Reintegrare nell’Albo medici e mediche radiate durante il Covid 19. Sui crimini con cui la medicina italiana accetta di convivere
Il 27 ottobre 2026, con 126 voti a favore e 113 contrari, è passato alla Camera dei Deputati, l’articolo 8 del disegno di legge delega sul riordino delle professioni sanitarie. Questo articolo consente alle sanitarie radiate[1] dagli Ordini (durante il Covid 19) di chiedere di essere reiscritte all’Albo.
La norma non è ancora legge. Per diventarla deve passare anche al Senato. Inoltre, il reintegro non è automatico. Infatti, per essere reintegrate, coloro che sono stato radiate (per fatti non dolosi commessi durante l’emergenza sanitaria) devono presentare richiesta, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge. I motivi per cui il Governo Meloni ha presentato la norma è che, a quel tempo, le conoscenze scientifiche sul Covid erano ancora limitate, vi era carenza di personale o di materiali, e una minore esperienza del personale impiegato nell’emergenza. Le richieste verranno esaminate da una Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, l’organismo che già decide sui ricorsi contro le decisioni degli Ordini. Ogni domanda verrà valutata caso per caso.
Sospesi e radiati: due categorie diverse
La norma si rivolge soltanto alle persone radiate (pare una decina). A esse gli Ordini avevano contestato, oltre al rifiuto del vaccino, anche la diffusione di informazioni o la promozione di cure ritenute prive di basi scientifiche. La radiazione è una sanzione disciplinare molto grave, perché (cancellandole dall’Albo) impedisce loro di esercitare la professione medica.
Invece, la sospensione (come conseguenza al non essersi sottoposti all’obbligo vaccinale, introdotto dal governo Draghi per le sanitarie, salvo esenzioni) era già stata eliminata il 1° novembre 2022 dal governo Meloni, decretando così la fine dell’obbligo (comunque già prevista a partire al 1° gennaio 2023). Il personale sanitario sospeso (che tra il tra il 2021 e il 2022 non ha potuto né lavorare né ricevere lo stipendio, ma restava iscritto all’Albo) è così rientrato al lavoro. Si calcola che le sanitarie e le odontoiatre sospese siano state circa quattromila. La gran parte si era poi messa in regola oppure aveva lasciato il servizio per raggiunti limiti d’età.
Normalità e devianza nella società
Ne Le regole del metodo sociologico (1895), capitolo III «Regole relative alla distinzione del normale e del patologico», il sociologo e antropologo Émile Durkheim (1858-1917) sostiene sia l’impossibilità di eliminare completamente i comportamenti devianti che la relatività culturale dei reati. Egli illustra quest’ultima con l’esempio della società di santi: anche in una comunità perfettamente virtuosa, infrazioni oggi considerate lievi susciterebbero una forte condanna e assumerebbero il carattere di crimini. Per cui, la gravità di un comportamento deviante non è oggettiva, ma relativa al tipo di società in cui avviene. Infatti, confrontando due offese al rispetto della proprietà altrui, che suscitano reazioni di diversa intensità, Durkheim spiega «perché si biasima semplicemente lo scorretto, mentre il ladro viene punito».
Precedentemente [in La divisione del lavoro sociale (1893)], lo studioso definisce criminale un atto che offende «gli stati forti e definiti della coscienza collettiva». La pena contribuisce a preservare la coesione fondata su quei sentimenti condivisi. Tuttavia, egli non crede che la pena si basi su un calcolo consapevole dell’utilità sociale: ciò che viene punito non coincide necessariamente con ciò che danneggia oggettivamente la società.
Da tutto ciò, possiamo trarre almeno tre considerazioni (non necessariamente durkheimiane):
- in una società non si possono eliminare tutti i crimini; per cui un certo livello di devianza è fisiologico (pensate all’evasione fiscale, e capirete qual è il livello di tollerabilità nelle diverse società);
- inoltre, le società stesse stabiliscono quali crimini sono da perseguire con durezza e su quali, invece, si può chiudere un occhio, cioè accettare di convivere (pensate, di nuovo, all’evasione fiscale in Italia). Preferibilmente, questi ultimi, sono quelli che non mettono in discussione i fondamenti della società stessa.
- Infine, normalità e devianza (e le altre dicotomie) si definiscono e ri-definiscono reciprocamente, in ogni momento storico e su basi eminentemente sociali. Esiste, cioè, un boundary work (un lavoro costante di ridefinizione dei confini - vedi Gieryn 1983).
Questo pensiero, che risale a più di un secolo fa, oggi è abbastanza accettato. Tuttavia, le sorprese nascono quando si passa dal piano teorico a quello empirico. In altre parole, quali sono i reati con cui la società italiana ha nel passato oppure ancor oggi deciso di convivere?
Faccio un elenco, totalmente NON cronologico, gerarchizzato o sistematico:
- contrabbando di sigarette
- spaccio e consumo di marijuana
- consumo di droghe sintetiche nelle discoteche
- aborto clandestino
- ingresso illegale di persone
- prostituzione (attualmente non più punita; è punito solo lo sfruttamento)
- abuso d’ufficio (ora depenalizzato)
- evasione fiscale + elusione fiscale
- alcune infrazioni del codice della strada
- tutti i reati per cui è prevista una sanzione amministrativa
- piccoli brogli elettorali
- molestie sessuali
- mobbing (persecuzione di colleghe sul lavoro)
- discriminazione di genere
E si potrebbe continuare…
Quali sono, invece, i crimini con cui la società italiana (o meglio il diritto e la polizia) ha deciso di NON convivere, anche nel passato? Qui nasce la sorpresa:
- Oltraggio alla bandiera (vilipendio verbale o gestuale: multa da 1.000 a 5.000 euro; danneggiamento materiale: reclusione fino a 2 anni; la sanzione è aumentata da 2.000 a 10.000 euro per il vilipendio; reclusione da 1 a 3 anni per il danneggiamento materiale se il fatto è commesso in un luogo pubblico o aperto al pubblico);
- Diserzione (in tempo di pace, la pena base è la reclusione militare da 6 mesi a 2 anni);
- Tradimento (del proprio Paese) ovvero procurarsi informazioni segrete a scopo di spionaggio politico o militare: almeno 15 anni;
- L'offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica (reclusione da 1 a 5 anni);
- Adulterio [qualcuno ricorderà cosa capitò a Fausto Coppi e Giulia Occhini (entrambi sposati) che nel 1953 iniziarono una relazione extraconiugale e nel 1954, andarono a vivere insieme: oltre ad essere pubblicamente osteggiati (anche il Papa di allora, Pio XII, condannò la coppia), il marito di Occhini la denunciò per adulterio, fu arrestata, condotta in carcere, rilasciata dopo 4 gg, messa agli arresti domiciliari (presso la zia); a Coppi venne ritirato il passaporto. Entrambi processati e condannati: Coppi a due mesi di carcere per abbandono del tetto coniugale, Occhini (che era incita) a tre mesi. Fortunatamente entrambi usufruirono della sospensione condizionale della pena e si sposarono in Messico nel 1955 (matrimonio mai riconosciuto in Italia).
Da un punto di vista oggettivo, i reati verso cui la società e gli organi di polizia sono tolleranti ci paiono più gravi di (almeno alcuni di) questi ultimi. Eppure, non è così.
Normalità e devianza nella scienza e nella medicina
Secondo il sociologo della scienza David Bloor (1976), la stessa cosa avviene nelle scienze. Per cui, egli afferma, anche nelle scienze si scelgono gli errori e i crimini con cui convivere. E questa è una decisione sociale, non legata alla natura dell’oggetto di studio. Inoltre, sempre secondo Bloor, anche nelle scienze non c’è mai un taglio netto tra normalità e devianza, successo e insuccesso, razionalità e irrazionalità, scienza e metafisica. V’è piuttosto continuità.
Crimini con cui la medicina decide di convivere
Per farla breve, concentriamoci solo sulla medicina (ma se una persona è interessata a uno sguardo più ampio, può consultare Di Trocchio 1993).
Quali sono reati per cui gli ordini dei medici hanno deciso, in passato, di non radiare persone condannate?
- Tangenti
Francesco De Lorenzo, medico, Ministro della sanità tra il 1989 e 1993. È stato condannato per corruzione e associazione a delinquere, per il suo coinvolgimento in un sistema di tangenti versate da aziende farmaceutiche in cambio di favori nell’attività del Ministero della Sanità. In particolare, ha ricevuto un versamento di 600 milioni di lire dall’azienda farmaceutica Smith Kline Beecham.
Durante il suo ministero (nel 1991) fu introdotto l’obbligo del vaccino contro l’epatite B.
L’8 marzo 1997 è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Napoli. Il 7 luglio 2000 la Corte d’appello di Napoli ha confermato la condanna. Il 14 giugno 2001 la corte di Cassazione ha sancito la conferma definitiva della condanna per corruzione. Mentre il reato di finanziamento illecito ai partiti viene invece dichiarato prescritto.
L’anno 2011 lo vede reintegrato nell’Albo, nonostante la condanna per corruzione. La sentenza civile del 2012 richiama le sue interferenze illecite nei procedimenti riguardanti prezzi, registrazione e classificazione dei farmaci nel prontuario. Nel 2012 la Cassazione ha confermato la condanna a risarcire 5.164.569 di euro per danno d'immagine allo Stato.
Nel 2022 è stato premiato dall’Ordine dei medici
https://www.ilroma.net/news/cronaca/304627/l-ordine-dei-medici-premia-l-ex-ministro-francesco-de-lorenzo.html
- Malasanità: gli scandali della sanità lombarda
https://www.lanotiziagiornale.it/la-sanitopoli-lombarda-compie-trentanni/ - Avvantaggiare famigliari e parenti nei concorsi
https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/verona/cronaca/26_febbraio_18/verona-l-universita-annulla-il-concorso-vinto-dal-figlio-33enne-dell-ex-rettore-pier-francesco-nocini-modifiche-alla-procedura-aabefcd2-9077-49ae-8749-6527f3c22xlk.shtml - Errori gravi: Domenico, bambino di 2 anni, morto dopo un trapianto con un cuore che non era stato correttamente conservato
https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_febbraio_22/domenico-cuore-bruciato-tutti-errori-ricostruzione-e8f62202-2aed-468a-9a5f-10904e717xlk.shtml
Nessuno di questi (cosiddetti) «criminali» è stato radiato dall’Ordine dei medici.
“Crimini” con cui la medicina decide di NON convivere
Questi “crimini” sono tipicamente reati di opinione, dal momento che nessuna delle mediche che sto per elencare è stata accusata (e tantomeno condannata) per corruzione, malasanità o denunce da parte di pazienti. Queste mediche sono stati radiate (non ci occupiamo in questo articolo delle sospese) perché hanno espresso critiche (ancorché circostanziate e documentate) nei confronti delle politiche vaccinali o di un vaccino in particolare:
- Roberto Gava (2017): Cardiologo, uno dei primi a essere radiato (dall'Ordine dei medici di Treviso). Le motivazioni riguardavano le sue posizioni critiche sulle vaccinazioni, definite dal presidente dell'ISS Walter Ricciardi "non etiche e antiscientifiche« (radiazione poi annullata dalla Cassazione nel gennaio 2023 per difetto di forma – il dott. Gava non ha comunque più ripreso la professione)
- Dario Miedico (2017): Medico di medicina generale, radiato dall'Ordine di Milano a seguito di un procedimento disciplinare per le sue posizioni critiche nei confronti delle vaccinazioni (poi annullata dalla Cassazione il 9 aprile 2024 per difetto di forma)
- Gabriella Maria Lesmo, specializzata in anestesiologia, rianimazione e pediatria, radiata nell’aprile 2018 dall’Ordine dei Medici di Milano. Ha continuato a lavorare come medica in Svizzera.
- Silvana De Mari: nel giugno 2023 è stata radiata dall’Ordine dei Medici di Torino per le sue affermazioni pubbliche sui vaccini e soprattutto i consigli terapeutici sul Covid ritenuti antiscientifici.
- Barbara Balanzoni: nel giugno 2022 l'Ordine dei Medici di Venezia l’ha radiata per posizioni critiche nei confronti delle vaccinazioni.
Molte persone (giornaliste, politiche, mediche ecc.) hanno criticato il Governo Meloni per l’iniziativa presa di introdurre l’articolo 8.
Sarebbe bello sentire le stesse persone chiedere con forza la radiazione dall’albo delle persone condannate per corruzione, malasanità, conflitto di interessi o errori gravi. Ma forse, così facendo, avremo gravi problemi di organico…
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NOTE:
[1] Uso il femminile sovraesteso.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Bloor, D. (1976), trad. it. La dimensione sociale della conoscenza Milano: Cortina 1994.
Di Trocchio, F. (1993), Le bugie della scienza. Perché e come gli scienziati imbrogliano, Milano: Mondadori.
Durkheim, É. (1893), trad. it. La divisione del lavoro sociale, Milano: Il Saggiatore.
Durkheim, É. (1895), trad. it. Le regole del metodo sociologico, Torino: Einaudi.
Gieryn T.F. (1983). Boundary-work and the demarcation of science from non-science: Strains and interests in professional ideologies of scientists. American Sociological Review, 48(6): 781-795.
Fossil fuel Treaty: un’idea whose time has come
A settembre 2020 alla Climate Week di New York venne ufficialmente lanciata un’iniziativa di cui si poteva dire già allora, ma soprattutto oggi, che è un’idea il cui tempo è arrivato.
È l’iniziativa per un Trattato internazionale vincolante di Non-Proliferazione dei combustibili fossili, o Fossil fuel Treaty. Modellato sul Trattato di Non-Proliferazione delle armi nucleari entrato in vigore nel 1970, il Treaty si fonda su un’equazione molto semplice: le fonti fossili sono le armi di distruzione di massa della nostra era. In altre parole, l’incubo fossile come potenziale distruttivo equivale all’incubo nucleare.
Il Treaty poggia su tre pilastri: i) non-proliferazione, ovvero stop immediato all’espansione dell’industria fossile (l’esatto contrario del drill, baby, drill trumpiano, per intendersi) ii) eliminazione graduale della produzione esistente (il famoso phase-out) iii) giusta transizione, da conseguire in particolare accelerando l’adozione delle rinnovabili e la diversificazione economica, per non lasciare nessuno indietro in particolare nei Paesi fortemente dipendenti dall’estrazione di fonti fossili.
Il Treaty è rivolto ovviamente agli Stati e sono già quasi una ventina quelli che hanno dato il loro sostegno formale, fra i quali Cambogia, Colombia e Pakistan. Nessuno, ancora, dall’Europa. Ma per fare pressione sui governi, il Treaty ha dato fin da subito a varie categorie di stakeholder la possibilità di sostenerlo e negli anni ha raccolto il supporto di sostenitori a dir poco illustri. Su tutti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Parlamento europeo e di fatto il Vaticano attraverso il Movimento Laudato Si’, che dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco nel 2015 («Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti (..) deve essere sostituita progressivamente e senza indugio», par. 165) ha guidato centinaia di organizzazioni cattoliche in tutto il mondo a fare fossil fuel divestment, cioè a disinvestire dalle società dell’industria fossile.
Aderiscono al Treaty città e governi regionali (circa 200, fra cui numerose capitali anche in Europa), la società civile, scienziati e accademici, istituzioni religiose, quasi mille parlamentari da tutto il mondo, istituzioni medico-sanitarie, artisti di fama internazionale, oltre 1 milione di individui su base personale.
In Italia sono quattro le città italiane aderenti, in ordine cronologico di adesione si tratta di Torino (ha aderito nel 2022, il 12 dicembre, anniversario della sigla dell’Accordo di Parigi), Pontassieve, Roma (nel 2023), Firenze (ad aprile 2026). Qualche decina le associazioni della società civile e gli enti religiosi. Poco più di una ventina i parlamentari, fra quelli che siedono nel Parlamento italiano e quelli di stanza in Europa.
C’è anche un business case dell’adesione al Treaty. Perché da circa tre anni le adesioni sono state aperte al mondo del business. Ovviamente con criteri particolarmente stringenti, per evitare il rischio di greenwashing. In questi tre anni hanno aderito una settantina di imprese nel mondo, molte dal settore finanziario. Ha fatto scalpore l'adesione della prima grande azienda mineraria, l'australiana Fortescue, che ha dimostrato che anche aziende dall'impatto ambientale molto rilevante possono impegnarsi credibilmente ad abbandonare le fossili. In Italia l'unica ad aderire per il momento è Banca Etica. Ed è significativo che, come Banca Etica, abbiano aderito al Treaty molte banche etiche della rete GABV-Global Alliance for Banking on Values. In particolare Triodos Bank, che a fine 2023 è diventata la prima banca al mondo ad aderire al Trattato di Non-Proliferazione dei combustibili fossili.
Il business case è legato naturalmente alla dimensione reputazionale. Che non è poco. Anzi, è oro colato. Specie in un'epoca in cui da una parte rating e standard di sostenibilità sono sempre più under scrutiny (nessuno si fida più di nessuno, per dirla terra terra), dall'altra gli impatti della crisi climatica si fanno più severi e frequenti, come l’estate 2026 letteralmente infuocata ha reso a tutti evidente.
Aderire al Treaty, dunque, può risultare una carta vincente per far vedere che si fa sul serio. Che ci si vuole impegnare per consegnare le fossili alla storia. Che si vuole agire per dare gambe a quel transitioning away from fossil fuels che le Cop, i summit globali sul clima che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici (UNFCCC) organizza dal 1995, hanno messo nero su bianco solo alla Cop28 di fine 2023 in Dubai. Cioè dopo quasi trent’anni di discussioni. Non abbiamo più tempo da perdere. Ne abbiamo già perso troppo.
Antisemitismo ex-lege. Uso politico della storia
La dichiarata necessità di un disegno di legge contro l’antisemitismo
Ai primi di marzo del 2026, il Senato della Repubblica ha approvato il Disegno di Legge n. 1004 sull’antisemitismo. Dal 2 di ottobre l’approvazione può entrare in calendario alla Camera dei Deputati.
Il D.L. nasce con «l’obiettivo di favorire una convergenza trasversale su un testo che aveva un grande valore simbolico di fronte alla crescita di aggressioni contro le persone ebree in giro per l’Europa», scrive il Post, riprendendo l’intervento del sen. Gasparri alla Commissione permanente della Camera.
Sempre il sen. Gasparri sottolinea la necessità di «rispondere a esigenze di un momento storico particolarmente delicato» in cui si osserva una «moltiplicazione dei fenomeni di antisemitismo», necessità da cui nascono il D.L. e l’iter veloce, senza emendamenti, a cui è sottoposto.
Sembra incontrovertibile che, dall’ottobre del 2023, a fronte della reazione dello Stato di Israele, che ha colpito soprattutto la popolazione di Gaza e, recentemente, della Cisgiordania, le espressioni e le azioni di stampo antisemitico sono aumentate.
Sembra altrettanto assodato che confondere termini quali ebrei e israeliani, e le nozioni di ebreo e di Stato di Israele, abbia un ruolo rilevante nel proliferare di odio antisemita.
Ancora, è abbastanza evidente che questa confusione sia generata e perpetuata da molte delle parti in gioco: in Israele (la nazione, per capirci) parlano di sé indifferentemente come lo stato ebraico, il popolo ebreo, Israele, lo stato di Israele; per molti ebrei che vivono nell’occidente euro-americano ebrei e israeliani sono categorie sovrapponibili, l’aggressione del 7 ottobre contro lo Stato di Israele e la sua popolazione è da considerare una aggressione contro tutto il popolo ebreo e, nuovamente, l’identificazione tra israeliano ed ebreo è molto frequente; sono rari i casi in cui viene esplicitamente sottolineata la differenza tra i due concetti. Frequenti anche i casi in cui persone ebree non israeliane faticano a condannare la politica di distruzione violenta e incontrollata di Netanyahu.
Lo stesso vale per molti sostenitori dei diritti palestinesi (senza per questo essere considerati fiancheggiatori di Hamas) e molti detrattori della politica di Israele (dello Stato di Israele, per essere certi di una interpretazione univoca): molto spesso i termini ebrei e israeliani vengono confusi, ebraismo e sionismo vengono sovrapposti.
È, tuttavia, davvero necessaria questa legge, dato che la legislazione italiana ha già leggi specifiche contro il razzismo, come la Legge Mancino (Legge 25 giugno 1993, n. 205), contro i reati di opinione (legge n. 85 del 2006) e contro la negazione della Shoa[1] (legge n. 115 del 2016)?
Forse sì, se riesce a fare chiarezza.
Il disegno di legge
Su questa base, la maggioranza di governo (Sen. M. Romeo, 2025) ha presentato un disegno di legge volto, appunto, a fare chiarezza e a contrastare il fenomeno del razzismo antisemita.
Il disegno di legge è breve, solo 3 articoli; il primo, richiama il dettato di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali dell’Art. 3 della Costituzione, e definisce l’oggetto della legge e il reato, cioè l’antisemitismo; il secondo elenca le misure attive e proattive di sensibilizzazione e di contrasto; il terzo, l’unico che ha forma di diritto restrittivo, regola la possibilità di negare l’autorizzazione di manifestazioni pubbliche in caso di comportamenti antisemiti.
Nel primo articolo il legislatore non elabora una propria definizione di antisemitismo ma, in linea con la raccomandazione della Commissione EU, adotta la definizione operativa del IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) come proprio parametro di riferimento.
Ecco la definizione dell’IHRA: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.»[2]
Oltre alla definizione, il D.L. adotta dal IHRA «i relativi indicatori, necessari ai fini dell'applicazione della legge medesima», i primi dei quali sono direttamente e genuinamente correlati alle vere e proprie manifestazioni di odio razziale anti-ebraico:
- l’incitazione, il sostegno o la giustificazione dell’uccisione o di danni contro gli ebrei
- i discorsi mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipati sugli ebrei come individui o del loro potere come collettività;
- l’inclusione di tutti gli ebrei (ossia, l’essenzializzazione) per retai, veri o immaginari, compiuti da un ebreo o da un gruppo di ebrei
- tutte le forme di negazionismo della Shoa e del genocidio.
I punti deboli
Purtroppo, la “definizione operativa” del IHRA contiene due punti di debolezza intrinseca, uno esplicito e l’altro implicito, e la chiarezza che desideravamo non sembra farla.
Quello esplicito è che, nonostante una sorta di disclaimer iniziale[3], non fa affatto chiarezza sul tema della distinzione tra ebrei e Israele, e tra ebraismo e sionismo.
Infatti, i successivi indicatori del IHRA (che sono inclusi nel disegno di legge)
- condannano le accuse ai cittadini ebrei di «essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione»,
- ritengono antisemitismo sostenere che «l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo» o richiedere ad Israele «un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico», o «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti».
Far ricadere sotto la categoria di antisemitismo questo genere di azioni aumenta la confusione invece che ridurla, infatti:
- accusare un cittadino di essere più fedele a un interesse che ritiene superiore a quello del proprio Stato non è un atto di razzismo (in questo caso di antisemitismo) ma una critica a dei comportamenti morali individuali o di gruppo che, portati al limite, possono diventare reato. Ad esempio, la dottrina cristiana ha sempre affermato il primato della legge divina su quella dello Stato[4] e sostenuto l’obiezione di coscienza e la disubbidienza civile in caso di leggi umane che violino la legge di Dio.
- Definire antisemita chi pensa che l’esistenza (e le azioni, quindi) dello Stato di Israele sia una espressione di razzismo ha senso se e solo se non c’è distinzione tra Stato di Israele e ebrei[5].
- Includere nell’antisemitismo la richiesta allo Stato di Israele di comportamenti non richiesti ad altri Stati è altrettanto pericoloso, in virtù del fatto che la politica internazionale fa continuamente dei distinguo tra uno Stato e l’altro, applica dettami di un tipo a uno e di un altro tipo ad un altro.
- E, nuovamente, questo indicatore sta in piedi se e solo se vi è identità tra Israele (lo Stato), gli ebrei, il sionismo.
La debolezza implicita sta, invece, nel fatto che la definizione di ebrei è data per scontata, quando essa non lo è affatto.
Chi sono, infatti, gli ebrei di cui parla il IHRA? Essa non lo definisce, e la legge italiana neppure.
Quindi, di chi si parla? Delle persone che professano la religione dell’ebraismo, compresi i convertiti? Delle persone nate da madre di origine ebraica (così definite dalla legge religiosa ebraica tradizionale) oppure anche quelli riconosciuti ebrei dai movimenti ebraici più progressisti (come il movimento riformato negli Stati Uniti) che includono anche i nati da padre di origine ebraica? In altre parole, teoricamente, si può diventare ebrei per origine materna, paterna e conversione. Tuttavia, all’interno del mondo ebraico non c’è consenso su questa definizione. Lo status di ebreo rimane, quindi, sfuggente.
Può, allora, una legge stare in piedi se il concetto portante è così indefinito e sfuggente? Se, poniamo, qualcuno dovesse insultare Elly Schlein, il cui padre è ebreo, questo atto esecrabile sarebbe ascrivibile all’odio razziale antisemita? Chi lo decide? Lei? Dove sta un fondamento oggettivo? Oppure, esiste un’anagrafe mondiale degli ebrei, come c’è per la cittadinanza italiana? No, anche perché la cittadinanza è all’appartenenza a uno Stato, non a una religione o a una consanguineità.
Seguendo la pista storica e culturale: sono ebrei coloro che condividono la storia della diaspora, delle persecuzioni e il legame storico e spirituale con la Terra d'Israele (non lo Stato!), la lingua, la cultura. E, infine, quella geografica e auto-identitaria: sono ebrei le persone che sono nate all’interno del territorio dello Stato d’Israele e si sentono ebrei.
Definire ebreo è difficile, le diverse sfaccettature rendono il termine molto ampio e complesso, con un utilizzo – proprio nella definizione del IHRA - ad elevato rischio di contraddizione.
Effetti sulla legge
Le debolezze della definizione non possono che rispecchiarsi sul disegno di legge: se la definizione IHRA non fa chiarezza, anche la legge non è chiara e ben perimetrata, rischiando di includere lo Stato di Israele nella categoria degli ebrei, e le critiche allo Stato di Israele nella categoria dell’antisemitismo, con una palese violazione del diritto di espressione e di opinione.
Questo rischio è amplificato dall’ambiguità della formula che include «istituzioni comunitarie ebraiche» tra i bersagli dell’antisemitismo: lo Stato d’Israele rientra o meno in questa categoria? Secondo il Parlamento israeliano (Knesset) dal 2018 è così, esso definisce formalmente Israele come lo Stato-nazione del popolo ebraico israeliano. In questo modo lo Stato d’Israele torna alla ribalta come bersaglio delle esecrate Manifestazioni di antisemitismo, verbali o fisiche.
Rischi e debolezze che hanno un riverbero fortemente negativo sull’efficacia della legge, in termini proprio di rilevazione del reato.
A meno che, e il sospetto può essere legittimo, vista la posizione tenuta dal Governo italiano di sostanziale sostegno all’offensiva israeliana contro Gaza, il disegno di legge n.1004 non nasconda il desiderio implicito di impedire e poter perseguire le critiche allo Stato di Israele.
NOTE:
[1] Che introduce una circostanza aggravante speciale dei delitti di propaganda razzista, di istigazione e di incitamento di atti di discriminazione commessi per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
[2] In inglese: «Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities».
[3] «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite», cfr. IHRA - La definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto.
[4] Cfr. la corruptio legis in Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae.
[5] Senza contare il fatto che lo Stato di Israele compie con regolarità atti di razzismo, identificando un popolo (i palestinesi) con un partito armato (Hamas).
Musk e lo Stato-macchina
Il governo degli ingegneri
Sono trascorsi poco più di trent’anni da quando Pierre Lévy rissumeva l’ideologia della tecnologia digitale nella metafora dell’“intelligenza connettiva”, paragonandola al funzionamento della mente umana e a quella dell’Intelletto Agente di al-Farabi – quindi a Dio in persona, nella versione divulgata da uno dei più grandi teologi islamici del Medioevo. La Rete prometteva un futuro di solidarietà, di sviluppo dei talenti individuali, di espansione del sapere e della democrazia; aveva convertito la direzione dell’escatologia dall’asse verticale cielo-terra, all’asse orizzontale presente-avvenire, congiungendo il bene alla spinta temporale del progresso e dell’innovazione. Pierre Musso ha evidenziato il collegamento di questa concezione con quella positivistica di Saint-Simon e dei suoi successori, quando il network non consisteva nei collegamenti tra server e pagine elettroniche, ma nel reticolo dei canali d’acqua, dei binari dei treni, della viabilità stradale e del telegrafo ottico. Eppure la teoria politica sviluppata nei primi anni dell’Ottocento appare ancora di grande attualità, e potrebbe essere adottata come didascalia dottrinaria dell’operazione condotta al Doge da Elon Musk all’inizio del 2025, quando la seconda amministrazione Trump muoveva a Washington i primi passi.
Il governo degli ingegneri prescritto da Saint-Simon avrebbe dovuto sostituirsi alle istituzioni gestite da politici per garantire al popolo un futuro di prosperità e di crescita, svincolato da egoismo, opportunismo, dogmi religiosi e ideologici, e da tutti coloro per i quali il potere è una carriera o una questione di privilegio ereditario. Senza timore della noia e dell’autismo tecnicistico, gli utopisti sansimoniani nel XIX secolo hanno brandito questa direttiva contro gli incarichi amministrativi di aristocratici, ecclesiastici, latifondisti e sostenitori dell’Ancien Régime; il significato che una simile utopia – o distopia – assume oggi, come allora, è la rimozione di ogni mediazione politica dal funzionamento della macchina pubblica. Nella prospettiva di Musk, analizzata da Slobodian e Tarnoff, l’efficienza tecnica nelle operazioni della macchina statale deve garantire un ambiente di sostegno e di prosperità per la classe dominante tradizionale dell’Occidente bianco e cristiano. La tecnologia è la condizione essenziale per l’implementazione del progetto, ma le sue caratteristiche non sono più espansive e animate da una promessa di futuro. Le dichiarazioni di Musk sono intrise di pessimismo e inclinano a isolare la cultura occidentale, insieme ai suoi eroi protettori, dal resto del mondo, inteso come una minaccia di distruzione.
L’hub di tutti i dati
La radice reazionaria dell’ideologia della disruption digitale, nella Silicon Valley e nel resto del mondo, emerge in questa fase di apparente contrazione della capacità di controllo delle autorità tradizionali sulle aziende Big Tech e sulla forza del capitalismo finanziario, che scommette tutto su sviluppo dell’AI e dispositivi bellici. Musk è stato un interprete delle trasformazioni concettuali del capitalismo digitale: è passato dalla prima ondata dell’e-commcerce su Internet con PayPal alla green economy, con le macchine elettriche della Tesla e con il sistema integrato di pannelli solari e batterie al litio, poi alla de-globalizzazione con il ritorno all’autonomia americana nei lanci satellitari grazie a SpaceX. Ogni rivolgimento conserva la fede nella tecnologia come metodo di salvezza tramite la razionalizzazione e tramite la tutela della struttura sociale capitalistica da ogni ipotesi di revisione. Secondo Slobodian e Tarnoff l’organizzazione politica e consociativa che Musk ritiene naturale e necessaria coincide con quella sperimentata nel corso della sua infanzia e adolescenza a Johannesburg, nel Sudafrica dell’apertheid. L’arroccamento di una minoranza che si reputa un’élite razziale e spirituale è il modo di vita e la percezione dell’universo che si sono asserragliati (a loro volta) nella mentalità dell’imprenditore oggi più famoso del mondo.
Ma non occorre abbracciare questa analisi psicologica per seguire la parabola del pensiero di Musk. Il Doge è stato rifondato nei mesi della sua reggenza come l’hub centrale di tutti i database pubblici degli Stati Uniti, al fine di dare corpo ad un vero e proprio ufficio del Giudizio Universale. Nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche l’obiettivo primario era ridurre il costo dell’amministrazione pubblica, attraverso il taglio delle agenzie e dei singoli impiegati statali superflui. Con un metodo già collaudato nelle sue imprese, Musk ha chiesto con una mail ai dipendenti federali di spiegare il contributo del loro lavoro al funzionamento della macchina dello Stato, invitandoli a priori a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Ha convocato nelle sale del Doge un battaglione di programmatori molto giovani, senza alcuna esperienza nel funzionamento della burocrazia federale, con la missione di aprire l’accesso a tutti gli archivi, gli schedari, le banche dati del Paese, rendedoli interoperabili e interrogabili dalle loro postazioni. Anche questa procedura era già stata testata con l’acquisizione di Twitter e lo smantellamento di gran parte del personale e dell’infrastruttura sistemistica che sosteneva la società di Market Square.
Il compito di individuare le agenzie e i dipendenti in eccedenza si è conclusa con un fallimento economico, se è vero come sostengono le indagini del Financial Times e di The Atlantic che i tagli alla spesa pubblica sono stati minimi, e di fatto sono stati annullati dai tagli fiscali a favore dei ricchi voluti da Donald Trump nel Big Beautiful Bill. Ma l’obiettivo principale è stato comunque raggiunto, perché ora il governo centrale dispone di un’infrastruttura digitale in grado di recuperare i dati di ogni cittadino – travalicando qualunque protezione costituzionale con l’apparente neutralità del supporto tecnico.
Supporto tecnico
Le campagne di pulizia etnica dell’Ice sono state condotte attraverso l’incrocio di dati personali estratti e confrontati dall’infrastruttura del Doge – refusi di imputazione ed errori di interpretazione delle informazioni inclusi nel pacchetto assistenza. Elon Musk si aggirava alle riunioni del Gabinetto di Trump con una maglietta su cui campeggiava la scritta Supporto tecnico per sottolineare il carattere di pura razionalità e di disinteresse partitico del suo ruolo: lo Stato come dispositivo di controllo massivo della vita, del pensiero, delle azioni e dei desideri di tutti, trascritti (e traditi) nelle tracce digitali impresse da ogni clic e da ogni interazione con cellulari e computer, metteva in scena la commedia della propria imparzialità in questo siparietto goliardico.
Eppure la macchina del potere messa in moto da questo attore, che si pretende equidistante, si adopera per irrigidire la struttura sociale attuale e le sue prerogative economiche, per erigere un fossato di protezione attorno alle élite finanziarie e imprenditoriali, per pretendere la socializzazione dei rischi d’impresa e la privatizzazione dei ricavi, da parte di chi è ha poi la forza per rivendicare la paternità dei risultati commerciali dell’innovazione. Musk è uno degli alfieri di questa pratica, visto che, per esempio, Tesla ha beneficiato di un finanziamento di 465 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia degli USA per aprire il primo stabilimento, a Fremont, e avviare la produzione del Model S. Lo Stato non ha preteso alcuna quota nell’azienda, e non ha quindi riscosso alcuna rendita dal successo dell’impresa, se non la restitutizione del debito. Al contrario, il finanziamento pubblico si conclude con l’incenerimento completo del capitale alimentato dai contribuenti nel caso in cui la società fallisca, come è accaduto con i 535 milioni di dollari investiti in Solyndra, società produttrice di pannelli solari che ha dichiarato bancarotta nel 2011. Lo Stato che secondo Musk è giusto e naturale non guadagna nulla quando il sovvenzionamento ottiene successo, lasciando l’intero ricavo agli azionisti – ma perde tutto in caso di fallimento. Vale anche la pena di ricordare che Tesla ha evitato bilanci in rosso fino al 2020 con la vendita di Regulatory Carbon Credits, i titoli emessi dallo Stato per le aziende inquinanti che devono agire sui mercati regolamentati. Inoltre la sopravvivenza di SpaceX è stata assicurata dalle commesse pubbliche della NASA e del Pentagono, che fino al 2023 hanno rappresentato i principali (e per anni gli unici) clienti della società, in termini di fatturato.
Lo Stato come automa è lo strumento di un potere che protegge i privilegi attuali della configurazione sociale per censo, genere e etnia, trincerandoli nella fede della loro razionalità, della loro iscrizione nelle leggi immodificabili della natura umana. Musk condanna come inadeguata, disfunzionale, antieconomica, qualunque opinione differisca dai suoi interessi personali – ricalcando con questo atteggiamento una pratica comune della Silicon Valley. Il governo degli ingegneri è una restrizione del dominio politico al dibattito sulle sole questioni di fattibilità e di selezione strumentale: le domande sulle finalità, sulla valutazione del bene collettivo, sulla stima del giusto e del meglio per tutti, vengono obliterate, censurate dalla discussione, cacciate dai salotti del buon senso. Questi interrogativi non possono essere frequentati dalla logica computazionale, e devono quindi essere assunti in un atto di fede nella portata escatologica della tecnologia, che renderà immortale e interplanetaria la specie umana, preservando nell’eternità futura la gerarchia sociale attuale, replicando all’infinito il sistema capitalistico del presente. Amen.
Dal futuro all’assedio
Per ottenere questo risultato la macchina dello Stato è autorizzata ad adottare ogni mezzo: l’assedio di chi dissente deve essere biasimato come il tentativo di inoculare un virus nell’intelligenza connettiva della società in Rete, come l’infiltrazione di un agente del caos, come la minaccia di un pericolo esistenziale per l’umanità. Musk ha sempre predicato con chiarezza il verbo randiano (o paretiano, se si preferisce) sull’essenza dell’umanità, che non coincide con tutti gli individui appartenenti alla specie, o con titolari dei diritti fondamentali proclamati dalla Rivoluzione Francese e dall’Onu – ma con l’élite dei matematici e degli ingegneri, con le loro biblioteche e i loro manuali, che sarebbero in grado di far rifiorire la civiltà (bianca e occidentale) su un altro pianeta o su questa stessa Terra, dopo una qualche apocalisse atomica o biologica.
Per chi non riesce a pensare se non in termini di metafore informatiche, come Musk, l’apparato dell’hardware e del software di cui consiste la collettività, nelle sue dimensioni materiale e intellettuale, è sempre esposto ad un attacco hacker che ne potrebbe compromettere il funzionamento, anche manipolando il programma dall’interno e modificandone il comportamento: è quello che avrebbe fatto la cultura woke. Ora che si è inceppata la fiducia nella capacità espansiva delle tecnologie digitali, nel loro mandato prometeico di guida al progresso e all’evoluzione del mondo intero – l’ansia da assedio delle cittadelle bianche del Sudafrica passa a dominare la retorica e la progettualità delle Big Tech. L’assalto può provenire non solo dall’esterno, ma anche dal Golem di un’AI alimentata dalla profusione dei testi contaminati dalla mentalità woke del vecchio Twitter, ora epurato – candeggiato – nel nuovo bianchissimo e ortodosso X. La difesa deve mettere al riparo il core della civiltà ricorrendo a tutti gli stratagemmi possibili, includendo anche le operazioni di ingegneria sociale che rendano le masse funzionali alle necessità operative dello Stato.
Occorre tornare a domandarsi cosa sia il potere, accantonando la metafora macchinica dello Stato e la fede nel potere della tecnologia di raggiungere le finalità migliori attraverso la soluzione di problemi relativi a mezzi e strumenti. Occorre tacitare l’ingenuità e l’arroganza di Musk, mettendo in luce l’ipocrisia degli interessi finanziari nella matrice teologica che, secondo la metafora del nano gobbo di Benjamin, mette in movimento la macchina politica dall’interno. Ora che l’escatologia della Rete digitale ha mostrato che la promessa di salvezza nel futuro del governo degli ingegneri consiste nell’irrigidimento della gerarchia attuale e nella riproduzione testarda del vuoto di senso diluita dal balenio dei gadget digitali, diventa sempre più urgente la domanda su quale debba essere il ruolo e lo statuto dello Stato nella progettazione del nostro (molto profano) futuro.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus, Einaudi 2006.
P. Levy, L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996.
M. Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae, Laterza 2018.
P. Musso, L’ideologia delle reti, Apogeo 2007.
Q. Slobodian, B. Tarnoff, Muskismo, Einaudi 2026.
Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Terza parte, è davvero il caso?
Quindi, è il caso di procedere con il nucleare?
Il nucleare si propone - o meglio, viene proposto dai suoi sostenitori - come soluzione prospettivamente economica, ambientalmente poco impattante, potente, disponibile e fruibile con continuità e, infine, in linea con le strategie di decarbonizzazione. Ma è davvero così?
Prospettivamente economico perché con un LCOE (Levelized Costo Of Energy) contenuto; di fascia bassa; ambientalmente poco impattante, grazie alle dimensioni tutto sommato contenute delle nuove centrali da 1.000 MW e alla quasi assoluta assenza di emissioni di CO2 e di altri gas critici; altamente disponibile e fruibile con continuità, poiché non soggetto alle variabilità dell'eolico, dell'idroelettrico o del fotovoltaioc; potente perché in grado di erogare grandi quantità di energia per unità di tempo; e in linea con le strategie di decarbonizzazione dato che non fa uso di nessuna combustione carbonica.
In più, la produzione di energia da fonti nucleari viene presentata come la risposta alle crescenti esigenze di energia dettate, come dice Pichetto Fratin, dal proliferare delle nuove tecnologie di data centre, I.A. e elettrificazione civile.
Però, ci sono alcuni però, almeno quattro
Però, se pure il costo complessivo di produzione (LCOE) è competitivo, gli investimenti iniziali sono drammaticamente più elevati e rischiano, come successe già tempo fa, di essere incompatibili con le risorse che lo stato è in grado di mobilitare. E, per certo, le possibili soluzioni private o misto pubblico-private a questa criticità non sembrano essere percorribili, perché legherebbero il Paese alle imprese realizzatrici anche nella fase di gestione – chi farebbe questi investimenti senza averne un ritorno con la vendita di elettricità? – e, con buona probabilità neutralizzerebbero la competitività economica dell’energia.
Però, il tempo necessario per realizzare le centrali è lungo, molto lungo, e sposta in un futuro quasi remoto la fruibilità di questa produzione, in termini di 10-20 anni e forse più.
Però, e tre, bisogna fare i conti con le scorie di produzione: l’unico sistema per stoccarle in modo efficace, conveniente e sicuro è realizzare il Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi, tema su cui tutti i governi[1] che lo hanno avuto in carico, dal 2010 ad oggi, non sono riusciti a trovare una soluzione valida e condivisa con i diversi stakeholder. Né può essere considerata una soluzione adeguata quella del conferimento dei rifiuti radioattivi a media ed alta intensità a paesi terzi meglio organizzati, perché aumenterebbe il costo per Megawattora di 30 – 50 €, neutralizzando l’economicità nominale dell’energia “nucleare”.
Però, numero quattro, è dove fare le centrali. È vero che in questo periodo si stanno affermando dei trend anti-democratici che potrebbero portare a decisioni d’imperio sulla localizzazione, ma è altrettanto vero che le forze popolari sostenitrici dell’imperium diventano di colpo sensibili quando viene toccato il loro backyard, come si è visto nella discussione pubblica sulla localizzazione del deposito. Nessuno lo vuole e – se tanto ci dà tanto – nessuno vorrà le centrali sul proprio territorio. E la ragione è chiara: la memoria di Three Miles Island, Chernobyl e Fukushima è ancora viva, e i timori di incidenti legati a fenomeni di guerra – pensiamo a quanto si parla di Zaporižžja - terrorismo o errori umani non sono facili da erodere.
Forse, allora…
Sembra, quindi, molto più opportuno puntare maggiore attenzione, risorse e lavoro su un mix di fonti rinnovabili che progressivamente (ma anche non completamente) sostituiscano le fossili, con in testa l’eolico di terra (onshore) e il fotovoltaico, fonti e tecnologie altrettanto economiche, pulite e poco impattanti sull’ambiente, del tutto in linea con i piani di decarbonizzazione, ma – in positivo:
- disponibili in tempi molto più brevi
- che richiedono investimenti molto inferiori e compatibili con le possibilità finanziarie del Paese
- certamente più sicure e, per questo, anche più facilmente affidabili a imprese terze, private o pubbliche
Resta aperto il tema della flessibilità e continuità di erogazione dell’energia, che viene indicato dai detrattori come il maggiore ostacolo delle rinnovabili: in questo senso la soluzione può essere fondata su interconnessioni di rete basate sulla sempre più affermata Smartgrid, compensazione con le fonti tradizionali residuali, per i momenti di minore disponibilità, sistemi di accumulo (va citato il caso della California, con batterie di capacità da 13 GW che soddisfano una porzione significativa della domanda nelle ore di picco) e sistemi di gestione intelligente della domanda.
Domanda di energia che può – anch’essa – essere oggetto di un piano di ridefinizione nazionale che tenga conto degli orari di maggiore disponibilità e di modulazione – in termini di decremento – dei consumi sia civili che industriali.
Un finale alternativo: quali interessi e forze dobbiamo ricordare?
Ecco, siamo alla fine di questa lunga riflessione sull’opportunità di un piano di sviluppo dell’energia da fonti nucleari e si pone una domanda esiziale: se ci sono tutti questi però, e se un piano energetico fondato principalmente sulle rinnovabili, perché il Governo italiano si sta focalizzando in modo così deciso sul nucleare?
Perché, visto che questo piano si rivela velleitario ed assolutamente inefficace nel breve periodo, il Governo sta facendone una propria bandiera e non sembra avvedersi di quanto sia poco realistico?
Ci sono sicuramente in gioco degli interessi industriali. A giugno l’Italia è entrata nella European Nuclear Alliance, allineandosi al gruppo dei paesi pro-nucleare in UE diretto dalla Francia, dice Ecco Climate. Di recente è nata Nuclitalia, collaborazione tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo – tre dei più grandi player industriali italiani, misti pubblico/privato – che si presenta come piattaforma industriale e tecnologica per guidare il futuro del nucleare in Italia. Ci sono le possibili ricadute di tipo militare, soprattutto in termini di propulsione navale.
Infine, c’è la pressione del mondo delle tecnologie digitali, con 200 data centre già attivi in Italia e 70 nuovi progetti solo nell’area milanese, l’ampliamento delle risorse energetiche necessarie a “far girare” le I.A. sempre più presenti nel tessuto industriale.
Non ci sembra azzardato pensare che il governo italiano sia consapevole della distanza del piano nucleare dalla realtà e che lo stia utilizzando, da un lato, in termini di comunicazione e di ricerca di consenso presso le fasce elettorali ideologicamente allergiche alle rinnovabili e presso quelle energivore, e dall’altro lato per ingraziarsi ed attirare le grandi tech corporation che sognano, con una folle fuga in avanti, data center, I.A. pervasiva e energivora, e reti neurali, misurate in qubit, ovunque.
Alimentate, ovviamente, dalle centrali nucleari pagate dai governi locali.
NOTE:
[1] Quando si parla di "prospettivamente economico", per una fonte energetica, si intende in termini di LCOE (Levelized Costo Of Energy) di fascia bassa.
[2] Nell’ordine: Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi, Meloni.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70
https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito
https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB
https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity
https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare
https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/
https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/
Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Seconda parte, sostenitori e detrattori
Promotori e sostenitori
Il principale promotore dell’iniziativa di ripresa del percorso nucleare è il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Pichetto Fratin appartiene ed è espressione di Forza Italia, con un curriculum di rispetto e fortemente trasversale tra ambiente e programmazione economica, con una dichiarata attenzione alla riconversione dei poli industriali ad alto impatto ambientale. I suoi mandanti sono, per forza di cose, i partiti di maggioranza.
La principale ratio del Ministero per questo nuovo percorso energetico è di rispondere alla crescente domanda di energia generata «anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile»[1] in modo più indipendente, sicuro e forte, garantendo – nello stesso tempo e in parallelo allo sviluppo delle energie rinnovabili – di «raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione, garantendo la piena sicurezza energetica del Paese».
Nel comunicato di febbraio 2025, il Ministro dichiara programmaticamente che il Governo intende «disciplinare in maniera organica l’intero ciclo di vita della nuova energia sostenibile, […] dalla sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi moduli, al tema della fabbricazione e riprocessamento del combustibile sarà affrontato in una visione di economia circolare», agendo «anche sulla disattivazione e smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, la riorganizzazione di competenze e funzioni, anche con l’istituzione di una Autorità indipendente per sicurezza, vigilanza e controllo. La delega servirà anche a prevedere strumenti formativi e informativi, formare nuovi tecnici e figure professionali del settore, individuare benefici per i territori interessati».
Un punto cardine delle motivazioni è la continuità di produzione e di disponibilità dell’energia, continuità che le fonti rinnovabili come eolico e solare non possono, per loro natura, garantire. Anche l’idroelettrico – che pure ha giocato un ruolo fondamentale nel mix energetico italiano – sembra, su questo punto, mostrare la corda e avere prospettive di decrescita a fronte dell’evoluzione climatica.
Senza dubbio, il piano Pichetto Fratin è – almeno nelle parole – ampio, organico, attento alle implicazioni ambientali, alla circolarità dell’economia, all’assorbimento di un fabbisogno energetico, alla continuità di produzione e, infine, al benessere – torneranno i contributi compensativi sotto altro nome? – dei territori interessati.
È anche evidente che questo programma dà per scontata la crescita del fabbisogno energetico, ma come si può intervenire su questa crescita, a livello locale? E il livello nazionale italiano è locale, a confronto con i movimenti della finanza e dell’industria tecnologica mondiale che oggi, palesemente, tirano le fila dello sviluppo della “nuova” industria.
Chi altri sostiene il piano del Governo?
In prima fila troviamo le associazioni degli industriali, per le medesime ragioni del governo e il sotteso di possibili riduzioni dei costi di produzione dell’energia; sono allineate a quella del Governo le voci della grande industria pesante italiana: Enel, Ansaldo Energia, Leonardo, per l’ovvia ricaduta produttiva, dato che saranno presumibilmente loro a prendersi in carico la progettazione, la realizzazione e la gestione degli impianti; infine, l’Enea che - in un impeto autopoietico – vede accrescere la centralità del suo ruolo come “pivot” di questo sviluppo.
Ci sono ancora i contrari?
Il fronte contrario al nuovo piano sul nucleare comprende – in buona sostanza – tutte le principali forze politiche di opposizione: PD, M5S, Verdi e Sinistra, in sintonia con diverse associazioni ambientaliste e alcuni think tank climatici, come Ecco Climate.
Le principali ragioni del no sono fondate sui tempi lunghi di realizzazione, che non rispondono alla crescita delle esigenze energetiche – sugli investimenti molto elevati e forse incongruenti con le possibilità del Paese, sulla mancata risoluzione del problema dello stoccaggio delle scorie, sul rischio che questa nuova onda affossi il pur dichiarato sviluppo delle rinnovabili e – infine – sul rispetto della volontà popolare dei due referendum del 1987 e del 2011.
Curiosamente, gli oppositori non fanno più leva – come in passato - sulla paura dei pericoli maggiori, dalle perdite e contaminazione ai disastri[2].
Comparazione di diverse fonti e tecnologie di produzione
Tenteremo, ora, di fare una valutazione comparativa del nucleare con alcune altre fonti energetiche, come il gas naturale, il carbone e le rinnovabili più accessibili quali l’eolico di terra, l’idroelettrico e il fotovoltaico.
I criteri di comparazione che prenderemo in considerazione sono il costo di produzione, la disponibilità delle materie prime, i tempi di realizzazione e i fattori inquinanti e di rischio.
Costi
Calcolare con un certo grado di precisione il costo complessivo di produzione dell’elettricità è un’operazione molto complessa, in cui rientra una molteplicità di fattori, a partire dagli investimenti per la realizzazione degli impianti e dal relativo ammortamento, per arrivare ai costi di trasporto e di consegna, passando – tra le altre cose – per il costo delle materie prime.
È, quindi altrettanto difficile comparare correttamente il costo effettivo di diverse fonti e diversi metodi di produzione. L’approccio più completo e in grado di fornire una vista “semplificata” è quello del Costo Livellato dell’Energia (Levelized Cost of Energy, LCOE), che computa tutti gli investimenti e i costi nel ciclo di vita di una filiera di produzione energetica e li divide per il potenziale produttivo complessivo in quello stesso ciclo di vita.
Anche il LCOE è un metodo con elevato tasso di incertezza poiché non può tenere conto delle fluttuazioni, su periodi di uno o più decenni, del costo e della disponibilità delle materie prime e del lavoro, dell’impatto di fenomeni socio-economici e geopolitici quali, ad esempio, le guerre che stanno modificando continuamente il mercato dell’energia. Tuttavia, in prima approssimazione e facendo delle ipotesi di scenario abbastanza stabili, permette di ottenere dei valori compresi in forchette di variazione che nel tempo si sono dimostrati abbastanza attendibili per dei confronti di medio periodo. Inoltre, l’analisi dell’ampiezza delle forchette di variabilità può essere usata come indicatore di rischio di variabilità e – di conseguenza – di stabilità economica di un metodo produttivo.
Ora, alcune fonti di analisi sicuramente serie e attendibili[3] indicano che il costo di produzione dell’elettricità con centrali nucleari “avanzate” si attesta tra i 100 $ e i 110 $ per Mwh, in linea con quello delle centrali a carbone, ma molto al di sopra del costo di 60-80 $ /MWh dei generatori a gas con ciclo combinato, dei parchi eolici “di terra” e delle centrali idroelettriche.
Questo costo più elevato per unità prodotta è dovuto principalmente ai tre fattori della disponibilità di materia prima (uranio arricchito, p.e.), degli investimenti di costruzione e del ciclo di vita limitato, caratteristici del nucleare.
In particolare, realizzare una centrale “tipo” da 1.000 MW costa tra i 6 e i 9 miliardi di €, mentre – ad esempio – un parco eolico “di terra” con la stessa potenza richiede solo 1 – 2 miliardi di euro. E lo stesso vale per una centrale a gas con ciclo combinato.
Tempi di realizzazione
La velocità di messa in opera, che si traduce nel tempo in cui l’energia è disponibile per coprire i fabbisogni, è anch’essa un elemento comparativamente critico per le centrali nucleari, anche se “piccole” e di tipo più avanzato: la sola costruzione richiede mediamente 5 anni ma, considerando l’iter di scelta e approvazione del sito, la valutazione ambientale e le diverse procedure di approvazione e collaudo, in Paesi mediamente attenti (e con aree sismicamente e idrogeologicamente critiche) come è l’Italia, il tempo complessivo di messa in opera si può attestare tra i 12 e i 20 anni.
Al contrario, la messa in opera di un parco eolico può essere fatta in 2 – 4 anni e una centrale a gas richiede al massimo 6 anni.
Disponibilità delle materie prime e continuità della fornitura
La materia prima sembra essere un fattore di grande incertezza per tutti tipi di produzione energetica: i principali elementi necessari per il processo di fissione, uranio per primo, non sono certamente rinnovabili e, secondo alcune fonti[4], se ne può stimare la disponibilità – con i ritmi di consumo e le tecnologie attuali – per poco più di cento anni. Può venire in aiuto, per rendere questo scenario meno critico, la possibilità di centrali autofertilizzanti che autorigenerano il combustibile, producendo quantità significative di un secondo elemento fissile e riducendo nel contempo la quantità di scorie. Tuttavia, questa tecnologia aggiunge complessità, aumenta gli investimenti e i costi di produzione e, inoltre, sembra essere decisamente più rischiosa. In aggiunta, la fornitura dipende in larga parte da Paesi come il Kazakhistan, la cui stabilità geopolitica non è garantita a lungo termine.
Peggiore prospettiva si delinea per il gas naturale. Secondo Worldometers le riserve di gas attualmente note coprono il fabbisogno mondiale per 50 – 60 anni e sono ad alto rischio di approvvigionamento a causa delle elevate tensioni internazionali.
Dall’altra parte, le fonti rinnovabili garantiscono una disponibilità teoricamente illimitata – e per questo godono di una “ottima fama”.
Purtroppo, però, almeno a livello locale, non sono, come abbiamo già accennato, altrettanto continue nel tempo. Il fotovoltaico produce solo di giorno, l’eolico solo in condizioni di vento di media forza, l’idroelettrico inizia a risentire della variabilità dei flussi idrici, generata dal cambiamento climatico (in negativo per le siccità e in positivo per gli eccessi di precipitazioni che non possono essere adeguatamente sfruttati). E la continuità – a fronte della crescita e intensità dei consumi industriali e civili (soprattutto di raffrescamento) – è un fattore critico importantissimo.
Proprio la continuità è, invece, il cavallo di battaglia del nucleare.
Ambiente
L’ultimo fattore che analizziamo, apparentemente il più scontato, è la dimensione dell’impatto ambientale.
In questo senso, i perdenti assoluti sono il gas e il carbone, responsabili conclamati, con le emissioni di CO2 e gas serra, di una parte rilevante della dimensione antropica del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico mondiale, tanto da essere considerati oggetto di phase-out anche dai governi più conservatori.
Le rinnovabili, al contrario, sembrano essere vincenti e senza rivali: non generano emissioni, non producono scorie, non consumano risorse critiche.
L’unico fattore discutibile è quello dell’impatto paesistico, le pale eoliche sono “invadenti” all’occhio, possono essere deturpanti e creano disagi per la fauna locale; uno sviluppo dell’idroelettrico richiede la creazione di nuovi bacini con impatti ambientali difficili da stimare; il fotovoltaico – realizzato a fini industriali – è invasivo e “consuma” vaste porzioni di territorio tipicamente “vergine”.
Dal punto di vista delle emissioni, anche il nucleare è vincente. Non fa rumore, non emette né fumi, né gas, né acque sporche (se tutto va bene). L’unico problema è quello delle scorie radioattive, che potrebbe essere gestito in modo adeguato con i noti depositi, la cui sicurezza sembra essere garantita, sulla carta e dalle esperienze di chi li ha già fatti.
Potrebbe, però, là dove si riuscisse a definire dove costruirli.
Nella prossima puntata trarremo delle conclusioni!
NOTE:
[1] Si vedano i comunicati stampa del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, https://www.mase.gov.it/portale/comunicati-stampa.
[2] È possibile che la consapevolezza – generata dalla situazione di Chernobyl – della vicinanza di altre centrali, in Francia, ad esempio, e del rischio che queste comportano per un raggio anche di alcune migliaia di chilometri abbia ridotto la percezione di rischio nelle vicinanze. In realtà, suggerisce una I.A., Non è esatto dire che non se ne parli più, ma l'attenzione mediatica è cambiata perché le tecnologie attuali sono considerate molto più stabili rispetto al passato e il dibattito globale si è spostato sui costi economici, sui tempi di realizzazione e sull'emergenza climatica, anche perché l’evoluzione tecnologica, con sistemi di sicurezza passivi che spengono il reattore da soli in caso di pericolo, senza bisogno dell'uomo, e la presenza di Enti come l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica che impongono regole rigide e uguali in tutto il mondo riducono la percezione di Major Risks.
[3] Tra queste, il 2019 Report del DOE – Department of Energy degli Stati Uniti e il Levelized Cost of Energy and Levelized Cost of Storage 2019, di Lazard Frères & Co. LLC.
[4] Engie Italia, Carlo Lombardi, Impianti Nucleari, Milano, CUSL, 2007.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70
https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito
https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB
https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity
https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare
Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Prima parte, breve storia del Nucleare in Italia
Prima del referendum del 1987
(Questo e i due successivi articoli sono stati realizzati in collaborazione con StoriastoriePN, il blog degli storici del Friuli Occidentale. In questa prima parte esaminiamo in breve la tormentata storia del nucleare in Italia, nella prossima parte vedremo quali sono gli schieramenti tra promotori di questa strategia, sostenitori industriali del piano del Governo e chi sono i contrari, se ancora ci sono; inoltre tenteremo una comparazione tra le diverse fonti e tecnologie di produzione dell’energia elettrica, in termini di costi, tempi di realizzazione, materie prime necessarie, continuità della produzione, impatto ambientale. Nella terza ed ultima parte cercheremo di dare una nostra interpretazione ragionata sull’opportunità o meno di procedere con il nucleare.)
Lo sfruttamento dell’energia nucleare per la produzione di elettricità, in Italia, inizia nei primi anni ’60 del XX secolo, con l’attivazione delle tre centrali di Latina, di Sessa Aurunca e di Trino Vercellese, con potenza tra i 160 e i 270 MWe, in grado – a regime – di produrre poco più di 3 milioni di MWh all’anno. Nel 1978 viene attivata la centrale di Caorso, con una potenza di 860 MWe e una produzione annua di quasi 5 milioni di MWh[1].
Questa fase è pioneristica, senza una pianificazione strutturata, in parallelo alle politiche più articolate inglesi e francesi[2].
La politica di sviluppo dell’energia nucleare dello Stato italiano, stimolata dagli esempi britannico e francese, e dalla grave crisi energetica del 1973, fu delineata in modo puntuale nel 1975 dal Piano Energetico Nazionale (PEN) del Ministro dell’Industria Carlo Donat-Cattin. Il PEN del 1975 prevedeva la realizzazione di 20 nuove centrali da 1.000 MW ciascuna, due all’anno per 10 anni, e aveva l’obiettivo[3] di generare più di 150 milioni di MWh /anno e arrivare così a coprire quasi il 50% del crescente fabbisogno energetico nazionale[4]. Di questo piano ambizioso, l’unica centrale effettivamente realizzata è quella di Caorso, attiva dal 1978.
Nel dicembre del 1981, il CIPE e il Parlamento approvano il nuovo PEN del governo Spadolini, e il relativo il Piano Unificato Nucleare (PUN[5]) che definisce gli standard di realizzazione delle “prossime” 7-8 centrali, puntando sulle tecnologie PWR[6], sempre di taglia “1.000 MWe”.
La legge del 1981 blinda lo sviluppo dell’energia di origine nucleare attraverso due dettati-chiave: il primo dice che il CIPE[7] può decidere in autonomia dove costruire le centrali, anche se le istituzioni locali non sono d’accordo e non concedono il sito; il secondo, a parziale compensazione dell’imperium decidendi sulla localizzazione, concede dei significativi contributi statali a comuni e regioni che “ospitano” siti nucleari.
Questa coppia di dettati ha l’ovvio compito di aggirare e neutralizzare ogni possibile obiezione del tipo Not In My Backyard (NIMBY) sollevata dalle popolazioni e dagli enti locali target e di rendere – nell’idea del legislatore – rapido, efficace ed in grado di resistere alla protesta sociale[8].
Nel 1985, la nuova versione del Piano Energetico Nazionale conferma l’intento di costruire unità di produzione per 12 GW entro il 2000.
Ruolo della protesta sociale, dell’economia traballante e della paura
L’ambizioso – quasi roboante - progetto nucleare di Donat-Cattin sembra non avere grande fortuna: dal 1975 in poi viene attivata una sola nuova centrale, quella di Caorso, la cui realizzazione era iniziata già nel 1970.
Le ragioni di questo stallo sono - da una parte - l’opposizione della popolazione, dei sindacati, dei partiti di sinistra e verdi e di buona parte degli enti locali contro la successiva centrale in piano, quella di Montalto di Castro. La popolazione non vede di buon grado la presenza di un “oggetto” assimilato nell’immaginario alla bomba atomica, i sindacati temono e paventano condizioni di lavoro ad elevato rischio, gli enti locali tutto desiderano fuorché mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, la loro autonomia politica e la posizione elettorale, accettando un potenziale rischio mal visto da tutti.
Dall’altra parte, gioca contro il PEN e il PUN l’ormai evidente squilibrio tra la dimensione degli investimenti necessari, circa 7.000 miliardi di lire di allora, pari a qualcosa come 25-30 miliardi di euro attuali, e la situazione economico-finanziaria dello Stato italiano, messo in ginocchio dalla crisi del 1973, dal fenomeno di stagflazione e dalla crisi dei principali settori industriali del periodo.
A incrinare definitivamente le prospettive dello sviluppo del nucleare sono, poi, gli incidenti di Three Miles Island (1979) e di Chernobyl (1986), che stagliano un’ombra letale sul rischio legato alle centrali.
È questo il quadro in cui si muove il movimento referendario guidato, per i quesiti sul nucleare, da Radicali, Democrazia Proletaria, Verdi e Lega per l’Ambiente.
Il referendum del 1987 e la fine del piano nucleare civile
I quesiti del referendum davvero rilevanti per fermare i piani relativi al nucleare sono due (dei 3 proposti), e si riferiscono proprio ai due pilastri della localizzazione degli impianti: «Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti?» e dei contributi agli Enti Locali: «Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?».
Nel programma dei promotori non si tratta di abrogare del tutto la politica di sviluppo nucleare, tema troppo complesso per un referendum abrogativo[9], ma di tagliare alla base due colonne portanti di quella politica, l’imperium decidendi e le compensazioni economiche “per il disturbo”, rimettendo l’attuazione pratica delle scelte energetiche nelle mani dell’opinione pubblica, dei privati cittadini e delle istituzioni potenziali “vittime” della localizzazione forzata.
La leva sull’autonomia decisionale e sul timore di disastri porta alla vittoria del SI e – dopo poco tempo – i governi Goria, De Mita e Andreotti riconoscono il trend dell’opinione popolare e istituzionale locale e si tolgono il problema dai piedi, abbandonando il piano di sviluppo.
Le tre centrali di Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese, vengono spente praticamente in corrispondenza della fine del loro ciclo di vita programmato; quella di Caorso, già in standby nel 1986 per la manutenzione periodica, non viene più riaccesa. Ovviamente, anche i progetti di raddoppio di Trino e della nuova centrale di Montalto vengono abbandonati definitivamente e, pochi anni dopo, passati in gestione a Sogin per lo smantellamento.
Il “sogno nucleare” italiano inaugurato negli anni ’60 del 1900, si volatilizza – quindi - di fronte ad una combinazione di costi di realizzazione troppo elevati, di crisi economica e finanziaria, di paura dei rischi, di scarsa efficienza delle tecnologie disponibili, di popolazione riluttante e di rivendicazione delle autonomie da parte degli Enti Locali.
Oltre a questo, negli anni ’80 il fabbisogno energetico non era ancora così elevato e poteva essere coperto dalla produzione idroelettrica e da fonti di origine fossile – tra l’altro non ancora percepite in modo massiccio come responsabili del degrado ambientale.
La conferma della volontà popolare nel 2011
Nel 2011, il Governo Berlusconi IV tenta la reintroduzione della possibilità di un programma nucleare nell’impianto legislativo italiano, con l’ Art. 5, Comma 1 del decreto-legge 34/2011, che prevede di «acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui parametri di sicurezza, anche in ambito comunitario, in relazione alla localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare» (Art. 5, Comma 1) e con una lunga perifrasi nel Comma 8[10].
Il tentativo viene velocemente tarpato da un nuovo referendum abrogativo, con un quesito trainato dal tema dei servizi idrici che abroga proprio i due commi 1 e 8 dell’Art.5.
Il popolo italiano decide per la seconda volta contro lo sviluppo del nucleare.
Oggi: una nuova strategia, ma con dei paletti
In parallelo alla fallimentare consultazione popolare sul Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi – di cui abbiamo parlato qui e qui – che riguarda più le scorie della diagnostica medica che quelle della produzione di energia, il governo Meloni prova ad elaborare una nuova potenziale strategia di rilancio del nucleare civile “sostenibile”, con la proposta di legge del Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, approvata in prima lettura dalla Camera dei Deputati il 6 giugno 2026.
La legge Pichetto è più una istanza di metodo che di merito: è una legge-delega, che definisce un obiettivo generale e mette nelle mani del Governo (delega, infatti) la definizione del quadro normativo per l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione.
Sarà, quindi, il Governo a decidere, entro un anno, cosa fare, come e quando farlo e con quali risorse. Attraverso decreti legislativi e senza passare dal Parlamento.
Tuttavia, nelle parole del Ministro, il Governo dovrebbe muoversi rispettando una serie di vincoli economici, ambientali e sociali: garantire l’aderenza agli obiettivi di decarbonizzazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (che rispecchiano gli impegni europei), mantenere un profilo di sicurezza ambientale estremamente elevato, integrarsi con un piano di stoccaggio temporaneo e di smaltimento definitivo delle scorie, comprendere – nel programma di sviluppo – anche la ricerca sulla fusione, sulla fissione avanzata e sulle relative applicazioni industriali.
Infine, la legge delega stabilisce che i decreti legislativi debbano, poi, essere trasformati in legge attraverso la corretta procedura parlamentare, e questo dovrebbe essere una importante garanzia contro le decisioni unilaterali su una materia che non può esimersi da un ampio consenso, perlomeno di tipo rappresentativo.
Alla prossima puntata, quindi!
NOTE:
[1] Fonte Sogin, https://www.sogin.it/it/chiusuradelciclonucleare/sitinucleariitaliani/Pagine/default.aspx;
[2] Cfr. https://world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-t-z/united-kingdom, https://www.edf.fr/groupe-edf/comprendre/production/nucleaire/nucleaire-en-chiffres;
[3] Modesto rispetto a quello francese di effettuare una transizione completa dal fossile al nucleare entro 15 anni, ma in linea con quello britannico che prevedeva una quota del 25% del fabbisogno energetico coperto dal nucleare;
[4] Stimato in circa 300 mln di MWh /anno per l’anno 2000;
[5] Si divertivano con le sigle di tre lettere;
[6] Reattore termico ad acqua pressurizzata (PWR, Pressurized Water Reactor), cfr. https://www.infn.it/energia-nucleare/;
[7] Comitato interministeriale per la programmazione economica. Cfr. https://www.openpolis.it/parole/che-cose-il-cipe-e-di-cosa-si-occupa/;
[8] E per fortuna che era un governo di centro-sinistra, in cui “militavano” anche PSI e PSDI, le principali forze di sinistra moderata di quel periodo;
[9] In quegli anni non esisteva il referendum propositivo e la legge 352/1970 impediva di fare referendum abrogativi riguardati una scelta politica generale, qual era il piano di sviluppo sul nucleare civile;
[10] Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorita' e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitivita' del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l'incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilita' ambientale nella produzione e negli usi dell'energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell'Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70
https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito
https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB
Quando le parole sono fatti. Una lezione epistemologica da parte di Trump
E’ ancora dominante (nel senso comune, in una certa filosofia di sapore neopositivista e nella stragrande maggioranza delle scienze) una concezione denotativa del linguaggio (sostenuta, fra gli altri, da Frege 1884, Russell 1905 e il primo Wittgenstein 1922), che ritiene che le parole servano solo per descrivere la realtà, per nominare un referente (oggetto) che preesiste all’atto linguistico.
Per cui, i nomi non farebbero altro che registrare, rispecchiare, una realtà indipendente dall’osservatore.
Fin dagli inizi del secolo scorso è stata contrapposta una concezione connotativa del linguaggio
(fra gli altri, de Saussure 1916, il secondo Wittgenstein 1956, Whorf 1956), consapevole che (piaccia o meno) sono le parole (e i discorsi in generale) a costruire la realtà. Infatti, le espressioni che usiamo hanno un potere performativo, come eloquentemente evocato dal titolo del libro postumo di Austin (1962) Come fare cose con le parole. Per cui, sono gli atti linguistici a produrre fatti, a costruire cornici cognitive (frames) e le parole, di conseguenza, non sono mai neutre.
Gli esempi sono innumerevoli. Eccone uno, con un sequel che si preannuncia elettrizzante, da parte del 47° Presidente degli Stati Uniti, Donand Trump.
Quando i fatti sono… parole
Fino al 24 gennaio 2025 nelle cartine geografiche avevamo questa immagine:

Il giorno successivo, Trump cambia il nome a quella insenatura dell’oceano e lo chiama Golfo d’America. Scatenando le ire del Messico, Paese confinante.
Come ben spiegato in https://www.wired.it/article/golfo-del-messico-cambio-nome-trump-ragioni/, in realtà, non è la prima volta che quella porzione di oceano cambia nome. Il Golfo del Messico viene chiamato così solo a partire dal 1540, perché in precedenza era conosciuto come "golfo della Nuova Spagna".
Come riportato nell’articolo di Wired, «molti nomi attribuiti a molti di questi luoghi, sono di natura eurocentrica, non preispanica. Uno dei primi nomi registrati per la regione fu ‘Seno de México’. Questo termine venne utilizzato da esploratori come il pirata inglese Francis Drake (…)
Perciò, quel nome riflette una visione della regione dalla prospettiva europea, dove il punto di riferimento geografico era Città del Messico e non le culture autoctone”, spiega Xavier Elorriaga Villalobos, docente di Storia presso l'Universidad Iberoamericana.
Le prime mappe utilizzavano termini come "golfo della Nuova Spagna".
Solo nel XIX secolo, dopo che le nazioni iniziarono a delimitare i propri confini, si consolidò l'uso del termine attualmente usato. Anche il nome "America" non è autoctono né esisteva nelle culture indigene. È stato imposto dagli europei come omaggio ad Amerigo Vespucci.
Per cui Trump (semplicemente) rifà quello che altri avevano già fatto: “E questo cambiamento di nome
non è né futile né insignificante. Dare un nome a qualcosa significa appropriarsene. In molti casi, cambiare il nome a qualcosa implica la riscrittura di una narrazione e la ridefinizione del rapporto che le persone hanno con quello spazio”.
Tre giorni dopo, Google Maps (USA) si adegua.

Anche se l’Europa (e probabilmente altri Paesi nel mondo) resistono o scelgono un compromesso, come succede per Google Maps Italia:
Trump, il recidivo
Ma non finisce qui. Un anno e mezzo dopo (precisamente il 27 agosto scorso) il Presidente statunitense ha firmato un decreto per ribattezzare anche il lago Ontario in lago d'America, questa volta facendo arrabbiare il Canada, paese confinante.
E, nuovamente, dopo tre giorni Google Maps Usa ha aggiornato le carte:

E la stessa cosa la stanno per fare anche Apple, Microsoft e tutti i siti e app che forniscono mappe.
Google Maps Italia, invece, ha nuovamente scelto la via del compromesso:

Poi Trump ha proseguito: «Abbiamo un golfo, abbiamo un lago. Ora forse dovremo cambiare il nome dell'oceano Atlantico e dell'oceano Pacifico. Forse li cambieremo tutti e due».
Tempo fa, un politico italiano, chiese: “Abbiamo una banca?”. E non finì tanto bene…
Come riporta il Corriere della Sera
https://www.corriere.it/esteri/26_agosto_27/trump-rinomina-il-lago-ontario-si-chiamera-lago-america-ora-ci-serve-un-oceano-3a71290f-f1c2-4077-87ff-0fb40c23cxlk.shtml, “Google, probabilmente prevedendo che il cambiamento avrebbe suscitato polemiche ha rilasciato una nota in cui spiega che le modifiche ai nomi geografici su GoogleMaps vengono applicate per prassi nel momento in cui subentrano aggiornamenti da fonti governative ufficiali. Google fa riferimento al Sistema di Informazione sui Nomi Geografici degli Stati Uniti (GNIS) e spiega che gli utenti di Maps negli Stati Uniti vedranno «Lago America» quelli in Canada continueranno a vedere «Lago Ontario» e quelli al di fuori degli Stati Uniti e del Canada vedranno entrambi i nomi (Lake America tra parentesi).
Un bel esercizio di relativismo geografico.
Le società private non sono tuttavia obbligate per legge a procedere con le modifiche geografiche. Uno dei fornitori statunitensi di mappe, MapQuest, in risposta all'ordine di Trump ha dichiarato in un post: «Non lo cambieremo».
Ora Trump ci ha preso gusto e, contemporaneamente, ha anche detto che, dal momento che gli USA controllano lo Stretto di Hormuz, si potrebbe ribattezzarlo con il suo nome.
Con buona pace di Frege, Russell e il primo Wittgenstein, che credevano che il legame tra un nome e il suo oggetto fosse radicato nella logica o nella struttura della realtà, e non in un accordo sociale.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Frege, Gottlob. 1884. Die Grundlagen der Arithmetik. Eine logisch-matematische Untersuchung über den Begriff der Zahl, Breslau, Köbner. Trad.it. Logica, pensiero e linguaggio.I fondamenti dell’aritmetica e altri scritti. Bari: Laterza, 2001.
De Saussure, Ferdinand (1916) Cours de linguistique générale, Lausanne: Payot, trad. it. Corso di linguistica generale, Bari, Laterza
Russell, Bertrand (1905). "On Denoting". Mind. 14 (4): 479–493, trad. it. Sulla denotazione", in Andrea Bonomi (a cura di), La struttura logica del linguaggio, Milano, Bompiani, 1973, pp. 179–195.
Wittgenstein, Ludwig. 1922. Tractatus logico-philosophicus, London, Kegan Paul, Trench, Treubner & Co, trad. it. Tractatus logico-philosophicus, Torino: Einaudi, 1980.
Wittgenstein, Ludwig. 1956. Bemerkungen über die Grundlagen der Mathematik, Frankfurt am Main: Suhrkamp Verlag, trad. it. Osservazioni sui fondamenti della matematica, Torino: Einaudi.
Whorf, Benjamin, L. (1956), Language, Thought and Reality: Selected Writings of Benjamin Lee Whorf, edited by John Carroll, The MIT Press Cambridge (MA), trad. it. Linguaggio, pensiero, realtà, Boringhieri, Torino 1970.
Israele e l’archeologia della sovranità. Come il controllo del patrimonio culturale può diventare uno strumento di annessione
Mentre il panorama culturale si affolla di eventi che mettono in scena la pace per Gaza — evocata nei concerti, celebrata attraverso cammini simbolici o affidata all’immagine ormai rituale di un palestinese e un israeliano insieme, a testimonianza della “pace possibile” — a Gaza le bombe non hanno mai smesso di uccidere, nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025. Eppure, raramente chi anima questi eventi si interroga — o invita il pubblico a interrogarsi — sulle cause strutturali del conflitto. Si invoca la riconciliazione, ma si tace sulla giustizia e si evita di nominare l’elefante nella stanza. Parlare delle responsabilità politiche del governo israeliano, dell’occupazione, degli insediamenti e del processo di spoliazione e annessione della Cisgiordania continua a essere considerato divisivo, fuori registro, quasi sconveniente.
Nel frattempo, lontano dai riflettori, il processo di annessione accelera. Avanza attraverso operazioni militari, demolizioni di case palestinesi e costruzione di nuovi avamposti e insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma avanza anche attraverso strumenti apparentemente rivolti al passato: leggi, scavi archeologici, parchi nazionali e gestione del patrimonio culturale. La posta in gioco, però, è il futuro.
La legge che facilita l’annessione, un pezzo alla volta
L’11 maggio 2026 la Knesset ha approvato in prima lettura una proposta di legge per l’istituzione della Judea and Samaria Heritage Authority, promossa dal deputato del Likud Amit Halevy. Già il nome identifica la cornice politica nella quale il provvedimento è inserito: non “Cisgiordania”, ma “Giudea e Samaria”, denominazione biblica utilizzata in Israele per indicare il territorio occupato dal 1967. La nuova autorità verrebbe posta sotto il controllo del ministero israeliano del Patrimonio e assumerebbe le competenze fino adesso esercitate nell’Area C dall’ufficiale archeologico dell’Amministrazione civile israeliana. Qualora entrasse in vigore, potrebbe autorizzare a condurre scavi, amministrare e conservare siti archeologici, dichiarare nuove aree di interesse storico e intervenire sui terreni necessari alla loro tutela.
Ma la portata della proposta va molto oltre l’Area C. Il testo mira, infatti, ad attribuire alla nuova autorità competenze sull’intera Cisgiordania, comprese l’Area A, affidata all’amministrazione civile e alla sicurezza palestinesi, e l’Area B, sottoposta all’amministrazione civile palestinese, e alla sicurezza israeliana. Inoltre, estenderebbe tali competenze anche alla Striscia di Gaza dove, per altro, l’IDF ha distrutto quasi tutte le aree archeologiche e i musei.
L’aspetto più grave, comunque, è il previsto trasferimento di poteri esercitati nel quadro dell’occupazione militare a un’autorità civile alle dirette dipendenze un ministero israeliano. Secondo Peace Now e alcuni archeologi israeliani, nonché dei consulenti giuridici della Knesset, la proposta rappresenta un ulteriore passo avanti verso un’annessione strisciante, non dichiarata sulla carta ma realizzata per frammenti amministrativi.
L’archeologia come infrastruttura del potere
Nel progetto sionista prima e nello Stato di Israele poi, l’archeologia ha svolto una funzione che ha travalicato quella scientifica: ha contribuito a costruire l’identità nazionale definendo una genealogia collettiva e ha fornito una legittimazione storica alla presenza ebraica in Palestina. Con questo, non si vuol dire che l’archeologia israeliana è “vera” o “falsa”, quanto piuttosto evidenziare come il patrimonio venga selezionato, interpretato e trasformato in uno strumento di governo. Gli scavi, infatti, non restituiscono solo reperti: permetteno di stabilire quali epoche valorizzare e quali lasciare ai margini, quali nomi attribuire ai luoghi e quali cancellare, quale passato mostrare ai visitatori e insegnare nelle scuole e quale invece lasciare sottotraccia. Il reperto, così, non resta nel museo, entra nella costruzione della memoria e nella rivendicazione politica del territorio.
Per questo l’archeologia oltre ad essere uno strumento di propaganda può diventare un’infrastruttura della sovranità: attraverso gli scavi si ridefinisce il paesaggio; attraverso il paesaggio si costruisce una memoria pubblica; attraverso quella memoria si rivendica un diritto esclusivo sul territorio. Chi controlla il patrimonio controlla, in parte, la narrazione del passato. E chi controlla la narrazione del passato dispone di uno strumento potentissimo per orientare le scelte nel presente.
La selezione della memoria
Da decenni, una parte significativa della ricerca accademica mostra come, nei territori occupati, l’archeologia israeliana abbia assunto una funzione inseparabile dal controllo territoriale. Studiosi come Raphael Greenberg, Nadia Abu El-Haj e Raz Kletter hanno analizzato il rapporto fra ricerca archeologica, costruzione dell’identità nazionale e selezione politica della memoria. Le loro ricerche mostrano come alcuni periodi - in particolare quelli riconducibili alle vicende ebraiche narrate nella Bibbia - vengano privilegiati, mentre le stratificazioni bizantine, islamiche, ottomane e palestinesi vengono relegate ai margini del racconto pubblico e godono di scarse tutele.
L’esempio più noto è quello della Città di Davide, nel quartiere palestinese di Silwan, a Gerusalemme Est, dove archeologia, turismo, insediamenti e controllo del territorio si intrecciano in modo pressoché indissolubile. Un dispositivo narrativo capace di proiettare una determinata lettura del passato sul presente, trasformando il paesaggio palestinese contemporaneo nello sfondo quasi invisibile di una storia nazionale costruita intorno alla Gerusalemme biblica. Non a caso, una parte della letteratura internazionale parla di archeologia di occupazione o di settler-colonial archaeology, interrogando i rapporti di potere entro i quali questi scavi vengono condotti, finanziati, interpretati e presentati al pubblico.
Quando il patrimonio diventa territorio
Il disegno di legge attribuirebbe alla nuova autorità poteri particolarmente ampi e requisiti professionali meno rigorosi rispetto a quelli previsti per l’Israel Antiquities Authority. Nel suo consiglio la presenza accademica sarebbe molto limitata, mentre largo spazio verrebbe dato ai rappresentanti dei consigli regionali degli insediamenti e membri nominati direttamente dal ministro del Patrimonio. Un simile assetto equivale ad assegnare al governo e ai coloni un’influenza determinante sulla scelta dei siti da scavare, proteggere e valorizzare. Ancora più rilevante è la possibilità di requisire i terreni privati palestinesi per ragioni di tutela archeologica. Gli espropri arbitrari giustificati dalla necessità di proteggere le antichità, già stati disposti in luoghi come Sebastia e Nabi Samuel, verrebbero autorizzati molta più facilità. La nuova legge potrebbe infatti estendere considerevolmente questa pratica, trasformando la “salvaguardia del patrimonio” in una leva per confiscare altra terra ai palestinesi. Dichiarare un sito archeologico può significare bloccare un piano edilizio, impedire l’espansione di un villaggio, modificare una strada, chiuderla del tutto, delimitare un’area militare o turistica, sottrarre terreni all’agricoltura e cambiare la geografia quotidiana di chi vi abita. Il patrimonio diventa territorio e il territorio diventa sovranità.
Al-Aqsa e il controllo dei luoghi santi
Nelle stesse settimane in cui alla Knesset si discuteva della nuova autorità archeologica, Middle East Eye ha riferito dell’esistenza di un piano israelo-statunitense volto a ridimensionare il ruolo storico della Giordania nella custodia di al-Aqsa. Secondo l’inchiesta, fondata su fonti statunitensi, giordane, palestinesi e occidentali, Jared Kushner e l’ambasciatore Mike Huckabee avrebbero sostenuto la sostituzione del Waqf giordano con un organismo sottoposto a supervisione israeliana e previsto la ridefinizione del complesso come “centro multireligioso”.
Il piano non ha ricevuto conferme ufficiali. Tuttavia, interpellato da Middle East Eye dopo la pubblicazione dell’inchiesta, il governo britannico ha ribadito che il ruolo speciale riconosciuto alla monarchia hashemita nei luoghi santi musulmani di Gerusalemme «deve essere rispettato». Metterlo in discussione significherebbe alterare uno degli equilibri più delicati dello Status quo della Città Santa.
Il passato non attribuisce la sovranità
Sebbene a prima vista Al-Aqsa e la legge sui siti archeologici sembrino due dossier differenti, in realtà agiscono sulla stessa leva: da una parte il controllo del terzo luogo simbolicamente più importante per l’Islam, dall’altra quello della memoria materiale della Cisgiordania.
Religione e archeologia sembrano convergere così in una medesima logica.
Eppure, l’archeologia non attribuisce diritti di sovranità, né tanto meno determina automaticamente quella contemporanea. Se così fosse, l’Italia potrebbe rivendicare buona parte dell’Europa in nome dell’Impero Romano, la Grecia vaste regioni dell’Asia Minore, e la Turchia i vasti territori appartenuti all’Impero ottomano, Israele compreso. Ma le cose non stanno così: il diritto internazionale non stabilisce a chi appartenga una terra sulla base di chi c’era duemila anni fa; si fonda sul divieto di acquisire territori con la forza, sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, sulla protezione delle popolazioni sottoposte a occupazione, e sulle sovranità riconosciute dalla comunità internazionale.
Lo scorso 2 giugno l’avanzamento della proposta è stato fermato, ma il testo non è stato ritirato. Poiché ha superato la prima lettura, la Knesset che uscirà dalle elezioni, previste in Israele il prossimo ottobre, potrà riprenderne l’esame applicando la regola della continuità legislativa.
L’iter è sospeso. Non il progetto politico di cui la legge è espressione. La posta in gioco non è soltanto chi scaverà un sito o conserverà un reperto, ma chi avrà il potere di stabilire quale memoria è legittima, quale storia può diventare nazionale e quale presenza contemporanea deve venire cancellata dal paesaggio.
Perché controllare il passato non significa solo decidere cosa ricordare. Significa acquisire il potere di stabilire a chi appartiene il futuro e procedere indisturbati all’annessione, un pezzo alla volta.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Sulla proposta di Legge:
Comunicato ufficiale in inglese della Knesset sull’approvazione in prima lettura, della proposta di legge:
https://main.knesset.gov.il/en/news/pressreleases/pages/press12526q.aspx
Analisi di PeaceNow:
https://peacenow.org.il/en/heritage-authority
Espropri di Sebastia e Nabi Samuel:
https://emekshaveh.org/en/expropriations-budget
Per il quadro generale sulla Cisgiordania:
Raphael Greenberg e Adi Keinan, Israeli Archaeological Activity in the West Bank 1967–2007; uno studio fondamentale, basato sulla ricostruzione dell’attività archeologica israeliana nei territori occupati e del suo rapporto con l’amministrazione militare:
https://www.emekshaveh.org/he/wp-content/uploads/2013/09/WBADB_sourcebook.pdf
Sulla Città di Davide e Silwan:
Raphael Greenberg, Towards an Inclusive Archaeology in Jerusalem: The Case of Silwan/The City of David, 201:
https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1179/175355309X402745
Inchiesta di Middle East Eye:
Inchiesta +927 del 24 luglio 2026:
https://www.972mag.com/israel-west-bank-archaeology-sebastia-nabi-samwil/
Fandom e politica, da "The Musk", di P. Bottazzini
Questo brano è tratto da The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista
di P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025
Dal 2023 Aja Romano su Vox avverte come la pratica politica di Donald Trump abbia permesso di evidenziare una trasformazione nel rapporto tra le figure pubbliche e i loro sostenitori, che si è verificata negli ultimi anni . I personaggi politici intrattengono con il pubblico lo stesso tipo di relazione che intercorre tra i divi dello spettacolo – della musica, del cinema, dello sport – e i loro fan. Uno degli aspetti chiave dell’analisi è l’uso del termine stanning, derivato dalla canzone Stan di Eminem, che racconta la storia di un fan ossessionato dal suo idolo. In ambito politico, il fenomeno dello stanning si manifesta nella difesa incondizionata di un leader, di un eroe disegnato su misura per i bisogni di rivalsa, di protezione, di guida, indipendentemente dalle sue azioni o dichiarazioni. La terra rimane sventurata, e Galileo diventa solo una delle maschere di Snoopy.
Nel caso di Trump, questo atteggiamento ha portato alla creazione di una vera e propria cultura fanatica, dove le critiche non fanno che rafforzare il senso di lealtà tra i suoi sostenitori. È noto che la percezione della verità sia ormai basata su emozioni e fedeltà ideologica, più che su dati verificabili: è possibile che sia sempre stato così, ma in questo momento disponiamo di una maggior numero di strumenti di rilevazione affidabili, per cui possiamo asserire che lo spirito di parte stabilisce il filtro percettivo con cui vengono selezionate le informazioni per la mappatura cognitiva dell’attualità. Questo vaglio delle evidenze viene esercitato dal retroterra ideologico di tutti, soprattutto quando non se ne ha consapevolezza, o quando si ritiene che la propria visione del mondo sia governata dalla trasparenza della verità o della razionalità – come accade anche a Musk e ai suoi fan .
Trump e altri leader populisti hanno trasformato la politica in un’esperienza simile a quella di un grande evento mediatico. Il successo dell’attuale presidente USA non si basa sui programmi, quanto sulla capacità di vendere una narrazione accattivante, l’immagine dell’«outsider» che combatte contro le élite corrotte, alimentando il mito di se stesso come eroe del popolo. Questo schema narrativo è ricorrente in molte culture fan, dove il protagonista è spesso un individuo emarginato che sfida il sistema e vince contro ogni aspettativa.
Happer, Hoskins e Merrin hanno mostrato che il terreno di costruzione del consenso attorno alla figura di Trump è quello dei meme e dei social media, molto più che quello dei media tradizionali – dove la contestazione su base razionale e fattuale delle notizie false, e delle menzogne divulgate dal presidente e dai suoi collaboratori, è risultata inefficace sia durante la campagna elettorale del 2016, sia nel corso dei primi quattro anni di governo. La vera guerra scatenata da e contro Trump non viene combattuta sui media istituzionali, ma nelle trincee delle vignette di pessimo gusto partorite dai forum di 4chan e condivise in milioni di repliche sulle bacheche prima di Facebook, ora di X.com, di Instagram e di TikTok. Da questa indagine, William Merrin può trarre la conclusione che l’ultimo decennio ha sostituito le pubbliche relazioni tradizionali tra la Casa Bianca e la stampa con un nuovo canale di comunicazione privilegiato, e un nuovo metodo di coinvolgimento dell’opinione pubblica, che è la politica dei troll: i nuovi eroi derivano dalle figure della cultura online che si divertono a provocare e a suscitare controversie verbali furiose, con scambi accesi, insulti personali, e del tutto inconcludenti. Ogni epoca, e forse ognuno di noi, ha le armi, i cavalieri, le donne e gli amori – gli eroi – che si merita.
Non si tratta di un meccanismo solo americano o europeo. Uno degli studi più interessanti sulla relazione che intercorre tra consenso politico e fandom è l’indagine condotta da Shouzhi Xia sulle attività messe in opera dalla Lega dei Giovani Comunisti Cinesi su Weibo, uno dei più grandi social media che opera oltre la Grande Muraglia.
L’esame riguarda il modo in cui l’ala giovanile del partito di governo ha coinvolto gli idoli pop affinché appassionassero i loro follower a temi nazionalistici, con connotazioni sia di orgoglio patriottico, sia di odio contro bersagli indicati come avversari.
RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:
The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025











