Il rapporto di Pefc Italia
Questo articolo riguarda lo stato delle aree boschive del nostro Paese, ma il focus non è tanto sui benefici ambientali veicolati dai boschi, piuttosto racconta del rapporto tra foreste e comunità, e lo fa riassumendo il grande lavoro di indagine realizzato dal Pefc Italia con la collaborazione di Legambiente e di Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani).
Il rapporto si chiama Foreste in comune; un lavoro accuratissimo di mappatura delle zone boschive in ciascun comune italiano, che è costato diversi anni di lavoro.
L’obiettivo di questa indagine supera largamente i confini del tema ambientale; si tratta del primo rapporto costruito nel nostro Paese in cui si mettono in relazione estensione dei boschi, economia dei territori e finanche demografia.
Un lavoro che si configura come un primo passo per analisi sempre più specifiche e approfondite su questi temi di grande importanza, se si prova ad avere una visione di dove può andare la nostra società nel prossimo futuro. È un fatto che il modello di crescita economica affidato alla iper concentrazione urbana di popolazione e attività economiche, porta con sé serie problematiche sociali e ambientali ed è palesemente in crisi. La riurbanizzazione delle zone montane e boschive può essere una delle risposte.
Qualche dato sui boschi italiani
Cominciamo dai macro dati: oggi il 34,6% del territorio del Paese è coperto da boschi, quasi 11 milioni di ettari, più di 100.000 km quadrati. Una crescita impetuosa rispetto al punto minimo raggiunto a metà del secolo scorso, basti dire che dal 1970 l’estensione dei boschi italiani è raddoppiata.
Questo dato, in sé positivo per quel che significa a livello di benefici ambientali, ha anche un risvolto negativo. I boschi, infatti, si sono riappropiati dei terreni abbandonati dall’uomo; lo spopolamento delle aree premontane e montane, soprattutto lungo l’intera dorsale appenninica, ha determinato questo fenomeno. Una ritirata dell’uomo, costretto ad abbandonare i territori “marginali” per l’impossibilità di una sostenibilità economica degli stessi e per l’insufficiente aiuto sociale dello Stato.
Ma ecco che il rapporto del Pefc indica che qualcosa sta cambiando, una trasformazione lenta ma profonda, che riguarda la gestione delle foreste, l’economia ed anche la demografia.
Torniamo ai dati; il rapporto introduce un indicatore del tutto intuitivo: l’Indice di Boscosità, che misura quanta parte del territorio di un comune è coperta da foreste.
Così scopriamo delle chicche di curiosità, ad esempio che Marcetelli, minuscolo comune della provincia di Rieti (56 abitanti all’anagrafe!) è il più boscoso d’Italia con il 98,4% del suo spazio coperto da boschi. Altri piccolissimi centri come Bormida (Liguria) o Percile (Lazio), superano il 96%. In termini assoluti, invece, il primato spetta a Gubbio, con oltre 26.800 ettari di superficie forestale.
Ma la parte più significativa del rapporto non riguarda il dato esclusivamente geografico; piuttosto è nella rilettura del bosco come infrastruttura naturale strategica.
Le foreste non sono più viste come superfici improduttive, ma come sistemi che generano valore economico, ambientale e sociale.
Crediti ecosistemici, valore sul territorio
Assorbono CO₂, assorbono le acque, proteggono il suolo, ospitano biodiversità, migliorano il microclima. Tutto questo – oggi – ha un valore misurabile.
La piccolissima Marcetelli genera quasi 8 milioni di euro l’anno in servizi ecosistemici[1]. Come si arriva a una cifra così alta? Il valore deriva da una stima complessiva del “lavoro” che il bosco svolge ogni giorno: a partire dall’assorbimento e stoccaggio di CO₂ e tutti gli altri servizi sopra accennati.
Il cuore del valore sta nel carbonio: una foresta appenninica matura può assorbire e immagazzinare nel legno ogni anno migliaia di tonnellate di CO₂. Per cui, quando si applicano i parametri del “costo sociale del carbonio” — usati da ISPRA, JRC e dagli standard internazionali — il valore dello stock diventa enorme.
A questo si aggiungono i benefici idrogeologici, che in un territorio ripido come quello di Marcetelli (ma vale per qualsiasi altra zona montana) equivalgono a milioni di euro di opere che non devono essere costruite; i benefici per la stabilità e la tenuta del terreno; la biodiversità, che ha un valore per il presente e per il futuro; ed anche, in potenza, sviluppi di turismo dolce.
Si tratta di un valore calcolato sui benefici generati per il territorio e la collettività; è una cifra potenziale, perché i servizi ecosistemici non producono reddito diretto. Solo in casi specifici — ad esempio attraverso schemi certificati di crediti ecosistemici — una parte di questo valore può essere monetizzata, ma si tratta di meccanismi complessi e al momento quantitativamente molto marginali, non oggetto di questo scritto.
Si sta sviluppando un modo innovativo di guardare agli spazi naturali: non più come superfici più o meno utilizzabili, ma come a un capitale naturale che produce valore per il solo fatto di esistere (e meglio ancora se c’è una gestione dell’area forestale).
Lo spopolamento delle aree montane, segni di inversione di tendenza
Ed è da qui che inizia la parte più interessante del rapporto; i segnali – finalmente – di inversione di tendenza riguardo allo spopolamento delle aree montane.
Si tratta ancora di segnali deboli, relativi a poche zone sparse a macchia di leopardo tra Alpi e Appennini, sicuramente non ancora un trend certo e stabile, tuttavia…
In ogni caso non c’è solo il rapporto Pefc che accenna a segnali di ritorno; anche il Rapporto Montagne Italia dell’UNCEM, mostra che in alcune zone si osservano tendenze di crescita o stabilizzazione demografica. Come dicevamo, non si può considerare un trend generale, ma sono segnali reali e concreti. E, come prima sensazione, possiamo dire che ci sono due tipologie di “nuovi abitanti delle montagne”: immigrati, tendenzialmente lavoratori manuali, e professionisti anche dei nuovi campi dell’economia che possono espletare le loro attività da remoto.
Un interessante mix che riproduce dinamiche metropolitane e che promette la costituzione di una società varia e aperta (questa è una deduzione di chi scrive). Ma su tutto questo occorrono ulteriori studi e approfondimenti, i report del Pefc e di UNCEM rappresentano solo l’inizio di questa esplorazione socio-economica.
Quello che è certo, invece, è che il ruolo dei boschi in queste nuove tendenze è centrale. È l’ecosistema creato dai boschi il fattore di attrattività per le persone che tornano ad abitare nelle zone montane.
Il documento ASviS Sviluppo sostenibile per le regioni montane parla di un cambio di paradigma: le montagne non sono periferie, ma territori strategici per la coesione, la biodiversità e la resilienza climatica. E proprio la qualità ambientale, il capitale naturale, diventa una leva per attrarre nuovi residenti.
Il ripopolamento è ancora limitato, fragile, disomogeneo. Perché possa diventare un trend stabile serve uno sforzo dell’attore pubblico per infrastrutture digitali, servizi essenziali (scuole, sanità…), trasporti, governance.
Ma questi timidi segnali sono già sufficienti a cambiare la narrazione imperante solo fino a pochissimo tempo fa; la montagna è un territorio che torna a vivere – oltre lo sfruttamento turistico basato sugli sport invernali – e le foreste sono la risorsa al centro di questo processo.
Un processo che, come fanno notare sia il presidente del Pefc Italia Marco Bussone, sia Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente, può diventare solido e duraturo, solo con la collaborazione costante dello Stato e di tutti gli enti che a vario titolo si occupano di comunità montane e patrimonio forestale.
NOTE:
[1] Si definiscono servizi ecosistemici quei benefici che gli ecosistemi naturali offrono al genere umano in modo del tutto “gratuito” per la sua sopravvivenza / benessere.
Si dividono in 4 macro categorie:
- approvvigionamento
- regolazione
- culturali
- supporto alla vita
I servizi ecosistemici delle foreste appartengono a tutte e 4 le categorie.
La concettualizzazione dei servizi ecosistemici nasce negli anni ’70 ma solo nel 2005 sono stati definiti ufficialmente e regolamentati con lo studio Millenium Ecosystem Assessment delle Nazioni Unite.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Rapporto “Foreste in comune” – Pefc Italia
Rapporto Montagne Italia – Uncem
Rapporto Sviluppo Sostenibile per le Regioni Montane – Asvis
Autore
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Professionista della comunicazione, esperto di ricerche sociologiche e di mercato, scrittore, pubblicista. E’ sempre acuto e non ti fa passare nulla che non sia convincente.
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[…] di recente dalla rivista “Controversie – Ripensare le scienze e le tecnologie”, https://www.controversie.blog/foreste-rinascita-economica/ ) una interessante analisi sul ruolo delle foreste non solo per i «benefici ecosistemici» che […]