Nel 2008 è uscito un libro – una raccolta di interventi del professor Luigi Alfieri – chiamato La stanchezza di Marte (Perugia, Morlacchi Editore).

Soffermiamoci subito a riflettere sul curioso titolo di questa pubblicazione, e chiediamoci: perché Marte, l’antico dio della guerra, è stanco? Perché la guerra, nell’epoca successiva a Hiroshima e Nagasaki, è radicalmente cambiata: «anzitutto, l’orrore indicibile delle due guerre mondiali ha inflitto un colpo durissimo alla seduttività dell’uccidere, imponendo, nella politica e nel diritto internazionali come nell’opinione pubblica, la criminalizzazione della guerra e l’affermazione della pace come valore» (Cit., ed. 2012, p. 179).

È interessante come la guerra abbia cambiato status: una volta che l’abbiamo criminalizzata, abbiamo modificato anche la narrazione su di essa.

En passant, esiste ancora un qualcosa che la ricordi, una sorta di “sentore” che ha raccolto l’eredità della guerra, ma «non è più la stessa cosa e quasi sempre ne rifiuta anche il nome» (Cit., p. 13).

Allora, se non si può più chiamare guerra, come la si indicherà?

Secondo Alfieri, una nuova narrazione passa attraverso alcuni termini precisi: «si tratta di proteggere un alleato da un’ingiusta aggressione. O di difendere un governo legittimo contro insorti o ribelli criminali. O di aiutare una giusta rivoluzione contro un governo tirannico. O di sedare un conflitto portando con le armi pace e speranza. O di proteggere con le armi interventi umanitari. O di esportare la democrazia, ecc» (Cit., p. 182).

In secondo luogo, ciò che ha modificato la costruzione socio-politica della guerra, fiaccando dunque il dio Marte, è stato proprio l’avvento della bomba atomica, che rovescia completamente le carte sulla tavola della politica internazionale: com’è infatti possibile, oggi, fare guerra, se «non ci sono sopravvissuti, ma solo morti, [se] non ci sono vincitori, ma solo vinti»? (Cit., p. 180).

Se da una parte l’arma nucleare può rappresentare la sconfitta dell’umanità, dall’altra dobbiamo sottolineare come essa sia il trionfo della deterrenza, la fine della guerra “calda” come l’abbiamo sempre intesa: quando ci si può potenzialmente eliminare a vicenda, alla pari, non conviene combattersi. Dunque, «spingendo la guerra al di là di ogni limite, l’abbiamo resa impossibile» (Cit., p. 173, corsivo dell’autore), abbiamo pertanto varcato un confine che fa dire ad Alfieri che «siamo davvero, oggi, oltre la guerra» (Cit., p. 46, corsivi dell’autore).

Dobbiamo allora pensare che la bomba atomica abbia “ucciso” la guerra e abbia portato l’umanità a una pace permanente, per quanto anomala?

Sempre secondo Alfieri, la guerra continuiamo a farla, ne abbiamo cambiato però le modalità e al giorno d’oggi la conduciamo, per esempio, «con strumenti economici, commerciali, valutari, persino sportivi (le Olimpiadi sono guerre mondiali simboliche). Con la stessa corsa agli armamenti, che produce vincitori e vinti senza che gli armamenti debbano essere usati […]. Con la propaganda. Con i servizi segreti e vari tipi di operazioni occulte […]. Con l’interposizione di Stati minori […]. Con l’interposizione di movimenti rivoluzionari o controrivoluzionari, e rispettive guerriglie» (Cit., pp. 181-182).

Come possiamo allora parlare di pace e – logicamente – di guerra, nell’era atomica? Nelle epoche passate la guerra prevedeva vinti e vincitori, morti e superstiti, la vinceva chi sopravviveva, chi restava in piedi per ultimo; la Morte, grande arbitra, decretava chi aveva diritto a chiamarsi vincitore e chi invece sarebbe entrato nel novero degli sconfitti, con le conseguenze politiche, storiche, sociali o economiche che ne derivavano. Adesso siamo in un’epoca totalmente diversa, che rappresenta un unicum storico, in quanto «siamo arrivati, […], a far coincidere la guerra e la sconfitta» (Cit., p. 173, corsivo dell’autore).

Sono parole che risuonano di un’eco sinistra; è inoltre preoccupante che siamo talmente abituati all’idea che possiamo (potenzialmente) distruggere il mondo, che «riusciamo a dirlo senza tremare» (Cit., p. 172), come se il provare emozioni, qualunque esse siano, sia ormai un lusso. Questa indifferenza – lo ripeto – è inquietante, perché impedisce una sana consapevolezza della situazione esistente e frena il dibattito (anche la controversia, se vogliamo).

Infatti, senza discussione, apertura e ascolto reciproco, non può esserci possibilità di progresso, a livello sociale come politico; pertanto, restituiamo alla Morte la sua mansione e togliamoci di dosso questa hybris.

Nulla è assolutamente determinato, siamo infatti noi a creare le situazioni, gli eventi; il concetto di contingenza ci insegna che ogni scenario è sempre aperto, che ogni opzione è sempre possibile. Il catastrofismo fa maggiormente parlare di sé – anche perché si può avvalere di proclami altisonanti quali “la fine del mondo” e simili –, ma non è l’unica possibilità. E non deve esserlo. Mai.

 

 

Autore

  • Matteo Donolato

    Laureando in Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Milano, appassionato di gender studies, di influenze sociali e di Corto Maltese. Insegna, viaggia, fa surf – quello vero – sulle onde oceaniche. Lì trova le ragioni più profonde.