La legge italiana sul fine vita fermata da una macchina che c'è e non c'è
La legge italiana sul suicidio assistito - o, nelle diverse possibili declinazioni, “in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, “sul suicidio medicalmente assistito” – sta facendo un percorso molto tortuoso, quali poche altre leggi nazionali hanno fatto.
Il dato di fatto è che oggi:
- in virtù della sentenza n. 242 della Corte Costituzionale (quella riferita al cosiddetto "caso Dj Fabo"), dal 2019 il suicidio medicalmente assistito non è punibile in tutta Italia per chi soddisfa i requisiti di essere affetto da patologia irreversibile e con prognosi infausta o esser dipendente da trattamenti di sostegno vitale, di soffrire di dolori fisici o psicologici considerati intollerabili dal soggetto stesso, di essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli;
- solo due regioni, la Toscana e la Sardegna[1] – seppur in modo diverso – si sono dotate di un impianto legislativo che regolamenti tempi e procedure delle strutture sanitarie per assicurare ai soggetti che soddisfano questi requisiti il diritto a porre volontariamente fine alla propria vita;
- la sentenza e le leggi chiariscono che l’atto non può essere compiuto da terzi ma solo, in modo fattuale dal soggetto malato.
Una legge organica non c’è ancora; dal 2019 sono state presentate 6 tra modifiche al codice penale (approvate) e proposte di legge. L’ultima proposta organica è del 2022, ad opera del senatore Bazoli. Dal 2022, la legge è stata emendata, rimandata alla commissione, discussa preliminarmente, rivista e riproposta in forma estremamente riduttiva – che taglia fuori il Servizio Sanitario Nazionale – e, infine, portata alla Commissione Affari Sociali per una valutazione preliminare alla discussione in Aula.
E qui entra in causa la macchina del CNR che – come il gatto di Shroedinger – c’è e, contemporaneamente, non c’è.
La macchina è quella che a marzo di quest’anno, ha permesso a una donna toscana, chiamata convenzionalmente Libera, di togliersi la vita con un atto volontario autonomo, pur essendo paraplegica. La macchina, progettata e realizzata dal CNR ha «un sistema di puntamento oculare interfacciato con una pompa infusionale, Libera ha potuto attivare autonomamente l'infusione endovenosa del farmaco, superando l'ostacolo della tetraparesi spastica del corpo che le impediva qualsiasi movimento, compreso quello necessario per premere il tasto di attivazione del macchinario solitamente usato per questa procedura»[2].
Ora, a fine maggio, la Commissione Affari Sociali del Senato, ha interpellato il Andrea Lenzi, il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) per approfondire il tema della macchina prima di dare l’assenso alla discussione parlamentare del disegno di legge, in sostanza per sapere se esistessero dispositivi per permettere l’accesso alla pratica del suicidio assistito anche alle persone completamente paralizzate.
Ed ecco che la macchina è sparita. Lenzi sostiene, durante l’audizione, che non sono disponibili dispositivi conformi alle norme europee, e di non essere a conoscenza di studi o sperimentazioni per costruirli.
Non è la prima volta che Lenzi fa il gioco di prestigio con questa macchina costruita dallo stesso CNR su richiesta del tribunale di Firenze; già nel febbraio 2026 l’aveva qualificata come un prototipo facendo leva su distinzioni pretestuose e ne aveva negato la possibilità di utilizzo.
Ma, nonostante i tentativi di Lenzi di far collassare la macchina nello stato quantistico della “non esistenza”, una dura lettera di protesta di quattordici consiglieri del CNR, lettera che dice testualmente: «Come rappresentanti delle comunità scientifiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente il nostro disagio per le dichiarazioni rese dal Presidente Andrea Lenzi di fronte alle Commissioni riunite del Senato 2ª Giustizia e 10ª Affari Sociali, Sanità e Lavoro. Quanto riportato dal Presidente si è rivelato essere una rappresentazione non corretta dell’effettivo coinvolgimento dell’Ente a seguito dell’ordinanza del Tribunale di Firenze sul diritto ad autodeterminarsi nelle scelte terapeutiche in materia di fine vita» la fa riapparire, come per magia.
D’altra parte, l’evidenza dell’atto volontario di “Libera” sembra essere la prova fattuale dell’esistenza di questo attante misterioso.
Il risultato delle dichiarazioni di Lenzi in Commissione è che la proposta di legge è stata rinviata alle commissioni parlamentari per essere riesaminata e – quasi certamente – non riemergerà in tempo per essere oggetto di esame in Aula prima della fine della legislatura.
La macchina, in poche parole, sembra aver fatto il suo dovere, una volta realizzata: esistere e operare in linea con la legge secondo la quale è stata costruita.
La macchina. Non sembra aver fatto il suo dovere, invece, il capo dei suoi creatori, che ne ha negato l’esistenza [3] per perseguire l’orientamento politico e religioso, proprio e di una certa maggioranza, a scapito della legge.
NOTE:
[1] In realtà ci sono, in atto, iniziative legislative da parte di numerose regioni, in molti casi sotto verifica da parte della Corte Costituzionale. Per un quadro completo e dettagliato, si veda qui.
[3] Rimandiamo a H. Frankfurt, On bullshit, Princeton University, 1996, per approfondire il modo di esprimersi di Lenzi.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Il capo del CNR sta ostacolando la legge sul suicidio assistito, Il Post, 3 luglio 2026
Fine vita, morta Libera: è il primo caso con dispositivo a comando oculare, Sky News 25 marzo 2026
Suicidio medicalmente assistito in Italia: panorama normativo e sviluppi recenti, UPO Aging Project, 20 agosto 2025
La disciplina del fine vita in Italia, Biodiritto
L’Incomprensibile Paradosso dell'Oro Blu
Ho incontrato un'interessante analisi sul fenomeno della percezione, diffusa in Italia, che l’acqua imbottigliata sia preferibile a quella della rete pubblica; l’analisi è stata proposta dal canale Youtube di Andrea Aschedamini.
Aschedamini è un ingegnere gestionale, imprenditore digitale e content creator italiano. Gestisce un canale YouTube di successo con oltre 100.000 iscritti, dedicato all'analisi di business, all'economia e a storie aziendali curiose, in cui egli decostruisce, analizza e ricostruisce i comportamenti delle aziende, attraverso un approccio diretto, ironico e fortemente analitico.
Qui di seguito vi proponiamo la nostra rilettura dei contenuti di questo interessante video.
Un’indagine sul mercato dell'acqua in Italia
Ciò che possiamo scoprire attraverso l'indagine svolta da Aschedamini nel video-documento "Perché l’Acqua in Bottiglia è il Business PERFETTO (e noi lo paghiamo)", è che il mercato dell'acqua in bottiglia in Italia non è un semplice settore commerciale, ma una sorta di “allucinazione sistemica”. Nonostante una rete idrica sicura[1], il consumatore italiano ha interiorizzato una narrazione che trasforma un diritto pubblico quasi gratuito in una commodity privata sovrapprezzata. Questo fenomeno rappresenta il fallimento della comunicazione statale a fronte di un'occupazione industriale dell’immaginario mentale collettivo.
Le tesi centrali di questa inchiesta sono le seguenti:
- L’enorme divario di prezzo (+6.500%) tra acqua di rubinetto e in bottiglia è un’asimmetria priva di basi scientifiche chimico-qualitative, alimentata da strategie di marketing che convertono la sfiducia nelle istituzioni (pain) in profitto per i brand (gain).
- Il primato italiano nel consumo di acqua minerale imbottigliata (252 litri annui a persona, ovvero 25 volte il consumo di Svezia o Norvegia) riflette l'abdicazione dello Stato nella tutela del bene comune a favore di una struttura antropologica che idolatra il marchio.
- Il confezionamento in PET ha ridotto l'acqua a un elemento economicamente irrilevante: nel prezzo finale, il liquido incide per meno dello 0,1%, trasformando il settore in un puro business di logistica, packaging e gestione dei rifiuti.
Per validare queste tesi, analizzeremo i dati della struttura dei costi e le dinamiche di posizionamento che governano questo mercato distorto.
L'analisi economica di Andrea Aschedamini: il rincaro del 6.500%
Comprendere le anomalie di questo mercato richiede un’attenta analisi della struttura dei costi. Quando il prezzo di un bene primario si scolla dalla sua utilità marginale, ci troviamo di fronte a una “patologia economica” in cui il marketing agisce come unico regolatore del valore percepito.
L'analisi di Aschedamini rivela una distorsione brutale: il divario di prezzo tra acqua pubblica e in bottiglia tocca circa il 6.567%. È un'asimmetria superiore a quella tra una Panda e una Ferrari (+1.366%), accettata passivamente dai consumatori. È la dimostrazione lampante di come il valore percepito sia slegato dalla materia commercializzata.
I dati sono impietosi. Le multinazionali pagano concessioni irrisorie, circa 1 o 2 euro per ogni 1.000 litri prelevati. La materia prima incide per meno dello 0,1%, mentre il 55% del costo è packaging in PET. Questo squilibrio conferma che il valore percepito sia slegato dalla reale materia acquistata.
Il trasporto di un bene pesante e di scarso valore intrinseco è il vero tallone d'Achille economico. Muovere acqua è meno efficiente di qualsiasi altra merce, rendendo la logistica il fattore dominante del prezzo. L'intera industria si configura come un business di movimentazione merci, ribadendo che il valore percepito sia slegato dalla sostanza liquida.
Il meccanismo del marketing: tra "Pain" e "Gain"
La potenza del marketing[2] risiede nella capacità di colonizzare i vuoti lasciati dall'informazione pubblica. Laddove lo Stato non rassicura sulla salubrità dell'acqua di rete, l'industria privata si inserisce con una narrazione di “purezza” del proprio prodotto che maschera un'operazione di puro arbitraggio psicologico.
Il marketing crea sfiducia nelle tubature condominiali (il "pain") per vendere la bottiglia come rifugio sicuro. La marca diventa garanzia privata contro una presunta inefficienza pubblica, capitalizzando sull'incertezza. Questo meccanismo conferma come la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.
Promesse di "purezza originaria" della fonte da cui si approvvigiona il brand o formule quali i “bassi residui fissi” occupano spazi mentali specifici, nonostante la loro irrilevanza clinica in una dieta equilibrata[3]. Si vende un beneficio (il "gain") che la scienza smentisce come trascurabile. Ciò attesta che la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.
Il marketing sposta l'ancora cognitiva: il confronto non è con l'acqua di rete, ma con bibite come Cola o Fanta. A 0,25€, la bottiglia appare un "regalo", celando un rincaro di migliaia di volte rispetto al rubinetto. È l'ultima conferma che la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.
Prospettiva antropologica e sociale: l'acqua imbottigliata come conseguenza di una società sfiduciata
Proviamo a decostruire il consumo di acqua in bottiglia rileggendolo non come scelta razionale, ma come rituale collettivo. In Italia, l'atto di acquistare acqua confezionata è diventato un comportamento strutturato che rivela la gerarchia dei valori di una società atomizzata.
L'approccio strutturale britannico legge il consumo come organizzazione sociale, mentre il simbolismo statunitense punta sul brand. In Italia, la bottiglia ha sostituito il pozzo pubblico, mutando la struttura del rito quotidiano. Questa transizione riconduce il consumo di acqua confezionata a una dinamica di comportamento sociale strutturato.
L'osservazione dei consumatori rivela che l'abbandono delle fonti pubbliche è un sintomo di diffidenza verso le istituzioni comuni. La bottiglia è un feticcio di autonomia individuale in un sistema che ha smesso di credere nel bene condiviso.
La lente del giornalismo investigativo: svelare il "non detto"
Il giornalismo d'inchiesta deve agire come "cane da guardia" contro gli eccessi di potere del marketing industriale. La sua funzione è squarciare il velo di opacità che avvolge le concessioni pubbliche e le strategie di persuasione occulta che guidano i consumi di massa.
Tramite OSINT e analisi di fonti primarie, emerge il paradosso delle concessioni: privati che estraggono profitti immensi pagando 1€ ogni 600 bottiglie riempite. Solo l'inchiesta mette a nudo questo contrasto tra risorsa pubblica e profitto privato. Questo approccio attesta l'efficacia del metodo investigativo nel decostruire il mercato dell'oro blu.
Oggi, l'inchiesta deve esaminare i dettagli del PET per smascherare il mito dell'acqua-medicina o della necessità. Questo impegno del metodo investigativo è necessario per decostruire il mercato dell'oro blu.
Sintesi finale: il costo della fiducia perduta
L'indagine economica condotta da Andrea Aschedamini, incrociata con l'analisi antropologica, delinea un quadro di alienazione. L'Italia, nazione ricca di sorgenti, ha ceduto la propria sovranità idrica a un sistema che lucra sulla paura e sulla plastica. Il dato del consumo medio pro capite di acqua in bottiglia in Italia (252 litri), è un record grottesco rispetto alla sobrietà dei paesi scandinavi, che rivela la traccia di una patologia culturale profonda.
Il ritorno all'acqua del rubinetto non è solo una scelta di risparmio, ma un atto "anticapitalista" nel senso più puro: è il rifiuto della "pezza" (la commodity) per un problema che non dovrebbe esistere. Bere dal rubinetto significa rigettare la logica del rimedio commerciale a fronte di una infrastruttura pubblica già esistente, sicura e controllata.
La responsabilità del consumatore moderno risiede nel recupero della fiducia nelle istituzioni. Il valore dell'acqua non può abitare in un brand né essere sigillato in un contenitore di PET; deve tornare a essere un diritto universale, sottratto alle logiche di profitto che trasformano una risorsa vitale in un bene di lusso artificiale.
NOTE:
[1] Sulla questione intervengono Ruggero Rullini ed Eva Munter, entrambi divulgatori esperti di chimica.
[2] L'argomento viene approfondito assieme a Gianluca Diegoli, consulente senior e docente IULM in marketing.
[3] Supra, nota 1.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Fonte principale: "Perché l’Acqua in Bottiglia è il Business PERFETTO (e noi lo paghiamo)" di Andrea Aschedamini: https://youtu.be/w9EBpqW2q1A?si=FaoG1jpmbNXHrkRV
Le foreste come vettore di rinascita socio economica
Il rapporto di Pefc Italia
Questo articolo riguarda lo stato delle aree boschive del nostro Paese, ma il focus non è tanto sui benefici ambientali veicolati dai boschi, piuttosto racconta del rapporto tra foreste e comunità, e lo fa riassumendo il grande lavoro di indagine realizzato dal Pefc Italia con la collaborazione di Legambiente e di Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani).
Il rapporto si chiama Foreste in comune; un lavoro accuratissimo di mappatura delle zone boschive in ciascun comune italiano, che è costato diversi anni di lavoro.
L’obiettivo di questa indagine supera largamente i confini del tema ambientale; si tratta del primo rapporto costruito nel nostro Paese in cui si mettono in relazione estensione dei boschi, economia dei territori e finanche demografia.
Un lavoro che si configura come un primo passo per analisi sempre più specifiche e approfondite su questi temi di grande importanza, se si prova ad avere una visione di dove può andare la nostra società nel prossimo futuro. È un fatto che il modello di crescita economica affidato alla iper concentrazione urbana di popolazione e attività economiche, porta con sé serie problematiche sociali e ambientali ed è palesemente in crisi. La riurbanizzazione delle zone montane e boschive può essere una delle risposte.
Qualche dato sui boschi italiani
Cominciamo dai macro dati: oggi il 34,6% del territorio del Paese è coperto da boschi, quasi 11 milioni di ettari, più di 100.000 km quadrati. Una crescita impetuosa rispetto al punto minimo raggiunto a metà del secolo scorso, basti dire che dal 1970 l’estensione dei boschi italiani è raddoppiata.
Questo dato, in sé positivo per quel che significa a livello di benefici ambientali, ha anche un risvolto negativo. I boschi, infatti, si sono riappropiati dei terreni abbandonati dall’uomo; lo spopolamento delle aree premontane e montane, soprattutto lungo l’intera dorsale appenninica, ha determinato questo fenomeno. Una ritirata dell’uomo, costretto ad abbandonare i territori “marginali” per l’impossibilità di una sostenibilità economica degli stessi e per l’insufficiente aiuto sociale dello Stato.
Ma ecco che il rapporto del Pefc indica che qualcosa sta cambiando, una trasformazione lenta ma profonda, che riguarda la gestione delle foreste, l’economia ed anche la demografia.
Torniamo ai dati; il rapporto introduce un indicatore del tutto intuitivo: l’Indice di Boscosità, che misura quanta parte del territorio di un comune è coperta da foreste.
Così scopriamo delle chicche di curiosità, ad esempio che Marcetelli, minuscolo comune della provincia di Rieti (56 abitanti all’anagrafe!) è il più boscoso d’Italia con il 98,4% del suo spazio coperto da boschi. Altri piccolissimi centri come Bormida (Liguria) o Percile (Lazio), superano il 96%. In termini assoluti, invece, il primato spetta a Gubbio, con oltre 26.800 ettari di superficie forestale.
Ma la parte più significativa del rapporto non riguarda il dato esclusivamente geografico; piuttosto è nella rilettura del bosco come infrastruttura naturale strategica.
Le foreste non sono più viste come superfici improduttive, ma come sistemi che generano valore economico, ambientale e sociale.
Crediti ecosistemici, valore sul territorio
Assorbono CO₂, assorbono le acque, proteggono il suolo, ospitano biodiversità, migliorano il microclima. Tutto questo – oggi – ha un valore misurabile.
La piccolissima Marcetelli genera quasi 8 milioni di euro l’anno in servizi ecosistemici[1]. Come si arriva a una cifra così alta? Il valore deriva da una stima complessiva del “lavoro” che il bosco svolge ogni giorno: a partire dall’assorbimento e stoccaggio di CO₂ e tutti gli altri servizi sopra accennati.
Il cuore del valore sta nel carbonio: una foresta appenninica matura può assorbire e immagazzinare nel legno ogni anno migliaia di tonnellate di CO₂. Per cui, quando si applicano i parametri del “costo sociale del carbonio” — usati da ISPRA, JRC e dagli standard internazionali — il valore dello stock diventa enorme.
A questo si aggiungono i benefici idrogeologici, che in un territorio ripido come quello di Marcetelli (ma vale per qualsiasi altra zona montana) equivalgono a milioni di euro di opere che non devono essere costruite; i benefici per la stabilità e la tenuta del terreno; la biodiversità, che ha un valore per il presente e per il futuro; ed anche, in potenza, sviluppi di turismo dolce.
Si tratta di un valore calcolato sui benefici generati per il territorio e la collettività; è una cifra potenziale, perché i servizi ecosistemici non producono reddito diretto. Solo in casi specifici — ad esempio attraverso schemi certificati di crediti ecosistemici — una parte di questo valore può essere monetizzata, ma si tratta di meccanismi complessi e al momento quantitativamente molto marginali, non oggetto di questo scritto.
Si sta sviluppando un modo innovativo di guardare agli spazi naturali: non più come superfici più o meno utilizzabili, ma come a un capitale naturale che produce valore per il solo fatto di esistere (e meglio ancora se c’è una gestione dell’area forestale).
Lo spopolamento delle aree montane, segni di inversione di tendenza
Ed è da qui che inizia la parte più interessante del rapporto; i segnali – finalmente – di inversione di tendenza riguardo allo spopolamento delle aree montane.
Si tratta ancora di segnali deboli, relativi a poche zone sparse a macchia di leopardo tra Alpi e Appennini, sicuramente non ancora un trend certo e stabile, tuttavia…
In ogni caso non c’è solo il rapporto Pefc che accenna a segnali di ritorno; anche il Rapporto Montagne Italia dell’UNCEM, mostra che in alcune zone si osservano tendenze di crescita o stabilizzazione demografica. Come dicevamo, non si può considerare un trend generale, ma sono segnali reali e concreti. E, come prima sensazione, possiamo dire che ci sono due tipologie di “nuovi abitanti delle montagne”: immigrati, tendenzialmente lavoratori manuali, e professionisti anche dei nuovi campi dell’economia che possono espletare le loro attività da remoto.
Un interessante mix che riproduce dinamiche metropolitane e che promette la costituzione di una società varia e aperta (questa è una deduzione di chi scrive). Ma su tutto questo occorrono ulteriori studi e approfondimenti, i report del Pefc e di UNCEM rappresentano solo l’inizio di questa esplorazione socio-economica.
Quello che è certo, invece, è che il ruolo dei boschi in queste nuove tendenze è centrale. È l’ecosistema creato dai boschi il fattore di attrattività per le persone che tornano ad abitare nelle zone montane.
Il documento ASviS Sviluppo sostenibile per le regioni montane parla di un cambio di paradigma: le montagne non sono periferie, ma territori strategici per la coesione, la biodiversità e la resilienza climatica. E proprio la qualità ambientale, il capitale naturale, diventa una leva per attrarre nuovi residenti.
Il ripopolamento è ancora limitato, fragile, disomogeneo. Perché possa diventare un trend stabile serve uno sforzo dell’attore pubblico per infrastrutture digitali, servizi essenziali (scuole, sanità…), trasporti, governance.
Ma questi timidi segnali sono già sufficienti a cambiare la narrazione imperante solo fino a pochissimo tempo fa; la montagna è un territorio che torna a vivere - oltre lo sfruttamento turistico basato sugli sport invernali - e le foreste sono la risorsa al centro di questo processo.
Un processo che, come fanno notare sia il presidente del Pefc Italia Marco Bussone, sia Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente, può diventare solido e duraturo, solo con la collaborazione costante dello Stato e di tutti gli enti che a vario titolo si occupano di comunità montane e patrimonio forestale.
NOTE:
[1] Si definiscono servizi ecosistemici quei benefici che gli ecosistemi naturali offrono al genere umano in modo del tutto “gratuito” per la sua sopravvivenza / benessere.
Si dividono in 4 macro categorie:
- approvvigionamento
- regolazione
- culturali
- supporto alla vita
I servizi ecosistemici delle foreste appartengono a tutte e 4 le categorie.
La concettualizzazione dei servizi ecosistemici nasce negli anni ’70 ma solo nel 2005 sono stati definiti ufficialmente e regolamentati con lo studio Millenium Ecosystem Assessment delle Nazioni Unite.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Rapporto “Foreste in comune” – Pefc Italia
Rapporto Montagne Italia – Uncem
Rapporto Sviluppo Sostenibile per le Regioni Montane – Asvis
Le nuove indicazioni nazionali per la filosofia nei Licei
NOVITÀ SINGOLARI PER L’ISTRUZIONE ITALIANA: LE NUOVE LINEE GUIDA
I primi mesi del 2026 si sono rivelati forieri di notizie molto singolari nell’ambito dell’Istruzione italiana, con conseguenti reazioni da parte dell’opinione pubblica e del mondo intellettuale.
Ha infatti suscitato scalpore lo sgravo de I Promessi Sposi manzoniani, considerati obsoleti per la formazione scolastica dei nostri ragazzi. E in seguito, proprio nelle settimane di maggio si sono fatte strada discussioni accese sulla bozza per le nuove “linee guida” dei programmi scolastici, ovvero le “indicazioni nazionali” un documento che stabilisce la cornice comune dei contenuti da apprendere nelle scuole superiori. Quelle in vigore risalgono a un decreto interministeriale dell’ottobre 2010 e nel corso delle varie riforme sono state modificate. La bozza proposta da poco ha lasciato intravedere tagli indiscriminati per l’insegnamento della Filosofia nei Licei. Ciò è stato inquadrato da alcuni partiti politici ˗ specialmente Sinistra Italiana ˗ e da diverse sigle sindacali come un’operazione ideologica ben precisa del Ministero dell’Istruzione e del Merito, volta a escludere determinati filosofi e contenuti imprescindibili, tantoché una sessantina di docenti universitari ˗ tra cui il filosofo Massimo Cacciari ˗ hanno firmato un appello (lo si trova qui) andando contro simili proposte, definite “scellerate” e “una polpetta avvelenata per il mondo della scuola e per le generazioni future”.
ADDIO A MARX, A SPINOZA, A FICHTE E SHELLING. E LEIBNIZ RIDOTTO ALLA LOGICA
Quali sono i tagli? I programmi cancellano, del tutto e in modo infelice, pensatori come Spinoza e Marx. Leibniz viene ridotto alla sola parte logica, per altro appena accennata nei manuali di filosofia. Non si nomina Gramsci e ciò che desta ancor più scandalo, è lo studio di Kant, totalmente smembrato nella sua complessità di pensiero e limitato alla sola “idea di critica”.
A ciò si aggiunge l’eliminazione di Fichte e di Schelling, al cui posto viene suggerita una generica esposizione della filosofia romantica e dell’Idealismo tedesco, per scivolare rapidamente su Hegel. Un’ultima mancanza irrisolta – in quanto presente già nelle vecchie indicazioni – è l’indirizzare i docenti a scegliere un solo teorico del pensiero politico moderno per le dottrine del “contratto sociale”, tra Hobbes, Locke e Rousseau. Non vi sono dubbi che simili chiusure depauperino i contenuti didattici: le dottrine politiche per natura “problematizzabili” non possono essere ricacciate su un unico autore, andrebbero comprese nel corso del loro divenire critico, nel confronto, trattandosi di un campo vasto, gravido di sviluppi e connesso ai temi del giusnaturalismo, della sovranità popolare e della divisione dei poteri.
Insomma, falciature indiscriminate e fuori logica: per il quinto anno vengono indicati il marxismo e la Scuola di Francoforte ma – come già detto - si omettono Marx e il suo materialismo storico e dialettico, essenziali per comprendere la genesi del socialismo scientifico, la rivoluzione proletaria e fonte di ispirazione non solo dei movimenti di sinistra ma anche di Gentile e di altre destre e socialismi storici. Viceversa, su questa linea si vorrebbe dar spazio a pensatori dell’Ottocento italiano che tuttavia non sono stati menzionati nelle indicazioni.
Più che altro sorge spontanea una domanda: se si tratta di pensatori risorgimentali come Rosmini o Romagnosi, o socialisti come un Labriola. Se sono questi ultimi gli esponenti dell’Ottocento italiano, sembrano essere obsoleti nonostante il loro meritevole prestigio, a fronte di una trattazione filosofica più pregnante. Qualche stralcio a proposito di questi filosofi veniva fatto apprendere perlopiù in passato nei vecchi manuali e con le vecchie programmazioni. Ciò non significa che non possano essere frutto tutt’al più, di approfondimenti ad hoc, ma non di uno svolgimento “essenziale” ormai storicizzato in linea generica e già previsto dalle vecchie linee guida del 2010. Per intenderci, il tempo delle ore curricolari a scuola non consente di soffermarsi su autori più circoscritti e meno rilevanti dal punto di vista del pensiero metabolizzato ormai nella nostra formazione culturale da decenni di un Marx o un Engels, quasi si volesse dar spazio forzato ad autori nazionali ma molto meno popolari e gravidi di conseguenze per gli sviluppi futuri della storia e delle ideologie politiche.
HEIDEGGER SÌ, SARTRE ANCORA NO. ANALITICI SÌ, POPPER SEMPRE NO
Infine, sempre per il quinto anno liceale vengono ripresi autori già presenti, qualcuno anche più specifico come Croce e Gentile ˗ prima non citati ma inseriti nella generica definizione di “neoidealismo italiano” ˗ ma si tralasciano alcuni pilastri del pensiero. Si cita: “Heidegger e la filosofia dell’esistenza” e a quest’ultima non vengono associati altri nomi affrontati di consueto nei programmi e nei manuali scolastici. Non viene menzionato Sartre, già assente nel documento del 2010. Si toglie invece la “filosofia del linguaggio” che invece compariva in precedenza.
Da ultimo si citano i seguenti contenuti: “gli sviluppi della filosofia analitica anglo-americana”, “il rinnovamento della logica tra Ottocento e Novecento; le riflessioni filosofiche sulla scienza e la tecnica (tenendo conto anche degli sviluppi tecnologici più recenti)”. Simili porzioni contenutistiche seppur importanti sembrano tuttavia generiche e possono disorientare. Si fa riferimento a Wittgenstein e al neopositivismo logico ma viene cancellata la parte presente nelle vecchie indicazioni sugli “sviluppi della riflessione epistemologica”. Su ciò andrebbe invece messo in evidenza l’importantissimo Popper, di norma svolto dai docenti specialmente nei licei scientifici e che si pone “in parallelo epistemico” e interdisciplinare con la Teoria della relatività di Einstein per la fisica, parlando di una scienza come sapere mai definitivo, confutabile, come un edificio “costruito su palafitte”.
IL PUNTO DI VISTA DEL DOCENTE DI FILOSOFIA
Dal punto di vista del docente di Filosofia e Storia nei licei viene da contestare fortemente questa nuova linea: non possono essere estromessi simili autori, essenziali poiché fanno emergere problematiche e nozioni feconde che eroderebbero la formazione culturale degli studenti e l’uso che ne farebbero dopo il diploma, nel leggere la realtà nel possesso di un habitus, dei vestiboli mentali per poter leggere i fenomeni in numerosi campi, dalla politica, alla conoscenza, all’etica e così via.
Non si può svalorizzare Spinoza e Leibniz, considerati continuatori del razionalismo cartesiano pur se destrutturano del tutto i presupposti metafisici di Cartesio. Spinoza con la sua Ethica ordine geometrico demonstrata mostra come non via sia iato tra l’etica e la stessa metafisica che il soggetto umano come “sostanza” è legato a Dio, è un “conatus”, una manifestazione accidentale degli “attributi” della sostanza divina ˗ immanente e non trascendente ˗ a detta del filosofo; e da ciò dipende il geometrismo morale la “costellazione degli affetti” in ciascun essere umano e così via. Leibniz si ricollega a questa tradizione parlando delle monadi e in primo luogo trattando del principio di “ragion sufficiente” che parla dell’ordine reale del mondo, un ordine che va oltre la causalità necessaria dei fenomeni, dove il possibile e la libertà sono ammesse. Questi filosofi si collegano direttamente a Kant che ne studia le tipologie di giudizio, quello razionalista distinto da quello empirista: entrambi vengono criticati e da qui che nasce l’apparato della Critica della ragion pura. E al medesimo Kant che le nuove linee guida vogliono ridurre alla sola “idea di critica”, si deve molto di più: la “scoperta” dell’universalità della “legge morale”, nella Critica della ragion pratica e l’analisi del sentimento nei giudizi non logici dipendenti dal sentimento nella Critica del giudizio, come nel caso del giudizio estetico dove formula l’universalità del bello e dove riprende analizzandola con piglio il concetto romantico di “sublime” che si palesa nell’arte così come nella natura.
PROGRAMMAZIONE PER TEMI
Un’altra posizione presa nella bozza dei programmi liceali riguarda l’emergere della “programmazione per temi”. I manuali di norma hanno una strutturazione storico-cronologica un po’ come si fa per la storia della letteratura sempre dalle origini all’epoca presente. Affiancare a quest’ultima nel caso della filosofia la programmazione per temi conduce a un tipo di didattica attraverso tematiche trasversali, a prescindere dal periodo storico; possono essere l’amicizia, l’amore, la pace e che vengono affrontate da una corrente all’altra o da un filosofo all’altro. Si tratta di un metodo presente nell’insegnamento liceale francese. Anche sull’uso di tale metodo è il caso di esercitare un netto scetticismo, poiché il panorama storico consente di capire gli sviluppi di un’idea o di un tema da un filosofo all’altro. Tale passaggio non può essere fornito “ex novo” poiché si prescinde dall’origine di un’idea e dei suoi fecondi sviluppi. Nella Filosofia la metabolizzazione degli argomenti va per indirizzi che si impongono e modificano da un periodo all’altro. Per studenti non alfabetizzati ai contenuti filosofici ciò è impossibile o al massimo può essere fatto mantenendosi in superficie o su determinati macro-argomenti. Difatti questo è solitamente un secondo passo. Simile didattica può eventualmente essere svolta in alcuni casi minimi o come approfondimento per elaborare dei collegamenti, oppure nella formula del debate filosofico, ma non prescindendo totalmente dal tradizionale percorso su base storico-cronologica.
DILETTANTISMO, EGEMONIA CULTURALE O CANCEL CULTURE?
La commissione ministeriale che ha formulato il testo è stata accusata di dilettantismo, ma anche di “egemonia culturale”, di forzature ideologiche di una certa politica. Il Ministero dell’Istruzione ha risposto negando il carattere ideologico. In effetti il testo sulle indicazioni nazionali sin dal suo concepimento nel 2010, non definiva le line guida come un elenco chiuso di autori. Nell’allegato A del decreto del 2010 si riporta come ogni studente avendo un PECUP, ossia un “profilo educativo, culturale e professionale” non deve forzatamente seguire una linea didattico educativa uniforme. Il docente curriculare deve adeguare la propria azione didattica all’utenza che si trova davanti, che è sempre particolare e che dipende pure dall’ambiente socio-educativo in cui la scuola è inserita e dalle problematiche che possono o meno esservi. La scuola è chiamata a creare una certa “offerta formativa” e i docenti adeguandosi a loro volta, pur seguendo le indicazioni nazionali possono altresì aggiungere contenuti o modificarli. In pratica, nel testo viene ribadito come le indicazioni costituiscano più una “intelaiatura” nella quale il singolo docente può intervenire che una struttura monolitica. Le indicazioni fisserebbero una cornice ma lasciano libertà alle scelte degli insegnanti e delle scuole, quindi alla scelta su dar spazio o meno a certi autori.
Malgrado simile constatazione, proprio ciò rappresenta una condizione “essenziale” per inserire la totalità degli autori, visto che la selezione avviene dopo, da parte del docente. La libertà di scelta non deve diventare l’espediente per falciare Marx, Spinoza o non riportare altri autori importanti. E per questo che simile intervento ai più ha fatto storcere il naso. La commissione si è difesa ribadendo che il nuovo testo cerca di sdoganare un immobilismo diffuso, portando avanti una conoscenza filosofica di più ampio respiro in accordo con i tempi attuali, di pari passo ai nuovi fenomeni, ai progressi tecno-scientifici. Nondimeno tali argomenti di più ampio respiro e di carattere interdisciplinare ˗ come le pari opportunità, le neuroscienze, le differenze di genere, della bioetica, per non parlare dell’inclusione e addirittura dell’intelligenza artificiale ˗ normalmente erano già affrontati nelle classi e numerosi manuali ne parlerebbero non da ora, anche in connessione con autori e problematiche del presente e del passato.
In definitiva, trattare autori fondamentali significa in primo luogo formare e nutrire la creazione di una coscienza critica e certamente il dibattito filosofico plurale. Tali scremature al contrario sembrano insistere su una sua riduzione e in altre parti in una trattazione sin troppo generica che non entra nel dettaglio di alcuni specifici autori. Si disintegra un tessuto fatto di voci molteplici che rappresenta la reale tradizione filosofica che non può essere annullata con un colpo di mano.
Questa è o non è la “cancel culture” di cui tanto si parla persino nelle scuole?
Il provvedimento non è in accordo con i docenti; non è democratico - in quanto non prende in causa il parere che va per la maggiore, quello contrario del corpo docente; non parte dal basso ma dall’alto.
Diversamente se di riforma si tratta, si dovrebbero considerare contenuti didattici e autori che sono parte integrante dell’offerta formativa dei licei che i singoli docenti sperimentano ormai da diverso tempo nei loro percorsi disciplinari, tra l’altro contemplati negli aggiornatissimi manuali scolastici in cui il “pluralismo autoriale” tende a essere un tratto essenziale ai fini dell’indagine e della problematizzazione speculativa.
Dall’enigma di Majorana ai computer topologici
Come un’ipotesi teorica del Novecento è tornata al centro della corsa al calcolo quantistico
Nel marzo del 1938, su un piroscafo tra Palermo e Napoli, viaggiava uno dei più brillanti fisici italiani del Novecento: Ettore Majorana. Aveva poco più di trent’anni, una reputazione già eccezionale e una mente che Enrico Fermi considerava fuori dal comune. Poi, all’improvviso, scomparve. Da allora il suo nome è rimasto legato a una delle vicende più enigmatiche della storia scientifica italiana.
Ma Majorana non appartiene soltanto alla cronaca del mistero. Oggi il suo nome è tornato in primo piano per una ragione del tutto diversa: alcune idee che portano la sua firma sono diventate un punto di riferimento nella ricerca sui computer quantistici topologici, una delle linee più ambiziose — e più discusse — del calcolo quantistico contemporaneo. In altre parole, un’ipotesi formulata negli anni Trenta è rientrata nella conversazione scientifica e industriale del XXI secolo.
Un nome antico in una frontiera nuova
Per capire perché Majorana venga oggi evocato in relazione ai computer quantistici, bisogna partire da un dato essenziale: il calcolo quantistico non nasce dal desiderio di costruire macchine semplicemente più veloci, ma dall’esigenza di affrontare problemi che i computer classici trattano con grande difficoltà.
I computer tradizionali operano con i bit, unità minime di informazione che possono assumere due soli valori, 0 oppure 1. Questa logica binaria è alla base dell’intera informatica moderna. I computer quantistici, invece, utilizzano i qubit, che sfruttano proprietà della meccanica quantistica per rappresentare simultaneamente più possibilità. Per certi tipi di problemi — dalla simulazione di molecole complesse all’ottimizzazione di grandi sistemi logistici — questo approccio potrebbe offrire vantaggi importanti.
Il punto, tuttavia, è che i qubit sono estremamente fragili. Il loro stato può essere alterato da interferenze minime: vibrazioni, rumore elettromagnetico, variazioni termiche. Questo fenomeno, noto come decoerenza, è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di macchine quantistiche affidabili. Gran parte della ricerca degli ultimi anni si è concentrata proprio su questo: come proteggere l’informazione quantistica dagli errori. È qui che compare Majorana.
Dalla fisica teorica alle quasiparticelle
Negli anni Trenta, Majorana formulò un’ipotesi di grande eleganza teorica: la possibilità che esistano particelle neutre coincidenti con la propria antiparticella. In termini semplici, particelle che non abbiano un “opposto” distinto, perché siano già, per così dire, il proprio opposto. Questa idea, nata nel contesto della fisica relativistica e quantistica, rimase a lungo soprattutto un risultato teorico.
Nel contesto del calcolo quantistico, però, il nome di Majorana è tornato a circolare per un’altra ragione. Alcuni sistemi fisici molto particolari potrebbero ospitare stati collettivi della materia noti come Majorana Zero Modes, spesso descritti come quasiparticelle. Non si tratta, in questo caso, semplicemente della particella immaginata da Majorana in senso elementare, ma di eccitazioni emergenti in materiali progettati in laboratorio. Il loro interesse dipende dal fatto che potrebbero offrire una base più robusta per immagazzinare e manipolare informazione quantistica. [azure.microsoft.com], [arstechnica.com]
Il condizionale, qui, è indispensabile. L’idea è considerata promettente da molti fisici, ma la sua realizzazione sperimentale resta una delle questioni più delicate e controverse del settore. Nature ha sottolineato che gli annunci più recenti di Microsoft rappresentano un passaggio significativo, ma non hanno chiuso il dibattito. Anche una parte della comunità scientifica ha invitato alla prudenza nell’interpretazione dei risultati disponibili. [azure.microsoft.com], [nature.com], [sciencenews.org]
Due strade per lo stesso problema
Nel panorama attuale della computazione quantistica, il nodo centrale è sempre lo stesso: come ridurre gli errori. Le strategie, però, non sono univoche.
Una prima via, seguita da molti protagonisti del settore, consiste nel costruire qubit convenzionali e poi proteggerli attraverso sistemi di correzione degli errori sempre più sofisticati. L’idea, in sostanza, è accettare che il qubit sia fragile e compensare questa fragilità con una complessa architettura di controllo. È una strada tecnologicamente concreta, ma molto costosa: richiede grandi numeri di qubit fisici per ottenere un numero assai più ridotto di qubit effettivamente affidabili.
La seconda via è quella topologica. In questo caso, l’obiettivo non è soltanto correggere l’errore dopo che si è prodotto, ma progettare un sistema in cui l’informazione quantistica sia protetta dalla struttura stessa del dispositivo. La parola “topologico” rinvia alla topologia, il ramo della matematica che studia le proprietà che restano invariate sotto deformazioni continue. Trasportata nella fisica dei qubit, l’idea è che l’informazione possa essere codificata in modo meno vulnerabile ai disturbi locali.
L’analogia più intuitiva è quella del nodo. Un segno tracciato sulla sabbia può essere cancellato da un soffio di vento. Un nodo in una corda, invece, non scompare per una semplice perturbazione locale: per eliminarlo bisogna intervenire in modo più profondo sulla struttura. Il qubit topologico, almeno in teoria, dovrebbe funzionare così: non come un dato depositato in un punto fragile, ma come un’informazione distribuita in una configurazione più resistente.
È su questa possibilità che si fonda buona parte della scommessa di Microsoft. [azure.microsoft.com], [nature.com]
Il caso Majorana 1
Nel febbraio 2025 Microsoft ha annunciato Majorana 1, descritto dall’azienda come il primo processore quantistico basato su una “Topological Core” e come un passaggio rilevante verso una futura architettura scalabile fino a un milione di qubit. L’azienda ha collegato questo avanzamento a una nuova classe di materiali, indicati come “topoconduttori”, e a risultati pubblicati contestualmente anche su Nature. [azure.microsoft.com], [nature.com]
L’annuncio ha ricevuto un’attenzione immediata, sia per il peso dell’azienda sia per il carattere simbolico della rivendicazione: quello topologico è infatti uno dei grandi obiettivi irrisolti del settore. Tuttavia, proprio perché il tema è delicato, molti ricercatori hanno sottolineato la necessità di distinguere tra una tappa importante nella costruzione di dispositivi sperimentali e la dimostrazione definitiva di un qubit topologico pienamente operativo. Alcune voci critiche hanno osservato che i dati finora resi pubblici non convincono ancora tutti gli specialisti. [nature.com], [sciencenews.org]
Non si tratta di una polemica marginale. La ricerca sui sistemi topologici ha conosciuto in passato annunci prematuri e interpretazioni discusse. Per questo, nel campo, i toni sono spesso doppi: da un lato c’è l’interesse per una direzione che, se funzionasse, potrebbe semplificare radicalmente il problema della correzione degli errori; dall’altro c’è la consapevolezza che tra un principio fisico promettente e una tecnologia industriale affidabile esiste una distanza ancora considerevole.
Quando la ricerca diventa strategia industriale
Anche al netto delle incertezze scientifiche, il calcolo quantistico è ormai entrato nella sfera delle tecnologie strategiche. Non è più soltanto una questione da laboratori universitari o da centri di ricerca specializzati: è diventato un terreno di competizione industriale e geopolitica.
Lo dimostra, per esempio, il ruolo della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata ai programmi tecnologici avanzati. Nel 2025 la DARPA ha selezionato Microsoft e PsiQuantum per la fase di validazione e co-progettazione del programma US2QC, inserito nella più ampia Quantum Benchmarking Initiative. L’obiettivo dichiarato è verificare, con criteri indipendenti, se esistano approcci in grado di arrivare a un computer quantistico di utilità industriale entro il 2033. [darpa.mil]
Il linguaggio usato in questi programmi è significativo. Non si parla genericamente di innovazione, ma di “utility-scale operation”, cioè di una soglia in cui il valore computazionale supera finalmente il costo del sistema. È un modo per dire che il problema non è soltanto costruire qualcosa che funzioni in laboratorio, ma qualcosa che sia davvero utile in condizioni realistiche.
Un mercato piccolo, ma non più teorico
Anche i dati economici confermano che il quantum è uscito dalla fase puramente speculativa. Secondo Research and Markets, il segmento del calcolo quantistico topologico sarebbe passato da 3,18 miliardi di dollari nel 2025 a una previsione di 3,94 miliardi nel 2026, con un’ulteriore crescita attesa entro il 2030. Si tratta di stime di mercato, quindi per definizione da leggere con prudenza; ma indicano comunque che il settore viene ormai osservato come un comparto industriale in formazione, non più soltanto come un insieme di promesse accademiche. [researchan...arkets.com]
Più in generale, il McKinsey Quantum Technology Monitor 2026 segnala che oltre 300 organizzazioni nel mondo stanno collaborando con aziende del settore e stima che il quantum computing potrebbe generare fino a 2,7 trilioni di dollari di valore economico globale entro il 2035. Anche in questo caso bisogna distinguere tra prospettive e risultati acquisiti, ma il messaggio è chiaro: l’interesse non è più confinato a una nicchia di specialisti. [mckinsey.com]
Che cosa potrebbe cambiare davvero
Il punto decisivo, però, non è l’ammontare degli investimenti. È il tipo di problemi che un calcolo quantistico maturo potrebbe rendere trattabili.
Uno dei campi più citati è la simulazione molecolare, con possibili applicazioni nella progettazione di farmaci e nella scienza dei materiali. La chimica quantistica, infatti, è uno dei casi in cui la natura del problema sembra adattarsi bene agli strumenti quantistici. Altri ambiti frequentemente evocati sono l’ottimizzazione logistica, l’analisi finanziaria avanzata e alcuni segmenti della ricerca sui materiali ad alte prestazioni.
Conviene tuttavia evitare due errori simmetrici. Il primo è immaginare il computer quantistico come una macchina universale destinata a sostituire in blocco l’informatica classica. Non è questo lo scenario più realistico. Il secondo è ridurlo a un esercizio teorico senza ricadute pratiche. Anche questo, oggi, sarebbe riduttivo. Più plausibile è pensare a sistemi ibridi, in cui calcolo classico e quantistico collaborano, con vantaggi mirati su problemi ben definiti.
Una lezione di lungo periodo
La storia che collega Majorana al quantum computing ha, in fondo, un valore che va oltre la tecnologia. Ricorda che le idee scientifiche non seguono i tempi brevi dell’attenzione pubblica. Possono nascere come costruzioni teoriche molto astratte, restare ai margini per decenni e riapparire poi in un contesto del tutto diverso, dove acquistano un significato nuovo.
Naturalmente, sarebbe improprio trasformare Majorana in un profeta retrospettivo del computer quantistico. Le sue ricerche appartenevano a un altro orizzonte, e il rischio dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo. Ma non è anacronistico osservare che alcune delle categorie concettuali elaborate nella fisica fondamentale del Novecento stanno oggi riemergendo in un settore dove si incrociano scienza dei materiali, ingegneria, matematica e strategia industriale.
Se la via topologica si rivelerà davvero praticabile, il nome di Majorana sarà associato non soltanto a una scomparsa ancora irrisolta, ma a uno dei tentativi più complessi della tecnologia contemporanea: rendere stabile, e quindi utile, una macchina che finora ha mostrato soprattutto il proprio potenziale. Se invece quella strada si rivelerà più difficile del previsto, resterà comunque un fatto notevole: a quasi novant’anni di distanza, un’ipotesi nata nella fisica teorica continua a orientare una parte importante della ricerca sul futuro del calcolo.
La dichiarazione di Pugwash sulla guerra americana e israeliana contro l’Iran
Riceviamo da Roberto Fieschi, consigliere scientifico di Uspid, e volentieri diamo spazio a questa dichiarazione di Pugwash, proprio oggi che viene reso noto l’accordo tra U.S.A. e Iran.
Un accordo che il Presidente U.S.A., Donald Trump, dichiara essere “completo” e che scaturirà l’effetto di riaprire immediatamente lo stretto di Hormuz e dare fiato alle industrie di tutto il mondo grazie alla ripresa degli approvvigionamenti petroliferi. Un accordo che il governo dello Stato di Israele non considera vincolante, soprattutto per quanto riguarda il Libano, la Siria e Gaza. Un accordo che l’Iran ritiene essere una vittoria, perché limita a 60 giorni il passaggio gratuito delle navi attraverso lo stretto (60 giorni che forse non basteranno a sminarlo) e non dice ancora nulla del destino dei materiali nucleari.
Insomma, poco più di una piattaforma di intesa «scritta sull’acqua»[1] che, tuttavia, con una buona dose di ottimismo, speriamo possa preludere a una vera e propria tregua, sia dal punto di vista economico che militare, per il bene delle popolazioni di tutta l’area interessata dai combattimenti e dei soggetti di tutto il mondo più esposti alle variazioni dei costi delle energia e dei derivati del petrolio[2].
Riteniamo che, in questa fase, il richiamo di Pugwash al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite e ai principi «più basilari dell'umanità» che ne sono la base, uniti alla condanna espressa a marzo 2026 contro chi ha animato questo conflitto, sia la necessaria e corretta presa di posizione degli scienziati che partecipano alla conferenza Pugwash e all’Unione degli Scienziati per il Disarmo (USPID).
Questi scienziati parlano e agiscono allo scoperto, prendendosi la responsabilità di ciò che dichiarano e assumendosi i rischi che – nella comunità scientifica internazionale – possono rappresentare.
Essi sono consapevoli e dimostrano con i fatti che le scienze non sono neutrali e che “fare scienza” significa anche prendere posizione.
Ricordiamo che la Pugwash Conferences on Science and World Affairs è una organizzazione non governativa, con sede in Canada, il cui scopo principale è quello di sostenere la compatibilità dello sviluppo scientifico con l'equilibrio geopolitico e pacifico internazionale[3]. Fu fondata nel 1957 da Józef Rotblat e Bertrand Russell in seguito alla pubblicazione nel 1955 del manifesto Russell-Einstein.
L'associazione ricevette il Premio Nobel per la pace nel 1995 per i suoi sforzi nel disarmo nucleare.
Dichiarazione della leadership di Pugwash sull'attacco militare statunitense e israeliano all'Iran
«La leadership delle Conferenze Pugwash su scienza e affari mondiali esprime una condanna inequivocabile dell'attacco militare lanciato dagli Stati Uniti d'America e da Israele contro la Repubblica islamica dell'Iran, che costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e dei principi più basilari dell'umanità.
Pur riconoscendo il legittimo diritto all'autodifesa, ricordiamo a tutte le parti i loro obblighi vincolanti ai sensi del diritto internazionale umanitario per proteggere le vite dei civili e le infrastrutture critiche. Chiediamo l'immediata cessazione delle operazioni militari da parte di tutte le parti. La loro continuazione comporterà solo ulteriori tragiche perdite di vite umane e rischierà di provocare gravi e impreviste conseguenze globali.
Il ricorso deliberato alla forza rappresenta una guerra per scelta, non per necessità. Come nel giugno 2025, l'attacco avviene nel bel mezzo di un processo di dialogo diplomatico atteso da tempo tra Stati Uniti e Iran, presumibilmente per risolvere le questioni in sospeso sul programma nucleare iraniano. Ancora più critico, con lo svolgersi di questo ultimo attacco è diventato chiaro che il programma nucleare iraniano non è il punto centrale della contesa o l'obiettivo per lanciare attacchi militari. Come abbiamo esortato nelle nostre lettere a ciascun Presidente il 27 febbraio, "Tutti gli Stati possiedono legittimi interessi di sicurezza; tuttavia, il perseguimento di tali interessi deve essere bilanciato con la responsabilità condivisa di preservare la stabilità regionale e la pace internazionale".
La leadership di Pugwash è profondamente preoccupata per le minacce alla stabilità regionale e globale provenienti dagli Stati dotati di armi nucleari. Lanciando attacchi contro Stati non dotati di armi nucleari, queste potenze nucleari hanno infranto gli accordi di sicurezza concordati nel regime di non proliferazione. Tali azioni rischiano di innescare una nuova, incontrollabile ondata di proliferazione, poiché gli Stati non dotati di armi nucleari potrebbero ora trovare una giustificazione disperata per acquisire armi nucleari per salvaguardare la propria sopravvivenza. Lo stato di diritto, l'autorità delle istituzioni multilaterali e il fragile ordine internazionale sono sempre più minacciati da una tendenza più ampia all'azione militare in sostituzione di un'autentica diplomazia e di negoziati significativi. Come cittadini globali preoccupati, mettiamo in guardia con la massima fermezza contro la normalizzazione della guerra come strumento politico.
La situazione attuale è in netto contrasto con gli ideali fondanti di Pugwash, che affondano le radici nel dialogo al servizio della sicurezza cooperativa e della prevenzione della guerra. Ribadiamo che la diplomazia e il rispetto del diritto internazionale rimangono l'unica via percorribile verso una pace e una sicurezza durature.»
Dott. Hussain Al-Shahristani , Presidente
Dott.ssa Karen Hallberg , Segretario Generale
Prof. Götz Neuneck , Presidente del Consiglio Pugwash
NOTE:
[1] Andrea Margelletti, Presidente del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, Istituto consulente del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, alla trasmissione “5 minuti” del 15/06/2026, a proposito dell’intesa U.S.A. – Iran annunciata il giorno stesso.
[2] Pur essendo contrari allo sviluppo dell’economia basata sui combustibili fossili, non riteniamo possibile – allo stato delle cose – ignorare gli effetti devastanti sulle economie e sulle vite delle popolazioni che da questi combustibili si trovano a dover dipendere.
[3] Dichiara R. Fieschi: «Pugwash aspira a un mondo libero da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa. Grazie alla nostra consolidata tradizione di "dialogo tra le parti", che ci è valsa anche il Premio Nobel per la Pace nel 1995, Pugwash mira a sviluppare e sostenere l'uso di un processo decisionale politico scientifico e basato sull'evidenza, concentrandosi sulle aree in cui sono presenti rischi nucleari e di armi di distruzione di massa. Facilitando i dialoghi di tipo "track 1.5" e "track II", promuoviamo discussioni creative su come aumentare la sicurezza di tutte le parti e promuovere uno sviluppo politico cooperativo e lungimirante.»
"Questione di princìpi". Riflessioni sulla Costituzione Italiana - Terza parte
Forse quello che desideriamo è vivere (verbo attivo) noi stessi,
a contatto con la realtà.[1]
Siamo arrivati alla fase finale del nostro percorso e una nozione è ricorrente: quella di volontà generale. Abbiamo osservato alcune declinazioni che essa assume nella Costituzione italiana, eppure ci sembra ancora poco chiaro cosa sia e come si costituisca.
Per cercare di orientarci all’interno di un concetto che autorizza non solo la pratica della politica, ma che per secoli ha affascinato le riflessioni della filosofia politica e morale, dobbiamo prima collocarci a un livello microscopico, seguendo il modello di Jean-Jacques Rousseau. In precedenza abbiamo definito l’individuo come istanza minima per il darsi di una volontà comune. Tutto qui? Assumiamo come considerazione fondamentale ciò che è delineato da Nozick, per cui esso è
«un essere capace di formulare piani a lungo termine per la sua vita, un essere capace di valutare e decidere sulla base di principi o considerazioni astratte che formula a se stesso e che quindi non è un semplice trastullo di stimoli immediati, [bensì] un essere che limita il proprio comportamento sulla base di principi o dell’immagine che si è formata di una vita appropriata per sé e per altri» (Nozick 2024, 71)
Sebbene questa definizione può essere considerata esauriente, non è sufficiente ai nostri scopi. In effetti, finora ci siamo limitati a riconoscere che il filosofo americano ha richiamato l’attenzione sulla nozione di soggetto-altro, nonché sul ruolo svolto dai vincoli morali nel limitare il mio diritto in favore del diritto dell’altro, mentre rimane incerto il modo in cui questa limitazione debba essere perseguita in quanto giusta e legittima al di fuori di una considerazione individualistica.
Non si tratta di immergere Nozick nella critica all’individualismo.[2] Piuttosto, si tratta di spostarci dal livello di ciò che non posso fare all’altro, al livello di ciò che posso e voglio fare con l’altro, agendo sulla base di vincoli morali in virtù del fatto che essi – come ribadisce Nozick (2024, 53) – «riflettono il dato di fatto delle nostre esistenza separate.» La separatezza delle nostre vite non è un criterio ignoto alle riflessioni dei filosofi politici. A suo tempo, Jean-Jacques Rousseau lo adottò nella teorizzazione del suo Contratto Sociale. Secondo l’autore ginevrino, non è possibile separare l’individuo come suddito dall’individuo come cittadino, nemmeno nella sua esistenza indipendente. Quando consideriamo il ruolo del soggetto nello spazio comune, l’invito a cambiare prospettiva è costante.
All’inizio del nostro percorso ci siamo riferiti al principio di volontà generale di Rousseau, una nozione che implica ancora il rischio di interpretazioni fuorvianti. Come è possibile formare una volontà generale, ovvero condivisa, se siamo individui distinti, con interessi distinti? Rousseau risponde a questa domanda proponendo è una delle soluzioni più felici al problema, almeno in termini teorici: «[s]i deve capire […] che a generalizzare la volontà pubblica è meno il numero dei votanti che non il comune interesse che li unisce; infatti […] ciascuno si sottopone necessariamente alle condizioni che impone agli altri» (Rousseau 1997, 45).[3] In questa posizione, il problema del riconoscimento si pone non solo al livello orizzontale della relazione tra individui, bensì dilaga a quello verticale della relazione tra cittadini e sovrano. In altre parole, la nozione di volontà generale presuppone e stabilisce un riconoscimento tra gli uomini come pares (livello orizzontale). Ma quando la volontà pubblica si costituisce in quanto Sovrano, cioè come potere politico, regola un ulteriore tipo di riconoscimento: il piano del generale, cioè dell’universalizzabile, in quanto polo di orientamento, Nord magnetico, desiderabile in quanto tale da potenzialmente ogni singolo individuo.
Si stabilisce una relazione dialettica tra lo spettro individuale e quello della volontà generale. Bisogna fare attenzione a non separare nettamente le due sfere, sebbene a livello amministrativo una tale distinzione potrebbe essere legittima, e forse persino necessaria. Cosa comporta questa relazione a due vie? A livello governativo, è più semplice da osservare. Consideriamo l’Art. 1 della nostra Costituzione: «[l]a sovranità appartiene al popolo». Si instaura una collettività che detiene il potere politico fondamentale.[4] Con questo atto, la «forma di esistenza dell’unità politica» è sigillata (Schmitt 1984, 91). E a livello del soggetto? Anch’esso subisce una trasformazione: la sua esistenza determinata e concreta diventa concepibile come un’esistenza politica concreta. In questo modo, chiariamo ulteriormente la nostra espressione di livello verticale di riconoscimento: posso riconoscermi come parte del potere sovrano, poiché quest’ultimo si costituisce e riconosce come rappresentante delle sue istanze minime – gli individui. È ancora Rousseau a sintetizzare la nostra ipotesi double-face:
un corpo morale e collettivo, composto da tanti membri quanti sono i voti dell’assemblea, che trae dal medesimo atto la sua unità, il suo io comune, la sua vita e la sua volontà. Questa persona pubblica, così formata dall’unione di tutte le altre, prendeva un tempo il nome di città, e prende oggi quello di repubblica o di corpo politico, detto dai suoi membri Stato, quand’è passivo, Sovrano, quand’è attivo, Potenza, quando lo si considera in rapporto con altre simili unità politiche. Quanto agli associati, prendono collettivamente il nome di popolo, mentre, in particolare, si chiamano cittadini, in quanto partecipano dell’autorità sovrana, e sudditi, in quanto soggetti alle leggi dello stato. (Rousseau 1997, 23)
Sulla base di queste considerazioni, possiamo ipotizzare una diversa interpretazione degli articoli della Costituzione italiana finora considerati. Questi articoli descrivono le circostanze in cui lo Stato può e deve arrogare a sé stesso il diritto o il dovere di intervenire nell'eliminazione degli ostacoli che permettono ai cittadini di esprimersi, cioè di esercitare i propri diritti e la loro partecipazione (Artt. 2-4). Ma se lo stato rappresenta, ovvero è, la volontà generale (Art. 1), allora sembra possibile indicare in questo – almeno a livello concettuale – la coincidenza tra lo Stato e il popolo. In altri termini, sono le persone che si arrogano il diritto/dovere di rimuovere gli ostacoli menzionati.
Possiamo affermare che questo paradigma regga anche nel caso in cui, come per la nostra Repubblica, siamo nel campo di una forza rappresentativa? La delega del potere sovrano opera a livello formale e istituzionale, e non – almeno in linea di principio – a livello di contenuto, cioè di volontà.[5] Infatti, l’atto di sovranità, secondo Rousseau, “[n]on è una convenzione tra superiore e inferiore, ma una convenzione tra il corpo e ciascuno dei suoi membri” (Rousseau 1997, 45). Così come non è possibile vendere o rinunciare alla nostra libertà, parimenti non è possibile abdicare all’esercizio del potere politico – o, per dirla à la Schmitt, del potere costituente – cioè alla volontà generale connotata di autorità legale. L’ulteriore inversione che siamo invitati a fare, a cui abbiamo già accennato nella sezione II, riguarda la trasformazione che coinvolge la nostra libertà. Essa diviene limitata, nel campo politico, dalla volontà generale, assumendo la forma di una «libertà civile» (Rousseau 1997, 29), creando in questo modo lo spazio dell’esercizio dei doveri. La libertà diventa relativa nella misura in cui il suo esercizio è legato a quello della più ampia volontà generale.[6]
Partendo dalla considerazione, condotta sotto la guida di Carl Schmitt, su cosa sia la “costituzione”, abbiamo identificato un primo nodo concettuale da cui partire. Sulla base della nostra interpretazione del primo Articolo della Costituzione italiana, ci siamo domandati che tipo di relazione sussista tra le nozioni di costituzione, sovranità e popolo e la loro stratificazione. Abbiamo tentato di rintracciare i punti di continuità tra queste nozioni all’interno di quel documento fondamentale per la costruzione e la regolamentazione del campo politico. Eppure, anche nelle nostre ultime righe, sembra che persino la nozione di politico non sia un monolite, bensì un insieme di forze distribuite.
Sulla base delle considerazioni di Nozick sulla differenza, sottile ma radicale, tra uno stato ultraminimo e uno stato minimo, abbiamo riacquistato una consapevolezza che a volte è facile perdere: sebbene l'obiettivo di una comunità, di un’esistenza politica, possa essere stabilito nell’evento di un solo atto di sovranità, sarà sempre il modo d’azione di avvicinamento – piuttosto che nel raggiungimento – a quell’obiettivo a costituire il quid differenziale. Il campo politico esiste principalmente in virtù di ciò che con Nozick speriamo di aver portato in primo piano, ossia sulla base delle vite di noi uomini e donne, delle nostre azioni, desideri e aspirazioni, di ciò che consideriamo significativo e perseguiamo in quanto tale.[7] Ma, d’altra parte, il campo del politico esiste e si rinnova sulla base di un processo di riconoscimento di sé come parte di un collettivo, che si instaura attraverso deleghe, doveri, regole, interventi, in una parola: partecipazione.
La Costituzione italiana, ottant’anni dopo la sua prima bozza, può continuare ad affascinarci, interpellarci e a orientare la nostra vita sia come individui sia come cittadini. Nulla è mai semplicemente scritto.
NOTE:
[1] Nozick, Robert. 2024. Anarchia, stato e utopia (1974), tr. it. di Giampaolo Ferranti, il Saggiatore, p. 66. Enfasi nostra.
[2] In realtà, è lo stesso Nozick a indicare chiaramente, in vari punti della sua opera, in quale senso l’individuo debba essere inteso entro i limiti della sua ipotesi. Possiamo indicare, per esempio, l’affermazione secondo cui “[g]li individui hanno diritti: ci sono cose che nessuno, persona o gruppo, può fare loro (senza violarne i diritti)” (Nozick 2024, 9). In secondo luogo, l’autore sottolinea ciò che ritiene essere una limitazione della filosofia politica, in quanto a essa “interessano solo certi modi in cui non si possono usare le persone; in primo luogo, l’aggressione fisica” (Nozick 2024, 51, enfasi nostra).
[3] Enfasi nostra. Va sottolineato che per volontà generale o “pubblica” Rousseau intende una volontà costituita come emergenza: “dalla somma di volontà particolari” – che crea la volontà “di tutti” – si perviene al bilanciamento delle differenze nella volontà generale, ovvero al superamento dello scopo individuale entro quel “mirabile accordo dell’interesse con la giustizia” (Rousseau 1997, 41, 45). La volontà generale è simbolo di un’unità negoziata, stabilita nel dialogo tra forze diverse, guidate da una medesima necessità di riconoscimento.
[4] Carl Schmitt (1984, 41) sostiene che "[p]rima di ogni normazione c’è una decisione politica fondamentale del titolare del potere costituente, cioè in una democrazia del popolo.”
[5] Analogamente, Rousseau (1994, 63) sostiene riguardo alla trasferibilità del potere politico, cioè della sovranità: “[d]ico dunque che la sovranità, non essendo che l’esercizio della volontà generale, non può mai alienarsi, e che il sovrano, essendo solo un ente collettivo, non può essere rappresentato che da se stesso; il potere può, sì, essere trasmesso, ma non la volontà.” Enfasi nostra. Il sistema di rappresentanza proporzionale del Parlamento della Repubblica è regolato dal suffragio universale e diretto, come sancito dalla Costituzione italiana (cfr. Artt. 56, 67). Per quanto riguarda il ruolo del Presidente della Repubblica come rappresentante dell’unità della nazione, la sua elezione e i suoi poteri, cfr. gli Artt. 83, 87, 89.
[6] Definendo l'esercizio della libertà come relativo non intendiamo sostenere che, come Nozick ha sottolineato nella sua discussione sullo stato ultraminimo, la mia libertà, cioè i miei diritti e doveri, possano essere alterati, violati o addirittura soppressi da un atto arbitrario di decisione. Stiamo piuttosto sostenendo che il concetto e l'esercizio della libertà dell'individuo siano e debbano essere, considerando il quadro collettivo in cui l'esistenza politica diventa possibile, legati al soggetto-altro considerato sia come individuo che come sovrano. Piuttosto che un cambiamento a livello quantitativo della libertà, dobbiamo considerare la trasformazione come avvenuta a livello qualitativo.
[7] Qualcosa di simile è sostenuto da Nozick (2024, 64) quando, in riferimento all’esperimento mentale della macchina dell’esperienza, sostiene che al termine del ‘set di prova’ rifiuteremmo di tornare nella macchina, in quanto il mondo esperienziale in cui ci inseriamo con essa non appartiene all’ordine di ciò che rivendicheremmo come vita significativa: “noi vogliamo fare certe cose, e non soltanto avere l’esperienza di farle. [...]vogliamo essere in un certo modo, essere un certo tipo di persona. Galleggiare in una vasca significa essere un qualcosa di totalmente indeterminato.”
BIBLIOGRAFIA:
Corte Costituzionale. 2023. Costituzione della Repubblica Italiana (1948), https://www.cortecostituzionale.it/documenti/download/pdf/Costituzione_della_Repubblica_italiana.pdf
Nozick, Robert. 2024. Anarchia, stato e utopia (1974), tr. it. di G. Ferranti, il Saggiatore.
Rousseau, Jean-Jacques. 1997. Il contratto sociale (1762), tr. it. di M. Garin, Laterza Editore.
Schmitt, Carl. 1984. Dottrina della Costituzione (1928), materiali a c. e tr. it. di A. Caracciolo, Giuffrè Editore.
Come la Corea del Nord ha imparato ad amare la Bomba
La Corea del Nord (in sigla DPRK, ovvero: Repubblica democratica popolare di Corea) rientra nelle ormai miserande cronache internazionali principalmente come fonte di esotismi o di bizzarrie assortite, di cui la vita sociale e politica locale è ricca: il regno eremita, il singolare socialismo dinastico, la santificazione del “Caro Leader”, le impettite vigilesse di Pyongyang, gli albergoni monumentali semivuoti e così via. Limitare la visuale alla componente folkloristica, però, toglie l’occasione per imparare qualcosa.
Ad esempio, che la Corea del Nord, al di là dei suoi limiti evidenti, del suo carattere di stato-caserma e delle sue innegabili bizzarrie, prodotto di una storia e di una cultura di cui sappiamo poco, (ma almeno sappiamo di non sapere e questo ci spinge a renderci disponibili all’apprendimento…), una cosa l’ha capita da tempo per quanto riguarda la politica internazionale.
Ed è una cosa molto importante. Caduta l’Urss, trentacinque anni fa, l’unico modo per non soccombere al predominio dell’egemone globale, e dunque di sopravvivere (che in politica non è un fatto accessorio, come osservava già Machiavelli), è di disporre dell’arma atomica[1].
La Corea la possiede – pare – da almeno vent’anni (al 2006 risale il primo test atomico sotterraneo): si tratta verosimilmente di alcune decine di testate montate su vettori dalla gittata certo non lunghissima e tuttavia sufficienti a raggiungere Seul e le principali città della Corea del Sud.
E tanto basta per la deterrenza.
Questo la Corea del Nord l’ha capito da decenni, pur avendo provato tra anni Ottanta e Novanta a trattare con l’Occidente, scambiando l’impegno a non sviluppare armi nucleari con una piena integrazione economica del paese e soprattutto con precise garanzie di sicurezza, finché si sono accorti che li stavamo menando per il naso, more solito.
Ora però ha capito, rapidamente, anche un’altra cosa.
Che gli USA sono entrati in una fase di “agitazione strategica” che li spinge ad azioni inconsulte in ogni direzione: fanno strame ogni giorno di qualunque principio del diritto internazionale, attaccano proditoriamente qualunque stato sovrano, anche (anzi, in particolare, durante) colloqui diplomatici da loro stessi richiesti; e, soprattutto rapiscono o eliminano fisicamente dirigenti e capi di stato, come modalità ordinaria di risoluzione delle controversie internazionali.
Controversie che naturalmente in tal modo non si risolvono affatto, come nel caso dell’Iran.
Del resto, risolvere le controversie non sembra essere - né oggi né ieri - un obiettivo degli USA. La loro strategia sembra essere, piuttosto e ben prima di Trump, la produzione di caos interstatale allo scopo di regnare sulle macerie e sul disordine, di mantenere la propria supremazia e – soprattutto - di contrastare il progetto di globalizzazione pacifica e cooperativa (almeno a livello internazionale) promossa dalla Repubblica popolare cinese e dal “movimento” dei BRICS. Progetto che non si pone in termini di opposizione secca all’imperialismo occidentale, ma piuttosto di alternativa geo-economica sempre più appetibile per vaste porzioni del Sud globale.
Ebbene, comprendendo tutto ciò molto bene, la leadership coreana ha di recente reso noto l’aggiornamento della propria dottrina nucleare[2].
Dottrina che - a differenza di tutte le altre potenze nucleari – non è mai stata espressa nella forma di un documento pubblico, finalizzato a far valere il potere dissuasivo del proprio dispositivo militare, ma solo attraverso dichiarazioni ufficiali, con cui ha sempre reso note le proprie intenzioni.
Intenzioni che, fino a poco tempo fa, si potevano sintetizzare così: a un attacco che mette a rischio l’esistenza del paese, si risponde con bombe atomiche, non escludendo eventualmente anche con un attacco preventivo[3].
Ora, però, viene aggiunto ed esplicitato un nuovo punto – che ha a direttamente a che fare con i comportamenti degli Stati Uniti: se il capo di stato nord coreano fosse oggetto di un attacco che lo uccidesse o lo incapacitasse in qualche forma (come è accaduto in Venezuela), la risposta del dispositivo nucleare della DKPR sarebbe immediata. In altre parole: se succede qualcosa a Kim, le testate atomiche partono verso Seul… in automatico.
Ora, questa mossa è, a sua volta, una lezione per chi si trova e si troverà sottoposto a un proditorio tentativo di regime change (cosa che comincia ad essere frequente: Venezuela, Iran, minacce a Cuba): la “terza guerra del Golfo”, attualmente in corso, insegna infatti, all’Iran ora e, in prospettiva, a tutte le medie potenze, che non è prudente restare senza armamento nucleare.
NOTE:
[1] Cfr. Giuseppe Gagliano, Corea del Nord, la bomba come assicurazione del regime: una lezione per l’Iran, “Inside Over”, 19.04.2026, https://it.insideover.com/guerra/corea-del-nord-la-bomba-come-assicurazione-del-regime-una-lezione-per-liran.html
[2] Marcello Bussi, Corea del Nord, rappresaglia nucleare automatica se viene ucciso Kim Jong-Un, “Milano Finanza”, 11 maggio 2026, https://www.milanofinanza.it/news/corea-del-nord-rappresaglia-nucleare-automatica-se-venisse-ucciso-kim-jong-un-202605112154103222?refresh_cens
[3] Mathieu Duchatel, Francois Godement, La dottrina nucleare nordcoreana: chiara, coerente, credibile, European Council on Foreign Relations, 22 novembre 2017, https://ecfr.eu/rome/publication/la_dottrina_nucleare_nordcoreana_chiara_coerente_e_credibile/
I ritardi dei treni, la colpa e la fisica, secondo Gabriella Greison
Il giorno 8 maggio il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha incontrato, a Milano, Yasushi Kaneko, Ministro giapponese del Territorio, delle Infrastrutture, dei Trasporti e del Turismo.
Il Giappone ha un sistema ferroviario estremamente efficace e con tassi di puntualità che sfiorano il 99%[1], con ritardi medi inferiori al minuto.
In Italia, invece, nonostante la situazione stia migliorando in modo sensibile e i tempi di percorrenza siano enormemente diminuiti[2], il tasso di ritardi è ancora elevato: nel febbraio 2025[3] quasi il 20% dei treni ad alta velocità ha avuto più di 10 minuti di ritardo; la percentuale di Intercity che ha avuto più di 15 minuti di ritardo è stata superiore al 10%; alcune tratte dell’Alta Velocità mostrano ritardi in una percentuale tra il 40% e il 49% delle corse.
È interessante leggere l’analisi fatta da Gabriella Greison, fisica, scrittrice e divulgatrice, sul tempo nei sistemi ferroviari, in un suo articolo del 21 aprile 2026 sul Corriere della Sera, intitolato I ritardi continui dei treni.
Il centro della riflessione di Gabriella Greison è la percezione del tempo quando si aspetta un treno in ritardo, una situazione in cui il tempo sembra tradire le nostre previsioni e genera frustrazione.
Ricerca di un colpevole
In questa situazione, caratterizzata da binari affollati, tabelloni che cambiano continuamente e minuti di ritardo che si moltiplicano senza spiegazioni chiare, il viaggiatore è colto dalla rabbia e dall’impulso a cercare un colpevole.
Attribuire la colpa a una persona o a un evento a cui si può attribuire il ritardo – dice Greison – è una risposta “normale”, perché l’irritazione generata dal fatto che il tempo non rispetta le nostre aspettative deve essere veicolata contro un oggetto esterno.
Un approccio diverso, basato sulla fisica
Tuttavia, suggerisce Greison, un approccio diverso, basata sulla fisica, può essere più fruttuoso: invece che chiedersi “chi ha sbagliato?”, ci si può concentrare su “che tipo di sistema è quello ferroviario?”.
Per farlo, Greison, utilizza anche la metafora del mare, in cui le onde arrivano sempre, ma non mai tutte insieme, né uguali, né quando lo decidiamo noi. Nel mare, un’onda può nascere lontano e arrivare amplificata o attenuata a seconda delle interazioni lungo il percorso.
Dal punto di vista fisico, infatti, il sistema ferroviario non è una semplice sequenza di treni, ma un sistema complesso, in cui ogni elemento dipende dagli altri. Nessun treno, sostiene, è davvero isolato, così come nessuna onda del mare – ecco la metafora del mare - è indipendente dalle altre.
Il funzionamento del sistema ferroviario si basa sulla sincronizzazione, uno stato per nulla naturale, fragile che può incrinarsi facilmente.
In un sistema di questo tipo, un ritardo minimo può propagarsi lungo la rete, amplificarsi e accumularsi, non per inefficienza umana ma per le leggi della fisica dei sistemi complessi. Infatti, in un sistema sincronizzato complesso, “un minuto di ritardo non vale mai un minuto”, perché il tempo non si somma in modo lineare, ma si deforma e il ritardo si propaga, si amplifica e contagia l’intera rete.
Contenere la propagazione dell'errore
Come si fa, si chiede Greison, a gestire e contenere la propagazione e l’amplificazione dell’errore?
Una risposta viene dall’esempio del Giappone: nel sistema ferroviario giapponese la puntualità non dipende dalla disciplina individuale, ma da una progettazione fisica del sistema che riduce la propagazione degli errori.
Dice Greison: «Esistono sistemi ferroviari che usano bene la fisica, e si vede. Il Giappone, per esempio, non è famoso per i treni puntuali perché “sono più disciplinati”. È una spiegazione pigra. I treni giapponesi funzionano perché il sistema è progettato fisicamente per ridurre la propagazione degli errori. Linee dedicate, separazione dei flussi veloci e lenti, margini temporali distribuiti lungo la rete, sincronizzazione pensata come proprietà del sistema, non come richiesta agli individui. È fisica applicata alla gestione del tempo.» «In Giappone non chiedono ai treni di non sbagliare. Chiedono al sistema di non amplificare lo sbaglio. Ed è una differenza enorme. Un minuto resta quasi sempre un minuto, perché il sistema è progettato per impedirgli di diventare qualcos’altro.»
Invece, spesso – e sembrerebbe che sia il caso dell’Italia – le reti ferroviarie e la loro programmazione sono progettate in modo iper-saturo, vicino alla capacità massima: «senza margini, senza buffer temporali, come se il tempo fosse una linea rigida e identica ogni giorno. Stringiamo gli orari, riduciamo gli intervalli, ottimizziamo tutto al secondo. Sulla carta funziona. Nella realtà, no.».
In queste condizioni «Basta un rallentamento minimo perché lo scarto entri nel sistema e si propaghi. Un minuto di ritardo non resta un minuto: interferisce con altri treni, occupa tracce, fa saltare coincidenze». L’assenza di margini temporali strutturali, che sembrano tempo sprecato, il sistema non «è in grado di assorbire le fluttuazioni inevitabili. Senza di essi, il sistema non smorza. Trasmette tutto. […] piccole variazioni producono effetti sproporzionati».
E poi, ricorda Greison, cerchiamo il colpevole, tra i piccoli eventi fortuiti e tra gli errori umani. Senza capire che il problema non sta lì, che il piccolo evento fortuito o l’errore umano non sono solo il catalizzatore, la causa scatenante di una serie di conseguenze amplificate dall’assenza di margini.
Il dato di fatto è le reti ferroviarie che “si incrinano” e amplificano ritardi sono costruite per funzionare bene – essere in orario - solo quando «il tempo è perfetto. È come costruire una costa senza frangiflutti e poi prendersela con il mare perché le onde arrivano forti».
L'illusione della normalità
Il problema non è – quindi - il ritardo in sé, ma l’illusione che il tempo, nei sistemi complessi, possa essere trattato come una linea retta e che la sincronizzazione precisa e imperturbata sia la condizione normale. Quando, invece, la normalità è la presenza di errori, asincronie, perturbazioni. Che vanno incluse, e gestite, nel sistema, grazie ad ampi margini di tolleranza. Come fanno i giapponesi.
NOTE:
[1] Fonti: Geopop, Corriere della Sera, https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/12-secondi-di-ritardo-in-un-anno-in-giappone-i-treni-veloci-sul-serio/.
[2] Va ricordato che negli anni ’80 del XX secolo la tratta Milano – Roma richiedeva al meglio, 5 ore e 10 minuti. Oggi si fa in 3 - 4 ore.
[3] Dati Trenitalia.
Rosi Braidotti. Quando l’(ingenuo) entusiasmo per la scienza farmacologica è mal riposto
Rosi Braidotti è una nota filosofa femminista, di rilievo internazionale. È stata una pioniera dei Women's Studies in Europa ed è una delle principali teoriche del post-umano (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Rosi_Braidotti).
Si è sempre contrapposta all’uso dell'opposizione binaria quando si analizzano le differenze di genere, etniche e culturali. Peccato, però, che il suo lodevole anti-binarismo svapori quando si tratta di esplorare il mondo dei movimenti critici e scettici nei confronti delle rappresentazioni scientifiche oggi dominanti, spesso legate a logiche neoliberiste a cui lei ha dedicato una parte rilevante della sua riflessione. Infatti, rispetto a questo mondo lei dispensa generosamente semplificazioni e il ragionamento binario la fa da padrone: vax e no vax, responsabilità politica versus populismo, scienza e anti-scienza.
Lì, la complessità analitica si infrange sugli scogli delle distinzioni categoriali e binarie, delle dicotomie e delle banalizzazioni che tanto spazio trovano nel giornalismo, nella politica e nei ragionamenti di senso comune. L'ambivalenza sistematica che struttura le rappresentazioni culturali del mondo che abitiamo, le nostre identità multiple e nomadi ecc., in questo caso si coagulano in una semplicità disarmante: da una parte le normali[1], persone sagge e sensate; dall’altro le devianti (le no vax). Il fluidismo tanto (e giustamente) sbandierato viaggia, quindi, a corrente alternata.
Peraltro, ci (legittimamente) inorridiremmo se una donna fosse chiamata “no-man”, o una vegetariana “no meat"). E allora perché a una scettica, critica, pro-choice (la maggior parte delle cosiddette ‘no vax’ non era contraria al vaccino, ma all’obbligatorietà della vaccinazione) non viene riconosciuta un’identità ‘positiva’ e invece soltanto un’identità per sottrazione o al negativo?
Rosi Braidotti collabora con il settimanale del Corriere della Sera, "7 - Sette", e da aprile 2021 è periodicamente ospite a Otto e mezzo, il programma di approfondimento giornalistico quotidiano di Lilli Gruber, per l’emittente televisiva italiana La7. Quotidiano, settimanale e canale televisivo fanno parte dello stesso ecosistema: Cairo Editore.
Una delle prime (forse la prima) apparizioni a Otto e mezzo è del 14 aprile 2021 (https://www.youtube.com/watch?v=UY-dGJT7ngI ). Alla conduttrice disse: “io ho fatto la mia prima dose di vaccino cantando di felicità. L’ho attesa molto con grande ansia. Attendo anche la seconda dose che sarà tra una decina di settimane”. Poi passava a elencare statistiche epidemiologiche sui contagi, decessi e altro, sicuramente non frutto dei suoi studi (dov’è competente) ma della lettura dei giornali. Infine, usando un linguaggio militare, affermava che serviva un patto generazionale per sconfiggere il virus, per “andare avanti su questa lotta, che in effetti è una guerra, una guerra che dobbiamo vincere”.
Sorprende questa retorica bellicistica, un po’ sempliciotta, in una studiosa del post-umano. Specie alla luce di altre prospettive, più raffinate e feconde. Come, ad esempio, la “svolta pro-biotica” (Lorimer 2020), in contrasto con l'"approccio antibiotico" portato avanti per decenni dalle grandi case farmaceutiche, dall'agricoltura industriale e dalla tendenza verso un'igiene estrema. Tale svolta afferma che moltissimi batteri sono una presenza fissa del corpo umano, senza per questo provocare danni al suo interno. Anzi, la loro presenza è addirittura benefica per lo svolgimento di alcune funzioni metaboliche e per le difese immunitarie. Il loro insieme è chiamato microbiota. Sono batteri salutogeni (cioè che hanno un effetto favorevole al mantenimento di un buon stato di salute). La svolta probiotica considera i virus e i batteri come partners (e non nemici) nella nostra evoluzione, perché gli esseri umani sono dei “simbionti”, organismi che vivono obbligatoriamente un rapporto con altri organismi viventi (es. batteri) e semi-viventi (es. virus).
Ovviamente alcuni tipi di batteri e virus (definiti patogeni) danneggiano i tessuti e gli organi e possono essere pericolosi e anche letali. Ma anche alcuni esseri umani lo possono essere, e a volte lo sono. Le cronache ci segnalano continuamente femminicidi, infanticidi, parricidi ecc. (tralasciando le guerre che i vari capi di Stato scatenano). È questo un motivo sufficiente per entrare in belligeranza con gli esseri umani?
Il giorno dopo (15 aprile 2021), l’allora ministro della sanità Roberto Speranza, in una seduta parlamentare (https://www.youtube.com/watch?v=8si8eE9YG6Y vai al minuto 6 e 11”) dichiarava, relativamente al vaccino anti covid, "AstraZeneca efficace e sicuro".
Un (non estemporaneo) allineamento tra certe filosofie femministe e i governi.
Tuttavia, le certezze del ministro e l’entusiasmo di Braidotti per il vaccino Astrazeneca si infransero tre anni dopo, quando il 4 maggio 2024 il vaccino anti-Covid AstraZeneca (Vaxzevria) fu ritirato dal commercio a causa del riscontro di casi di trombosi, noti come sindrome da trombocitopenia trombotica (TTS), legati a una reazione autoimmune. Questi eventi avversi, segnalati dopo la commercializzazione, hanno portato a una rivalutazione del rapporto beneficio-rischio, specialmente con l'emergere di alternative vaccinali basate su mRNA.
Ovviamente la questione è molto complessa e non semplificabile in fazioni binarie pro vaccino (https://www.valigiablu.it/astrazeneca-vaccini-covid-19-ritiro-perche/) oppure contro (https://www.insalutenews.it/in-salute/danno-da-vaccino-astrazeneca-codacons-vince-la-causa/).
Proprio perché non è una guerra e le controversie non si affrontano in modo partigiano.
Anche perché una farmacovigilanza attiva (cioè il monitoraggio continuo sugli effetti del vaccino, anche a distanza di tempo ― e non semplicemente la segnalazione estemporanea) in molti Paesi praticamente non esiste (Mezza e Blume 2021; Mezza 2025; Mezza e Blume 2026).
Tuttavia, quello che fa specie, è vedere un certo femminismo (apparentemente radicale) farsi baldanzoso testimonial di un farmaco poi ritirato…
NOTE:
[1] Uso il femminile sovraesteso.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Gobo, G. (2023), Si poteva comunicare diversamente la sindemia? Cambiare linguaggio per cambiare il corso degli eventi, in Polesana M.A. e Risi E. (a cura di), (S)comunicazione e pandemia. Ricategorizzazioni, ossimori e contrapposizioni di un’emergenza infinita, Milano-Udine: Mimesis, pp. 7-20.
Lorimer, J. (2020), The Probiotic Planet. Using Life to Manage Life, Minneapolis: University of Minnesota Press.
Mezza, M. (2025). Entangled evidence: epistemic injustice, and systemic neglect in the assessment of menstrual disorders following COVID-19 vaccines. Critical Public Health, 35(1).
Mezza, M. e Blume, S. (2021), Turning suffering into side effects: Responses to HPV vaccination in Colombia, Social Science & Medicine, 282, pp. 141-35.
Mezza, M. e Blume, S. (2026), Immunization and society: A social science agenda for pharmacovigilance, in Faulkner A., A Research Agenda for Biomedicine and Society, Cheltenham (UK): Elgar, pp. 37-54.
Zimmer, C. (2011) A planet of viruses, Chicago: University of Chicago Press.










