Seguire la traiettoria di una parola significa guardare come il linguaggio possa, senza clamore, diventare strumento di controllo
Edward Said, figura imprescindibile per chiunque si occupi di Asia Occidentale, ci ha insegnato che l’Oriente è stato raccontato prima ancora di essere compreso, e spesso raccontato proprio per non doverlo capire. In Orientalismo mostrò con chiarezza devastante che prima ancora di essere un luogo, l’Oriente è stato un discorso: una costruzione dell’immaginario europeo, stratificata e resa naturale fino a sembrare inevitabile. Un Oriente immobile, esotico, irrazionale, utile più a chi lo descrive che a chi lo abita. Su quel territorio e su quei popoli, l’Europa ha proiettato paure, desideri, gerarchie, infantilizzazioni: l’Oriente come specchio deformante del potere occidentale.
Quello che continuiamo a chiamare impropriamente Medio Oriente e dovremmo invece definire Asia Occidentale, emerge così come uno spazio insieme osservato e inventato, studiato e tradito, una geografia colonizzata dall’immaginario prima ancora che dalla storia.
In questa prospettiva, il presente contributo si colloca nel solco della storia concettuale e adotta un approccio genealogico, in senso lato riconducibile alla riflessione di Michel Foucault. Non si tratta di una semplice evoluzione semantica: l’obiettivo è interrogare le condizioni storiche, politiche e culturali che hanno reso possibile la trasformazione di un lemma tecnico in dispositivo normativo. Seguendo la traiettoria del termine “semita”, l’analisi si muove tra filologia, storia delle idee e linguaggio politico, assumendo che le parole non siano soltanto strumenti di descrizione, ma anche luoghi di esercizio del potere.
Genealogia di una parola
Se l’Oriente può essere colonizzato dall’immaginario, non sorprende che anche le parole possano esserlo. Alcune diventano strumenti di dominio, cambiano padrone, assumono pesi e gerarchie che non possedevano. “Semita” è una di queste.
Nata come categoria linguistica, è stata trascinata fuori dal suo perimetro originario fino a diventare scorciatoia per indicare una razza, una religione, perfino un popolo. Una parola tecnica trasformata in marchio identitario, poi in strumento politico, infine in recinto morale. Eppure, c’è stato un tempo in cui non significava tutto questo: un periodo in cui un autorevole orientalista dell’Accademia dei Lincei, Ignazio Guidi, poteva ancora usarla nel suo senso filologico, prima che quel campo semantico venisse sequestrato e deformato.
A ritroso, da una nota incontrata in un libro di Speros Vryonis, in una Biblioteca di Istanbul, passando per Giorgio Levi Della Vida, sono arrivata fino a Guidi e ai suoi testi: è riaffiorata così una genealogia che impone di fare ordine. Guidi fu uno dei maggiori orientalisti e semitisti italiani del XIX secolo. Il saggio che presentò all’Accademia Nazionale dei Lincei, a Roma, nel 1879, La sede primitiva dei popoli semitici, aprì un ampio dibattito specialistico. Tornare oggi a questo testo non significa indulgere nell’erudizione antiquaria, quanto piuttosto risalire al momento in cui una parola ha smesso di descrivere qualcosa e ha cominciato a comandare qualcuno.
La tesi geografica di Guidi
Partendo da un assunto condiviso dalla linguistica comparata del tempo – l’esistenza di una famiglia linguistica semitica, comprendente ebraico, aramaico, arabo, accadico, etiopico e altre lingue – Guidi affronta un problema tipicamente ottocentesco: dove collocare la “culla” originaria di questo ceppo? Per lui, come tutti a quell’epoca, “semitico” è una categoria linguistica. Non condivide la teoria, allora diffusa, che ne collocava la sede primitiva in Mesopotamia. Attraverso l’analisi comparata del lessico comune ricostruibile, il confronto delle condizioni climatiche implicite nei termini condivisi e lo studio delle più antiche attestazioni storiche, arriva invece a postulare che quella sede debba essere cercata nella Penisola Arabica, intesa non come periferia ma come nucleo originario di irradiazione verso Mesopotamia, Siria e Africa. La sua tesi ebbe una certa influenza, pur senza chiudere un dibattito rimasto aperto e ancora oggi vivacissimo.
Il punto decisivo, però, è un altro. Per Guidi, “semitico” non designa né una razza né un’essenza etnica compatta: indica una famiglia linguistica, ricostruita attraverso il metodo comparativo. Il suo linguaggio risente ancora del lessico ottocentesco e parla di “popoli”, ma l’oggetto della sua indagine non è la dimostrazione di un “popolo semita” in senso biologico, bensì l’individuazione dell’area originaria dei parlanti di quel ceppo linguistico. Ed è qui che si apre il nodo destinato a pesare per oltre un secolo: il termine, derivato da Sem, figura biblica della genealogia di Noè, nasce in età moderna come categoria linguistica, viene naturalizzato nel XIX secolo in senso etnico-razziale e finisce poi, nel XX, per alimentare categorie ideologiche e politiche che ne deformano radicalmente il significato, fino a farne non più uno strumento di descrizione, ma un’etichetta di separazione, stigmatizzazione e morte.
Quando semita smette di essere solo un lemma linguistico
Questa è la storia di due traiettorie che si incrociano senza toccarsi: una filologica, l’altra ideologica. Guidi, paradossalmente, pubblica il suo studio nello stesso anno in cui la parola comincia a essere piegata in tutt’altra direzione. Nel 1879, infatti, il pubblicista tedesco Wilhelm Marr conia il termine Antisemitismus nel pamphlet Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum[1]. È lì che si produce la torsione fatale: “semita” smette di designare un ceppo linguistico e viene ristretto a sinonimo razzializzato di “ebreo”. L’ostilità antiebraica viene così riformulata come conflitto biologico tra “razze”, travestendo di pseudoscienza un pregiudizio assai più antico.
Nel frattempo, autori come Ernest Renan avevano già contribuito a spostare il termine dal terreno filologico a quello tipologico e gerarchico, contrapponendo una presunta “razza semitica” a una non meno immaginaria “razza ariana”. È a questo punto che un lemma tecnico comincia a caricarsi di un peso che non gli apparteneva.
Nel giro di pochi decenni la catena si stringe: “semita” da famiglia linguistica diventa razza, e da razza finisce per indicare quasi esclusivamente l’ebreo. Il paradosso è evidente: gli arabi sono, sul piano linguistico, semiti quanto gli ebrei; eppure, l’antisemitismo europeo non prende di mira “tutti i semiti” ma solo gli ebrei. Il termine viene così sottratto alla scienza e trasformato in marchio ideologico.
L’International Holocaust Remembrance Alliance
Dopo la Shoah, il termine “antisemitismo” entra a pieno titolo nel lessico morale, politico e giuridico internazionale. È inevitabile: dopo i campi di sterminio in cui furono assassinati milioni di ebrei – e altrettanti milioni di innocenti oggi sommersi dall’oblio, dunque uccisi due volte – nominare l’odio antiebraico in modo preciso diventa una necessità storica e civile.
Nel 1998 la task force da cui sarebbe nata l’IHRA — International Holocaust Remembrance Alliance — prende forma su iniziativa del premier svedese Göran Persson, con il robusto sostegno del primo ministro britannico Tony Blair e del presidente statunitense Bill Clinton. La sua origine non scaturisce da un consenso scientifico spontaneo ma da un’iniziativa politica precisa, maturata nel quadro euro-atlantico. Germania e Israele aderiscono quello stesso anno, seguiti nel 1999 da Paesi Bassi, Polonia, Francia e Italia.
Quella di Persson è una scelta politico-culturale precisa: fare della memoria della Shoah uno strumento di educazione civica, legittimazione democratica e proiezione internazionale. Il problema nasce col tempo, quando quell’iniziativa si trasforma in una infrastruttura politico-istituzionale molto influente, capace di produrre standard, definizioni e pressioni normative ben oltre il solo campo della memoria, incidendo sul lessico pubblico, sulle politiche universitarie e sui confini stessi del dissenso e della libertà di espressione, sostenuta da risorse economiche rilevanti, reti di pressione transnazionali e appoggi istituzionali strutturati, che ne ampliano progressivamente la capacità di penetrazione normativa.
Nascita della definizione operativa di antisemitismo
L’IHRA è un’organizzazione intergovernativa e la sua definizione si presenta formalmente come non vincolante; eppure, la sua fortuna politica e istituzionale è stata enorme. Nel 2016 formula una propria definizione operativa di antisemitismo – “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei” – accompagnandola con una serie di esempi illustrativi, diversi dei quali riguardano lo Stato di Israele. Il problema non è soltanto che la definizione sia controversa: è che la sua indeterminatezza lessicale, lungi dall’essere un limite secondario, costituisce il presupposto della sua efficacia politica. La sua forza non sta nella precisione, ma nell’ambiguità: abbastanza vaga da prestarsi a usi estensivi e abbastanza autorevole da imporsi come parametro di legittimazione del dicibile e come strumento di regolazione del dibattito pubblico.
Molti critici hanno osservato che non si tratta di una semplice definizione imperfetta, ma di una costruzione volutamente elastica e, in questo senso, radicalmente arbitraria: una formula che non chiarisce soltanto un fenomeno, ma ne estende il campo fino a includere ambiti di dissenso politico che con l’odio antiebraico non coincidono affatto.
Negli Stati Uniti e in Europa, la sua diffusione non è stata il prodotto di una spontanea convergenza scientifica, ma il risultato di una lunga opera di pressione politico-istituzionale, sostenuta da reti organizzate, interlocuzioni governative e da una progressiva traduzione normativa del tema. La definizione è stata così accreditata come standard privilegiato, nonostante le robuste e ben argomentate obiezioni provenienti da una parte significativa del mondo accademico e giuridico.
Il caso italiano lo mostra con particolare evidenza: il Senato della Repubblica ha approvato in prima lettura, il 4 marzo 2026, il disegno di legge n. 1004, d’iniziativa dei senatori Massimiliano Romeo, Daisy Pirovano e Giorgio Maria Bergesio, recante “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”. Il testo prevede l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA nell’ordinamento italiano. Nei materiali parlamentari del marzo 2026 compaiono inoltre emendamenti critici proprio contro tale riferimento, con obiezioni esplicite e richiami a definizioni alternative ritenute più chiare da alcuni senatori.
Una definizione controversa
Le obiezioni rivolte alla definizione dell’IHRA non riguardano la necessità di contrastare l’antisemitismo, ma il modo in cui esso viene definito e delimitato. I punti più contestati sono tre: la vaghezza della formula centrale, l’inclusione di esempi riferiti a Israele e il rischio di sovrapporre l’odio contro gli ebrei alla critica politica rivolta a uno Stato.
Anche per questo, nel 2021 è stata pubblicata la Jerusalem Declaration on Antisemitism, redatta da oltre 200 studiosi di studi ebraici, Shoah, Medio Oriente, diritto e discipline affini, con l’intento di offrire una definizione più chiara e meno suscettibile di applicazioni estensive o ambigue.
Nello stesso anno, in ambito accademico statunitense, è stato elaborato anche il Nexus Document, nato con analoga finalità chiarificatrice: distinguere con maggiore precisione ciò che costituisce effettivamente antisemitismo da ciò che rientra invece nel legittimo dissenso politico, anche quando questo dissenso investe sionismo, Israele e le sue politiche.
Questi testi non sono marginali. Sono il segno di una controversia reale e documentata, che attraversa università, istituzioni, parlamenti e opinione pubblica. Chi difende la definizione IHRA la considera uno strumento necessario per contrastare forme contemporanee di antisemitismo mascherate da antisionismo. Chi la critica teme invece che, proprio in virtù della sua elasticità, essa possa essere impiegata per comprimere la libertà accademica, culturale e politica.
È questo il nodo: non se l’antisemitismo esista, perché esiste, ma chi definisce il perimetro del dissenso, e con quali conseguenze.
Manipolare con cura
Questa ricostruzione della metamorfosi di uno dei lemmi più incandescenti del presente, nata da un libro trovato mentre ne cercavo un altro, aiuta a mettere a fuoco il punto essenziale: Guidi, nel 1879, lavorava ancora su una parola che era carta. Oggi quella stessa parola è diventata piombo.
“Semita” nasce come categoria linguistica. Poi viene razzializzata. Politicizzata. Infine, normativizzata. Oggi, a guardare l’uso che se ne fa, si direbbe entrata nella fase più cupa della sua metamorfosi: quella in cui la parola si è radicalizzata e non descrive più, ma colpisce.
Quando una parola cambia natura, cambia anche il campo del dicibile. E quando il linguaggio smette di descrivere il mondo per disciplinarlo, la filologia torna a essere una faccenda politica.
Le parole non sono innocenti.
Eppure nascono libere.
E non dovrebbero mai diventare monopolio.
Di nessuno.
NOTE:
[1] Il 1879, con la coniazione del termine Antisemitismus da parte di Wilhelm Marr, non segna l’inizio dell’ostilità verso gli ebrei, ampiamente attestata in età antica e medievale, ma un suo mutamento di statuto. La storiografia distingue infatti tra antigiudaismo premoderno, di matrice prevalentemente religiosa, e antisemitismo moderno, che riformula tale ostilità in termini razziali e pseudoscientifici. È questo passaggio, più che la persistenza del fenomeno, a costituire una cesura decisiva nella storia del concetto.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Edward Said, Orientalism, New York, Pantheon Books, 1978.
Reinhart Koselleck, Futures Past: On the Semantics of Historical Time, New York, Columbia University Press, 2004.
Shulamit Volkov, “Antisemitism as a Cultural Code”, Leo Baeck Institute Year Book, 23 (1978), pp. 25–46.
George L. Mosse, Toward the Final Solution: A History of European Racism, Madison, University of Wisconsin Press, 1985.
International Holocaust Remembrance Alliance, Working Definition of Antisemitism, 2016.
Jerusalem Declaration on Antisemitism, 2021.
Ignazio Guidi, La sede primitiva dei popoli semitici, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1879.
Autore
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Storica, ricercatrice e scrittrice, indaga le fratture della storia e le rimozioni dell’Occidente, dal conflitto israelo-palestinese alle manipolazioni linguistiche. Non allineata per scelta, esplora mondi, discipline e le sfide dell’intelligenza artificiale. Viaggiatrice e pellegrina, ha percorso 3.000 km a piedi in solitaria, 450 dei quali in Terra Santa. Camminare è il suo modo di pensare, un’indagine radicale dello spazio e del tempo. L’incontro e l’ascolto sono il fulcro del suo approccio: custodisce storie e testimonianze che continuano a formarla e ad ampliare il suo sguardo sul mondo
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