Mangiare con la mente: gastrofisica e food design tra percezione, esperienza e responsabilità
La gastrofisica, disciplina che studia il modo in cui i sensi e i processi cognitivi influenzano la percezione del cibo, sta progressivamente ridefinendo il concetto stesso di esperienza gastronomica. Cerchiamo di esplorare il dialogo tra gastrofisica e food design, evidenziando come il gusto non sia un dato oggettivo ma il risultato di una complessa interazione tra stimoli sensoriali, contesto, aspettative e significati simbolici. Il food design è analizzato nella sua forma di pratica progettuale, capace di integrare conoscenze scientifiche e dimensioni culturali, estetiche ed etiche, ponendo particolare attenzione alle implicazioni per la sostenibilità, la riduzione dello spreco alimentare e il benessere del consumatore. In questa prospettiva, la gastrofisica non viene intesa come semplice strumento di ottimizzazione sensoriale, ma come chiave critica per ripensare il rapporto tra individuo, cibo e ambiente.
Mangiare è un atto quotidiano che, nella sua apparente semplicità, racchiude una complessità sorprendente. Sarebbe molto interessante riuscire a scardinare l’opinione comune che si ha del gusto inteso come tale ma ciò non sembra essere possibile. È, invece, possibile comprendere come mai il gusto non è mai solo gusto.
Per lungo tempo il gusto è stato considerato una proprietà intrinseca del cibo, qualcosa che risiede nella materia prima o nella sua preparazione tecnica. Tuttavia, numerosi studi negli ultimi decenni hanno messo in discussione questa visione riduzionista, mostrando come l’esperienza gastronomica sia il risultato di una costruzione percettiva e cognitiva, profondamente influenzata dal contesto, dalle aspettative e dall’interazione tra i sensi.
GASTROFISICA
È in questo frangente che si colloca la gastrofisica, una disciplina ibrida che interseca neuroscienze, psicologia cognitiva e scienze sensoriali. La gastrofisica si propone di indagare come assaggiamo realmente il cibo, tutto quello che risiede dietro al semplice assaggio di una qualsivoglia pietanza.
Parallelamente il food design ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dall’estetica del piatto alla progettazione sistemica dell’esperienza alimentare. Mettere in dialogo gastrofisica e food design significa interrogarsi non solo su come percepiamo il cibo, ma su come questa percezione venga progettata, orientata, declinata e molto spesso problematizzata. L’obiettivo di questa analisi è esplorare il rapporto tra queste due prospettive, evidenziandone le potenzialità ma anche le tensioni, in particolare sul piano etico e culturale. In questa chiave, il gusto smette di essere un dato naturale e diventa un oggetto di progetto.
La gastrofisica nasce dal superamento dell’idea che il gusto sia riconducibile esclusivamente alle papille gustative. Il cibo non è più un semplice mezzo di nutrimento, bensì un’esperienza vera e propria che mostra come dal cibo emerga un’interazione di stimoli visivi, olfattivi, tattili, uditivi e cognitivi.
DAL CIBO AL SOGGETTO CHE MANGIA
Questa visione sposta l’attenzione dal cibo in sé al soggetto stesso che ne fa uso e consumo, sottolineando come il soggetto vivente abbia un ruolo attivo nel “costruire” il gusto.
Pertanto, mangiare equivale non solo a ricevere uno stimolo sensoriale, ma a interpretarlo sulla base di aspettative, memorie e contesti culturali. Ad esempio, servire un vino in un contesto molto elegante farà accentuare il valore che si attribuisce al vino servito; oppure un piatto viene giudicato più saporito se associato ad una narrazione coerente. Non sono illusioni, bensì esempi concreti di come può funzionare la percezione umana.
Quello che si vuole dire è che la materialità del cibo è fondamentale, ma la gastrofisica ne ridimensiona la portata. Secondo tale prospettiva assaporare il gusto è un’esperienza emergente, situata e relazionale, non è più solo una qualità oggettiva e universale.
Il food design si inserisce in questo scenario come pratica capace di tradurre le conoscenze sulla percezione in scelte progettuali consapevoli. Lontano dall’essere una semplice declinazione estetica della cucina, il food design opera su più livelli: materiali, simbolici e relazionali. Progettare il cibo significa progettare oggetti, spazi, rituali, packaging, servizi e narrazioni che accompagnano l’atto del mangiare. In questa prospettiva, il designer non interviene solo sulla forma, ma sulla costruzione di senso. Il piatto non è più un contenitore neutro, ma un dispositivo comunicativo; il contesto di consumo non è uno sfondo passivo, ma parte integrante dell’esperienza. Il food design assume così una funzione di mediazione tra saperi scientifici, cultura gastronomica e comportamenti sociali.
L’incontro con la gastrofisica rafforza questa dimensione progettuale, offrendo strumenti per comprendere come determinate scelte influenzino la percezione del gusto.
Però, questo incontro non è privo di ambiguità. Se, da un lato, apre nuove possibilità creative, dall’altro, solleva interrogativi sul confine tra progettazione dell’esperienza e manipolazione della percezione.
Il pensiero che sta dietro questa affermazione è veicolato da un nesso molto semplice che ha a che fare con la manipolazione che spesso le forme più scorrette di marketing attuano nei confronti della platea dei consumatori. Non è sbagliato vendere un prodotto in modo tale da far pensare all’utente finale che quel determinato oggetto o servizio possa fornire un vantaggio, un beneficio o solo un momentaneo risvolto positivo. È, invece, sbagliato far passare un messaggio che non rispecchia la realtà.
PROGETTAZIONE DI ESPERIENZE PERCETTIVE
Negli ultimi anni molti prodotti ultra-processati (barrette, snack, yogurt aromatizzati, bevande vegetali zuccherate) vengono progettati attraverso strategie di food design e neuromarketing per apparire più sani di quanto siano realmente. Non è il prodotto a essere sano: è l’esperienza percettiva a essere progettata come tale, a partire dalla micronarrazione e dal naming: termini come balance, pure, active, nature e light costruiscono un’immagine positiva prima dell’assaggio e fanno in modo che questa immagine a priori, che non ha niente a che fare con la vera natura del prodotto offerto, influenzi favorevolmente l’esperienza.
Anche i colori e i materiali hanno un ruolo centrale in queste operazioni, poiché carta grezza o colori pastello, come verde e beige, tendono a caricare il prodotto di un valore “naturale” e puro, attivando associazioni mentali con artigianalità e sostenibilità. Il punto critico di questa trattazione risiede non tanto nella falsità implicita, quanto più nella dissonanza tra composizione reale del prodotto e percezione indotta. Il consumatore non viene informato male, ma viene guidato percettivamente verso una valutazione errata.
Quando la progettazione dell’esperienza sostituisce la qualità del contenuto, il food design smette di essere mediazione culturale e diventa simulazione, se non inganno.
TENSIONI E POTENZIALITÀ
E tutto questo cos’ha a che fare con la gastrofisica? Banalmente, tutte queste progettazioni, volenti o nolenti, rientrano in uno spettro di azione della gastrofisica stessa, anche se l’intenzione iniziale non era quella. L’applicazione dei principi gastrofisici al food design è ormai diffusa in molti ambiti, dalla ristorazione di alta gamma al marketing alimentare. È noto, ad esempio, che piatti di colore scuro tendano a intensificare la percezione di dolcezza, o che posate più pesanti siano associate a una maggiore qualità percepita del cibo. Allo stesso modo, il suono croccante di un alimento può amplificarne la freschezza percepita, indipendentemente dalla sua composizione reale. Questi meccanismi, se utilizzati in modo consapevole, possono arricchire l’esperienza gastronomica, rendendola più coerente e coinvolgente.
Tuttavia, è proprio qui che emergono le prime tensioni.
Quando la gastrofisica viene impiegata per compensare la scarsa qualità di un prodotto o per indurre aspettative ingannevoli, il rischio è quello di trasformare il progetto in uno strumento di manipolazione. D’altra parte, però, la sua potenza può essere usata come facilitatore di comportamenti virtuosi.
Una delle direzioni più interessanti del dialogo tra gastrofisica e food design riguarda, infatti, il tema della sostenibilità. Se la percezione del gusto è influenzabile, allora è possibile utilizzarne i meccanismi non solo per aumentare il piacere immediato, ma per orientare comportamenti più responsabili. Migliorare l’accettabilità di cibi a basso impatto ambientale, ridurre lo spreco alimentare o favorire un consumo più consapevole sono obiettivi che possono beneficiare di un approccio percettivo informato. In questo contesto, il food design diventa uno strumento educativo oltre che esperienziale.
Progettare il gusto significa anche progettare un rapporto diverso con il cibo, meno basato sull’eccesso e più attento alla qualità complessiva dell’esperienza. La gastrofisica può supportare questa transizione, a patto di essere inserita in una cornice etica chiara. Il punto non è “ingannare” il palato, ma riconoscere che ogni esperienza alimentare è già, di per sé, una costruzione. Rendere espliciti i meccanismi percettivi può aiutare a restituire al consumatore un ruolo più attivo e consapevole, anziché ridurlo a destinatario passivo di stimoli progettati. Il confronto tra gastrofisica e food design mette in evidenza come il gusto non sia un dato naturale, ma un fenomeno complesso, situato all’incrocio tra percezione, cultura e progetto. Considerare il gusto come oggetto di progetto implica una responsabilità culturale ed etica. Progettare l’esperienza alimentare significa intervenire su comportamenti, desideri e immaginari collettivi.
Il gusto, in definitiva, non è nel piatto: è nello spazio che si crea tra ciò che mangiamo, come lo mangiamo e il significato che attribuiamo a quell’esperienza. Ed è proprio in questo spazio che food design e gastrofisica possono contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’alimentazione.
La svalutazione delle competenze. Le responsabilità di scienziati e giornalisti.
Da molto tempo si parla di “crisi delle competenze” (expertise). Con questa espressione si intende la tendenza a non dare sufficiente credito e importanza al parere degli esperti, dei tecnici, degli scienziati, dei possessori di conoscenze specifiche. In sostanza, delle persone competenti. Vi è, quindi, in atto una sorta di delegittimazione dell’autorità intellettuale. L’avevano già evidenziato Collins ed Evans con Rethinking Expertise (2007), Nichols (2017) con The Death of Expertise, Eyal con The Crisis of Expertise (2019).
Responsabili di tutto ciò sono spesso additati, di volta in volta, internet (famosa è l’espressione “doctor Google”, per cui le persone si fanno auto-diagnosi e si curano cercando in rete i rimedi), i social media (dove troviamo gruppi che forniscono pareri su qualsiasi cosa e contestano le affermazioni di scienziati), il populismo che ritiene che gli esperti frenino la democrazia, i politici (come Trump, Bolsonaro ecc.)…
Ma siamo proprio sicuri che essi siano i veri responsabili? Non potrebbe essere che la crisi delle competenze sia (almeno in parte) causata proprio dai… competenti?
Questa ipotesi, apparentemente assurda, emerge da una nostra ricerca sulla fiducia negli scienziati[1]. Come altre ricerche hanno evidenziato[2], dopo l’epidemia di SARS-COV-2, abbiamo assistito a un declino della fiducia nei confronti degli scienziati. Che era molto alta. Per cui declino significa che è scesa, non che è sparita (come qualcuno potrebbe frettolosamente pensare).
I risultati della ricerca sollevano dubbi sulle recenti teorie che assegnano un forte ruolo ai social network e alle fake news nella sempre maggior diffusione del cosiddetto ‘antiscientismo’ (Moran, 2020). Sicuramente (e anche il nostro sondaggio lo rileva) le persone più critiche nei confronti della scienza e degli scienziati sono assidui frequentatori dei social network. Tuttavia, le persone che li utilizzano come fonte primaria sono molto poche (3%). Da qui, la nostra ipotesi che siano proprio i media tradizionali (TV in primis), nei quali è presente un diffuso scientismo rinforzato anche dalla richiesta di certezze (fatta agli scienziati) da parte dei conduttori televisivi, ad alimentare (indirettamente e inconsapevolmente) un crescente atteggiamento critico nei confronti della scienza, che può sconfinare anche in un sentimento antiscientifico. Questi atteggiamenti sono, in parte, la conseguenza di previsioni (statistiche e non) non avveratisi (Campo et al. 2021); del disorientamento e confusione nell’opinione pubblica a seguito dei conflitti televisivi fra scienziati; della disillusione nello scoprire che alcune promesse d’uscita dall’emergenza non sono state mantenute. Quelli elencati sono peraltro anche alcuni degli annosi nodi irrisolti della medicina (cfr. Lello, 2020; Hornsey, Lobera e Díaz-Catalán, 2020).
A ciò vanno aggiunte le dinamiche conflittuali che, sebbene connaturate al dibattito scientifico, sono state amplificate dai processi di spettacolarizzazione della scienza che hanno avuto luogo durante l’epidemia. Nonostante la visibilità pubblica di alcuni scienziati non sia un fenomeno nuovo, l’epidemia ha dato alla comunità scientifica un’esposizione mediale inedita. Gli stessi media, inoltre, hanno in gran parte “premiato” proprio gli scienziati maggiormente noti e visibili nel dibattito pubblico, nonché tendenti a comportarsi come “attori mediali” (quindi più “televisivi”), inclini all’assertività, alla polemica o alla dichiarazione a effetto (anche a scapito della chiarezza informativa); spesso al mero fine di aumentare l’audience. Inevitabilmente, ciò ha portato a esasperare ulteriormente il livello di conflittualità.
A tal fine, Nucci e Scaglioni (2022) hanno parlato di “iatrodemia”, cioè epidemia di medici in TV: «gettandosi nell’arena tra polemisti, nani e ballerine, hanno portato la medicina sul terreno delle opinioni. Il problema è che la scienza non è un’opinione. E che questa percezione cambia il nostro modo di considerare il rischio e la malattia» (p. 11).
Secondo gli autori, il risultato è la perdita di autorevolezza dei medici, a favore del rafforzamento del pensiero antiscientifico, proprio nel momento in cui la fiducia nella classe medica sarebbe cruciale. Infatti, essi sostengono che dalle prime fasi della pandemia abbiamo assistito, da un lato, alla depoliticizzazione delle decisioni sanitarie, presentate come scelte ‘tecniche’ dettate da ‘esperti’, dunque indiscutibili; dall’altro, alla politicizzazione dei medici, che alle prime opinioni divergenti sono diventati i principali alfieri di questa o quella battaglia. Così arriviamo a oggi, gli autori concludono, con medici onnipresenti in tv, che ormai danno anche chiari segni di appartenenza politica.
LO SCIENZIATO PASSE-PARTOUT
Ma c’è ancora un altro fenomeno, ancor più recente: lo scienziato prêt-à-porter o passe-partout. Infatti, sempre più e soprattutto nelle scienze naturali, fisiche, matematiche e anche mediche, gli scienziati esprimono pubblicamente le loro opinioni a proposito di ambiti che esulano dalla loro specifica area di competenza. E se un fisico (Giorgio Parisi) (anziché un epidemiologo) si mette a parlare di previsioni sul virus; un virologo (Burioni) (e non un medico di famiglia o ospedaliero) di pazienti e terapie anti-Covid; una farmacologa (Cattaneo), un virologo (Burioni), un fisico (Parisi) o un immunologo (Viola), un biochimico e biologo molecolare convertito all’analisi di Big Data e Reti Sociali per lo sviluppo biofarmaceutico (Enrico Bucci) (e non un agronomo) di agricoltura biodinamica; una biologa molecolare (Gallavotti) o un neurologo (e non uno psicologo o sociologo) di cosa passa per la mente di un no-vax, ecc. i loro interventi potrebbero (indirettamente e inconsapevolmente) veicolare il tacito messaggio che gli stessi scienziati non ritengono le competenze così fondamentali e che ognuno può cimentarsi in temi che sono altri rispetto al suo oggetto di studio.
Questo fenomeno si ripresenta ormai con modalità simili a ogni nuovo tema che conquisti l’agenda setting. Un tempo erano i sociologi a essere accusati di parlare di tutto; ora il ruolo del tuttologo lo stanno, pian piano, assumendo i fisici e i matematici (Rovelli, Odifreddi) che si esprimono su tutto. Anche sulla guerra in Ucraina o in Israele.
Facendo il verso ai giornalisti, che sono ormai diventati i campioni di tuttologia: lo stesso giornalista ormai scrive di vaccini, guerra, antisemitismo, cambiamenti climatici, femminicidi, patriarcato ecc.
Non ci credete? Fate una prova: prendete il nome di una nota firma, e guardate di cosa ha scritto negli ultimi tre mesi. Scoprirete delle menti enciclopediche in formato tabloid. Per cui, forse, sono proprio loro ad ammazzare la competenza.
In conclusione, la crisi delle competenze e della legittimità dei saperi sembra essere non solo il prodotto di forze esterne alla scienza, ma anche degli scienziati mediali stessi (Gobo e Campo, 2021).
NOTE:
[1] Gobo G., Serafini L., Campo E., e Caserini A. (2022), Covid-19 e fiducia negli scienziati. Uno studio pilota sui lettori di due giornali online, in Comunicazione Politica, 23(1), pp. 19-38.
[2] Di ricerche ce ne sono molte, con esiti opposti. Alcune dicono che la fiducia è calata, altre che è cresciuta o è rimasta stabilmente alta. Sono ricerche non comparabili perché condotte con domande molto diverse. In altre parole, sono le domande dei questionari a costruire (almeno parzialmente) le opinioni degli intervistati. Osservazione banale, ma quasi sempre dimenticata.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Campo, E., Gobo, G., Galeotti, M. e Parra Saiani, P. (2021). Limiti e fallimenti dei modelli epidemiologici e previsionali nell’epidemia di SARS-COV-2, in A. Favretto, A. Maturo e S. Tomelleri (a cura di) L'impatto Sociale del Covid-19 (pp. 39-48). Milano: Franco Angeli.
Collins, H. and Evans, R. (2007) Rethinking Expertise, Chicago, University of Chicago Press.
Eyal, G. (2019) The Crisis of Expertise, Cambridge, Polity Press.
Gobo, G. e Campo E. (2021). Covid-19 in Italy: should sociology matter? The European Sociologist, 46 (12).
Hornsey M.J., Lobera J. e Díaz-Catalán C. (2020). Vaccine hesitancy is strongly associated with distrust of conventional medicine, and only weakly associated with trust in alternative medicine. Social Science & Medicine, 255: 113019.
Lello E. (2020). Populismo antiscientifico o nodi irrisolti della biomedicina? Prospettive a confronto intorno al movimento free vax. Rassegna Italiana di Sociologia, 3, 479-508.
Moran P. (2020). Social Media: A Pandemic of Misinformation. The American Journal of Medicine, 133 (11), 1247-1248.
Nichols, Tom (2017), The Death of Expertise: The Campaign Against Established Knowledge and Why It Matters, Oxford, Oxford University Press.
Nucci, P. e Scaglioni, M. (2022), Iatrodemia. Vizi e virtu' dei medici in TV, Milano: Piemme.
Come funziona la propaganda israeliana (e come smontarla con Freud)
Nella costruzione delle menzogne c’è una legge ferrea: più l’accusa è infamante, più probabilmente è una proiezione. Una regola che vale nel linguaggio della politica – soprattutto in guerra – dove le parole non descrivono la realtà: spesso la capovolgono. È un meccanismo noto alla psicoanalisi. Freud lo chiamava Verdrängung, rovesciamento proiettivo: ciò che si attribuisce all’altro è spesso ciò che si teme o si compie in prima persona. Jung avrebbe parlato di ombra: chi accusa, spesso confessa. La propaganda funziona così. E funziona proprio perché opera sul piano emotivo, non su quello razionale.
Pensiamo per esempio alla lunga polemica, tutt’ora in corso, sull’uso della parola proibita ‘genocidio’. A pronunciarla per la prima volta in diretta e su un canale Rai fu il cantante Ghali sul palco di Sanremo. Il giorno dopo, il 12 febbraio 2024, su Il Giornale, la giornalista Fiamma Nirenstein pubblicò un articolo indignato. L’elenco delle accuse da lei mosse – “menzogna antisraeliana”, “macchina di distruzione”, “gruppo nazista”, “leggende del sangue”, “rischio mondiale come al tempo di Hitler” – è un esempio perfetto di come la retorica bellica costruisca un mondo specchiato, dove l’immagine dell’avversario diventa contenitore di ogni colpa. Per questo l’articolo è un caso-studio ideale per applicare la lente freudiana del transfer: non perché sia datato, ma perché è esemplare.
L’interesse dell’articolo, oggi, non è nella polemica contingente, ma nella sua utilità come caso di studio. È perché quel testo contiene, in forma quasi scolastica, tutti i meccanismi della propaganda israeliana che negli ultimi due anni si sono radicalizzati e normalizzati nello spazio pubblico. La parola che allora aveva fatto saltare il circuito – genocidio, pronunciata da Ghali sul palco di Sanremo – è la stessa che oggi l’ONU, i tribunali internazionali e una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale usano apertamente per descrivere ciò che è avvenuto e avviene a Gaza.
Se si applica il modello psicoanalitico – il rovesciamento proiettivo – il testo si legge come un sogno: il contenuto manifesto (ciò che appare) svela un contenuto latente (ciò che si teme o si vuole occultare). Per chiarezza: non significa che ogni accusa sia automaticamente falsa. Significa che il modo in cui vengono formulate rivela molto del funzionamento interno della propaganda.
Scelgo quell’articolo perché non è un’eccezione, ma un paradigma. E scelgo Fiamma Nirenstein non per ragioni personali, ma perché da decenni rappresenta in Italia una delle voci più note e ascoltate fra quelle fedeli alla narrativa ufficiale israeliana: una figura pubblica, istituzionalizzata, capace di trasformare posizioni politiche in senso comune mediatico. Da questo punto di vista, il suo articolo è prezioso: non per ciò che afferma, ma per ciò che involontariamente rivela fra le righe.
La propaganda come proiezione
In quell’articolo - da manuale perfino nel titolo, “Amadeus non sente di doversi scusare? E la funzionaria Onu va allontanata”-, fra le tante cose Nirenstein scriveva indignata “Non è possibile che durante il Festival un cantante si prenda la libertà di dare del genocida a Israele, costretto per pura autodifesa a combattere la guerra più difficile (...). Israele combatte su 800 chilometri di gallerie contro un gruppo nazista (...). Hamas ha trasformato Gaza in una macchina di distruzione (...). Israele segue le norme internazionali (...). Mentre i kibbutz vengono evacuati e le famiglie piangono i loro cari, nessuno sembra preoccuparsene: sono ebrei (...). I media diffondono le leggende del sangue di Gaza (...). Il rischio è mondiale, proprio come al tempo di Hitler.”
A distanza di ventisei mesi, quelle righe suonano come un’autodenuncia. Tutto ciò che vi è contenuto, parola per parola, va letto alla rovescia. Come la fodera di un vecchio cappotto che, capovolto, mostra l’interno cucito male della narrazione dominante. La lettura “per inversione semantica”, in chiave di transfer e proiezione psicologica, dove l’accusatore si rivela attraverso le proprie stesse accuse, diventa così uno strumento chiave per verificarne e, nel caso, neutralizzarne i meccanismi. Se applichiamo infatti alla retorica della propaganda sionista la tecnica freudiana del rovesciamento proiettivo, l’accusa diventa una confessione, la “difesa” una maschera del crimine, ogni appello morale un auto-smascheramento.
La Nirenstein, mentre crede di parlare dei palestinesi, parla di Israele. Nel tentativo di spostare il male sull’altro, finisce per descrivere il proprio. E non perché lo voglia: ma perché il linguaggio, come l’inconscio, tradisce sempre la verità che tenta di occultare. Da storica e studiosa, ho imparato che i testi di propaganda funzionano esattamente come i sogni: il contenuto manifesto (ciò che appare) è un travestimento del contenuto latente (ciò che davvero si teme). E se applichiamo alla retorica sionista la tecnica freudiana del rovesciamento proiettivo, il discorso si decodifica da sé: ogni accusa si rovescia in confessione, ogni “difesa” in giustificazione del crimine, ogni appello morale in auto-smascheramento.
Leggere “alla rovescia”
L’era dell’avvento dell’Iran e di Hamas, scrive la Nirenstein, produce un rombo sordo. Ma il rombo sordo è quello dei bombardamenti israeliani che in questi due anni hanno cancellato Gaza dal mondo visibile, nel silenzio televisivo e nella complicità delle cancellerie di mezzo mondo che questo genocidio l'hanno finanziato, legittimato e supportato.
Non è “pura autodifesa”, è l’eco di una guerra scelta, premeditata, che si nutre di ogni accusa per trasformarla in alibi. Un cantante osa pronunciare la parola “genocidio”, e subito la macchina mediatica si indigna. Non perché quella parola sia falsa, ma perché è vera, troppo vera, e il sistema che si regge sull’inversione semantica non può tollerare che qualcuno la pronunci dal palco di Sanremo, davanti a milioni di persone.
Si invoca la “menzogna antisraeliana”, ma la menzogna è quella che viene spacciata per verità: un racconto in cui l’occupante diventa vittima, l’assediato diventa carnefice, e i morti di Gaza spariscono sotto il tappeto morale dell’Occidente. Non c’è “Bella ciao”, scrive la penna della mistificazione, ed è vero: non c’è Bella ciao, perché quella canzone non può convivere con chi ne tradisce il senso, giustificando l’oppressione e ribattezzandola “difesa”.
Si parla di “13 mila missili” ma non si contano le decine di migliaia di civili palestinesi uccisi che molto probabilmente sono centinaia di migliaia. Ma nemmeno questo si può dire, anzi la macchina della propaganda nega persino i numeri (al ribasso), dati dal Ministero della salute di Gaza, perché, questo è il mantra ripetuto da ogni singola redazione, "è controllato da Hamas".
Si elencano “stupri e mutilazioni” attribuiti a Hamas, ma non si nomina lo stupro collettivo di una popolazione intera, bombardata, affamata, privata di tutto. Si descrive Gaza come “una macchina di distruzione”, ma Gaza è la città distrutta — non la distruttrice. Il “gruppo nazista” non è quello che vive assediato senza acqua né elettricità, ma quello che utilizza i civili come bersagli e chiama “scudi umani” i corpi dei bambini che uccide. “Israele segue le norme internazionali”: una frase che risuona come un ossimoro perfetto, perché nessuno Stato che rispetti le norme internazionali può annientare un popolo intero in diretta mondiale con il benestare dei governi del cosiddetto Occidente. “Ruba gli aiuti umanitari”, dicono di Hamas, mentre le stesse agenzie delle Nazioni Unite denunciano i blocchi e i bombardamenti israeliani contro i convogli di cibo e medicinali. “Nasconde i rapiti nei tunnel”, ma chi nasconde la verità nei bunker della censura è Tel Aviv, non Gaza. E chi nasconde gli ostaggi e li seppellisce, senza accuse e senza processi, in campi detentivi di tortura è Israele, non Gaza. Si piangono “i kibbutz evacuati”, ma non si menzionano le centinaia di migliaia di famiglie palestinesi cancellate, i genitori che scavano con le mani nude tra le macerie.
Non si dice che Israele ha distrutto oltre l'83% di tutti gli edifici presenti nella Striscia. Praticamente non esiste più nulla a Gaza. “Ma a chi importa nulla? Sono ebrei”. No: non è l’ebraismo a essere rifiutato, bensì l’uso blasfemo del suo nome usato per giustificare la barbarie. Quando poi la Nirenstein parla delle “leggende del sangue”, l’inconscio collettivo della propaganda si tradisce del tutto: perché la sete di sangue evocata non è quella dell’antico antisemitismo, ma quella, concretissima, del potere che non sopporta limiti né vergogna. Chi accusa gli altri di “leggenda del sangue” è colui che sta versando sangue reale, e lo sa. E infine, la chiusura perfetta del cerchio: “Come al tempo di Hitler, il rischio è mondiale”. Sì, è mondiale ma non nel senso in cui lo intende l’autrice. È mondiale perché un sistema mediatico-politico, erede di quelle stesse dinamiche di disumanizzazione, oggi si traveste da vittima per perpetuare la violenza sotto nuove bandiere.
Il linguaggio come campo di battaglia e atto di resistenza
In questa retorica capovolta, ogni parola è un’arma. “Difesa”, “sicurezza”, “terrorismo”, “antisemitismo”, parole svuotate e riempite di nuovo significato, fino a non significare più nulla.
È la neolingua del nostro tempo, e ha lo stesso effetto del gas anestetico: ottunde, confonde, fa accettare l’inaccettabile. Per questo, la battaglia oggi non è solo politica o militare. È linguistica.
Chi controlla il linguaggio controlla la percezione del reale. E chi accetta le parole della propaganda accetta, senza accorgersene, la sua logica di dominio.
Smontare la propaganda israeliana non significa negare il dolore delle vittime israeliane, ma restituire alla parola verità il suo senso. Significa riconoscere che la memoria della Shoah, patrimonio universale, non può essere brandita come scudo ideologico per giustificare un altro sterminio. Significa, infine, capire che la prima vittima di ogni guerra è la lingua e che dalla lingua deve partire la costruzione della resistenza e dello smascheramento.
Leggere un testo come quello della Nirenstein “alla rovescia” non è un esercizio di stile, ma un atto di igiene mentale. È l’unico modo per uscire dal labirinto delle narrazioni invertite, dove la colpa cambia nome e la realtà si piega come un metallo caldo. Il rischio è davvero mondiale, sì. Perché la menzogna è globale.
E perché la propaganda, quando si traveste da memoria, diventa la più pericolosa delle amnesie.
Le parole della Nirenstein secondo il metodo del transfer
Appunti completi sull'articolo:
“L’era dell’avvento dell’Iran e di Hamas produce un rombo sordo.”. Vero, ma il rombo sordo è quello dei bombardamenti israeliani che hanno cancellato Gaza dalla faccia della terra e con lei si sono portati via decine di migliaia di vite, forse centinaia secondo alcune inchieste, riducendo la Striscia a un deserto fatto di morte e silenzio. Lì non c’è né autodifesa né difesa, c’è offensiva: una guerra scelta, pianificata, che si nutre di ogni accusa per trasformarla in alibi.
“Un cantante osa pronunciare la parola genocidio.”. E subito la macchina mediatica si indigna.
Non perché la parola sia falsa, ma perché è vera. Troppo vera. In un sistema che vive di inversione semantica e tiene in ostaggio le parole, la verità è l’unico scandalo intollerabile.
“La menzogna antisraeliana...”. Ma la menzogna è quella che viene spacciata per verità, e non da due anni ma da oltre un secolo: quella in cui l’occupante diventa vittima, l’assediato carnefice, i morti di Gaza “danni collaterali”. È un racconto costruito con la grammatica del capovolgimento: l’aggressione come difesa, l’espulsione come diritto, la devastazione come ordine morale.
“Non c’è Bella ciao.”. E in effetti non c’è, perché “Bella ciao” non può convivere con chi tradisce la sua eredità di resistenza. Non può cantarla chi giustifica l’oppressione e la ribattezza “difesa”.
“13mila missili... stupri... mutilazioni.”. Ogni cifra elencata serve a saturare l’immaginario, non a informare. Non si contano le oltre 200.000 tonnellate di esplosivo sganciate sulla Striscia, che oltre a mietere vittime e radere al suolo ogni cosa, hanno e stanno provocando un ecocidio di proporzioni devastanti. Non si parla delle decine di migliaia di civili palestinesi uccisi, molti più di quanti i bollettini ufficiali lascino trapelare. Anzi, si nega persino la validità delle fonti mediche di Gaza, col mantra automatico: “sono controllate da Hamas”. Un modo per cancellare, linguisticamente, i morti.
“Hamas ha trasformato Gaza in una macchina di distruzione.”. Ma Gaza è la città distrutta, non la distruttrice. Chi ha scavato 800 chilometri di tunnel lo ha fatto per rispondere a un assedio iniziato nel 2007, subito dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia con la vittoria politica e militare su Fatah. È l’esercito israeliano la macchina di distruzione, e Hamas è una creatura di Israele, alimentata e sostenuta sottobanco da Netanyahu, da ancora prima che vincesse le elezioni nella Striscia. Il “gruppo nazista” non è quello che vive assediato, senz’acqua né elettricità, ma quello che usa i civili come bersagli e chiama “scudi umani” i bambini che uccide.
“Israele segue le norme internazionali.”. Una formula che, in bocca alla propaganda, suona come un ossimoro: nessuno Stato che rispetti il diritto internazionale può annientare un popolo intero sotto gli occhi del mondo. Eppure, è accaduto. E continua ad accadere. E a poterlo testimoniare sono almeno 7 miliardi di esseri umani che crescentemente increduli e impotenti hanno dovuto assistere in diretta all’annientamento di un intero popolo.
“Hamas ruba gli aiuti umanitari.”. Lo dicono da mesi, mentre le stesse agenzie ONU denunciano i blocchi e i bombardamenti israeliani contro i convogli di cibo e medicinali. Il rovesciamento è totale: chi affama accusa l’affamato di rubare il pane.
“Nasconde i rapiti nei tunnel.”. Ma chi nasconde la verità nei tunnel della censura è Tel Aviv.
E chi seppellisce vivi i detenuti palestinesi, senza processo, nei campi militari del Negev è Israele, non Gaza.
“Si piangono i kibbutz evacuati...”. Ma non si menzionano le centinaia di migliaia di famiglie palestinesi cancellate.
Non si dice che Israele ha distrutto oltre l’80% degli edifici della Striscia: case, scuole, ospedali, università.
Praticamente, Gaza non esiste più.
“Ma a chi importa nulla? Sono ebrei.”. No. Non è l’ebraismo a essere rifiutato. È l’uso distorto, sacrilego, del suo nome per giustificare la violenza. È il ricatto morale che lega la memoria della Shoah al silenzio di oggi. Al quale si lega l’apice della proiezione: “Le leggende del sangue.”. Perché la sete di sangue evocata non è quella dell’antico antisemitismo, ma quella, concretissima, del potere che non sopporta limiti né vergogna: chi accusa gli altri di leggenda del sangue è colui che sta versando sangue reale, e lo sa.
“Come al tempo di Hitler, il rischio è mondiale.”. Sì. Ma non nel senso in cui lo intende l’autrice.
Il rischio è mondiale perché oggi la propaganda ha sostituito la memoria. Perché un sistema mediatico-politico, erede delle stesse dinamiche di disumanizzazione, si traveste da vittima per perpetuare la violenza sotto nuove bandiere.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
L’articolo originale di Fiamma Nirenstein è apparso su Il Giornale, 12 febbraio 2024:
https://www.ilgiornale.it/news/politica/amadeus-non-sente-doversi-scusare-e-funzionaria-onu-va-2282700.html?fbclid=IwY2xjawN_5UJleHRuA2FlbQIxMABicmlkETE3WnE4ZXNPSlVidDY4RkR4c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHudhHFz86oaJGTz1wmV-PNFtAjLljEBRlL1Wu11zJfnw2k_TxBqub4zHOTsd_aem_yGI3Pd66BwHKvnsslI5dOA



