaggio per centinaia di migliaia di anni. Sopra e intorno al deposito vero e proprio si sviluppa un Parco Tecnologico con centri di ricerca e di formazione nazionali e internazionali.

È immediato farsi alcune domande su questo progetto, sulla sua necessità e sull’unicità del sito e sui relativi costi.

Perché è necessario? La realizzazione di questo deposito centralizzato è dettata dalla normativa di sicurezza italiana e europea sulla gestione delle scorie radioattive e dalla inadeguatezza degli attuali depositi temporanei per un periodo superiore a un’altra decina di anni. Si tratta di una questione ineludibile di sicurezza sanitaria pubblica, quindi, e di una questione economica che fa capo ai 50 milioni all’anno pagati a Francia e Inghilterra, con una prospettiva temporale sostanzialmente indefinita.

Quanto costa? L’investimento stimato per la realizzazione è di circa 1,5 miliardi di euro, un decimo della stima per il ponte sullo Stretto di Messina, per un volume di circa 85.000 m3 di rifiuti.

Perché farne uno solo? Secondo Sogin e secondo la legge costitutiva del 2010, data la complessità del progetto e il costo di realizzazione di ogni impianto, la realizzazione di più di un deposito costituirebbe una inefficienza finanziaria importante; inoltre, il costo della gestione corrente di più siti è sostanzialmente quello di un sito unico moltiplicato per il numero di siti.

DOVE? CARTA DELLE AREE IDONEE E CONSULTAZIONE PUBBLICA

Parallelamente al progetto di realizzazione del Deposito è nato quello relativo alla sua collocazione sul territorio nazionale. Il processo di identificazione della località dove costruirlo è molto articolato e non prevede che la decisione sia “calata dall’alto” sulle teste di istituzioni locali e cittadini, ma che sia discussa e condivisa in modo trasparente.

È opportuno vedere quale sia il processo che è stato definito da Sogin e approvato dal Parlamento:

  • il primo passo è la definizione dei criteri di esclusione per la sicurezza del sito[5]; tra questi ci sono la l’attività vulcanica e sismica, la presenza di faglie, i rischi idrogeologici, i fenomeni carsici, la prossimità a centri abitati, alle coste, a falde affioranti, a autostrade, linee ferroviarie,aree protette;
  • il secondo passo è la redazione della CNAPI – Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, ossia di tutti i luoghi che non vengono esclusi dai criteri di rischio; ne sono state identificate 67;
  • il terzo passo è quello della Consultazione Pubblica[6], che prevede la discussione trasparente, pubblica, con i portatori di interesse – gli stakeholder – ossia «tutti i soggetti interessati alla realizzazione e all'esercizio del deposito, inclusi i comuni in cui potrebbero essere localizzati, le regioni coinvolte, le associazioni ambientaliste e i cittadini residenti nelle aree interessate» che possono sollevare osservazioni e obiezioni ed inserire ulteriori criteri di esclusione; a questa discussione segue la definizione della Carta delle Aree Idonee - CNAI, cioè le 51 aree non escluse a seguito della Consultazione Pubblica.
  • la CNAI deve, poi, essere approvata dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, con una Valutazione Ambientale Strategica
  • una volta compiuta la VAS, è previsto di raccogliere le candidature «volontarie e non vincolanti» di Regioni e di Enti locali ad ospitare il Deposito; in caso di più manifestazioni di interesse viene stilata una graduatoria di idoneità e il MASE cerca un’intesa per definire l’accordo di collocazione. Ove non fosse raggiunta un’intesa è previsto che si avvii un processo interistituzionale che definisce per decreto il sito di realizzazione.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA

UNO: il processo di localizzazione delineato da Sogin, al cui nucleo c’è la Consultazione Pubblica, prevista per garantire gli spazi di discussione, l’espressione delle obiezioni e delle osservazioni da parte di tutti - davvero tutti, a partire dagli enti locali fino ai singoli cittadini – ha il fine di trovare una sola area in cui costruire il Deposito.

NESSUNO: il processo, però, dopo quasi un anno di lavori – dal 5 gennaio al 15 dicembre 2021 – non ha avuto successo: nessun Ente locale, fatto salvo per il Comune di Trino Vercellese che però non fa parte delle Aree Idonee, ha manifestato interesse ad ospitare il deposito;

CENTOMILA: dopo alcuni mesi, il Ministro dell’Ambiente ha dichiarato che il progetto di collocazione unica è stato mandato in pensione e che l’opzione da percorrere è – sostanzialmente - quella della distribuzione dei rifiuti negli attuali depositi temporanei, ovviamente con opportune opere di adeguamento ai criteri di sicurezza a lungo termine.

TRE CONTROVERSIE

Si delineano – in questa storia - tre controversie in cui gli attori sono: la popolazione (rappresentata perlopiù dagli enti locali), le tecnoscienze, il cui rappresentante principale è Sogin, con i progettisti del Deposito e – infine – la dimensione politica, rappresentata dal Governo e dal suo Ministro Pichetto Fratin.

Le poste in gioco più significative sono quattro: la sicurezza della popolazione e dell’ambiente, ossia il rischio di emissioni e contaminazioni radioattive, l’efficienza economica e finanziaria nel processo di realizzazione e gestione del deposito, la necessità di prendere una decisione e, ultima, inattesa posta, l’opportunità economica e di sviluppo legata alla realizzazione del deposito, o dei depositi.

La prima controversia è tra le tecnoscienze e la popolazione, e si gioca nel corso della Consultazione popolare sulla diversa percezione di sicurezza: le tecnoscienze fanno leva sulla validità della progettazione, sulle evidenze disciplinari, sulle valutazioni di minimo rischio e sulla necessità di fare l’opera in tempi utili. E, nel corso della discussione, non cedono di un passo; la popolazione percepisce diversamente il rischio, ha paura, non considera la dimensione quasi esclusiva dei rifiuti a bassa intensità di origine medicale, associa nucleare alle centrali messe al bando con i referendum del 1987 e del 2011. E si arrocca in una posizione NIMBY, Not In My Back Yard.

La seconda controversia è tra le tecnoscienze e la dimensione politica: ancora una volta Sogin e i progettisti insistono sulle ragioni pratiche ed economiche dell’unicità del sito. La politica, il governo, invece, vede lo stallo - che si è creato per la mancanza di candidati - come un problema oggettivo da risolvere e aggiunge alla propria assiologia la possibilità di estendere l’opportunità economica, quella della creazione di posti di lavoro e di indotto produttivo, che si moltiplicano con l’opzione di più siti. Il tema dell’efficienza degli investimenti perde rilevanza rispetto al valore dello sviluppo economico.

Complice di queste controversie è il fattore tempo che sembra essere molto dilatato, nell’ordine della decina di anni per mettere in sicurezza i siti attuali o per realizzare quello unico, di 40 anni per il deposito geologico, comunque di anni prima di far ritornare da Francia e da UK le scorie più critiche.

L’ultima controversia – implicita e non (ancora) agita - riguarda l’approccio al coinvolgimento degli stakeholder nelle decisioni tecno-scientifiche in cui è coinvolta una significativa dimensione sociale: il modello di Consultazione pubblica impostato da Sogin nel 2010 risponde a criteri di democratizzazione delle tecnoscienze e di inclusione di attori civici e popolari, non esperti, nella discussione e nel processo di decisione.

Questo processo e metodo, esteso ad un intero territorio nazionale, ha mostrato la corda e ha evidentemente mancato l’obiettivo, malgrado la mediazione di una esperta in processi partecipativi[7]; è possibile che abbia anche mostrato chiaramente i limiti delle teorie sociologiche di scienza partecipata, soprattutto di fronte alla dimensione non locale della questione.

Tuttavia, sarebbe il caso di esaminare in modo più approfondito il modo in cui è stata progettata e condotta la consultazione, con i relativi tempi e modalità di discussione, per comprendere meglio come NON è il caso di fare scienza partecipata e democratica e come si sarebbe potuto lavorare sulle aree di sovrapposizione delle rispettive posizioni valoriali.

 

 

NOTE

[1] Per approfondimenti si consiglia di consultare il sito del Deposito Nazionale, l’Inventario ISIN del 2024 e la relazione del Senato della Repubblica, XVII Legislatura, Doc. XXIII, N. 40; “Il governo non vuole più costruire un unico deposito di scorie nucleari”, Il Post, 6 maggio 2025 – che ha stimolato questa riflessione

[2] pari a un cubo di circa 7 metri di lato

[3] Per avere un’idea, 30.000 m3 occupano un’area pari a un campo da calcio con uno spessore di 4 metri

[4] Fino a pochi anni fa questo costo era sostenuto dagli utilizzatori privati e non di energia elettrica, come “oneri di sistema”

[5] Cfr. Ispra, Guida tecnica N. 29

[6] La Consultazione pubblica, realizzata tra gennaio e dicembre 2021, ha incluso il Seminario Nazionale sulla CNAPI, svoltosi tra settembre e la fine di novembre dello stesso anno, con 10 sessioni pubbliche tra plenarie e regionali, di 1-2 giornate ciascuna. Tutti i documenti e gli streaming sono reperibili qui.

[7] Si tratta di Iolanda Romano, Architetta e Dottoressa di ricerca in Pianificazione Territoriale


Recensione di "Eppure non doveva affondare - Quando la scienza ha fatto male i conti"

Il saggio Eppure non doveva affondare - Quando la scienza ha fatto male i conti (Bellucci D., Bollati Boringhieri, 2024) offre una riflessione approfondita sugli errori scientifici, mettendo in evidenza come questi non siano da considerarsi come semplici fallimenti ma opportunità, fondamentali per il progresso della conoscenza. Attraverso una serie di casi emblematici, l’autore mostra l’importanza di un’analisi critica e della capacità di apprendere dagli errori per migliorare le tecnologie e il metodo scientifico.

Uno degli ambiti in cui gli errori hanno avuto conseguenze drammatiche è l’ingegneria. Bellucci analizza alcuni fallimenti progettuali clamorosi, come quello degli aerei con finestrini quadrati. Questo design, apparentemente banale, si rivelò fatale: la forma degli angoli causava una concentrazione eccessiva delle sollecitazioni meccaniche, portando alla rottura della fusoliera in volo. Un altro caso emblematico riguarda le navi che si spezzano in due a causa di calcoli errati sulla distribuzione del peso e delle forze strutturali. Questi esempi mostrano quanto sia essenziale un’analisi accurata nella progettazione, perché anche il minimo errore può trasformarsi in una catastrofe.

Il libro si sofferma poi sugli errori nel campo dell’hardware e dell’informatica, mostrando come difetti nei microchip possano compromettere operazioni matematiche fondamentali. Un singolo errore nella progettazione di un processore può avere ripercussioni enormi, rendendo necessarie operazioni costose di aggiornamento o sostituzione. Anche nel software gli sbagli possono avere conseguenze impreviste e pericolose: sistemi che perdono la cognizione del tempo possono causare problemi gravi, soprattutto in ambiti critici come il settore bancario o le telecomunicazioni. A volte, persino un dettaglio apparentemente insignificante—come un cavo allentato—può mandare in fumo esperimenti scientifici di grande importanza.

Un altro ambito in cui gli errori possono avere conseguenze drammatiche è la medicina. L’autore analizza i problemi legati alla ricerca farmaceutica e alla produzione di medicinali, evidenziando come piccole variazioni nella formulazione o nella fase di sperimentazione possano rendere un farmaco inefficace o addirittura pericoloso. Inoltre, Bellucci mette in luce le criticità legate ai trial clinici, spiegando come un’interpretazione errata dei dati possa compromettere l’affidabilità delle cure e generare rischi per i pazienti.

L’intelligenza artificiale è un altro settore in cui gli errori assumono un ruolo centrale. Bellucci evidenzia i pericoli legati ai modelli predittivi, che possono produrre risultati distorti o discriminatori se vengono addestrati su dati errati. Un ulteriore problema riguarda la trasparenza: la cosiddetta “scatola nera” delle reti neurali rende difficile comprendere i meccanismi decisionali degli algoritmi, complicando l’individuazione e la correzione degli errori. Questo solleva questioni cruciali non solo dal punto di vista tecnico, ma anche etico.

Ma come si possono prevenire questi errori? Il libro dedica una sezione alle strategie utilizzate dalla scienza per ridurre i rischi e migliorare l’affidabilità delle scoperte. Tra queste, l’autore cita la peer-review nella ricerca accademica, il debugging nel software, i trial clinici randomizzati in medicina e l’uso della ridondanza strutturale in ingegneria, ovvero l’inserimento di margini di sicurezza nei progetti per evitare cedimenti improvvisi. Questi metodi mostrano che, pur non potendo eliminare completamente gli errori, è possibile limitarne gli effetti attraverso un’attenta verifica e un approccio sistematico.

Infine, Bellucci sottolinea come la scienza sia un processo collettivo: gli errori sono inevitabili, ma è proprio grazie al metodo scientifico che possono essere individuati, corretti e trasformati in nuove conoscenze. Il progresso non è mai il risultato del lavoro di un singolo, ma della condivisione e della verifica incrociata tra esperti. In definitiva, Eppure non doveva affondare offre una panoramica affascinante su come anche i più clamorosi fallimenti possano diventare strumenti preziosi per migliorare la nostra comprensione del mondo e affinare le nostre tecnologie.

 

 

DEVIS BELLUCCI

Devis Bellucci, nato nel 1977, è un fisico, scrittore e divulgatore scientifico italiano. Ha conseguito la laurea in Fisica nel 2002 e il dottorato nel 2006 presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, dove attualmente ricopre il ruolo di ricercatore in Scienza e Tecnologia dei Materiali. La sua attività di ricerca si concentra principalmente sui biomateriali per applicazioni in ortopedia, odontoiatria e medicina rigenerativa.

Oltre alla carriera accademica, Bellucci è autore di numerosi romanzi e saggi. Tra le sue opere narrative si annoverano "La memoria al di là del mare" (2007), "L'inverno dell'alveare" (2010), "La ruggine" (2011), "La sete dei pesci" (2013) e "La cura" (2017). Nel campo della divulgazione scientifica, ha pubblicato "Materiali per la vita. Le incredibili storie dei biomateriali che riparano il nostro corpo" (2020) e "Eppure non doveva affondare" (2024), in cui esplora gli errori nella scienza e le loro conseguenze.

Come divulgatore, Bellucci ha collaborato con diverse testate, scrivendo di scienza, viaggi e cultura. È attivo anche sui social media, attraverso i quali condivide contenuti legati alla scienza e alla tecnologia.