Gerarchie organizzative come tecnologie cognitive
Gerarchie organizzative come tecnologie cognitive e IA come infrastruttura di coordinamento: note su “From Hierarchy to Intelligence”.
Quando un’impresa annuncia di voler “superare” la gerarchia, il dibattito tende a polarizzarsi: da un lato l’immaginario emancipativo dell’organizzazione piatta, dall’altro la diagnosi disincantata di una nuova fase di razionalizzazione. Il documento programmatico From Hierarchy to Intelligence, attribuito a Jack Dorsey e Roelof Botha e riferito alla trasformazione di Block, si colloca esattamente su questa faglia. La proposta, in estrema sintesi, non è soltanto ridurre livelli manageriali o semplificare organigrammi, ma sostituire una forma storica di coordinamento – la catena gerarchica – con un diverso “mezzo” di circolazione dell’azione collettiva: un’infrastruttura di intelligenza artificiale capace di rendere leggibile la vita dell’organizzazione e di produrre decisioni o pre-decisioni in modo continuo. In tal senso, il testo merita di essere letto come un intervento di filosofia dell’organizzazione in chiave tecnico-scientifica: l’oggetto non è il potere in senso astratto, ma la materialità dei protocolli che trasformano informazione in comando, e comando in lavoro.
L’assunto di partenza è tanto semplice quanto, per certi versi, sovversivo: la gerarchia non sarebbe una “forma naturale” del sociale, né un destino antropologico del comando, bensì un dispositivo ingegneristico nato per gestire vincoli cognitivi. La sociologia delle organizzazioni conosce bene questa idea in termini di bounded rationality e di capacità limitata di attenzione; il documento la riformula con un lessico quasi cibernetico, centrato sullo span of control, sulla latenza e sulla perdita di contesto. Ciò che una piramide garantisce, infatti, è la compressione della complessità: ogni livello filtra, sintetizza, impacchetta. Ma ogni filtro introduce un costo: tempi più lunghi, distorsioni, giochi di potere, e – aspetto cruciale – una specifica epistemologia dell’impresa, in cui il vertice vede “astrazioni” e la base vede “situazioni”. L’ipotesi di Block è che la computazione contemporanea, e in particolare i sistemi di IA addestrati su grandi archivi di tracce operative, renda possibile una compressione della complessità non più affidata a mediatori umani, bensì a modelli e procedure automatiche; si potrebbe dire: dal manager come convertitore analogico-digitale al modello come convertitore continuo.
Da qui l’uso, nel testo, di una genealogia che attraversa campi apparentemente distanti. L’esercito romano viene assunto come prototipo di architettura scalabile: la suddivisione nidificata in unità e sotto-unità non è presentata come semplice disciplina, ma come soluzione al problema di “indirizzare” ordini e riscontri quando la comunicazione è scarsa e il numero degli attori enorme. Il riferimento allo Stato Maggiore prussiano e alla distinzione tra “line” e “staff” sposta l’attenzione su un passaggio decisivo: l’istituzionalizzazione del pre-calcolo delle decisioni, cioè la produzione anticipata di scenari e risposte che rendono l’azione sul campo meno dipendente dal genio contingente dei capi. È, in questa lettura, che nasce il middle management moderno: una classe di specialisti del contesto, incaricata di trasformare segnali dispersi in piani, report, roadmap. Le ferrovie statunitensi e l’organigramma di McCallum rappresentano poi l’industrializzazione di tale logica: quando infrastrutture e capitali si estendono su vaste distanze, la gerarchia diviene un “sistema di sicurezza” tanto quanto un sistema di comando. Il taylorismo, infine, appare come il momento in cui il coordinamento viene reso scientifico attraverso misurazione e standardizzazione: non solo chi comanda, ma come si definiscono i compiti, con quale granularità, e con quale ideologia dell’efficienza.
La mossa concettuale del documento è rimettere in gioco questa storia come repertorio di soluzioni tecniche, per poi sostenere che oggi la soluzione gerarchica sia diventata inefficiente rispetto alla velocità dell’ambiente. In un mercato in cui l’incertezza è endemica e i segnali sono sovrabbondanti, la piramide riduce la varietà invece di assorbirla. Qui l’argomento tocca un punto caro alla filosofia della scienza: il rapporto fra rappresentazione e intervento. La gerarchia è una macchina epistemica che produce “rappresentazioni ufficiali” (KPI, reporting, sintesi), e poi agisce su di esse; ma la qualità della rappresentazione è limitata sia dalla capacità umana di elaborare dati sia dalle dinamiche politiche dell’organizzazione (che cosa viene misurato, che cosa viene omesso, chi controlla la definizione degli indicatori). L’IA – nella visione proposta – dovrebbe aumentare la fedeltà della rappresentazione e ridurre i tempi di aggiornamento: un modello del mondo aziendale, alimentato da tracce digitali (documenti, commit, conversazioni, ticket, registrazioni), rende l’organizzazione “machine-readable”. Il presupposto è che la leggibilità delle pratiche, una volta affidata a testuali burocratici, possa essere ottenuta tramite dataficiation e modellizzazione.
L’architettura proposta viene descritta come un “sistema operativo” dell’impresa articolato in strati. Alla base vi sarebbero capabilities modulari – primitive operative (nel caso Block, finanziarie: pagamenti, prestiti, conti) – pensate per essere ricombinate. Sopra di esse operano due world models: uno interno, che cattura lo stato dell’organizzazione (chi sta facendo cosa, dove si accumula debito tecnico o organizzativo, quali dipendenze rallentano i flussi), e uno esterno, centrato sul cliente e sul “segnale onesto” delle transazioni. Il cuore sarebbe l’intelligence layer, che non si limita a suggerire, ma compone capacità in interventi: prevede bisogni, genera offerte, allinea priorità, riduce conflitti tra obiettivi. Le interfacce (prodotti e canali) diventano così superfici di consegna. In questa cornice, la gerarchia non è abolita in nome dell’orizzontalità, ma rimpiazzata da una gerarchia di strati tecnici, in cui la sovranità decisionale è distribuita tra modelli, regole e persone.
La trasformazione infrastrutturale richiede però una teoria della responsabilità. Il documento insiste, in particolare, sul Directly Responsible Individual (DRI): una persona – non un comitato – è proprietaria di un esito, e ne risponde pubblicamente. Accanto al DRI, la figura del manager viene riformulata come player-coach, cioè come tecnico-produttore che affianca la crescita di altri senza essere principalmente un “relè” di contesto. L’individual contributor (IC), invece di essere l’ultimo anello, diventa il soggetto centrale, potenziato da strumenti che moltiplicano la capacità di controllo su sistemi complessi. Dal punto di vista sociologico, questa promessa ha una doppia faccia: da un lato rafforza l’attribuzione delle responsabilità e può ridurre la diluizione del potere tipica delle matrici; dall’altro può trasferire sulla singola persona un carico di esposizione, tracciabilità e pressione performativa, soprattutto se il DRI è vincolato da metriche prodotte dall’intelligence layer. Qui emerge un nodo classico: l’accountability è un dispositivo morale e politico prima ancora che tecnico, e un sistema “intelligente” può renderla più stringente senza renderla più giusta.
Per comprendere l’ambizione sistemica del progetto, è utile convocare la cibernetica organizzativa. In termini di legge della varietà richiesta (Ashby), un sistema può governare un ambiente complesso solo se possiede una varietà interna comparabile. Le gerarchie storiche hanno risposto alla varietà riducendola: standardizzando procedure, comprimendo l’informazione, imponendo routine. La proposta di Block è, invece, aumentare la varietà interna tramite automazione cognitiva: la macchina elabora più segnali, più rapidamente, e può – in linea di principio – stabilizzare l’insieme attraverso feedback continui. In questo senso, l’impresa “intelligence-driven” appare come un tentativo di implementare un viable system (Beer) in cui le funzioni di coordinamento (smorzamento dei conflitti, monitoraggio, previsione) vengono svolte da un livello computazionale che connette le unità operative. Anche la metafora dell’organismo – l’azienda come “specie intelligente” – evoca un lessico autopoietico: non più la piramide come meccanismo, ma la rete come metabolismo che si ricompone in tempo reale.
Tuttavia, ogni spostamento di infrastruttura implica una ricomposizione del potere. La sociologia dei movimenti e delle organizzazioni ha mostrato, con Jo Freeman, che l’abolizione delle strutture formali non elimina il comando: produce élite informali, spesso meno contestabili perché prive di meccanismi espliciti di responsabilizzazione. Nel progetto di Block il rischio è duplice. Primo: una “gerarchia invisibile” potrebbe emergere non solo tra persone (reti informali di influenza), ma tra persone e sistemi, laddove chi controlla i parametri del modello – tassonomie, metriche, guardrails – controlla indirettamente le possibilità d’azione degli altri. Secondo: la promessa di leggibilità può tradursi in sorveglianza. Rendere l’organizzazione machine-readable significa trasformare pratiche e conversazioni in dati; ma, come insegna una lunga tradizione di studi sulla quantificazione, ciò che viene reso misurabile tende a diventare governabile. L’algorithmic management non è soltanto un insieme di strumenti: è un regime di verità che stabilisce cosa conta, cosa è “anomalo”, cosa è “efficiente”.
Da questo punto di vista, l’espressione “taylorismo digitale” non è una semplice provocazione. Se Taylor separava concezione ed esecuzione, un intelligence layer rischia di separare previsione e esperienza: l’azione viene guidata da modelli che anticipano bisogni e allocano risorse, mentre gli operatori umani potrebbero trovarsi a eseguire in un contesto già “interpretato” per loro. La questione diventa allora epistemologica: che cosa significa conoscere un’organizzazione attraverso un world model? I modelli non sono specchi del reale; sono dispositivi selettivi che incorporano assunzioni, definizioni, priorità. In ambito filosofico-scientifico, ciò rimanda al problema della model-based governance: quando la decisione si appoggia su una rappresentazione computazionale, l’errore di modello non è un semplice bug, ma un evento politico, perché redistribuisce rischi e opportunità. Inoltre, c’è la dimensione della conoscenza tacita. Gran parte del coordinamento quotidiano avviene attraverso segnali non formalizzati: micro-negoziazioni, fiducia, intuizioni maturate nel tempo. Un’organizzazione che trasferisce l’allineamento al layer algoritmico potrebbe erodere quel capitale sociale proprio mentre ne ha più bisogno per gestire conflitti normativi ed eccezioni.
Non a caso, il documento richiama esperimenti precedenti di de-gerarchizzazione, come il modello Rendanheyi di Haier o altre architetture “piatte” nel settore tecnologico. La lezione di tali esperimenti è nota: eliminare livelli può aumentare autonomia locale, ma spesso fa esplodere i costi di coordinamento, perché l’allineamento diventa un lavoro diffuso e continuo (“tutti devono parlare con tutti”). La promessa dell’IA è proprio quella di fungere da “sistema nervoso” capace di sincronizzare senza riunioni, riducendo il costo transazionale della cooperazione. In altri termini, Block non propone tanto un ritorno al mercato interno puro, quanto un ibrido in cui la mano invisibile è sostituita da un meccanismo di calcolo: l’infrastruttura si comporta come un mediatore universale, trasformando interazioni sociali in operazioni di aggiornamento del contesto. L’analogia con protocolli tecnici (API, interfacce, contratti) suggerisce una visione della cultura organizzativa come problema di interoperabilità: i conflitti non si risolvono persuadendo persone, ma disegnando meglio le interfacce tra responsabilità.
La domanda decisiva, allora, non è se la gerarchia “finirà”, ma quale tipo di ordine sociale verrà prodotto dalla sua sostituzione con un ordine computazionale. Un’impresa può davvero diventare una “specie intelligente” senza trasformarsi in un apparato di ottimizzazione che assorbe l’umano come rumore? Perché la promessa si realizzi in modo non regressivo, almeno tre condizioni sembrano necessarie. (1) Trasparenza epistemica: i modelli devono essere contestabili, e le decisioni riconducibili a tracce argomentative – non solo a output. (2) Pluralismo dei valori: l’efficienza non può essere l’unica funzione obiettivo; l’infrastruttura deve incorporare guardrail etici e sociali, e riconoscere la legittimità del dissenso. (3) Custodia del tacito: l’organizzazione deve preservare spazi di interazione non completamente strutturati du dati, in cui si producono apprendimento, fiducia e senso. In assenza di tali condizioni, il superamento della gerarchia rischia di essere un cambiamento di forma più che di sostanza: non la fine del comando, ma la sua miniaturizzazione nei parametri di un modello.
Letto in questa chiave, From Hierarchy to Intelligence non è soltanto un manifesto aziendale, ma un laboratorio concettuale per interrogare – con strumenti della sociologia e della filosofia della scienza – il passaggio in corso da organizzazioni centrate su ruoli a organizzazioni centrate su modelli; da burocrazie che governano attraverso documenti a burocrazie che governano attraverso inferenze. La posta in gioco non riguarda soltanto l’efficienza o la produttività, ma il tipo di razionalità che verrà istituzionalizzata: una razionalità capace di apprendere e correggersi, oppure una razionalità che confonde la propria rappresentazione con il mondo. Su questo crinale si colloca la metamorfosi di Block, che può essere letta come anticipazione di un più ampio esperimento sociale: la prova generale di una nuova ecologia del coordinamento, in cui la tecnica non supporta l’organizzazione, ma ne diventa la grammatica
L’ambiente digitale come spazio di racconto collettivo
Nell’era della comunicazione costante, la capacità narrativa dell’essere umano viene sostenuta e amplificata dai media digitali e dalla Rete di Internet. Comunicare è diventato sempre più veloce, immediato, più facile. Eppure, proprio questa possibilità rischia talvolta di trasformarsi in un imperativo categorico. Comunicare sempre, comunque, spesso a discapito della qualità dei contenuti che scegliamo di condividere e della motivazione per cui farlo. Se è vero, come ci ricorda la pragmatica della comunicazione, che è impossibile non comunicare, è altrettanto vero che poter decidere il contenuto e le modalità della comunicazione, rappresenta una forma fondamentale di libertà e di responsabilità. Questa possibilità ci permette di non perdere di vista l’essenza della narrazione, la capacità di costruire significati collettivi e di condividerli con gli altri.
In questo senso, il linguaggio non è solo un mezzo per trasmettere informazioni ma è un dispositivo costitutivo della nostra esperienza soggettiva e del nostro modo di comprendere il mondo sociale. Attraverso le parole, modelliamo il modo in cui pensiamo a noi stessi e agli altri, attribuiamo senso alle esperienze e costruiamo significati condivisi che esercitano un potere organizzativo sulla realtà sociale e psicologica. Il linguaggio e le parole che usiamo, non si limitano a descrivere ciò che accade, ma contribuiscono attivamente a strutturare l’esperienza, le relazioni e le forme del vivere comune. Per questo, oggi più che mai, è necessario interrogarsi criticamente su ciò che scegliamo di raccontare e sul modo in cui lo facciamo.
Therapy speak e la costruzione della cultura terapeutica
Negli ultimi anni, il vocabolario collettivo si è progressivamente arricchito di termini provenienti dal lessico psicologico e psicoterapeutico, entrati a pieno titolo nel linguaggio quotidiano. Il cosiddetto therapy-speak indica proprio la diffusione di parole come trauma, gaslighting, confini (boundaries), narcisismo, dipendenza emotiva e molti altri concetti psicologici utilizzati al di fuori del loro contesto professionale. Spesso questi termini vengono impiegati con significati semplificati, parziali o distorti rispetto al loro uso clinico originario. Questa pratica si è diffusa in modo massiccio soprattutto nei media digitali e nei social network, dove parole nate in ambito terapeutico sono diventate talvolta categorie interpretative della vita quotidiana.
Da un lato, la circolazione di un vocabolario psicologico può riflettere una maggiore attenzione verso i temi della salute mentale e contribuire, almeno in parte, a ridurre lo stigma e gli stereotipi associati al disagio psichico. Dall’altro lato, però, l’uso superficiale o strumentale del linguaggio terapeutico rischia di produrre fraintendimenti e banalizzazioni. In alcuni casi, termini clinici vengono trasformati in etichette moralizzanti o in strumenti di esclusione e conflitto, perdendo la loro funzione originaria. Gli spazi digitali, inoltre, impongono modalità comunicative specifiche, caratterizzate da contenuti brevi, emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. In questo contesto, le informazioni psicologiche si moltiplicano fino a creare una ridondanza di concetti psicologici, non sempre accompagnati da accuratezza o profondità.
La divulgazione psicologica online mostra infatti una profonda ambivalenza. Essa può aumentare la consapevolezza e offrire strumenti di comprensione, d’altro canto rischia di indebolire l’autonomia individuale e la capacità di affrontare il conflitto e l’incertezza, alimentando una dipendenza simbolica dal sapere esperto e dal riconoscimento emotivo.
Alcuni studi empirici confermano questa tensione. Le ricerche sulla mental health literacy online indicano che l’esposizione a contenuti psicologici sui social media può aumentare la consapevolezza sui temi della salute mentale, ma anche favorire l’auto-diagnosi e una maggiore insoddisfazione soggettiva, soprattutto quando il linguaggio clinico viene applicato indiscriminatamente all’esperienza quotidiana (Berryman et al., 2023). perciò, talvolta il linguaggio terapeutico non si limita a descrivere la sofferenza, ma contribuisce a plasmarla, insegnando agli individui a leggere se stessi come potenzialmente disfunzionali.
Le piattaforme digitali hanno un ruolo centrale in questo processo perché premiano contenuti emotivamente coinvolgenti e facilmente riconoscibili. Studi recenti mostrano come una parte significativa dei contenuti più popolari sulla salute mentale contenga informazioni inaccurate, generalizzazioni e un uso improprio dei concetti clinici. Un’inchiesta del Guardian (2025), basata sull’analisi dei cento video più visualizzati su TikTok sotto hashtag legati alla salute mentale, ha rilevato che oltre la metà presentava forme di disinformazione o semplificazione fuorviante, contribuendo a patologizzare esperienze emotive ordinarie e a diffondere l’idea di “soluzioni rapide” a problemi complessi.
Quando i termini clinici entrano stabilmente nel discorso ordinario e diventano categorie di senso condivise, non si limitano più a descrivere stati psichici individuali. Essi possono contribuire a costruire una nuova visione di chi siamo e di come interpretiamo l’esperienza umana, diventando parte integrante di un paradigma culturale emergente.
Il linguaggio terapeutico, così pervasivo, diventa una lente interpretativa che orienta il modo di guardare il mondo, una lente che tende a leggere l’essere umano soprattutto come entità emotiva da monitorare e analizzare, piuttosto che come soggetto attivo inserito in relazioni sociali, conflitti politici e contesti collettivi.
La cultura terapeutica si radica e si propaga proprio attraverso le parole. In un momento storico in cui i media digitali amplificano linguaggi sempre più intrecciati con la psicologia, non basta interrogarsi su quali parole utilizziamo, è necessario comprendere il potere che esse esercitano nel costruire il nostro mondo esperienziale e sociale.
Quando il therapy-speak diventa il lessico di riferimento non solo nei media digitali, ma anche nella comunicazione quotidiana, avviene qualcosa di più profondo di una semplice espansione del vocabolario. Si ridefiniscono le condizioni stesse del dialogo sociale e del modo in cui ci percepiamo come individui e come collettività. Le parole che scegliamo strutturano il racconto che facciamo di Noi, dell’Altro e del mondo e costruiscono i significati condivisi della realtà. Le parole che usiamo non sono meri descrittori, ma introducono e definiscono cornici interpretative che influenzano il modo in cui leggiamo la realtà.
Vedere il mondo attraverso la lente del linguaggio terapeutico
La questione, dunque, non risiede nell’uso del linguaggio psicologico in sé, ma nella sua trasformazione in un codice totalizzante, un nuovo paradigma culturale. In questo slittamento, il linguaggio terapeutico smette di essere uno strumento e diventa un orizzonte di senso che assorbe e riorganizza ogni forma di esperienza.
La psicologia non opera più soltanto come disciplina clinica, ma come paradigma culturale dominante, un linguaggio privilegiato attraverso cui gli individui guardano a se stessi, alle relazioni e al mondo sociale. I media digitali accelerano e normalizzano questo processo, trasformando la Rete in uno spazio in cui il lessico psicologico circola in forma frequentemente semplificata, decontestualizzata e spesso sganciata dal suo significato originario.
Riconoscere che il linguaggio è una porta d’accesso ai significati collettivi significa comprendere che il modo in cui parliamo di noi stessi e degli altri non plasma solo il discorso privato, ma anche le strutture simboliche attraverso cui una società interpreta il disagio, il conflitto, l’identità e persino la politica. Come osserva Furedi, la psicologia intesa come paradigma culturale non è neutrale, essa contribuisce a definire ciò che consideriamo normale, sano, problematico o patologico.
L’integrazione dei concetti psicologici nel linguaggio comune aumenta quindi la responsabilità collettiva nel modo in cui scegliamo di raccontarci e quindi di pensare a noi stessi, non solo in quanto individui ma in quanto agenti sociali e collettivi.
Il successo del linguaggio terapeutico nel discorso pubblico non è casuale. In un contesto sociale segnato da incertezza, accelerazione e frammentazione delle esperienze collettive, le categorie psicologiche offrono narrazioni accessibili, riconoscibili e immediatamente spendibili. Esse promettono spiegazioni rapide del disagio e una forma di legittimazione emotiva che potrebbe rispondere a un bisogno diffuso di essere visti, compresi e riconosciuti. Il therapy-speak perciò si adatta perfettamente alle logiche dei media digitali, che premiano contenuti e capaci di produrre coinvolgimento immediato.
Difficoltà relazionali, frustrazioni lavorative o conflitti sociali vengono reinterpretati come segnali di una fragilità individuale, spostando l’attenzione dalla dimensione collettiva e strutturale a quella emotiva e personale. La sofferenza perde così il suo statuto di esperienza universale e condivisa e diventa un indicatore di rischio da monitorare, prevenire e correggere. Il rischio è che questa trasformazione conduca a una riduzione delle aspettative sociali nei confronti dell’individuo, sostituendo l’idea di responsabilità e di agency con quella di una vulnerabilità permanente. Viene allora da chiedersi che cosa dica di noi, come società, questo bisogno di spiegare la realtà, gli eventi, i conflitti, le relazioni quasi esclusivamente attraverso categorie psicologiche.
Forse il successo del linguaggio terapeutico risiede proprio nella sua capacità di offrire mappe immediate in un mondo percepito come instabile e opaco. In un contesto segnato da incertezza economica, frammentazione sociale e crisi delle narrazioni collettive, le categorie psicologiche promettono riconoscimento emotivo e un senso di controllo sull’esperienza. Tuttavia, quando queste mappe diventano l’unico modo di orientarsi nella realtà, rischiano di semplificare ciò che è intrinsecamente complesso e di ridurre l’esperienza umana a una sequenza di stati interiori da decodificare.
Scegliere le parole da dirsi
Diventa quindi fondamentale riappropriarsi di una posizione attiva e consapevole rispetto alle parole che utilizziamo e ai contenuti che scegliamo di condividere e diffondere. Accettare la fatica della complessità, rinunciare a etichette immediate e riconoscere che non ogni disagio richiede una diagnosi, né ogni conflitto una spiegazione psicologica individuale.
Questa consapevolezza non può essere intesa come un gesto puramente individuale, ma come una necessità collettiva. Una pratica collettiva che riguarda il modo in cui costruiamo lo spazio pubblico, il dibattito e le narrazioni condivise. Coltivare uno sguardo critico sul linguaggio significa assumersi la responsabilità di costruire, insieme, narrazioni più complesse, capaci di tenere conto tanto della dimensione emotiva quanto di quella sociale, politica e relazionale dell’esperienza umana. Solo così il linguaggio potrà tornare a essere non uno strumento di semplificazione o di controllo, ma uno spazio di confronto, di significazione condivisa e di autentica possibilità trasformativa.
Scegliere le parole con cura non vuol dire censurare l’esperienza emotiva, ma restituirle profondità, collocandola dentro relazioni, contesti e responsabilità comuni. In questo senso, il linguaggio può tornare a essere non solo uno strumento di riconoscimento del disagio, ma anche un luogo in cui immaginare forme diverse di convivenza, di agency e di trasformazione sociale.
La parola e il potere. "Semita", metamorfosi di un lemma incandescente
Seguire la traiettoria di una parola significa guardare come il linguaggio possa, senza clamore, diventare strumento di controllo
Edward Said, figura imprescindibile per chiunque si occupi di Asia Occidentale, ci ha insegnato che l’Oriente è stato raccontato prima ancora di essere compreso, e spesso raccontato proprio per non doverlo capire. In Orientalismo mostrò con chiarezza devastante che prima ancora di essere un luogo, l’Oriente è stato un discorso: una costruzione dell’immaginario europeo, stratificata e resa naturale fino a sembrare inevitabile. Un Oriente immobile, esotico, irrazionale, utile più a chi lo descrive che a chi lo abita. Su quel territorio e su quei popoli, l’Europa ha proiettato paure, desideri, gerarchie, infantilizzazioni: l’Oriente come specchio deformante del potere occidentale.
Quello che continuiamo a chiamare impropriamente Medio Oriente e dovremmo invece definire Asia Occidentale, emerge così come uno spazio insieme osservato e inventato, studiato e tradito, una geografia colonizzata dall’immaginario prima ancora che dalla storia.
In questa prospettiva, il presente contributo si colloca nel solco della storia concettuale e adotta un approccio genealogico, in senso lato riconducibile alla riflessione di Michel Foucault. Non si tratta di una semplice evoluzione semantica: l’obiettivo è interrogare le condizioni storiche, politiche e culturali che hanno reso possibile la trasformazione di un lemma tecnico in dispositivo normativo. Seguendo la traiettoria del termine “semita”, l’analisi si muove tra filologia, storia delle idee e linguaggio politico, assumendo che le parole non siano soltanto strumenti di descrizione, ma anche luoghi di esercizio del potere.
Genealogia di una parola
Se l’Oriente può essere colonizzato dall’immaginario, non sorprende che anche le parole possano esserlo. Alcune diventano strumenti di dominio, cambiano padrone, assumono pesi e gerarchie che non possedevano. “Semita” è una di queste.
Nata come categoria linguistica, è stata trascinata fuori dal suo perimetro originario fino a diventare scorciatoia per indicare una razza, una religione, perfino un popolo. Una parola tecnica trasformata in marchio identitario, poi in strumento politico, infine in recinto morale. Eppure, c’è stato un tempo in cui non significava tutto questo: un periodo in cui un autorevole orientalista dell’Accademia dei Lincei, Ignazio Guidi, poteva ancora usarla nel suo senso filologico, prima che quel campo semantico venisse sequestrato e deformato.
A ritroso, da una nota incontrata in un libro di Speros Vryonis, in una Biblioteca di Istanbul, passando per Giorgio Levi Della Vida, sono arrivata fino a Guidi e ai suoi testi: è riaffiorata così una genealogia che impone di fare ordine. Guidi fu uno dei maggiori orientalisti e semitisti italiani del XIX secolo. Il saggio che presentò all’Accademia Nazionale dei Lincei, a Roma, nel 1879, La sede primitiva dei popoli semitici, aprì un ampio dibattito specialistico. Tornare oggi a questo testo non significa indulgere nell’erudizione antiquaria, quanto piuttosto risalire al momento in cui una parola ha smesso di descrivere qualcosa e ha cominciato a comandare qualcuno.
La tesi geografica di Guidi
Partendo da un assunto condiviso dalla linguistica comparata del tempo - l’esistenza di una famiglia linguistica semitica, comprendente ebraico, aramaico, arabo, accadico, etiopico e altre lingue - Guidi affronta un problema tipicamente ottocentesco: dove collocare la “culla” originaria di questo ceppo? Per lui, come tutti a quell’epoca, “semitico” è una categoria linguistica. Non condivide la teoria, allora diffusa, che ne collocava la sede primitiva in Mesopotamia. Attraverso l’analisi comparata del lessico comune ricostruibile, il confronto delle condizioni climatiche implicite nei termini condivisi e lo studio delle più antiche attestazioni storiche, arriva invece a postulare che quella sede debba essere cercata nella Penisola Arabica, intesa non come periferia ma come nucleo originario di irradiazione verso Mesopotamia, Siria e Africa. La sua tesi ebbe una certa influenza, pur senza chiudere un dibattito rimasto aperto e ancora oggi vivacissimo.
Il punto decisivo, però, è un altro. Per Guidi, “semitico” non designa né una razza né un’essenza etnica compatta: indica una famiglia linguistica, ricostruita attraverso il metodo comparativo. Il suo linguaggio risente ancora del lessico ottocentesco e parla di “popoli”, ma l’oggetto della sua indagine non è la dimostrazione di un “popolo semita” in senso biologico, bensì l’individuazione dell’area originaria dei parlanti di quel ceppo linguistico. Ed è qui che si apre il nodo destinato a pesare per oltre un secolo: il termine, derivato da Sem, figura biblica della genealogia di Noè, nasce in età moderna come categoria linguistica, viene naturalizzato nel XIX secolo in senso etnico-razziale e finisce poi, nel XX, per alimentare categorie ideologiche e politiche che ne deformano radicalmente il significato, fino a farne non più uno strumento di descrizione, ma un’etichetta di separazione, stigmatizzazione e morte.
Quando semita smette di essere solo un lemma linguistico
Questa è la storia di due traiettorie che si incrociano senza toccarsi: una filologica, l’altra ideologica. Guidi, paradossalmente, pubblica il suo studio nello stesso anno in cui la parola comincia a essere piegata in tutt’altra direzione. Nel 1879, infatti, il pubblicista tedesco Wilhelm Marr conia il termine Antisemitismus nel pamphlet Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum[1]. È lì che si produce la torsione fatale: “semita” smette di designare un ceppo linguistico e viene ristretto a sinonimo razzializzato di “ebreo”. L’ostilità antiebraica viene così riformulata come conflitto biologico tra “razze”, travestendo di pseudoscienza un pregiudizio assai più antico.
Nel frattempo, autori come Ernest Renan avevano già contribuito a spostare il termine dal terreno filologico a quello tipologico e gerarchico, contrapponendo una presunta “razza semitica” a una non meno immaginaria “razza ariana”. È a questo punto che un lemma tecnico comincia a caricarsi di un peso che non gli apparteneva.
Nel giro di pochi decenni la catena si stringe: “semita” da famiglia linguistica diventa razza, e da razza finisce per indicare quasi esclusivamente l’ebreo. Il paradosso è evidente: gli arabi sono, sul piano linguistico, semiti quanto gli ebrei; eppure, l’antisemitismo europeo non prende di mira “tutti i semiti” ma solo gli ebrei. Il termine viene così sottratto alla scienza e trasformato in marchio ideologico.
L’International Holocaust Remembrance Alliance
Dopo la Shoah, il termine “antisemitismo” entra a pieno titolo nel lessico morale, politico e giuridico internazionale. È inevitabile: dopo i campi di sterminio in cui furono assassinati milioni di ebrei - e altrettanti milioni di innocenti oggi sommersi dall’oblio, dunque uccisi due volte - nominare l’odio antiebraico in modo preciso diventa una necessità storica e civile.
Nel 1998 la task force da cui sarebbe nata l’IHRA — International Holocaust Remembrance Alliance — prende forma su iniziativa del premier svedese Göran Persson, con il robusto sostegno del primo ministro britannico Tony Blair e del presidente statunitense Bill Clinton. La sua origine non scaturisce da un consenso scientifico spontaneo ma da un’iniziativa politica precisa, maturata nel quadro euro-atlantico. Germania e Israele aderiscono quello stesso anno, seguiti nel 1999 da Paesi Bassi, Polonia, Francia e Italia.
Quella di Persson è una scelta politico-culturale precisa: fare della memoria della Shoah uno strumento di educazione civica, legittimazione democratica e proiezione internazionale. Il problema nasce col tempo, quando quell’iniziativa si trasforma in una infrastruttura politico-istituzionale molto influente, capace di produrre standard, definizioni e pressioni normative ben oltre il solo campo della memoria, incidendo sul lessico pubblico, sulle politiche universitarie e sui confini stessi del dissenso e della libertà di espressione, sostenuta da risorse economiche rilevanti, reti di pressione transnazionali e appoggi istituzionali strutturati, che ne ampliano progressivamente la capacità di penetrazione normativa.
Nascita della definizione operativa di antisemitismo
L’IHRA è un’organizzazione intergovernativa e la sua definizione si presenta formalmente come non vincolante; eppure, la sua fortuna politica e istituzionale è stata enorme. Nel 2016 formula una propria definizione operativa di antisemitismo - “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei” - accompagnandola con una serie di esempi illustrativi, diversi dei quali riguardano lo Stato di Israele. Il problema non è soltanto che la definizione sia controversa: è che la sua indeterminatezza lessicale, lungi dall’essere un limite secondario, costituisce il presupposto della sua efficacia politica. La sua forza non sta nella precisione, ma nell’ambiguità: abbastanza vaga da prestarsi a usi estensivi e abbastanza autorevole da imporsi come parametro di legittimazione del dicibile e come strumento di regolazione del dibattito pubblico.
Molti critici hanno osservato che non si tratta di una semplice definizione imperfetta, ma di una costruzione volutamente elastica e, in questo senso, radicalmente arbitraria: una formula che non chiarisce soltanto un fenomeno, ma ne estende il campo fino a includere ambiti di dissenso politico che con l’odio antiebraico non coincidono affatto.
Negli Stati Uniti e in Europa, la sua diffusione non è stata il prodotto di una spontanea convergenza scientifica, ma il risultato di una lunga opera di pressione politico-istituzionale, sostenuta da reti organizzate, interlocuzioni governative e da una progressiva traduzione normativa del tema. La definizione è stata così accreditata come standard privilegiato, nonostante le robuste e ben argomentate obiezioni provenienti da una parte significativa del mondo accademico e giuridico.
Il caso italiano lo mostra con particolare evidenza: il Senato della Repubblica ha approvato in prima lettura, il 4 marzo 2026, il disegno di legge n. 1004, d’iniziativa dei senatori Massimiliano Romeo, Daisy Pirovano e Giorgio Maria Bergesio, recante “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”. Il testo prevede l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA nell’ordinamento italiano. Nei materiali parlamentari del marzo 2026 compaiono inoltre emendamenti critici proprio contro tale riferimento, con obiezioni esplicite e richiami a definizioni alternative ritenute più chiare da alcuni senatori.
Una definizione controversa
Le obiezioni rivolte alla definizione dell’IHRA non riguardano la necessità di contrastare l’antisemitismo, ma il modo in cui esso viene definito e delimitato. I punti più contestati sono tre: la vaghezza della formula centrale, l’inclusione di esempi riferiti a Israele e il rischio di sovrapporre l’odio contro gli ebrei alla critica politica rivolta a uno Stato.
Anche per questo, nel 2021 è stata pubblicata la Jerusalem Declaration on Antisemitism, redatta da oltre 200 studiosi di studi ebraici, Shoah, Medio Oriente, diritto e discipline affini, con l’intento di offrire una definizione più chiara e meno suscettibile di applicazioni estensive o ambigue.
Nello stesso anno, in ambito accademico statunitense, è stato elaborato anche il Nexus Document, nato con analoga finalità chiarificatrice: distinguere con maggiore precisione ciò che costituisce effettivamente antisemitismo da ciò che rientra invece nel legittimo dissenso politico, anche quando questo dissenso investe sionismo, Israele e le sue politiche.
Questi testi non sono marginali. Sono il segno di una controversia reale e documentata, che attraversa università, istituzioni, parlamenti e opinione pubblica. Chi difende la definizione IHRA la considera uno strumento necessario per contrastare forme contemporanee di antisemitismo mascherate da antisionismo. Chi la critica teme invece che, proprio in virtù della sua elasticità, essa possa essere impiegata per comprimere la libertà accademica, culturale e politica.
È questo il nodo: non se l’antisemitismo esista, perché esiste, ma chi definisce il perimetro del dissenso, e con quali conseguenze.
Manipolare con cura
Questa ricostruzione della metamorfosi di uno dei lemmi più incandescenti del presente, nata da un libro trovato mentre ne cercavo un altro, aiuta a mettere a fuoco il punto essenziale: Guidi, nel 1879, lavorava ancora su una parola che era carta. Oggi quella stessa parola è diventata piombo.
“Semita” nasce come categoria linguistica. Poi viene razzializzata. Politicizzata. Infine, normativizzata. Oggi, a guardare l’uso che se ne fa, si direbbe entrata nella fase più cupa della sua metamorfosi: quella in cui la parola si è radicalizzata e non descrive più, ma colpisce.
Quando una parola cambia natura, cambia anche il campo del dicibile. E quando il linguaggio smette di descrivere il mondo per disciplinarlo, la filologia torna a essere una faccenda politica.
Le parole non sono innocenti.
Eppure nascono libere.
E non dovrebbero mai diventare monopolio.
Di nessuno.
NOTE:
[1] Il 1879, con la coniazione del termine Antisemitismus da parte di Wilhelm Marr, non segna l’inizio dell’ostilità verso gli ebrei, ampiamente attestata in età antica e medievale, ma un suo mutamento di statuto. La storiografia distingue infatti tra antigiudaismo premoderno, di matrice prevalentemente religiosa, e antisemitismo moderno, che riformula tale ostilità in termini razziali e pseudoscientifici. È questo passaggio, più che la persistenza del fenomeno, a costituire una cesura decisiva nella storia del concetto.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Edward Said, Orientalism, New York, Pantheon Books, 1978.
Reinhart Koselleck, Futures Past: On the Semantics of Historical Time, New York, Columbia University Press, 2004.
Shulamit Volkov, “Antisemitism as a Cultural Code”, Leo Baeck Institute Year Book, 23 (1978), pp. 25–46.
George L. Mosse, Toward the Final Solution: A History of European Racism, Madison, University of Wisconsin Press, 1985.
International Holocaust Remembrance Alliance, Working Definition of Antisemitism, 2016.
Jerusalem Declaration on Antisemitism, 2021.
Ignazio Guidi, La sede primitiva dei popoli semitici, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1879.



