Rosi Braidotti. Quando l’(ingenuo) entusiasmo per la scienza farmacologica è mal riposto
Rosi Braidotti è una nota filosofa femminista, di rilievo internazionale. È stata una pioniera dei Women's Studies in Europa ed è una delle principali teoriche del post-umano (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Rosi_Braidotti).
Si è sempre contrapposta all’uso dell'opposizione binaria quando si analizzano le differenze di genere, etniche e culturali. Peccato, però, che il suo lodevole anti-binarismo svapori quando si tratta di esplorare il mondo dei movimenti critici e scettici nei confronti delle rappresentazioni scientifiche oggi dominanti, spesso legate a logiche neoliberiste a cui lei ha dedicato una parte rilevante della sua riflessione. Infatti, rispetto a questo mondo lei dispensa generosamente semplificazioni e il ragionamento binario la fa da padrone: vax e no vax, responsabilità politica versus populismo, scienza e anti-scienza.
Lì, la complessità analitica si infrange sugli scogli delle distinzioni categoriali e binarie, delle dicotomie e delle banalizzazioni che tanto spazio trovano nel giornalismo, nella politica e nei ragionamenti di senso comune. L'ambivalenza sistematica che struttura le rappresentazioni culturali del mondo che abitiamo, le nostre identità multiple e nomadi ecc., in questo caso si coagulano in una semplicità disarmante: da una parte le normali[1], persone sagge e sensate; dall’altro le devianti (le no vax). Il fluidismo tanto (e giustamente) sbandierato viaggia, quindi, a corrente alternata.
Peraltro, ci (legittimamente) inorridiremmo se una donna fosse chiamata “no-man”, o una vegetariana “no meat"). E allora perché a una scettica, critica, pro-choice (la maggior parte delle cosiddette ‘no vax’ non era contraria al vaccino, ma all’obbligatorietà della vaccinazione) non viene riconosciuta un’identità ‘positiva’ e invece soltanto un’identità per sottrazione o al negativo?
Rosi Braidotti collabora con il settimanale del Corriere della Sera, "7 - Sette", e da aprile 2021 è periodicamente ospite a Otto e mezzo, il programma di approfondimento giornalistico quotidiano di Lilli Gruber, per l’emittente televisiva italiana La7. Quotidiano, settimanale e canale televisivo fanno parte dello stesso ecosistema: Cairo Editore.
Una delle prime (forse la prima) apparizioni a Otto e mezzo è del 14 aprile 2021 (https://www.youtube.com/watch?v=UY-dGJT7ngI ). Alla conduttrice disse: “io ho fatto la mia prima dose di vaccino cantando di felicità. L’ho attesa molto con grande ansia. Attendo anche la seconda dose che sarà tra una decina di settimane”. Poi passava a elencare statistiche epidemiologiche sui contagi, decessi e altro, sicuramente non frutto dei suoi studi (dov’è competente) ma della lettura dei giornali. Infine, usando un linguaggio militare, affermava che serviva un patto generazionale per sconfiggere il virus, per “andare avanti su questa lotta, che in effetti è una guerra, una guerra che dobbiamo vincere”.
Sorprende questa retorica bellicistica, un po’ sempliciotta, in una studiosa del post-umano. Specie alla luce di altre prospettive, più raffinate e feconde. Come, ad esempio, la “svolta pro-biotica” (Lorimer 2020), in contrasto con l'"approccio antibiotico" portato avanti per decenni dalle grandi case farmaceutiche, dall'agricoltura industriale e dalla tendenza verso un'igiene estrema. Tale svolta afferma che moltissimi batteri sono una presenza fissa del corpo umano, senza per questo provocare danni al suo interno. Anzi, la loro presenza è addirittura benefica per lo svolgimento di alcune funzioni metaboliche e per le difese immunitarie. Il loro insieme è chiamato microbiota. Sono batteri salutogeni (cioè che hanno un effetto favorevole al mantenimento di un buon stato di salute). La svolta probiotica considera i virus e i batteri come partners (e non nemici) nella nostra evoluzione, perché gli esseri umani sono dei “simbionti”, organismi che vivono obbligatoriamente un rapporto con altri organismi viventi (es. batteri) e semi-viventi (es. virus).
Ovviamente alcuni tipi di batteri e virus (definiti patogeni) danneggiano i tessuti e gli organi e possono essere pericolosi e anche letali. Ma anche alcuni esseri umani lo possono essere, e a volte lo sono. Le cronache ci segnalano continuamente femminicidi, infanticidi, parricidi ecc. (tralasciando le guerre che i vari capi di Stato scatenano). È questo un motivo sufficiente per entrare in belligeranza con gli esseri umani?
Il giorno dopo (15 aprile 2021), l’allora ministro della sanità Roberto Speranza, in una seduta parlamentare (https://www.youtube.com/watch?v=8si8eE9YG6Y vai al minuto 6 e 11”) dichiarava, relativamente al vaccino anti covid, "AstraZeneca efficace e sicuro".
Un (non estemporaneo) allineamento tra certe filosofie femministe e i governi.
Tuttavia, le certezze del ministro e l’entusiasmo di Braidotti per il vaccino Astrazeneca si infransero tre anni dopo, quando il 4 maggio 2024 il vaccino anti-Covid AstraZeneca (Vaxzevria) fu ritirato dal commercio a causa del riscontro di casi di trombosi, noti come sindrome da trombocitopenia trombotica (TTS), legati a una reazione autoimmune. Questi eventi avversi, segnalati dopo la commercializzazione, hanno portato a una rivalutazione del rapporto beneficio-rischio, specialmente con l'emergere di alternative vaccinali basate su mRNA.
Ovviamente la questione è molto complessa e non semplificabile in fazioni binarie pro vaccino (https://www.valigiablu.it/astrazeneca-vaccini-covid-19-ritiro-perche/) oppure contro (https://www.insalutenews.it/in-salute/danno-da-vaccino-astrazeneca-codacons-vince-la-causa/).
Proprio perché non è una guerra e le controversie non si affrontano in modo partigiano.
Anche perché una farmacovigilanza attiva (cioè il monitoraggio continuo sugli effetti del vaccino, anche a distanza di tempo ― e non semplicemente la segnalazione estemporanea) in molti Paesi praticamente non esiste (Mezza e Blume 2021; Mezza 2025; Mezza e Blume 2026).
Tuttavia, quello che fa specie, è vedere un certo femminismo (apparentemente radicale) farsi baldanzoso testimonial di un farmaco poi ritirato…
NOTE:
[1] Uso il femminile sovraesteso.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Gobo, G. (2023), Si poteva comunicare diversamente la sindemia? Cambiare linguaggio per cambiare il corso degli eventi, in Polesana M.A. e Risi E. (a cura di), (S)comunicazione e pandemia. Ricategorizzazioni, ossimori e contrapposizioni di un’emergenza infinita, Milano-Udine: Mimesis, pp. 7-20.
Lorimer, J. (2020), The Probiotic Planet. Using Life to Manage Life, Minneapolis: University of Minnesota Press.
Mezza, M. (2025). Entangled evidence: epistemic injustice, and systemic neglect in the assessment of menstrual disorders following COVID-19 vaccines. Critical Public Health, 35(1).
Mezza, M. e Blume, S. (2021), Turning suffering into side effects: Responses to HPV vaccination in Colombia, Social Science & Medicine, 282, pp. 141-35.
Mezza, M. e Blume, S. (2026), Immunization and society: A social science agenda for pharmacovigilance, in Faulkner A., A Research Agenda for Biomedicine and Society, Cheltenham (UK): Elgar, pp. 37-54.
Zimmer, C. (2011) A planet of viruses, Chicago: University of Chicago Press.
L’ambiente digitale come spazio di racconto collettivo
Nell’era della comunicazione costante, la capacità narrativa dell’essere umano viene sostenuta e amplificata dai media digitali e dalla Rete di Internet. Comunicare è diventato sempre più veloce, immediato, più facile. Eppure, proprio questa possibilità rischia talvolta di trasformarsi in un imperativo categorico. Comunicare sempre, comunque, spesso a discapito della qualità dei contenuti che scegliamo di condividere e della motivazione per cui farlo. Se è vero, come ci ricorda la pragmatica della comunicazione, che è impossibile non comunicare, è altrettanto vero che poter decidere il contenuto e le modalità della comunicazione, rappresenta una forma fondamentale di libertà e di responsabilità. Questa possibilità ci permette di non perdere di vista l’essenza della narrazione, la capacità di costruire significati collettivi e di condividerli con gli altri.
In questo senso, il linguaggio non è solo un mezzo per trasmettere informazioni ma è un dispositivo costitutivo della nostra esperienza soggettiva e del nostro modo di comprendere il mondo sociale. Attraverso le parole, modelliamo il modo in cui pensiamo a noi stessi e agli altri, attribuiamo senso alle esperienze e costruiamo significati condivisi che esercitano un potere organizzativo sulla realtà sociale e psicologica. Il linguaggio e le parole che usiamo, non si limitano a descrivere ciò che accade, ma contribuiscono attivamente a strutturare l’esperienza, le relazioni e le forme del vivere comune. Per questo, oggi più che mai, è necessario interrogarsi criticamente su ciò che scegliamo di raccontare e sul modo in cui lo facciamo.
Therapy speak e la costruzione della cultura terapeutica
Negli ultimi anni, il vocabolario collettivo si è progressivamente arricchito di termini provenienti dal lessico psicologico e psicoterapeutico, entrati a pieno titolo nel linguaggio quotidiano. Il cosiddetto therapy-speak indica proprio la diffusione di parole come trauma, gaslighting, confini (boundaries), narcisismo, dipendenza emotiva e molti altri concetti psicologici utilizzati al di fuori del loro contesto professionale. Spesso questi termini vengono impiegati con significati semplificati, parziali o distorti rispetto al loro uso clinico originario. Questa pratica si è diffusa in modo massiccio soprattutto nei media digitali e nei social network, dove parole nate in ambito terapeutico sono diventate talvolta categorie interpretative della vita quotidiana.
Da un lato, la circolazione di un vocabolario psicologico può riflettere una maggiore attenzione verso i temi della salute mentale e contribuire, almeno in parte, a ridurre lo stigma e gli stereotipi associati al disagio psichico. Dall’altro lato, però, l’uso superficiale o strumentale del linguaggio terapeutico rischia di produrre fraintendimenti e banalizzazioni. In alcuni casi, termini clinici vengono trasformati in etichette moralizzanti o in strumenti di esclusione e conflitto, perdendo la loro funzione originaria. Gli spazi digitali, inoltre, impongono modalità comunicative specifiche, caratterizzate da contenuti brevi, emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. In questo contesto, le informazioni psicologiche si moltiplicano fino a creare una ridondanza di concetti psicologici, non sempre accompagnati da accuratezza o profondità.
La divulgazione psicologica online mostra infatti una profonda ambivalenza. Essa può aumentare la consapevolezza e offrire strumenti di comprensione, d’altro canto rischia di indebolire l’autonomia individuale e la capacità di affrontare il conflitto e l’incertezza, alimentando una dipendenza simbolica dal sapere esperto e dal riconoscimento emotivo.
Alcuni studi empirici confermano questa tensione. Le ricerche sulla mental health literacy online indicano che l’esposizione a contenuti psicologici sui social media può aumentare la consapevolezza sui temi della salute mentale, ma anche favorire l’auto-diagnosi e una maggiore insoddisfazione soggettiva, soprattutto quando il linguaggio clinico viene applicato indiscriminatamente all’esperienza quotidiana (Berryman et al., 2023). perciò, talvolta il linguaggio terapeutico non si limita a descrivere la sofferenza, ma contribuisce a plasmarla, insegnando agli individui a leggere se stessi come potenzialmente disfunzionali.
Le piattaforme digitali hanno un ruolo centrale in questo processo perché premiano contenuti emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. Studi recenti mostrano come una parte significativa dei contenuti più popolari sulla salute mentale contenga informazioni inaccurate, generalizzazioni e un uso improprio dei concetti clinici. Un’inchiesta del Guardian (2025), basata sull’analisi dei cento video più visualizzati su TikTok sotto hashtag legati alla salute mentale, ha rilevato che oltre la metà presentava forme di disinformazione o semplificazione fuorviante, contribuendo a patologizzare esperienze emotive ordinarie e a diffondere l’idea di “soluzioni rapide” a problemi complessi.
Quando i termini clinici entrano stabilmente nel discorso ordinario e diventano categorie di senso condivise, non si limitano più a descrivere stati psichici individuali. Essi possono contribuire a costruire una nuova visione di chi siamo e di come interpretiamo l’esperienza umana, diventando parte integrante di un paradigma culturale emergente.
Il linguaggio terapeutico, così pervasivo, diventa una lente interpretativa che orienta il modo di guardare il mondo, una lente che tende a leggere l’essere umano soprattutto come entità emotiva da monitorare e analizzare, piuttosto che come soggetto attivo inserito in relazioni sociali, conflitti politici e contesti collettivi.
La cultura terapeutica si radica e si propaga proprio attraverso le parole. In un momento storico in cui i media digitali amplificano linguaggi sempre più intrecciati con la psicologia, non basta interrogarsi su quali parole utilizziamo, è necessario comprendere il potere che esse esercitano nel costruire il nostro mondo esperienziale e sociale.
Quando il therapy-speak diventa il lessico di riferimento non solo nei media digitali, ma anche nella comunicazione quotidiana, avviene qualcosa di più profondo di una semplice espansione del vocabolario. Si ridefiniscono le condizioni stesse del dialogo sociale e del modo in cui ci percepiamo come individui e come collettività. Le parole che scegliamo strutturano il racconto che facciamo di Noi, dell’Altro e del mondo e costruiscono i significati condivisi della realtà. Le parole che usiamo non sono meri descrittori, ma introducono e definiscono cornici interpretative che influenzano il modo in cui leggiamo la realtà.
Vedere il mondo attraverso la lente del linguaggio terapeutico
La questione, dunque, non risiede nell’uso del linguaggio psicologico in sé, ma nella sua trasformazione in un codice totalizzante, un nuovo paradigma culturale. In questo slittamento, il linguaggio terapeutico smette di essere uno strumento e diventa un orizzonte di senso che assorbe e riorganizza ogni forma di esperienza.
La psicologia non opera più soltanto come disciplina clinica, ma come paradigma culturale dominante, un linguaggio privilegiato attraverso cui gli individui guardano a se stessi, alle relazioni e al mondo sociale. I media digitali accelerano e normalizzano questo processo, trasformando la Rete in uno spazio in cui il lessico psicologico circola in forma frequentemente semplificata, decontestualizzata e spesso sganciata dal suo significato originario.
Riconoscere che il linguaggio è una porta d’accesso ai significati collettivi significa comprendere che il modo in cui parliamo di noi stessi e degli altri non plasma solo il discorso privato, ma anche le strutture simboliche attraverso cui una società interpreta il disagio, il conflitto, l’identità e persino la politica. Come osserva Furedi, la psicologia intesa come paradigma culturale non è neutrale, essa contribuisce a definire ciò che consideriamo normale, sano, problematico o patologico.
L’integrazione dei concetti psicologici nel linguaggio comune aumenta quindi la responsabilità collettiva nel modo in cui scegliamo di raccontarci e quindi di pensare a noi stessi, non solo in quanto individui ma in quanto agenti sociali e collettivi.
Il successo del linguaggio terapeutico nel discorso pubblico non è casuale. In un contesto sociale segnato da incertezza, accelerazione e frammentazione delle esperienze collettive, le categorie psicologiche offrono narrazioni accessibili, riconoscibili e immediatamente spendibili. Esse promettono spiegazioni rapide del disagio e una forma di legittimazione emotiva che potrebbe rispondere a un bisogno diffuso di essere visti, compresi e riconosciuti. Il therapy-speak perciò si adatta perfettamente alle logiche dei media digitali, che premiano contenuti e capaci di produrre coinvolgimento immediato.
Difficoltà relazionali, frustrazioni lavorative o conflitti sociali vengono reinterpretati come segnali di una fragilità individuale, spostando l’attenzione dalla dimensione collettiva e strutturale a quella emotiva e personale. La sofferenza perde così il suo statuto di esperienza universale e condivisa e diventa un indicatore di rischio da monitorare, prevenire e correggere. Il rischio è che questa trasformazione conduca a una riduzione delle aspettative sociali nei confronti dell’individuo, sostituendo l’idea di responsabilità e di agency con quella di una vulnerabilità permanente. Viene allora da chiedersi che cosa dica di noi, come società, questo bisogno di spiegare la realtà, gli eventi, i conflitti, le relazioni quasi esclusivamente attraverso categorie psicologiche.
Forse il successo del linguaggio terapeutico risiede proprio nella sua capacità di offrire mappe immediate in un mondo percepito come instabile e opaco. In un contesto segnato da incertezza economica, frammentazione sociale e crisi delle narrazioni collettive, le categorie psicologiche promettono riconoscimento emotivo e un senso di controllo sull’esperienza. Tuttavia, quando queste mappe diventano l’unico modo di orientarsi nella realtà, rischiano di semplificare ciò che è intrinsecamente complesso e di ridurre l’esperienza umana a una sequenza di stati interiori da decodificare.
Scegliere le parole da dirsi
Diventa quindi fondamentale riappropriarsi di una posizione attiva e consapevole rispetto alle parole che utilizziamo e ai contenuti che scegliamo di condividere e diffondere. Accettare la fatica della complessità, rinunciare a etichette immediate e riconoscere che non ogni disagio richiede una diagnosi, né ogni conflitto una spiegazione psicologica individuale.
Questa consapevolezza non può essere intesa come un gesto puramente individuale, ma come una necessità collettiva. Una pratica collettiva che riguarda il modo in cui costruiamo lo spazio pubblico, il dibattito e le narrazioni condivise. Coltivare uno sguardo critico sul linguaggio significa assumersi la responsabilità di costruire, insieme, narrazioni più complesse, capaci di tenere conto tanto della dimensione emotiva quanto di quella sociale, politica e relazionale dell’esperienza umana. Solo così il linguaggio potrà tornare a essere non uno strumento di semplificazione o di controllo, ma uno spazio di confronto, di significazione condivisa e di autentica possibilità trasformativa.
Scegliere le parole con cura non vuol dire censurare l’esperienza emotiva, ma restituirle profondità, collocandola dentro relazioni, contesti e responsabilità comuni. In questo senso, il linguaggio può tornare a essere non solo uno strumento di riconoscimento del disagio, ma anche un luogo in cui immaginare forme diverse di convivenza, di agency e di trasformazione sociale.
La parola e il potere. "Semita", metamorfosi di un lemma incandescente
Seguire la traiettoria di una parola significa guardare come il linguaggio possa, senza clamore, diventare strumento di controllo
Edward Said, figura imprescindibile per chiunque si occupi di Asia Occidentale, ci ha insegnato che l’Oriente è stato raccontato prima ancora di essere compreso, e spesso raccontato proprio per non doverlo capire. In Orientalismo mostrò con chiarezza devastante che prima ancora di essere un luogo, l’Oriente è stato un discorso: una costruzione dell’immaginario europeo, stratificata e resa naturale fino a sembrare inevitabile. Un Oriente immobile, esotico, irrazionale, utile più a chi lo descrive che a chi lo abita. Su quel territorio e su quei popoli, l’Europa ha proiettato paure, desideri, gerarchie, infantilizzazioni: l’Oriente come specchio deformante del potere occidentale.
Quello che continuiamo a chiamare impropriamente Medio Oriente e dovremmo invece definire Asia Occidentale, emerge così come uno spazio insieme osservato e inventato, studiato e tradito, una geografia colonizzata dall’immaginario prima ancora che dalla storia.
In questa prospettiva, il presente contributo si colloca nel solco della storia concettuale e adotta un approccio genealogico, in senso lato riconducibile alla riflessione di Michel Foucault. Non si tratta di una semplice evoluzione semantica: l’obiettivo è interrogare le condizioni storiche, politiche e culturali che hanno reso possibile la trasformazione di un lemma tecnico in dispositivo normativo. Seguendo la traiettoria del termine “semita”, l’analisi si muove tra filologia, storia delle idee e linguaggio politico, assumendo che le parole non siano soltanto strumenti di descrizione, ma anche luoghi di esercizio del potere.
Genealogia di una parola
Se l’Oriente può essere colonizzato dall’immaginario, non sorprende che anche le parole possano esserlo. Alcune diventano strumenti di dominio, cambiano padrone, assumono pesi e gerarchie che non possedevano. “Semita” è una di queste.
Nata come categoria linguistica, è stata trascinata fuori dal suo perimetro originario fino a diventare scorciatoia per indicare una razza, una religione, perfino un popolo. Una parola tecnica trasformata in marchio identitario, poi in strumento politico, infine in recinto morale. Eppure, c’è stato un tempo in cui non significava tutto questo: un periodo in cui un autorevole orientalista dell’Accademia dei Lincei, Ignazio Guidi, poteva ancora usarla nel suo senso filologico, prima che quel campo semantico venisse sequestrato e deformato.
A ritroso, da una nota incontrata in un libro di Speros Vryonis, in una Biblioteca di Istanbul, passando per Giorgio Levi Della Vida, sono arrivata fino a Guidi e ai suoi testi: è riaffiorata così una genealogia che impone di fare ordine. Guidi fu uno dei maggiori orientalisti e semitisti italiani del XIX secolo. Il saggio che presentò all’Accademia Nazionale dei Lincei, a Roma, nel 1879, La sede primitiva dei popoli semitici, aprì un ampio dibattito specialistico. Tornare oggi a questo testo non significa indulgere nell’erudizione antiquaria, quanto piuttosto risalire al momento in cui una parola ha smesso di descrivere qualcosa e ha cominciato a comandare qualcuno.
La tesi geografica di Guidi
Partendo da un assunto condiviso dalla linguistica comparata del tempo - l’esistenza di una famiglia linguistica semitica, comprendente ebraico, aramaico, arabo, accadico, etiopico e altre lingue - Guidi affronta un problema tipicamente ottocentesco: dove collocare la “culla” originaria di questo ceppo? Per lui, come tutti a quell’epoca, “semitico” è una categoria linguistica. Non condivide la teoria, allora diffusa, che ne collocava la sede primitiva in Mesopotamia. Attraverso l’analisi comparata del lessico comune ricostruibile, il confronto delle condizioni climatiche implicite nei termini condivisi e lo studio delle più antiche attestazioni storiche, arriva invece a postulare che quella sede debba essere cercata nella Penisola Arabica, intesa non come periferia ma come nucleo originario di irradiazione verso Mesopotamia, Siria e Africa. La sua tesi ebbe una certa influenza, pur senza chiudere un dibattito rimasto aperto e ancora oggi vivacissimo.
Il punto decisivo, però, è un altro. Per Guidi, “semitico” non designa né una razza né un’essenza etnica compatta: indica una famiglia linguistica, ricostruita attraverso il metodo comparativo. Il suo linguaggio risente ancora del lessico ottocentesco e parla di “popoli”, ma l’oggetto della sua indagine non è la dimostrazione di un “popolo semita” in senso biologico, bensì l’individuazione dell’area originaria dei parlanti di quel ceppo linguistico. Ed è qui che si apre il nodo destinato a pesare per oltre un secolo: il termine, derivato da Sem, figura biblica della genealogia di Noè, nasce in età moderna come categoria linguistica, viene naturalizzato nel XIX secolo in senso etnico-razziale e finisce poi, nel XX, per alimentare categorie ideologiche e politiche che ne deformano radicalmente il significato, fino a farne non più uno strumento di descrizione, ma un’etichetta di separazione, stigmatizzazione e morte.
Quando semita smette di essere solo un lemma linguistico
Questa è la storia di due traiettorie che si incrociano senza toccarsi: una filologica, l’altra ideologica. Guidi, paradossalmente, pubblica il suo studio nello stesso anno in cui la parola comincia a essere piegata in tutt’altra direzione. Nel 1879, infatti, il pubblicista tedesco Wilhelm Marr conia il termine Antisemitismus nel pamphlet Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum[1]. È lì che si produce la torsione fatale: “semita” smette di designare un ceppo linguistico e viene ristretto a sinonimo razzializzato di “ebreo”. L’ostilità antiebraica viene così riformulata come conflitto biologico tra “razze”, travestendo di pseudoscienza un pregiudizio assai più antico.
Nel frattempo, autori come Ernest Renan avevano già contribuito a spostare il termine dal terreno filologico a quello tipologico e gerarchico, contrapponendo una presunta “razza semitica” a una non meno immaginaria “razza ariana”. È a questo punto che un lemma tecnico comincia a caricarsi di un peso che non gli apparteneva.
Nel giro di pochi decenni la catena si stringe: “semita” da famiglia linguistica diventa razza, e da razza finisce per indicare quasi esclusivamente l’ebreo. Il paradosso è evidente: gli arabi sono, sul piano linguistico, semiti quanto gli ebrei; eppure, l’antisemitismo europeo non prende di mira “tutti i semiti” ma solo gli ebrei. Il termine viene così sottratto alla scienza e trasformato in marchio ideologico.
L’International Holocaust Remembrance Alliance
Dopo la Shoah, il termine “antisemitismo” entra a pieno titolo nel lessico morale, politico e giuridico internazionale. È inevitabile: dopo i campi di sterminio in cui furono assassinati milioni di ebrei - e altrettanti milioni di innocenti oggi sommersi dall’oblio, dunque uccisi due volte - nominare l’odio antiebraico in modo preciso diventa una necessità storica e civile.
Nel 1998 la task force da cui sarebbe nata l’IHRA — International Holocaust Remembrance Alliance — prende forma su iniziativa del premier svedese Göran Persson, con il robusto sostegno del primo ministro britannico Tony Blair e del presidente statunitense Bill Clinton. La sua origine non scaturisce da un consenso scientifico spontaneo ma da un’iniziativa politica precisa, maturata nel quadro euro-atlantico. Germania e Israele aderiscono quello stesso anno, seguiti nel 1999 da Paesi Bassi, Polonia, Francia e Italia.
Quella di Persson è una scelta politico-culturale precisa: fare della memoria della Shoah uno strumento di educazione civica, legittimazione democratica e proiezione internazionale. Il problema nasce col tempo, quando quell’iniziativa si trasforma in una infrastruttura politico-istituzionale molto influente, capace di produrre standard, definizioni e pressioni normative ben oltre il solo campo della memoria, incidendo sul lessico pubblico, sulle politiche universitarie e sui confini stessi del dissenso e della libertà di espressione, sostenuta da risorse economiche rilevanti, reti di pressione transnazionali e appoggi istituzionali strutturati, che ne ampliano progressivamente la capacità di penetrazione normativa.
Nascita della definizione operativa di antisemitismo
L’IHRA è un’organizzazione intergovernativa e la sua definizione si presenta formalmente come non vincolante; eppure, la sua fortuna politica e istituzionale è stata enorme. Nel 2016 formula una propria definizione operativa di antisemitismo - “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei” - accompagnandola con una serie di esempi illustrativi, diversi dei quali riguardano lo Stato di Israele. Il problema non è soltanto che la definizione sia controversa: è che la sua indeterminatezza lessicale, lungi dall’essere un limite secondario, costituisce il presupposto della sua efficacia politica. La sua forza non sta nella precisione, ma nell’ambiguità: abbastanza vaga da prestarsi a usi estensivi e abbastanza autorevole da imporsi come parametro di legittimazione del dicibile e come strumento di regolazione del dibattito pubblico.
Molti critici hanno osservato che non si tratta di una semplice definizione imperfetta, ma di una costruzione volutamente elastica e, in questo senso, radicalmente arbitraria: una formula che non chiarisce soltanto un fenomeno, ma ne estende il campo fino a includere ambiti di dissenso politico che con l’odio antiebraico non coincidono affatto.
Negli Stati Uniti e in Europa, la sua diffusione non è stata il prodotto di una spontanea convergenza scientifica, ma il risultato di una lunga opera di pressione politico-istituzionale, sostenuta da reti organizzate, interlocuzioni governative e da una progressiva traduzione normativa del tema. La definizione è stata così accreditata come standard privilegiato, nonostante le robuste e ben argomentate obiezioni provenienti da una parte significativa del mondo accademico e giuridico.
Il caso italiano lo mostra con particolare evidenza: il Senato della Repubblica ha approvato in prima lettura, il 4 marzo 2026, il disegno di legge n. 1004, d’iniziativa dei senatori Massimiliano Romeo, Daisy Pirovano e Giorgio Maria Bergesio, recante “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”. Il testo prevede l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA nell’ordinamento italiano. Nei materiali parlamentari del marzo 2026 compaiono inoltre emendamenti critici proprio contro tale riferimento, con obiezioni esplicite e richiami a definizioni alternative ritenute più chiare da alcuni senatori.
Una definizione controversa
Le obiezioni rivolte alla definizione dell’IHRA non riguardano la necessità di contrastare l’antisemitismo, ma il modo in cui esso viene definito e delimitato. I punti più contestati sono tre: la vaghezza della formula centrale, l’inclusione di esempi riferiti a Israele e il rischio di sovrapporre l’odio contro gli ebrei alla critica politica rivolta a uno Stato.
Anche per questo, nel 2021 è stata pubblicata la Jerusalem Declaration on Antisemitism, redatta da oltre 200 studiosi di studi ebraici, Shoah, Medio Oriente, diritto e discipline affini, con l’intento di offrire una definizione più chiara e meno suscettibile di applicazioni estensive o ambigue.
Nello stesso anno, in ambito accademico statunitense, è stato elaborato anche il Nexus Document, nato con analoga finalità chiarificatrice: distinguere con maggiore precisione ciò che costituisce effettivamente antisemitismo da ciò che rientra invece nel legittimo dissenso politico, anche quando questo dissenso investe sionismo, Israele e le sue politiche.
Questi testi non sono marginali. Sono il segno di una controversia reale e documentata, che attraversa università, istituzioni, parlamenti e opinione pubblica. Chi difende la definizione IHRA la considera uno strumento necessario per contrastare forme contemporanee di antisemitismo mascherate da antisionismo. Chi la critica teme invece che, proprio in virtù della sua elasticità, essa possa essere impiegata per comprimere la libertà accademica, culturale e politica.
È questo il nodo: non se l’antisemitismo esista, perché esiste, ma chi definisce il perimetro del dissenso, e con quali conseguenze.
Manipolare con cura
Questa ricostruzione della metamorfosi di uno dei lemmi più incandescenti del presente, nata da un libro trovato mentre ne cercavo un altro, aiuta a mettere a fuoco il punto essenziale: Guidi, nel 1879, lavorava ancora su una parola che era carta. Oggi quella stessa parola è diventata piombo.
“Semita” nasce come categoria linguistica. Poi viene razzializzata. Politicizzata. Infine, normativizzata. Oggi, a guardare l’uso che se ne fa, si direbbe entrata nella fase più cupa della sua metamorfosi: quella in cui la parola si è radicalizzata e non descrive più, ma colpisce.
Quando una parola cambia natura, cambia anche il campo del dicibile. E quando il linguaggio smette di descrivere il mondo per disciplinarlo, la filologia torna a essere una faccenda politica.
Le parole non sono innocenti.
Eppure nascono libere.
E non dovrebbero mai diventare monopolio.
Di nessuno.
NOTE:
[1] Il 1879, con la coniazione del termine Antisemitismus da parte di Wilhelm Marr, non segna l’inizio dell’ostilità verso gli ebrei, ampiamente attestata in età antica e medievale, ma un suo mutamento di statuto. La storiografia distingue infatti tra antigiudaismo premoderno, di matrice prevalentemente religiosa, e antisemitismo moderno, che riformula tale ostilità in termini razziali e pseudoscientifici. È questo passaggio, più che la persistenza del fenomeno, a costituire una cesura decisiva nella storia del concetto.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Edward Said, Orientalism, New York, Pantheon Books, 1978.
Reinhart Koselleck, Futures Past: On the Semantics of Historical Time, New York, Columbia University Press, 2004.
Shulamit Volkov, “Antisemitism as a Cultural Code”, Leo Baeck Institute Year Book, 23 (1978), pp. 25–46.
George L. Mosse, Toward the Final Solution: A History of European Racism, Madison, University of Wisconsin Press, 1985.
International Holocaust Remembrance Alliance, Working Definition of Antisemitism, 2016.
Jerusalem Declaration on Antisemitism, 2021.
Ignazio Guidi, La sede primitiva dei popoli semitici, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1879.
Il fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web
Ho incontrato un'interessante analisi sul fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web, proposta dal canale Youtube La Sedia a 2 Gambe.
Divulgatore della Cultura di Internet, l’anonimo autore di questo canale utilizza l’espediente di dialogo con la protagonista narrativa di questi video: una sedia a due gambe.
Assieme, i due esplorano in modo originale, coinvolgente, chiaro e senza prendersi troppo sul serio, il mondo di Internet, analizzandone i fenomeni e i trend virali che hanno plasmato la cultura online, dai suoi albori fino ai nostri tempi.
Qui di seguito vi proponiamo la nostra rilettura dei contenuti di questo interessante video.
La tesi centrale
Pensiamo che l’analisi del linguaggio digitale debba oramai superare la riduzione di questo fenomeno a sola manifestazione estetica marginale o contingenziale. Chi studia la comunicazione umana non può non concordare sulla necessità di uno studio strutturale delle architetture del significato del linguaggio del mondo online.
La tesi sostenuta nel video-documento “L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET”, è che la nuova lingua di Internet non rappresenti una degenerazione entropica del codice verbale, bensì un meccanismo adattivo, difensivo e identitario estremamente sofisticato. Tale mutazione è oggi sempre più modellata dalla pressione selettiva degli algoritmi e dal collasso sistemico dei confini tra le comunità digitali.
Da questo video-documento è possibile formulare la seguente tesi:
La lingua di internet non è un sistema di comunicazione unitario o stabile, ma un ecosistema frammentato in "corridoi" (micro-comunità) in cui il lessico non serve a spiegare concetti, ma funge da strumento di sopravvivenza contro gli algoritmi (Algospeak) e da segnale di appartenenza identitaria.
È una lingua dal ciclo di vita effimero: nasce per necessità o nicchia e "muore" non appena viene cooptata dalla cultura di massa o dai brand.
Scopriamo i motivi che portano a questa formulazione.
La genesi storica
Le radici dei gerghi digitali affondano nell'era dei primi forum e delle BBS[1], dove la comunicazione rispondeva a stringenti vincoli economici e tecnici.
Per comprendere l’evoluzione del gergo, occorre considerare la comunicazione come un asset a costo variabile: più andiamo indietro nel tempo, più ogni carattere di ciascuna parola inviata su una chat ha avuto un costo evidente apprezzabile (pensiamo ad esempio agli SMS a pagamento di una volta). La necessità di minimizzare i propri costi di comunicazione ha generato un processo di ragionamento pratico che ha spinto l’utente a una sintesi estrema del linguaggio, dando vita ad acronimi e abbreviazioni, non come vezzo stilistico, ma come ottimizzazione delle risorse.
Sempre storicamente, il passaggio al "Leet Speak" (l'uso di numeri come il 7 per la “T” o il “3” per la “E”) ha invece rappresentato l'adozione di un “metodo geometrico” applicato alla comunicazione. Questa necessità è nata per bypassare i filtri automatici di forum o chat, quando ancora essi erano rigidi e prevedibili; pertanto, la deviazione morfologica offriva un bypass sicuro alla “censura”.
L'adozione odierna di termini gergali come «Rizz»[2], «Simp»[3] o «Based»[4] è comprensibile solo nel micro contesto di adozione[5] o nel contesto cronologico, prima della loro nascita e del loro utilizzo poi.
L’utente internet va costantemente cercando un punto di equilibrio che renda efficace la propria comunicazione, correndo sempre il rischio che non si concili con le regole generali “dettate” dagli algoritmi o dalle comunità digitali.
Il significato di queste espressioni non è infatti fissato a monte da un'autorità, ma bilanciato costantemente tra l'intenzione dell'utente e il "vibe" della comunità.
Questo comportamento stabilisce chi è insider e chi è outsider, agendo come una difesa contro l'intrusione di contesti esterni non autorizzati.
La pressione dell'algoritmo e l'Algospeak
Nell'ecosistema attuale, il filtro tecnologico non è un canale passivo (rigido e prevedibile) ma un attore dinamico che impone una ragionamento causale costante agli utenti. Il fenomeno dell'Algospeak (ad esempio l'uso di "seggs" in luogo di "sex") nasce da un'inferenza logica basata sull'osservazione:
"Se utilizzo il termine X, la macchina attua l’oscuramento, la demonetizzazione o la rimozione di un contenuto; dunque, devo sintetizzare il termine in Y".
Questa pratica può essere interpretata come un ragionamento dei segni, in cui l'utente interpreta i pattern di moderazione dei bot per prevederne il comportamento e aggirarne la censura.
Tale gara contro la macchina accelera parossisticamente il ciclo di vita dei termini.
Inoltre, nel momento in cui una parola viene adottata dalla massa o dai brand, essa perde la sua funzione di segnale protetto e diventa "radioattiva" o "cringe". La morte semantica del termine avviene quando la sua utilità tattica viene neutralizzata dalla visibilità mainstream, confermando che la lingua digitale è, prima di tutto, uno strumento di sopravvivenza morfologica contro i pattern di riconoscimento automatizzati.
Il Collasso dei Contesti e la Frammentazione del Feed
Il passaggio dai forum tematici al feed unico di TikTok e Instagram ha determinato il "collasso dei contesti".
In questo scenario, la filosofia del linguaggio ordinario “tradizionale” arranca a tenere il passo: non esiste più un linguaggio "ordinario" condiviso, ma una miriade di "micro-ordinarietà" isolate in “corridoi semiotici”[6] divergenti, in costante evoluzione, comparsa e scomparsa.
L'utente "cronicamente online" naviga in questi corridoi subendo continue “collisioni contestuali”, dove un termine può essere simultaneamente un marcatore culturale AAVE[7], un insulto o un’espressione ironica a seconda della comunità digitale di riferimento.
Assistiamo qui a una forma estrema di ingegneria concettuale:
le comunità ridefiniscono costantemente termini legati all'identità, al genere o alla razza per proteggere i propri significati dalla distorsione esterna. L'incomprensibilità per chi è esterno non è un limite cognitivo, ma la prova della frammentazione dello spazio digitale in ecosistemi dove la comunicazione serve a escludere tanto quanto a includere.
In questi "corridoi semiotici", l'incomprensibilità è il risultato finale di una navigazione in feed che non comunicano più tra loro.
Conclusioni
Dalla genesi tattica del Leet Speak alla resistenza algoritmica dell'Algospeak, fino alla frammentazione dei feed, la tesi iniziale trova piena conferma.
La mutazione linguistica digitale ha ormai permeato la realtà fisica e istituzionale, eliminando ogni possibile distinzione tra "online" e "offline". Ne sono prova il CAREN Act a San Francisco[8] o il discorso della senatrice australiana Fatima Payman[9], che ha portato il gergo di TikTok nei ranghi del Parlamento, dimostrando come la politica stessa inizi a emulare i pattern di un commento generato da un bot.
Possiamo affermare che questo nuovo linguaggio è la "condizione di possibilità" stessa della comunicazione nel XXI secolo. Esso non è una corruzione della parola, ma l'unica risposta coerente a un ambiente dominato da filtri robotici, sorveglianza algoritmica e collisioni culturali permanenti.
In ultima analisi, l’ecosistema linguistico di Internet si mostra in costante mutazione comunicativa, con un linguaggio che non è solo un insieme di “termini e parole”; piuttosto, questo linguaggio, è l'organo adattivo di un'umanità che tenta di restare udibile in un mondo progettato per essere filtrato.
NOTE:
[1] Acronimo di “Bulletin Board System”, è un sistema telematico sviluppato negli anni 1970 per consentire a computer remoti di condividere o prelevare risorse accedendo a un calcolatore centrale. Il sistema ha costituito il fulcro delle prime comunicazioni telematiche amatoriali, dando vita alla telematica di base, portando a novità quali la messaggistica e il file sharing centralizzato.
Nell'uso corrente, soprattutto in giapponese, indica anche i forum, i guestbook e i newsgroup su Internet. (da Wikipedia - vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)
[2] Tutti e tre questi termini gergali hanno già raggiunto larga diffusione e ciascuno ci è utile a rappresentare un genere di evoluzione diversa dei termini del linguaggio del Web. «Rizz» ad esempio è stato eletto parola dell'anno 2023 da Oxford Languages, è un termine slang della Gen Z, nato in rete intorno al 2022, ed esploso nel 2023 dopo un'intervista all'attore Tom Holland, diventando virale sui social.
Per approfondire il significato, di questo e dei seguenti termini, consultare il dizionario https://www.merriam-webster.com/.
[3] Il termine «Simp», sebbene nato negli anni '80/90 nell'hip-hop, è esploso su TikTok nel 2020, venendo talvolta considerato tossico o misogino. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.
[4] Il termine «Based» nasce nell'ambito hip-hop, inizialmente con connotazioni negative ma riabilitato dal rapper Lil B per indicare autenticità e indipendenza di pensiero. Oggi, nel gergo internettiano, "based" è un complimento. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.
[5] In riferimento alle comunità digitali, ma soprattutto alle "Fandom" e "micro-fandom": termini usati per indicare le nicchie online specifiche d’interesse. Nel video-documento di cui scriviamo vengono citati ad esempio i fan di My Little Pony, Death Note o Supernatural, i quali creano o distorcono significati linguistici per farsi riconoscere dai propri simili o per escludere gli estranei alla fandom.
[6] L'autore del video spiega che non esiste un "online" come luogo unico e condiviso, ma che la rete è strutturata in «migliaia di corridoi diversi nello stesso edificio». Questo termine viene usato come metafora per descrivere i diversi "feed" o micro-comunità in cui il linguaggio cambia drasticamente da un ambiente all'altro. Se seguiamo il discorso dell’autore, capiamo come le parole fungano da simboli o "segni" di riconoscimento tra gli utenti, perciò molto interessanti da rileggere sotto il profilo di valore semiotico.
[7] Acronimo di “African American Vernacular English”, ossia delle forme dell’inglese afro-americano con forti caratteristiche di pronuncia fonetica, uso dei tempi verbali difforme e forme lessicali proprie. Di grande diffusione recente per via delle celebrities statunitensi internazionali, in particolare del mondo musicale. (Vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)
[8] L’acronimo “CAREN” sta per “Caution Against Racially Exploitative Non-Emergencies” Act, una legge cautelativa introdotta nel 2020 a San Francisco, volta a contrastare le chiamate alla polizia per non-emergenze sfruttate razzialmente. Il nome di questa legge prende origine direttamente dal mondo online, dal meme "Karen". Questo meme è diventato popolare sui social media per indicare persone, solitamente donne bianche, che chiamano i servizi di emergenza per segnalare attività innocue svolte da persone di colore (es. barbecue al parco e fare jogging).
[9] La senatrice indipendente australiana Fatima Payman ha attirato l'attenzione mediatica per l'uso di un linguaggio estremamente colloquiale e internettiano, tipico delle Gen Z/Alpha, utilizzato durante i suoi discorsi parlamentari. Noto e virale sui social è il video di un intervento al Senato del settembre 2024 in cui ha definito il governo "yapaholics", e definito il Primo Ministro "CEO of Ohio" e lo ha invitato a "mettere le patatine nel sacchetto" (put the fries in the bag), generando ilarità e discussione.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Fonte principale:
“L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET” di La Sedia a 2 Gambe: https://www.youtube.com/watch?v=RAchbLpoQJ0
Per approfondimenti invece:
BBS:
AAVE (ex “Black English):
- https://socialwork.ubc.ca/news/black-english/#:~:text=In%20today's%20world%2C%20Black%20English,you%20can't%20have.%E2%80%9D
- https://www.britannica.com/topic/African-American-English
Dizionario Merriam-Webster: https://www.merriam-webster.com/
Una prospettiva pedagogica della nonviolenza
Il cambiamento intellettuale che prevede di concepire una pluralità di fondamenti della scienza (proposto nei due articoli precedenti, qui e qui) è profondo e richiede un ripensamento della nostra didattica, intesa come trasmissione delle acquisizioni fondamentali della vita umana alle nuove generazioni. Questo ripensamento fa apparire una ampia strada da percorrere, che riguarda tutta la educazione scolastica. Offro qualche suggerimento per il livello didattico minimo[1].
La canzone è un ottimo strumento educativo: il cantarla fa interiorizzare in profondità i contenuti, il suo eventuale messaggio. In Italia c’è una bella canzone a proposito della logica. E’ intitolata “Napoleone”. Il testo, molto intelligente, è di Gianni Rodari; e la musica, molto allegra e sbarazzina, è di Sergio Endrigo.
(http://www.lyricsmode.com/lyrics/s/sergio_endrigo/napoleone.html)
NAPOLEONE
[Voce recitante: Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769. Il 22 ottobre del 1784 lasciò la scuola militare di Briennes con il grado di cadetto. Nel settembre del 1785 fu promosso sottotenente. Nel 1793 fu promosso generale, nel 1799 promosso primo console, nel 1804 si promosse imperatore. Nel 1805 si promosse re d’Italia. E chi non ricorderà tutte queste date, sarà bocciato!]
C’era una volta un imperatore, si chiamava Napoleone.
E quando non aveva torto, di sicuro aveva ragione. . .Napoleone
Napoleone era fatto così
Se diceva di no, non diceva di sì
Quando andava di là, non veniva di qua
Se saliva lassù, non scendeva quaggiù
Se correva in landò, non faceva il caffè
Se mangiava un bigné, non contava per tre
Se diceva di no, non diceva di sì
Napoleone andava a cavallo e la gente lo stava a vedere E quando non andava a piedi, era proprio un cavaliere.. .Napoleone!
Napoleone era fatto così:
Se diceva di no, non diceva di sì
Quando andava di là, non veniva di qua
Se cascava di lì, non cascava di qui
Se faceva popò, non diceva però
Quando apriva l’oblò, non chiudeva il comò
Se diceva di sì, non diceva di no
Di tutti gli uomini della terra, Napoleone era il più potente.
E quando aveva la bocca chiusa, non diceva proprio niente…Napoleone! .
Napoleone era fatto così:
Se diceva di no, non diceva di sì
Quando andava di là, non veniva di qua
Se saliva lassù, non scendeva quaggiù
Se correva in landò, non faceva il caffè
Se mangiava un bigné, non contava per tre
Se faceva pipì, non faceva popò
Anche lui come te, anche lui come me:
Se diceva di no, non diceva di sì
Mi sembra che questa canzone esprima molto bene, a livello infantile, il concetto fondamentale della logica classica: il Vero come contrapposto al Falso, secondo una loro contrapposizione netta. Mi sembra che esprima bene anche l’origine di questa contrapposizione: il potere assoluto sulle cose della realtà; in particolare, il potere di decidere con assoluta certezza la situazione data. Il mito storico della persona col più grande potere sulla realtà è quello di Napoleone. E infatti la premessa indica la sua conquista, secondo tappe travolgenti, di sempre più potere sociale, fino al massimo possibile. Queste tappe sono bene espresse con la parola “promozioni” (ad un sempre più alto livello); mentre l’alunno che non saprà anche una sola cosa di quanto detto, subirà l’opposto della “promozione” (scolastica): la bocciatura. Tutto ciò insegna bene quale è la maniera di parlare così autoritaria da dividere la realtà nella dicotomia: sì e no, Vero e Falso, promozione e bocciatura contrapposti tra loro.
Dopo questa canzone si può spiegare il 'mistero' della parola “nonviolenza”, quella che durante un conflitto funziona esattamente all’opposto, come “non certezza assoluta” sul che fare. Credo che si possa indicare anche a bambini piccoli che quella parola è così speciale perché ha una doppia negazione. Come?
I bambini, come ben si sa, passano per la fase specifica del “no organizzatore”[2], cioè di quel loro dire “No” per capire l’opposto di quello che l’adulto dice loro. Anche dopo questa fase il dire “No” è un loro privilegio al quale non vogliono assolutamente rinunciare. Quindi è un grande esercizio di autoriflessione il dirigere la loro attenzione al “No” e al negativo.
E’ anche un grande insegnamento su come i grandi usano anche loro il “No”. Che non è preciso, perché ci sono tante ambiguità. La prima è quella che i bambini stessi ripetono spessissimo: “A me non dai niente?”; dove l’ultima parola vuole rafforzare psicologicamente la privazione subita. D’altronde anche gli adulti dicono: “Non c’è nessuno”, dove l’ultima parola negativa aggiunge solo la delusione. A Napoli si dice: “Il resto di niente” per enfatizzare la parola “Nulla”; oppure “Ma quando mai? [sottinteso: Mai]” per escludere assolutamente. Qui si può andare a caccia, assieme ai bambini, delle negazioni enfatiche psicologicamente, cioè dell’uso improprio delle doppie negazioni.
Al contrario delle precedenti doppie negazioni, che tutte calcano il pessimismo, si può insegnare piuttosto l’ottimismo. Invece di dire “Meno male”, dire “Molto bene!”; cioè negare la negazione pessimistica. E’ un insegnare il mezzo bicchiere pieno, invece del mezzo bicchiere vuoto.
Si può proseguire giocando ad aggiungere l’avverbio “in pace” ai verbi “stare”, “vivere”, “affaticarsi”, “uccidere”, ecc.. Allora si capisce che la parola “pace” viene usata poco appropriatamente dal linguaggio comune; dove in realtà significa “senza sforzi”, o “senza conflitti interiori”. Si noti che queste ultime espressioni sono doppie negazioni. Il linguaggio comune le ha schiacciate nella parola affermativa “pace”; ma il risultato è una parola vaga, che non fa capire che cosa essa significhi esattamente. Questo dà la prima scoperta della doppia negazione che non afferma, cioè della logica non classica. L’esercizio di prima insegna pure la differenza tra le parole che indicano uno cosa astratta, uno stato ideale (appunto: “pace”) e le parole che indicano un processo; ad es. “stare senza sforzo” mantiene chiara, nonostante l’aggiunta, l’idea di un processo.
Se non altro tutto questo lavoro educativo insegna ad usare appropriatamente il linguaggio[3].
Si può proseguire insegnando doppie negazioni in casi molto importanti: quelli in cui c’è da insegnare principi che organizzino la vita in comune; perché l’uso di doppie negazioni dà chiari princìpi di metodo. Ad es., dire: "Alla fine della giornata [all’asilo] nessun giocattolo fuori posto”, invece di dire: "Tutti i giocattoli al loro posto ". Oppure “Nessun male agli altri”, invece di “Sii buono”; oppure “Nessuno escluso”, invece di “Tutti”, ecc..
A questo punto si può ben spiegare perché la parola nonviolenza funziona esattamente all’opposto di un comando o di un precetto, o di una ricetta (cioè, essa esprime giustamente la “non certezza assoluta” di che cosa sia meglio fare durante un conflitto); essa indica che sì bisogna reagire, ma che c’è una cosa precisa che non bisogna fare: la violenza. “No alla violenza”.
Il massimo di questo insegnamento (ed è anche il suo completamento) è quello di portare i bambini a ragionare per assurdo, cioè a sfruttare l’assurdo per ricavarci avanzamenti. Vi sembra assurdo insegnare ciò a dei bambini? Allora si ricordi il teorema della fisica che riguarda quanto di più concreto ci possa essere nella fisica, la massima efficienza dei motori termici. Esso è stato dimostrato per assurdo: dall’assurdo, un fisico (il figlio di Lazare, Sadi Carnot) ha ricavato un teorema di ingegneria (e tuttora lo si insegna così all’Università)! I bambini, istruiti dall’insegnamento precedente (che il negativo non è il buio dove non si vede niente, perché no sempre il negativo è il Falso, il non esistente assoluto) possono ben concepire che per assurdo si possa giungere a qualcosa di concreto, perché si può mostrare loro che negandolo ulteriormente si possono ottenere importanti indicazioni di metodo e di crescita).
Qui ancora una volta ci viene in aiuto una bella canzone, che tutti conosciamo; è sempre di Endrigo: “C’era una casa molto carina,/ senza soffitto, senza cucina/…/ in via dei matti, numero 0!”. http://www.lyrics007.com/Sergio%20Endrigo%20Lyrics/La%20Casa%20Lyrics.html .
Da essa i bambini imparano che è assurda una casa in cui manchino le cose che la canzone elenca. Il tetso della canzone dice per assurdo quello che gli adulti esprimono con il detto apparentemente affermativo: “Due cuori e una capanna”; che in realtà esprime che in una casa insufficiente (capanna) ci si può vivere solo se si è innamorati pazzi, cioè irragionevoli, ovvero razionalmente assurdi.
Questa canzone dà un grande insegnamento: è meglio parlare per parabole che per cose concrete. E’ tradizione antichissima raccontare ai bambini non gli episodi di guerra o i viaggi compiuti in auto; ma le favole, che volutamente fanno escursioni nel mondo della irrealtà, o meglio dell’assurdo; ma un assurdo coerente, tanto coerente che alla fine se ne ricava una morale. E che morali si ricavano dalla fiabe! Basti pensare alle fiabe di Esopo, o a quelle di Perrault o quelle dei fratelli Grimm. Ciò ci invita a capire meglio le fiabe; cioè quanto esse contengano una coerenza e quanto esse siano irrealistiche.
NOTE:
[1] Proposte didattiche a livelli più alti sono in Le due opzioni, op. cit., Appendici 4 e 5 del Cap. 5; Quaderni CRESM, Mani Tese, 1999, e « Lo schema paradigmatico della didattica della Fisica: la ricerca di un'unità tra quattro teorie », Giornale di Fisica 45 (n°3), 2004, pp.173-191.
[2] D. W. Winnicott: Dalla pediatria alla psicoanalisi (orig.1958), Martinelli, Firenze, 1975. A. Phillips “I no che aiaiutano a crescere“, Feltrinelli, Milano, 2000.
[3] Ricordiamo che nel medioevo l’educazione era basata sul trivio delle arti liberali (cioè dell’uomo libero in contrasto con l’uomo schiavo di sé stesso): grammatica, logica e retorica. La retorica, cioè l’arte di saper parlare è la grande assente della educazione moderna; la seconda grande assente è la logica, benché questa da un secolo e mezzo sia anche matematizzata. Basta questo per indicare che la educazione scolastica attuale è figlia della educazione nata con la presa del potere da parte della borghesia, che ha distribuito sì la educazione ad ampi strati della popolazione, ma a fini tecnici; soprattutto il fine di formare subordinati ed esecutori.
Una Cura per l'Arte - Intervista a Michele Dantini - Parte 2
Una Cura per l’Arte è una rubrica podcast, ideata e condotta da Diego Randazzo, inserita nel palinsesto informativo di Ansa.it. Questo format intende fornire una panoramica della curatela d’arte in Italia, colmare un gap informativo sull’arte contemporanea, approfondire filoni e concetti chiave dei linguaggi dell’arte attraverso le voci di curatrici, curatori e critici d’arte.
La critica d’arte? Una forma d’arte concettuale che usa le parole per liberare le immagini. Il punto di vista di Michele Dantini
ANSA - di Diego Randazzo
Nella quinta puntata del podcast Una cura per l’arte ci addentriamo nel mondo della critica d’arte. Ci accompagna Michele Dantini, critico, scrittore e accademico, professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università per Stranieri di Perugia. Grazie alla sua voce ci orienteremo in un territorio che ha ancora tanto da dire, riattivando delle parole che quotidianamente diamo per scontate. Come nasce la critica d’arte, cosa si intende per tradizione e cosa ci avvince in un capolavoro?
Qui di seguito la seconda parte della trascrizione letterale. La prima parte è qui.
E qui potete ascoltare il podcast nella versione integrale.
D.R.
Nel tuo articolo Perché non scrivo recensioni, pubblicato sul tuo profilo Substack, suggerisci tre tesi che dovrebbero definire la critica d'arte. Vorrei ripercorrerle insieme a te. La prima e la seconda sono strettamente legate ed hanno a che fare con la dimensione temporale.
La prima recita ‘Non esiste distinzione tra antico e contemporaneo’ e la seconda ‘La critica d'arte ha il compito di sgombrare le vie della Grazia’ citazione tratta da Pavel Florensky. Ti andrebbe di spiegarcele?
M.D.
Florensky è stato molto importante per me sotto più profili e continua ad esserlo. È una figura centrale della mia modernità, nel modo in cui definisco la modernità, proprio per questa sua fulminea introduzione operativa: la critica, la vera critica, come un'attività che sgombra le vie della Grazia. Cioè libera le immagini, in quanto messaggere celesti, dal peso di appropriazioni indebite, di parole inappropriate, di critiche dottrinarie, che le ingombrano e le intralciano e ne spengono la scintilla.
L'altro argomento che introduci, su cui sto riflettendo molto, cercando di definire in maniera molto formulare quasi un metodo critico, cioè l'importanza dei rapporti tra antico e moderno. Sono sempre più convinto che i grandi artisti sono gli artisti che mantengono un dialogo con l'antico, ci aiutano in qualche modo a sbarazzarci della presunzione presentista e aiutano ad ampliare l'orizzonte della posta in gioco.
Naturalmente questo ci spinge a porre una domanda. Cosa vogliamo intendere per antico, per tradizione? Ecco, su questo ho scritto molto recentemente e per essere chiari, per me la tradizione è - in chiave apocalittica o escatologica - l'eterno che irrompe nel tempo. Non è alcunché di antiquario, non è alcunché di polveroso, non è alcunché verso cui ci dobbiamo volgere, quasi ne avessimo l’obbligo, con tenerezza e nostalgia. No!
La tradizione è sostanzialmente un qualcosa di elementare, una madre. Io parlo volentieri di immagini madre, cioè di un repertorio di immagini fondamentali, immagini mito, che attende ospite, generazione dopo generazione, e viene riattivato, rigenerato, rinnovato.
È come se gli dei tornassero a popolare il pianeta, in ogni momento in cui queste immagini madre diventano sostanzialmente immagini dipinte. E tra le due cose, tra l'immagine madre e l'immagine dipinta, c'è una distanza ontologica, una distanza infinita.
Queste immagini madre ci visitano periodicamente. Un grande artista è esattamente colui che rigenera le immagini madre, cioè permette che gli dèi tornino ad abitare il pianeta.
Allora io paragono spesso questo deposito di senso originario ad una tastiera. Noi possiamo suonare solamente alcuni tasti di questa tastiera. L'epoca in cui viviamo, a cui apparteniamo, il gusto di questa epoca, sostanzialmente ci permette di sperimentare solamente una piccola porzione di questa tastiera.
Per lo più l'artista average è colui che attinge a questi 7, 10, 12 tasti, questa piccola porzione della tastiera, che è la tastiera originaria, nella sua ampiezza originaria. Un grande artista improvvisamente attinge ad altre porzioni di tastiera. Ce le fa ascoltare come per la prima volta. Ecco, questo lo definirei un grande artista: un improvviso ampliamento, un imprevedibile ampliamento della tastiera.
Ovviamente l'antico, ovvero i grandi maestri, sono coloro che suonano le porzioni di tastiera che l'epoca presente non conosce, per cui avvicinano il talento in formazione a tutti gli scomparti della tastiera a lui sconosciuti. Da questo punto di vista l'esperienza di ciò che chiamiamo impropriamente antico, che dovremmo chiamare in altro modo, è insostituibile.
D.R.
Oggi non è raro assistere, soprattutto nel confezionamento di determinati eventi pubblici, ad una compenetrazione tra la figura del curatore e quella del critico. Contestualmente vediamo un grande uso dello storytelling che spesso mette in primo piano l'artista ed il curatore stesso, mentre un ragionamento profondo e significativo sulle opere a volte rimane sullo sfondo. Qual è il tuo punto di vista?
M.D.
Evidentemente la potenza originaria delle immagini, la stiamo completamente sacrificando alla banalità della parola. Questo sta succedendo e questa, secondo me, è anche la differenza corrente tra il critico d'arte e il sedicente tale, cioè il foglio di settore o il curatore-critico che è sostanzialmente un applicativo o un esecutivo, nel senso degli organigrammi aziendali. E’ qualcuno che si impegna, trafelandosi spesso, con più o meno merito, per portare le opere d'arte dentro il congegno commerciale. E segue delle linee di consenso, non segue delle linee di verità o di perspicacia o di visione, segue delle linee di consenso, fa dire alle opere quello che l'ordine del giorno dei media ha stabilito essere di attualità. Questo è un atteggiamento legittimo, utile, soprattutto per gli artisti, non per le immagini, perché ovviamente procura ricchezza, rende sostenibile una professione, ma spegne sostanzialmente quanto di distante, di lontanante, di auratico esiste nelle immagini, che invece è l'essenziale. Ecco, è un atteggiamento utilitaristico per cui le immagini sono piegate ad una conversazione pubblica che ha le sue mozioni altrove e che prende slancio nei luoghi del sociale.
D.R.
Con le prime ospiti abbiamo affrontato il tema del gender pay gap, divario retributivo di genere. Tu che provieni da un ambito prettamente accademico, sulla base della tua esperienza, trovi che questo divario esista?
M.D.
Ma guarda, non posso vantare chissà quali competenze di sociologia dell'istituzione culturale per risponderti su questo. Credo però che indubbiamente il problema del gender gap esista, soprattutto al di fuori delle professioni di cui noi ci stiamo occupando, nel senso che la ricerca ha ovviamente dei salari prefissati che non ammettono variabile legata al gender. Sicuramente nei ruoli apicali della ricerca c'è una differenza legata al gender, soprattutto nelle discipline che non sono umanistiche. Nelle discipline che sono umanistiche si può immaginare che sia una differenza residuale, che anche in tempi relativamente brevi sarà rimossa. Questo è quello che ti posso dire. Mentre nell'arte io vedo una grande vivacità femminile almeno da tre decenni, se non vogliamo addirittura retrocedere alla seconda metà degli anni sessanta e primi settanta.
D.R.
Chiudiamo con la consueta domanda sulla cura. Quale valore e significato dai a questa parola?
M.D.
Ah che bella la cura, sì, è una cosa molto importante. Pensa che addirittura, credo fosse il 2007/2008, organizzai un convegno internazionale all'Università del Piemonte Orientale su questo tema. Come ti ho detto, venivo da un decennio di viaggi abbastanza folli e di lungo periodo, collaborando con OMG, sia ambientalistiche che di altro genere e anche con il WWF.
Alla luce di questa esperienza, mi ero chiesto se questo continuo viaggio non fosse un esercizio di scomparsa e non avesse in realtà anche valore un atteggiamento, per certi versi complementare, quello della residenza, della stanzialità, intesa come cura. Ricordo che un testo di Doreen Massey - ‘For space’ - una geografa e femminista inglese, era stato molto importante per me in quel periodo a rivedere determinate assunzioni sull'obbligo di mobilità e quindi nacque questo convegno sulla Cura. D'altra parte nel mio percorso, io sono nato platonico e heideggeriano, studiando alla Scuola Normale testi di filosofia classica e di Heidegger, per cui questa questione della cura è sempre stata molto importante.
E direi che la cura, per quanto mi riguarda, oggi è in primo luogo storiografica, e critica. Sgombrare le vie della Grazia è un'enorme fatica, significa decostruire a ritroso tutte le vie dell'interpretazione che ci hanno portato fin qui all'impasse attuale. Quindi è un lavoro demolitorio, spesso condotto con il bisturi, con gli strumenti di precisione, che richiede scrupolo, meticolosità, un'infinita serie di mediazioni. Tutto questo è cura.
Vorrei dirti questo in conclusione di dialogo. Vorrei formulare un paradosso, dimostrandoti che non è poi così tanto un paradosso: per me l'arte e la critica sono due forme di arte. L'arte è un'arte figurativa che lavora con immagini e la critica è un'arte figurativa che lavora con le parole. Ma questo dovrebbe sembrarci meno strano oggi che, alla luce di decenni di arte concettuale, abbiamo visto le arti figurative impugnare le parole in ambiti figurativi.
Ecco, e allora è proprio questo che vorrei dire in conclusione. Per me la critica d'arte è una forma d'arte che usa le parole per sgombrare le vie della Grazia delle immagini. È una forma d'arte figurativa e attinge a uno stesso deposito di senso originario, a uno stesso mandatario dell'arte figurativa in senso stretto e letterale.
Farsi carico di questo mandatario, sottomettersi a questo mandatario - le immagini madre - è per me quintessenzialmente cura.
Approfondimenti:
Michele Dantini, Le forme del divino, il Mulino, 2024
https://micheledantini.substack.com - progetto research-based di avvicinamento tra critica storia e pubblico lato motivato dalla necessità di ridurre la distanza e la separatezza dell’istituzione universitaria e contestualmente anche dall’impasse in cui sembra trovarsi l’informazione di settore
https://micheledantini.substack.com/p/arte-contemporanea1-appunti-per-lintroduzione - Arte contemporanea 1. Appunti per l'introduzione di una misura di grandezza
https://gemaeldegalerie.skd.museum/en/ - La Gemaldegalerie Alte Meister di Dresda
https://www.adelphi.it/libro/9788845901959 - Pavel Florenskij - Le porte regali Saggio sull’icona, Adelphi, 1977
Una Cura per l'Arte - Intervista a Michele Dantini - parte 1
Una Cura per l’Arte è una rubrica podcast, ideata e condotta da Diego Randazzo, inserita nel palinsesto informativo di Ansa.it. Questo format intende fornire una panoramica della curatela d’arte in Italia, colmare un gap informativo sull’arte contemporanea, approfondire filoni e concetti chiave dei linguaggi dell’arte attraverso le voci di curatrici, curatori e critici d’arte.
La critica d’arte? Una forma d’arte concettuale che usa le parole per liberare le immagini. Il punto di vista di Michele Dantini
ANSA - di Diego Randazzo
Nella quinta puntata del podcast Una cura per l’arte ci addentriamo nel mondo della critica d’arte. Ci accompagna Michele Dantini, critico, scrittore e accademico, professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università per Stranieri di Perugia. Grazie alla sua voce ci orienteremo in un territorio che ha ancora tanto da dire, riattivando delle parole che quotidianamente diamo per scontate. Come nasce la critica d’arte, cosa si intende per tradizione e cosa ci avvince in un capolavoro?
Qui di seguito la trascrizione letterale della prima parte della puntata, che, per esigenze di fruizione, riportiamo divisa in due parti. Qui potete trovare la seconda parte.
C.B. (Carmelo Bene)
’‘[…] certamente non possono (i giornalisti) perché loro dovrebbero essere degli artisti. Cioè torniamo sempre a Oscar Wilde, aveva ragione, che poi la massima è di Diderot, non è nemmeno di Wilde, l’ho scoperto dopo.
L’immaginazione imita, dice Diderot/Wilde, e lo spirito critico invece è quello che crea.
Questa critica così creativa, da quotidiano, io non la ritengo assolutamente capace. E’ inutile anche insultarli, guadagnano così poco. Quindi lo spirito critico […]’’.
D.R.
Nelle puntate precedenti abbiamo cercato di dare un profilo, forma e sostanza alla professione della curatela, grazie alle voci di quattro curatrici. All'interno del discorso si sono avvicendate opinioni diverse, cercando anche di definire il ruolo della critica d'arte. Dopo quattro puntate i contorni di questa professione penso che siano ancora piuttosto misteriosi e un po sfocati, perciò occorre rimediare.
‘L'immaginazione imita, mentre lo spirito critico crea’ ci ricorda Carmelo Bene citando Diderot e Oscar Wilde nella sequenza introduttiva di questo podcast, tratta dal mediometraggio Il Principe Cestinato del 1976, realizzato da Carlo Rafele durante le prove dello spettacolo Un Amleto di meno. Lo ritengo un contributo veramente prezioso che ci introduce immediatamente nel tema della puntata di oggi, la critica d’arte. Ma lo fa con un pretesto del tutto insolito. Infatti, Carmelo Bene, intervistato dallo studioso Maurizio Grande, sosteneva che lo spirito critico fosse una prerogativa artistica, a tutti gli effetti un atto di creazione, di cui la stampa e la critica teatrale erano inesorabilmente sprovviste.
Benvenuti alla quinta puntata di Una Cura per l'arte. Io sono Diego Randazzo, artista visivo, e da tanti anni mi occupo delle produzioni podcast di Ansa.it. L'ospite di quest'oggi è Michele Dantini, critico, scrittore, accademico, professore ordinario di Storia dell'Arte contemporanea presso l'Università per Stranieri di Perugia, che ci guiderà in profondità nel senso, nei luoghi e nelle forme della critica d'arte.
Michele Dantini, come sempre ci piace iniziare da qualche spunto biografico. Cominciamo con le origini. Come è avvenuta la tua iniziazione al mondo dell’arte? E come si è sviluppata la tua professione attuale?
M.D.
Sono cresciuto in una famiglia molto attenta all'arte, molto interessata alle immagini, per cui ho dei bellissimi ricordi, dei ricordi davvero luminosi e grati di visite nei musei, di visite alle chiese fiorentine, di Roma, di Napoli o di Genova compiute con i miei genitori. Con l'indice di mio padre o di mia madre che mi aiutava a decifrare queste grandi immagini circondate da cornici dorate che ai miei occhi di bambino erano misteriose. Ricordo anche esperienze contemporanee, una mostra di Marc Chagall che fu al tempo, ho scoperto poi, così importante a Palazzo Pitti a Firenze, che poi portai come tema nell'esame di quinta elementare.
Mi aveva colpito moltissimo, probabilmente la mia educazione visiva si è svolta anche in parte tra Chagall e Walt Disney. Leggevo tantissimo Topolino, Paperino, per non parlare poi delle illustrazioni ottocentesche dei romanzi d'avventura, di Verne, di Salgari, che anche in questo caso ho scoperto poi esser stato un nutrimento comune a me e a tanti artisti che vanno per la maggiore degli anni ’60 e ’70. Faccio due nomi, Pascali e Boetti, che sono tutti e due appassionati lettori di Salgari.
L'occhio del critico si forma attraverso innumerevoli esperienze visive, che però sono esperienze estetiche ed estatiche. Cioè le competenze che si acquisiscono attraverso i libri, gli strumenti di lettura, tutto ciò che passa per vie di apprendimento, disciplinare e razionale è importantissimo ed entra in un processo creativo che è unico, però poi, a decidere di tutto, a impaginare le competenze, a dargli forza, a renderle intuitive, a renderle applicabili, è una misteriosa corrispondenza di amorosi sensi, che si stabilisce tra l'occhio e determinate famiglie e repertori di immagini a un determinato momento. Anche questo cambia nel corso del tempo, perché noi stessi cambiamo. Allora mi piace ricordare un periodo di acculturazione selvaggia dell'occhio negli anni che ho trascorso alla Scuola Normale Superiore di Pisa. I quattro anni della laurea e i tre anni del dottorato con maestri così formidabili per certi versi come Paola Barocchi, Paolo Fossati, Enrico Castelnuovo, Haskell che passava, Contini, ormai molto anziano, Garin, mi ricordo le sue lezioni di Philosophia perennis, in cui il discorso sull'immagine relativa all'ambiente del Neoplatonismo fiorentino era molto pronunciato.
D.R.
Il tuo è un percorso puntellato di geografie, viaggi, musei. Qual è un luogo che ti ha segnato in particolare?
M.D.
Certo il mio Grand Tour era il mio movimento costante tra Parigi, Monaco, Berlina, Dresda, Londra, Atene, Düsseldorf, Colonia, Berna, Ginevra, Francoforte, Basilea, New York, Boston. Luoghi che sono stati davvero zodiacali, nel senso che hanno deciso poi una scelta, non voglio dire una vocazione, ma una scelta professionale e cioè… Dresda, nel 1987, DDR.
La città era ancora un cumulo di macerie come l'avevano lasciata i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale in quello che fu uno degli olocausti di civili più atroci, ovviamente fatta eccezione per la Shoah, perché sostanzialmente un impiego di un numero sconvolgente di bombe al fosforo aveva creato una nube di fuoco sulla città che stazionò per giorni e tutti bruciarono, anche coloro che avevano cercato riparo nei bunker.
Dresda era rimasta così, un cumulo di macerie per volontà dell'occupante sovietico, a documento della ferocia angloamericana. E quindi arrivare a Dresda, con un treno impossibile, la mattina presto e trovare ancora l'abside della cattedrale completamente scoperchiata con dei rampicanti che si avvolgevano attorno alle colonnine delle bifore, delle trifore ed una distesa infinita di macerie cariate dal sole, dalle intemperie. E poi in questo scenario fosco di rovine, di mutilazioni, di una storia europea che era quella dell'Ancien Regime, del settecento, di questa città meravigliosa che veniva chiamata la Firenze sull'Elba, trovarsi improvvisamente al centro di una collezione di quadri, quella della Gemäldegalerie Alte Meister, senza pari.
I più bei Correggio, la Madonna Sistina di Raffaello, ma altresì il Vermeer forse più bello al mondo. Una collezione senza pari, un luogo preservato miracolosamente dai massacri, dalle distruzioni della storia a cui arrivavo attraverso fervide letture di viaggiatori che nei secoli erano stati a Dresda, dal settecento in poi, a rendere omaggio a questa meraviglia di collezione.
Mi ricordo l'emozione dei quadri di Bellotto, nipote di Canaletto, ce ne sono a decine lì, che io osservavo col binocolo da teatro, per scrutare i dettagli e godere di questa luce meravigliosa del settecento veneziano trasferito sull'Elba, in Nord Europa, per decifrare queste vedute di città, di una Dresda che ancora non è, ovviamente intatta, anzi fiorente.
Naturalmente il mio percorso non finisce qua, perché è stato un percorso che si è nutrito anche di professionismo artistico. Io, per dieci anni, ho lasciato l’Università e c'è stata una cesura nel mio percorso accademico. Ho lasciato una cattedra, ho continuato a fare ricerca ma in maniera indipendente e ho fatto progetti d’arte, ho fatto l'artista, con due profili emersi, l'uno artistico e l'altro scientifico.
Non era semplice, ma è stato proprio in questi dieci anni, grosso modo il primo decennio del nuovo millennio, in cui ho realizzato mostre e dato corso a progetti a loro modo abbastanza folli, che però sono stati molto importanti per me, per capire da dentro il congegno: il rapporto con i curatori, il rapporto con i musei, le pubbliche relazioni, lo scrupolo nel lavoro anche nella sua comunicazione, in tutte le fasi. Ho lavorato molto sui confini dell'Occidente, un lavoro tra antropologia e Fine Arts, per cui calavo la mia tenda in luoghi veramente off the beaten track: le isole del golfo di Guinea, Principe, Annobon, Caraibi minori, sulle tracce di comunità anarco-radicali, che si erano costituite tra seicento e settecento. Bucanieri e schiavi fuggitivi, Maroons, le prime comunità radicali della Storia che si erano costituite nascondendosi nelle foreste lussureggianti, sul fondo di grandi caldere vulcaniche. Io scalavo queste montagne, poi mi immergevo in questa fanghiglia, che c'era sul fondo delle caldere, generalmente scivolosissime. E lì sono nati dei progetti di lungo corso in cui la ricognizione, l'archeologia, si incrociava ad un'elaborazione profondamente individuale. E anche questo ha finito poi per decidere di un mio gusto, di una mia capacità, di una mia prontezza a valutare immagini.
D.R.
Critico d'arte, scrittore, docente, accademico. Quali di questi ruoli, professioni e quale funzione ti definisce più accuratamente? Come si legano tra di loro?
M.D.
Forse vorrei definirmi un critico scrittore, rivendicando anche l'originalità o la rarità di questa posizione oggi. Cioè un critico per cui non è tanto la promozione sul mercato o la complicità con artisti a essere un elemento decisivo, ma è l'accensione delle immagini o la risposta, una risposta attrezzata alle immagini.
Quindi un critico scrittore, in una tradizione che ha avuto forse nell'ottocento, i suoi culmini. Penso ovviamente a Baudelaire, a Fénéon - che ha riverberato altissimo livello anche nella cultura italiana tra le due guerre - penso a Longhi. Ecco questa tradizione sicuramente mi appartiene. Naturalmente non è per me questione di bella prosa o di prosa d’arte, è questione di comprensione. Cioè è un'arte, la critica, che dal mio punto di vista ha le virtù di responsabilità, di referenzialità della scienza. Quindi tutto, dalla scelta degli strumenti, alla scelta lessicale, non dovrebbe essere frutto di un capriccio, di un'idiosincrasia, né di un autocompiacimento, ma ha senso perché apre su mondi storici. E quindi proprio il rispetto della complessità e della distanza per me è un elemento fondamentale e in questo senso mi definisco un critico scrittore che è tutt'altra cosa rispetto ad un curatore.
E da questa posizione poi ho sviluppato anche la mia revisione o, per certi versi, decostruzione della Storia dell'Arte italiana del novecento quale noi abbiamo ricevuto, soprattutto del secondo novecento, in cui io vedo un regime abusante della parola sull'immagine, una critica dottrinaria, spesso strumentale. Quindi ho cercato di tornare vicino alle immagini, di liberare le immagini dalla pesantezza che le opprime. Questa è esattamente una posizione da critico scrittore, responsabile nei confronti delle immagini, prima ancora che nei confronti degli artisti (vorrei introdurre questa distinzione che per me ha qualche importanza). E questo ho fatto, occupandomi soprattutto di Arte Povera, usandola come laboratorio, come officina di decostruzione di un esercizio di potere da parte della parola sull'immagine.
D.R
Ed ora arriviamo ad una domanda fondamentale. Come e quando nasce la critica d’arte?
M.D.
Partiamo appunto da un aforisma. La critica come nasce, mi chiedi tu? La critica nasce dalla meraviglia, ti rispondo io. Nasce da qualcosa che ha davvero dei connotati misteriosi, di estatica adesione ad un’immagine, che evidentemente è per te il messaggio dell'imperatore in quel momento. Quando il messaggio dell'imperatore ti raggiunge, si crea una vibrazione all'unisono. Accade raramente, ma è questo il diapason su cui accordare tutta l'attività critica, se la intendiamo naturalmente come un'attività essa stessa artistica, sia pur provvista di un'attrezzatura scientifica e di una rara perspicacia.
Quindi la critica nasce dalla meraviglia e poi fiorisce nel regno del discernimento sottile, storico, teorico, lessicale. Quindi è anche un'attività profondamente intellettiva e analitica.
Come definire la critica se non come esprit de finesse, in termini non definibili. Un non metodo che sta al di là dei metodi, nel senso che li consuma e li presuppone, non nel senso che ne è privo. Li presuppone tutti e li usa per vie di affinità, all’occorrenza e in modo estremamente versatile.
L’INTERVISTA continua nella seconda parte.
Qui il link (una volta pubblicata la seconda parte)
Approfondimenti:
Michele Dantini, Le forme del divino, il Mulino, 2024
https://micheledantini.substack.com - progetto research-based di avvicinamento tra critica storia e pubblico lato motivato dalla necessità di ridurre la distanza e la separatezza dell’istituzione universitaria e contestualmente anche dall’impasse in cui sembra trovarsi l’informazione di settore
https://micheledantini.substack.com/p/arte-contemporanea1-appunti-per-lintroduzione - Arte contemporanea 1. Appunti per l'introduzione di una misura di grandezza
https://gemaeldegalerie.skd.museum/en/ - La Gemaldegalerie Alte Meister di Dresda
https://www.adelphi.it/libro/9788845901959 - Pavel Florenskij - Le porte regali Saggio sull’icona, Adelphi, 1977
Habermas - Nella spirale dei pensieri
La sfera pubblica
Una decina di anni fa Jürgen Habermas ha concesso un’intervista a Markus Schwerin per la Frankfurter Rundschau, in cui prendeva corpo la svolta della sua interpretazione sul ruolo di Internet nella formazione della “sfera pubblica e deliberativa” della contemporaneità, con un cambio di impostazione rispetto allo scetticismo dei primi anni Duemila. Il percorso di valutazione della Rete si sarebbe concluso con la pubblicazione nel 2022 di Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, con una nuova diagnosi sullo stato dell’opinone pubblica nella vita politica delle democrazie liberali. La questione dei media nello sviluppo della discussione critica si è sempre trovato al centro della riflessione di Habermas, che ha raggiunto la fama internazionale nel 1962 con la pubblicazione del suo primo saggio (una rielaborazione della sua tesi di dottorato), Storia e critica dell’opinione pubblica.
La creazione di uno spazio pubblico in cui sia possibile il dibattito razionale infatti coincide con il processo di legittimazione del potere, e di fondazione della deliberazione democratica. I meccanismi di confronto e azione comunicativa si presentano in Habermas come la generalizzazione degli ambienti liberali del periodo illuministico, che hanno accompagnato e sostenuto la nascita dei primi giornali. La funzione delle testate era anzitutto ideologica, rivolta alla critica del potere assoluto, in favore della trasparenza della gestione statale e della libertà di pensiero. Il passaggio alle istituzioni della democrazia di massa tra Otto e Novecento ha innescato una metamorfosi dei quotidiani e delle riviste, che si sono adeguati alla configurazione capitalistica delle altre imprese private. Nel momento in cui l’utilità pubblica viene subordinata alle esigenze della redditività, la ricerca del consenso assume un valore più rilevante dello stimolo al dialogo. La manipolazione dell’opinione finisce per prevalere sull’obiettivo di alimentare un dialogo razionale che conduca alla deliberazione fondata sul discorso migliore. Al contempo, l’organizzazione imprenditoriale dei giornali cade in un conflitto di interessi strutturale, perché la missione di sorveglianza sul potere dovrebbe sottoporre a vigilanza il dispotismo economico in cui sono coinvolti i proprietari o i finanziatori delle case editrici.
I giornali vivono quindi un’ambivalenza di fondo, tra la funzione democratica del dibattito pubblico, e la funzione commerciale di sostegno della propaganda – spesso attraverso una degenerazione nell’intrattenimento.
Le ambiguità della Rete
Le prime elaborazioni teoretiche di Habermas su internet sono state improntate allo scetticismo. Alcuni elementi di questa riflessione preliminare si sono conservati fino al saggio del 2022: il focus sulla frammentazione del discorso si costituisce come un leitmotiv dell’analisi della Rete. Sotto questo riguardo il pensiero di Habermas converge con le analisi critiche sulle echo chambers che si sviluppano nelle nicchie di conversazione su forum e social media. L’isolamento dei vari gruppi conduce ad una polverizzazione delle posizioni ideologiche, senza che si riesca a stabilire una gerarchia di rilevanza dei problemi, né a costruire un dibattito con riferimenti e dizionari coerenti per rendere possibile il confronto razionale.
L’intervista con Markus Schwerin introduce però altri motivi di indagine, che conducono verso l’articolazione più complessa della concettualizzazione del nuovo mutamento nella sfera pubblica. Alla domanda «Internet è vantaggioso o svantaggioso per la democrazia?», Habermas rispondeva così:
«Non è né l'una né l'altra cosa. Dopo l'invenzione della scrittura e della stampa, la comunicazione digitale rappresenta la terza grande innovazione nel campo dei media. Con la loro introduzione, queste tre forme di media hanno permesso a un numero sempre crescente di persone di accedere a una massa sempre maggiore di informazioni. Queste informazioni sono state create per essere sempre più durature e accessibili con maggiore facilità. Con l'ultimo passo, rappresentato da Internet, ci troviamo di fronte a una sorta di "attivazione" in cui i lettori stessi diventano autori. Tuttavia, questo di per sé non si traduce automaticamente in un progresso a livello della sfera pubblica. Nel corso del XIX secolo – grazie ai libri e ai quotidiani – abbiamo assistito alla nascita di sfere pubbliche nazionali in cui l'attenzione di un numero imprecisato di persone poteva concentrarsi simultaneamente sugli stessi identici problemi. Ciò, tuttavia, non dipendeva dal livello tecnico con cui i fatti venivano moltiplicati, accelerati e resi duraturi. In fondo, si tratta degli stessi movimenti centrifughi che si verificano ancora oggi sul web. La sfera pubblica classica, al contrario, nasceva dal fatto che l'attenzione di un pubblico anonimo si "concentrava" su poche questioni politicamente rilevanti che dovevano essere regolate. Questo è ciò che il web non sa produrre. Al contrario, il web distrae e disperde. Si pensi, ad esempio, alle migliaia di portali che nascono ogni giorno: per i collezionisti di francobolli, per gli studiosi di diritto costituzionale europeo, per i gruppi di supporto per gli ex alcolisti. Nel mare magnum del rumore digitale, queste comunità comunicative sono come arcipelaghi dispersi: ce ne sono miliardi. Ciò che manca a questi spazi comunicativi (chiusi in se stessi) è un legame inclusivo, la forza inclusiva di una sfera pubblica che metta in luce ciò che è realmente importante. Per creare questa "concentrazione", è innanzitutto necessario saper scegliere – conoscere e commentare – i contributi, le informazioni e le tematiche rilevanti. Insomma, anche nel mare magnum del rumore digitale, le competenze del buon vecchio giornalismo – necessarie oggi come lo erano ieri – non devono andare perdute».
La possibilità da parte dei cittadini di non essere solo recettori del dibattito, e di recitare anche la parte degli autori nella discussione, si scontra con gli effetti controproducenti di alcune condizioni, che si aggiungono alle echo chambers. La disintermediazione dai giornali infatti elimina la selezione degli argomenti di interesse collettivo, e l’elaborazione del dizionario comune per discuterne, che appartenevano al funzionamento tradizionale della sfera pubblica. Il rischio di manipolazioni e distorsioni diventa una criticità di portata inedita.
Inoltre, la tendenza dei social media (e della Rete in generale) è la polarizzazione delle opinioni, con l’indebolimento complessivo delle pratiche comunicative che dovrebbero condurre alla deliberazione. Inclusione, trasparenza, imparzialità, autonomia della ragione, sono valori minacciati dall’introversione dello spazio pubblico in una miriade di spazi privati, quelli delle nicchie con i loro leader e influencer locali.
La minaccia incombe sulla lucidità della ragione illuministica che Habermas invoca come fondamento della legittimità del potere democratico. La sua riflessione nell’intervista con Schwerin prosegue infatti in questo modo:
«In una società pluralista, il processo democratico è l'unica fonte di decisioni riconosciute come legittime. Da un lato, questo processo garantisce l'inclusione (ovvero la partecipazione di tutti i cittadini), dall'altro, la deliberazione (ad esempio, le campagne elettorali e i dibattiti parlamentari, sulla base di ciò che l'elettorato e i legislatori decidono di scegliere). Proprio grazie a questo elemento di dibattito pubblico – un dibattito che deve avvenire prima del voto – il risultato delle elezioni politiche (la ripartizione del potere tra partiti rivali) è qualcosa di diverso da un semplice sondaggio d'opinione. Ciò non ha molto a che fare con i processi di conoscenza scientifica, quanto con l'aspettativa che i problemi politici possano essere affrontati con la soluzione più razionale possibile. Questa “aspettativa di razionalità” richiede infatti che – nella formulazione di proposte significative – informazioni affidabili e buone ragioni siano pubblicamente messe sul tavolo. In questo processo, le ragioni normative spesso giocano un ruolo più importante dei dati empirici effettivi o delle analisi degli esperti. In ogni caso devono sempre essere ragioni capaci di “quantificare”. Questa dimensione cognitiva della formazione della volontà (sia dei cittadini che dei politici) assume un’importanza ancora maggiore quando l’orizzonte di incertezza, in cui dobbiamo prendere decisioni, cresce».
La fiducia nella forza della ragione e del dialogo rimarranno tra gli insegnamenti più significativi che Habermas ci abbia lasciato in eredità.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
J. Habermas, M. Schwerin, Im Sog der Gedanken, «Frankfurter Rundschau», 14/15 giugno 2014.
J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza 2005.
J. Habermas, Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, Raffaello Cortina Editore, 2023.
150 anni fa, il primo numero del Corriere della Sera: un giornale nuovo, nato vecchio
Eugenio Torelli Viollier[1] (Napoli 1842 – Milano 1900), giornalista, idealmente garibaldino e anche assistente di Alexandre Dumas padre (autore, fra gli altri, de I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, Il tulipano nero), fondò a Milano nel febbraio del 1876 Il Corriere della Sera, foglio destinato a diventare nel tempo il primo quotidiano italiano.
L’editoriale[2] del 5 marzo 1876 (non firmato, ma attribuibile a Torelli Viollier stesso) è un misto di arroganza, protervia e false promesse. Tralasciando le prime due (tipiche di chi vuol crearsi uno spazio sgomitando e promettendo di vendere una merce rara, che nel mercato scarseggia), mi concentrerò sulle ultime. In particolare, l’autore (rivolgendosi direttamente ai suoi lettori) scrive:
“Pubblico, vogliamo parlarti chiaro (…) Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola (…) dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro”.
Fatti e parole
L’idea che i fatti siano separati dalle parole è antica, oserei dire vecchia. È figlia della locuzione latina, resa celebre da un discorso di Caio Tito al senato romano, che afferma: “verba volant, scripta manent”. A significare sia che è sempre meglio mettere "nero su bianco" un accordo, invece di accontentarsi di patti verbali, facilmente contestabili a posteriori[3]; sia aver prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre costituire documenti incontrovertibili[4].
Questa concezione delle parole, del linguaggio, è stata uno dei capisaldi dell’ideologia modernista. Come ricorda lo studioso Bruno Latour in Non siamo mai stati moderni (1993), la modernità si fonda (tra l’altro) su una serie di coppie oppositive: natura versus cultura, fatti versus opinioni, umani versus non umani, scienza versus tecnologia, teoria versus pratica, pubblico versus privato ecc. Dicotomie che occultano ideologicamente la natura ibrida di questi mondi che si propagandano come separati, ma che sono costantemente e inestricabilmente compenetrati (infatti Latour parlava di ‘naturacultura’, tecnoscienza’ ecc.).
Per cui l’editoriale di Torelli Viollier è figlio della modernità.
In realtà, fatti e parole sono inseparabili.
Vi è una lunga tradizione, costituita da molteplici discipline (la sociolinguistica, la sociologia del linguaggio, una parte della filosofia del linguaggio, l’antropologia linguistica, l’etnometodologia, l’interazionismo, il costruttivismo, gli studi delle scienze e delle tecnologie ecc.) che mostra proprio questo. A partire dagli scritti, pubblicati postumi, del filosofo del linguaggio John Langshaw Austin, raggruppati sotto il titolo significativo “Come fare cose con le parole” (1962), in cui lo studioso oxoniense mostra come molte delle cose che diciamo siano veri e propri “atti linguistici” (illocutivi e perlocutivi), cioè azioni fatte con le parole, con gli enunciati. Segnando così una svolta, da una concezione del linguaggio inteso come descrizione del mondo a una del linguaggio come azione.
Ma letteratura sull’argomento è davvero sterminata e in un post non si possono fare che dei brevi accenni.
L’abbattimento delle Torri Gemelle
Il caso è noto a tuttə.
Qualche giorno dopo l'11 settembre 2001, nelle alte sfere della politica e nei mass media, s’innescò un dibattito: si trattava di un “atto di terrorismo” o di un “atto di guerra” ? (Ne abbiamo parlato anche qui). All’apparenza sembrerebbe una questione puramente nominalistica. D’altra parte, i fatti stanno da una parte e le parole d’altra.
Eppure, il problema di come chiamare, di quale nome (termine) dare a quell’evento (referente) e di quale significato attribuirgli, sembrò tutt’altro che banale. La definizione dell’evento non era un semplice esercizio intellettuale ma avrebbe avuto conseguenze pratiche notevoli; avrebbe pesantemente inciso sulla realtà dei fatti che si sarebbero succeduti. Infatti, se si fosse chiamato “atto di guerra”, essendo gli Stati Uniti uno dei componenti dell’alleanza difensiva denominata N.A.T.O. (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico), il cui art. 5 dispone che gli Stati membri si impegnano a considerare atto di aggressione contro tutti i membri l’attacco armato perpetrato da qualsiasi Stato contro di essi, gli altri Stati membri, tra cui Inghilterra, Francia, Germania, Italia ecc., sarebbero anch’essi entrati in guerra. Se invece si fosse chiamato “atto di terrorismo” gli Stati Uniti avrebbero dovuto rispondere da soli a questo evento. Come si può vedere una bella differenza, quasi un’esagerazione, per essere la conseguenza di una (apparentemente semplice) decisione sul nome da appiccicare a un evento. Ma c’è di più.
Le torri erano edifici assicurati. I risarcimenti sono stabiliti dal tipo di contratto stipulato, con le relative clausole. In questo caso le torri erano assicurate “solo” contro atti terroristici, non contro atti di guerra. Per cui la definizione dell’evento avrebbe comportato altre conseguenze pratiche.
Non ci credete?
Allora provate con il seguente esercizio…
Le manifestazioni studentesche a Hong Kong nell’estate-autunno del 2019
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Secondo voi, chi sono? Come li chiamereste? Che parola scegliereste per descrivere queste persone?
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A seconda della parola scelta, si costruisce un fatto diverso.
E il governo di Hong Kong decise di classificarlə come «rivoltosi». Peccato che, per la legislazione di quel Paese, unə “rivoltosə” rischia fino a 10 anni di carcere…
Dov’è allora il fatto separato dalla parola?
In conclusione
Per citarne unə fra moltə, il linguista inglese Michael Halliday in Language and society (2007) scrive che il linguaggio non rappresenta la realtà, ma la costituisce; non la denota semplicemente, ma la connota. Le strutture linguistiche non sono così passive da meramente riflettere, rispecchiare la struttura sociale. Esse hanno un ruolo molto più attivo. Esse realizzano la struttura sociale, la riproducono, la mantengono.
Per cui il linguaggio costruisce la realtà. E le parole costruiscono i fatti.
Ma il Corriere della Sera (come quasi tuttə ə giornalistə) sembra non essersene ancora accorto.
NOTE:
[1] Il suo cognome è formato da quello del padre (Francesco Torrelli) e della madre (Joséphine Viollier). Un anticipatore della legge sul doppio cognome.
[2] https://www.corriere.it/sette/26_marzo_06/editoriale-primo-numero-corriere-della-sera-pubblico-vogliamo-parlarti-chiaro-2f9c9733-1dcc-45ab-9d81-09528f3ebxlk.shtml.
[3] Michail Gorbačëv, allora leader sovietico, non dev’essere stato a conoscenza di questa locuzione dal momento che non fece mettere per iscritto le (presunte) promesse fattegli dal Segretario di Stato USA James Baker e dai leader occidentali (nel 1990) durante i negoziati per la riunificazione tedesca, quando gli assicurarono che la NATO non si sarebbe estesa "di un pollice verso est" (vedi https://www.startmag.it/mondo/nato-est/; https://www.panorama.it/attualita/allargamento-nato-carte-national-security-archive).
[4] Tuttavia, va ricordato che in origine questo proverbio aveva una valenza del tutto opposta. Nasce, infatti, nella cultura orale e stava a indicare che le parole sono calde, capaci di elevarsi, viaggiare, raggiungere il cuore delle persone, far emozionare; mentre gli scritti sono piatti, freddi, fissi e immobili.
Mangiare con la mente: gastrofisica e food design tra percezione, esperienza e responsabilità
La gastrofisica, disciplina che studia il modo in cui i sensi e i processi cognitivi influenzano la percezione del cibo, sta progressivamente ridefinendo il concetto stesso di esperienza gastronomica. Cerchiamo di esplorare il dialogo tra gastrofisica e food design, evidenziando come il gusto non sia un dato oggettivo ma il risultato di una complessa interazione tra stimoli sensoriali, contesto, aspettative e significati simbolici. Il food design è analizzato nella sua forma di pratica progettuale, capace di integrare conoscenze scientifiche e dimensioni culturali, estetiche ed etiche, ponendo particolare attenzione alle implicazioni per la sostenibilità, la riduzione dello spreco alimentare e il benessere del consumatore. In questa prospettiva, la gastrofisica non viene intesa come semplice strumento di ottimizzazione sensoriale, ma come chiave critica per ripensare il rapporto tra individuo, cibo e ambiente.
Mangiare è un atto quotidiano che, nella sua apparente semplicità, racchiude una complessità sorprendente. Sarebbe molto interessante riuscire a scardinare l’opinione comune che si ha del gusto inteso come tale ma ciò non sembra essere possibile. È, invece, possibile comprendere come mai il gusto non è mai solo gusto.
Per lungo tempo il gusto è stato considerato una proprietà intrinseca del cibo, qualcosa che risiede nella materia prima o nella sua preparazione tecnica. Tuttavia, numerosi studi negli ultimi decenni hanno messo in discussione questa visione riduzionista, mostrando come l’esperienza gastronomica sia il risultato di una costruzione percettiva e cognitiva, profondamente influenzata dal contesto, dalle aspettative e dall’interazione tra i sensi.
GASTROFISICA
È in questo frangente che si colloca la gastrofisica, una disciplina ibrida che interseca neuroscienze, psicologia cognitiva e scienze sensoriali. La gastrofisica si propone di indagare come assaggiamo realmente il cibo, tutto quello che risiede dietro al semplice assaggio di una qualsivoglia pietanza.
Parallelamente il food design ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dall’estetica del piatto alla progettazione sistemica dell’esperienza alimentare. Mettere in dialogo gastrofisica e food design significa interrogarsi non solo su come percepiamo il cibo, ma su come questa percezione venga progettata, orientata, declinata e molto spesso problematizzata. L’obiettivo di questa analisi è esplorare il rapporto tra queste due prospettive, evidenziandone le potenzialità ma anche le tensioni, in particolare sul piano etico e culturale. In questa chiave, il gusto smette di essere un dato naturale e diventa un oggetto di progetto.
La gastrofisica nasce dal superamento dell’idea che il gusto sia riconducibile esclusivamente alle papille gustative. Il cibo non è più un semplice mezzo di nutrimento, bensì un’esperienza vera e propria che mostra come dal cibo emerga un’interazione di stimoli visivi, olfattivi, tattili, uditivi e cognitivi.
DAL CIBO AL SOGGETTO CHE MANGIA
Questa visione sposta l’attenzione dal cibo in sé al soggetto stesso che ne fa uso e consumo, sottolineando come il soggetto vivente abbia un ruolo attivo nel “costruire” il gusto.
Pertanto, mangiare equivale non solo a ricevere uno stimolo sensoriale, ma a interpretarlo sulla base di aspettative, memorie e contesti culturali. Ad esempio, servire un vino in un contesto molto elegante farà accentuare il valore che si attribuisce al vino servito; oppure un piatto viene giudicato più saporito se associato ad una narrazione coerente. Non sono illusioni, bensì esempi concreti di come può funzionare la percezione umana.
Quello che si vuole dire è che la materialità del cibo è fondamentale, ma la gastrofisica ne ridimensiona la portata. Secondo tale prospettiva assaporare il gusto è un’esperienza emergente, situata e relazionale, non è più solo una qualità oggettiva e universale.
Il food design si inserisce in questo scenario come pratica capace di tradurre le conoscenze sulla percezione in scelte progettuali consapevoli. Lontano dall’essere una semplice declinazione estetica della cucina, il food design opera su più livelli: materiali, simbolici e relazionali. Progettare il cibo significa progettare oggetti, spazi, rituali, packaging, servizi e narrazioni che accompagnano l’atto del mangiare. In questa prospettiva, il designer non interviene solo sulla forma, ma sulla costruzione di senso. Il piatto non è più un contenitore neutro, ma un dispositivo comunicativo; il contesto di consumo non è uno sfondo passivo, ma parte integrante dell’esperienza. Il food design assume così una funzione di mediazione tra saperi scientifici, cultura gastronomica e comportamenti sociali.
L’incontro con la gastrofisica rafforza questa dimensione progettuale, offrendo strumenti per comprendere come determinate scelte influenzino la percezione del gusto.
Però, questo incontro non è privo di ambiguità. Se, da un lato, apre nuove possibilità creative, dall’altro, solleva interrogativi sul confine tra progettazione dell’esperienza e manipolazione della percezione.
Il pensiero che sta dietro questa affermazione è veicolato da un nesso molto semplice che ha a che fare con la manipolazione che spesso le forme più scorrette di marketing attuano nei confronti della platea dei consumatori. Non è sbagliato vendere un prodotto in modo tale da far pensare all’utente finale che quel determinato oggetto o servizio possa fornire un vantaggio, un beneficio o solo un momentaneo risvolto positivo. È, invece, sbagliato far passare un messaggio che non rispecchia la realtà.
PROGETTAZIONE DI ESPERIENZE PERCETTIVE
Negli ultimi anni molti prodotti ultra-processati (barrette, snack, yogurt aromatizzati, bevande vegetali zuccherate) vengono progettati attraverso strategie di food design e neuromarketing per apparire più sani di quanto siano realmente. Non è il prodotto a essere sano: è l’esperienza percettiva a essere progettata come tale, a partire dalla micronarrazione e dal naming: termini come balance, pure, active, nature e light costruiscono un’immagine positiva prima dell’assaggio e fanno in modo che questa immagine a priori, che non ha niente a che fare con la vera natura del prodotto offerto, influenzi favorevolmente l’esperienza.
Anche i colori e i materiali hanno un ruolo centrale in queste operazioni, poiché carta grezza o colori pastello, come verde e beige, tendono a caricare il prodotto di un valore “naturale” e puro, attivando associazioni mentali con artigianalità e sostenibilità. Il punto critico di questa trattazione risiede non tanto nella falsità implicita, quanto più nella dissonanza tra composizione reale del prodotto e percezione indotta. Il consumatore non viene informato male, ma viene guidato percettivamente verso una valutazione errata.
Quando la progettazione dell’esperienza sostituisce la qualità del contenuto, il food design smette di essere mediazione culturale e diventa simulazione, se non inganno.
TENSIONI E POTENZIALITÀ
E tutto questo cos’ha a che fare con la gastrofisica? Banalmente, tutte queste progettazioni, volenti o nolenti, rientrano in uno spettro di azione della gastrofisica stessa, anche se l’intenzione iniziale non era quella. L’applicazione dei principi gastrofisici al food design è ormai diffusa in molti ambiti, dalla ristorazione di alta gamma al marketing alimentare. È noto, ad esempio, che piatti di colore scuro tendano a intensificare la percezione di dolcezza, o che posate più pesanti siano associate a una maggiore qualità percepita del cibo. Allo stesso modo, il suono croccante di un alimento può amplificarne la freschezza percepita, indipendentemente dalla sua composizione reale. Questi meccanismi, se utilizzati in modo consapevole, possono arricchire l’esperienza gastronomica, rendendola più coerente e coinvolgente.
Tuttavia, è proprio qui che emergono le prime tensioni.
Quando la gastrofisica viene impiegata per compensare la scarsa qualità di un prodotto o per indurre aspettative ingannevoli, il rischio è quello di trasformare il progetto in uno strumento di manipolazione. D’altra parte, però, la sua potenza può essere usata come facilitatore di comportamenti virtuosi.
Una delle direzioni più interessanti del dialogo tra gastrofisica e food design riguarda, infatti, il tema della sostenibilità. Se la percezione del gusto è influenzabile, allora è possibile utilizzarne i meccanismi non solo per aumentare il piacere immediato, ma per orientare comportamenti più responsabili. Migliorare l’accettabilità di cibi a basso impatto ambientale, ridurre lo spreco alimentare o favorire un consumo più consapevole sono obiettivi che possono beneficiare di un approccio percettivo informato. In questo contesto, il food design diventa uno strumento educativo oltre che esperienziale.
Progettare il gusto significa anche progettare un rapporto diverso con il cibo, meno basato sull’eccesso e più attento alla qualità complessiva dell’esperienza. La gastrofisica può supportare questa transizione, a patto di essere inserita in una cornice etica chiara. Il punto non è “ingannare” il palato, ma riconoscere che ogni esperienza alimentare è già, di per sé, una costruzione. Rendere espliciti i meccanismi percettivi può aiutare a restituire al consumatore un ruolo più attivo e consapevole, anziché ridurlo a destinatario passivo di stimoli progettati. Il confronto tra gastrofisica e food design mette in evidenza come il gusto non sia un dato naturale, ma un fenomeno complesso, situato all’incrocio tra percezione, cultura e progetto. Considerare il gusto come oggetto di progetto implica una responsabilità culturale ed etica. Progettare l’esperienza alimentare significa intervenire su comportamenti, desideri e immaginari collettivi.
Il gusto, in definitiva, non è nel piatto: è nello spazio che si crea tra ciò che mangiamo, come lo mangiamo e il significato che attribuiamo a quell’esperienza. Ed è proprio in questo spazio che food design e gastrofisica possono contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’alimentazione.












