Filosofia e militanza - Prima parte
Dove esiste la filosofia?
L’epoca attuale ha certamente una sua specificità nell’uso delle forme di potere politico ed economico che si impongono eterodirigendo e determinate visioni del mondo. Asservirsi a un certo tipo di paradigma, ideologia o lettura della realtà, sia pur essa filosofica, accettata o meno dai più, fa i conti oggi più che mai con una società in cui la democrazia e le libertà investe l’opinione pubblica, condannando o approvando determinate condotte.
A questo punto una delle domande che si adombrano in modo impellente è quella riguardante che chiede “dove esiste” la filosofia, dove si esaurisce oltre le pagine dei libri. Come può cioè la filosofia, seppur nelle sue variegatissime sfaccettature da un pensatore all’altro, condurci a una presa di coscienza inamovibile su temi significativi, nei quali la complessità del reale sembra distaccarci e spaesarci, finanche a erodere la distinzione tra il vero e il non vero, o esplicitare più “forme di verità”.
Le forme di verità
Proprio su questa tesi delle “forme di verità” desidererei concentrarmi. Soprattutto Michel Foucault in tempi recenti aveva affermato come nella storia dei popoli e delle culture sia siano collocate certe idee di verità, inscritte all’interno di un contesto storico-antropologico particolare che se ne faceva garante. Nella storia non esiste una uniforme lettura della verità. Era all’opposto il contesto, secondo questo pensatore che avanzava o osteggiava una lettura particolare del lecito e del non lecito, del vero e del falso, e di ciò che era ammissibile o no. Tale valutazione che il pensatore francese delineava in gran parte dei suoi seminari della maturità, si inscrive a detta di molti critici nella tradizione “critica” di cui Kant stesso si faceva portavoce. L’ opera foucaultiana potrebbe perciò essere definita come una “storia critica del pensiero”.
La storia critica del pensiero non è tuttavia, né una storia delle acquisizioni, né una storia degli occultamenti della verità; è la storia dell'emergere dei “giochi di verità” da un’epoca all’altra; è per Foucault la storia delle “veridizioni”, intese come le forme secondo cui, in un ambito di cose, si articolano i discorsi suscettibili di essere definiti veri o falsi. E anche la nostra società odierna è immersa in questi giochi di verità, per cui comprenderla con un approccio critico e discernere ciò che compete alla riflessione filosofica, risulta estremamente difficile.
Modernità liquida e fenomeni critici
Perché desidero trattare ciò? Siamo approdati in una periodizzazione tardo-moderna (o forse post-moderna) della storia in cui la complessità globale affiora in modo prepotente sugli individui e i gruppi umani. Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman già vent’anni fa, dichiarava che fossimo entrati in una fase di “modernità liquida”. Ha cioè constatato che siamo immersi uno scenario storico in cui alla dimensione solida valoriale e stabile delle società tradizionali si sostituisce una dimensione accelerata, dominata dal progresso tecnoscientifico inesorabile in cui il profitto, i ritmi di lavoro incessanti e la sovrastimolazione consumistica e mediatica scandiscono le nostre vite. Tutto cambia in modo repentino, dalle relazioni, all’economia, al lavoro, alla famiglia; i legami sociali si fluidificano, si assiste a precarietà dei rapporti, a instabilità. Simile liquidità sul piano epistemico e comprensivo si traduce in una “mancata corrispondenza” tra ciò che si vuol comprendere ˗ l’oggetto o il fenomeno ˗ e il suo dispiegarsi, imprevedibile e in imperterrita trasformazione i cui effetti, spesso nefasti, appaiono di difficile valutazione e controllo anche da parte dei medesimi specialisti. Lo studioso polacco vedeva nelle politiche neoliberiste e di deregolamentazione economica, di cui la Thatcher era la massima esponente negli anni Ottanta, la spinta che ha distrutto la società solida e collettiva del passato, portando alla società liquida di adesso[1].
Le trasformazioni sempre più accelerate conducono infatti all’affacciarsi di fenomenicità inedite e problematiche. Da un lato notiamo la crisi valoriale e civile, oltre che economica e politica che non si armonizza con il progresso tecnologico che invade le nostre quotidianità. Esso è malauguratamente legato all’uso fuori controllo dei dispositivi digitali e delle “intelligenze generative” che nei tempi recenti sembra da un momento all’altro sfuggire di mano, alimentando solitudini e individualismi perennemente esasperati lanciando nuove pratiche economiche su scala globale come il neuro-tecno capitalismo o “capitalismo libidinale”. Simile situazione contestuale si acuisce negli individualismi e in forme narcisistiche, nella superficialità dei legami sociali, nello scaturire diffuso di nuove forme di nevrosi e dipendenza, a loro volta correlate a particolari e inaccettabili relazioni pervertite che sfociano facilmente in violenza, tra cui il dramma all’ordine del giorno dei femminicidi. E a ciò potrebbero aggiungersi violenze e discriminazioni legate al mobbing, al vandalismo sempre più diffuso ˗ specialmente in territorio italiano negli ultimi periodi ˗ delle bande giovanili e delle forme di bullismo. L’elenco sarebbe sconfinato: discriminazioni di genere, omo-transfobia, frammentazione della famiglia sono solo i fenomeni più diffusi. E su larga scala ci si trova a far fronte crisi climatiche e ambientali, emergenze migratorie inaggirabile, avanzamento della xenofobia in un tessuto sociale ormai multiculturale e stratificato, sempre però pronto rivendicare contro il multiculturalismo, l’identità della cultura autoctona e maggioritaria, magari anche in forme ideologiche e anti-democratiche.
Derive ideologiche estremiste come succedanee dello Stato
Le derive ideologiche dal carattere estremista prendono piede poiché fa leva sui bisogni delle classi medio-basse, sostituendosi allo Stato e ai governi che non sono più in grado di dare risposte o di essere vicini alle collettività. E così queste derive si sostituiscono allo Stato offrendo ipotetiche soluzioni ai malcontenti sociali, facendo leva su paure e offrendo capri espiatori come causa di queste paure e disagi. E in tal senso continuano a far proselitismo e a subordinare le masse, contro approcci solidali all’accoglienza del diverso e dello straniero. Il ritorno delle ideologie di estrema destra e dei fascismi ˗ spesso associato a una debolezza delle sinistre e a una strumentalizzazione dell’ondata xenofobica – denota totalmente il fenomeno.
Lo possiamo riscontrare in episodi recentissimi che di volta in volta rievocano lo spettro del fascismo ed eventuali personaggi che vi avevano aderito. La legge italiana non ammette l’apologia di reato, ma consente la commemorazione pubblica di personaggi legati anche a ideologie di regime. Tra questi vi è stata la recente ricorrenza dell’anniversario di Almerigo Griz a Trieste il 19 maggio 2026. Si è voluto ricordare un reporter inviato di guerra, che nondimeno proprio a causa delle sue idee fasciste era stato ostracizzato dall’Università di Trieste in cui risultava iscritto. Nel giorno della sua commemorazione però, gruppi aderenti al neofascismo oltre a rendere onore a Griz con riti e saluti romani, sono stati autori di aggressioni nei confronti di troupe giornalistiche e manifestanti antifascisti causando feriti. È dunque lecito chiedersi: cosa ci azzecca tutto ciò nel celebrare un uomo, un reporter al di là della sua ideologia criticabilissima? Ci si domanda perché strumentalizzare tutto in funzione di una ideologia malsana e proibita che ha portato tanta distruzione e male al nostro Paese? Il reporter rievocato in quest’ottica ideologica passa in secondo piano, o forse diventa quasi vittima dell’antifascismo, possedendo un pensiero politico contrapposto che dovrebbe, a detta dei commemoranti, essere democraticamente espresso. Non sono nuove queste dinamiche; anche a Milano nelle annuali commemorazioni di un altro giovane aderente a codesta ideologia, Sergio Ramelli, vi sono stati nel corso del tempo diversi scontri.
Letture dei fatti che “non convergono” sui fatti
Ciò che conta non è solo il fatto spiacevole in sé, bensì la lettura che è stata lanciata e propagandata dell’evento, totalmente errata; quasi che codesti gruppi neofascisti siano stati provocati dagli antifascisti e dai giornalisti lì presenti. Si è voluto condannare l’antifascismo visto dai commemoranti come atto provocatorio. Tale lettura non aderente alla realtà del fatto, è pero diventata virale e persino tristemente ben vista da una certa opinione pubblica e da una certa politica, lanciando una notizia del tutto scorretta attraverso i media, su quanto veramente accaduto.
Al di là dei “giochi di verità” di cui parlava Foucault, chiunque sosterrebbe che quando un fatto nelle sue dinamiche repressive e interindividuali di violenza è ben acclarato, si emancipa da una certa visione soggettiva del vero e del falso, ossia da un’opinione che tende a contraddire il fatto stesso.
Verum et factum converuntur difatti sosteneva il filosofo Giambattista Vico, ossia “il vero e il fatto convergono”, ma qualora ne dia una interpretazione soggettiva a scapito dell’oggettività, la convergenza si perde, si fa il gioco del sensazionalismo, se ne esagerano dei tratti riportando qualcosa di distorto. Gran parte del mondo, perlopiù quello mediatico, si muove su questa linea, ossia sulla “non convergenza” dei fatti acclarati con le opinioni che non hanno ben nulla da spartire con questi ultimi. “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni” sosteneva Nietzsche, eppure in questi casi come può farsi avanti una responsabilità morale quando dello stesso accadimento si offrono visioni alterate o scorrette nonostante oggettività acclarate? Non è mia presunzione asserire che bisogna conoscere i fatti in tutte le loro determinazioni e contingenze. Quantomeno bisogna conoscerli e “provarli” nelle contingenze relative all’agire interindividuale; ciò credo sia giusto per non dar adito a interpretazioni surreali e non aderenti alla realtà, costruendo poi su di esse ulteriori opinioni che tendono a diffondersi, diventando virali, snaturando e involgarendo il fatto stesso.
In tal senso il “fatto” ˗ inteso come avvenimento provato e ricondotto all’agito interindividuale ˗ si autogiustificherebbe da sé, è già “oltre le opinioni” che se ne danno. Si autodetermina poiché ci pone innanzi a responsabilità morali in cui viene appellata l’agentività di ognuno di noi. Le opinioni diversificate su di esso non contano, portano al relativismo dei modi di vedere. E se tra codeste interpretazioni, quella che non aderisce ai fatti viene legittimata, cosa accadrebbe su larga scala? Le personalità più socialmente più forti, i leader d’opinione, avendo un’affermata posizione sociale ˗ ossia chi ha il potere politico o un dato ruolo ˗ “rideterminano” un fatto in virtù delle proprie letture. È un po’ anche quello che ha sempre fatto il quarto potere, una buona parte dei mass-media e di una certa stampa. Chi ha un potere sull’opinione pubblica giudica i fatti prediligendoli secondo una propria ideologia. Se ne porta avanti l’opinione che più conviene, magari schierata politicamente. Se ciò accade non si fa altro che alimentare il falso. Si rischia di costruire “tesi prevaricanti” oltre l’oggettività dell’accaduto. Per questo onde evitare ciò sarebbe da considerare l’opacità del fatto come qualcosa di inaggirabile poiché autoevidente rispetto alle opinioni. Da una simile tesi partiva il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris contro la legittimazione di fake news e populismi.
Durante la pandemia del Covid-19 abbiamo avuti infiniti esempi di divergenze d’opinione, pure da parte di esperti. È altresì vero che non si conosceva il virus, non si conosceva a fondo il fenomeno pandemico e la sua diffusione, nonché le trasformazioni delle forme virali. Si è dunque alimentata la polarizzazione di molteplici pareri e in ogni caso, incompleti su qualcosa che ancora era oggetto di ricerche, i cui effetti a lungo termine tutt’ora non sono conosciuti. La comprensione del fatto quindi, in quel caso non era ancora dispiegata e tuttavia i pareri sentenziavano anticipatamente come fosse giusto e sbagliato agire. Certo stiamo parlando di una conoscenza epistemica che potrebbe svilupparsi e progredire, gravida di conseguenze. Da essa tuttavia partivano gli interventi politici, gli schieramenti e le accuse e si montava odio verso taluni operatori, si costruivano teorie che avevano ben poco da spartire non conoscendo ancora l’evoluzione reale del fenomeno. E da essa iniziava così l’agire interindividuale e le responsabilità.
Esercizio pratico dell’accoglienza e letture xenofobe
Un’altra recente vicenda svoltasi sempre a Trieste, è stato il progetto educativo su degli studenti di un istituto comprensivo di Marostica, della provincia di Vicenza. Gli studenti sono stati indirizzati dalla scuola a servire pasti ai migranti della rotta balcanica che da diversi anni occupano gli spazi di Piazza della Libertà. Ciò è avvenuto in collaborazione con un’associazione di volontariato operante in quello spazio. È anche vero che quella piazza era stata fonte di scontri e violenze nei giorni precedenti e ciò poteva essere un pericolo per gli stessi minori, anche se supervisionati e aiutati da figure ad hoc. Su questo punto si è inasprita una forte polemica mediatica e politica che ha persino fatto giungere sul posto il ministro dell’Istruzione. Si è parlato di strumentalizzare i fanciulli e di pericolosità, su stranieri clandestini che potevano fare del male. In realtà gli studenti non sono mai stati soli; è stata un’iniziativa educativa e di volontariato, per far conoscere la condizione dell’essere migrante e povero, per far capire quanto e come sia significativo aiutare chi è meno fortunato di noi e vive in una condizione di miseria. Ben sappiamo come le scuole o altri enti, tra cui associazioni e comunità parrocchiali, si fanno sovente carico di simili iniziative e non vi è nulla di strano.
Dove sta quindi l’esercizio pratico della morale e dell’accoglienza se non in questi gesti? Dove si circoscrive lo spazio malauguratamente sempre meno presente nella società, in cui la donazione diventa una risposta solidale oltre che educativa, una risposta ai fenomeni di oppressione e bullismo? Ma l’interrogativo più importante è stata l’interpretazione fuorviante che sempre una certa politica si è incaricata di diffondere, creando così una manipolata “visione della verità” costruita e foraggiata, inalberando odio e xenofobia. A ciò nondimeno, si potrebbe ribattere che l’impoverimento e il disagio socio-culturale è talmente pressante nella condizione di tanti migranti che li conduce facilmente a imbarbarirsi, a furti o ad atti violenti e incivili. Perciò anche il volontariato in simili situazioni così rischiose potrebbe essere un pericolo. Certamente, il disagio culturale incide su atti violenti, o su reati reiterati. Un “fatto” è identificare il malfattore indipendentemente dal suo status di straniero; mentre un altro è cogliere nel malfattore i motivi della sua condotta illecita o violenta, non generalizzabili a un determinato gruppo o categoria sociale identificata come capro espiatorio. I migranti di Piazza della Libertà erano nel momento del progetto, già stati accolti e attenzionati dall’associazione di volontariato, per cui il rischio della violenza non poteva in alcun modo emergere per gli studenti.
NOTE:
[1] Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002.
Musk e lo Stato-macchina
Il governo degli ingegneri
Sono trascorsi poco più di trent’anni da quando Pierre Lévy rissumeva l’ideologia della tecnologia digitale nella metafora dell’“intelligenza connettiva”, paragonandola al funzionamento della mente umana e a quella dell’Intelletto Agente di al-Farabi – quindi a Dio in persona, nella versione divulgata da uno dei più grandi teologi islamici del Medioevo. La Rete prometteva un futuro di solidarietà, di sviluppo dei talenti individuali, di espansione del sapere e della democrazia; aveva convertito la direzione dell’escatologia dall’asse verticale cielo-terra, all’asse orizzontale presente-avvenire, congiungendo il bene alla spinta temporale del progresso e dell’innovazione. Pierre Musso ha evidenziato il collegamento di questa concezione con quella positivistica di Saint-Simon e dei suoi successori, quando il network non consisteva nei collegamenti tra server e pagine elettroniche, ma nel reticolo dei canali d’acqua, dei binari dei treni, della viabilità stradale e del telegrafo ottico. Eppure la teoria politica sviluppata nei primi anni dell’Ottocento appare ancora di grande attualità, e potrebbe essere adottata come didascalia dottrinaria dell’operazione condotta al Doge da Elon Musk all’inizio del 2025, quando la seconda amministrazione Trump muoveva a Washington i primi passi.
Il governo degli ingegneri prescritto da Saint-Simon avrebbe dovuto sostituirsi alle istituzioni gestite da politici per garantire al popolo un futuro di prosperità e di crescita, svincolato da egoismo, opportunismo, dogmi religiosi e ideologici, e da tutti coloro per i quali il potere è una carriera o una questione di privilegio ereditario. Senza timore della noia e dell’autismo tecnicistico, gli utopisti sansimoniani nel XIX secolo hanno brandito questa direttiva contro gli incarichi amministrativi di aristocratici, ecclesiastici, latifondisti e sostenitori dell’Ancien Régime; il significato che una simile utopia – o distopia – assume oggi, come allora, è la rimozione di ogni mediazione politica dal funzionamento della macchina pubblica. Nella prospettiva di Musk, analizzata da Slobodian e Tarnoff, l’efficienza tecnica nelle operazioni della macchina statale deve garantire un ambiente di sostegno e di prosperità per la classe dominante tradizionale dell’Occidente bianco e cristiano. La tecnologia è la condizione essenziale per l’implementazione del progetto, ma le sue caratteristiche non sono più espansive e animate da una promessa di futuro. Le dichiarazioni di Musk sono intrise di pessimismo e inclinano a isolare la cultura occidentale, insieme ai suoi eroi protettori, dal resto del mondo, inteso come una minaccia di distruzione.
L’hub di tutti i dati
La radice reazionaria dell’ideologia della disruption digitale, nella Silicon Valley e nel resto del mondo, emerge in questa fase di apparente contrazione della capacità di controllo delle autorità tradizionali sulle aziende Big Tech e sulla forza del capitalismo finanziario, che scommette tutto su sviluppo dell’AI e dispositivi bellici. Musk è stato un interprete delle trasformazioni concettuali del capitalismo digitale: è passato dalla prima ondata dell’e-commcerce su Internet con PayPal alla green economy, con le macchine elettriche della Tesla e con il sistema integrato di pannelli solari e batterie al litio, poi alla de-globalizzazione con il ritorno all’autonomia americana nei lanci satellitari grazie a SpaceX. Ogni rivolgimento conserva la fede nella tecnologia come metodo di salvezza tramite la razionalizzazione e tramite la tutela della struttura sociale capitalistica da ogni ipotesi di revisione. Secondo Slobodian e Tarnoff l’organizzazione politica e consociativa che Musk ritiene naturale e necessaria coincide con quella sperimentata nel corso della sua infanzia e adolescenza a Johannesburg, nel Sudafrica dell’apertheid. L’arroccamento di una minoranza che si reputa un’élite razziale e spirituale è il modo di vita e la percezione dell’universo che si sono asserragliati (a loro volta) nella mentalità dell’imprenditore oggi più famoso del mondo.
Ma non occorre abbracciare questa analisi psicologica per seguire la parabola del pensiero di Musk. Il Doge è stato rifondato nei mesi della sua reggenza come l’hub centrale di tutti i database pubblici degli Stati Uniti, al fine di dare corpo ad un vero e proprio ufficio del Giudizio Universale. Nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche l’obiettivo primario era ridurre il costo dell’amministrazione pubblica, attraverso il taglio delle agenzie e dei singoli impiegati statali superflui. Con un metodo già collaudato nelle sue imprese, Musk ha chiesto con una mail ai dipendenti federali di spiegare il contributo del loro lavoro al funzionamento della macchina dello Stato, invitandoli a priori a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Ha convocato nelle sale del Doge un battaglione di programmatori molto giovani, senza alcuna esperienza nel funzionamento della burocrazia federale, con la missione di aprire l’accesso a tutti gli archivi, gli schedari, le banche dati del Paese, rendedoli interoperabili e interrogabili dalle loro postazioni. Anche questa procedura era già stata testata con l’acquisizione di Twitter e lo smantellamento di gran parte del personale e dell’infrastruttura sistemistica che sosteneva la società di Market Square.
Il compito di individuare le agenzie e i dipendenti in eccedenza si è conclusa con un fallimento economico, se è vero come sostengono le indagini del Financial Times e di The Atlantic che i tagli alla spesa pubblica sono stati minimi, e di fatto sono stati annullati dai tagli fiscali a favore dei ricchi voluti da Donald Trump nel Big Beautiful Bill. Ma l’obiettivo principale è stato comunque raggiunto, perché ora il governo centrale dispone di un’infrastruttura digitale in grado di recuperare i dati di ogni cittadino – travalicando qualunque protezione costituzionale con l’apparente neutralità del supporto tecnico.
Supporto tecnico
Le campagne di pulizia etnica dell’Ice sono state condotte attraverso l’incrocio di dati personali estratti e confrontati dall’infrastruttura del Doge – refusi di imputazione ed errori di interpretazione delle informazioni inclusi nel pacchetto assistenza. Elon Musk si aggirava alle riunioni del Gabinetto di Trump con una maglietta su cui campeggiava la scritta Supporto tecnico per sottolineare il carattere di pura razionalità e di disinteresse partitico del suo ruolo: lo Stato come dispositivo di controllo massivo della vita, del pensiero, delle azioni e dei desideri di tutti, trascritti (e traditi) nelle tracce digitali impresse da ogni clic e da ogni interazione con cellulari e computer, metteva in scena la commedia della propria imparzialità in questo siparietto goliardico.
Eppure la macchina del potere messa in moto da questo attore, che si pretende equidistante, si adopera per irrigidire la struttura sociale attuale e le sue prerogative economiche, per erigere un fossato di protezione attorno alle élite finanziarie e imprenditoriali, per pretendere la socializzazione dei rischi d’impresa e la privatizzazione dei ricavi, da parte di chi è ha poi la forza per rivendicare la paternità dei risultati commerciali dell’innovazione. Musk è uno degli alfieri di questa pratica, visto che, per esempio, Tesla ha beneficiato di un finanziamento di 465 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia degli USA per aprire il primo stabilimento, a Fremont, e avviare la produzione del Model S. Lo Stato non ha preteso alcuna quota nell’azienda, e non ha quindi riscosso alcuna rendita dal successo dell’impresa, se non la restitutizione del debito. Al contrario, il finanziamento pubblico si conclude con l’incenerimento completo del capitale alimentato dai contribuenti nel caso in cui la società fallisca, come è accaduto con i 535 milioni di dollari investiti in Solyndra, società produttrice di pannelli solari che ha dichiarato bancarotta nel 2011. Lo Stato che secondo Musk è giusto e naturale non guadagna nulla quando il sovvenzionamento ottiene successo, lasciando l’intero ricavo agli azionisti – ma perde tutto in caso di fallimento. Vale anche la pena di ricordare che Tesla ha evitato bilanci in rosso fino al 2020 con la vendita di Regulatory Carbon Credits, i titoli emessi dallo Stato per le aziende inquinanti che devono agire sui mercati regolamentati. Inoltre la sopravvivenza di SpaceX è stata assicurata dalle commesse pubbliche della NASA e del Pentagono, che fino al 2023 hanno rappresentato i principali (e per anni gli unici) clienti della società, in termini di fatturato.
Lo Stato come automa è lo strumento di un potere che protegge i privilegi attuali della configurazione sociale per censo, genere e etnia, trincerandoli nella fede della loro razionalità, della loro iscrizione nelle leggi immodificabili della natura umana. Musk condanna come inadeguata, disfunzionale, antieconomica, qualunque opinione differisca dai suoi interessi personali – ricalcando con questo atteggiamento una pratica comune della Silicon Valley. Il governo degli ingegneri è una restrizione del dominio politico al dibattito sulle sole questioni di fattibilità e di selezione strumentale: le domande sulle finalità, sulla valutazione del bene collettivo, sulla stima del giusto e del meglio per tutti, vengono obliterate, censurate dalla discussione, cacciate dai salotti del buon senso. Questi interrogativi non possono essere frequentati dalla logica computazionale, e devono quindi essere assunti in un atto di fede nella portata escatologica della tecnologia, che renderà immortale e interplanetaria la specie umana, preservando nell’eternità futura la gerarchia sociale attuale, replicando all’infinito il sistema capitalistico del presente. Amen.
Dal futuro all’assedio
Per ottenere questo risultato la macchina dello Stato è autorizzata ad adottare ogni mezzo: l’assedio di chi dissente deve essere biasimato come il tentativo di inoculare un virus nell’intelligenza connettiva della società in Rete, come l’infiltrazione di un agente del caos, come la minaccia di un pericolo esistenziale per l’umanità. Musk ha sempre predicato con chiarezza il verbo randiano (o paretiano, se si preferisce) sull’essenza dell’umanità, che non coincide con tutti gli individui appartenenti alla specie, o con titolari dei diritti fondamentali proclamati dalla Rivoluzione Francese e dall’Onu – ma con l’élite dei matematici e degli ingegneri, con le loro biblioteche e i loro manuali, che sarebbero in grado di far rifiorire la civiltà (bianca e occidentale) su un altro pianeta o su questa stessa Terra, dopo una qualche apocalisse atomica o biologica.
Per chi non riesce a pensare se non in termini di metafore informatiche, come Musk, l’apparato dell’hardware e del software di cui consiste la collettività, nelle sue dimensioni materiale e intellettuale, è sempre esposto ad un attacco hacker che ne potrebbe compromettere il funzionamento, anche manipolando il programma dall’interno e modificandone il comportamento: è quello che avrebbe fatto la cultura woke. Ora che si è inceppata la fiducia nella capacità espansiva delle tecnologie digitali, nel loro mandato prometeico di guida al progresso e all’evoluzione del mondo intero – l’ansia da assedio delle cittadelle bianche del Sudafrica passa a dominare la retorica e la progettualità delle Big Tech. L’assalto può provenire non solo dall’esterno, ma anche dal Golem di un’AI alimentata dalla profusione dei testi contaminati dalla mentalità woke del vecchio Twitter, ora epurato – candeggiato – nel nuovo bianchissimo e ortodosso X. La difesa deve mettere al riparo il core della civiltà ricorrendo a tutti gli stratagemmi possibili, includendo anche le operazioni di ingegneria sociale che rendano le masse funzionali alle necessità operative dello Stato.
Occorre tornare a domandarsi cosa sia il potere, accantonando la metafora macchinica dello Stato e la fede nel potere della tecnologia di raggiungere le finalità migliori attraverso la soluzione di problemi relativi a mezzi e strumenti. Occorre tacitare l’ingenuità e l’arroganza di Musk, mettendo in luce l’ipocrisia degli interessi finanziari nella matrice teologica che, secondo la metafora del nano gobbo di Benjamin, mette in movimento la macchina politica dall’interno. Ora che l’escatologia della Rete digitale ha mostrato che la promessa di salvezza nel futuro del governo degli ingegneri consiste nell’irrigidimento della gerarchia attuale e nella riproduzione testarda del vuoto di senso diluita dal balenio dei gadget digitali, diventa sempre più urgente la domanda su quale debba essere il ruolo e lo statuto dello Stato nella progettazione del nostro (molto profano) futuro.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus, Einaudi 2006.
P. Levy, L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996.
M. Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae, Laterza 2018.
P. Musso, L’ideologia delle reti, Apogeo 2007.
Q. Slobodian, B. Tarnoff, Muskismo, Einaudi 2026.
Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Terza parte, è davvero il caso?
Quindi, è il caso di procedere con il nucleare?
Il nucleare si propone - o meglio, viene proposto dai suoi sostenitori - come soluzione prospettivamente economica, ambientalmente poco impattante, potente, disponibile e fruibile con continuità e, infine, in linea con le strategie di decarbonizzazione. Ma è davvero così?
Prospettivamente economico perché con un LCOE (Levelized Costo Of Energy) contenuto; di fascia bassa; ambientalmente poco impattante, grazie alle dimensioni tutto sommato contenute delle nuove centrali da 1.000 MW e alla quasi assoluta assenza di emissioni di CO2 e di altri gas critici; altamente disponibile e fruibile con continuità, poiché non soggetto alle variabilità dell'eolico, dell'idroelettrico o del fotovoltaioc; potente perché in grado di erogare grandi quantità di energia per unità di tempo; e in linea con le strategie di decarbonizzazione dato che non fa uso di nessuna combustione carbonica.
In più, la produzione di energia da fonti nucleari viene presentata come la risposta alle crescenti esigenze di energia dettate, come dice Pichetto Fratin, dal proliferare delle nuove tecnologie di data centre, I.A. e elettrificazione civile.
Però, ci sono alcuni però, almeno quattro
Però, se pure il costo complessivo di produzione (LCOE) è competitivo, gli investimenti iniziali sono drammaticamente più elevati e rischiano, come successe già tempo fa, di essere incompatibili con le risorse che lo stato è in grado di mobilitare. E, per certo, le possibili soluzioni private o misto pubblico-private a questa criticità non sembrano essere percorribili, perché legherebbero il Paese alle imprese realizzatrici anche nella fase di gestione – chi farebbe questi investimenti senza averne un ritorno con la vendita di elettricità? – e, con buona probabilità neutralizzerebbero la competitività economica dell’energia.
Però, il tempo necessario per realizzare le centrali è lungo, molto lungo, e sposta in un futuro quasi remoto la fruibilità di questa produzione, in termini di 10-20 anni e forse più.
Però, e tre, bisogna fare i conti con le scorie di produzione: l’unico sistema per stoccarle in modo efficace, conveniente e sicuro è realizzare il Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi, tema su cui tutti i governi[1] che lo hanno avuto in carico, dal 2010 ad oggi, non sono riusciti a trovare una soluzione valida e condivisa con i diversi stakeholder. Né può essere considerata una soluzione adeguata quella del conferimento dei rifiuti radioattivi a media ed alta intensità a paesi terzi meglio organizzati, perché aumenterebbe il costo per Megawattora di 30 – 50 €, neutralizzando l’economicità nominale dell’energia “nucleare”.
Però, numero quattro, è dove fare le centrali. È vero che in questo periodo si stanno affermando dei trend anti-democratici che potrebbero portare a decisioni d’imperio sulla localizzazione, ma è altrettanto vero che le forze popolari sostenitrici dell’imperium diventano di colpo sensibili quando viene toccato il loro backyard, come si è visto nella discussione pubblica sulla localizzazione del deposito. Nessuno lo vuole e – se tanto ci dà tanto – nessuno vorrà le centrali sul proprio territorio. E la ragione è chiara: la memoria di Three Miles Island, Chernobyl e Fukushima è ancora viva, e i timori di incidenti legati a fenomeni di guerra – pensiamo a quanto si parla di Zaporižžja - terrorismo o errori umani non sono facili da erodere.
Forse, allora…
Sembra, quindi, molto più opportuno puntare maggiore attenzione, risorse e lavoro su un mix di fonti rinnovabili che progressivamente (ma anche non completamente) sostituiscano le fossili, con in testa l’eolico di terra (onshore) e il fotovoltaico, fonti e tecnologie altrettanto economiche, pulite e poco impattanti sull’ambiente, del tutto in linea con i piani di decarbonizzazione, ma – in positivo:
- disponibili in tempi molto più brevi
- che richiedono investimenti molto inferiori e compatibili con le possibilità finanziarie del Paese
- certamente più sicure e, per questo, anche più facilmente affidabili a imprese terze, private o pubbliche
Resta aperto il tema della flessibilità e continuità di erogazione dell’energia, che viene indicato dai detrattori come il maggiore ostacolo delle rinnovabili: in questo senso la soluzione può essere fondata su interconnessioni di rete basate sulla sempre più affermata Smartgrid, compensazione con le fonti tradizionali residuali, per i momenti di minore disponibilità, sistemi di accumulo (va citato il caso della California, con batterie di capacità da 13 GW che soddisfano una porzione significativa della domanda nelle ore di picco) e sistemi di gestione intelligente della domanda.
Domanda di energia che può – anch’essa – essere oggetto di un piano di ridefinizione nazionale che tenga conto degli orari di maggiore disponibilità e di modulazione – in termini di decremento – dei consumi sia civili che industriali.
Un finale alternativo: quali interessi e forze dobbiamo ricordare?
Ecco, siamo alla fine di questa lunga riflessione sull’opportunità di un piano di sviluppo dell’energia da fonti nucleari e si pone una domanda esiziale: se ci sono tutti questi però, e se un piano energetico fondato principalmente sulle rinnovabili, perché il Governo italiano si sta focalizzando in modo così deciso sul nucleare?
Perché, visto che questo piano si rivela velleitario ed assolutamente inefficace nel breve periodo, il Governo sta facendone una propria bandiera e non sembra avvedersi di quanto sia poco realistico?
Ci sono sicuramente in gioco degli interessi industriali. A giugno l’Italia è entrata nella European Nuclear Alliance, allineandosi al gruppo dei paesi pro-nucleare in UE diretto dalla Francia, dice Ecco Climate. Di recente è nata Nuclitalia, collaborazione tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo – tre dei più grandi player industriali italiani, misti pubblico/privato – che si presenta come piattaforma industriale e tecnologica per guidare il futuro del nucleare in Italia. Ci sono le possibili ricadute di tipo militare, soprattutto in termini di propulsione navale.
Infine, c’è la pressione del mondo delle tecnologie digitali, con 200 data centre già attivi in Italia e 70 nuovi progetti solo nell’area milanese, l’ampliamento delle risorse energetiche necessarie a “far girare” le I.A. sempre più presenti nel tessuto industriale.
Non ci sembra azzardato pensare che il governo italiano sia consapevole della distanza del piano nucleare dalla realtà e che lo stia utilizzando, da un lato, in termini di comunicazione e di ricerca di consenso presso le fasce elettorali ideologicamente allergiche alle rinnovabili e presso quelle energivore, e dall’altro lato per ingraziarsi ed attirare le grandi tech corporation che sognano, con una folle fuga in avanti, data center, I.A. pervasiva e energivora, e reti neurali, misurate in qubit, ovunque.
Alimentate, ovviamente, dalle centrali nucleari pagate dai governi locali.
NOTE:
[1] Quando si parla di "prospettivamente economico", per una fonte energetica, si intende in termini di LCOE (Levelized Costo Of Energy) di fascia bassa.
[2] Nell’ordine: Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi, Meloni.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70
https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito
https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB
https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity
https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare
https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/
https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/
Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Seconda parte, sostenitori e detrattori
Promotori e sostenitori
Il principale promotore dell’iniziativa di ripresa del percorso nucleare è il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Pichetto Fratin appartiene ed è espressione di Forza Italia, con un curriculum di rispetto e fortemente trasversale tra ambiente e programmazione economica, con una dichiarata attenzione alla riconversione dei poli industriali ad alto impatto ambientale. I suoi mandanti sono, per forza di cose, i partiti di maggioranza.
La principale ratio del Ministero per questo nuovo percorso energetico è di rispondere alla crescente domanda di energia generata «anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile»[1] in modo più indipendente, sicuro e forte, garantendo – nello stesso tempo e in parallelo allo sviluppo delle energie rinnovabili – di «raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione, garantendo la piena sicurezza energetica del Paese».
Nel comunicato di febbraio 2025, il Ministro dichiara programmaticamente che il Governo intende «disciplinare in maniera organica l’intero ciclo di vita della nuova energia sostenibile, […] dalla sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi moduli, al tema della fabbricazione e riprocessamento del combustibile sarà affrontato in una visione di economia circolare», agendo «anche sulla disattivazione e smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, la riorganizzazione di competenze e funzioni, anche con l’istituzione di una Autorità indipendente per sicurezza, vigilanza e controllo. La delega servirà anche a prevedere strumenti formativi e informativi, formare nuovi tecnici e figure professionali del settore, individuare benefici per i territori interessati».
Un punto cardine delle motivazioni è la continuità di produzione e di disponibilità dell’energia, continuità che le fonti rinnovabili come eolico e solare non possono, per loro natura, garantire. Anche l’idroelettrico – che pure ha giocato un ruolo fondamentale nel mix energetico italiano – sembra, su questo punto, mostrare la corda e avere prospettive di decrescita a fronte dell’evoluzione climatica.
Senza dubbio, il piano Pichetto Fratin è – almeno nelle parole – ampio, organico, attento alle implicazioni ambientali, alla circolarità dell’economia, all’assorbimento di un fabbisogno energetico, alla continuità di produzione e, infine, al benessere – torneranno i contributi compensativi sotto altro nome? – dei territori interessati.
È anche evidente che questo programma dà per scontata la crescita del fabbisogno energetico, ma come si può intervenire su questa crescita, a livello locale? E il livello nazionale italiano è locale, a confronto con i movimenti della finanza e dell’industria tecnologica mondiale che oggi, palesemente, tirano le fila dello sviluppo della “nuova” industria.
Chi altri sostiene il piano del Governo?
In prima fila troviamo le associazioni degli industriali, per le medesime ragioni del governo e il sotteso di possibili riduzioni dei costi di produzione dell’energia; sono allineate a quella del Governo le voci della grande industria pesante italiana: Enel, Ansaldo Energia, Leonardo, per l’ovvia ricaduta produttiva, dato che saranno presumibilmente loro a prendersi in carico la progettazione, la realizzazione e la gestione degli impianti; infine, l’Enea che - in un impeto autopoietico – vede accrescere la centralità del suo ruolo come “pivot” di questo sviluppo.
Ci sono ancora i contrari?
Il fronte contrario al nuovo piano sul nucleare comprende – in buona sostanza – tutte le principali forze politiche di opposizione: PD, M5S, Verdi e Sinistra, in sintonia con diverse associazioni ambientaliste e alcuni think tank climatici, come Ecco Climate.
Le principali ragioni del no sono fondate sui tempi lunghi di realizzazione, che non rispondono alla crescita delle esigenze energetiche – sugli investimenti molto elevati e forse incongruenti con le possibilità del Paese, sulla mancata risoluzione del problema dello stoccaggio delle scorie, sul rischio che questa nuova onda affossi il pur dichiarato sviluppo delle rinnovabili e – infine – sul rispetto della volontà popolare dei due referendum del 1987 e del 2011.
Curiosamente, gli oppositori non fanno più leva – come in passato - sulla paura dei pericoli maggiori, dalle perdite e contaminazione ai disastri[2].
Comparazione di diverse fonti e tecnologie di produzione
Tenteremo, ora, di fare una valutazione comparativa del nucleare con alcune altre fonti energetiche, come il gas naturale, il carbone e le rinnovabili più accessibili quali l’eolico di terra, l’idroelettrico e il fotovoltaico.
I criteri di comparazione che prenderemo in considerazione sono il costo di produzione, la disponibilità delle materie prime, i tempi di realizzazione e i fattori inquinanti e di rischio.
Costi
Calcolare con un certo grado di precisione il costo complessivo di produzione dell’elettricità è un’operazione molto complessa, in cui rientra una molteplicità di fattori, a partire dagli investimenti per la realizzazione degli impianti e dal relativo ammortamento, per arrivare ai costi di trasporto e di consegna, passando – tra le altre cose – per il costo delle materie prime.
È, quindi altrettanto difficile comparare correttamente il costo effettivo di diverse fonti e diversi metodi di produzione. L’approccio più completo e in grado di fornire una vista “semplificata” è quello del Costo Livellato dell’Energia (Levelized Cost of Energy, LCOE), che computa tutti gli investimenti e i costi nel ciclo di vita di una filiera di produzione energetica e li divide per il potenziale produttivo complessivo in quello stesso ciclo di vita.
Anche il LCOE è un metodo con elevato tasso di incertezza poiché non può tenere conto delle fluttuazioni, su periodi di uno o più decenni, del costo e della disponibilità delle materie prime e del lavoro, dell’impatto di fenomeni socio-economici e geopolitici quali, ad esempio, le guerre che stanno modificando continuamente il mercato dell’energia. Tuttavia, in prima approssimazione e facendo delle ipotesi di scenario abbastanza stabili, permette di ottenere dei valori compresi in forchette di variazione che nel tempo si sono dimostrati abbastanza attendibili per dei confronti di medio periodo. Inoltre, l’analisi dell’ampiezza delle forchette di variabilità può essere usata come indicatore di rischio di variabilità e – di conseguenza – di stabilità economica di un metodo produttivo.
Ora, alcune fonti di analisi sicuramente serie e attendibili[3] indicano che il costo di produzione dell’elettricità con centrali nucleari “avanzate” si attesta tra i 100 $ e i 110 $ per Mwh, in linea con quello delle centrali a carbone, ma molto al di sopra del costo di 60-80 $ /MWh dei generatori a gas con ciclo combinato, dei parchi eolici “di terra” e delle centrali idroelettriche.
Questo costo più elevato per unità prodotta è dovuto principalmente ai tre fattori della disponibilità di materia prima (uranio arricchito, p.e.), degli investimenti di costruzione e del ciclo di vita limitato, caratteristici del nucleare.
In particolare, realizzare una centrale “tipo” da 1.000 MW costa tra i 6 e i 9 miliardi di €, mentre – ad esempio – un parco eolico “di terra” con la stessa potenza richiede solo 1 – 2 miliardi di euro. E lo stesso vale per una centrale a gas con ciclo combinato.
Tempi di realizzazione
La velocità di messa in opera, che si traduce nel tempo in cui l’energia è disponibile per coprire i fabbisogni, è anch’essa un elemento comparativamente critico per le centrali nucleari, anche se “piccole” e di tipo più avanzato: la sola costruzione richiede mediamente 5 anni ma, considerando l’iter di scelta e approvazione del sito, la valutazione ambientale e le diverse procedure di approvazione e collaudo, in Paesi mediamente attenti (e con aree sismicamente e idrogeologicamente critiche) come è l’Italia, il tempo complessivo di messa in opera si può attestare tra i 12 e i 20 anni.
Al contrario, la messa in opera di un parco eolico può essere fatta in 2 – 4 anni e una centrale a gas richiede al massimo 6 anni.
Disponibilità delle materie prime e continuità della fornitura
La materia prima sembra essere un fattore di grande incertezza per tutti tipi di produzione energetica: i principali elementi necessari per il processo di fissione, uranio per primo, non sono certamente rinnovabili e, secondo alcune fonti[4], se ne può stimare la disponibilità – con i ritmi di consumo e le tecnologie attuali – per poco più di cento anni. Può venire in aiuto, per rendere questo scenario meno critico, la possibilità di centrali autofertilizzanti che autorigenerano il combustibile, producendo quantità significative di un secondo elemento fissile e riducendo nel contempo la quantità di scorie. Tuttavia, questa tecnologia aggiunge complessità, aumenta gli investimenti e i costi di produzione e, inoltre, sembra essere decisamente più rischiosa. In aggiunta, la fornitura dipende in larga parte da Paesi come il Kazakhistan, la cui stabilità geopolitica non è garantita a lungo termine.
Peggiore prospettiva si delinea per il gas naturale. Secondo Worldometers le riserve di gas attualmente note coprono il fabbisogno mondiale per 50 – 60 anni e sono ad alto rischio di approvvigionamento a causa delle elevate tensioni internazionali.
Dall’altra parte, le fonti rinnovabili garantiscono una disponibilità teoricamente illimitata – e per questo godono di una “ottima fama”.
Purtroppo, però, almeno a livello locale, non sono, come abbiamo già accennato, altrettanto continue nel tempo. Il fotovoltaico produce solo di giorno, l’eolico solo in condizioni di vento di media forza, l’idroelettrico inizia a risentire della variabilità dei flussi idrici, generata dal cambiamento climatico (in negativo per le siccità e in positivo per gli eccessi di precipitazioni che non possono essere adeguatamente sfruttati). E la continuità – a fronte della crescita e intensità dei consumi industriali e civili (soprattutto di raffrescamento) – è un fattore critico importantissimo.
Proprio la continuità è, invece, il cavallo di battaglia del nucleare.
Ambiente
L’ultimo fattore che analizziamo, apparentemente il più scontato, è la dimensione dell’impatto ambientale.
In questo senso, i perdenti assoluti sono il gas e il carbone, responsabili conclamati, con le emissioni di CO2 e gas serra, di una parte rilevante della dimensione antropica del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico mondiale, tanto da essere considerati oggetto di phase-out anche dai governi più conservatori.
Le rinnovabili, al contrario, sembrano essere vincenti e senza rivali: non generano emissioni, non producono scorie, non consumano risorse critiche.
L’unico fattore discutibile è quello dell’impatto paesistico, le pale eoliche sono “invadenti” all’occhio, possono essere deturpanti e creano disagi per la fauna locale; uno sviluppo dell’idroelettrico richiede la creazione di nuovi bacini con impatti ambientali difficili da stimare; il fotovoltaico – realizzato a fini industriali – è invasivo e “consuma” vaste porzioni di territorio tipicamente “vergine”.
Dal punto di vista delle emissioni, anche il nucleare è vincente. Non fa rumore, non emette né fumi, né gas, né acque sporche (se tutto va bene). L’unico problema è quello delle scorie radioattive, che potrebbe essere gestito in modo adeguato con i noti depositi, la cui sicurezza sembra essere garantita, sulla carta e dalle esperienze di chi li ha già fatti.
Potrebbe, però, là dove si riuscisse a definire dove costruirli.
Nella prossima puntata trarremo delle conclusioni!
NOTE:
[1] Si vedano i comunicati stampa del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, https://www.mase.gov.it/portale/comunicati-stampa.
[2] È possibile che la consapevolezza – generata dalla situazione di Chernobyl – della vicinanza di altre centrali, in Francia, ad esempio, e del rischio che queste comportano per un raggio anche di alcune migliaia di chilometri abbia ridotto la percezione di rischio nelle vicinanze. In realtà, suggerisce una I.A., Non è esatto dire che non se ne parli più, ma l'attenzione mediatica è cambiata perché le tecnologie attuali sono considerate molto più stabili rispetto al passato e il dibattito globale si è spostato sui costi economici, sui tempi di realizzazione e sull'emergenza climatica, anche perché l’evoluzione tecnologica, con sistemi di sicurezza passivi che spengono il reattore da soli in caso di pericolo, senza bisogno dell'uomo, e la presenza di Enti come l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica che impongono regole rigide e uguali in tutto il mondo riducono la percezione di Major Risks.
[3] Tra queste, il 2019 Report del DOE – Department of Energy degli Stati Uniti e il Levelized Cost of Energy and Levelized Cost of Storage 2019, di Lazard Frères & Co. LLC.
[4] Engie Italia, Carlo Lombardi, Impianti Nucleari, Milano, CUSL, 2007.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70
https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito
https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB
https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity
https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare
Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk
Alcune considerazioni a margine di The Musk di Paolo Bottazzini
Che la “rivoluzione digitale” sia una sequela di promesse non mantenute[1] è ormai divenuto un luogo comune, così come il carattere tutt’altro che liberatorio del tecno capitalismo che si va edificando[2]. Ci è voluta comunque l’amministrazione Usa di Trump e in particolare la sua più recente alleanza con alcuni dei “tecno-titani”, affinché la nostra intellighenzia “progressista” (qualunque cosa voglia dire) si rendesse conto dopo circa trent’anni di stolida euforia tecnofila (e tecno-folle) che un po’ di marcio, oltre che in Danimarca, c’è anche nella Silicon Valley. Serviva soprattutto che comparisse il villain perfetto, Elon Musk, con i suoi avi paranazisti (e forse neanche tanto… para), perché avvenisse qualche risveglio critico. Ma anche rispetto allo svitato e drogatissimo fondatore di Tesla, bisognava aspettare il suo passaggio armi e bagagli alla destra trumpiana perché, appunto, si smettesse tra la sinistra per bene (una delle cose più dannose degli ultimi decenni dopo l’amianto) di idolatrare l’inventore, il profeta dell’auto elettrica ecc.
Bene. Meglio tardi che mai, anche se si attende ancora qualche autocritica sui fiumi di inchiostro versati per incensare pre- e soprattutto post-mortem quello Steve Jobs “senza il quale le nostre vite sarebbero tanto più tristi” (spoiler: non arriverà). Oggi comunque in molti sembrano essersi resi conto del pericolo rappresentato da un mondo in cui un pugno di oligarchi capitalistici delle tecnologie digitali (in acronimo GAFAM) stanno riuscendo, complice una politica totalmente asservita o abulica (o entrambe le cose), a governare dispoticamente le nostre società grazie alla riconfigurazione della Rete (e del nostro modo di “starci dentro”) come strumento di raccolta/ analisi dei dati e controllo capillare delle vite di tutti noi, fino al termine della mente.
Queste parole introduttive solo per dire che la volontà di potenza e dominio scaturente dalla megamacchina tecno-capitalistica attuale, nonostante le sembianze fricchettone delle origini (peraltro da tempo dismesse), poteva essere avvertita anche un po’ prima del terzo decennio del secolo XXI[3]. Ma, come si diceva, meglio tardi che mai.
Il fatto è che la “vecchia” ideologia liberal-liberista-libertaria “californiana” della prima rivoluzione digitale (quella incarnata soprattutto da Steve Jobs), finché ha avuto una forte egemonia, tendeva a mettere in ombra i tanti lati oscuri della rete e della digitalizzazione, sommergendoli di una sovrabbondante retorica progressistica. Le cose sono cambiate quando, con la drammatica crisi di legittimazione del sistema neoliberale successiva alla Grande crisi del 2008, quella retorica ormai inutilizzabile ha lasciato spazio alla nuova retorica del potere che dichiara la propria volontà di potenza, e che non ammannisce più storielle edificanti ma addirittura prospetta la catastrofe e promette solo di poterla gestire meglio di altri. The times they are a changing, I tempi stanno cambiando e non in meglio – sembrano dire i nuovi retori della tecno politica – ma noi sappiamo cosa fare. Per esempio: non si nega più la crisi ecologica, la si ammette, e si propone la soluzione di portarci tutti su Marte!
È questa la Stimmung di Elon Musk, come si sarà capito, vero e proprio spaventapasseri per tutti i progressisti beoti che fino a ieri si son bevuti ettolitri di propaganda tecnofila e oggi la deprecano. Non che egli non sia un essere veramente mostruoso. Solo che è figlio di un’epoca e di una industria, e di una cultura industriale che si è fatta direttamente (come accade in America da sempre – si rilegga il Gramsci di Americanismo e fordismo)[4] cultura diffusa, spirito della nazione. Ebbene, ora per capire la figura di Elon Musk non solo come protagonista dell’epoca e delle sue vicende economico-tecnologiche ma anche e soprattutto come sintomo di una civiltà e di tutta una fase dello sviluppo capitalistico globale, giunge il libro di Paolo Bottazzini The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista[5], insieme informata biografia sul personaggio Musk ma anche approfondita radiografia dell’epoca che stiamo vivendo.
Genio, megalomania, mito americano e altre sciocchezze
Muovendosi in parallelo sul piano prosopografico e su quello più ampio della cronaca economica e tecnologica (ma, come vedremo, questo è solo una parte del lavoro), Bottazzini ci restituisce in primo luogo l’immagine dell’inventore/imprenditore tutto genio, sregolatezza e… sostegno pubblico.
Le tappe della sua ascesa alle vette dell’industria tecnologica, fino alla sua consustanziazione con gli apparati statali e militari, sono da Bottazzini descritti puntualmente e con una prosa – fatto non irrilevante – letterariamente pregevole e mai noiosa. Sotto gli occhi del lettore scorrono così non solo le imprese ingegneristiche e commerciali, le discese ardite e le risalite del nostro, ma anche le numerose bizzarrie e “devianze” che hanno contribuito a fare di lui un “cerbero” a più teste. Così come il suo approdo ai vertici dell’apparato produttivo (Space X) e perfino dell’apparato statale, con la tragicomica vicenda (durata peraltro l’espace d’un matin) del DOGE (Department of Government Efficiency), l’agenzia parastatale creata per lui il primo anno dell’amministrazione Trump. Ciò che ha permesso al Nostro di portare, seppur per breve tempo, ai vertici dello Stato il suo credo managerial-efficientistico-neoliberale. Non ha funzionato e non poteva funzionare, ma il solo fatto che si sia potuto procedere su quel terreno dice qualcosa sul grado di spappolamento culturale e mentale della Politica nel mondo occidentale. Nonché sul grado di interscambiabilità ormai raggiunto tra imprenditori e politici (anche se noi italiani non dovremmo sconvolgerci troppo, dal momento che, come un secolo fa nel caso del fascismo, siamo nella posizione dei “pionieri” – o abbiamo già dimenticato la vicenda del berlusconismo?)[6].
Attraverso la sequenza delle sue mosse più o meno geniali (per quanto nella auto-narrazione siano tutte sistematicamente geniali) nel campo dell’imprenditoria ma anche dell’ingegneria (è il caso di Space X), il personaggio appare a un tempo come carnefice e vittima dentro un mondo imprenditoriale sempre più spietato e dominato da una temporalità decisamente schizoide. Sicché Bottazzini segnala, per esempio, come un fatto non estrinseco la scarsa propensione al sonno e la connessa depressione di Musk, tipica rappresentazione di quel “capitalismo 24/7” che il combinato disposto di neoliberismo sfrenato e tecnologie digitali ha reso possibile, secondo l’analisi del saggista Jonathan Crary[7]:
Ma la disponibilità ininterrotta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette, più in generale, […] è il precetto essenziale del nuovo capitalismo, con l’abrogazione dei ritmi naturali della vita che scandiscono l’alternanza di sonno e veglia, lavoro e festa. La cancellazione del ritmo determina la dissoluzione del flusso storico del tempo, con l’immobilizzazione in un eterno presente omogeneo, continuo, senza destinazione e ricordo. […] Il tempo non è più un orizzonte aperto, ma una struttura bloccata in cui il futuro è replica del presente. In questa condizione di soggezione continua al consumo e alla sorveglianza, ogni possbilità di trasformazione sociale sembra impensabile.[8]
I tratti più bizzarri e le tendenze sociopatiche del personaggio vengono così sottratti alla sola psicopatologia e inseriti in un più generale quadro di riferimento socio-psicologico: dei ceti manageriali delle aziende neoliberali, (in particolare di quelle digitali), della società nel suo complesso.
Ma quel che più interessa, a questo livello dello studio, è l’attenzione alle fonti intellettuali che è possibile ravvisare nel personaggio Musk. Eh sì, perché, per quanto rudimentale, esiste una “filosofia” del personaggio. Che poi è sostanzialmente una retorica (auto)propagandistica. E dalla quale, ancora, emergono, in verità, i tratti della cultura del capitalismo Usa attuale, e più in generale – direi – di quel capitalismo tecno-nichilista a suo tempo ben tematizzato da Mauro Magatti[9].
Si potrebbe così schematizzare la Weltanschauung di Musk, traendola dai molti materiali che il libro di Bottazzini ci mette a disposizione.
- Il liberalismo economico estremo, che in Usa è noto come libertarianism[10].
- La visione “randiana” (derivante dalle opere di Ayn Rand) dell’eroe tecno-scientifico che dev’essere lasciato libero di agire per far del bene all’umanità (laddove in genere è ostacolato dal carrozzone statale-burocratico, per non parlare del sempre incombente pericolo socialista)[11].
- La dimensione tecnocratica, con radici che possono essere individuate nel positivismo ottocentesco[12], tipica di tutta la cultura della Silicon Valley, con la conseguente “liquidazione del Politico” (una cosa che avrebbe fatto felice, forse, il vecchio Carl Schmitt, che vi avrebbe potuto vedere una ulteriore incarnazione della sua concezione del moderno come «epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni»)[13].
- La solita divinizzazione della Tecnica, che risolverà ogni nostro problema, purché lasciata libera di svilupparsi. Su quest’ultimo punto, forse, la postura di Musk è un pochino deviante rispetto al progressismo tecno-liberale medio degli ideologi della Rete: mentre per questi ultimi tutto andrà sicuramente bene grazie allo sviluppo tecnologico-capitalistico, secondo Musk il corso della storia è un po’ meno deterministico e ottimistico, perché alcune tecnologie possono anche avere degli effetti perversi (si veda in genere la sua valutazione delle prospettive dell’IA, nella quale vede un «rischio esistenziale» non facilmente aggirabile)[14], e poi a causa delle tante «teste di cazzo dotate di PhD»[15] a cui aziende e amministrazioni pubbliche tendono ad affidarsi, invece di… dare tutto il potere ai geni come lui!
Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk
Il merito maggiore di questo libro però – vi accennavamo sopra – non è nel proporci una sintesi delle biografie del personaggio (o se vogliamo una revisione critica di esse), nonché una lettura critica dell’ascesa (resistibile?) del Grande inventore, ma è – direi, con voluto richiamo carveriano – nel ricordarci sempre di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk (o di uno qualunque di questi così detti “tecno-titani”). In altre parole, Bottazzini avverte sempre il lettore – direi a ogni pagina – che parlare di questa figura, oggi così visibile e invadente sul piano comunicativo, significa parlare del mondo del capitalismo digitale che è stato edificato intorno a noi (e ormai sempre più dentro di noi!). Un mondo che non ha atteso Musk per costituirsi, ma che è il frutto del concrescere di una serie di tecnologie create in ambiente ultraliberista e al servizio del capitalismo statunitense, nonché della egemonia geopolitica di Washington (un’egemonia oggi periclitante e per questo sempre più “incattivita”). E sono, queste, circostanze che è quanto mai importante aver presenti quando ci si accinge ad analizzare, cercare di comprendere il mondo digitale che questi signori (e queste potenze) stanno edificando. Anche e soprattutto per resistervi efficacemente e per costruire, dentro il nuovo ambiente sempre più tecnomorfo, le condizioni per la ricostruzione di una comunità fondata sui valori umani, sulla partecipazione democratica e sugli interessi collettivi come dal suo punto di vista ci invita oggi a fare la Chiesa Cattolica[16], e come tutti noi (stati, partiti, istituzioni locali, movimenti, cittadini singoli o variamente associati) dovremmo cercare di fare da qui in avanti.
NOTE:
[1] Vanni Codeluppi, I 7 tradimenti del digitale, Bari-Roma, Laterza, 2024.
[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, Luiss University Press, 2019.
[3] E infatti qualcuno lo aveva fatto, messo rapidamente nell’angolo dal prevalente “digital consensus”. Ricordiamo qui almeno l’ottimo Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Milano, Cortina, 2011, e, se vogliamo risalire alla “preistoria” del digitale, Tomás Maldonado, Critica della ragione informatica, Milano, Feltrinelli, 1997.
[4] Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, a cura di Felice Platone, Milano, Universale Economica, 1949. Le classi dirigenti americane – scrive Gramsci – riescono a «imperniare tutta la vita del paese sulla produzione», mediante una forma di «egemonia [che] nasce dalle fabbriche e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e della ideologia» (p. 26).
[5] Paolo Bottazzini, The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, Milano, Bietti, 2025.
[6] Fu Paul Virilio (1932-2018) a considerare la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994 un «colpo di stato mediatico», che prefigurava – a suo dire – quel che sarebbe accaduto nel mondo occidentale in seguito: l’affermarsi di un «narco-capitalismo» basato sulle tecnologie informazionali e digitali (cfr. Paul Virilio, Alerte dans le cyberspace!, “Le Monde Diplomatique”, aôut 1995, p. 28, https://www.monde-diplomatique.fr/1995/08/VIRILIO/6578).
[7] Bottazzini si serve qui del notevole studio di Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Torino, Einaudi, 2015.
[8] Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 118.
[9] Cfr. Mauro Magatti, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Milano, Feltrinelli, 2009.
[10] La corrente dei libertarians sostiene tra l’altro la riduzione del governo ai minimi termini, essenzialmente all’ordine pubblico e alla tutela dell’integrità nazionale, ovvero: polizia ed esercito. Che è poi quell’idea di stato come «guardiano notturno» della proprietà denunciata dal pensatore e organizzatore socialista tedesco Ferdinand Lassalle (1825-1864) a metà Ottocento, quando il liberalismo si presentava privo di quelle preoccupazioni sociali che avrebbe poi, per la dialettica storica, dovuto integrare. Salvo perderle nuovamente con l’attuale neoliberalismo, che infatti dovrebbe essere chiamato, più correttamente, paleo-liberalismo!
[11] Ayn Rand (1905-1982), scrittrice e filosofia statunitense di origini russe, è figura quasi sconosciuta in Europa ma famosa e in fluentissima negli Stati Uniti. Autrice di alcuni fortunati romanzi di carattere fantapolitico e distopico (tra tutti da segnalare La rivolta di Atlante) è la campionessa dei valori “americani” dell’individualismo (tra le sue opere c’è significativamente una Virtù dell’egoismo), del self made man, dell’antistatalismo esasperato, dell’anticomunismo più ossessivo ecc. Per una buona rapida introduzione, si veda la voce Ayn Rand, di Nicola Misano, in Enciclopediadelledonne.it, https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/ayn-rand/ . Per una conoscenza più approfondita della pensatrice statunitense, comprensiva delle sue posizioni filosofiche ed epistemologiche, si veda l’ampia voce dedicatale dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy, https://plato.stanford.edu/entries/ayn-rand/ . Una testimonianza della passione dei fondamentalisti liberisti (in questo caso nostrani) per la Rand si trova in: Alessio Cotroneo, Chi era Ayn Rand e perché leggerla, “Istituto Liberale”, 21 aprile 2018, https://istitutoliberale.it/chi-era-ayn-rand-e-perche-amarla/.
[12] Una considerazione, questa, che ha sviluppato uno studioso molto acuto della cultura digitale, Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002, p. 26 e ss.
[13] Mi riferisco a: Carl Schmitt, L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni (1932), in Id., le categorie del politico. Saggi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1972.
[14] A questo proposito, mi sentirei perfino di spezzare una lancia… in testa a Musk, dal momento che egli, pur con argomenti piuttosto balordi, tende a non nascondere i profili di rischio insiti nei sogni utopici di robotizzazione totale che quelli del suo ambiente non solo sognano ma attivamente cercano- non importa quanto invano – di realizzare, per quanto senza mai ipotizzare il controllo politico e democratico sulle scelte tecnologiche, ma al massimo l’affidamento alla superiore coscienza e intelligenza di singole personalità eroiche e titaniche (cfr. Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 43-48). Va detto, peraltro, che negli ultimi anni l’ottimismo sfrenato pare proprio passato di moda, in particolare di fronte alle prospettive di sviluppo dell’IA. Da ultimo, per esempio, lo stesso Bill Gates, ha detto al “New York Times” (26/08/2026): «Non mi piace dare brutte notizie alle persone o dire che l’innovazione può avere conseguenze complessivamente negative, soprattutto sull’occupazione, ma siamo arrivati a questo punto» (https://www.bluewin.ch/it/digitale/non-mi-piace-dare-brutte-notizie-ma...-la-cupa-profezia-di-bill-gates-li.3577109 ).
[15] La citazione non è testuale; l’avevo trascritta ma purtroppo ho smarrito l’appunto; dunque questa è una mia libera riscrittura, che credo comunque sarebbe apprezzata dal Nostro.
[16] Mi riferisco, naturalmente, alla recente enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2026. Sulla quale “Controversie” ha già ospitato due articoli: Gianluca Fuser, Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica “Magnifica Humanitas”, “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/istanze-magnifica-humanitas/ e Paolo Bottazzini, La babele dell’I.A., “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/la-babele-ai/.
Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Prima parte, breve storia del Nucleare in Italia
Prima del referendum del 1987
(Questo e i due successivi articoli sono stati realizzati in collaborazione con StoriastoriePN, il blog degli storici del Friuli Occidentale. In questa prima parte esaminiamo in breve la tormentata storia del nucleare in Italia, nella prossima parte vedremo quali sono gli schieramenti tra promotori di questa strategia, sostenitori industriali del piano del Governo e chi sono i contrari, se ancora ci sono; inoltre tenteremo una comparazione tra le diverse fonti e tecnologie di produzione dell’energia elettrica, in termini di costi, tempi di realizzazione, materie prime necessarie, continuità della produzione, impatto ambientale. Nella terza ed ultima parte cercheremo di dare una nostra interpretazione ragionata sull’opportunità o meno di procedere con il nucleare.)
Lo sfruttamento dell’energia nucleare per la produzione di elettricità, in Italia, inizia nei primi anni ’60 del XX secolo, con l’attivazione delle tre centrali di Latina, di Sessa Aurunca e di Trino Vercellese, con potenza tra i 160 e i 270 MWe, in grado – a regime – di produrre poco più di 3 milioni di MWh all’anno. Nel 1978 viene attivata la centrale di Caorso, con una potenza di 860 MWe e una produzione annua di quasi 5 milioni di MWh[1].
Questa fase è pioneristica, senza una pianificazione strutturata, in parallelo alle politiche più articolate inglesi e francesi[2].
La politica di sviluppo dell’energia nucleare dello Stato italiano, stimolata dagli esempi britannico e francese, e dalla grave crisi energetica del 1973, fu delineata in modo puntuale nel 1975 dal Piano Energetico Nazionale (PEN) del Ministro dell’Industria Carlo Donat-Cattin. Il PEN del 1975 prevedeva la realizzazione di 20 nuove centrali da 1.000 MW ciascuna, due all’anno per 10 anni, e aveva l’obiettivo[3] di generare più di 150 milioni di MWh /anno e arrivare così a coprire quasi il 50% del crescente fabbisogno energetico nazionale[4]. Di questo piano ambizioso, l’unica centrale effettivamente realizzata è quella di Caorso, attiva dal 1978.
Nel dicembre del 1981, il CIPE e il Parlamento approvano il nuovo PEN del governo Spadolini, e il relativo il Piano Unificato Nucleare (PUN[5]) che definisce gli standard di realizzazione delle “prossime” 7-8 centrali, puntando sulle tecnologie PWR[6], sempre di taglia “1.000 MWe”.
La legge del 1981 blinda lo sviluppo dell’energia di origine nucleare attraverso due dettati-chiave: il primo dice che il CIPE[7] può decidere in autonomia dove costruire le centrali, anche se le istituzioni locali non sono d’accordo e non concedono il sito; il secondo, a parziale compensazione dell’imperium decidendi sulla localizzazione, concede dei significativi contributi statali a comuni e regioni che “ospitano” siti nucleari.
Questa coppia di dettati ha l’ovvio compito di aggirare e neutralizzare ogni possibile obiezione del tipo Not In My Backyard (NIMBY) sollevata dalle popolazioni e dagli enti locali target e di rendere – nell’idea del legislatore – rapido, efficace ed in grado di resistere alla protesta sociale[8].
Nel 1985, la nuova versione del Piano Energetico Nazionale conferma l’intento di costruire unità di produzione per 12 GW entro il 2000.
Ruolo della protesta sociale, dell’economia traballante e della paura
L’ambizioso – quasi roboante - progetto nucleare di Donat-Cattin sembra non avere grande fortuna: dal 1975 in poi viene attivata una sola nuova centrale, quella di Caorso, la cui realizzazione era iniziata già nel 1970.
Le ragioni di questo stallo sono - da una parte - l’opposizione della popolazione, dei sindacati, dei partiti di sinistra e verdi e di buona parte degli enti locali contro la successiva centrale in piano, quella di Montalto di Castro. La popolazione non vede di buon grado la presenza di un “oggetto” assimilato nell’immaginario alla bomba atomica, i sindacati temono e paventano condizioni di lavoro ad elevato rischio, gli enti locali tutto desiderano fuorché mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, la loro autonomia politica e la posizione elettorale, accettando un potenziale rischio mal visto da tutti.
Dall’altra parte, gioca contro il PEN e il PUN l’ormai evidente squilibrio tra la dimensione degli investimenti necessari, circa 7.000 miliardi di lire di allora, pari a qualcosa come 25-30 miliardi di euro attuali, e la situazione economico-finanziaria dello Stato italiano, messo in ginocchio dalla crisi del 1973, dal fenomeno di stagflazione e dalla crisi dei principali settori industriali del periodo.
A incrinare definitivamente le prospettive dello sviluppo del nucleare sono, poi, gli incidenti di Three Miles Island (1979) e di Chernobyl (1986), che stagliano un’ombra letale sul rischio legato alle centrali.
È questo il quadro in cui si muove il movimento referendario guidato, per i quesiti sul nucleare, da Radicali, Democrazia Proletaria, Verdi e Lega per l’Ambiente.
Il referendum del 1987 e la fine del piano nucleare civile
I quesiti del referendum davvero rilevanti per fermare i piani relativi al nucleare sono due (dei 3 proposti), e si riferiscono proprio ai due pilastri della localizzazione degli impianti: «Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti?» e dei contributi agli Enti Locali: «Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?».
Nel programma dei promotori non si tratta di abrogare del tutto la politica di sviluppo nucleare, tema troppo complesso per un referendum abrogativo[9], ma di tagliare alla base due colonne portanti di quella politica, l’imperium decidendi e le compensazioni economiche “per il disturbo”, rimettendo l’attuazione pratica delle scelte energetiche nelle mani dell’opinione pubblica, dei privati cittadini e delle istituzioni potenziali “vittime” della localizzazione forzata.
La leva sull’autonomia decisionale e sul timore di disastri porta alla vittoria del SI e – dopo poco tempo – i governi Goria, De Mita e Andreotti riconoscono il trend dell’opinione popolare e istituzionale locale e si tolgono il problema dai piedi, abbandonando il piano di sviluppo.
Le tre centrali di Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese, vengono spente praticamente in corrispondenza della fine del loro ciclo di vita programmato; quella di Caorso, già in standby nel 1986 per la manutenzione periodica, non viene più riaccesa. Ovviamente, anche i progetti di raddoppio di Trino e della nuova centrale di Montalto vengono abbandonati definitivamente e, pochi anni dopo, passati in gestione a Sogin per lo smantellamento.
Il “sogno nucleare” italiano inaugurato negli anni ’60 del 1900, si volatilizza – quindi - di fronte ad una combinazione di costi di realizzazione troppo elevati, di crisi economica e finanziaria, di paura dei rischi, di scarsa efficienza delle tecnologie disponibili, di popolazione riluttante e di rivendicazione delle autonomie da parte degli Enti Locali.
Oltre a questo, negli anni ’80 il fabbisogno energetico non era ancora così elevato e poteva essere coperto dalla produzione idroelettrica e da fonti di origine fossile – tra l’altro non ancora percepite in modo massiccio come responsabili del degrado ambientale.
La conferma della volontà popolare nel 2011
Nel 2011, il Governo Berlusconi IV tenta la reintroduzione della possibilità di un programma nucleare nell’impianto legislativo italiano, con l’ Art. 5, Comma 1 del decreto-legge 34/2011, che prevede di «acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui parametri di sicurezza, anche in ambito comunitario, in relazione alla localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare» (Art. 5, Comma 1) e con una lunga perifrasi nel Comma 8[10].
Il tentativo viene velocemente tarpato da un nuovo referendum abrogativo, con un quesito trainato dal tema dei servizi idrici che abroga proprio i due commi 1 e 8 dell’Art.5.
Il popolo italiano decide per la seconda volta contro lo sviluppo del nucleare.
Oggi: una nuova strategia, ma con dei paletti
In parallelo alla fallimentare consultazione popolare sul Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi – di cui abbiamo parlato qui e qui – che riguarda più le scorie della diagnostica medica che quelle della produzione di energia, il governo Meloni prova ad elaborare una nuova potenziale strategia di rilancio del nucleare civile “sostenibile”, con la proposta di legge del Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, approvata in prima lettura dalla Camera dei Deputati il 6 giugno 2026.
La legge Pichetto è più una istanza di metodo che di merito: è una legge-delega, che definisce un obiettivo generale e mette nelle mani del Governo (delega, infatti) la definizione del quadro normativo per l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione.
Sarà, quindi, il Governo a decidere, entro un anno, cosa fare, come e quando farlo e con quali risorse. Attraverso decreti legislativi e senza passare dal Parlamento.
Tuttavia, nelle parole del Ministro, il Governo dovrebbe muoversi rispettando una serie di vincoli economici, ambientali e sociali: garantire l’aderenza agli obiettivi di decarbonizzazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (che rispecchiano gli impegni europei), mantenere un profilo di sicurezza ambientale estremamente elevato, integrarsi con un piano di stoccaggio temporaneo e di smaltimento definitivo delle scorie, comprendere – nel programma di sviluppo – anche la ricerca sulla fusione, sulla fissione avanzata e sulle relative applicazioni industriali.
Infine, la legge delega stabilisce che i decreti legislativi debbano, poi, essere trasformati in legge attraverso la corretta procedura parlamentare, e questo dovrebbe essere una importante garanzia contro le decisioni unilaterali su una materia che non può esimersi da un ampio consenso, perlomeno di tipo rappresentativo.
Alla prossima puntata, quindi!
NOTE:
[1] Fonte Sogin, https://www.sogin.it/it/chiusuradelciclonucleare/sitinucleariitaliani/Pagine/default.aspx;
[2] Cfr. https://world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-t-z/united-kingdom, https://www.edf.fr/groupe-edf/comprendre/production/nucleaire/nucleaire-en-chiffres;
[3] Modesto rispetto a quello francese di effettuare una transizione completa dal fossile al nucleare entro 15 anni, ma in linea con quello britannico che prevedeva una quota del 25% del fabbisogno energetico coperto dal nucleare;
[4] Stimato in circa 300 mln di MWh /anno per l’anno 2000;
[5] Si divertivano con le sigle di tre lettere;
[6] Reattore termico ad acqua pressurizzata (PWR, Pressurized Water Reactor), cfr. https://www.infn.it/energia-nucleare/;
[7] Comitato interministeriale per la programmazione economica. Cfr. https://www.openpolis.it/parole/che-cose-il-cipe-e-di-cosa-si-occupa/;
[8] E per fortuna che era un governo di centro-sinistra, in cui “militavano” anche PSI e PSDI, le principali forze di sinistra moderata di quel periodo;
[9] In quegli anni non esisteva il referendum propositivo e la legge 352/1970 impediva di fare referendum abrogativi riguardati una scelta politica generale, qual era il piano di sviluppo sul nucleare civile;
[10] Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorita' e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitivita' del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l'incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilita' ambientale nella produzione e negli usi dell'energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell'Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70
https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito
https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB
Chi ripara la rete? Il caso autistici.org e il lavoro invisibile che tiene aperta Internet
Il 28 agosto 2026, di prima mattina, il dominio autistici.org ha smesso di esistere. Non c'è stato nessun sequestro di server, nessuna perquisizione: quando un computer, in qualunque parte del mondo, chiedeva al sistema dei nomi di Internet dove si trovasse autistici.org, gli veniva risposto che un dominio con quel nome non c'era. Sedicimila caselle di posta, diecimila blog e cinquemilacinquecento liste di discussione sono diventate nello stesso istante indirizzi che non portano da nessuna parte.
Due giorni prima il Dipartimento di Stato e il Tesoro degli Stati Uniti avevano inserito Autistici/Inventati, un'associazione italiana che dal 2001 offre gratuitamente posta cifrata, hosting e strumenti di comunicazione a movimenti e attivisti, nell'elenco dei "terroristi globali specialmente designati". Al collettivo non viene attribuito alcun attentato; gli si attribuisce di aver fornito "strumenti tecnologici e servizi" a gruppi che ne avrebbero compiuti. Il comunicato del Tesoro nomina il PKK e si sofferma sul fatto che Autistici/Inventati si definisce antifascista e antimilitarista, quasi che bastasse questo. Non è stata resa pubblica alcuna prova a sostegno. Nessun tribunale, italiano o europeo, è stato interpellato: quella che il diritto americano chiama designazione è un atto amministrativo dell'esecutivo, fondato su un ordine presidenziale del settembre 2001, con cui il governo dichiara un soggetto terrorista e ne fa scattare le conseguenze senza contraddittorio. Il 6 settembre il collettivo ha annunciato la chiusura di tutti i servizi, spiegando che "in questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità".
Della vicenda si sta discutendo molto sul piano giuridico: sanzioni extraterritoriali, giurisdizione del registro .org, regolamenti europei che non si applicano. Io vorrei fermarmi su un altro aspetto, che mi sembra ricevere meno attenzione: cosa dice questo episodio sul modo in cui abitiamo la rete, su chi la tiene in piedi senza che ce ne accorgiamo, e su cosa accade a una comunità quando il luogo che la ospitava viene cancellato senza che nessuno debba spiegarne il perché.
L'infrastruttura si vede solo quando si rompe
Susan Leigh Star, in un saggio del 1999 che è diventato un punto di riferimento per la sociologia della tecnologia, osservava che l'infrastruttura resta invisibile finché funziona e si mostra soltanto quando si guasta. Nessuno pensa alla rete idrica finché scorre acqua dal rubinetto, e nessuno pensa a chi gestisce l'elenco dei nomi di Internet finché un nome non scompare. Il caso autistici.org è un guasto di questo tipo, e quello che lascia intravedere è una struttura molto meno neutrale di quanto si tenda a credere.
Il dominio .org, quello che associamo alle associazioni, alle organizzazioni non governative, come Wikipedia ad esempio, è amministrato dal Public Interest Registry, un ente statunitense creato e controllato dall'Internet Society. Non ha scopo di lucro; è nato nel 2002 proprio con l'idea di dare al mondo del non profit una casa al riparo dagli interessi commerciali. Ha però sede in Virginia, e un soggetto statunitense che continua a fornire servizi a un'entità inserita nella lista del Tesoro commette un illecito. Nessuno ha reso pubblico un ordine di disattivazione, ed è verosimile che nessun ordine sia mai stato emesso: è bastata l'esistenza della lista. Devo segnalare che su questo punto la fonte è una sola, il collettivo stesso, che nel comunicato del 28 agosto ha scritto che non esiste alcuna dichiarazione pubblica di PIR che spieghi il caso o confermi di aver agito su richiesta dell'OFAC, l'ufficio del Tesoro che amministra le sanzioni. A oltre dieci giorni di distanza, mentre scrivo, quella dichiarazione non c'è ancora. L'unica traccia tecnica è uno stato del dominio, serverHold, che per definizione può essere impostato soltanto dal gestore del registro.
La sanzione che non ha bisogno di essere eseguita
A questo punto la questione smette di essere soltanto giuridica. Le sanzioni contemporanee agiscono meno per quello che vietano che per la paura che diffondono. PayPal ha sospeso il conto del collettivo il giorno dopo l'inserimento nella lista. Banca Etica ha sospeso a sua volta l'operatività del conto del collettivo il primo settembre, annunciando come probabile la chiusura e citando il rischio di "sanzioni secondarie" che avrebbero potuto tagliarla fuori dagli intermediari finanziari americani. Lo ha fatto condannando pubblicamente l'uso delle norme antiterrorismo contro il dissenso e per questo il suo è il caso che mi interroga maggiormente: nemmeno chi disapprova la misura riesce a sottrarvisi. Né PayPal né Banca Etica erano tenute da una norma italiana a fare quello che hanno fatto; hanno valutato il rischio e hanno tagliato.
Beniamino Irdi in un’intervista ha sottolineato con chiarezza proprio come l’effetto reale di una misura come questa non sia il congelamento dei beni ma il de-risking, cioè la scelta preventiva di banche, sistemi di pagamento, registri, fornitori di hosting e di connettività di interrompere ogni rapporto prima che qualcuno glielo chieda. Lo Stato non esegue la sanzione; la delega alla prudenza di chi teme di essere il prossimo, e basta colpire un nodo perché la rete di relazioni intorno si ritragga da sola. La novità, secondo Irdi, sta nel fatto che la logica del "sostegno materiale" al terrorismo viene qui estesa fino al livello dell'infrastruttura, cioè non a chi agisce ma a chi fornisce il mezzo con cui chiunque potrebbe agire.
L'effetto di raffreddamento
Il diritto costituzionale americano ha un termine per quello che accade quando la punizione diventa possibile anche se non certa: chilling effect, effetto di raffreddamento. È nato per descrivere l'effetto delle leggi vaghe sulla libertà di parola, ma negli ultimi anni la ricerca empirica ha cominciato a misurarlo. Non serve che tutti vengano colpiti, basta che tutti sappiano di poterlo essere. Nel 2016 Jonathon Penney, giurista, ha confrontato il traffico delle voci di Wikipedia dedicate a temi sensibili, come terrorismo e sorveglianza, prima e dopo le rivelazioni di Edward Snowden del giugno 2013, e ha trovato che dopo le visite erano calate in modo statisticamente significativo e non erano tornate ai livelli precedenti. Nessuna di quelle persone era stata perseguita. Avevano semplicemente smesso di cercare.
Il meccanismo, del resto, è vecchio. Foucault lo ha descritto a partire dal Panopticon di Bentham: la sorveglianza non ha bisogno di essere esercitata per funzionare, perché quando è possibile ciascuno la esercita su se stesso. Quello che le sanzioni aggiungono al modello è che il sorvegliante non ha nemmeno bisogno di guardare, gli basta pubblicare una lista.
Pensiamo alle sedicimila persone che avevano una casella su autistici.org. Non erano tutte militanti: c'erano giornalisti, ricercatori, associazioni di quartiere, persone che semplicemente non volevano che la propria posta fosse letta da un algoritmo per costruire un profilo da vendere agli inserzionisti. Dal 28 agosto ognuna di loro si è trovata a chiedersi se il fatto stesso di aver usato quel servizio la renda sospetta. Shayana Kadidal, avvocato del Center for Constitutional Rights che ha seguito diversi casi contro la norma americana sul sostegno materiale al terrorismo, interpellato dall'Intercept il 28 agosto, quando i servizi erano ancora attivi, aveva osservato che se gruppi statunitensi avessero continuato a usarli il governo americano avrebbe potuto usare quell'affiliazione contro di loro. È in questa luce che va letta la chiusura, arrivata nove giorni dopo. Non l'ha imposta nessuno: l'ha decisa il collettivo, perché continuare a offrire i servizi era diventato, con le sue parole, "un pericolo in più" per chi li usava, esposto al rischio di finire a sua volta nel mirino per il solo fatto di esserci. Spegnere tutto era l'unico atto di cura rimasto in loro potere. Che la minaccia si concretizzi davvero conta poco. Il dubbio basta da solo a disperdere una comunità, e la disperde senza lasciare tracce, perché non c'è un divieto da contestare ma solo un sospetto che ciascuno si porta dietro.
Il senso di comunità è quel legame che tiene insieme le persone che condividono un luogo, fisico o digitale, e David McMillan e David Chavis, nel 1986, ne hanno individuato quattro componenti: il sentirsi membri di qualcosa con confini riconoscibili, la percezione di poter influire sul gruppo e di esserne influenzati, il soddisfacimento reciproco dei bisogni, e una connessione emotiva costruita su una storia condivisa. Venticinque anni di posta, blog e liste su autistici.org erano questo, un'appartenenza prima che un servizio, e quando un'appartenenza viene interrotta da un atto esterno che non ammette replica si perde un luogo di vita digitale, si disperde una comunità che attorno a quel luogo ha costruito un significato. Il fatto che il luogo sia intangibile, online, non lo rende meno reale per chi ne ha fatto parte. La ricerca sulla giustizia procedurale, a partire dal lavoro di Tom Tyler, mostra che le persone tollerano male non tanto la severità di una decisione quanto l'assenza di voce, l'impossibilità di essere ascoltate prima che la decisione venga presa. Un atto amministrativo di questo tipo nega esattamente questo. Il collettivo l'ha definita "un vero e proprio editto amministrativo contro cui non esiste vera e propria battaglia legale".
Aggiustare il mondo
Nel 2022 Giovanni Ziccardi, che insegna informatica giuridica all'Università di Milano, ha pubblicato una biografia di Aaron Swartz intitolata “Aggiustare il mondo”. L'espressione viene da un momento preciso della vita di Swartz, poco più che ventenne, quando si rende conto di non poter "aggiustare il mondo" da solo e decide che il modo più responsabile di usare quello che sa è spiegarlo agli altri, il più semplicemente possibile, perché siano in tanti a poter intervenire.La riparazione come lavoro distribuito, e il compito di chi sa come quello di allargare il numero di chi può.
Swartz aveva quattordici anni quando entrò nel gruppo che scrisse la specifica RSS 1.0, il formato che ancora oggi permette di seguire un blog o un podcast senza passare da una piattaforma; lo racconta lui stesso, ricordando che da ragazzino aveva molto tempo libero e finì per dedicarlo tutto a quello. A diciannove, con la fusione tra la sua piccola azienda e Reddit, ne divenne uno dei fondatori. Ma quello che lo interessava davvero era l'accesso alla conoscenza. Nel 2002 entrò nel gruppo tecnico che stava costruendo Creative Commons, e nel luglio 2008, durante un soggiorno in Italia, scrisse insieme ad altri che non vollero firmarlo il Guerilla Open Access Manifesto. Il testo si apre con tre parole, "Information is power", e sostiene che il patrimonio scientifico e culturale del mondo, digitalizzato e chiuso a chiave da poche società private, va liberato anche a costo di violare leggi che l'autore considera ingiuste. Nel 2011 scaricò in massa articoli scientifici dall'archivio JSTOR usando la rete del MIT e fu incriminato in base al Computer Fraud and Abuse Act, una legge del 1986 scritta per altri scopi. Il comunicato del Dipartimento di Giustizia parlava di pene fino a trentacinque anni, mentre la stessa procura offriva un patteggiamento di pochi mesi; il ministro della Giustizia Eric Holder difese poi quella distanza davanti al Senato come "un buon uso della discrezionalità dell'accusa". Swartz si tolse la vita nel suo appartamento di Brooklyn l'11 gennaio 2013, a ventisei anni, prima del processo.
I fatti sono diversi da quelli di autistici.org, e non voglio forzare il parallelo. Quello che li accomuna è il meccanismo. In entrambi i casi uno Stato ha applicato a un'infrastruttura di conoscenza o di comunicazione una categoria pensata per altro, la frode informatica in un caso e il terrorismo nell'altro, con una sproporzione che serve più a dare un esempio che a fare giustizia. La forbice tra i trentacinque anni annunciati alla stampa e i pochi mesi offerti in privato dice che il processo a Swartz non era pensato per punire un download, ma per mostrare a tutti gli altri cosa non si deve fare. Allo stesso modo le sanzioni contro Autistici/Inventati non fermano nessun attentato, ma avvertono chiunque offra un servizio di comunicazione non sorvegliato che da quel momento il rischio è suo.
Il libro di Ziccardi aiuta a vedere anche un'altra cosa. Swartz non fu perseguito tanto per ciò che aveva fatto con i dati (JSTOR, dopo un accordo con lui, dichiarò di non avere alcun interesse a che il procedimento andasse avanti) quanto per ciò che i suoi scritti lasciavano intendere sulle intenzioni. Fu la parte del Manifesto che chiamava a una "pirateria di massa", scrive Ziccardi, a interessare di più gli investigatori, e davanti al Gran Giurì la procura cercò di usare proprio quel testo per dimostrare il dolo. Anche nel caso italiano l'accusa non riguarda un atto del collettivo, ma il senso politico del servizio che offriva e le persone a cui lo offriva. Si punisce una posizione, e la condotta viene dopo.
Questo è per tutti
La sera del 27 luglio 2012, durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra, un uomo di cinquantasette anni seduto a una scrivania al centro dello stadio digitò su un computer NeXT un messaggio che si accese in lettere luminose sugli spalti: This is for everyone, questo è per tutti. Era Tim Berners-Lee, che ventitré anni prima, al CERN di Ginevra, aveva inventato il World Wide Web.
Più dell'invenzione, però, conta una decisione che prese il 30 aprile 1993, quando convinse il CERN a rilasciare la tecnologia del Web nel pubblico dominio, rinunciando a qualsiasi royalty. Senza quella firma oggi navigheremmo probabilmente in una rete a pagamento, frammentata in standard proprietari. Il Web è gratuito e universale non per una legge di natura ma per una scelta presa da una persona in un momento preciso, e quello che si è scelto una volta si può anche disfare.
Nel settembre 2025 Berners-Lee ha pubblicato la sua autobiografia, This Is for Everyone, con un sottotitolo che pesa: The Unfinished Story of the World Wide Web, la storia incompiuta. Da almeno quindici anni ripete che la sua creatura ha tradito il progetto originario, concentrata in poche piattaforme, alimentata dalla sorveglianza pubblicitaria, controllata da chi possiede i dati e non da chi li produce. Nel 2019 ha lanciato un "Contratto per il Web" i cui primi tre principi si rivolgono ai governi: garantire che tutti possano connettersi, mantenere tutta la rete disponibile tutto il tempo, rispettare e proteggere i diritti fondamentali delle persone online. Nel caso autistici.org un governo li ha ignorati tutti e tre, nei confronti di cittadini di un altro Paese.
Strade e ponti
Nel 2016 Nadia Eghbal pubblicò per la Ford Foundation un rapporto intitolato Roads and Bridges, dedicato all'infrastruttura digitale invisibile su cui poggia tutto il resto: librerie software mantenute da una o due persone nel tempo libero, protocolli scritti da volontari, server pagati con donazioni. La sua tesi era che trattiamo questa infrastruttura come trattiamo le strade, la usiamo tutti e la diamo per scontata e nessuno vuole pagarla, con la differenza che per le strade esiste un ministero e per i ponti digitali no.
Autistici/Inventati era uno di questi ponti, come lo sono i volontari che mantengono i nodi della rete Tor, i tecnici di Riseup negli Stati Uniti, i bibliotecari dell'Internet Archive, le migliaia di persone che scrivono Wikipedia senza compenso, i manutentori di Debian, chi lavora nei capitoli nazionali dell'Internet Society. Il capitolo italiano, il 6 settembre, ha scritto a PIR e a ISOC, con ICANN in copia, chiedendo che il dominio .org sia considerato una risorsa essenziale per la libertà di espressione e di associazione, non soggetta alle decisioni di un singolo governo, e che si valuti anche la collocazione legale delle organizzazioni che lo amministrano. È una richiesta più radicale di quanto sembri, perché ammette che il problema non sta in un abuso ma in una struttura.
Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia nel 2009, ha passato la vita a studiare come le comunità gestiscono i beni comuni, pascoli, sistemi di irrigazione, zone di pesca, senza che intervengano lo Stato o il mercato. La sua conclusione era che i beni comuni reggono quando chi li usa partecipa alle regole, quando i confini sono chiari e quando esistono meccanismi di risoluzione dei conflitti accessibili e poco costosi. Nelle sue parti migliori la rete è stata per trent'anni un bene comune in questo senso. Quello che stiamo vedendo è cosa succede quando l'attore più forte decide che le regole comuni non lo riguardano e che i conflitti si risolvono per decreto.
Restare umani
Il collettivo ha intitolato il suo ultimo comunicato "Restare umani" e ha scritto ai propri utenti di mollare il pc, uscire, lottare, abbracciarsi e non perdere il sorriso. Può sembrare una resa. Io la leggo piuttosto come la constatazione che l'infrastruttura tecnica, da sola, non basta a proteggere una comunità, e che a un certo punto la difesa di uno spazio libero torna a passare dalle persone e non dai server.
C'è anche, in questa consapevolezza, un'indicazione di metodo. Il meccanismo che ha spento autistici.org non è stato un comando ma una catena di adesioni preventive, un registro, un sistema di pagamento, una banca che si ritraggono uno dopo l'altro. Gene Sharp, il più influente studioso della resistenza nonviolenta, ha costruito la sua teoria sull'osservazione simmetrica: il potere non è una proprietà di chi comanda ma il prodotto della cooperazione di molti, e si indebolisce nella misura in cui quella cooperazione viene ritirata. Se il de-risking è il ritiro della cooperazione dal più debole per paura del più forte, il suo rovescio è il rifiuto, caparbio e legale, di ritrarsi: continuare a ospitare, a linkare, a mirrorare, a mantenere un nodo, a chiedere conto a un registro del perché un nome è scomparso.
I volontari di Autistici/Inventati hanno tenuto in piedi per venticinque anni un pezzo piccolo di rete, ed è bastata una riga in una lista redatta a Washington per cancellarlo. La libertà di pensiero e di azione si muove su un terreno più fragile di quanto ci piaccia pensare. Quello che resta da capire, ed è un lavoro che non riguarda solo chi sa programmare, è come costruire forme di resistenza nonviolenta ma ostinata capaci di proteggere la rete. L'infrastruttura si vede quando si rompe: la chiusura di autistici.org è dunque un'occasione, per chi dava Internet un diritto acquisito e scontato, di imparare a guardarla. La consapevolezza non è un requisito d'ingresso, è qualcosa che si coltiva, e comincia quasi sempre dalla perdita di una libertà fondamentale in nome di un pericolo che nessuno è tenuto a dimostrare.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Fonti sul caso
Autistici/Inventati, Press Release – August 28, 2026, 28 agosto 2026, https://www.inventati.org/campaign/press.
Autistici/Inventati, Restare umani, comunicato di chiusura, 6 settembre 2026 (ripreso da ANSA, Il Post, Il Fatto Quotidiano, Domani, 6-7 settembre 2026).
Banca Etica, Banca Etica e le sanzioni ad Autistici/Inventati: no all'uso delle norme anti-terrorismo contro il dissenso. Urgenti risposte istituzionali, comunicato stampa, 1° settembre 2026, https://www.bancaetica.it/area-stampa/autistici-inventati-banca-etica-condanna-uso-improprio-ofac-valutazioni-per-non-chiudere-il-conto/.
Decode39, Autistici/Inventati case sets a new counterterrorism precedent, Irdi says, intervista a Beniamino Irdi, 27 agosto 2026, https://decode39.com/16319/autistici-inventati-case-sets-a-new-counterterrorism-precedent-irdi-says/.
EDRi (European Digital Rights), EDRi stands in solidarity with Autistici/Inventati, settembre 2026.
Internet Society Italia, La disattivazione di autistici.org minaccia la natura globale e libera di Internet, 6 settembre 2026, https://isoc.it/node/3135.
Sledge, Matt, Trump Goes After Anonymous Email Provider in Italy. The Real Target Is Free Speech in the U.S., "The Intercept", 28 agosto 2026, https://theintercept.com/2026/08/28/trump-antifa-terrorist-websites-free-speech/.
U.S. Department of State, Designation of Autistici/Inventati as a Specially Designated Global Terrorist, 26 agosto 2026.
U.S. Department of the Treasury, Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks, comunicato sb0616, 26 agosto 2026.
U.S. President, Executive Order 13224, Blocking Property and Prohibiting Transactions With Persons Who Commit, Threaten To Commit, or Support Terrorism, 23 settembre 2001.
Waldvogel, Marcel, Autistici/Inventati Sanctions Status, netfuture.ch, 5 settembre 2026.
Letteratura
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Quando le parole sono fatti. Una lezione epistemologica da parte di Trump
E’ ancora dominante (nel senso comune, in una certa filosofia di sapore neopositivista e nella stragrande maggioranza delle scienze) una concezione denotativa del linguaggio (sostenuta, fra gli altri, da Frege 1884, Russell 1905 e il primo Wittgenstein 1922), che ritiene che le parole servano solo per descrivere la realtà, per nominare un referente (oggetto) che preesiste all’atto linguistico.
Per cui, i nomi non farebbero altro che registrare, rispecchiare, una realtà indipendente dall’osservatore.
Fin dagli inizi del secolo scorso è stata contrapposta una concezione connotativa del linguaggio
(fra gli altri, de Saussure 1916, il secondo Wittgenstein 1956, Whorf 1956), consapevole che (piaccia o meno) sono le parole (e i discorsi in generale) a costruire la realtà. Infatti, le espressioni che usiamo hanno un potere performativo, come eloquentemente evocato dal titolo del libro postumo di Austin (1962) Come fare cose con le parole. Per cui, sono gli atti linguistici a produrre fatti, a costruire cornici cognitive (frames) e le parole, di conseguenza, non sono mai neutre.
Gli esempi sono innumerevoli. Eccone uno, con un sequel che si preannuncia elettrizzante, da parte del 47° Presidente degli Stati Uniti, Donand Trump.
Quando i fatti sono… parole
Fino al 24 gennaio 2025 nelle cartine geografiche avevamo questa immagine:

Il giorno successivo, Trump cambia il nome a quella insenatura dell’oceano e lo chiama Golfo d’America. Scatenando le ire del Messico, Paese confinante.
Come ben spiegato in https://www.wired.it/article/golfo-del-messico-cambio-nome-trump-ragioni/, in realtà, non è la prima volta che quella porzione di oceano cambia nome. Il Golfo del Messico viene chiamato così solo a partire dal 1540, perché in precedenza era conosciuto come "golfo della Nuova Spagna".
Come riportato nell’articolo di Wired, «molti nomi attribuiti a molti di questi luoghi, sono di natura eurocentrica, non preispanica. Uno dei primi nomi registrati per la regione fu ‘Seno de México’. Questo termine venne utilizzato da esploratori come il pirata inglese Francis Drake (…)
Perciò, quel nome riflette una visione della regione dalla prospettiva europea, dove il punto di riferimento geografico era Città del Messico e non le culture autoctone”, spiega Xavier Elorriaga Villalobos, docente di Storia presso l'Universidad Iberoamericana.
Le prime mappe utilizzavano termini come "golfo della Nuova Spagna".
Solo nel XIX secolo, dopo che le nazioni iniziarono a delimitare i propri confini, si consolidò l'uso del termine attualmente usato. Anche il nome "America" non è autoctono né esisteva nelle culture indigene. È stato imposto dagli europei come omaggio ad Amerigo Vespucci.
Per cui Trump (semplicemente) rifà quello che altri avevano già fatto: “E questo cambiamento di nome
non è né futile né insignificante. Dare un nome a qualcosa significa appropriarsene. In molti casi, cambiare il nome a qualcosa implica la riscrittura di una narrazione e la ridefinizione del rapporto che le persone hanno con quello spazio”.
Tre giorni dopo, Google Maps (USA) si adegua.

Anche se l’Europa (e probabilmente altri Paesi nel mondo) resistono o scelgono un compromesso, come succede per Google Maps Italia:
Trump, il recidivo
Ma non finisce qui. Un anno e mezzo dopo (precisamente il 27 agosto scorso) il Presidente statunitense ha firmato un decreto per ribattezzare anche il lago Ontario in lago d'America, questa volta facendo arrabbiare il Canada, paese confinante.
E, nuovamente, dopo tre giorni Google Maps Usa ha aggiornato le carte:

E la stessa cosa la stanno per fare anche Apple, Microsoft e tutti i siti e app che forniscono mappe.
Google Maps Italia, invece, ha nuovamente scelto la via del compromesso:

Poi Trump ha proseguito: «Abbiamo un golfo, abbiamo un lago. Ora forse dovremo cambiare il nome dell'oceano Atlantico e dell'oceano Pacifico. Forse li cambieremo tutti e due».
Tempo fa, un politico italiano, chiese: “Abbiamo una banca?”. E non finì tanto bene…
Come riporta il Corriere della Sera
https://www.corriere.it/esteri/26_agosto_27/trump-rinomina-il-lago-ontario-si-chiamera-lago-america-ora-ci-serve-un-oceano-3a71290f-f1c2-4077-87ff-0fb40c23cxlk.shtml, “Google, probabilmente prevedendo che il cambiamento avrebbe suscitato polemiche ha rilasciato una nota in cui spiega che le modifiche ai nomi geografici su GoogleMaps vengono applicate per prassi nel momento in cui subentrano aggiornamenti da fonti governative ufficiali. Google fa riferimento al Sistema di Informazione sui Nomi Geografici degli Stati Uniti (GNIS) e spiega che gli utenti di Maps negli Stati Uniti vedranno «Lago America» quelli in Canada continueranno a vedere «Lago Ontario» e quelli al di fuori degli Stati Uniti e del Canada vedranno entrambi i nomi (Lake America tra parentesi).
Un bel esercizio di relativismo geografico.
Le società private non sono tuttavia obbligate per legge a procedere con le modifiche geografiche. Uno dei fornitori statunitensi di mappe, MapQuest, in risposta all'ordine di Trump ha dichiarato in un post: «Non lo cambieremo».
Ora Trump ci ha preso gusto e, contemporaneamente, ha anche detto che, dal momento che gli USA controllano lo Stretto di Hormuz, si potrebbe ribattezzarlo con il suo nome.
Con buona pace di Frege, Russell e il primo Wittgenstein, che credevano che il legame tra un nome e il suo oggetto fosse radicato nella logica o nella struttura della realtà, e non in un accordo sociale.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Frege, Gottlob. 1884. Die Grundlagen der Arithmetik. Eine logisch-matematische Untersuchung über den Begriff der Zahl, Breslau, Köbner. Trad.it. Logica, pensiero e linguaggio.I fondamenti dell’aritmetica e altri scritti. Bari: Laterza, 2001.
De Saussure, Ferdinand (1916) Cours de linguistique générale, Lausanne: Payot, trad. it. Corso di linguistica generale, Bari, Laterza
Russell, Bertrand (1905). "On Denoting". Mind. 14 (4): 479–493, trad. it. Sulla denotazione", in Andrea Bonomi (a cura di), La struttura logica del linguaggio, Milano, Bompiani, 1973, pp. 179–195.
Wittgenstein, Ludwig. 1922. Tractatus logico-philosophicus, London, Kegan Paul, Trench, Treubner & Co, trad. it. Tractatus logico-philosophicus, Torino: Einaudi, 1980.
Wittgenstein, Ludwig. 1956. Bemerkungen über die Grundlagen der Mathematik, Frankfurt am Main: Suhrkamp Verlag, trad. it. Osservazioni sui fondamenti della matematica, Torino: Einaudi.
Whorf, Benjamin, L. (1956), Language, Thought and Reality: Selected Writings of Benjamin Lee Whorf, edited by John Carroll, The MIT Press Cambridge (MA), trad. it. Linguaggio, pensiero, realtà, Boringhieri, Torino 1970.
Israele e l’archeologia della sovranità. Come il controllo del patrimonio culturale può diventare uno strumento di annessione
Mentre il panorama culturale si affolla di eventi che mettono in scena la pace per Gaza — evocata nei concerti, celebrata attraverso cammini simbolici o affidata all’immagine ormai rituale di un palestinese e un israeliano insieme, a testimonianza della “pace possibile” — a Gaza le bombe non hanno mai smesso di uccidere, nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025. Eppure, raramente chi anima questi eventi si interroga — o invita il pubblico a interrogarsi — sulle cause strutturali del conflitto. Si invoca la riconciliazione, ma si tace sulla giustizia e si evita di nominare l’elefante nella stanza. Parlare delle responsabilità politiche del governo israeliano, dell’occupazione, degli insediamenti e del processo di spoliazione e annessione della Cisgiordania continua a essere considerato divisivo, fuori registro, quasi sconveniente.
Nel frattempo, lontano dai riflettori, il processo di annessione accelera. Avanza attraverso operazioni militari, demolizioni di case palestinesi e costruzione di nuovi avamposti e insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma avanza anche attraverso strumenti apparentemente rivolti al passato: leggi, scavi archeologici, parchi nazionali e gestione del patrimonio culturale. La posta in gioco, però, è il futuro.
La legge che facilita l’annessione, un pezzo alla volta
L’11 maggio 2026 la Knesset ha approvato in prima lettura una proposta di legge per l’istituzione della Judea and Samaria Heritage Authority, promossa dal deputato del Likud Amit Halevy. Già il nome identifica la cornice politica nella quale il provvedimento è inserito: non “Cisgiordania”, ma “Giudea e Samaria”, denominazione biblica utilizzata in Israele per indicare il territorio occupato dal 1967. La nuova autorità verrebbe posta sotto il controllo del ministero israeliano del Patrimonio e assumerebbe le competenze fino adesso esercitate nell’Area C dall’ufficiale archeologico dell’Amministrazione civile israeliana. Qualora entrasse in vigore, potrebbe autorizzare a condurre scavi, amministrare e conservare siti archeologici, dichiarare nuove aree di interesse storico e intervenire sui terreni necessari alla loro tutela.
Ma la portata della proposta va molto oltre l’Area C. Il testo mira, infatti, ad attribuire alla nuova autorità competenze sull’intera Cisgiordania, comprese l’Area A, affidata all’amministrazione civile e alla sicurezza palestinesi, e l’Area B, sottoposta all’amministrazione civile palestinese, e alla sicurezza israeliana. Inoltre, estenderebbe tali competenze anche alla Striscia di Gaza dove, per altro, l’IDF ha distrutto quasi tutte le aree archeologiche e i musei.
L’aspetto più grave, comunque, è il previsto trasferimento di poteri esercitati nel quadro dell’occupazione militare a un’autorità civile alle dirette dipendenze un ministero israeliano. Secondo Peace Now e alcuni archeologi israeliani, nonché dei consulenti giuridici della Knesset, la proposta rappresenta un ulteriore passo avanti verso un’annessione strisciante, non dichiarata sulla carta ma realizzata per frammenti amministrativi.
L’archeologia come infrastruttura del potere
Nel progetto sionista prima e nello Stato di Israele poi, l’archeologia ha svolto una funzione che ha travalicato quella scientifica: ha contribuito a costruire l’identità nazionale definendo una genealogia collettiva e ha fornito una legittimazione storica alla presenza ebraica in Palestina. Con questo, non si vuol dire che l’archeologia israeliana è “vera” o “falsa”, quanto piuttosto evidenziare come il patrimonio venga selezionato, interpretato e trasformato in uno strumento di governo. Gli scavi, infatti, non restituiscono solo reperti: permetteno di stabilire quali epoche valorizzare e quali lasciare ai margini, quali nomi attribuire ai luoghi e quali cancellare, quale passato mostrare ai visitatori e insegnare nelle scuole e quale invece lasciare sottotraccia. Il reperto, così, non resta nel museo, entra nella costruzione della memoria e nella rivendicazione politica del territorio.
Per questo l’archeologia oltre ad essere uno strumento di propaganda può diventare un’infrastruttura della sovranità: attraverso gli scavi si ridefinisce il paesaggio; attraverso il paesaggio si costruisce una memoria pubblica; attraverso quella memoria si rivendica un diritto esclusivo sul territorio. Chi controlla il patrimonio controlla, in parte, la narrazione del passato. E chi controlla la narrazione del passato dispone di uno strumento potentissimo per orientare le scelte nel presente.
La selezione della memoria
Da decenni, una parte significativa della ricerca accademica mostra come, nei territori occupati, l’archeologia israeliana abbia assunto una funzione inseparabile dal controllo territoriale. Studiosi come Raphael Greenberg, Nadia Abu El-Haj e Raz Kletter hanno analizzato il rapporto fra ricerca archeologica, costruzione dell’identità nazionale e selezione politica della memoria. Le loro ricerche mostrano come alcuni periodi - in particolare quelli riconducibili alle vicende ebraiche narrate nella Bibbia - vengano privilegiati, mentre le stratificazioni bizantine, islamiche, ottomane e palestinesi vengono relegate ai margini del racconto pubblico e godono di scarse tutele.
L’esempio più noto è quello della Città di Davide, nel quartiere palestinese di Silwan, a Gerusalemme Est, dove archeologia, turismo, insediamenti e controllo del territorio si intrecciano in modo pressoché indissolubile. Un dispositivo narrativo capace di proiettare una determinata lettura del passato sul presente, trasformando il paesaggio palestinese contemporaneo nello sfondo quasi invisibile di una storia nazionale costruita intorno alla Gerusalemme biblica. Non a caso, una parte della letteratura internazionale parla di archeologia di occupazione o di settler-colonial archaeology, interrogando i rapporti di potere entro i quali questi scavi vengono condotti, finanziati, interpretati e presentati al pubblico.
Quando il patrimonio diventa territorio
Il disegno di legge attribuirebbe alla nuova autorità poteri particolarmente ampi e requisiti professionali meno rigorosi rispetto a quelli previsti per l’Israel Antiquities Authority. Nel suo consiglio la presenza accademica sarebbe molto limitata, mentre largo spazio verrebbe dato ai rappresentanti dei consigli regionali degli insediamenti e membri nominati direttamente dal ministro del Patrimonio. Un simile assetto equivale ad assegnare al governo e ai coloni un’influenza determinante sulla scelta dei siti da scavare, proteggere e valorizzare. Ancora più rilevante è la possibilità di requisire i terreni privati palestinesi per ragioni di tutela archeologica. Gli espropri arbitrari giustificati dalla necessità di proteggere le antichità, già stati disposti in luoghi come Sebastia e Nabi Samuel, verrebbero autorizzati molta più facilità. La nuova legge potrebbe infatti estendere considerevolmente questa pratica, trasformando la “salvaguardia del patrimonio” in una leva per confiscare altra terra ai palestinesi. Dichiarare un sito archeologico può significare bloccare un piano edilizio, impedire l’espansione di un villaggio, modificare una strada, chiuderla del tutto, delimitare un’area militare o turistica, sottrarre terreni all’agricoltura e cambiare la geografia quotidiana di chi vi abita. Il patrimonio diventa territorio e il territorio diventa sovranità.
Al-Aqsa e il controllo dei luoghi santi
Nelle stesse settimane in cui alla Knesset si discuteva della nuova autorità archeologica, Middle East Eye ha riferito dell’esistenza di un piano israelo-statunitense volto a ridimensionare il ruolo storico della Giordania nella custodia di al-Aqsa. Secondo l’inchiesta, fondata su fonti statunitensi, giordane, palestinesi e occidentali, Jared Kushner e l’ambasciatore Mike Huckabee avrebbero sostenuto la sostituzione del Waqf giordano con un organismo sottoposto a supervisione israeliana e previsto la ridefinizione del complesso come “centro multireligioso”.
Il piano non ha ricevuto conferme ufficiali. Tuttavia, interpellato da Middle East Eye dopo la pubblicazione dell’inchiesta, il governo britannico ha ribadito che il ruolo speciale riconosciuto alla monarchia hashemita nei luoghi santi musulmani di Gerusalemme «deve essere rispettato». Metterlo in discussione significherebbe alterare uno degli equilibri più delicati dello Status quo della Città Santa.
Il passato non attribuisce la sovranità
Sebbene a prima vista Al-Aqsa e la legge sui siti archeologici sembrino due dossier differenti, in realtà agiscono sulla stessa leva: da una parte il controllo del terzo luogo simbolicamente più importante per l’Islam, dall’altra quello della memoria materiale della Cisgiordania.
Religione e archeologia sembrano convergere così in una medesima logica.
Eppure, l’archeologia non attribuisce diritti di sovranità, né tanto meno determina automaticamente quella contemporanea. Se così fosse, l’Italia potrebbe rivendicare buona parte dell’Europa in nome dell’Impero Romano, la Grecia vaste regioni dell’Asia Minore, e la Turchia i vasti territori appartenuti all’Impero ottomano, Israele compreso. Ma le cose non stanno così: il diritto internazionale non stabilisce a chi appartenga una terra sulla base di chi c’era duemila anni fa; si fonda sul divieto di acquisire territori con la forza, sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, sulla protezione delle popolazioni sottoposte a occupazione, e sulle sovranità riconosciute dalla comunità internazionale.
Lo scorso 2 giugno l’avanzamento della proposta è stato fermato, ma il testo non è stato ritirato. Poiché ha superato la prima lettura, la Knesset che uscirà dalle elezioni, previste in Israele il prossimo ottobre, potrà riprenderne l’esame applicando la regola della continuità legislativa.
L’iter è sospeso. Non il progetto politico di cui la legge è espressione. La posta in gioco non è soltanto chi scaverà un sito o conserverà un reperto, ma chi avrà il potere di stabilire quale memoria è legittima, quale storia può diventare nazionale e quale presenza contemporanea deve venire cancellata dal paesaggio.
Perché controllare il passato non significa solo decidere cosa ricordare. Significa acquisire il potere di stabilire a chi appartiene il futuro e procedere indisturbati all’annessione, un pezzo alla volta.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Sulla proposta di Legge:
Comunicato ufficiale in inglese della Knesset sull’approvazione in prima lettura, della proposta di legge:
https://main.knesset.gov.il/en/news/pressreleases/pages/press12526q.aspx
Analisi di PeaceNow:
https://peacenow.org.il/en/heritage-authority
Espropri di Sebastia e Nabi Samuel:
https://emekshaveh.org/en/expropriations-budget
Per il quadro generale sulla Cisgiordania:
Raphael Greenberg e Adi Keinan, Israeli Archaeological Activity in the West Bank 1967–2007; uno studio fondamentale, basato sulla ricostruzione dell’attività archeologica israeliana nei territori occupati e del suo rapporto con l’amministrazione militare:
https://www.emekshaveh.org/he/wp-content/uploads/2013/09/WBADB_sourcebook.pdf
Sulla Città di Davide e Silwan:
Raphael Greenberg, Towards an Inclusive Archaeology in Jerusalem: The Case of Silwan/The City of David, 201:
https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1179/175355309X402745
Inchiesta di Middle East Eye:
Inchiesta +927 del 24 luglio 2026:
https://www.972mag.com/israel-west-bank-archaeology-sebastia-nabi-samwil/
La legge italiana sul fine vita fermata da una macchina che c'è e non c'è
La legge italiana sul suicidio assistito - o, nelle diverse possibili declinazioni, “in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, “sul suicidio medicalmente assistito” – sta facendo un percorso molto tortuoso, quali poche altre leggi nazionali hanno fatto.
Il dato di fatto è che oggi:
- in virtù della sentenza n. 242 della Corte Costituzionale (quella riferita al cosiddetto "caso Dj Fabo"), dal 2019 il suicidio medicalmente assistito non è punibile in tutta Italia per chi soddisfa i requisiti di essere affetto da patologia irreversibile e con prognosi infausta o esser dipendente da trattamenti di sostegno vitale, di soffrire di dolori fisici o psicologici considerati intollerabili dal soggetto stesso, di essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli;
- solo due regioni, la Toscana e la Sardegna[1] – seppur in modo diverso – si sono dotate di un impianto legislativo che regolamenti tempi e procedure delle strutture sanitarie per assicurare ai soggetti che soddisfano questi requisiti il diritto a porre volontariamente fine alla propria vita;
- la sentenza e le leggi chiariscono che l’atto non può essere compiuto da terzi ma solo, in modo fattuale dal soggetto malato.
Una legge organica non c’è ancora; dal 2019 sono state presentate 6 tra modifiche al codice penale (approvate) e proposte di legge. L’ultima proposta organica è del 2022, ad opera del senatore Bazoli. Dal 2022, la legge è stata emendata, rimandata alla commissione, discussa preliminarmente, rivista e riproposta in forma estremamente riduttiva – che taglia fuori il Servizio Sanitario Nazionale – e, infine, portata alla Commissione Affari Sociali per una valutazione preliminare alla discussione in Aula.
E qui entra in causa la macchina del CNR che – come il gatto di Shroedinger – c’è e, contemporaneamente, non c’è.
La macchina è quella che a marzo di quest’anno, ha permesso a una donna toscana, chiamata convenzionalmente Libera, di togliersi la vita con un atto volontario autonomo, pur essendo paraplegica. La macchina, progettata e realizzata dal CNR ha «un sistema di puntamento oculare interfacciato con una pompa infusionale, Libera ha potuto attivare autonomamente l'infusione endovenosa del farmaco, superando l'ostacolo della tetraparesi spastica del corpo che le impediva qualsiasi movimento, compreso quello necessario per premere il tasto di attivazione del macchinario solitamente usato per questa procedura»[2].
Ora, a fine maggio, la Commissione Affari Sociali del Senato, ha interpellato il Andrea Lenzi, il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) per approfondire il tema della macchina prima di dare l’assenso alla discussione parlamentare del disegno di legge, in sostanza per sapere se esistessero dispositivi per permettere l’accesso alla pratica del suicidio assistito anche alle persone completamente paralizzate.
Ed ecco che la macchina è sparita. Lenzi sostiene, durante l’audizione, che non sono disponibili dispositivi conformi alle norme europee, e di non essere a conoscenza di studi o sperimentazioni per costruirli.
Non è la prima volta che Lenzi fa il gioco di prestigio con questa macchina costruita dallo stesso CNR su richiesta del tribunale di Firenze; già nel febbraio 2026 l’aveva qualificata come un prototipo facendo leva su distinzioni pretestuose e ne aveva negato la possibilità di utilizzo.
Ma, nonostante i tentativi di Lenzi di far collassare la macchina nello stato quantistico della “non esistenza”, una dura lettera di protesta di quattordici consiglieri del CNR, lettera che dice testualmente: «Come rappresentanti delle comunità scientifiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente il nostro disagio per le dichiarazioni rese dal Presidente Andrea Lenzi di fronte alle Commissioni riunite del Senato 2ª Giustizia e 10ª Affari Sociali, Sanità e Lavoro. Quanto riportato dal Presidente si è rivelato essere una rappresentazione non corretta dell’effettivo coinvolgimento dell’Ente a seguito dell’ordinanza del Tribunale di Firenze sul diritto ad autodeterminarsi nelle scelte terapeutiche in materia di fine vita» la fa riapparire, come per magia.
D’altra parte, l’evidenza dell’atto volontario di “Libera” sembra essere la prova fattuale dell’esistenza di questo attante misterioso.
Il risultato delle dichiarazioni di Lenzi in Commissione è che la proposta di legge è stata rinviata alle commissioni parlamentari per essere riesaminata e – quasi certamente – non riemergerà in tempo per essere oggetto di esame in Aula prima della fine della legislatura.
La macchina, in poche parole, sembra aver fatto il suo dovere, una volta realizzata: esistere e operare in linea con la legge secondo la quale è stata costruita.
La macchina. Non sembra aver fatto il suo dovere, invece, il capo dei suoi creatori, che ne ha negato l’esistenza [3] per perseguire l’orientamento politico e religioso, proprio e di una certa maggioranza, a scapito della legge.
NOTE:
[1] In realtà ci sono, in atto, iniziative legislative da parte di numerose regioni, in molti casi sotto verifica da parte della Corte Costituzionale. Per un quadro completo e dettagliato, si veda qui.
[3] Rimandiamo a H. Frankfurt, On bullshit, Princeton University, 1996, per approfondire il modo di esprimersi di Lenzi.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Il capo del CNR sta ostacolando la legge sul suicidio assistito, Il Post, 3 luglio 2026
Fine vita, morta Libera: è il primo caso con dispositivo a comando oculare, Sky News 25 marzo 2026
Suicidio medicalmente assistito in Italia: panorama normativo e sviluppi recenti, UPO Aging Project, 20 agosto 2025
La disciplina del fine vita in Italia, Biodiritto











