La parola e il potere. "Semita", metamorfosi di un lemma incandescente

Seguire la traiettoria di una parola significa guardare come il linguaggio possa, senza clamore, diventare strumento di controllo

Edward Said, figura imprescindibile per chiunque si occupi di Asia Occidentale, ci ha insegnato che l’Oriente è stato raccontato prima ancora di essere compreso, e spesso raccontato proprio per non doverlo capire. In Orientalismo mostrò con chiarezza devastante che prima ancora di essere un luogo, l’Oriente è stato un discorso: una costruzione dell’immaginario europeo, stratificata e resa naturale fino a sembrare inevitabile. Un Oriente immobile, esotico, irrazionale, utile più a chi lo descrive che a chi lo abita. Su quel territorio e su quei popoli, l’Europa ha proiettato paure, desideri, gerarchie, infantilizzazioni: l’Oriente come specchio deformante del potere occidentale.
Quello che continuiamo a chiamare impropriamente Medio Oriente e dovremmo invece definire Asia Occidentale, emerge così come uno spazio insieme osservato e inventato, studiato e tradito, una geografia colonizzata dall’immaginario prima ancora che dalla storia.

In questa prospettiva, il presente contributo si colloca nel solco della storia concettuale e adotta un approccio genealogico, in senso lato riconducibile alla riflessione di Michel Foucault. Non si tratta di una semplice evoluzione semantica: l’obiettivo è interrogare le condizioni storiche, politiche e culturali che hanno reso possibile la trasformazione di un lemma tecnico in dispositivo normativo. Seguendo la traiettoria del termine “semita”, l’analisi si muove tra filologia, storia delle idee e linguaggio politico, assumendo che le parole non siano soltanto strumenti di descrizione, ma anche luoghi di esercizio del potere.

Genealogia di una parola

Se l’Oriente può essere colonizzato dall’immaginario, non sorprende che anche le parole possano esserlo. Alcune diventano strumenti di dominio, cambiano padrone, assumono pesi e gerarchie che non possedevano. “Semita” è una di queste. 

Nata come categoria linguistica, è stata trascinata fuori dal suo perimetro originario fino a diventare scorciatoia per indicare una razza, una religione, perfino un popolo. Una parola tecnica trasformata in marchio identitario, poi in strumento politico, infine in recinto morale. Eppure, c’è stato un tempo in cui non significava tutto questo: un periodo in cui un autorevole orientalista dell’Accademia dei Lincei, Ignazio Guidi, poteva ancora usarla nel suo senso filologico, prima che quel campo semantico venisse sequestrato e deformato.

A ritroso, da una nota incontrata in un libro di Speros Vryonis, in una Biblioteca di Istanbul, passando per Giorgio Levi Della Vida, sono arrivata fino a Guidi e ai suoi testi: è riaffiorata così una genealogia che impone di fare ordine. Guidi fu uno dei maggiori orientalisti e semitisti italiani del XIX secolo. Il saggio che presentò all’Accademia Nazionale dei Lincei, a Roma, nel 1879, La sede primitiva dei popoli semitici, aprì un ampio dibattito specialistico. Tornare oggi a questo testo non significa indulgere nell’erudizione antiquaria, quanto piuttosto risalire al momento in cui una parola ha smesso di descrivere qualcosa e ha cominciato a comandare qualcuno.

La tesi geografica di Guidi

Partendo da un assunto condiviso dalla linguistica comparata del tempo - l’esistenza di una famiglia linguistica semitica, comprendente ebraico, aramaico, arabo, accadico, etiopico e altre lingue - Guidi affronta un problema tipicamente ottocentesco: dove collocare la “culla” originaria di questo ceppo? Per lui, come tutti a quell’epoca, “semitico” è una categoria linguistica. Non condivide la teoria, allora diffusa, che ne collocava la sede primitiva in Mesopotamia. Attraverso l’analisi comparata del lessico comune ricostruibile, il confronto delle condizioni climatiche implicite nei termini condivisi e lo studio delle più antiche attestazioni storiche, arriva invece a postulare che quella sede debba essere cercata nella Penisola Arabica, intesa non come periferia ma come nucleo originario di irradiazione verso Mesopotamia, Siria e Africa. La sua tesi ebbe una certa influenza, pur senza chiudere un dibattito rimasto aperto e ancora oggi vivacissimo. 

Il punto decisivo, però, è un altro. Per Guidi, “semitico” non designa né una razza né un’essenza etnica compatta: indica una famiglia linguistica, ricostruita attraverso il metodo comparativo. Il suo linguaggio risente ancora del lessico ottocentesco e parla di “popoli”, ma l’oggetto della sua indagine non è la dimostrazione di un “popolo semita” in senso biologico, bensì l’individuazione dell’area originaria dei parlanti di quel ceppo linguistico. Ed è qui che si apre il nodo destinato a pesare per oltre un secolo: il termine, derivato da Sem, figura biblica della genealogia di Noè, nasce in età moderna come categoria linguistica, viene naturalizzato nel XIX secolo in senso etnico-razziale e finisce poi, nel XX, per alimentare categorie ideologiche e politiche che ne deformano radicalmente il significato, fino a farne non più uno strumento di descrizione, ma un’etichetta di separazione, stigmatizzazione e morte.

Quando semita smette di essere solo un lemma linguistico

Questa è la storia di due traiettorie che si incrociano senza toccarsi: una filologica, l’altra ideologica. Guidi, paradossalmente, pubblica il suo studio nello stesso anno in cui la parola comincia a essere piegata in tutt’altra direzione. Nel 1879, infatti, il pubblicista tedesco Wilhelm Marr conia il termine Antisemitismus nel pamphlet Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum[1]. È lì che si produce la torsione fatale: “semita” smette di designare un ceppo linguistico e viene ristretto a sinonimo razzializzato di “ebreo”. L’ostilità antiebraica viene così riformulata come conflitto biologico tra “razze”, travestendo di pseudoscienza un pregiudizio assai più antico.

Nel frattempo, autori come Ernest Renan avevano già contribuito a spostare il termine dal terreno filologico a quello tipologico e gerarchico, contrapponendo una presunta “razza semitica” a una non meno immaginaria “razza ariana”. È a questo punto che un lemma tecnico comincia a caricarsi di un peso che non gli apparteneva.

Nel giro di pochi decenni la catena si stringe: “semita” da famiglia linguistica diventa razza, e da razza finisce per indicare quasi esclusivamente l’ebreo. Il paradosso è evidente: gli arabi sono, sul piano linguistico, semiti quanto gli ebrei; eppure, l’antisemitismo europeo non prende di mira “tutti i semiti” ma solo gli ebrei. Il termine viene così sottratto alla scienza e trasformato in marchio ideologico.

L’International Holocaust Remembrance Alliance

Dopo la Shoah, il termine “antisemitismo” entra a pieno titolo nel lessico morale, politico e giuridico internazionale. È inevitabile: dopo i campi di sterminio in cui furono assassinati milioni di ebrei - e altrettanti milioni di innocenti oggi sommersi dall’oblio, dunque uccisi due volte - nominare l’odio antiebraico in modo preciso diventa una necessità storica e civile.

Nel 1998 la task force da cui sarebbe nata l’IHRA — International Holocaust Remembrance Alliance — prende forma su iniziativa del premier svedese Göran Persson, con il robusto sostegno del primo ministro britannico Tony Blair e del presidente statunitense Bill Clinton. La sua origine non scaturisce da un consenso scientifico spontaneo ma da un’iniziativa politica precisa, maturata nel quadro euro-atlantico. Germania e Israele aderiscono quello stesso anno, seguiti nel 1999 da Paesi Bassi, Polonia, Francia e Italia.

Quella di Persson è una scelta politico-culturale precisa: fare della memoria della Shoah uno strumento di educazione civica, legittimazione democratica e proiezione internazionale. Il problema nasce col tempo, quando quell’iniziativa si trasforma in una infrastruttura politico-istituzionale molto influente, capace di produrre standard, definizioni e pressioni normative ben oltre il solo campo della memoria, incidendo sul lessico pubblico, sulle politiche universitarie e sui confini stessi del dissenso e della libertà di espressione, sostenuta da risorse economiche rilevanti, reti di pressione transnazionali e appoggi istituzionali strutturati, che ne ampliano progressivamente la capacità di penetrazione normativa.

Nascita della definizione operativa di antisemitismo

L’IHRA è un’organizzazione intergovernativa e la sua definizione si presenta formalmente come non vincolante; eppure, la sua fortuna politica e istituzionale è stata enorme. Nel 2016 formula una propria definizione operativa di antisemitismo - “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei” - accompagnandola con una serie di esempi illustrativi, diversi dei quali riguardano lo Stato di Israele. Il problema non è soltanto che la definizione sia controversa: è che la sua indeterminatezza lessicale, lungi dall’essere un limite secondario, costituisce il presupposto della sua efficacia politica. La sua forza non sta nella precisione, ma nell’ambiguità: abbastanza vaga da prestarsi a usi estensivi e abbastanza autorevole da imporsi come parametro di legittimazione del dicibile e come strumento di regolazione del dibattito pubblico.

Molti critici hanno osservato che non si tratta di una semplice definizione imperfetta, ma di una costruzione volutamente elastica e, in questo senso, radicalmente arbitraria: una formula che non chiarisce soltanto un fenomeno, ma ne estende il campo fino a includere ambiti di dissenso politico che con l’odio antiebraico non coincidono affatto.

Negli Stati Uniti e in Europa, la sua diffusione non è stata il prodotto di una spontanea convergenza scientifica, ma il risultato di una lunga opera di pressione politico-istituzionale, sostenuta da reti organizzate, interlocuzioni governative e da una progressiva traduzione normativa del tema. La definizione è stata così accreditata come standard privilegiato, nonostante le robuste e ben argomentate obiezioni provenienti da una parte significativa del mondo accademico e giuridico.

Il caso italiano lo mostra con particolare evidenza: il Senato della Repubblica ha approvato in prima lettura, il 4 marzo 2026, il disegno di legge n. 1004, d’iniziativa dei senatori Massimiliano Romeo, Daisy Pirovano e Giorgio Maria Bergesio, recante “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”. Il testo prevede l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA nell’ordinamento italiano. Nei materiali parlamentari del marzo 2026 compaiono inoltre emendamenti critici proprio contro tale riferimento, con obiezioni esplicite e richiami a definizioni alternative ritenute più chiare da alcuni senatori.

Una definizione controversa

Le obiezioni rivolte alla definizione dell’IHRA non riguardano la necessità di contrastare l’antisemitismo, ma il modo in cui esso viene definito e delimitato. I punti più contestati sono tre: la vaghezza della formula centrale, l’inclusione di esempi riferiti a Israele e il rischio di sovrapporre l’odio contro gli ebrei alla critica politica rivolta a uno Stato.
Anche per questo, nel 2021 è stata pubblicata la Jerusalem Declaration on Antisemitism, redatta da oltre 200 studiosi di studi ebraici, Shoah, Medio Oriente, diritto e discipline affini, con l’intento di offrire una definizione più chiara e meno suscettibile di applicazioni estensive o ambigue.
Nello stesso anno, in ambito accademico statunitense, è stato elaborato anche il Nexus Document, nato con analoga finalità chiarificatrice: distinguere con maggiore precisione ciò che costituisce effettivamente antisemitismo da ciò che rientra invece nel legittimo dissenso politico, anche quando questo dissenso investe sionismo, Israele e le sue politiche.

Questi testi non sono marginali. Sono il segno di una controversia reale e documentata, che attraversa università, istituzioni, parlamenti e opinione pubblica. Chi difende la definizione IHRA la considera uno strumento necessario per contrastare forme contemporanee di antisemitismo mascherate da antisionismo. Chi la critica teme invece che, proprio in virtù della sua elasticità, essa possa essere impiegata per comprimere la libertà accademica, culturale e politica.
È questo il nodo: non se l’antisemitismo esista, perché esiste, ma chi definisce il perimetro del dissenso, e con quali conseguenze.

Manipolare con cura

Questa ricostruzione della metamorfosi di uno dei lemmi più incandescenti del presente, nata da un libro trovato mentre ne cercavo un altro, aiuta a mettere a fuoco il punto essenziale: Guidi, nel 1879, lavorava ancora su una parola che era carta. Oggi quella stessa parola è diventata piombo.
“Semita” nasce come categoria linguistica. Poi viene razzializzata. Politicizzata. Infine, normativizzata. Oggi, a guardare l’uso che se ne fa, si direbbe entrata nella fase più cupa della sua metamorfosi: quella in cui la parola si è radicalizzata e non descrive più, ma colpisce.
Quando una parola cambia natura, cambia anche il campo del dicibile. E quando il linguaggio smette di descrivere il mondo per disciplinarlo, la filologia torna a essere una faccenda politica.
Le parole non sono innocenti.
Eppure nascono libere.
E non dovrebbero mai diventare monopolio.
Di nessuno.

 


 

NOTE:

[1] Il 1879, con la coniazione del termine Antisemitismus da parte di Wilhelm Marr, non segna l’inizio dell’ostilità verso gli ebrei, ampiamente attestata in età antica e medievale, ma un suo mutamento di statuto. La storiografia distingue infatti tra antigiudaismo premoderno, di matrice prevalentemente religiosa, e antisemitismo moderno, che riformula tale ostilità in termini razziali e pseudoscientifici. È questo passaggio, più che la persistenza del fenomeno, a costituire una cesura decisiva nella storia del concetto.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Edward Said, Orientalism, New York, Pantheon Books, 1978. 

Reinhart Koselleck, Futures Past: On the Semantics of Historical Time, New York, Columbia University Press, 2004. 

Shulamit Volkov, “Antisemitism as a Cultural Code”, Leo Baeck Institute Year Book, 23 (1978), pp. 25–46. 

George L. Mosse, Toward the Final Solution: A History of European Racism, Madison, University of Wisconsin Press, 1985. 

International Holocaust Remembrance Alliance, Working Definition of Antisemitism, 2016. 

Jerusalem Declaration on Antisemitism, 2021.

Ignazio Guidi, La sede primitiva dei popoli semitici, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1879.


Perché la Cina vincerà senza fare guerra a nessuno

Eraclito e Confucio

Il frammento 53 di Eraclito recita che «il Conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni li ha fatti essere dèi, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri liberi». La guerra per i greci non è solo un evento che si verifica nelle relazioni tra due comunità, quando ogni altro mezzo di negoziazione ha fallito l’obiettivo del compromesso; è invece l’armatura ordinaria della vita di tutti, l’arché dell’essere, che stabilisce la ragione e il destino di ogni cosa. Le osservazioni preliminari di Von Clausewitz sulla guerra testimoniano che l’Occidente ha arruolato le convinzioni dei greci tra i propri principi: se il conflitto può essere descritto come «la prosecuzione della politica con altri mezzi», significa che il senso comune e la repubblica delle lettere concordano sulla normalità della belligeranza come regola di vita e come pratica di gestione dei rapporti sia personali sia internazionali – tanto da immaginare uno stato di natura consistente nella guerra di tutti contro tutti. Da Hobbes la legittimità del potere politico viene ascritta al diritto di monopolio della violenza da parte dello Stato, al fine di garantire le condizioni della convivenza pacifica tra i cittadini, la loro prosperità e lo sviluppo della civiltà.

Secondo Pino Arlacchi, nel suo recente La Cina spiegata all’Occidente, l’America non si limita a coltivare la conflittualità come idea regolativa dello stile di vita nei paesi occidentali, ma proietta le caratteristiche della sua metafisica militarista anche sulle altre culture. La trappola di Tucidide è uno schema di interpretazione delle relazioni internazionali, secondo il quale l’ascesa di una nuova grande potenza non può che allarmare quella attualmente egemone, innescando uno scenario di scontro armato che risolva i contrasti di interessi tra le due. «Fu l’ascesa di Atene, e la paura che essa ispirò a Sparta, che rese la guerra inevitabile»: la configurazione dei fatti del Peloponnesso descritta dallo storico greco dovrebbe mappare anche il destino delle relazioni tra Stati Uniti e Cina nel mondo contemporaneo, con Trump nella parte dei Lacedemoni e Xi Jinping in quella degli attici. Ormai anche la comunità scientifica americana (ed europea) è intossicata da una visione hollywoodiana della storia e della geografia, per cui storici e filosofi della Grecia antica vengono trattati come colleghi di dipartimento, e i politici e generali cinesi come funzionari del ministero accanto. 

Eppure per più di duemila anni la Cina ha costruito la stabilità del suo impero proprio su una visione opposta a quella di Eraclito. Arlacchi insiste sulla continuità tra l’ideologia pacifista di Confucio e le strategie attuali di gestione dello stato da parte dei vertici del Partito Comunista. La strategia di contare sull’esercito per la difesa o l’espansione dell’impero dalla sua fondazione, nel IV secolo a.C., è risultata inapplicabile per due ragioni. La prima è che un apparato militare di dimensioni abbastanza ampie per vigilare su un territorio così vasto sarebbe diventato inaffidabile per il potere centrale: i generali avrebbero controllato una forza soverchiante e si sarebbero impadroniti del trono. La seconda è che, invece, un esercito fidato sarebbe stato troppo piccolo per sorvegliare i confini e le spinte centrifughe dei feudatari. La formazione di una cultura raffinata, la costituzione di una burocrazia in cui i funzionari sono assunti tramite il superamento di esami molto severi (e non per elezione o per cooptazione diretta), hanno assicurato la tenuta dell’impero anche durante le fasi di dominazione straniera, come quelle seguite all’invasione mongola e a quella Manchu. Le dinastie che si sono imposte hanno comunque scelto di conservare le istituzioni e la cultura cinese, piuttoso che sostituirla con i costumi dei conquistatori: la civiltà Han ha assorbito i valori degli occupanti, sincretizzandoli con i propri, invece di essere dissolta dalla pressione dei vincitori.

La guerra senza limiti

La cultura quindi è il cuore e la forza dell’impero: l’intellettuale, non il guerriero, incarna il modello della vita nobile. Il Wen è sapere e moralità, ed è il principio di civilizzazione che anima la società; il Wu invece è l’istanza della forza e dell’agonismo, che può agire solo sotto la polarità dell’etica e della saggezza. Il Wu può prevalere quando ogni risorsa del Wen è fallita, ma in simili circostanze la sua efficacia è comunque inferiore a quella che raggiunge quando viene moderato dalla ponderazione della conoscenza. 

Il ricorso alla guerra come strategia per la soluzione delle controversie internazionali non appartiene alla cultura cinese, né in passato né ora. Il libro di Sun Tzu L’arte della guerra insegna che «ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità». Siamo agli antipodi di von Clausewitz, secondo il quale l’essenza della guerra si disegna tra la circostanza che impedisce la realizzazione del piano di battaglia, e la violenza cieca delle truppe che si sterminano a vicenda. Ma soprattutto, la concezione cinese disinnesca la continuità tra politica e conflitto armato, che il generale prussiano ha desunto dalla tradizione risalente a Eraclito: Sun Tzu avverte che «non c’è mai stata una guerra protratta nel tempo che abbia portato vantaggi a una nazione». I combattimenti sono banditi dalla normalità della vita civile, e possono essere intrapresi solo quando promettono di poter essere vinti senza sparare un colpo, senza scoccare una freccia.

Il libro pubblicato nel 1999 dai generali Qiao Liang e Wang Xiangsui, Guerra senza limiti, ribadisce la vocazione cinese a interpretare la competizione tra gli stati su terreni molto più vari rispetto allo scontro militare. Gli Stati Uniti sono accusati di perseguire un primato internazionale costruito sulla minaccia bellica, e di ridurre qualunque strategia di conflitto alla superiorità tecnologica delle armi. Tra le cause delle Guerre del Golfo primeggerebbe la necessità di ostentare al mondo la capacità di precisione e di distruzione dei dispositivi impiegati dall’esercito americano. Eppure gli attriti tra i paesi non possono esaurirsi in un confronto che deflagra tra le trincee, visto che la Rete, e l’economia finanziaria che l’ha accompagnata, permettono di spostare il fronte sui mercati, sui piani dell’infowar e della cyberwar, configurando scenari di attacco e di difesa che disertano gli scenari di battaglia tradizionali. Opinione pubblica, media, energia, logistica, banche, servizi – la vita quotidiana delle nazioni, e le agenzie che la rendono possibile, coincidono con gli scenari, i soggetti e i bersagli dei conflitti. La manipolazione delle notizie e delle ideologie, l’influenza sulle tornate elettorali, il furto di segreti industriali, la sottrazione di capitali bancari, la minaccia della sospensione della fornitura dei servizi primari, sono i campi di battaglia di una guerra non più circoscritta allo scontro di eserciti regolari, ma che coinvolge senza limiti di tempo e di spazio la popolazione civile, il management delle imprese, i servizi di sicurezza digitale, il comportamento quotidiano di tutti. È in questo modo che, come insegna Sun Tzu, si vince senza sparare un colpo. 

L’ossessione per i cannoni, i missili, i droni, i marines, gli assalti e gli attacchi, sembra trovarsi tutta dalla parte americana, e in generale Occidentale, degli schieramenti internazionali. Sono gli USA che entrano in Venezuela per sequestrare il presidente legittimo e che bombardano l’Iran: la convinzione che la Cina possa ricorrere agli stessi mezzi sembra ingenua, o motivata dalla ripulsa (o dall’incapacità) americana di riconoscere un’alterità rispetto alla propria concezione del mondo, congiunto al disconoscimento della strategia storica di costruzione imperiale di Pechino, e alla sua concezione di guerra “allargata” moderna. L’immagine di una Cina che invade Taiwan con le armi, insomma, appare come una proiezione della mentalità della leadership di Washington sull’avversario, più che un’inferenza da qualunque evidenza reale.

Sfiducia nella democrazia

Secondo Arlacchi la configurazione politica della Cina dopo la scomparsa di Mao ha ripristinato valori e metodi dell’impero, adattandoli ai requisiti della modernità. Gli obiettivi che i vertici del partito si sono proposti di raggiungere sono diventati sempre più ambiziosi, spaziando dalla scomparsa definitiva della povertà, all’alfabetizzazione universale, all’introduzione di meccanismi che impediscano la sperequazione di ricchezza tra territori e tra fasce di censo – fino all’ingresso nel club delle nazioni più avanzate in tema di tecnologia. La riduzione della corruzione figura tra i compiti principali che Xi Jimping ha perseguito nel corso della sua gestione del partito: la fiducia della popolazione nella solidità dell’infrastruttura politica infatti è la ragione ultima della tenuta dell’impero. Se l’opinione pubblica smettesse di credere nella competenza tecnica dei leader, e nella loro devozione morale alla prosperità dello Stato, la Repubblica Popolare collasserebbe su se stessa: il suo sostegno non è il monopolio della violenza, ma il rispetto per l’élite, che è stimata un modello di eccellenza culturale ed etica.

La carriera politica non si fonda sui successi elettorali, ma sul superamento di esami e sul raggiungiomento degli obiettivi collegati alla gestione di budget e di apparati sempre più ampi. Il meccanismo è legittimato da prove che misurano preparazione scolastica e attitudini manageriali – non dal consenso degli amministrati. In altre parole, la Cina moderna replica il modello dell’impero, ignorando gli esperimenti democratici alimentati dal suffragio universale dei paesi europei e americani. La severità degli esami garantisce che i funzionari più alti in grado a Pechino conoscano bene il problema della “trappola di Tucidide” (mentre gran parte dei loro colleghi occidentali non ne sa nulla). Ma soprattutto, secondo Arlacchi il meccanismo delle promozioni ha assicurato la realizzazione del progetto più ambizioso possibile: l’abilitazione per la maggioranza della popolazione di una libertà “positiva”, fondata su eguaglianza sostanziale, agentività che permette all’individuo di cambiare la propria condizione, e capability dei mezzi per realizzare i propri progetti. Le democrazie occidentali, con la loro economia di mercato, garantirebbero solo una libertà formale: anche dove non impongono proibizioni sulle attività, come viaggiare o avviare una prioria attività commerciale, quando i soggetti non hanno gli strumenti economici per mettere in opera le loro decisioni, la libertà rimane un principio privo di concretezza.  

È curioso che lo scetticismo di Arlacchi nei confronti del dispositivo elettorale finisca per avallare tesi simili a quelle di Milton Friedman e Alvin Rabushka, e del loro indice Economic Freedom in the World: dal 2016 si è unito al Cato Institute con lo scopo di definire un indice di “libertà umana”, tra i cui criteri di valutazione sono esplicitamente esclusi il suffragio universale e le elezioni multipartitiche. Il rapporto tra lo stato e i cittadini sembra doversi esaurire in una struttura di servizi in cui gli abitanti agiscono come clienti, i politici come manager. Arlacchi e Friedman muovono da convinzioni opposte, eppure raggiungono la stessa conclusione: la democrazia elettorale è un ostacolo per gli individui, le organizzazioni, i metodi, in grado di accrescere la ricchezza, raggiungere gli obiettivi di espansione sociale, incentivare l’innovazione. In entrambi i casi si approva la libertà di azione di un’élite le cui decisioni e i cui interventi sono tanto più efficaci quanto meno vengono sottoposti allo scrutinio pubblico. Gli unici giudizi rilevanti provengono dall’élite stessa, e dal successo economico.

Pace, prosperità, libertà, democrazia, non si sono mai trovati su piani tanto separati quanto oggi. E, spesso, in conflitto tra loro.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

P. Arlacchi, Contro la paura, Chiarelettere, 2019.

P. Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente, Fazi, 2025.

Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti, Casa Editrice LEG, 2001

G. Reale (a cura di), I Presocratici, Bompiani, 2006.

Q. Slobodian, Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia, Einaudi, 2023. 

Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, 2001.

C. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, 1989.


Habermas - Quando il filosofo perde il senso della realtà

Una degli ultimi contributi di Habermas è stato un libretto di meno di 100 pagine (lui che solitamente ne scriveva quattromila) dal titolo (in italiano) Proteggere la vita. I diritti fondamentali alla prova della pandemia, Bologna, Il Mulino, 2022.

È un libro che riflette sulla legittimità delle misure restrittive prese (nel 2020 e 2021) dal governo tedesco per fronteggiare la diffusione del virus SARS-COV-2.

Quasi ognuno dei sette brevi capitoli del libro porta nel titolo una domanda. Le riportiamo perché ognuna di queste meriterebbe un seminario a parte:

I. La sfida globale del Sars-CoV-2 per i principali attori nazionali

Il. conflitto: misure di prevenzione più rigide o più permissive?

III. Che obiettivo ha la tutela della salute da parte dello Stato?

IV. Il governo può imporre la solidarietà ai cittadini?

V. Può il governo mettere in conto un aumento evitabile dell’eccesso di mortalità?

VI. Solidarietà del cittadino e autonomia privata della persona

VII. Come intendere il primato della tutela della vita e della salute da parte dello Stato?

Il libro nasce da un articolo uscito nel settembre 2021 dal titolo Corona und der Schutz des Lebens. Zur Grundrechtsdebatte in der pandemischen Ausnahmesituation per la rivista Blätter für deutsche und internationale Politik. Un articolo che suscitò molte reazioni contrapposte.

Le tesi centrali del libro 

Habermas sostiene che la tutela della vita e della salute costituisce un dovere fondamentale dello Stato, che può giustificare restrizioni temporanee delle libertà individuali, soprattutto quando il sistema sanitario rischia di essere sopraffatto. In contrasto con filosofi come Giorgio Agamben, egli ritiene che le misure adottate dal governo tedesco per affrontare la pandemia siano state eccessivamente “morbide”, insufficienti a garantire una protezione efficace della popolazione.

Per questo motivo, Habermas non solo ha difeso la legittimità delle restrizioni sui diritti civili — tra cui la libertà di circolazione e di riunione — come strumenti per contenere le infezioni da SARS-CoV-2, ma ha anche criticato l’approccio del governo basato sulla disponibilità dei posti in terapia intensiva, piuttosto che sul rischio di contagio in sé. Secondo lui, questo comportamento rappresentava un inadempimento del dovere costituzionale di "evitare tutte le azioni che rischiano di mettere in pericolo la vita e l'integrità fisica di un numero prevedibile di cittadini innocenti".

Habermas sostiene che nessun diritto fondamentale sia illimitato e che, in un contesto pandemico, il diritto alla vita individuale prevalga su tutti gli altri. Tale principio non è solo radicato nella cultura politica democratica tedesca del Dopoguerra, ma trova conferma anche nella Costituzione. Affermare — come hanno fatto recentemente alcuni giuristi tedeschi — che il rischio per la vita umana possa essere considerato alla pari di altri diritti fondamentali è quindi non solo immorale, ma anche giuridicamente infondato. Uno Stato democratico non può adottare politiche che aumentino i contagi e, di conseguenza, le morti prevedibili.

In questo quadro, lo Stato può legittimamente richiedere solidarietà, imponendo sacrifici individuali per prevenire un aumento evitabile della mortalità. Le limitazioni delle libertà personali possono essere giustificate a favore della sopravvivenza collettiva. La pandemia, infine, offre l’opportunità di rafforzare uno Stato di diritto più consapevole e solido, fondato su una rinnovata solidarietà tra cittadini.

Le accuse ad Habermas

Le affermazioni perentorie di Habermas hanno sorpreso non poche persone, alcune delle quali lo hanno accusato di autoritarismo. Fra le tante voci, una in particolare è stata molto dura con lui. Quella di Andreas Rosenfelder, caporedattore del quotidiano conservatore tedesco Die Welt, che l'11 ottobre 2021 rimproverava Habermas di creare un "leviatano biopolitico che può limitare ogni libertà allo scopo di controllare i contagi, sempre e ovunque, senza condizioni e senza misura". 

Fa specie che una tale critica giunga da un quotidiano, cioè uno dei principali strumenti (insieme ai circoli letterari, i caffè, le riviste ecc.) della nascita nel Settecento di quella opinione pubblica borghese (oggetto proprio della tesi di dottorato di Habermas nel 1961), al cui interno si sviluppa il pensiero critico nei confronti del potere costituito, pensiero basato su razionalità, consapevolezza e indipendenza rispetto al potere. La critica della società, il fulcro delle riflessioni della Scuola di Francoforte, finisce triturata proprio da uno dei suoi paladini. Il quale, in merito alle contestazioni – ormai all’ordine del giorno – delle misure anti-contagio imposte dai governi ai propri cittadini, taccia i critici del lockdown come "libertari", contrarie[1] quindi all'autorità statale per definizione. 

Proprio Habermas, che aveva visto nelle studentesse del ’68 il nuovo soggetto politico, che avrebbe preso il posto della classe operaia. Si vede che a quel tempo le contestazioni andavano bene. Adesso no.

Il mondo astratto di Habermas (e non solo di lui): quando ci si ferma ai princìpi

Habermas è vittima del suo stesso modo astratto (per principi) di ragionare sui problemi sociali, senza tener conto della loro specificità, del caso per caso, della situazione per situazione. Per cui, conciliare libertà e solidarietà, oppure accettare e legittimare la limitazione delle libertà individuali a favore della sopravvivenza collettiva, o ancora non contrapporre la politica del bene comune a quella del bene individuale, appaiono come dilemmi vuoti, senza senso, se non ancorati a un problema concreto. 

Faccio un esempio: nel 2015, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente in Italia sono morte 84.400 persone per inquinamento atmosferico. 

Come mai non c’è stato nessun blocco del traffico? Perché lo Stato non ha imposto misure restrittive alla libertà di movimento, al pari di quelle attivate per la malattia Covid19? Abbiamo tutti notato che durante il lockdown l’inquinamento è sceso drammaticamente. Perché allora non permettere solo ai mezzi pubblici di circolare (peraltro nel lockdown neanche quelli transitavano)?

Durante gli anni a cui Habermas fa riferimento nel suo libro, ci sono state diverse scienziate, mediche, biologhe, esperte di salute pubblica che hanno contestato le politiche sanitarie e le strategie adottate dai governi. Non su basi libertarie, ma portando proposte scientifiche ed esperienze di cura della malata.

E diverse delle cose che sostiene (e legittima) Habermas si sono rivelate poi infondate.

Non è l’obiettivo di un post farne l’elenco e argomentarle.

Ne indico soltanto una.

Le fake news del governo

Il 22 luglio 2021, il Presidente del Consiglio Mario Draghi, in una memorabile conferenza stampa a Palazzo Chigi, disse: "L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali e muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, ti ammali, contagi, lui lei muore. Questo è. Secondo, senza vaccinazione si deve chiudere tutto di nuovo”.

La sera del 25 gennaio 2022, durante la trasmissione Di Martedì su La7, il prof. Pierpaolo Sileri (ordinario di medicina e all'epoca sottosegretario alla Salute) rivolgendosi alle persone non vaccinate dal covid e parlando dell’obbligo al green pass, ebbe a dire: “Vi renderemo la vita difficile… perché siete pericolosi”.

Su quali dati scientifici si basassero queste affermazioni non è dato saperlo.

Tuttavia, il 10 ottobre 2022, il parlamentare europeo olandese Robert Roos, durante un’audizione pose a Janine Small (responsabile dei mercati internazionali di Pfizer) due domande: "Il vaccino anti-Covid della Pfizer è stato testato per la sua capacità di bloccare la trasmissione del virus prima di essere immesso sul mercato? In caso contrario, si prega di specificarlo chiaramente. In caso affermativo, siete disposti a condividere i dati con questa commissione?"

Come risposta rispetto ai test, Janine Small ammise candidamente: “No. Dovevamo muoverci alla velocità della scienza per capire veramente cosa stesse succedendo nel mercato. E da questo punto di vista, dovevamo fare tutto a rischio. Penso che il dottor Bourla stesso ve lo direbbe, se non a noi, chi altro?”.

Peraltro, Pfizer ha sempre detto ufficialmente che i loro studi clinici non sono mai stati progettati per misurare l'effetto del vaccino sulla trasmissione virale, né hanno affermato il contrario. Infatti, l'11 dicembre 2020 la stessa Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato il vaccino COVID-19 di Pfizer affermando (in un comunicato stampa) che "al momento, non sono disponibili dati per determinare per quanto tempo il vaccino fornirà protezione, né vi sono prove che il vaccino prevenga la trasmissione del SARS-CoV-2 da persona a persona". Lo stesso comunicato afferma, inoltre: "Il vaccino è stato efficace al 95% nel prevenire la malattia da COVID-19 tra i partecipanti a questi studi clinici, con otto casi di COVID-19 nel gruppo vaccino e 162 nel gruppo placebo". Ciò chiarisce che il vaccino avrebbe dovuto agire sulla malattia e non sulla trasmissione dell'agente patogeno stesso.

Ma allora, se il vaccino non impediva la diffusione del virus, perché fu reso obbligatorio il green pass la cui utilità si basava proprio sul fatto (a questo punto solo supposto) che il vaccino bloccava la trasmissione e e le vaccinate potevano andare in giro tranquillamente, mentre le non vaccinate no?

In altre parole, l’idea preventiva del green pass si basava su dati inesistenti.

Pensando ad Habermas, viene in mente la celebre citazione di Oscar Wilde: "con l'età arriva la saggezza, ma a volte si presenta semplicemente da sola”.

 

 


 

NOTE

[1] Uso il femminile sovraesteso


L’AI Claude va in guerra contro l’Iran (ma studia da disertore)

Amodei contro Hegseth (e Trump)

Il padre della teoria matematica dell’informazione, Claude Shannon, durante la Seconda Guerra Mondiale si è occupato di crittografia dei messaggi, ma anche di sistemi automatici di puntamento del fuoco per l’artiglieria antiaerea. Il sistema di intelligenza artificiale di Anthropic, che è stato battezzato Claude in suo onore, serve la patria dal luglio 2025, con un contratto da 200 milioni di dollari per una durata di due anni, siglato con il Pentagono. Ma, al contrario del suo omonimo predecessore, non sembra essere disposto a eseguire whatever it takes le direttive dei vertici militari; o almeno, Dario Amodei – che di Anthropic è fondatore e CEO in carica – cerca di ottenere un rispetto letterale degli accordi contrattuali. Donald Trump ha disseppellito l’etichetta di Dipartimento della Guerra dagli archivi novecenteschi, e ha assegnato a Pete Hegseth l’incarico di gestire il ministero secondo lo stile tipico dell’attuale governo americano: operatività tramite decreti, senza scrutinio pubblico, sotto la pressione costante di qualche (presunta) emergenza per la sicurezza nazionale. Lo stato di criticità dovrebbe dispensare l’amministrazione militare da un eccesso di scrupolo nell’osservanza di patti e clausole.

Il dissidio tra Anthropic e Hegseth divampa dopo l’operazione che nei primi giorni di gennaio 2026 ha condotto al sequestro del presidente Nicolás Maduro in Venezuela. Amodei lamenta un’infrazione alle restrizioni sull’uso dei modelli AI sviluppati dalla sua azienda, che ne vietano l’adozione per attività di sorveglianza di massa sui cittadini americani e per l’applicazione ad armi «autonome» (cioè capaci di individuare e uccidere il bersaglio senza un controllo diretto da parte di un essere umano). Il ministro accusa Anthropic di tradimento, perché la sua protesta equivarrebbe ad una forma di opposizione alle strategie di protezione della sicurezza degli Stati Uniti messe in atto dal Pentagono.

Il primo atto della disputa si sarebbe dovuto concludere con l’ordine rivolto a tutte le agenzie federali, diramato da Trump il 27 febbraio tramite il social network Truth, di interrompere ogni collaborazione con Anthropic: «Gli Stati Uniti non permetteranno mai a un'azienda di sinistra e woke di dettare come il nostro grande esercito combatta e vinca le guerre! Questa decisione spetta al vostro comandante in capo e agli straordinari leader che nomino per guidare il nostro esercito. L'egoismo di Anthropic sta mettendo a rischio le vite degli americani e in pericolo i nostri soldati e la nostra sicurezza. Pertanto, ordino a tutte le agenzie federali del governo degli Stati Uniti di cessare immediatamente ogni utilizzo della tecnologia Anthropic. Non ne abbiamo bisogno, non la vogliamo e non faremo più affari con loro!»

Ma meno di ventiquattro ore dopo l’imperativo trumpiano è stato disatteso proprio dal Dipartimento della Guerra, che è ricorso di nuovo ai servizi di Claude per sferrare l’attacco del 28 febbraio contro la Guida Suprema Alì Khamenei in Iran. Il problema infatti è che i servizi di Anthropic sono molto integrati con quelli dell’altro partner dell’esercito americano nelle operazioni di intelligence, Palantir, perché la dismissione delle tecnologie di Amodei possa avvenire da un giorno all’altro. Hegsteh in persona è stato costretto ad annunciare, questa volta su X, che «Anthropic continuerà a fornire i suoi servizi al Dipartimento della Guerra per un periodo di non oltre sei mesi, per assicurare una transizione senza interruzioni di continuità».

Cosa faceva Anthopic per il Dipartimento della Guerra?

Difficile rispondere a questa domanda, perché le operazioni in cui sono coinvolti i suoi modelli AI sono coperti dal segreto militare. L’articolo con cui il Wall Street Journal riferisce che Claude ha svolto un ruolo nel corso dell’attacco all’Iran, dichiara che secondo la sua fonte il comando militare in Medio Oriente ha adottato il software per funzioni di operational support alle azioni di combattimento. Questa etichetta escluderebbe un coinvolgimento diretto negli scenari di guerra, per due ordini di motivi.

Il primo riguarda l’ambito di attività di solito catalogate come «supporto operativo», che investe l’intelligence da cui il conflitto viene preceduto e accompagnato (e spesso anche evitato): l’analisi dei dati con cui si individuano gli attori rilevanti per le decisioni strategiche del nemico, si decifrano i loro messaggi, si interpretano le loro decisioni – si infiltrano informazioni false, si dirotta l’attenzione degli avversari, si manipolano le loro convinzioni, si avvicina la loro opinione pubblica alle istanze più favorevoli ai propri vantaggi.

Il secondo insiste sulle caratteristiche dei modelli AI sviluppati da Anthropic, che sono degli LLM (Large Language Model) focalizzati sull’elaborazione linguistica. Claude appartiene ad una famiglia di tecnologie che sono abili a leggere testi, a individuare pattern nei loro contenuti, a interpretare le combinatorie di significanti che li compongono, e anche a replicarle in modo credibile. La sua applicazione nelle operazioni di spionaggio che hanno preceduto l’attacco potrebbe quindi essere stata mirata a esaminare milioni o miliardi di testi, per lo più in farsi e nelle altre lingue parlate in Iran, con lo scopo di selezionare il cluster di messaggi scambiati tra le autorità politiche e militari del regime, per estrarre informazioni utili sull’agenda dei loro movimenti, sulle decisioni da discutere o già deliberate, sui loro modi per identificarsi (in codice o in chiaro), sui rapporti reciproci – almeno per quello che si può dedurre dalle loro conversazioni. L’inizio dell’attacco infatti ha coinciso con il momento in cui Khamenei avrebbe incontrato alcuni dei funzionari più elevati all’interno del Beit E Rahbari, il complesso di edifici a Teheran destinato ai lavori dei vertici istituzionali.

Da questi assunti sembra plausibile che l’impiego delle tecnologie di Anthropic non intersechi il problema morale delle armi autonome, ma possa in qualche modo collidere con il rifiuto di partecipare a operazioni di sorveglianza di massa – vista l’enorme quantità di messaggi che devono essere stati vagliati dal software per derivare il corpus di comunicazioni utili alle operazioni di intelligence. L’integrazione con i software di Palantir – di cui si sa sempre poco, ma abbastanza per dedurre che siano impiegati per identificare i bersagli degli attacchi – confermerebbe che il contributo di Claude riguardi l’interpretazione di grandi moli di dati testuali, al fine di individuare autori, contenuti dei messaggi, decrittazione di codici. In altre parole, il software di Amodei somiglierebbe allo Shannon originale, molto più che a una qualche incarnazione di Terminator, libera di circolare per il mondo.

È possibile naturalmente che Anthropic abbia sviluppato anche altri modelli di AI, disegnati su esigenze specifiche del Pentagono, e non coincidenti con quelli che rappresentano il core business aziendale: al momento non esistono prove per accogliere o rigettare la tesi, anche se in soli sei mesi di attività non è molto probabile che si sia potuta generare la versione stabile di un software completamente nuovo. Tuttavia Amodei, che ha annunciato ricorso in tribunale contro la rescissione del contratto unilaterale da parte del Dipartimento della Guerra, è già riuscito con questa vicenda a raggiungere un risultato di tutto rispetto: Claude dal 1° marzo è balzata dal 131° al 1° posto delle app più scaricate nell’App Store. 

L’accordo siglato da Anthropic con il Pentagono

Questo accordo la rendeva l’unica società di sviluppo AI, insieme a Palantir, impegnata a lavorare su attività coperte per intero dal segreto militare; le collaborazioni accordate con il ministero di Hegseth da Alphabet, OpenAI e Microsoft, non raggiungevano questo livello di profondità. Sembra improbabile quindi che Amodei non conoscesse il tipo di operazioni per le quali la sua tecnologia sarebbe stata impiegata: la sua sorpresa appare poco credibile. Eppure i toni di aggressività da fumetto, e il linguaggio infantile di Trump e Hegseth, hanno restituito smalto e plausibilità all’immagine di paladino della sicurezza AI che Amodei si è attribuito nelle ultime settimane, e hanno tirato la sua abile, anche se pericolosa, campagna marketing per Claude. 

Anthropic ha concluso nel febbraio 2026 la raccolta di 30 miliardi di dollari di finanziamento, con un round di serie G, portando il suo valore post-money a 380 miliardi di dollari; sembra stia puntando ad una collocazione in borsa nei prossimi 12-18 mesi. Wall Street val bene una commessa del Pentagono.


Doomsday Clock: ora mancano 85 secondi all’Apocalisse

85 secondi dall'apocalisse

In questi giorni, il Doomsday Clock è stato portato a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto ad oggi dal momento della sua creazione (Reuters 2026). Quest’aggiornamento, deciso dal Bulletin of the Atomic Scientists, non ha valore predittivo in senso stretto, ma rappresenta probabilmente il tentativo più strutturato di tradurre in un indicatore simbolico il livello di rischio per “catastrofe globale di origine antropica”. Al centro dell’attenzione resta il pericolo nucleare, ma la valutazione include sempre anche i fattori vari del cambiamento climatico, i rischi biologici e le vulnerabilità tecnologiche. Infatti, nella definizione adottata da questo gruppo di scienziati, lo scoccare della mezzanotte rappresenta un evento di collasso esistenziale su scala planetaria, mentre lo spostamento delle lancette riflette un giudizio sull’andamento della minaccia.

La posizione attuale dell’orologio, tuttavia, va ben oltre la dimensione metaforica. Infatti essa segnala l’erosione progressiva delle impalcature istituzionali che, per decenni, hanno contribuito a contenere il rischio di una catastrofe nucleare, oltre all’inasprimento delle competizioni strategiche tra grandi potenze. A ciò, si aggiunga la crisi di un ordine internazionale nel quale la deterrenza nucleare, che durante la Guerra fredda aveva potuto produrre una certa stabilità, non riesce più a svolgere la stessa funzione. Per comprendere il significato di questo arretramento simbolico è richiesta quindi una riflessione articolata, che consideri innanzitutto il collasso dei regimi di controllo degli armamenti; ma anche la trasformazione dell’ordine globale da bi-polare a multi-polare e, in conclusione, l’impatto destabilizzante delle nuove tecnologie in contesti geopolitici ad alta tensione.

Innanzitutto, si noti il fatto che – per più di mezzo secolo – gli accordi di controllo degli armamenti hanno rappresentato un pilastro fondamentale nella gestione globalizzata del rischio nucleare. I cosiddetti accordi START, e, più recentemente, il New START, non erano orientati alla completa eliminazione delle armi atomiche – come sarebbe stato forse più auspicabile; bensì, alla regolazione cooperativa della vulnerabilità reciproca tra Stati Uniti e Unione Sovietica prima, e tra Stati Uniti e Russia poi. Come osservava anche, tra gli altri, Thomas Schelling (Schelling 1960), allora la stabilità non derivava dalla fiducia, ma dalla prevedibilità: limiti quantitativi verificabili, trasparenza sugli arsenali e canali di comunicazione riducevano il rischio di errori di calcolo e di un’escalation incontrollata.

Accordo New START e sgretolarsi del Diritto Internazionale

Il New START, entrato in vigore nel 2011, ha costituito l’ultimo tassello di questo sistema di equilibrio. La sua (ormai avvenuta) scadenza, in assenza di un rinnovo o di un accordo sostitutivo, segna dunque la fine di un regime bilaterale di controllo nucleare che ha strutturato la sicurezza strategica globale per decenni. Non si tratta di una questione tecnica: infatti, come sottolineato dal Bulletin (2026), il collasso dei quadri diplomatici di lungo periodo è stato considerato uno dei fattori principali che ha contribuito all’attuale rivalutazione del rischio. Il progressivo abbandono di trattati come l’ABM e l’INF, negli ultimi vent’anni, ha effettivamente indebolito gli strumenti di verifica e monitoraggio che avevano caratterizzato la governance nucleare del secondo dopoguerra. In quest’ottica, la rivalutazione del rischio operata per il 2026 vuole rimarcare anche una profonda cesura di matrice politica, nei termini di una scarsa consapevolezza internazionale dell’emergenza. In sintesi, viene meno la volontà di cooperare, a livello globale, nell’ottica della sicurezza e della stabilizzazione dei rapporti – viceversa, si alimenta così il terrore e l’instabilità.  

Il processo che ha visto, negli ultimi decenni, lo sgretolarsi di tale forma di diritto internazionale, è stato accompagnato, in parallelo, dal mutamento sostanziale del contesto strategico globale. Durante la Guerra fredda, la deterrenza nucleare operava all’interno di un sistema bipolare relativamente stabile, nel quale due attori principali, dotati di arsenali comparabili e di dottrine consolidate, mantenevano un equilibrio fondato sulla reciprocità della distruzione – come sostenuto, per esempio, da Kenneth Waltz, la bipolarità riduceva l’incertezza, limitando il numero delle relazioni strategiche rilevanti (Waltz 1979).

Una nuova configurazione internazionale

All’opposto, l’attuale configurazione è marcatamente multi-polare. Oltre agli Stati Uniti e alla Russia, anche la Cina sta espandendo in modo preoccupante e significativo le proprie capacità nucleari, investendo in sistemi di “secondo colpo” per una deterrenza più affidabile, pur continuando (formalmente) a dichiarare una dottrina di deterrenza minima, in ottica meramente difensiva. Allo stesso tempo, anche la presenza di altri attori nucleari e di altri contesti regionali altamente instabili – l’area dell’Asia meridionale, per esempio, e la penisola coreana, come il Medio Oriente, con un focus particolare sul conflitto arabo-palestinese – produce una rete d’interazioni strategiche assai più complessa. In un sistema di questo tipo, le dinamiche di possibili escalation non sono più controllabili attraverso relazioni meramente bilaterali e relativamente prevedibili, ma si sviluppano adesso lungo traiettorie multiple interconnesse.

Squilibrio tecnologico

Inoltre, a rendere questo quadro ulteriormente fragile, interviene il fattore di una fortemente squilibrata implementazione tecnologica – e questo non soltanto in relazione all’avanzamento delle tecnologie belliche. Infatti, l’integrazione di nuove tecnologie nei sistemi di comando e di controllo nucleare – inclusi gli strumenti basati sull’Intelligenza Artificiale – e l’introduzione di sensori automatizzati, tende a comprimere drasticamente i tempi decisionali nelle situazioni di crisi: è evidente come questi sistemi, pur aumentando l’efficienza operativa, possano amplificare il rischio di falsi positivi, e favorire posture di cosiddetto launch-on-warning. Come osserva anche il Bulletin (2026), l’impiego di nuovi sistemi automatizzati e con modalità di errore non pienamente comprese introduce nuove fonti d’instabilità in un contesto che, inoltre, è già caratterizzato da una tensione elevata. Ma anche in termini civili, la discrepanza tecnologica esistente oggi tra tale produzione, sempre più sofisticata, di apparati interconnessi e l’impossibilità di adoperarli in maniera perfettamente consapevole – se non, appunto, delegando al sistema l’amministrazione del rischio – è, evidentemente, uno stato endemico di rischio alla società, una tendenza ch’era già stata intravista dal sociologo Ulrich Beck nella sua diagnosi di «Risikogesellschaft», a sua volta debitrice delle tesi andersiane sul cosiddetto «divario prometeico» (Beck 1986).

Una tale vulnerabilità tecnologica si innesta, poi, su crisi geopolitiche precise. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, i bombardamenti statunitensi ed israeliani sul territorio iraniano, e il rischio di proliferazione nucleare regionale costituiscono alcuni veri e propri “stress-test” per i meccanismi di deterrenza e de-escalation. In questo senso, il rischio nucleare non può più essere considerato un problema isolato, ma emerge come un fenomeno sistemico, in cui le dinamiche regionali, l’innovazione tecnologica smodata e la competizione tra grandi potenze si rafforzano reciprocamente – il tutto nel pericoloso quadro complessivo di una progressiva erosione delle istituzioni democratiche.

Instabilità crescente

Pertanto, le lancette del Doomsday Clock spostate ad 85 secondi dalla mezzanotte non sono quindi da interpretare come il mero annuncio di una catastrofe imminente, bensì come una valutazione complessiva della fragilità dell’attuale regime di sicurezza globale, mai stato tanto integralmente compromesso, in ogni sua componente, dall’inaugurazione dell’orologio. Il progressivo indebolimento degli strumenti cooperativi di controllo degli armamenti, e la transizione verso un nuovo ordine multipolare, oltre al raggiungimento di una soglia tecnologica che, nel senso suddetto, amplifica i margini di errore, formano una complessiva sequela di fattori che aumentano fortemente la probabile instabilità.

Infine, se è vero che la deterrenza nucleare resta ancora oggi un elemento centrale nella ricerca di un equilibrio strategico, altrettanto vero è il fatto che, da sola, essa non sia più sufficiente: richiede un contesto istituzionale fatto di regole condivise, meccanismi di trasparenza e canali di comunicazione affidabili, oggi sempre più compromessi. In questa prospettiva, il Doomsday Clock segnala non solo l’avvicinarsi automatico della fine, ma, soprattutto, mette in allarme davanti al crescente disallineamento tra capacità distruttive e possibilità della governance internazionale: un divario che nessuna potenza, per quanto avanzata militarmente, è in grado oggi di gestire da sola. In questa situazione paradossale, che Anna Maria Mariani ha giustamente chiamato una «zona grigia della responsabilità», (Mariani 2025) dove, appunto, ogni attore in causa pensa sé stesso come spettatore, e non come responsabile diretto della catastrofe, l’emergenza atomica riguarda l’umanità intera, senza distinzione e confine. Per la prima volta il mondo è davvero unificato sotto la stessa bandiera: quella dell’eventualità concreta della propria auto-distruzione. 

 


NOTA: in questo momento, le azioni di guerra di USA e Israele nei confronti dell'Iran rendono il quadro descritto sopra ancora più drammatico e inquietante, soprattutto in vista delle possibili escalation nel conflitto e dei rischi nucleari ad esse connessi. L'attacco statunitense ai siti nucleari iraniani (in particolare, all'impianto nucleare di Natanz) rappresenta un pericolo concreto: l'International Atomic Energy Agency (IAEA) ha infatti dichiarato di non potere escludere fuoriuscite radioattive in corso (ANSA, 3.03.26)

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  1. Bulletin of the Atomic Scientists (2026). Annual Doomsday Clock Statements.
  2. Beck, Ulrich (1986). Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Suhrkamp.
  3. Reuters (2026). “Atomic scientists set Doomsday Clock closer to midnight than ever”.
  4. Schelling, Thomas C. (1960). The Strategy of Conflict. Harvard University Press.
  5. Waltz, Kenneth N. (1979). Theory of International Politics. Addison-Wesley.
  6. Mariani, A.M. (2025). “La bomba atomica e la sindrome del bystander” in Doppiozero

150 anni fa, il primo numero del Corriere della Sera: un giornale nuovo, nato vecchio

Eugenio Torelli Viollier[1] (Napoli 1842 – Milano 1900), giornalista, idealmente garibaldino e anche assistente di Alexandre Dumas padre (autore, fra gli altri, de I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, Il tulipano nero), fondò a Milano nel febbraio del 1876 Il Corriere della Sera, foglio destinato a diventare nel tempo il primo quotidiano italiano.

L’editoriale[2] del 5 marzo 1876 (non firmato, ma attribuibile a Torelli Viollier stesso)  è un misto di arroganza, protervia e false promesse. Tralasciando le prime due (tipiche di chi vuol crearsi uno spazio sgomitando e promettendo di vendere una merce rara, che nel mercato scarseggia), mi concentrerò sulle ultime. In particolare, l’autore (rivolgendosi direttamente ai suoi lettori) scrive:

“Pubblico, vogliamo parlarti chiaro (…) Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola (…)  dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro”.

Fatti e parole

L’idea che i fatti siano separati dalle parole è antica, oserei dire vecchia. È figlia della locuzione latina, resa celebre da un discorso di Caio Tito al senato romano, che afferma: “verba volant, scripta manent”. A significare sia che è sempre meglio mettere "nero su bianco" un accordo, invece di accontentarsi di patti verbali, facilmente contestabili a posteriori[3]; sia aver prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre costituire documenti incontrovertibili[4]

Questa concezione delle parole, del linguaggio, è stata uno dei capisaldi dell’ideologia modernista. Come ricorda lo studioso Bruno Latour in Non siamo mai stati moderni (1993), la modernità si fonda (tra l’altro) su una serie di coppie oppositive: natura versus cultura, fatti versus opinioni, umani versus non umani, scienza versus tecnologia, teoria versus pratica, pubblico versus privato ecc. Dicotomie che occultano ideologicamente la natura ibrida di questi mondi che si propagandano come separati, ma che sono costantemente e inestricabilmente compenetrati (infatti Latour parlava di ‘naturacultura’, tecnoscienza’ ecc.). 

Per cui l’editoriale di Torelli Viollier è figlio della modernità.

In realtà, fatti e parole sono inseparabili. 

Vi è una lunga tradizione, costituita da molteplici discipline (la sociolinguistica, la sociologia del linguaggio, una parte della filosofia del linguaggio, l’antropologia linguistica, l’etnometodologia, l’interazionismo, il costruttivismo, gli studi delle scienze e delle tecnologie ecc.) che mostra proprio questo. A partire dagli scritti, pubblicati postumi, del filosofo del linguaggio John Langshaw Austin, raggruppati sotto il titolo significativo “Come fare cose con le parole” (1962), in cui lo studioso oxoniense mostra come molte delle cose che diciamo siano veri e propri “atti linguistici” (illocutivi e perlocutivi), cioè azioni fatte con le parole, con gli enunciati. Segnando così una svolta, da una concezione del linguaggio inteso come descrizione del mondo a una del linguaggio come azione.
Ma letteratura sull’argomento è davvero sterminata e in un post non si possono fare che dei brevi accenni.

L’abbattimento delle Torri Gemelle

Il caso è noto a tuttə

Qualche giorno dopo l'11 settembre 2001, nelle alte sfere della politica e nei mass media, s’innescò un dibattito: si trattava di un “atto di terrorismo” o di un “atto di guerra” ? (Ne abbiamo parlato anche qui). All’apparenza sembrerebbe una questione puramente nominalistica. D’altra parte, i fatti stanno da una parte e le parole d’altra.

Eppure, il problema di come chiamare, di quale nome (termine) dare a quell’evento (referente) e di quale significato attribuirgli, sembrò tutt’altro che banale. La definizione dell’evento non era un semplice esercizio intellettuale ma avrebbe avuto conseguenze pratiche notevoli; avrebbe pesantemente inciso sulla realtà dei fatti che si sarebbero succeduti. Infatti, se si fosse chiamato “atto di guerra”, essendo gli Stati Uniti uno dei componenti dell’alleanza difensiva denominata N.A.T.O. (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico), il cui art. 5 dispone che gli Stati membri si impegnano a considerare atto di aggressione contro tutti i membri l’attacco armato perpetrato da qualsiasi Stato contro di essi, gli altri Stati membri, tra cui Inghilterra, Francia, Germania, Italia ecc., sarebbero anch’essi entrati in guerra. Se invece si fosse chiamato “atto di terrorismo” gli Stati Uniti avrebbero dovuto rispondere da soli a questo evento. Come si può vedere una bella differenza, quasi un’esagerazione, per essere la conseguenza di una (apparentemente semplice) decisione sul nome da appiccicare a un evento. Ma c’è di più.

Le torri erano edifici assicurati. I risarcimenti sono stabiliti dal tipo di contratto stipulato, con le relative clausole. In questo caso le torri erano assicurate “solo” contro atti terroristici, non contro atti di guerra. Per cui la definizione dell’evento avrebbe comportato altre conseguenze pratiche.

Non ci credete?

Allora provate con il seguente esercizio…

Le manifestazioni studentesche a Hong Kong nell’estate-autunno del 2019

Secondo voi, chi sono? Come li chiamereste? Che parola scegliereste per descrivere queste persone?

  1. Manifestantə
  2. Contestatorə
  3. Attivistə
  4. Ribellə
  5. Protestatarə
  6. Facinorosə

A seconda della parola scelta, si costruisce un fatto diverso.

E il governo di Hong Kong decise di classificarlə come «rivoltosi». Peccato che, per la legislazione di quel Paese, unə “rivoltosə” rischia fino a 10 anni di carcere…

Dov’è allora il fatto separato dalla parola? 

In conclusione

Per citarne unə fra moltə, il linguista inglese Michael Halliday in Language and society (2007) scrive che il linguaggio non rappresenta la realtà, ma la costituisce; non la denota semplicemente, ma la connota. Le strutture linguistiche non sono così passive da meramente riflettere, rispecchiare la struttura sociale. Esse hanno un ruolo molto più attivo. Esse realizzano la struttura sociale, la riproducono, la mantengono.

Per cui il linguaggio costruisce la realtà. E le parole costruiscono i fatti.

Ma il Corriere della Sera (come quasi tuttə ə giornalistə) sembra non essersene ancora accorto.


NOTE:

[1] Il suo cognome è formato da quello del padre (Francesco Torrelli) e della madre (Joséphine Viollier). Un anticipatore della legge sul doppio cognome.

[2] https://www.corriere.it/sette/26_marzo_06/editoriale-primo-numero-corriere-della-sera-pubblico-vogliamo-parlarti-chiaro-2f9c9733-1dcc-45ab-9d81-09528f3ebxlk.shtml.

[3] Michail Gorbačëv, allora leader sovietico, non dev’essere stato a conoscenza di questa locuzione dal momento che non fece mettere per iscritto le (presunte) promesse fattegli dal Segretario di Stato USA James Baker e dai leader occidentali (nel 1990) durante i negoziati per la riunificazione tedesca, quando gli assicurarono che la NATO non si sarebbe estesa "di un pollice verso est" (vedi https://www.startmag.it/mondo/nato-est/; https://www.panorama.it/attualita/allargamento-nato-carte-national-security-archive).

[4] Tuttavia, va ricordato che in origine questo proverbio aveva una valenza del tutto opposta. Nasce, infatti, nella cultura orale e stava a indicare che le parole sono calde, capaci di elevarsi, viaggiare, raggiungere il cuore delle persone, far emozionare; mentre gli scritti sono piatti, freddi, fissi e immobili.


Clima: dalla COP di Belem - Una sintesi della situazione

La Conferenza delle Parti (COP) è il più grande evento per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici. 

Nel 2025, il Brasile ha ospitato, a Belem, la 30ª Conferenza delle Parti (COP30) dal 10 al 21 novembre: un’occasione per discutere di soluzioni climatiche e promuovere il consenso sugli obiettivi globali per ridurre le emissioni di gas serra.

Fanno parte della Convenzione 198 parti, Italia inclusa.

Gli Stati Uniti hanno saltato la conferenza, fanno pressioni per affossare i nuovi accordi e per ostacolare le iniziative di riduzione delle emissioni e di tutela dell'ambiente.

Nessun altro Paese ha seguito l'esempio degli Stati Uniti. Mentre Trump descrive il cambiamento climatico come una "truffa", la maggior parte dei leader mondiali riconosce ancora la scienza che dimostra il contrario, e sta orientando le proprie economie verso energie più pulite dopo i drastici cali dei prezzi dell'energia solare ed eolica.

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha espresso questo sentimento durante il vertice dei leader che ha preceduto la COP30. "Il signor Donald Trump non verrà. Si sta comportando in un modo che nega la scienza e sta conducendo la sua società con gli occhi chiusi verso l'abisso, e con essa l'umanità (...) Il signor Trump si sbaglia”.

"Dieci anni fa, il Mondo si è riunito a Parigi, unito nella determinazione di affrontare la crisi climatica. Un consenso basato sulla scienza, inequivocabile", ha dichiarato in Brasile il Primo Ministro britannico Keir Starmer. "Oggi, purtroppo, quel consenso non c'è più".

I politici inquadrano la transizione energetica come una minaccia per l'occupazione e la ricchezza. 

La crisi è alimentata principalmente dalle emissioni di gas serra [1] derivanti dalle attività umane:

I gas serra lasciano passare la maggior parte della luce del Sole, che riscalda la Terra (a sinistra)  e riflettono la radiazione infrarossa emessa dalla Terra (a destra).

Da quando il cambiamento climatico è diventato una preoccupazione sia per i decisori politici, sia per i profani, il dibattito pubblico si è concentrato principalmente sulla mitigazione: limitare le emissioni di gas serra e passare alle energie rinnovabili.

La cooperazione globale sul clima è in corso da oltre tre decenni, da quando la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è stata firmata nel 1992. La Conferenza di Stoccolma del 1972 diede avvio a una governance ambientale: affermò il diritto universale a un ambiente sano, ma anche il diritto sovrano degli Stati a sfruttare le proprie risorse. Il Protocollo di Montreal, firmato 15 anni dopo, portò alla quasi totale eliminazione delle sostanze che riducono lo strato di ozono. 

Un importante accordo è stato il Protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, che impose obblighi legali di riduzione delle emissioni. Nel 2015, i governi hanno adottato l'accordo di Parigi per limitare l'aumento medio della temperatura  globale a due gradi (e, idealmente, a 1,5 gradi).

Gli scienziati temono che, se le temperature dovessero aumentare oltre tale limite, il pianeta potrebbe raggiungere punti di non ritorno.

Nella prima metà del 2025, per la prima volta, nel mondo, l’energia elettrica ottenuta dal sole e dal vento ha superato quella ottenuta dalla combustione dek carbone.

Negli Stati Uniti sole e vento hanno generato l’88% della nuova energia elettrica.

Nel 2024 la produzione globale di energia eolica e solare ha raggiunto livelli record, livelli che sarebbero sembrati impensabili fino a poco tempo prima. Negli ultimi 15 anni, l'eolico e il solare sono cresciuti da quasi zero al 15% della produzione mondiale di elettricità, e i prezzi dei pannelli solari sono diminuiti fino al 90%. 

Questi dati non devono però illuderci. 

Nel 2024 la quantità di energia derivata da petrolio, gas e carbone è aumentata.

Il ricorso globale ai combustibili fossili è tuttora in crescita. La ricerca di nuove riserve di gas e di petrolio è tuttora in corso: non solo nuove perforazioni, ma anche l’uso della forza, come dimostra l’aggressione degli Stati Uniti (il secondo maggiore emettitore di carbonio al mondo) al Venezuela e la pretesa di Trump di accedere al suo petrolio.

Stato attuale

  • Riscaldamento Globale: Il 2026 segue una serie di anni record; la temperatura media globale si sta pericolosamente avvicinando alla soglia critica di +1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali, limite stabilito dagli Accordi di Parigi.

Gli eventi meteorologici estremi sono sempre più comuni:  aumento in frequenza e intensità di ondate di calore, siccità prolungate, inondazioni catastrofiche, che colpiscono duramente agricoltura e infrastrutture.

Ricordiamo ad esempio che l'uragano Melissa è stato una delle tempeste più forti mai registrate nei Caraibi. 

Il cambiamento climatico è un problema costoso. Secondo la società di assicurazioni e gestione del rischio Aon, le perdite economiche causate da disastri naturali in tutto il mondo ammontavano a oltre 300 miliardi di dollari nel 2022 e a 380 miliardi di dollari nel 2023. La Banca Mondiale ha riferito nel 2019 che nei paesi a basso e medio reddito, le interruzioni dei servizi dovute alle condizioni meteorologiche e la scarsa manutenzione delle infrastrutture costano a famiglie e imprese tra i 390 e i 650 miliardi di dollari all'anno.

  • Innalzamento dei mari: Lo scioglimento dei ghiacciai polari continua ad accelerare, minacciando città e popolazioni costiere.
In rosso le aree che verrebbero sommerse.
  • Alcune azioni  possono mitigare  queste minacce: la sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico) o con l’energia nucleare; la  riduzione degli sprechi negli edifici, nell'industria, nei trasporti; la riforestazione (per il sequestro del carbonio) e la protezione degli ecosistemi esistenti. 

La fusione nucleare, che potrebbe fornire energia pulita,  suscita grandi speranze, ma i risultati, nonostante gli sforzi, gli ingenti investimenti, e le grida di giubilo per ogni modesto progresso, sono scarsi.

Come ultimo segnale di pessimismo, ricordiamo che l’anidride carbonica che è stata già immessa nell’atmosfera vi rimarrà a lungo (il tempo medio di sopravvivenza è di circa cento anni); se da oggi cessassero completamente le emissioni, ci vorrebbero almeno una cinquantina d’anni per tornare a una concentrazione di 350 ppm, ritenuta la soglia sicura per evitare stravolgimenti estremi del clima.

Il cambiamento climatico creerà problemi intrattabili per alcuni paesi e aprirà nuove opportunità per altri.

L'emigrazione dal Nord Africa, dal Sahel e dal Medio Oriente, ad esempio, aumenterà, con l'aumento delle temperature e il calo della produttività agricola in quelle regioni.

I Paesi con vaste distese di territorio che presto saranno desiderabili trarranno beneficio; Canada e Russia, i due paesi più settentrionali del mondo, sono particolarmente ben posizionati. L'agricoltura in entrambi potrebbe espandersi notevolmente a seguito di stagioni di crescita più lunghe, temperature più calde e scioglimento del permafrost.

Altri territori settentrionali subiranno probabilmente cambiamenti simili a quelli di Canada e Russia: Finlandia, Norvegia, Svezia e lo stato americano dell'Alaska avranno tutti una crescente base di terra arabile nei prossimi decenni.

Non resterà altra scelta, ai nostri nipoti, che trasferirsi in Canada, in Alaska, in Siberia, o, Trump permettendolo, in Groenlandia?

 


NOTE:

[1] Principali Gas Serra e Fonti: Anidride carbonica (CO2). Principale gas serra antropico, derivante da combustibili fossili e deforestazione. Metano (CH4). Agricoltura, allevamento e rifiuti; ha un effetto molto rilevante. Protossido di azoto ()N2O.  Uso di fertilizzanti e processi industriali. Gas fluorurati: Condizionatori, spray e processi industriali; ha permanenza lunga in atmosfera. Vapore acqueo (H2O). Principale gas serra naturale.


Critica vs curatela. Una controversia “a regola d’arte” - Seconda parte

Epitaffio

L’estromissione del giudizio critico, della critica del giudizio e dell’etica professionale dalla scena contemporanea è dovuta, come abbiamo visto, alla classe dei promoter. Essa è funzionale all’odierna impossibilità di emettere sentenze di discredito, pena un danno d’immagine per i diretti interessati con la conseguente gogna pubblica dei detrattori, i quali hanno l’unica colpa di voler onorare il giudizio critico. La logica, stringente, è quella del consociativismo mercantile, a discapito di verità scomode che si ritiene opportuno non accertare. Comprensibilmente, dato l’attuale livello medio degli operatori. La promozione coatta degli artisti ha compromesso la selettività generando un crollo della qualità generale, in Italia più che all’estero. Perfino quando gli imbonitori vestono i panni dell’eroe anti-sistema e spronano gli artisti a fare altrettanto, da cui il famigerato “artivismo” (acronimo di "arte" e "attivismo"), in realtà stanno servendo le vituperate logiche di mercato. Il pubblico degli addetti lavori, più ancora di quello generico, crede alle loro mistificazioni e passa a consumare prodotti artistici che “mettono in discussione”, “decostruiscono” e “sovvertono” (sic) questo e quell’altro. L’indipendenza della critica, semmai, è nemica dello status quo, per questo è stata neutralizzata. La vera resistenza si situerebbe a questo livello, ma nessuno lo sospetta. In vista della sua resurrezione, occorrerebbe innanzitutto prendere coscienza che è stata uccisa da una promozione priva di contraddittorio. Solo una comune volontà di riscossa etica e professionale potrebbe strapparla agli inferi e restituirle quel credito oggi fuori moda. Difficile immaginare, in tal caso, che possano farsene carico le stesse istituzioni che promuovono l’arte, o gli organi d’informazione che vivono della loro pubblicità, per ciò stesso inattendibili. Quanto ai dipartimenti di estetica e storia dell’arte, hanno di meglio di cui occuparsi, non sempre sono aggiornati e soprattutto non amano compromettersi, limitandosi a sponsorizzare i loro gradimenti le rare volte che non privilegiano lo sguardo retrospettivo. Una via d’uscita sembra impossibile, la critica del contemporaneo può dirsi nel complesso estinta. 

L’inefficacia dell’iniziativa individuale

A corollario di un epitaffio ben noto agli addetti ai lavori, e nondimeno ignorato, occorre aggiungere che qualche voce fuori dal coro è ancora possibile incontrarla. Ora si attiva attraverso dispositivi privati (soprattutto blog, webinar, podcast, social, ecc.), ora in contesti pubblici quali convegni, pubblicazioni collettanee e magazine specialistici, ben lieti di ospitare pareri dissonanti come quello di Argento. Il problema è la loro inefficacia, perché il diniego collettivo è l’espediente alternativo a quello della censura imposta e autoimposta. Quand’anche condivise da molti, quelle dei cani sciolti restano parole al vento con nessuna ricaduta sulle prassi. L’iniziativa dissidente è accolta volentieri, ma in quanto eccezione autonoma che conferma la regola eteronoma. Essa contribuisce, al più, a vendere l’organo d’informazione che la ospita, non certo a infoltire un pluralismo di valutazioni in relazione dialettica, condizione indispensabile per poter incidere efficacemente sullo stato dell’arte e la qualità delle promozioni. 

Secessione

È del tutto evidente, allora, che ci sarebbero i presupposti per un cortocircuito critico che fosse più efficace dell’iniziativa dei singoli, per una riscoperta della “secessione”. Promoter da una parte, critici indipendenti dall’altra, ecco un sentiero non solo praticabile ma necessario per resuscitare la critica del contemporaneo. Basterebbe che qualche decina di volenterosi sparsi per la Penisola maturasse tale consapevolezza, unisse le forze e riuscisse a reperire gli sponsor necessari a concretizzare il dissenso. Chi non ha ambizioni curatoriali o mercantili non avrebbe nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché un organo critico indipendente vanterebbe un’audience notevolissima e un’autorevolezza senza pari. Vi si potrebbero reperire giudizi e analisi in antitesi con le reclame dei circuiti consueti, ma anche denunce delle inefficienze e petizioni volte all’esclusione dei promoter fallimentari dai finanziamenti pubblici, le quali non possono certo essere impugnate dai loro colleghi, non sia mai. Che iniziative del genere possano provenire da un comitato di osservatori indipendenti in altri contesti è consuetudine, gli impeachment spesso muovono i primi passi nelle denunce di magazine e quotidiani. Quanto alla pars construens, se anche non esiste una scena artistica alternativa, quella attuale potrebbe essere selezionata, commentata e promossa decisamente meglio. La sponsorizzazione massiva di artisti modesti non si limita a inquinare l’offerta d’arte, sottrae terreno ai pochi artisti meritevoli, ostacolandone la carriera. Soprattutto, come potranno venire alla luce degli artisti e promoter migliori di quelli attuali, se non si insegna alle nuove leve a leggere adeguatamente le produzioni artistiche e a motivare di conseguenza promozioni e bocciature? Perfino le accademie d’arte ne trarrebbero vantaggio, sopperendo alla penuria di artisti-docenti di valore con una maggiore consapevolezza dello stesso. 

Integrazione

Progetto encomiabile, se non vi fosse l’ostacolo, tra il dire e il fare, della selezione, organizzazione e sostegno economico dei volenterosi, ma soprattutto della volontà comune di aderirvi. Esiste, in alternativa, un’opzione molto più pratica e salutare, a volerla prendere in considerazione: integrare il dissenso. Se i magazine specialistici cominciassero una buona volta a ospitare il giudizio critico in “zone franche” appositamente concepite e soprattutto remunerate, altrimenti nessuno si presterebbe, una secessione non sarebbe più necessaria e la critica del contemporaneo potrebbe finalmente risorgere quale indispensabile contrappeso dei consigli per gli acquisti. Prima di allora, nessun promoter può essere considerato degno di credito. Per quanto accreditato possa apparire, non si è forgiato nella mischia argomentata dei pareri dissonanti, le sue convinzioni, procedure e valutazioni risultando “infalsificabili” – se non al cospetto del Tempo, come si è visto. 

Assalto alla storia dell’arte

È pur vero che i promoter vanno sfidando Crono attraverso una storicizzazione precoce di artisti modesti, sovente coadiuvata da acquisizioni museali avvenate, donazioni comprese. Tanto che si porrà il problema, per i futuri redattori di manuali di storia dell’arte e direttori di museo, di dovere e potere falcidiare la credibilità dei loro incauti predecessori a tutela di studenti e visitatori. In caso contrario, le selezioni sopravvissute avranno neutralizzato perfino il giudizio del Tempo. Le “operette” si accompagneranno alle opere d’arte così come le canzonette alle canzoni d’autore. L’arte in fieri, al pari delle altre forme d’espressione, può anche distribuirsi tra nicchie di consumo estremamente variegate, ma quella consegnata all’eternità non dovrebbe ammettere imposture. Occorre salvaguardare la sua selezione così come si devono tutelare il cinema e la musica d’autore. Se anche le mostre e le fiere d’arte possono permettersi di somigliare a festival della mediocrità e le loro recensioni a marchette, è grave e pericoloso che si conceda al presente storico di inquinare la storia dell’arte e le collezioni museali, integrando ciò che non è stato adeguatamente filtrato. La critica indipendente serve precisamente a selezionare le opere destinate all’eternità nel mare magnum dell’industria culturale, facendo il bene del pubblico attuale come di quello a venire, il quale potrebbe non gradire degli azzardi promozionali spacciati per eredità artistica.


Dottorato honoris causa a Draghi - Perché regalare titoli scientifici non fa bene alla scienza

Il 2 febbraio, l’Università Ku Leuven, in Belgio (‘K’ sta per Cattolica e ‘u’ per università) ha conferito il dottorato honoris causa (presumo in economia, anche se il dettaglio non si trova sui quotidiani) a Mario Draghi, per il “contributo eccezionale al processo di integrazione economica e monetaria europea, e per una leadership basata su responsabilità, rigore intellettuale e capacità di decisione nei momenti più critici della storia dell’euro”.

Draghi ha conseguito (negli anni Settanta) il suo primo (“vero”) dottorato in Scienze economiche presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology. Poi, negli anni, è diventato anche professore ordinario di Economia e politica monetaria. Il resto (soprattutto la sua carriera nelle istituzioni non accademiche) è cosa nota.

Quest’ultimo riconoscimento si aggiunge alla lunga lista di lauree, master e dottorati a honoris causa.

Per la cronica, e nell’ordine (da https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Draghi):

  • Laurea honoris causa in "Scienze statistiche" — Università degli Studi di Padova— 18 dicembre 2009
  • Master honoris causa in "Business Administration" — Fondazione CUOA — 18 giugno 2010
  • Laurea honoris causa in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali"— LUISS Guido Carli — 6 maggio 2013
  • PhD honoris causa — Università di Tel Aviv— 18 maggio 2017
  • PhD honoris causa in "Economia" — Scuola superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant'Anna— 15 dicembre 2018
  • Laurea honoris causa in "Giurisprudenza" — Università degli Studi di Bologna — 22 febbraio 2019
  • Laurea honoris causa in "Economia"— Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano — 11 ottobre 2019
  • Docteur honoris causa — Università Cattolica del Sacro Cuore
  • Docteur honoris causa — Università di Bologna
  • Docteur honoris causa — Università di Pisa
  • Docteur honoris causa — Università degli Studi di Padova
  • Docteur honoris causa — Università di Tel Aviv

Davanti a tanta abbondanza, uno si potrebbe fare alcune domande:

Cosa se ne fa di tutte questi titoli honoris causa? Li appende alla parete dello studio, come fanno medici e dentisti?

Non bastava un premio, come se ne danno tanti?

Perché proprio una laurea o meglio ancora (per la difficoltà richiesta nel conseguirlo) un dottorato?

C’è qualcosa di pedagogicamente inadatto nel regalare titoli di studio.

E, forse, anche un segnale negativo sulla validità stessa di un titolo di studio, che va (indirettamente) nella direzione dell’abolizione legale del titolo di studio (cioè l’eliminazione dell'equiparazione automatica dei titoli rilasciati dalle diverse università, basando l'accesso al lavoro sul prestigio dell'ateneo e sulle competenze effettive, non più sul punteggio fisso per concorsi o impieghi – vedi https://www.roars.it/riflessioni-sullabolizione-del-valore-legale-del-titolo-di-studio/); oppure del disegno di legge in materia di misurazione e valutazione della performance e sviluppo di carriera nella Pubblica amministrazione, approvato pochi giorni fa (in prima lettura) dalla Camera dei Deputati, che prevede (tra le altre cose) l’accesso agli incarichi dirigenziali senza dover più sostenere un concorso (soltanto per chi era già dipendente della Pubblica amministrazione e solo per determinate quote di posti disponibili).

In Italia abbiamo visto assegnare lauree ad honoris causa a Vasco Rossi (in Scienze della Comunicazione dall'Università IULM di Milano l'11 maggio 2005), a Valentino Rossi (in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni dall'Università di Urbino "Carlo Bo" nel 2005) e a molti altri come Luciano Pavarotti, Silvio Berlusconi, Andrea Camilleri, Franca Valeri, Samantha Cristoforetti, Andrea Bocelli, Piero Angela, Ligabue, Claudio Ranieri, Paolo Sorrentino.

E non sono mancate ben due lauree ad honorem in Medicina e Chirurgia (nel 2007 e 2025), nonché nel 2018 l'iscrizione onoraria all’albo dei farmacisti di Roma (per la sua competenza in farmacologia), al regista Carlo Verdone, rispettivamente dall'Università degli Studi di Napoli Federico II e dall'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, per il suo contributo alla divulgazione del benessere, la capacità di analizzare l'animo umano, la sua profonda sensibilità verso i temi della salute e della fragilità umana, raccontati con ironia e umanità nei suoi film.

Ad esempio, dal 13 giugno 1888, l'Università di Bologna ha conferito più di 380 lauree honoris causa a illustri personalità del mondo scientifico, ma anche a rappresentanti di particolare valore nel campo delle arti, della vita politica, civile o religiosa, italiani e stranieri.

Solitamente, un titolo di studio, lo si consegue con lo studio, gli esami, la ricerca e una tesi. Costa fatica, impegno, delusioni, frustrazioni e anche gioia. Che senso ha, allora, regalarlo?

Si può, forse, accettare di darlo a chi non ce l’ha.

Ma nel caso di Draghi, dove una laurea e un dottorato li aveva già e dove la sua attività pubblicistica come accademico non è stata stratosferica (Semantic Scholar dice che non è un autore citatissimo in paper scientifici).

Che senso hanno, allora, questi riconoscimenti? Un segnale politico? Un modo per ingraziarsi uno dei (cosiddetti) “poteri forti”? Uno scambio di favori? Un modo per un ateneo di darsi visibilità? Un’operazione marketing?

Domande a cui non ho una risposta.


“Physics for physics’ sake”, un concetto situato – Il punto di vista di Sarah Bridger

Sarah Bridger è professoressa associata di storia alla California Polytechnic State University, autrice del libro Scientists at War, the ethics of Cold War weapons research, pubblicato nel 2015 dalla Harvard University Press, e vincitrice del premio della Society of American Historians.

Intervistata nel 2024 da Bruce Hunt[1] , Bridger usa affronta, con gli strumenti della ricerca storica, il dibattito sulla responsabilità etico-politica dei fisici durante la Guerra Fredda, per giungere ad un conclusione non scontata sul concetto di "Physics for physics’ sake", e sulla neutralità delle scienze.

L’analisi di Bridger si focalizza sulla American Physical Society (APS) e sui suoi membri, in 3 periodi chiave del dibattito, nel XX secolo: gli anni ’40 e ’50, il periodo compreso tra i primi anni ‘60 e la metà degli anni ‘70 e, infine, l’”era Reagan” negli anni ’80. 

L’evoluzione delle posizioni della American Physical Society (APS): gli anni ’50 e ‘60

Secondo Bridger Molti fisici del periodo prebellico erano entrati in fisica per motivi puramente scientifici: curiosità intellettuale, prestigio accademico, lo studio di problemi teorici come la struttura del nucleo atomico.

Il coinvolgimento della maggior parte dei fisici americani nel Progetto Manhattan fu inevitabile e con effetti retrospettivamente inattesi: nessuno negli anni ’10–’20 immaginava che la ricerca “pura” avrebbe prodotto un’arma di distruzione di massa.

Negli anni successivi al Progetto Manhattan e al lancio delle bombe atomiche sul Giappone, molti fisici americani si sentirono investiti di una forte responsabilità morale, di una sorta di desiderio di redenzione e dell’esigenza morale di rimediare al danno che i prodotti della fisica avevano compiuto e potevano ancora compiere. Questa istanza morale aveva – però – una dimensione prevalentemente individuale, personale.

Uno dei modi con cui cercarono di influenzare la politica per contenere il rischio di ulteriori sviluppi bellici del nucleare fu di farsi coinvolgere, in qualità di consulenti, in organizzazioni governative e istituzionali, come il President's Science Advisory Committee e la Federation of American Scientists, in cui potevano far pesare la loro autorevolezza in un senso che oggi potremmo definire “pacifista”.

In alternativa o, spesso, contemporaneamente, molti fisici aderivano e si impegnavano anche in organizzazioni militanti esterne alle istituzioni, come la Advocates of Arms Control.

 Certamente, nota Bridger, l’impegno militante non veniva svolto attraverso la American Physical Society – l’organizzazione professionale che di fatto rappresentava la comunità dei fisici americani – poiché la APS si definiva principalmente come società professionale neutrale.

L’APS, infatti, accettava il dibattito su etica e politica, ma riteneva che l’azione politica diretta dovesse avvenire fuori dall’organizzazione, tramite canali governativi o gruppi esterni; si definiva come società professionale, non come attore politico; la sua missione era di promuovere la conoscenza della fisica, mentre l’azione politica avveniva altrove.

Il punto fermo dell’APS era che fare buona fisica fosse già un servizio al bene pubblico, garantendo la credibilità scientifica e distinguendo la Società e i suoi membri dall’attivismo e dal lobbismo.

In quel preciso momento storico, dice Bridger, questo ideale di neutralità dell’istituzione scientifica – e quindi del fare fisica - è possibile perché i fisici hanno accesso diretto al potere politico, con i comitati presidenziali e le consulenze, un sistema di science advising che consente di influenzare le decisioni senza esporsi pubblicamente come gruppo politico; l’enorme flusso di fondi militari verso la ricerca non viene ancora percepito come una contraddizione insanabile; la politica sembra già “gestita” altrove.

Il vietnam e la protesta di Schwarz, negli anni ’60 e ‘70

Furono, quindi, il Vietnam e la protesta del fisico Charles Schwarz (1967) contro la guerra, a mettere in discussione l’idea che l’APS potesse restare apolitica.

Il caso Charles Schwarz è emblematico, egli sostiene che il silenzio dell’APS legittima implicitamente la guerra e che il rifiuto di fare dichiarazioni politiche è esso stesso una scelta politica.

Nel decennio successivo, la critica alla neutralità dell’APS aumentò di intensità e molti sostennero – in linea con lo stile di pensiero dominante - che tacere sulle vicende politiche fosse equivalente a sostenere le posizioni belliche del governo.

Di fatto, la guerra in Vietnam rendeva impossibile separare nettamente fisica, istituzioni e violenza, molti fisici lavoravano su tecnologie direttamente applicate alla guerra e il sistema di consulenza scientifica non era più percepito come elemento moderatore, ma come parte del problema.

Nonostante questo movimento di netta militanza pacifista, la gran parte dei membri della Società respinse l’idea di sbilanciarsi con dichiarazioni politiche ufficiali, creando le condizioni per la nascita di nuove strutture più politicamente orientate: il Forum on Physics and Society (interno all’APS) e gruppi più radicali come Science for the People.

La critica espressa da questi gruppi militanti era focalizzata su due fatti: che il principio "Physics for physics’ sake" non descrivesse più la realtà e che la presunta neutralità dell’istituzione scientifica dell’APS non fosse reale, proprio a causa del suo silenzio.

L’ideale di fisica “pura”, incarnato dal principio "Physics for physics’ sake" è accusato di essere uno strumento per mascherare la complicità con il complesso militare-industriale, di proteggere privilegi e status e di impedire un’assunzione di responsabilità collettiva.

Anni ’80: SDI e riformulazione del concetto

Con il dibattito sulla Strategic Defense Initiative, la relatrice mostra un ulteriore passaggio.

Fu negli anni’80, durante la cosiddetta era Reagan, che l’APS assunse una posizione più attiva contro la Strategic Defense Initiative (SDI / “Star Wars”), usando critiche tecniche e argomenti morali, combinate in un nuovo status della Società.

L’APS, quindi, non abbandona il rigore tecnico che la caratterizza ma non si rifugia più nella neutralità, si pone come istituzione oggettiva ma senza essere neutrale, e riconosce di avere una responsabilità pubblica e morale che va oltre il “fare fisica”.

Il principio "Physics for physics’ sake" non scompare, ma viene ridefinito e non è più sufficiente come giustificazione istituzionale.

Evoluzione del concetto di Physics for physics’ sake e neutralità situata

Sarah Bridger, quindi, propone una visione critica e storicamenta sfumata del concetto di “Physics for physics’ sake”, senza rigettarne del tutto la validità.

In sintesi, Bridger conclude che “Physics for physics’ sake” non è mai stata una posizione davvero davvero neutrale; storicamente, soprattutto durante la Guerra Fredda, la fisica è sempre stata intrecciata a contesti politici, militari ed economici.

L’idea di una fisica pura e separata dalla politica sembra aver funzionato come rifugio retorico per evitare prese di posizione etiche difficili, più che come descrizione reale della pratica scientifica, e il silenzio istituzionale non equivale a neutralità: non prendere posizione può avere effetti politici concreti e può essere interpretato come legittimazione dello status quo.

Questa parabola storica sembra, perciò, dimostrare che

  • il concetto di neutralità è storicamente situato: è stato dominante in certi momenti (anni ’50), ma messo in crisi in altri (Vietnam, SDI); è una risposta storica contingente ad determinati assetti istituzionali, rapporti di potere, forme di guerra e di finanziamento della scienza.
  • che le responsabilità etiche degli scienziati non sono fisse, ma cambiano con il contesto storico e con il ruolo sociale della scienza, e
  • che non esiste una soluzione semplice o definitiva: la tensione tra fisica pura e impegno politico è strutturale e ricorrente, e gli scienziati continueranno a confrontarsi con essa.

Secondo Bridger – e ci sembra difficile non aderire alla sua proposta - "Physics for physics’ sake" è più un ideale identitario che una realtà storica sostenibile, è utile per definire l’autonomia scientifica ma risulta insufficiente a rispondere alle responsabilità etiche della fisica nel mondo reale.

Il punto non è, quindi, se la fisica debba essere “pura”, ma quando, come e a quale prezzo sociale questa purezza viene rivendicata.

 

NOTE

[1] Bruce J. Hunt è professore presso il Dipartimento di Storia dell'Università del Texas ad Austin, dove si specializza in storia della scienza e della tecnologia. Nel 2015 fu eletto Fellow dell'American Physical Society.