Un articolo pubblicato su Il Post (Giovedì 26 febbraio 2026) si focalizza sull’uso delle metafore belliche nel modo in cui sono descritte le malattie, soprattutto quelle oncologiche, e mette in evidenza i significati psicologici, sociali e comunicativi di questo tipo di lessico. 

La riflessione inizia ricordando la presa di posizione pubblica di Gianluca Vialli, che rifiutò esplicitamente di interpretare la malattia come un “nemico” e le terapie come una “battaglia”, una posizione in netta controtendenza rispetto a un immaginario mitico e linguistico profondamente radicato nella cultura contemporanea “occidentale”[1].

Si osserva, infatti, che le metafore della guerra continuano a dominare il discorso pubblico sulla malattia. 

Le metafore belliche e il giudizio morale implicito

Pazienti, familiari, media e talvolta gli stessi professionisti sanitari ricorrono abitualmente a espressioni come “lottare contro il cancro”, “non arrendersi”, “combattere fino alla fine”. Queste formule sono spesso motivate dall’intento di trasmettere incoraggiamento e speranza, ma risultano problematiche sul piano concettuale e relazionale. Da anni, psicologi, linguisti e studiosi della comunicazione sanitaria ne mettono in luce i limiti, sottolineando come il linguaggio non sia uno strumento neutro, bensì un fattore che contribuisce a strutturare l’esperienza soggettiva della malattia.

In questa prospettiva si colloca anche l’iniziativa “Il senso delle parole”, promossa nel 2021 da una rete di fondazioni e associazioni, tra cui l’AIL, con l’obiettivo di migliorare la qualità della comunicazione nelle relazioni di cura attraverso una riflessione condivisa sul linguaggio.

Il nodo centrale della critica alle metafore belliche risiede nel loro potenziale effetto colpevolizzante. Presentare la malattia come una guerra implica, infatti, una relazione simbolica tra l’esito delle cure e le qualità morali o psicologiche del paziente: la guarigione diventa una vittoria, mentre il peggioramento o la morte rischiano di essere interpretati come una sconfitta personale.

Questo schema narrativo è particolarmente dannoso nei casi di patologie croniche o incurabili, poiché suggerisce implicitamente che l’insuccesso terapeutico dipenda da una mancanza di “forza” o di impegno. 

La psicologa clinica Daniela Morero, citata nell’articolo, evidenzia come tale visione introduca una forma sottile di giudizio morale: chi non guarisce appare, almeno simbolicamente, come qualcuno che non ha combattuto abbastanza. In situazioni di grave sofferenza fisica, l’invito a “resistere” o a “trovare la forza” può risultare non solo inefficace, ma anche umiliante, poiché ignora i limiti reali imposti dalla malattia.

Un ulteriore problema riguarda la pressione sociale implicita in questo modello narrativo. La figura pubblica del malato come esempio di forza, resilienza e ispirazione impone un ideale normativo che non tutti desiderano incarnare. 

L’articolo riporta la testimonianza di persone che rifiutano apertamente questa rappresentazione, rivendicando il diritto a vivere la malattia senza essere trasformate in simboli morali. In questo senso, la retorica bellica rischia di silenziare esperienze più ordinarie e ambivalenti, ostacolando un processo di normalizzazione soprattutto nei casi di malattia cronica.

La riflessione si inserisce in una tradizione teorica che risale almeno al saggio Malattia come metafora (Susan Sontag, Einaudi, 1979). Sontag denunciava l’uso delle metafore come una forma di distorsione dell’esperienza della malattia, definendole “fantasie punitive o sentimentali”. Il suo lavoro mostrava inoltre come l’immaginario bellico fosse influenzato dal contesto politico, ad esempio nella retorica statunitense degli anni Settanta, quando la “guerra al cancro” veniva utilizzata per legittimare politiche sanitarie e investimenti nella ricerca. Pur riconoscendo l’inevitabilità delle metafore, Sontag proponeva un’alternativa meno polarizzante: la metafora della cittadinanza, secondo cui ogni individuo appartiene, prima o poi, sia al “paese dei sani” sia a quello dei malati.

Su questa linea si colloca anche il lavoro della linguista Elena Semino, che studia il linguaggio della comunicazione medica e sottolinea come il problema principale non sia l’uso delle metafore in sé, bensì la loro imposizione. Il suo progetto del “menu delle metafore” nasce dall’analisi delle narrazioni di persone che convivono con il cancro e propone un repertorio flessibile di immagini linguistiche, lasciando al paziente la possibilità di scegliere quelle più adatte alla propria esperienza.

Forza e coraggio come elementi empatici

Tuttavia, va ricordato che l’uso di metafore belliche non è sempre e necessariamente inappropriato. In alcuni contesti, ad esempio nel caso di bambini gravemente malati o di pazienti in condizioni critiche, attribuire valore alla “forza” o al “coraggio” può rappresentare un gesto empatico, volto a restituire simbolicamente dignità e riconoscimento in una condizione di estrema vulnerabilità. 

Analogamente, in alcune fasi iniziali della diagnosi, un linguaggio motivazionale – utilizzato con molta cautela – può aiutare pazienti in stato depressivo ad aderire alle cure. 

Effetti negativi della metafora bellica

Uno degli effetti più rilevanti riguarda la difficoltà di affrontare temi delicati come il passaggio alle cure palliative. Se il paziente si percepisce come un “combattente”, l’interruzione delle terapie aggressive può essere vissuta come una resa, anziché come una scelta orientata alla qualità della vita. Inoltre, alcuni studi citati nell’articolo suggeriscono che la metafora della guerra possa persino ridurre l’adozione di comportamenti preventivi, favorendo un atteggiamento fatalista: se il nemico è invincibile, le “armi” disponibili appaiono inutili.

Che alternative lessicali ci sono?

Tra le alternative più frequenti e, forse, più centrate, c’è quella del viaggio o del percorso, spesso considerata più inclusiva perché sottolinea la dimensione processuale e condivisa della cura. Uno studio del 2019, di cui Semino è coautrice, mostra che questa metafora è associata a una maggiore capacità di adattamento, mentre quella della battaglia è correlata a un aumento del senso di colpa e a una minore autostima. 

Ma non si può generalizzare, nessuna metafora è universalmente valida: per alcuni pazienti il viaggio evoca perdita di controllo o frustrazione, mentre altri ricorrono a immagini tratte dallo sport, dalla musica o dal mondo animale, con significati soggettivi molto diversi.

In conclusione, non sembra esserci un linguaggio “giusto” in senso assoluto. 

L’obiettivo della comunicazione sanitaria dovrebbe essere quello di favorire il miglior adattamento possibile alla malattia, rispettando la pluralità dei vissuti individuali e evitando di imporre cornici narrative che rischiano di produrre sofferenza aggiuntiva. In questa prospettiva, la riflessione sul linguaggio diventa parte integrante della cura, non come prescrizione, ma come pratica di ascolto e di rispetto.

 


 

NOTE:

[1] Inteso nel senso più comune di culture dell’Europa occidentale e delle americhe del nord, moderne e attuali.

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