Dark Ecology - Un'ecologia che rinnega la Natura

Sette domande.

  1. Gli animali possono godere dell’arte?
  2. Gli animali possono riflettere su sé stessi? Gli umani possono riflettere su sé stessi? L’autoriflessione rispetto alla sofferenza è importante?
  3. Che cos’è la consapevolezza? È una capacità cognitiva “superiore” (meno frequente) o “inferiore” (più frequente)?
  4. I Neanderthal erano dotati di immaginazione? E noi l’abbiamo? È importante?
  5. L’intelligenza artificiale soffre? I batteri possono soffrire? Quali sono i limiti “inferiori” della sofferenza?
  6. La coscienza è intenzionale?
  7. Il pensare e il percepire sono distinti?[1]

Chi pone queste domande e a chi? Gli studiosi umanisti agli scienziati, scrive Timothy Morton, professore alla Rice University di Houston. Sono riflessioni che emergono lungo la lettura del suo libro Come un’ombra dal futuro (l’espressione è di P. B. Shelley)[2].

Riflessioni che nel confronto tra studiosi andranno rielaborate, i concetti ridefiniti, le parole risignificate, eliminate, rivoltate.

Non basta più fornire «pubbliche relazioni migliori» alla scienza o studiarne le conseguenze. C’è un pensiero nuovo sulla soglia che chiede di interagire attivamente con la scienza. Un pensiero che abbandona il nichilismo diffuso del pensiero umanistico postmoderno e interroga la rigidità austera della scienza che nel laissez-faire dominante del capitalismo si trasforma con troppo piacere in scientismo. C’è una strana distanza, sadica, implicita in un atteggiamento che si dice sperimentale, condiviso da teorie economiche e teorie scientifiche.

Questo pensiero vuole chiederne conto, vuole che insieme si scenda nel fango, “umanisti” e “scienziati”, e si ricominci a fare esperienza del nostro mondo. Possiamo vivere in una società in cui le scienze contemplino la negatività, agire nella possibilità dell’errore e del torto, rispondere della nostra opera nella maglia del mondo in mezzo a esseri che si presentano “estranei strani”.

Come un’ombra dal futuro

Complicato? Sì, perché spero le frasi si presentino nella loro forza di suggestione, anche se estrapolate dal libro di Morton. Pubblicato nel 2010 e portato in Italia dalle edizioni Aboca nove anni dopo, Come un’ombra dal futuro si presenta come un manifesto per un nuovo pensiero ecologico» ancora da pensare.

I ragionamenti sono molti, spesso piacevoli in quanto arricchiti da numerose citazioni poetiche e cinematografiche, oltre che da un eloquio che si contraddistingue per lo slancio rivoluzionario, ai limiti dell’escatologico. Sono tesi forti, a tratti appena accennate, in altre parti pensate a lungo e con onestà. Il linguaggio è coinvolgente, ma non rinuncia alla profondità di pensiero e per questi motivi ho pensato fosse interessante dargli risalto.

È un libro che vuole essere divulgazione rivolta a lettori e lettrici che possano affrontarne le pagine dense di contenuti anche senza una conoscenza specialistica[3]. Si presenta a noi come un confronto serrato tra le tesi che caratterizzano il pensiero queer, basate su un’ontologia influenzata dagli scritti di Lévinas e che si oppone a Heidegger scontrandosi con quel pensiero immobilizzante dei paradigmi da fine della storia.

Complicato anche perché l’ecologia dark è come un film noir, afferma Morton. Non è la soddisfacente vittoria deduttiva del pensiero razionale à la Sherlock. Pensiamo di essere di essere esterni e oggettivi, ma ci ritroviamo irrimediabilmente coinvolti. Non solo. Pensiamo di essere umani e come Deckard di Blade Runner – il richiamo al capolavoro è dell’autore – scopriamo di essere replicanti. Cosa succederebbe? Siamo capaci di pensare il negativo delle concezioni che ci hanno accompagnato alla fine della modernità? Siamo capaci di un pensiero che superi il negativo riconoscendo che esso stesso è opera nostra?

Ecologia oscura

Perché proprio riconoscere la nostra opera è ciò che fa scattare il pensiero ecologico per Morton. Sappiamo ora che abbiamo sempre terraformato la Terra. Grazie alle tecnologie di cui disponiamo oggi possiamo decostruire molti costrutti che inquinano il pensiero. Possiamo fare esperienza dell’appartenenza a un mondo più grande, quasi infinito. Più che olistico dice Morton, perché come una geometria frattale si avviluppa e riproduce in ogni sua parte.

L’arte, per esempio, può essere profondamente ecologica (e già lo è). Non solo, essa può diventare visione anche per le scienze. Grazie allo sviluppo dell’utilizzo di tecniche come l’ingrandimento, lo stop motion, il time-lapse, abbiamo oggi accesso a nuove riproduzioni della realtà. Pensate a quei video prodotti in time-lapse che possono narrare la vita di una pianta lungo due anni di tempo, i quali ci consegnano una pianta vitale, in movimento, estranea alla nostra idea di “pianta”.

Così come è possibile ricreare spazi ambientali che esaltino proprio la loro caratteristica di essere ambiente (Morton pensa alle sale del Centre Pompidou, quelle del piano dedicato al contemporaneo). O ancora, la riproduzione delle forme naturali attraverso le già citate geometrie frattali, che da anni hanno tutta la nostra attenzione. Senza parlare di quello che Morton non poteva vedere nel 2010, che vediamo oggi nelle riproduzioni o “creazioni” affidate all’Intelligenza Artificiale o vissute nella realtà virtuale.

Rinnegare la Natura

Vedere questo ci permette di interrogare nuovamente i costrutti che dominano le nostre visioni economiche, ambientaliste e scientifiche. Non c’è alcun mondo da re-incantare o da ritrovare. Al contrario, c’è per Morton un mondo da demistificare e il suo principale obiettivo polemico è la Natura in questo caso. Il concetto di Natura è per l’autore il principale punto debole dell’ambientalismo “verde brillante” che presta il fianco al capitalismo, anche se non vorrebbe. Non si parla solo della produzione di batterie al litio rispetto all’estrazione di petrolio e alla produzione di CO2 in eccesso nell’atmosfera. Il vero greenwashing è nascondere ciò che è negativo della nostra realtà di viventi. Nascondere i rifiuti, parte dell’ambiente di un vivente, sotto il tappeto. Spiego meglio: l’ambientalismo preserva un paesaggio “naturale” dall’installazione di pale eoliche, l’estetica vince sull’etica, mentre sottoterra scorre l’ultimo oleodotto e stagna il bagno chimico. La Natura è fantasma, inconscio collettivo, costruzione da sogno che fa dimenticare all’umano di essere responsabile del mondo.

L’ecologia proposta da Morton non è nichilista, non è ambientalista, rinnega la Natura.
In tutto questo, lo trovo un pensiero liberatorio e interessante, oltre che sicuramente provocatorio.
È un pensiero che si affaccia e che ha bisogno di essere pensato. Non solo.
Ha bisogno delle scienze perché le vuole coinvolgere attivamente nella demistificazione del mondo.
Le domande che ho riportato in apertura sono le domande che Morton inizia a porre per comprendere il nuovo ruolo dell’umano del mondo.
Ruolo millenario, ma che solo oggi iniziamo a conoscere – sembrerebbe.

Se potessimo dimostrare che la coscienza non è una sorta di sublime premio aggiuntivo per essere fatti in modo così elaborato, bensì un’impostazione predefinita allegata al software, allora i vermi sarebbero coscienti in ogni senso significativo. Un verme potrebbe diventare Buddha, in qualità di verme. Siamo sicuri che i non umani non abbiano un senso dell’”io”? Siamo sicuri che noi lo abbiamo?[4]

 

NOTE

[1] Timothy Morton – Come un’ombra dal futuro. Per un nuovo pensiero ecologico – Aboca edizioni, Sansepolcro (Ar) 2019

[2] Le proposte sono riassunte così come le porto alle pagine 184 e 185 della traduzione italiana del libro.

[3] Gli studi e le ipotesi contenute si basano su precedenti libri di Morton Dark Ecology (2016), Ecology without Nature (2007), che il lettore specialistico o in cerca di analisi più approfondite può recuperare facilmente nelle edizioni in lingua originale.

[4] Timothy Morton – Come un’ombra dal futuro. Per un nuovo pensiero ecologico – Aboca edizioni, Sansepolcro (Ar) 2019


Il mito del tè come seconda merce globale più venduta dopo il petrolio: il potere di un mito commerciale, simbolico e poetico.

Il tè vanta una storia profondamente radicata nella civiltà umana. L’infusione derivata dalle foglie di Camellia sinensis[1], dal  2700 a.C, si è imposta come bevanda globale, risultando oggi la più consumata al mondo, dopo l’acqua[2]

È diffuso anche un altro primato associato al tè: che sia la seconda merce fisica più commercializzata al mondo dopo il petrolio. Un’affermazione tanto ripetuta, quanto priva di fondamento, ma straordinariamente resiliente. Ciò che affascina, tuttavia, non è tanto la sua falsità economica, quanto la sua persistenza simbolica.

Le prime occorrenze note di questa affermazione compaiono in testi divulgativi e articoli nell’ultimo ventennio del Novecento, spesso privi di riferimenti statistici. Si può ipotizzare che il mito sia nato per sovrapposizione semantica: l’industria del tè cercava di enfatizzare la propria centralità simbolica, e qualcuno trasformò un dato qualitativo (il tè è una delle merci più diffuse al mondo) in un superlativo competitivo (la seconda dopo il petrolio), imponendo il linguaggio del primato tipico della comunicazione economica.

In termini puramente commerciali, il mito è facilmente smentibile. Secondo i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’International Trade Centre (ITC), il tè non figura nemmeno tra le prime venti merci degli scambi mondiali. Lo superano ampiamente petrolio, gas, automobili, chip, grano, ferro, rame, caffè. La produzione mondiale di tè ha un valore di circa 20-250 miliardi di dollari[3], cifre che impallidiscono di fronte ai trilioni del mercato energetico o tecnologico.

La questione più interessante è che nessuno sembra voler smentire il mito. Le agenzie del tè, i Paesi produttori, la stampa lo ripetono con una leggerezza che sfiora la connivenza poetica. Il mito, infatti, non si diffonde per errore, ma perché diventa dispositivo culturale. Che funziona perché istituisce una coppia archetipica: tè e petrolio. L’uno è chiaro, profumato, rituale, l’altro scuro, viscoso, esplosivo; l’uno vegetale, l’altro minerale; l’uno simbolo di pausa, l’altro di accelerazione. Uno è energia che organizza il mondo tramite socialità, estetica, disciplina del tempo, accoglienza, pace, l’altro è energia che consuma il mondo. Il petrolio si erge come paradigma della modernità: estrazione, accelerazione, conflitto, distruzione, accumulo, energia materiale; il tè ne diventa il contro-paradigma: lentezza, ritualità, aggregazione, cultura, energia spirituale. Oro verde e greggio: gentilezza civilizzatrice in opposizione alla durezza del mondo industriale. Questa lettura simbolica trova eco nella tradizione orientale del tè come rito di consapevolezza, in cui ogni gesto tende alla perfezione ed è esercizio di presenza. L’Occidente, invece, ha costruito il proprio immaginario energetico sul dominio della materia: trasformare, estrarre, consumare. 

I miti servono a rendere pensabili le contraddizioni che una cultura non riesce a conciliare, sosteneva Claude Lévi-Strauss[4]. Il mito non elimina la contraddizione, ma la media, la maschera o la sposta attraverso una serie di trasformazioni, rendendo così un conflitto inconciliabile più accettabile o comprensibile per la comunità che lo narra. Qui la contraddizione è evidente: l’uomo moderno dipende da combustibili che distruggono il pianeta. Questa contrapposizione viene risolta con un’immagine conciliatrice: l’energia può essere dolce e pulita, salutare, in armonia con la natura e può essere diffusa quasi come l’energia che distrugge e inquina. 

In definitiva, il mito del tè non mente: trasfigura. Ci ricorda che l’economia globale non è solo un insieme di scambi materiali, ma anche un paesaggio di sogni, memorie, desideri e promesse. Il tè, bevanda della calma, diventa simbolo compensativo di un’epoca fondata sull’esaurimento energetico e psichico. È la merce che non è solo merce, ma rito, meditazione, purificazione. Il suo primato immaginario rappresenta la speranza di un’economia meno aggressiva, capace di nutrire senza distruggere. Il sogno di un mondo dove la delicatezza possa prevalere sulla potenza. 

Questo mito è figlio della cultura globale che costruisce narrazioni di equilibrio per compensare le proprie ansie sistemiche. In un’epoca segnata dall’esaurimento delle risorse, dalla competizione energetica e dalla paura del futuro, il tè diventa l’immagine di un’energia gentile dell’attesa, della presenza e della cura, opposta al rumore dei motori.  Il mito trasforma l’economia in racconto morale, con la speranza che il commercio, un giorno, possa profumare di umanità.

 

NOTE:

[1] Camellia sinensis  era consumata già 5000 anni fa in Cina come cibo e farmaco. Le prime civiltà cinesi, risalenti a 4000-5000 anni fa, hanno dimostrato una profonda comprensione delle potenziali proprietà terapeutiche del tè, riconoscendo la sua capacità di affrontare e prevenire vari disturbi umani. Erling Hoh, V. H. M. (2009). The true history of tea. Thames & Hudson.

[2] Grigg, D.The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3

[3] Le cifre molto discordanti riferite al mercato globale del tè (da 18 miliardi USD a oltre 250 miliardi USD) sono dovute a diverse metodologie di calcolo e definizioni di mercato del tè, utilizzate dalle società di ricerca. Alcuni report misurano solo il mercato del tè tradizionale (foglie, bustine), venduto nei negozi. Altri includono anche il tè ready-to-drink (RTD), cioè le bevande a base di tè pronte per il consumo (in lattina, bottiglia). Alcuni includono anche il canale out-of-home (bar, ristoranti, teahouse), che aggiunge molto valore. Esistono anche report che parlano di alta gamma o specialty tea (high-end tea), ovvero prodotti premium (tè pregiati, biologici, rarità) con margini di profitto differenti. Global Tea Auction https://www.globalteaauction.com/global-tea-market/ riporta come Il mercato globale del tè non mostri segni di rallentamento. Gli esperti prevedono che raggiungerà i 102 miliardi di USD entro il 2025 e che continuerà a prosperare con tassi di crescita previsti (CAGR) tra il 6,3% e il 6,6% nei prossimi anni. Secondo Grand View Research, il mercato globale del tè tradizionale (foglie, tè classico) è stato stimato intorno ai 17,4 miliardi di USD nel 2024, con una crescita prevista fino a 24,6 miliardi entro il 2030 (CAGR ~6%) (CAGR ~6%) grandviewresearch.com+2grandviewresearch.com+2.  Un resoconto di Future Market Report stima il mercato del tè tradizionale a 18,5 miliardi di USD nel 2025, con una previsione di crescita fino a 29,5 miliardi entro il 2032. Future Market ReportBusiness Research Insights, invece ha proposto una stima molto più alta: 108,65 miliardi di USD per il 2024, e prevede che il mercato arrivi a 190,85 miliardi di USD entro il 2033. Business Research Insights. Per il settore high-end tea (tè premium / specialty), Cognitive Market Research ha stimato un mercato di 126,84 miliardi di USD nel 2024. Cognitive Market Research. In un rapporto citato da John Keells PLC, si nota che le stime per il 2024 variano molto a seconda della fonte, “da circa 17,42 miliardi fino a circa 80,94 miliardi di USD” a seconda dei metodi usati. In generale, le cifre più basse si riferiscano a segmenti specifici, come il solo tè RTD, o un'analisi ristretta alle sole materie prime. Le cifre attorno a 100 -150 miliardi di USD rappresentano la stima più attendibile e generale per il mercato globale di tè in bustina e sfuso. Le cifre più alte (fino a 250 miliardi di USD) includono segmenti aggiuntivi e in forte crescita, come il tè RTD e anche infusi e tisane non derivati dalla Camellia sinensis, o proiezioni a lungo termine, in cui il mercato del tè è inteso in modo molto ampio (inclusi accessori, teahouse, import/export, investimenti), o addirittura come un macro-settore di bevande a base di tè, che include molte categorie.

In sintesi, la cifra più equilibrata per la dimensione attuale del mercato globale del tè in senso lato (ma senza considerare segmenti troppo specifici) sembra essere vicina ai $100 - $110 miliardi

[4] C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, 1966. In sostanza, per Lévi-Strauss, la funzione primaria del mito è cognitiva e mediatrice, non storica o esplicativa in senso stretto. Il mito funziona come un "discorso enigmatico" che permette di esprimere e mediare opposizioni e contraddizioni che altrimenti sarebbero paradossali e inaccessibili al pensiero razionale ordinario. Il mito risulta essere un dispositivo logico che opera nella mente umana per affrontare e tentare di risolvere le contraddizioni fondamentali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

1. Food and Agriculture Organization (FAO), FAOSTAT Database, 2024; International Trade Centre (ITC), Trade Map, 2024.

2. S. K. Jain, Tea: A Global History, Reaktion Books, 2011.

3. Hicks, A. (2001). Review of global tea production and the impact on industry of the Asian economic situation. In Asian International Tea Conference, Singapore, 5, pp. 227–231.

4. Erling Hoh, V. H. M. The true history of tea. Thames & Hudson, 2009.

5. Pan, S. Y. , Nie, Q. , Tai, H. C. , Song, X. L. , Tong, Y. F. , Zhang, L. J. , Wu, X. W. , Lin, Z. H. , Zhang, Y. Y. , Ye, D. Y. , Zhang, Y. , Wang, X. Y. , Zhu, P. L. , Chu, Z. S. , Yu, Z. L. , & Liang, C. (2022). Tea and tea drinking: China's outstanding contributions to the mankind. Chinese Medicine, 17: 1-40. 27. DOI: 10.1186/s13020-022-00571-1

6. Grigg, D. The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3

 


Gli scienziati e le armi

La guerre (Henri Rousseau)

Vorrei iniziare con alcune voci emblematiche:

«Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire» (Jean-Paul Sartre)

«La vocazione dell'uomo di scienza è di spostare in avanti le frontiere della nostra conoscenza in tutte le direzioni, non solo in quelle che promettono più immediati compensi o applausi» (Discorso tenuto da Enrico Fermi nel 1947)

Credo che sia opportuno sgombrare il terreno da incomprensioni: la Scienza non è né per la pace né per la guerra, né per né contro le armi. La scienza indaga sulle leggi della natura, potremmo dire che la scienza è neutrale.

Si è espresso lucidamente, in questo senso, Bertrand Russell (1872-1970), matematico è filosofo:

«Non si richiede al fisico o al chimico di provare l’importanza etica degli atomi, non ci si aspetta che il biologo dimostri l’utilità degli animali o delle piante che studia. Il fisico cerca semplicemente di scoprire i fatti, non di valutare se sono buoni o cattivi.»

Ancor più netto il grande matematico David Hilbert (1862-1943):

«Si sente molto parlare dell’ostilità tra scienza e tecnica. Penso che ciò non sia vero. Scienza e tecnica non hanno nulla da spartire».

SCIENZA E TECNICA

Il tecnico lavora a un progetto: forgiare una spada, un mulino per  macinare il grano, un veliero, la macchina a vapore. Anche lo scienziato, a volte: una macchina per accelerare le particelle, un radiotelescopio, una macchina per fare il vuoto. Ma, in generale, sviluppa teorie per interpretare la natura, teorie come la meccanica classica, l’elettromagnetismo, la relatività, la meccanica quantistica.

Tuttavia, in numerosi casi è stato proprio lo sviluppo tecnico a permettere scoperte scientifiche, infatti, in molti casi, gli scienziati, per le loro indagini, sviluppano tecniche (vuoto, freddo, onde elettromagnetiche, raggi X, EPR, NMR ...), tecniche che spesso vengono esportate nella società in forma di applicazioni pratiche, a volte anche militari.

Joseph John Thomson non avrebbe potuto scoprire l’elettrone se non avesse potuto contare sulla tecnologia del vuoto necessaria per costruire il tubo catodico.

Tubo di Crookes

Molte delle tecnologie oggi considerate essenziali — dai computer alle telecomunicazioni, dalla risonanza magnetica alla spettrometria di massa — sono il frutto di percorsi scientifici non lineari, che hanno combinato creatività, imprevisto e indipendenza intellettuale.

Molte innovazioni tecnologiche, frutto della ricerca fisica, hanno trovato applicazioni nel settore militare: laser e maser, fibre ottiche, ottica integrata, impiantazione ionica, elettronica a semiconduttori, memorie a bolle magnetiche. In sostanza, ogni progresso in un qualsiasi ramo della fisica può trasformarsi in tecnologia strategica

Dunque, scienza e tecnica non si pongono in rapporto gerarchico, ma si alimentano reciprocamente.

RESPONSABILITÀ

È ingiusto attribuire alla scienza la responsabilità esclusiva delle sue possibili applicazioni negative. Certo, la scienza ha contribuito alla costruzione di armi micidiali, ma è anche grazie ad essa che si è ridotto il tasso di mortalità, si è migliorata la qualità della vita, si è garantito l’accesso a cibo sicuro, si sono compresi i meccanismi delle malattie e sviluppate le cure.

Tuttavia, se la scienza è neutra rispetto ai “valori”, diversa è la situazione per gli scienziati; alcuni di essi non si limitano a decifrare la natura, ma lavorano alla produzione di nuove armi, diventano consiglieri dei militari o dei politici (falchi e colombe); altri sentono la loro responsabilità verso la società, ammoniscono sui rischi connessi con lo sviluppo di nuove armi e si impegnano pubblicamente per la pace, la distensione, il disarmo.

Ricordiamo alcuni tra i molti scienziati che produssero armi.

Archimede, il più grande scienziato dell’antichità classica: la leggenda ci parla di specchi ustori che, concentrando i raggi solari, incendiano le navi avversarie, enormi gru che le sollevano e le fanno affondare.

Leonardo da Vinci, in una lettera in dieci punti a Ludovico il Moro, per farsi assumere, scrisse: «… so fabbricare.mortai, bombe a mano, carri d’assalto, cortine fumogene .... Solo al decimo punto della lettera scrisse: In tempo di pace credo satisfare benissimo in architettura, in conducer acqua da un loco ad un altro. Item, conducerò in scultura di marmore di bronzo.»

 

Cartesio e Stevino servirono, come ingegneri militari, il principe di Orange; anche il Conte Rumford fu consigliere militare del Principe di Baviera.

Fritz Haber, Premio Nobel per la sintesi dell’ammoniaca, nell’aprile del 1915, organizzò, a Ypres, l’attacco coi gas di cloro da lui prodotti: il primo attacco chimico della storia. La moglie, quando lo seppe, si suicidò con il revolver del marito.

Robert Oppenheimer, insieme ad altri scienziati, nel Progetto Manhattan, consigliò i militari di lanciare la Bomba atomica sulle città del Giappone, indicando anche le caratteristiche che queste dovevano presentare per rendere più efficace l’effetto della tremenda esplosione.

Anche dopo la guerra, Oppenheimer fu consigliere del governo degli Stati Uniti.

Oggi è facile condannare gli scienziati che collaborarono alla realizzazione della Bomba, ma per capire la loro scelta bisogna tornare a quei terribili anni trenta del XX secolo. Nel 1933 Hitler sale al potere; due anni dopo emana le leggi razziali, che porteranno al genocidio di sei milioni di ebrei, tra l’indifferenza di buona parte dei paesi democratici. Nel 1936 invade la Renania, nel 1938 annette l’Austria e invade la Cecoslovacchia, l’anno seguente invade la Polonia e inizia la Seconda guerra mondiale.

Maggio 1939: l’Italia firma il Patto d’acciaio

Il 10 giugno 1940 anche l’Italia entra in guerra. Ricordo che io, ragazzino, inquadrato nei Balilla, ero entusiasta, sognando battaglie, vittorie e gloria. Mia nonna, che aveva vissuto gli anni della Prima Guerra mondiale, piangeva.

Alla fine del 1938, in Germania, Otto Hahn scopre la fissione dell’uranio e ben presto i fisici in vari Paesi si rendono conto che questo fenomeno potrebbe essere sfruttato per ottenere un esplosivo di spaventosa potenza.

Alla luce di queste schematiche considerazioni è evidente che il timore che la Germania nazista costruisse la Bomba potesse essere fondato. Su questa base Szilard e Wigner, due fisici ebrei fuggiti dall’Ungheria, sottoposero ad Einstein la bozza di una lettera per il Presidente Roosevelt nella quale si sollevavano queste preoccupazioni. Einstein la firmò, pentendosene molti anni dopo.

«La guerra: un massacro di gente che non si conosce, per gli interessi di gente che si conosce, ma non si massacra.» (Paul Valéry)  

Rispetto a questo insieme di problemi, si possono classificare gli scienziati in due categorie, i Falchi e le Colombe.

I Falchi sviluppano nuove armi, come la bomba H e la bomba N, propongono nuove strategie, come la SDI o “Guerre stellari”, si oppongono a trattati che limitano la corsa al riarmo o che introducono forme di controllo; in alcuni (pochi) casi propongono addirittura attacchi preventivi.

Fra i più noti, Edward Teller e Ernst Lawrence, sostenitori della bomba H, e John von Neumann, che nel dopoguerra propose il bombardamento atomico preventivo dell’Unione Sovietica.

Le Colombe, tra i quali Bertrand Russell e Franco Rasetti – che rifiutò di partecipare al Progetto e, dopo la guerra, abbandonò la fisica per dedicarsi a studi di paleontologia, botanica ed entomologia - Piotr Kapitza, e molti altri. Max Born scrisse, in seguito:

«Ero convinto che la bomba atomica fosse un’invenzione diabolica e non volevo averci a che fare. Sebbene odiassi Hitler e i nazisti, e il popolo tedesco per il consenso che gli aveva tributato, non potevo appoggiare azioni che avrebbero portato non solo alla morte dei nazisti e dei soldati di Hitler, ma di bambini e persone innocenti

Singolare il caso di Józef Rotblat, fisico polacco che aveva partecipato al Progetto Manhattan. Alla fine, quando fu assodato che la Germania, ormai sconfitta, non aveva in corso progetti validi per la Bomba, si rifiutò di proseguire a lavorarvi e chiese di andarsene, unico tra i suoi colleghi. Gli fu assegnato il Premio Nobel per la Pace.

Józef Rotblat e il mio amico e collega Francesco Calogero

Di fronte al progetto della bomba H, o termonucleare, Rabi e Fermi si opposero:

«Riteniamo sbagliato, sulla base di fondamentali principi etici, avviare il programma di una tale arma.  Non esistono limiti alla distruttività di quest'arma [...] la sua stessa esistenza è un pericolo per l'umanità».

Esplosione della prima bomba termonucleare della storia: il test Ivy Mike

Teniamo conto, però, che queste classificazioni semplificano la realtà. Spesso le varie posizioni convivono nella stessa persona. Enrico Fermi ne è un esempio.

Fermi è scienziato puro quando, da giovane, sviluppa la statistica delle particelle e quando studia la radioattività indotta da neutroni lenti; è tecnologo quando realizza il primo reattore nucleare, è consigliere dei militari quando consiglia come usare la bomba atomica contro il Giappone, è contro la guerra quando si dichiara contro la bomba termonucleare per ragioni etiche. Torna a essere scienziato nel dopoguerra, all'Università di Chicago.

IMPEGNO SOCIALE

Molti scienziati, convinti della loro responsabilità morale di informare, di ammonire e di mobilitare le coscienze, sono stati e sono attivi nel prendere posizioni pubbliche sui rischi che comportano le armi atomiche e una corsa agli armamenti.

Il caso più noto è il Manifesto Russell-Einstein (9 luglio 1955) il più importante documento di denuncia sulla minaccia rappresentata dalle armi nucleari per il genere umano.

«Ci attende, se sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a rinunciare alle nostre liti? Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il rischio di un’estinzione universale.»

Esso diede impulso ad altri movimenti e organizzazioni, come il movimento Pugwash (Pugwash Conferences on Science and World Affairs), fondato nel 1957 da Bertrand Russell e Józef Rotblat, la Union of Concerned Scientists, lo Stockholm International Peace Research Institute, il Bulletin of the Atomic Scientists, il SANA, il Senzatomica, la Rete Italiana Pace e Disarmo, l’Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID)[1], perché  faccio parte del suo consiglio scientifico.

Anch’io in quegli anni ho raccolto firme per il movimento “Partigiani della pace”, ho scritto, ho parlato nelle scuole.

In seguito, con mia figlia Elena di 12 anni, ho partecipato alla prima Marcia per la pace, camminando sotto una pioggerellina da Parma a Reggio Emilia.

Il problema della bomba atomica, dopo decenni di (quasi) tranquillità, è tornato attuale con le preoccupanti dichiarazioni di Vladimir Putin, di ricorrere al suo impiego «in caso di minaccia all’integrità territoriale del nostro Paese» (19 novembre 2025). Un’escalation «incredibilmente pericolosa e irresponsabile», ha denunciato la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

Né ci confortano le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone[2] sull’ipotesi di un attacco preventivo (!) alla Russia nel contesto di una guerra ibrida. Mosca parla di un “passo estremamente irresponsabile”.

 

 

NOTE

[1] In cui faccio parte del consiglio scientifico.

[2] Ammiraglio italiano, presidente del comitato militare NATO dal 17 gennaio 2025.

 


Lo spettro russo e la cecità dell’Europa - Uno scritto di Edgar Morin

Vorrà dire qualcosa se, negli ultimi anni, dalle nostre parti (Europa, Usa, Occidente – absit iniuria verbis), per trovare un po’ di lucidità bisogna rivolgersi a qualcuno che ha più di ottant’anni? È una domanda che lasciamo aperta e che comunque un po’ ci inquieta, al di là che il nesso tra anzianità e saggezza è un’antica verità perfino confortante. Sta di fatto che, in un quadro desolante di classi dirigenti (politiche, culturali, giornalistiche – soprattutto giornalistiche) abissalmente ignoranti e del tutto inadeguate alle sfide dell’epoca, sono spesso esponenti della “vecchia guardia” a dire ancora qualcosa di sensato. È il caso di Edgar Morin (che ha superato i cento, essendo nato nel 1921!), uno dei più grandi pensatori europei, da sempre all’incrocio tra la filosofia, la sociologia, le sfide dell’etica e dell’ecologia, e promotore, a suo tempo, del pensiero della complessità e della interdisciplinarità.

Mentre l’intero Occidente collettivo si mostra disposto a tutto pur di non mollare l’egemonia su un mondo che gli sta sfuggendo di mano, vuoi nella grottesca forma di un POTUS (President of the U.S.) che va in giro a rapire capi di stato e a minacciare invasioni a casaccio, vuoi in quella della cara vecchia Europa “politicamente corretta”, convinta che il suo futuro sia in una guerra senza fine contro la Russia e si appresta perciò a liquidare quel che resta del welfare in favore del riarmo, ecco, in tutto questo manicomio, il presente articolo di Morin (pubblicato il 5 dicembre 2025 su “Volere la luna”) è una parentesi di buon senso, che volentieri condividiamo coi nostri lettori.

Toni Muzzioli

 

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Insensibilmente, l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca. È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza. Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo. Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta “una” dopo la mondializzazione, pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo. Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi. Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichilisce tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale.

Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo. È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali. La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerrala pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (neutralità protetta? integrazione nell’Unione europea?). Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin. Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione. Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli.

La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli USA avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato. I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario. Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation. Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura putiniana. Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana. E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa? Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari. Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio. Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Edgar Morin


Majorana, Heisenberg, Sciascia e Brecht - Un fil rouge tra storia e immaginario

Intorno alla realizzazione delle due bombe atomiche americane (sembra inutile scriverlo ma, in linea con l’appello di Alvin Weinberg, dobbiamo sempre ricordare che le uniche bombe atomiche usate in guerra e contro la popolazione civile sono quelle lanciate dagli americani nel 1945) girano tutti i più rilevanti nomi della fisica e della chimica dell’inizio del XX secolo. 

Alcuni di questi nomi, però, popolano un quadro che si sviluppa tra reale, ipotetico e immaginario, a cavallo tra scienze, storia e letteratura.

I nomi sono quelli di Robert Oppenheimer, il coordinatore del progetto Manhattan che portò alla realizzazione dell’atomica; di Werner Heisenberg e Niels Bohr, i fisici che misero le basi della meccanica quantistica e dell’Interpretazione di Copenhagen; di Enrico Fermi, il fisico che partecipò al progetto Manhattan come direttore tecnico; di Edoardo Amaldi, uno dei “Ragazzi di via Panisperna"; di Ida Noddack, chimica tedesca, medaglia Liebig 1934, la prima persona a ipotizzare la possibilità di realizzare la fissione nucleare; di Bertolt Brecht – il drammaturgo, con il “suo” Galileo – e di Friedrick Durrenmatt, anch’egli drammaturgo.

C’è un fil rouge che unisce tutti questi personaggi: si tratta di Ettore Majorana, fisico geniale che fece parte del gruppo di Enrico Fermi, il Majorana raccontato da Leonardo Sciascia (La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975) e da Lea Ritter Santini, germanista, filologa e storica (Uno strappo nel cielo di carta, saggio in cit.); Majorana, con la sua scomparsa misteriosa, che fa da contraltare ad un altro fatto misterioso, la visita di Heinsenberg a Copenhagen nel 1941.

Majorana è considerato – dai colleghi di via Panisperna e da tutti i fisici europei impegnati nella ricerca nucleare e quantistica – un genio, uno che intuisce le cose prima di tutti, che coglie strutture nessi e potenzialità in anticipo sugli altri. Ma che è, anche, disattento, solitario, poco incline alla condivisione, forse tendente a minimizzare i risultati del suo stesso lavoro.

Sciascia, nel suo libro, suggerisce che Majorana abbia capito la concreta possibilità di realizzare un’arma fondata sull’energia nucleare e – nel 1938 – abbia deciso di eclissarsi, per non essere complice, per non rischiare di essere parte di quelli che rendono reale l’incubo.

Tuttavia, Edoardo Amaldi nega recisamente questa possibilità, poiché, a suo avviso, era impossibile che qualcuno potesse – prima del 1940 – capire la potenzialità di quella tecnica.

Proviamo, qui, a mettere in fila alcune date e fatti:

  • Majorana, tra il 1933 e il 1936 passa alcuni mesi a Lipzieg, con il gruppo di ricerca di Heisenberg, e proprio con Heisenberg costruisce un rapporto speciale;
  • Nel 1933 Heisenberg scrive un paper sui processi di scissione, paper che Majorana considera definitivo. Commenta: “ha detto tutto”;
  • Nello stesso anno il gruppo di Fermi conduce gli esperimenti che portano alla presunta scoperta dei nuovi elementi Esperio e Ausonio (ne abbiamo parlato qui);
  • Nel 1934 Ida Noddack critica i risultati sulla Zeitschrift fur Angewandte Chemie e dice “hanno scisso l’atomo e non se ne sono accorti”;
  • Tra Noddack e Heisenberg non sembra esserci un rapporto diretto ma è possibile, anzi probabile, che uno abbia letto i lavori dell’altro;
  • Noddack, anni dopo, in una comunicazione a Lea Ritter Santini, si dice convinta che Majorana avesse letto il suo articolo, da lei inviato a Fermi al momento della pubblicazione, e che avrebbe potuto trarne conseguenze capaci di scatenare un insanabile dissidio morale. In breve, Noddack pensa che Majorana avesse ben capito. 
  • D’altra parte, Majorana aveva tali competenze e conoscenze da controllare i lavori di Fermi, confermandone la correttezza o evidenziandone gli errori, e – prima di Heisenberg – aveva compreso la struttura dell’atomo fatto di neutroni e di protoni, ma non aveva pubblicato la ricerca.

Dal 1939, negli Stati Uniti d’America, inizia il lavoro di ricerca teorico e sperimentale che convergerà poco dopo nel monumentale laboratorio di Los Alamos in cui – sotto la guida di Oppenheimer – “si corre” per realizzare la bomba atomica. 

A Los Alamos e nei laboratori collegati del progetto Manhattan lavora praticamente tutto il mondo dei fisici della parte alleata, tra cui un gran numero di scienziati tedeschi, soprattutto ebrei che hanno lasciato la Germania nazista, dove agli ebrei è permesso fare solo la fisica teorica, disciplina considerata minore rispetto alla sperimentale.

A Los Alamos vige, come elemento valoriale, come motivazione per la corsa a fare la bomba, il rischio che Hitler ci arrivi prima e la usi per mettere fine al conflitto in Europa.

In realtà, alla luce delle testimonianze successive alla fine della guerra, tra il 1939 e il 1942 i tedeschi erano ben lontani dall’essere in grado di fare la bomba, nonostante la presenza di Heisenberg e di altri fisici del calibro di Otto Hahn, von Weiszacker, Diebner, Debye. Nonostante le miniere di U-235, la fabbrica di acqua pesante, forse un ciclotrone tedesco, e il ciclotrone nella Danimarca appena conquistata.

Le ragioni sembrano essere state diverse: la dispersione del lavoro e la decentralizzazione del progetto, la segretezza interna, la “fuga” dei teorici, l’assenza di adeguati investimenti e – forse – lo scarsa intenzione di alcuni scienziati chiave che ci lavoravano.

Ed ecco il secondo mistero: la visita che Heisenberg fece a Bohr nel 1941 a Copenhagen, mistero su cui hanno scritto moltissimi[1], tra scienziati, storici e letterati e che ha alimentato una controversia vivace e non ancora spenta. 

Cosa andò a fare Heisenberg a Copenhagen, da Niels Bohr? 

  • Forse, Heisenberg tentò, attraverso il suo maestro, di far sapere agli alleati che i tedeschi stavano lavorando alla bomba, che avevano molte carte in mano;
  • Forse cercò da Bohr l’assoluzione, forse chiese consiglio, forse condivise la speranza di mettere insieme un numero sufficiente di persone contro la realizzazione della bomba: tra il 1930 e il 1941, infatti, erano a malapena una dozzina quelli che avrebbero potuto guidare un percorso di realizzazione. Bastavano a chiudere la strada, a fermare tutto, in tutto il mondo.
  • Forse voleva riflettere con Bohr su cosa sarebbe successo se uno dei due gruppi al lavoro fosse arrivato al risultato: se Hitler non si fosse arreso, gli americani avrebbero tirato la bomba? E dove? A Berlino? E se ci fosse arrivato prima la Germania, dove? A Londra?

Ma il programma americano era partito e arrivò a realizzare la bomba nel 1945, pochi mesi prima della distruzione di Hiroshima e di Nagasaki.

In questo intreccio, tornando indietro di qualche anno, è anche possibile pensare che Majorana e Heisenberg – tra il 1933 e il 1936 - ne abbiano parlato, e che (forse, molto forse) anche Noddack abbia avuto un suo ruolo nelle considerazioni di Heisenberg, lei che aveva capito cosa avevano fatto Fermi e i suoi.

Ecco, per concludere questo percorso tra storia e immaginario, ci piace pensare che Heisenberg abbia deliberatamente evitato di dare forma compiuta al progetto nazista, come lui stesso dichiarò dopo la guerra. 

E che Majorana abbia fatto una sua scelta.

La scelta di fare come il fisico Möbius nella tragicommedia di Durrenmatt, I fisici:
“il dovere di un genio, oggi, è di tacere”

E come Brecht, tacitamente, suggerisce che abbia fatto Galileo, che abbia deciso di abiurare sì per paura, ma anche per senso civico, per senso di responsabilità.

 

 

NOTE:

[1] Citiamo qui solo alcuni nomi: Frayn, con la sua bellissima piece Copenhagen, Robert Jungk, S.A. Goudsmit, K. Gottstein, Thomas Powers, David Cassidy

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975

Ritter Santini, Titolo, in La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1975

K, Gottstein, Werner Heisenberg and the German Uranium Project (1939-1945). Miths and facts, https://www.researchgate.net/publication/307985020_Werner_Heisenberg_and_the_German_Uranium_Project_1939_-_1945_Myths_and_Facts

Walker, The Historiography of ‘‘Hitler’s Atomic Bomb’’, Phys. Perspect. 26 (2024) 18–41, https://doi.org/10.1007/s00016-024-00309-6


L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Terza parte

Nel suo primo articolo pubblicato da Controversie, (qui), Antonino Drago ha delineato come la bomba atomica abbia cambiato l’approccio dei fisici – e degli scienziati in generale – ai problemi morali ed etici che il loro lavoro può comportare. Ha descritto, poi (qui), come i fisici si siano schierati in posizioni diverse rispetto a queste tematiche di rilevanza etico-morale e quali strategie abbiano adottato per legittimare le proprie posizioni.

Ora, per concludere, Drago avanza una doppia proposta di stampo etico, basata sulla istituzione di un tabù globale – che trova un’eco nel testo di Weinberg (qui) del 1986 – e di un organismo globale che prenda in carico le scelte etiche in grado di risolvere i problemi derivanti dal progresso scientifico e tecnologico.

8. UNA NUOVA PROPOSTA ETICA: STABILIRE UN TABÙ GLOBALE  

Nel 1985 l'illustre fisico Alvin Weinberg, che lavorò al progetto Manhattan, scrisse un suggerimento impressionante (Weinberg 1985). Le sue parole sono molto chiare. 

Quasi dal primo giorno in cui ho iniziato a lavorare al Laboratorio Metallurgico dell'Università di Chicago nel 1941, sapevo che ciò che noi [fisici] stavamo facendo avrebbe cambiato il mondo...

L'attuale quarantesimo anniversario ha visto un grande sfogo di emozioni, molte dichiarazioni di impegno, molto più che nei precedenti anniversari del bombardamento di Hiroshima. Stiamo forse assistendo a una graduale santificazione di Hiroshima, cioè all'elevazione dell'evento di Hiroshima a evento profondamente mistico, un evento che ha essenzialmente la stessa forza religiosa degli eventi biblici? Io e non posso provarlo, ma sono convinto che il quarantesimo anniversario di Hiroshima, con il suo coinvolgimento diffuso, le sue manifestazioni su larga scala e le numerose notizie riportate dai media, assomigli alla celebrazione delle più grandi festività religiose. Questa santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più desiderabili dell'era nucleare...

Spesso parliamo con disinvoltura di evitare la guerra nucleare, ma dimentichiamo che non stiamo prendendo decisioni per il prossimo decennio o due; stiamo prendendo decisioni per millenni! Come può l'umanità accettare veramente, ai livelli più fondamentali, l'assoluta necessità di evitare olocausti nucleari - 50, 100, 1.000 anni dopo Hiroshima - se non perché Hiroshima è diventata una leggenda orribile, ben nota e universalmente accettata come orribile, proprio come la crocifissione è nota tra i cristiani, l'omicidio di Abele da parte di Caino tra gli ebrei e l'Egira è nota tra i musulmani? In breve, solo santificando Hiroshima possiamo aspettarci che la sua lezione venga imparata e ripetuta per sempre, ricordando anche le morti causate dal fuoco atomico, dalla malattia da radiazioni e dalla terribile distruzione della città?

Nella lunga marcia della storia umana, le oltre 100.000 persone che sono morte a Hiroshima saranno viste come martiri: sono state sacrificate – questa è l'opinione che sta emergendo – affinché l'umanità potesse vivere all'ombra della bomba, ma non essere sterminata da essa.

Cita poi ciò che un suo amico pastore (un ex scienziato del progetto Manhattan), William Pollard, ha scritto in una lettera:

È forse questo il destino di Hiroshima: diventare un mito universale profondamente radicato nel tempo sacro di tutti i popoli della terra, ovvero il simbolo della loro convinzione che la guerra nucleare non debba mai più verificarsi?

Weinberg conclude: 

Credo di sì, e che il mondo ricorderà per sempre coloro che sono morti a Hiroshima, rendendo così possibile la santificazione di Hiroshima.

Il suggerimento di Weinberg trasforma la sofferenza per il terribile evento in un atteggiamento positivo verso il futuro. Egli trae una forte lezione etica dall'evento: è necessario stabilire un tabù per tutti i tempi futuri. Egli confronta implicitamente l'esperienza storica dell'umanità del bombardamento nucleare con l'esperienza decisiva, suggerita da Freud, dello sviluppo psichico di ogni essere umano: il tabù di Edipo. Un tabù è molto più di una legge, è un'esperienza costitutiva di una persona matura, consapevole non solo degli obblighi legali verso gli altri e la natura, ma anche della stessa origine delle sue motivazioni fondamentali. In questo senso, il suggerimento di Weinberg rappresenta la più alta lezione etica che i fisici del Progetto Manhattan hanno elaborato come contributo per migliorare la vita dell'umanità[1]

9. LA NECESSITÀ DI UN ORGANISMO ETICO GLOBALE 

Nessuna giurisprudenza internazionale, essendo il risultato di un razionalismo giuridico, ha il potere di obbligare tutte le persone, fino all'ultima, a un comportamento obbligatorio, mentre attualmente, di fatto, anche il comportamento di un solo essere umano può provocare eventi catastrofici. Le religioni non sono state in grado di convergere su una serie di principi etici per l'intera umanità (ad eccezione dei sei comandamenti sociali che attualmente sono inclusi in tutte le legislazioni nazionali). Solo un organismo etico internazionale può indirizzare l'umanità ad accettare alcuni tabù e a perseguire tutti insieme, fino all'ultimo, obiettivi di sopravvivenza collettiva. 

Già in passato, il logico russo Alexander Vasiliev (1909) e il fisico Albert Einstein (1937) sostenevano la costituzione di un Senato delle Nazioni Unite con lo scopo di affrontare le scelte etiche in grado di risolvere i problemi derivanti dal progresso scientifico e tecnologico. Esso dovrebbe essere composto dalle personalità più autorevoli del mondo. 

Solo dopo che questa innovazione sarà stata realizzata, sarà raggiunto l'obiettivo costitutivo dell'ONU - "evitare il flagello della guerra alle generazioni future", che è un obiettivo etico.  

A mio parere, questo salto è ciò a cui Einstein alludeva quando scriveva: "Non risolveremo i problemi del mondo con lo stesso livello di pensiero con cui li abbiamo creati".

 

 

NOTE:
[1] È un miglioramento rispetto a quanto suggerito da Hans Jonas riguardo alla tecnologia, ovvero evitare il suicidio dell'umanità (Jonas 1985).

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

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Woollett E.L. (1980): "Physics and Modern Warfare: The Awkward Silence", American J. Physics, 48, febbraio, 105-117.


La dottrina di Palantir - "La repubblica tecnologica" di Karp e Zamiska

1 - PALANTIR

Alex Karp (CEO di Palantir Technologies, azienda statunitense specializzata nell'analisi dei big data che lavora per le agenzie federali statunitensi e di altri paesi, e per aziende private, finanziarie e di assistenza sanitaria) ha costruito il libro[1] sull’ideologia di Palantir nello stesso modo in cui monta le sue macchine: la veste corrisponde al canone in voga, ma il contenuto è un ordigno pericoloso, che deflagra quando viene raggiunto il target. Come insegnano i giornalisti scientifici, ogni capitolo si apre con la presentazione di un personaggio esemplare, si sviluppa con una generalizzazione, si conclude con una morale: cerca un pubblico universale, con un linguaggio e una linearità argomentativa che non si preoccupano delle trappole del semplicismo. Meglio dieci banalizzazioni in più che un lettore perso: Karp sa bene che sono tempi duri per la saggistica. 

L’autore è il cofondatore con Peter Thiel di Palantir, l’unica società della Silicon Valley che si è sempre dichiarata a favore della collaborazione con lo Stato, con i servizi di intelligence, con le agenzie della Difesa e gli eserciti degli Stati Uniti e dei loro alleati. In italiano il volume è stato pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, confermando lo spiazzamento degli editori (progressisti? tradizionali?) rispetto ai temi più urgenti dell’attualità. Karp non teme le imboscate della superficialità perché il problema che dibatte è così impellente da disegnarsi in contorni netti anche attraverso una forma divulgativa.

Il primo ingranaggio dell’esposizione riguarda il rapporto tra le tecnologie informatiche e gli interessi nazionali americani. Karp rimprovera ai colleghi startupper e innovatori dell’area di San Francisco di vergognarsi delle origini dell’industria digitale, contaminate dagli interessi e dai finanziamenti militari. Turing, Von Neumann, Vannevar Bush, i padri nobili del settore, erano consapevoli del valore strategico che le nuove tecnologie conferivano alle nazioni che le stavano sviluppando. Non è così per i loro eredi moderni. La classe di hacker creativi, che ha innescato dalla fine del millennio scorso l’esplosione di invenzioni, imprese, progetti, da cui è caratterizzata l’economia della Rete, è cresciuta in un’era e in un’area geografica mai minacciata dalla guerra, e dalle preoccupazioni che le sono collegate. Ha considerato l’inviolabilità del territorio americano (ed europeo) come una conseguenza del primato intellettuale, più che militare; di conseguenza, ha stimato imbarazzante ogni contatto con la pesantezza burocratica dello Stato e con i malcostumi dei politici, preferendo ritirarsi nell’ambito del mercato rivolto al pubblico di massa. La Silicon Valley è indietreggiata da ogni impegno nell’ambito della sicurezza nazionale, e ha rinunciato ad avventurarsi nell’ambito della complessità morale delle armi e della guerra, dedicandosi in modo completo alle tecnologie di consumo, alle app sociali, al mercato dell’intrattenimento, dei giochi, dello spettacolo.

Karp considera la fiducia nella solidità della pace un tromp l’oeil prodotto dalla deterrenza dell’arsenale bellico americano; ma oggi, come già osservava Kissinger in una delle sue ultime pubblicazioni[2], l’intelligenza artificiale disattiva i meccanismi di equilibrio degli ultimi decenni, perché diventa impossibile stimare il potenziale distruttivo gestito dagli avversari. I conflitti del futuro non saranno consumati nelle trincee, con masse di uomini inviati alla carneficina – ma non saranno nemmeno decisi dai depositi di bombe e di veicoli militari a disposizione delle nazioni. L’asset differenziale sarà rappresentato dalle informazioni utili per identificare gli obiettivi corretti (individui, server farm, bunker, passaggi e locali segreti, archivi), per coordinare stormi di droni e di robot, per compiere manovre di sabotaggio preventivo, per manipolare l’opinione pubblica degli avversari, per accedere agli strumenti di controllo delle infrastrutture strategiche nemiche (centrali e dorsali elettriche, sistemi bancari, infrastrutture di gestione multiutility), insomma per neutralizzare gli antagonisti prima di sparare un colpo sul campo di battaglia – e soprattutto, senza alcuna dichiarazione di guerra, in forma segreta o dissimulata, e senza rivendicazione degli attacchi compiuti. Il nemico non è mascherato, è del tutto senza volto. La moltiplicazione degli scenari possibili di scontro è resa possibile dalla dipendenza dalla Rete e dai dispositivi elettronici delle società avanzate; l’imprevedibilità degli effetti dell’intelligenza artificiale deriva dall’efficienza di queste tecnologie nell’accedere ai servizi informatici avversari, e nel controllare apparati complessi. Palantir si esercita su questo genere di attività, e Karp sostiene che gli avversari dell’Occidente siano già da tempo all’opera per ottenere risultati più efficienti di quelli raggiunti dagli USA e dai loro alleati. La diserzione della Silicon Valley ha permesso alle dittature orientali – soprattutto la Cina – di ridurre il ritardo nell’evoluzione tecnologica che le distanziava dall’America, fino ad azzerarlo: il vallo che ha assicurato la pace delle democrazie liberali è ormai quasi del tutto scavalcato, e non permette più di trascurare il problema.

2 - OCCIDENTE, EPOS E IDENTITÀ

Il concetto di Occidente è problematico, e Karp ne è consapevole: l’area del mondo che si denota con questa etichetta, la storia e i valori che le sono attribuiti, emergono da una costruzione concettuale molto compromessa con il periodo delle colonizzazioni. Come osserva Edward Said[3], è una nozione che sorge tra la fine del Settecento e l’Ottocento attraverso l’opposizione alle civiltà e alle regioni che i britannici e i francesi hanno occupato e sfruttato, fuori dai confini europei; e che ha legittimato queste operazioni di conquista. Karp rivendica l’artificialità di questo costrutto ideologico – e questo è il secondo ingranaggio della sua esposizione – riconducendolo ad un contesto di più ampia portata, in cui confluiscono le sue riflessioni su identità, creatività, evoluzione, senso dell’esistenza. Il taglio con cui procede l’argomentazione è quello della parresia: l’autore accusa di ipocrisia e di inerzia l’élite che domina l’industria culturale contemporanea, gestendo le piattaforme e producendo le narrazioni ideologiche in cui siamo tutti immersi. E qui si trova il paradosso per cui è Silvio Berlusconi Editore ad aver tradotto in italiano il libro.

Il riconoscimento della dignità dell’altro – civiltà, minoranza etnica, genere – ha finito per paralizzare qualunque discorso assertivo sui valori, sulle preferenze estetiche, sugli obiettivi, su ciò che è meglio e su ciò che è peggio, diluendo e annacquando il senso stesso di qualunque attività culturale, che invece si fonda sull’assiologia delle differenze. La capacità di giudizio consiste nell’assegnare pesi diversi all’eterogeneità delle istanze, stabilendo priorità e asimmetrie di interesse. 

Nell’ambito delle imprese, questo atteggiamento ha promosso la mediocrità di chi preferisce una gestione routinaria delle attività quotidiane, e favorisce le decisioni accomodanti (quindi l’assenza di decisioni), evitando l’impegno in sfide interessanti, sottraendosi all’investimento sulle novità rischiose. La ricerca che viene autorizzata da questa impostazione del lavoro è quella che conosce in anticipo i risultati che possono essere raggiunti, e che quindi si limita a incarnare un simulacro dell’indagine, privo di ambizioni originali. 

Sul terreno politico, il timore preventivo dell’oltraggio ha finito per equiparare tutte le differenze, annullando il significato delle identità. La battaglia per la tutela del diritto alla permalosità è servita a nascondere l’assenza di idee per il futuro, a sfuggire all’urgenza di elaborare progetti antropologici di ampio respiro; ha condotto all’abdicazione dalla funzione politica, affidandola ai guru della Silicon Valley. Visto che gli interessi degli imprenditori californiani sono focalizzati sulla dimensione privata, su una visione dell’individuo che non è cittadino, ma consumatore della vita (persino di quella eterna, promessa dal «Singolarismo» di Ray Kurzweil[4]), il dibattito sul bene comune, sulla configurazione ideale della società per raggiungerlo, sulla forma della felicità collettiva e sul modo di realizzarla (5), scivola al di sotto del tracciato di tutti i radar mediatici, scompare da tutti gli schermi. La politica nel senso di Aristotele[5], nel significato essenziale della sua missione, è stata abbandonata. Questa è l’occasione persa dagli editori (di sinistra?) nell’aver lasciato a Silvio Berlusconi Editore il compito di tradurre il libro di Karp.

L’ingegneria del software è un percorso di coordinamento del lavoro collettivo, dall’ideazione all’implementazione, per identificare problemi di interesse comune, tentare la soluzione, realizzarla e testarla. Per Karp questo modello è anzitutto l’esemplificazione del valore dell’impegno personale nella produzione di un significato che abbia valore collettivo. Sembra strano che tocchi al CEO di una Big Tech, protagonista dello sviluppo dell’AI, sottolineare la connessione di argomenti come la rilevanza del coinvolgimento dell’individuo, della dedizione di tutta la sua soggettività, con lo sviluppo di un bene comune. Michael Polanyi insegnava[6] che la condizione necessaria per la conservazione e il trasferimento dei significati contenuti nella letteratura di qualunque scienza, per la continuità delle maestranze artigianali, per l’intera riproduzione sociale – è l’impegno personale con cui gli individui sperimentano e assorbono un’intero patrimonio di conoscenze tacite, non tematizzate, non coscienti, che permettono l’interpretazione di tutto quello che può essere compreso e praticato in modo esplicito. È un impegno ontologico, non solo etico, perché dà consistenza reale ai valori della comunità, e coinvolge gli esseri umani nella loro soggettività, nella loro esistenza complessiva.

Karp denuncia la ritirata da questo tipo di impegno: questa è la sfida più importante del suo libro. 

Ogni tradizione è artificiale, l’identificazione con i suoi valori è l’effetto di una decisione, così come l’immersione nel suo solco; la scelta pretende anche la responsabilità sincera dell’individuo che l’ha compiuta. L’Occidente è un taglio arbitrario, che separa la Grecia, Roma, Gerusalemme, dai loro vicini egizi, fenici e mesopotamici; distingue l’arte di Michelangelo, Raffaello, Leonardo, dalle maschere africane; oppone Leibniz alla Cina, Schopenhauer ai Veda. Solleva una questione di adesione emotiva, suscita sentimenti che le correnti politiche moderne irridono o sfruttano come oggetti di pura propaganda – perché la cultura contemporanea non ammette più l’epos. La narrazione di gesta eroiche è una patologia della soggettività, che riguarda il passato o le civiltà etniche, o che può essere utilizzata per operare interventi di ingegneria sociale sulle masse stupide, o frustrate (o entrambe le cose), che anelano l’oppio cognitivo dispensato dai movimenti alt-right. Ma gli uomini hanno bisogno di un senso per la loro esistenza, si devono impegnare per un significato che vada oltre la constatazione obiettiva dei fatti, la replica infinita dell’attualità, senza prospettive, senza giustizia, senza riscatto. Palantir è un nome che viene dal Signore degli anelli, e nella sua ambiguità indica uno strumento per osservare fatti lontani, per comunicare a grande distanza. Nel suo carattere controverso, equivoco, impregnato di soluzionismo tecnologico, la voce di Karp si solleva per domandare un nuovo impegno nei confronti della comunità, una serietà settecentesca per progettare, desiderare, immaginare, al di là del nichilismo, oltre il cinismo contemporaneo – l’uomo nuovo che verrà.

 

NOTE:

[1] Alexander Karp, Nicholas Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, tr. it. di Chiara Rizzo e Pietro Del Vecchio, Silvio Berlusconi Editore, Milano 2025.

[2] Henry Kissinger, Eric Schmidt, Daniel Huttenlocher, L'era dell'intelligenza artificiale. Il futuro dell'identità umana, tr. it. Di Aldo Piccato, Mondadori, Milano 2023.

[3] Edward Said, Orientalismo, tr. it. di Stefano Galli, Feltrinelli, Milano 2001.

[4] Ray Kurzweil, La singolarità è vicina, tr. it. di Virginio Sala, Apogeo Edizioni, Milano 2008.

[5] Aristotele, Politica e Costituzione di Atene, tr. it. a cura di Carlo Augusto Viano, UTET, Torino 2013, in particolare Politica, Libro VII.

[6] Michael Polanyi, La conoscenza personale. Verso una filosofia post-critica, tr. it. a cura di Enrico Riverso, Rusconi, Milano 1990.


Il vero frutto della COP30: il fondo per la salvaguardia delle foreste

Non era difficile immaginare come sarebbe andata a finire la COP30. È andata come le riunioni degli anni precedenti: dichiarazioni finali con impegni generici e non cogenti sulla riduzione dell’uso dei combustibili fossili.

Un risultato deludente?

Sì, se si considerano gli obiettivi che si erano dati storicamente i Paesi che fanno parte dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), in particolare durante la COP21 del 2015, quella che viene ricordata come “Accordi di Parigi”.1

No, invece, se lo si vede dal punto di vista dei Paesi che pur facendo parte dell’UNFCCC basano la loro economia sull’energia da fonti fossili; sia i Paesi produttori ed esportatori di petrolio, che i Paesi, come la Cina e l’India, che - per sostenere la loro crescita economica - tuttora non possono fare a meno di bruciare ogni anno milioni di tonnellate di carbone e petrolio (le emissioni di Cina più India sono pari al 37% del totale mondiale2).

Ma che ci siano forti resistenze politiche agli impegni cogenti è un fatto che non può stupire, nessuno vuole rinunciare al benessere economico (acquisito o da acquisire) in nome della transizione green.

E dire che quest’anno la sede della COP era a Belém, città brasiliana scelta simbolicamente come porta di accesso all’Amazzonia, sotto attacco da decenni per utilizzare il suo legname e, soprattutto, terra per coltivazioni e pascoli (per il mondo ricco).

Se i risultati in termini di impegno nella riduzione dell’uso di combustibili fossili e quindi di immissione di gas climalteranti in atmosfera sono stati deludenti, rileviamo comunque un risultato potenzialmente importante ma che è già fonte di polemiche e controversie.

Parliamo della costituzione di un fondo per la difesa delle foreste: il TFFF, Tropical Forests Forever Facility. La creazione di questo fondo è stata fortemente voluta e spinta dal presidente brasiliano Lula, appunto come strumento finanziario indispensabile per la salvaguardia delle foreste tropicali, a cominciare dall’Amazzonia stessa. L’idea che sta alla base di questa decisione è che serve una visione globale della gestione dei suoli da difendere dall’antropizzazione: dalle foreste, all’agricoltura, ai pascoli.

Proteggere le foreste è strategico. La loro importanza per lo stoccaggio della CO₂ è fondamentale e, specularmente, i numerosissimi disastrosi roghi che devastano ogni anno milioni di ettari in ogni parte del mondo, provocano l’immissione di enormi quantità di biossido di carbonio in atmosfera. L’esatto opposto di ciò che le foreste possono fare in positivo per il pianeta.

Il concept progettuale del fondo era già stato presentato durante la COP28 ma è appunto in questa COP30 che lo strumento è nato ufficialmente, per creare un vantaggio economico per i Paesi che proteggono o ripristinano le foreste e la biodiversità, trasformando la tutela della natura in un’opzione economicamente competitiva rispetto alla sua distruzione.

Il fondo si propone di raccogliere risorse molto ingenti. Al momento del lancio, gli impegni di spesa dei Paesi partecipanti ammontavano a circa 5,5 miliardi di dollari, ma l’obiettivo dichiarato è di arrivare a 125 miliardi.

L’obiettivo principale del fondo è, quindi, quello di creare un flusso costante e continuo di denaro per ogni ettaro di foresta preservata o ripristinata.

Attenzione però: il fondo non destinerà i 125 miliardi di dollari (per adesso esistenti solo come impegno) direttamente nelle attività di salvaguardia; il capitale sarà investito sui mercati globali in attività finanziarie a basso rischio (titoli di Stato, obbligazioni di grandi enti…) e punta a ricavare circa 4 miliardi di dollari all’anno di interessi. Sono quei 4 miliardi che verranno destinati alla missione del fondo.

Si tratta quindi di un investimento finanziario che preserva il capitale e utilizza gli interessi generati per realizzare l’attività ad impatto ambientale e sociale.

Ma a chi arriverebbe questo flusso di denaro? Il 20% sarebbe destinato alle popolazioni locali e indigene, per garantire un improvement sociale per la loro vita e come riconoscimento del loro ruolo di difensori della foresta. L’altro 80% è destinato al manejo forestal, ovvero alla gestione forestale sostenibile che garantisce, appunto, la difesa e la riforestazione. Va ricordato però che le regole di distribuzione sono ancora in fase di definizione; al momento queste percentuali rappresentano solo un obiettivo dichiarato, non un meccanismo operativo consolidato, e a molti commentatori sembra che la quota destinata alle popolazioni locali dovrebbe essere più elevata.

I sostenitori del TFFF lo presentano come un passo avanti concreto di giustizia ambientale e sociale e, quindi, verso il raggiungimento degli obiettivi di Parigi. Con questo piano la conservazione naturale viene remunerata in modo sistematico e duraturo, rendendo la tutela un’opzione economicamente competitiva rispetto alla deforestazione.

Attualmente sono coinvolti cinquanta Paesi, Italia compresa, e diciannove fondi sovrani, ma si pensa a un allargamento a tutti i Paesi dell’UNFCCC per un impegno veramente globale a favore della conservazione degli ambienti naturali e contro la crisi climatica.

Ad oggi il finanziamento dei progetti a difesa delle foreste, i cosiddetti progetti REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation), avviene attraverso l’emissione di crediti di carbonio; titoli che rappresentano la rimozione di una tonnellata di CO₂ e che vengono acquistati sul mercato obbligatorio (grandi aziende inquinatrici, ad esempio le siderurgiche) o sul mercato volontario (aziende che acquistano per senso di responsabilità e per motivi reputazionali).

È chiaro che il TFFF sarebbe un passo avanti perché renderebbe il finanziamento costante nel tempo e non legato all’andamento di singoli progetti, e perché sgancerebbe il finanziamento stesso dalla logica dell’emissione dei crediti di carbonio che tante discussioni e polemiche ha creato in questi anni.

Tutto bene, quindi?

Presto per dirlo, ma sono arrivate immediatamente anche molte critiche. Il problema che segnalano molti osservatori è il pericolo di un eccesso di dipendenza della tutela naturale da meccanismi finanziari; meccanismi che hanno i loro centri decisionali nei Paesi economicamente forti. Si teme quindi una posizione di subalternità dei Paesi in via di sviluppo, dove invece sono presenti le grandi foreste da preservare3.

L’altro tema di discussione è che le regole di distribuzione dei fondi sono ancora tutte da scrivere e c’è scetticismo sulla possibilità di realizzare una distribuzione equa delle risorse in base alle reali necessità dei territori.

Tuttavia non si può non considerare che anche a fronte di queste legittime perplessità, il TFFF può diventare uno strumento di salvaguardia della natura più efficace rispetto a quanto si è visto fino ad oggi, anche perché ci libererebbe dal meccanismo di emissione dei crediti di carbonio come fonte di finanziamento. Meccanismo che continua ad essere estremamente controverso nel calcolo della CO₂ rimossa e nei conseguenti aspetti finanziari.

La comunità impegnata a dar vita a questo strumento è chiamata a un grande sforzo per determinare regole chiare, trasparenti e che impediscano attività di greenwashing.

Quindi, se il TFFF si rivelerà uno strumento efficiente e giusto, potremo dire che la COP30 sarà stata molto più utile di quanto sia sembrato a fine lavori.

Ma per capire se sarà così ci vorranno anni.

 

NOTE:

1 L’obiettivo principale della COP21 era di mantenere l’innalzamento della temperatura globale del pianeta entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali

2 Fonte Euronews

3 Qualcuno potrebbe chiedersi perché sia il TFFF, sia i progetti REDD, riguardino solo le foreste tropicali (Amazzonia, Africa, Sud est asiatico) e non già anche le foreste boreali, come le foreste siberiane e canadesi. Il motivo è duplice: da un lato le foreste tropicali sono quelle maggiormente sottoposte a deforestazione per motivi economici; in Siberia e Canada ci sono stati negli ultimi anni gravissimi incendi che hanno distrutto milioni di ettari ma si è trattato di incendi in parte anche dolosi ma non provocati con l’intenzione di destinare ad altro uso le parti di foreste bruciate. Il secondo motivo è che si tratta di foreste che insistono su Paesi economicamente forti che non hanno bisogno di aiuti finanziari per la gestione delle stesse.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- Valori.it – Come funziona il Tropical Forest Forever Facility (TFFF)

- Wired – Dalla COP 30 può nascere la vera alternativa all’economia della deforestazione

- COP30 Official Website

- Sapereambiente – Dalla Cop30 il fondo per la conservazione delle foreste tropicali

- Project Drawdown – What to know about the Tropical Forest Forever Facility from COP30


La costruzione sociale e letteraria dell'animalità - Flush, una biografia di Virginia Woolf

In Flush, una biografia[1], Virginia Woolf fa parlare Flush, un cane, un animale non umano, in un modo che si manifesta ad una distanza davvero minima dall’umano, in cui si riscontrano una corporeità fortemente antropomorfa e delle forme di intelligenza che ricalcano, almeno in parte, lo schema delle intelligenze multiple[2]: l’intelligenza sociale, quella mappale, la pragmatica, la mimetica.

Questo racconto mette in scena la società patriarcale inglese e la concezione dell’animale e della donna che fanno capo a questo modello sociale; anticipa, in maniera non del tutto esplicita, una parte dei temi dell’impegno femminista, seppure sotto una patina snob ed elitaria, a favore del suffragio, della possibilità di studiare e di lavorare davvero, della autodeterminazione delle donne, poi sviluppati nelle Tre ghinee; è un racconto affettuoso e intellettualmente onesto, in cui si ritrovano molti dei temi che afferiscono al concetto di costruzione sociale dell’animale.

Woolf utilizza una prosopopea[3] indiretta, in grado di attribuire pensieri e scelte morali in forma condizionale al cane: “sono io che dico che pensa questo, senza esserne certa”, questo sembra essere il suo intertesto.

“Flush” è – di fatto - un inseguimento di biografie: Woolf racconta da narratrice fuori campo la vita di Flush e, nel farlo, mette in scena - secondo il punto di vista di Flush – uno spaccato biografico di Elizabeth Barret Browning, che dura quanto la vita di Flush con lei, i 12 anni dal 1842 al 1854.

Il libretto racconta di Elizabeth, invalidata da una malattia (riconducibile ai nervi, all’ansia o all’effetto dell’atmosfera paternalista e patriarcale della famiglia Barrett) che non le permette di uscire dalla sua stanza, dell’arrivo e dell’amore di Robert Browning, del rapimento di Flush – che è un punto di snodo della storia e delle percezioni di tutti - del trasferimento della coppia a Firenze, del ritorno a Londra e del successivo e definitivo ritorno di Flush a Firenze.

Siamo di fronte ad un testo-pretesto per narrare la biografia di Elizabeth Barret Browning, il patriarcato inglese, la critica sociale alla nobiltà inglese e alle sue idiosincrasie, la critica all’illuminismo e alle – in un gergo femminista diffuso oggi - menxplenation nella cornice un po’ stereotipata della vita genuina, piena di eros e di luce, in Italia.

COSTRUZIONE SOCIALE E LETTERARIA DEL CANE

Il cane Flush, archetipo dei cani è definito e raccontato con diversi registri narrativi, ognuno dei quali rispecchia il soggetto con cui in quel momento ha a che fare Flush e – di conseguenza – diverse possibili forme di costruzione sociale dell’animale

Consideriamo solo i registri narrativi più aderenti al tema dell’animalità:

  • il registro formale, quasi istituzionale e imperiale, dedicato al razzismo della linea di sangue del cane; è collegato alla medesima ossessione della linea di nobiltà nella società inglese umana – e insieme di costruzione tradizionale del cane
  • un registro apertamente patriarcale, il cui esemplare rappresentativo è Mr. Barrett, patriarcale nei confronti della figlia, della sua malattia e anche del cane Flush, che non è neppure considerato poiché non fa parte del suo universo, a differenza dell’altro cane, il segugio Catilina, che ha un senso pratico: è un segugio!
  • il registro illuminista, raziocinante, positivista e essenzialista di Robert Browning, che è il modo di essere colto e progressista del patriarcato
  • due registri di Elizabeth Barrett Browning: uno arcadico, romantico, anche questo piuttosto tradizionale, e un registro più intimo che trascende la banalità stereotipata
  • un ultimo, fondamentale registro: quello di un narratore che si immerge in una caninità profonda, inevitabile, materialista, centrata sulla corporeità

FORMA

Troviamo questo registro nel primo capitolo, nel racconto della razza Spaniel, in paragrafi permeati di specismo e di gradi gerarchici di nobiltà – con un raffronto con la nobiltà umana: “il cane come si deve” deve essere così e così, deve seguire delle linee di discendenza e avere dei tratti somatici ben precisi – una linea di demarcazione netta tra pedigree e niente del tutto (p.10)

Fa parte di questo schema di costruzione sociale anche la nozione di cane oggetto di contrattazione, cosa da comprare e da vendere, proprietà che può essere alienabile o non alienabile. Flush è inalienabile per Miss Mitford, “appartiene a quel raro ordine di oggetti che non può essere messo in relazione col denaro” (p.18) ma che si può regalare, suo malgrado. E viene quindi regalato alla signorina Barrett (p. 19).

TRADIZIONE

Ecco, in questo modello, la connotazione più tradizionale delle caratteristiche del cane: fedele, sensibile, innamorato del padrone in modo stereotipato e, nello stesso tempo, istintivo, legato al presunto ricordo ancestrale della caccia. È l’animale “tutto istinto”, senza mente, senza intelligenza, senza raziocinio – contrapposto alla tradizione metafisica di casa Barrett, e alla razionalità di Robert Browning.

PATRIARCATO

Centrato sul padre di Elizabeth, oppone al rapporto di amorosi sensi di Elizabeth con Flush la praticità funzionale di Catilina, segugio che ha la sua ragione d’essere nella caccia; alla sensibilità di Elizabeth la durezza del patriarca che decide per conto della figlia, che si prende cura di lei con piglio militaresco (“il pranzo è stato consumato? sono state eseguite le mie disposizioni?”), dando ordini e pretendendo risultati.

Il patriarcato[4] ha la sua espressione più esemplare nell’episodio del rapimento, quando Mr. Barrett decide inappellabilmente che non si pagherà il riscatto. Flush, nella concezione del patriarca è un non-umano, un animale distante, irrilevante, al massimo funzionale a dare un po’ di svago alla figlia convalescente ma sostituibile. Morto un Flush se ne fa un altro.

ILLUMINISMO

È Robert Browning. Distantissimo da Flush nel periodo del corteggiamento, al massimo condiscendente: anche per Browning Flush è un cane, un animale senza anima, senza mente, senza i caratteri che distinguono l’umano dall’animale. Non è degno di interesse se non come epifenomeno dell’amata Elizabeth [5]. Robert Browning “passa sopra” Flush in senso fisico: anche quando viene morso per gelosia non reagisce, passa sopra, oltre. Ci si può occupare di un piccolo cane quando la vita chiede la poesia? Eppure, ancora, per il principio del prolungamento e dell’ingraziamento dell’amata, Robert porta i pasticcini proprio per Flush.

Browning, però, è illuminista, razionalista e idealista, tutte caratteristiche che suggeriamo essere necessarie per essere patriarcale. Affronta gli eventi della vita con lo stesso atteggiamento da uomo di grandi dimensioni con cui si muove, si toglie i guanti gialli, si siede con ieraticità nella poltrona che gli verrà riservata.

Il razionalismo idealista e la concezione dell’animale che ne fa parte, emerge in modo palese dopo il rapimento: Browning spiega con autorevolezza che non si deve pagare il riscatto per non cedere al ricatto del male contro la legalità, per non permettere il dilagare della malvagità, per preservare il lato sano dell’umano. Il cane Flush, animale senza rilevanza etica, va in minoranza, è sacrificabile, deve – anzi - essere sacrificato sull’altare del principio. («di un eroe morto che se ne farà?», cantava De Andrè). (p. 85)

MATERIALISMO, VICINO ALL’ANIMALITÀ

È il registro più genuinamente vicino alla caninità, intesa come modo di essere animale condiviso con l’umano. Emerge nei momenti in cui Flush “esce” dagli stereotipi tradizionali e “entra” nella dimensione della corporeità, dominata dai sensi e dai bisogni, con due modalità di espressione.

La prima è quella della libertà di movimento: Flush stava bene a Three Miles Cross, dove poteva girare liberamente nella tenuta e viene, poi, chiuso dentro ad una stanza, in cui la libertà di movimento è ridotta drasticamente “sulle prime la costrizione era insopportabile”. L’assenza di libertà di movimento risulta essere molto più invalidante dell’assenza di altre libertà[6], come quella di parola, ad esempio, ed è evidente la sofferenza che genera.

La seconda è la prevalenza dei sensi, soprattutto dell’olfatto: quando “sente” l’odore della femmina in calore e fugge per l’impulso sessuale (che Virginia Woolf chiama amoroso), quando entra a Wimpole Street e sente gli odori di casa, quando descrive l’ambiente in cui è rinchiuso dai rapitori, tutto fatto di odori e rumori, intensamente psichedelico, la cui immagine è fondata tutta sulla corporeità e ricorda, per la sete, il digiuno del cane kafkiano; infine, in tutta la parte del racconto che si svolge a Firenze: Flush è cane fino in fondo, dedito agli odori, alla sensualità necessaria, al mangiare e sopravvivere. (p.122)

In questo registro narrativo, la Woolf compie due operazioni di avvicinamento tra animale umano e non umano, come fa Plutarco in Grillo, in un senso attribuendo a Elizabeth una sensibilità più animale che umanista, nell’altro senso ammettendo una razionalità del cane: Flush identifica dei nessi di contiguità (se non di causalità) tra fenomeni: i segni della città dicono che deve stare al guinzaglio, è assodato; l’altra facoltà - tradizionalmente negata all’animale – che Woolf concede a Flush è la coscienza o, meglio l’autocoscienza riflessiva, quando questi si guarda allo specchio ed sollevato: è di buon rango!

Tra l’altro, questo è uno dei pochi momenti di prosopopea in forma diretta – chiacchiere classiste e snob dei cani di Wimpole street - e definitivamente funzionale ad un discorso che non riguarda gli animali non umani ma il classismo: si parla di linee di demarcazione!

ELIZABETH BARRET BROWNING: ARCADIA, SPECCHIO DEL SÈ E INTIMITÀ ANIMALE

Il discorso di Elizabeth è giocato su più registri: uno arcadico, del tutto immaginario e favolistico, in cui Flush è espressione della natura selvaggia, benevola, che fa parte del sublime naturale; banalità stereotipata e stucchevole, che Woolf usa come critica al naturalismo arcadico del ‘700. Un secondo, altrettanto tradizionale, della specularità del sé: Elizabeth proietta le proprie emozioni e pensieri su Flush, facendone un cane antropomorfo e artefatto; è pura costruzione sociale, parente stretta della nozione di fedeltà canina cieca ed assoluta. Nonostante la concessione della coscienza, troviamo questo registro nell’episodio dello specchio: quando Flush si guarda allo specchio, Elizabeth lo pensa filosofo ma, in realtà, Flush pensa ai suoi quarti di sangue.

L’ultimo registro è molto intimo e avvicina Elizabeth a Flush attribuendole delle facoltà e delle affezioni caratteristiche di tutta l’animalità: essa “è” mangiare e bere, poi diventa sensualità e possibilità di affrancamento con il matrimonio e infine “è” godimento di una libertà di movimento e di determinazione mai visti prima.

È in questo registro che – sempre in occasione dello snodo narrativo e comportamentale del rapimento – Elizabeth emerge con due nozioni in controtendenza, innovative: pur consegnandosi nelle mani di un altro patriarca paternalista travestito, quale è il suo futuro marito Robert Browning, si autodetermina, si sposa contro il volere del patriarcato (ma col patriarcato) e si veste della sua rilevanza morale, in contrappunto all’antropocentrismo etico di Browning e dei Barrett.

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Per tirare le somme, in questo denso racconto, Virginia Woolf tratteggia dei caratteri tipici di tutta l’animalità, sia umana che non umana, i tratti di tranquillità di cibo e di movimento, bisogni chiave del vivente animale, gli stessi che sottolineano Cervantes in Il dialogo dei cani (Marsilio Editore, 1993) e Kafka (cit. e altre opere [7]).

A questi caratteri, Woolf oppone tre antropocentrismi:

  • ontologico: per Mr. Barrett, Flush è altro, è un animale funzionale, senza mente, senza caratteristiche umane. Per Mr. Browning, Flush è corpo, mentre lui è mente;
  • epistemologico: per i personaggi patriarcali e per quelli più feroci il cane non capisce e non sente come “noi”;
  • etico: Mr. Barrett e Robert Browning è sacrificabile, perché solo funzionale, perché eticamente irrilevante rispetto agli ideali di civiltà e di onestà.

La co-protagonista del racconto, Elizabeth, come abbiamo visto, smussa invece l’antropocentrismo ontologico, riavvicina le animalità – quella umana e quella non umana - anche epistemologicamente e nega del tutto quello etico. E va molto oltre: attribuisce a Flush la mente, l’autocoscienza riflessiva e, nella fase fiorentina, anche la progettualità, dando voce all’intenzione di riconoscere al non umano gradi diversi di intelligenza mappale, solutiva, relazionale, mimetica, autoimitativa – Flush impara dai suoi errori e dai suoi successi – e, infine, riflessiva.

 

 

NOTE

[1] Utilizziamo l’edizione Nottempo, 2012

[2] Cfr.: Biuso A., Animalia, Valverde, Villaggio Maori, 2020

[3] La prosopopea è una figura retorica che consiste nel far parlare o agire come persone esseri inanimati, concetti astratti o – appunto - animali

[4] È il patriacato che VW contrasta e denuncia esplicitamente a pag 13: “il dottor Mitford era un egoista: aveva dissipato il patrimonio suo e quello della moglie, per poi intaccare la rendita della figlia

[5] È permesso esprimere dei dubbi sul sentimento di R. Browining per Elizabeth: è sentimento vero per lei o per la sua poesia? Vero è che Elizabeth e la sua poesia sono la stessa cosa. Lei è la sua poesia.

[6] Cfr.: F. Kafka, Una relazione per un'Accademia, in F. Kafka, Racconti, Feltrinelli, 1970

[7] Indagine di un cane e Il Digiunatore, in F. Kafka, Racconti, Feltrinelli, 1970


Sono diventato Morte, il distruttore di mondi

Quando J. Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica, vide esplodere il primo ordigno nucleare nel deserto del New Mexico il 16 luglio 1945, non esultò. Non parlò di successo, né di trionfo. Pensò invece a un verso antico della Bhagavad Gita: “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.”

La frase cita parte del verso 32 capitolo 11 della Gita, uno dei testi fondamentali della spiritualità indiana : “Io sono il Tempo (Kāla), il grande distruttore dei mondi, e sono venuto per annientare queste genti. Anche senza di te, tutti i soldati schierati moriranno.

Nella Gita, il principe guerriero Arjuna si trova sul campo di battaglia di Kurukshetra,  tormentato all’idea di dover combattere contro parenti, amici e maestri. Il suo auriga è Krishna, che è in realtà una manifestazione divina che, per convincerlo a combattere, gli mostra la sua forma cosmica, una visione terrificante e sublime della divinità in tutta la sua potenza. Krishna dice ad Arjuna che il suo intervento è inevitabile, perché l'ordine cosmico va comunque avanti. Arjuna non è l’agente del destino: è solo uno strumento del dharma, dell’ordine cosmico. 

Nel testo sacro la “Morte” o “Tempo” simboleggia il movimento inevitabile dell’universo, oltre il bene e il male umano; quindi, la frase non è una celebrazione della distruzione, ma una riflessione sul destino, sul ruolo dell’individuo, e sul fatto che la volontà divina (o il corso del tempo) trascende il volere umano. 

Quando, dopo il test nucleare, Oppenheimer cita questa frase, la decontestualizza parzialmente, ma in modo molto significativo: lo scienziato si identifica non con Krishna, ma con l’atto distruttivo stesso, con la bomba. 

Egli dice: “ho partecipato a un atto che cambia per sempre il corso del mondo e di cui ora sono consapevole. Abbiamo forse superato un limite che dovevamo tenere all'orizzonte?”. È una forma di shock esistenziale e morale: ha creato qualcosa che trascende il controllo umano, come il tempo o la morte.

Quella frase non è solo un riflesso personale di turbamento, ma il simbolo di un dilemma che attraversa tutta la storia moderna, la tensione tra il progresso e il darsi dei limiti. In essa si concentra la domanda che ogni società avanzata deve porsi: fino a che punto possiamo spingerci nella ricerca, senza compromettere ciò che ci rende umani?

La tecnoscienza è uno degli strumenti più potenti mai sviluppati dall’umanità. Gli strumenti che ne sono emanazione ci hanno permesso di sconfiggere malattie, esplorare l’universo, connettere continenti e prolungare la vita. Ma ogni nuova frontiera porta con sé un potenziale di meraviglia e di disastro. La meraviglia è irresistibile, ci chiama e ci muove; la consapevolezza di dove andremo, rispondendo alla chiamata, arriva solo dopo.

 Nel caso della bomba atomica, la scoperta della fissione nucleare — una conquista intellettuale straordinaria — fu tradotta in una tecnologia di distruzione totale.

È qui che nasce la controversia: la scienza deve essere giudicata per la conoscenza che produce o per l’uso che se ne fa? O, più radicalmente, è possibile separare la ricerca pura dalle sue applicazioni concrete?

Sponsorizzare il progresso scientifico sembra essere giusto e necessario. A nostro avviso, fermarlo sarebbe come spegnere il fuoco per paura che bruci: sarebbe negare il potenziale del pensiero umano. Tuttavia, la fede cieca nella neutralità della scienza è pericolosa. La storia ha mostrato che non tutto ciò che può essere fatto, deve essere fatto. E lo ha mostrato con chiarezza molte volte. Ma la voce della meraviglia è irresistibile.

Oggi, le sfide si ripresentano in forme nuove: intelligenza artificiale, ingegneria genetica, manipolazione climatica, automazione militare. Anche qui la scienza offre strumenti di potere, ma chi decide come usarli? E chi ne sopporta le conseguenze?

Promuovere la ricerca senza interrogarsi sulle sue implicazioni etiche equivale a sponsorizzare la hybris umana che pretende di dominare la natura e il destino, dimenticando i propri limiti. 

Il caso Oppenheimer è paradigmatico. Egli non era un folle né un cinico. Era un uomo colto, brillante, consapevole. Ma fu catturato dalla logica del tempo: la corsa contro i nazisti, la pressione politica, il desiderio di riuscire. Quando la bomba fu pronta, non c’era più spazio per fermarsi a riflettere. Da allora, si è discusso a lungo su cosa avrebbe potuto o dovuto fare; ma la domanda non riguarda solo lui, bensì tutti noi.

La scienza non avanza da sola. È parte di una rete fatta di governi, finanziamenti, opinione pubblica, interessi. Se vogliamo un progresso che non ci conduca alla rovina, dobbiamo creare una cultura della responsabilità condivisa. Dobbiamo stabilire come società estesa qual è la soglia del possibile e il confine dell'ammissibile.

Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.

Non è una frase contro il progresso scientifico. È un avvertimento sulla necessità di non separare mai la conoscenza dalla saggezza, di non confondere la neutralità degli strumenti con l’innocenza dei fini. 

I metodi sono neutrali, gli effetti non lo sono. Ogni nuova scoperta di impatto sociale ci avvicina a soglie irreversibili; confini oggi solo ipotizzati che improvvisamente vengono superati e socializzati. Per questo la riflessione critica deve precedere e non seguire l’applicazione tecnologica. Il futuro non si decide con le risposte giuste o sbagliate, ma ponendo le domande che richiedono quelle risposte prima di agire.

La neutralità degli strumenti non esiste.