Non vogliamo che la nostra ricerca serva per la guerra, però...
Il 9 Marzo 2026, Altreconomia ha pubblicato l’intervista di Francesco Vignarca al fisico quantistico Marco Cattaneo, uno dei promotori del Manifesto degli scienziati quantistici per il disarmo.
Cattaneo spiega che l’informazione quantistica – oggetto del suo lavoro di ricerca - «riguarda tutto ciò che ha a che fare con la teoria dell’informazione: come processiamo i dati, come li trasmettiamo, come li proteggiamo. Basandosi sulle leggi della meccanica quantistica (teoria centenaria ormai solidissima) è possibile dimostrare che questa modalità di condurre operazioni di calcolo può avere vantaggi enormi rispetto ai metodi classici. Nei computer tradizionali usiamo i bit: “zero o uno”. Nei computer quantistici la base sono i qubit, che sfruttano proprietà come la sovrapposizione e l’entanglement» e, soprattutto, che questo modo di fare calcolo è di grande interesse per i settori militari e della difesa.
Queste tecnologie possono essere usate – dice Cattaneo – per realizzare sensori quantistici in grado di misurare quantità molto piccole e con grande precisione, ed equipaggiare droni tatticamente molto superiori a quelli attuali; per sviluppare radar quantistici per la sorveglianza satellitare; per «rompere tutti i protocolli crittografici classici attualmente in uso, ossia quelli su cui si basano comunicazioni, banche, infrastrutture critiche, sistemi militari».
Molto lucidamente, Cattaneo e Vignarca raccontano l’esistenza di una presenza concreta di finanziamenti militari, di influenza delle agenzie di difesa sulla ricerca universitaria, del rischio che laboratori e scienziati diventino componenti dell’industria bellica.
Finanziamenti militari delle potenze Nord-Occidentali (in senso esteso, che comprende anche Israele) che finanziano la ricerca nei paesi del Sud del mondo, dove i fondi sono minori.
IL MANIFESTO
Tra l’estate del 2025 e il gennaio di quest’anno, un gruppo di ricercatori che lavora sull’informazione quantistica ha realizzato e pubblicato il manifesto, a cui - in poco tempo - hanno aderito circa 350 fisici quantistici, verificati ad uno ad uno per essere certi che lavorino davvero nel campo.
La call-to-action del Manifesto prevede «il rigetto dell’uso militare per applicazioni militari e per il controllo e la sorveglianza della popolazione e la ferma opposizione al finanziamento della ricerca con fondi militari».
Questa posizione è fondata sulla consapevolezza
- «che le nuove tecnologie, incluse quelle quantistiche, non sono neutrali;
- che le tecnologie quantistiche possono migliorare molti degli strumenti usati nella corsa al riarmo;
- che c’è una pericolosa asimmetria di potere nelle partnership tra i dipartimenti della difesa delle nazioni più potenti e le istituzioni accademiche del Sud Globale
- che la “neutralità militare” delle Università e delle Istituzioni di Ricerca pubbliche è irrinunciabile per garantire che la ricerca “pubblica” serva il bene dell’umanità e non le agende geopolitiche dei governi locali».
Il Manifesto propone di «confrontarsi con l’elefante che sta nella stanza della ricerca quantistica e di unire tutti i ricercatori che condividono queste linee di visione e di comportamento».
I Firmatari «intendono prendere le distanze dalle applicazioni delle tecnologie quantistiche orientate all’uso militare; vogliono essere sicuri che le loro scoperte non siano usate sui campi di battaglia o come strumenti di repressione; desiderano essere parte di una comunità di ricercatori più attenti alle istanze etiche e meno focalizzati sulle applicazioni militari e su progetti orientati al profitto che ignorano la dimensione etica»
La loro intenzione è «di fare luce, esaminare criticamente e cercare di cambiare l’ampio sistema di coinvolgimento militare nella ricerca accademica», pur essendo consapevoli che – in molti contesti – «i ricercatori non hanno altre opzioni quando si tratta di assicurarsi i fondi per proseguire i propri studi».
MORATORIE
Il gruppo di promotori ed estensori del Manifesto, suggerisce Cattaneo nell’intervista, propone una moratoria internazionale sullo sviluppo di applicazioni di guerra delle tecnologie quantistiche, moratoria che proibisca ad agenzie militari e di difesa di finanziare la “loro” ricerca pura, che i fondi pubblici “civili” non finanzino la ricerca finalizzata ad applicazioni militari, che – su queste ricerche e sulle relative scoperte – i governi internazionali facciano accordi preliminari, dall’inizio, e condivisi.
PURCHÉ, APPUNTO, CI SIANO I FONDI E SI POSSA FARE RICERCA
Attenzione, però: i soggetti attivi in queste azioni proposte dal Manifesto, gli Agenti, sono gli altri, i governi, le istituzioni, l’accademia.
I Ricercatori non vogliono, non desiderano, prendono le distanze.
Ci pare di capire, però che i Ricercatori vogliono e desiderano continuare la loro ricerca “pura” ma, per loro ammissione, non neutrale; non prendono le distanze dai fondi, soprattutto se non ci sono altre opzioni.
I ricercatori impegnati nella proposizione del Manifesto, ci pare, non hanno nessuna intezione di fermare la loro ricerca nemmeno quando – lucidamente, come Cattaneo – ne intravedono il rischio di usi militari e di oppressione.
Non vogliono, quindi, essere loro a fermarsi, a rifiutare i finanziamenti, a non pubblicare la loro scoperta. Non vogliono sparire come Majorana.
Comodo e identico a quanto fatto dai fisici del Progetto Manhattan.
Clima: dalla COP di Belem - Una sintesi della situazione
La Conferenza delle Parti (COP) è il più grande evento per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici.
Nel 2025, il Brasile ha ospitato, a Belem, la 30ª Conferenza delle Parti (COP30) dal 10 al 21 novembre: un’occasione per discutere di soluzioni climatiche e promuovere il consenso sugli obiettivi globali per ridurre le emissioni di gas serra.
Fanno parte della Convenzione 198 parti, Italia inclusa.
Gli Stati Uniti hanno saltato la conferenza, fanno pressioni per affossare i nuovi accordi e per ostacolare le iniziative di riduzione delle emissioni e di tutela dell'ambiente.
Nessun altro Paese ha seguito l'esempio degli Stati Uniti. Mentre Trump descrive il cambiamento climatico come una "truffa", la maggior parte dei leader mondiali riconosce ancora la scienza che dimostra il contrario, e sta orientando le proprie economie verso energie più pulite dopo i drastici cali dei prezzi dell'energia solare ed eolica.
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha espresso questo sentimento durante il vertice dei leader che ha preceduto la COP30. "Il signor Donald Trump non verrà. Si sta comportando in un modo che nega la scienza e sta conducendo la sua società con gli occhi chiusi verso l'abisso, e con essa l'umanità (...) Il signor Trump si sbaglia”.
"Dieci anni fa, il Mondo si è riunito a Parigi, unito nella determinazione di affrontare la crisi climatica. Un consenso basato sulla scienza, inequivocabile", ha dichiarato in Brasile il Primo Ministro britannico Keir Starmer. "Oggi, purtroppo, quel consenso non c'è più".
I politici inquadrano la transizione energetica come una minaccia per l'occupazione e la ricchezza.
La crisi è alimentata principalmente dalle emissioni di gas serra [1] derivanti dalle attività umane:

I gas serra lasciano passare la maggior parte della luce del Sole, che riscalda la Terra (a sinistra) e riflettono la radiazione infrarossa emessa dalla Terra (a destra).
Da quando il cambiamento climatico è diventato una preoccupazione sia per i decisori politici, sia per i profani, il dibattito pubblico si è concentrato principalmente sulla mitigazione: limitare le emissioni di gas serra e passare alle energie rinnovabili.
La cooperazione globale sul clima è in corso da oltre tre decenni, da quando la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è stata firmata nel 1992. La Conferenza di Stoccolma del 1972 diede avvio a una governance ambientale: affermò il diritto universale a un ambiente sano, ma anche il diritto sovrano degli Stati a sfruttare le proprie risorse. Il Protocollo di Montreal, firmato 15 anni dopo, portò alla quasi totale eliminazione delle sostanze che riducono lo strato di ozono.
Un importante accordo è stato il Protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, che impose obblighi legali di riduzione delle emissioni. Nel 2015, i governi hanno adottato l'accordo di Parigi per limitare l'aumento medio della temperatura globale a due gradi (e, idealmente, a 1,5 gradi).
Gli scienziati temono che, se le temperature dovessero aumentare oltre tale limite, il pianeta potrebbe raggiungere punti di non ritorno.
Nella prima metà del 2025, per la prima volta, nel mondo, l’energia elettrica ottenuta dal sole e dal vento ha superato quella ottenuta dalla combustione dek carbone.
Negli Stati Uniti sole e vento hanno generato l’88% della nuova energia elettrica.
Nel 2024 la produzione globale di energia eolica e solare ha raggiunto livelli record, livelli che sarebbero sembrati impensabili fino a poco tempo prima. Negli ultimi 15 anni, l'eolico e il solare sono cresciuti da quasi zero al 15% della produzione mondiale di elettricità, e i prezzi dei pannelli solari sono diminuiti fino al 90%.
Questi dati non devono però illuderci.
Nel 2024 la quantità di energia derivata da petrolio, gas e carbone è aumentata.

Il ricorso globale ai combustibili fossili è tuttora in crescita. La ricerca di nuove riserve di gas e di petrolio è tuttora in corso: non solo nuove perforazioni, ma anche l’uso della forza, come dimostra l’aggressione degli Stati Uniti (il secondo maggiore emettitore di carbonio al mondo) al Venezuela e la pretesa di Trump di accedere al suo petrolio.
Stato attuale
- Riscaldamento Globale: Il 2026 segue una serie di anni record; la temperatura media globale si sta pericolosamente avvicinando alla soglia critica di +1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali, limite stabilito dagli Accordi di Parigi.

Gli eventi meteorologici estremi sono sempre più comuni: aumento in frequenza e intensità di ondate di calore, siccità prolungate, inondazioni catastrofiche, che colpiscono duramente agricoltura e infrastrutture.
Ricordiamo ad esempio che l'uragano Melissa è stato una delle tempeste più forti mai registrate nei Caraibi.
Il cambiamento climatico è un problema costoso. Secondo la società di assicurazioni e gestione del rischio Aon, le perdite economiche causate da disastri naturali in tutto il mondo ammontavano a oltre 300 miliardi di dollari nel 2022 e a 380 miliardi di dollari nel 2023. La Banca Mondiale ha riferito nel 2019 che nei paesi a basso e medio reddito, le interruzioni dei servizi dovute alle condizioni meteorologiche e la scarsa manutenzione delle infrastrutture costano a famiglie e imprese tra i 390 e i 650 miliardi di dollari all'anno.
- Innalzamento dei mari: Lo scioglimento dei ghiacciai polari continua ad accelerare, minacciando città e popolazioni costiere.

- Alcune azioni possono mitigare queste minacce: la sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico) o con l’energia nucleare; la riduzione degli sprechi negli edifici, nell'industria, nei trasporti; la riforestazione (per il sequestro del carbonio) e la protezione degli ecosistemi esistenti.
La fusione nucleare, che potrebbe fornire energia pulita, suscita grandi speranze, ma i risultati, nonostante gli sforzi, gli ingenti investimenti, e le grida di giubilo per ogni modesto progresso, sono scarsi.
Come ultimo segnale di pessimismo, ricordiamo che l’anidride carbonica che è stata già immessa nell’atmosfera vi rimarrà a lungo (il tempo medio di sopravvivenza è di circa cento anni); se da oggi cessassero completamente le emissioni, ci vorrebbero almeno una cinquantina d’anni per tornare a una concentrazione di 350 ppm, ritenuta la soglia sicura per evitare stravolgimenti estremi del clima.
Il cambiamento climatico creerà problemi intrattabili per alcuni paesi e aprirà nuove opportunità per altri.
L'emigrazione dal Nord Africa, dal Sahel e dal Medio Oriente, ad esempio, aumenterà, con l'aumento delle temperature e il calo della produttività agricola in quelle regioni.
I Paesi con vaste distese di territorio che presto saranno desiderabili trarranno beneficio; Canada e Russia, i due paesi più settentrionali del mondo, sono particolarmente ben posizionati. L'agricoltura in entrambi potrebbe espandersi notevolmente a seguito di stagioni di crescita più lunghe, temperature più calde e scioglimento del permafrost.
Altri territori settentrionali subiranno probabilmente cambiamenti simili a quelli di Canada e Russia: Finlandia, Norvegia, Svezia e lo stato americano dell'Alaska avranno tutti una crescente base di terra arabile nei prossimi decenni.
Non resterà altra scelta, ai nostri nipoti, che trasferirsi in Canada, in Alaska, in Siberia, o, Trump permettendolo, in Groenlandia?
NOTE:
[1] Principali Gas Serra e Fonti: Anidride carbonica (CO2). Principale gas serra antropico, derivante da combustibili fossili e deforestazione. Metano (CH4). Agricoltura, allevamento e rifiuti; ha un effetto molto rilevante. Protossido di azoto ()N2O. Uso di fertilizzanti e processi industriali. Gas fluorurati: Condizionatori, spray e processi industriali; ha permanenza lunga in atmosfera. Vapore acqueo (H2O). Principale gas serra naturale.
La svalutazione delle competenze. Le responsabilità di scienziati e giornalisti.
Da molto tempo si parla di “crisi delle competenze” (expertise). Con questa espressione si intende la tendenza a non dare sufficiente credito e importanza al parere degli esperti, dei tecnici, degli scienziati, dei possessori di conoscenze specifiche. In sostanza, delle persone competenti. Vi è, quindi, in atto una sorta di delegittimazione dell’autorità intellettuale. L’avevano già evidenziato Collins ed Evans con Rethinking Expertise (2007), Nichols (2017) con The Death of Expertise, Eyal con The Crisis of Expertise (2019).
Responsabili di tutto ciò sono spesso additati, di volta in volta, internet (famosa è l’espressione “doctor Google”, per cui le persone si fanno auto-diagnosi e si curano cercando in rete i rimedi), i social media (dove troviamo gruppi che forniscono pareri su qualsiasi cosa e contestano le affermazioni di scienziati), il populismo che ritiene che gli esperti frenino la democrazia, i politici (come Trump, Bolsonaro ecc.)…
Ma siamo proprio sicuri che essi siano i veri responsabili? Non potrebbe essere che la crisi delle competenze sia (almeno in parte) causata proprio dai… competenti?
Questa ipotesi, apparentemente assurda, emerge da una nostra ricerca sulla fiducia negli scienziati[1]. Come altre ricerche hanno evidenziato[2], dopo l’epidemia di SARS-COV-2, abbiamo assistito a un declino della fiducia nei confronti degli scienziati. Che era molto alta. Per cui declino significa che è scesa, non che è sparita (come qualcuno potrebbe frettolosamente pensare).
I risultati della ricerca sollevano dubbi sulle recenti teorie che assegnano un forte ruolo ai social network e alle fake news nella sempre maggior diffusione del cosiddetto ‘antiscientismo’ (Moran, 2020). Sicuramente (e anche il nostro sondaggio lo rileva) le persone più critiche nei confronti della scienza e degli scienziati sono assidui frequentatori dei social network. Tuttavia, le persone che li utilizzano come fonte primaria sono molto poche (3%). Da qui, la nostra ipotesi che siano proprio i media tradizionali (TV in primis), nei quali è presente un diffuso scientismo rinforzato anche dalla richiesta di certezze (fatta agli scienziati) da parte dei conduttori televisivi, ad alimentare (indirettamente e inconsapevolmente) un crescente atteggiamento critico nei confronti della scienza, che può sconfinare anche in un sentimento antiscientifico. Questi atteggiamenti sono, in parte, la conseguenza di previsioni (statistiche e non) non avveratisi (Campo et al. 2021); del disorientamento e confusione nell’opinione pubblica a seguito dei conflitti televisivi fra scienziati; della disillusione nello scoprire che alcune promesse d’uscita dall’emergenza non sono state mantenute. Quelli elencati sono peraltro anche alcuni degli annosi nodi irrisolti della medicina (cfr. Lello, 2020; Hornsey, Lobera e Díaz-Catalán, 2020).
A ciò vanno aggiunte le dinamiche conflittuali che, sebbene connaturate al dibattito scientifico, sono state amplificate dai processi di spettacolarizzazione della scienza che hanno avuto luogo durante l’epidemia. Nonostante la visibilità pubblica di alcuni scienziati non sia un fenomeno nuovo, l’epidemia ha dato alla comunità scientifica un’esposizione mediale inedita. Gli stessi media, inoltre, hanno in gran parte “premiato” proprio gli scienziati maggiormente noti e visibili nel dibattito pubblico, nonché tendenti a comportarsi come “attori mediali” (quindi più “televisivi”), inclini all’assertività, alla polemica o alla dichiarazione a effetto (anche a scapito della chiarezza informativa); spesso al mero fine di aumentare l’audience. Inevitabilmente, ciò ha portato a esasperare ulteriormente il livello di conflittualità.
A tal fine, Nucci e Scaglioni (2022) hanno parlato di “iatrodemia”, cioè epidemia di medici in TV: «gettandosi nell’arena tra polemisti, nani e ballerine, hanno portato la medicina sul terreno delle opinioni. Il problema è che la scienza non è un’opinione. E che questa percezione cambia il nostro modo di considerare il rischio e la malattia» (p. 11).
Secondo gli autori, il risultato è la perdita di autorevolezza dei medici, a favore del rafforzamento del pensiero antiscientifico, proprio nel momento in cui la fiducia nella classe medica sarebbe cruciale. Infatti, essi sostengono che dalle prime fasi della pandemia abbiamo assistito, da un lato, alla depoliticizzazione delle decisioni sanitarie, presentate come scelte ‘tecniche’ dettate da ‘esperti’, dunque indiscutibili; dall’altro, alla politicizzazione dei medici, che alle prime opinioni divergenti sono diventati i principali alfieri di questa o quella battaglia. Così arriviamo a oggi, gli autori concludono, con medici onnipresenti in tv, che ormai danno anche chiari segni di appartenenza politica.
LO SCIENZIATO PASSE-PARTOUT
Ma c’è ancora un altro fenomeno, ancor più recente: lo scienziato prêt-à-porter o passe-partout. Infatti, sempre più e soprattutto nelle scienze naturali, fisiche, matematiche e anche mediche, gli scienziati esprimono pubblicamente le loro opinioni a proposito di ambiti che esulano dalla loro specifica area di competenza. E se un fisico (Giorgio Parisi) (anziché un epidemiologo) si mette a parlare di previsioni sul virus; un virologo (Burioni) (e non un medico di famiglia o ospedaliero) di pazienti e terapie anti-Covid; una farmacologa (Cattaneo), un virologo (Burioni), un fisico (Parisi) o un immunologo (Viola), un biochimico e biologo molecolare convertito all’analisi di Big Data e Reti Sociali per lo sviluppo biofarmaceutico (Enrico Bucci) (e non un agronomo) di agricoltura biodinamica; una biologa molecolare (Gallavotti) o un neurologo (e non uno psicologo o sociologo) di cosa passa per la mente di un no-vax, ecc. i loro interventi potrebbero (indirettamente e inconsapevolmente) veicolare il tacito messaggio che gli stessi scienziati non ritengono le competenze così fondamentali e che ognuno può cimentarsi in temi che sono altri rispetto al suo oggetto di studio.
Questo fenomeno si ripresenta ormai con modalità simili a ogni nuovo tema che conquisti l’agenda setting. Un tempo erano i sociologi a essere accusati di parlare di tutto; ora il ruolo del tuttologo lo stanno, pian piano, assumendo i fisici e i matematici (Rovelli, Odifreddi) che si esprimono su tutto. Anche sulla guerra in Ucraina o in Israele.
Facendo il verso ai giornalisti, che sono ormai diventati i campioni di tuttologia: lo stesso giornalista ormai scrive di vaccini, guerra, antisemitismo, cambiamenti climatici, femminicidi, patriarcato ecc.
Non ci credete? Fate una prova: prendete il nome di una nota firma, e guardate di cosa ha scritto negli ultimi tre mesi. Scoprirete delle menti enciclopediche in formato tabloid. Per cui, forse, sono proprio loro ad ammazzare la competenza.
In conclusione, la crisi delle competenze e della legittimità dei saperi sembra essere non solo il prodotto di forze esterne alla scienza, ma anche degli scienziati mediali stessi (Gobo e Campo, 2021).
NOTE:
[1] Gobo G., Serafini L., Campo E., e Caserini A. (2022), Covid-19 e fiducia negli scienziati. Uno studio pilota sui lettori di due giornali online, in Comunicazione Politica, 23(1), pp. 19-38.
[2] Di ricerche ce ne sono molte, con esiti opposti. Alcune dicono che la fiducia è calata, altre che è cresciuta o è rimasta stabilmente alta. Sono ricerche non comparabili perché condotte con domande molto diverse. In altre parole, sono le domande dei questionari a costruire (almeno parzialmente) le opinioni degli intervistati. Osservazione banale, ma quasi sempre dimenticata.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Campo, E., Gobo, G., Galeotti, M. e Parra Saiani, P. (2021). Limiti e fallimenti dei modelli epidemiologici e previsionali nell’epidemia di SARS-COV-2, in A. Favretto, A. Maturo e S. Tomelleri (a cura di) L'impatto Sociale del Covid-19 (pp. 39-48). Milano: Franco Angeli.
Collins, H. and Evans, R. (2007) Rethinking Expertise, Chicago, University of Chicago Press.
Eyal, G. (2019) The Crisis of Expertise, Cambridge, Polity Press.
Gobo, G. e Campo E. (2021). Covid-19 in Italy: should sociology matter? The European Sociologist, 46 (12).
Hornsey M.J., Lobera J. e Díaz-Catalán C. (2020). Vaccine hesitancy is strongly associated with distrust of conventional medicine, and only weakly associated with trust in alternative medicine. Social Science & Medicine, 255: 113019.
Lello E. (2020). Populismo antiscientifico o nodi irrisolti della biomedicina? Prospettive a confronto intorno al movimento free vax. Rassegna Italiana di Sociologia, 3, 479-508.
Moran P. (2020). Social Media: A Pandemic of Misinformation. The American Journal of Medicine, 133 (11), 1247-1248.
Nichols, Tom (2017), The Death of Expertise: The Campaign Against Established Knowledge and Why It Matters, Oxford, Oxford University Press.
Nucci, P. e Scaglioni, M. (2022), Iatrodemia. Vizi e virtu' dei medici in TV, Milano: Piemme.
I disturbi neurologici funzionali: oltre il dualismo mente-corpo
I disturbi neurologici funzionali (o FND, dall'inglese Functional Neurological Disorders) rappresentano una delle condizioni mediche più affascinanti e complesse del panorama neurologico contemporaneo; caratterizzati da sintomi reali e invalidanti, non spiegati da alterazioni strutturali del sistema nervoso, costituiscono un caso di studio emblematico per comprendere l'intricata relazione tra mente e corpo.
DEFINIZIONE E CARATTERISTICHE CLINICHE
I disturbi neurologici funzionali sono definiti come condizioni causate da alterazioni nel funzionamento delle reti cerebrali piuttosto che da cambiamenti nella struttura del cervello stesso. Questa distinzione fondamentale è spesso illustrata attraverso l'analogia del computer: mentre in altre patologie neurologiche si osserva un danno all'"hardware" cerebrale (come la degenerazione dei neuroni nella substantia nigra nei Parkinsonismi), nei disturbi neurologici funzionali il problema risiede nel "software", ovvero nei “programmi” che regolano il funzionamento del sistema nervoso.
La sintomatologia dei disturbi neurologici funzionali è estremamente variegata e può comprendere debolezza o paralisi degli arti, disturbi del movimento come tremori e distonie, crisi epilettiche non epilettiche, problemi sensoriali, difficoltà del linguaggio, problemi visivi e uditivi, dolore cronico e alterazioni cognitive, interferendo notevolmente con la qualità di vita dei pazienti, dei loro caregiver e comportando una spesa notevole per il SSN; l’esordio può avvenire a qualsiasi età, sebbene sia più comune tra l'adolescenza e l'età adulta precoce, con una maggiore incidenza nel sesso femminile (in rapporto 3:1).
NEUROBIOLOGIA TRA FUNZIONE E STRUTTURA
Le neuroscienze hanno fornito evidenze crescenti che i disturbi neurologici funzionali non sono disturbi "immaginari" ma rappresentano condizioni neurobiologiche genuine con correlati neurali identificabili. In questo senso, appare straordinariamente attuale l’intuizione di Jean-Martin Charcot, che già alla fine del XIX secolo ipotizzava nei pazienti con isteria l’esistenza di una “lesione funzionale”, ovvero una disfunzione reale del sistema nervoso priva di una base strutturale visibile. Sebbene privo degli strumenti della neurologia moderna, Charcot riconobbe che l’assenza di una lesione anatomica non implicava l’inesistenza di un disturbo neurologico autentico - un’intuizione che trova oggi conferma nei dati neurobiologici contemporanei. Particolarmente significative sono le alterazioni osservate a carico del salience network, del default mode network e nelle connessioni tra aree cortico-limbiche e regioni motorie. Il salience network, composto principalmente dall'insula anteriore e dalla corteccia cingolata anteriore dorsale, è responsabile del rilevamento e del filtraggio degli stimoli rilevanti e della regolazione emotiva. Nei pazienti con disturbo neurologico funzionale, questo sistema mostra iperattivazione e connettività alterata con le aree motorie, suggerendo un'influenza eccessiva dei processi emotivi sul controllo motorio. Il default mode network, attivo durante il riposo cosciente e coinvolto nei processi di auto-riferimento e nella costruzione del senso di sé, presenta anch'esso alterazioni in questi pazienti. Queste modificazioni potrebbero riflettere disturbi nei processi di integrazione dell'esperienza soggettiva e nella percezione di agency, ovvero nella sensazione di controllo sulle proprie azioni.
I DISTURBI NEUROLOGICI FUNZIONALI COME PARADIGMA DEL RAPPORTO MENTE-CORPO
Storicamente, l’approccio cartesiano alla medicina ha portato a una netta distinzione tra cause organiche e psicogene, relegando i disturbi neurologici funzionali nell’ambito delle patologie “senza base organica”. Tuttavia, le evidenze attuali dimostrano che questa dicotomia è riduttiva: gli stati mentali, come lo stress, il trauma o i conflitti emotivi, possono indurre alterazioni misurabili nei circuiti cerebrali, nei pattern di attivazione neuronale e nei processi di integrazione sensomotoria, senza che vi sia necessariamente un danno strutturale rilevabile con le tecniche diagnostiche convenzionali.
La definizione storica di “disturbo di conversione” o “di somatizzazione” per quelli che oggi chiamiamo disturbi neurologici funzionali, radicata nella teoria freudiana della conversione di conflitti psichici in sintomi somatici, rifletteva una comprensione limitata e spesso stigmatizzante della condizione. Oggi, la ricerca riconosce che questi disturbi non sono semplicemente manifestazioni di conflitti inconsci, ma il risultato di una complessa interazione tra vulnerabilità biologiche (come predisposizioni genetiche o alterazioni neurochimiche), fattori psicologici (traumi, stili di coping, attenzione selettiva ai sintomi) e contesti sociali (stress ambientali, dinamiche familiari, influenze culturali).
L’approccio attuale è quindi multidisciplinare e integrato: la diagnosi si basa su criteri clinici positivi e segni neurologici specifici, mentre il trattamento prevede interventi personalizzati che possono includere la riabilitazione neurologica, la psicoterapia e, quando necessario, il supporto farmacologico. Questa visione supera la dicotomia cartesiana, promuovendo una comprensione più ampia e meno stigmatizzante della malattia, e sottolinea l’importanza di un approccio empatico e collaborativo nella gestione dei pazienti con disturbo neurologico funzionale.
CONCLUSIONI
I disturbi neurologici funzionali costituiscono un caso emblematico della complessità del rapporto mente-corpo, rivelando quanto siano ormai inadeguate le dicotomie tradizionali della medicina occidentale per spiegare la natura (che è invece profondamente integrata) dell’essere umano. Lungi dall’essere semplici anomalie “psicogene”, si impongono oggi come una sfida cruciale per la medicina contemporanea: non solo per la loro eterogeneità clinica e l’impatto sulla qualità di vita, ma soprattutto per l’opportunità epistemologica che rappresentano.
La moderna comprensione di questa condizione così fraintesa in passato, alimentata dai progressi delle neuroscienze, offre una finestra privilegiata per indagare i meccanismi attraverso cui l’esperienza soggettiva si incarna nel corpo e nel cervello, mostrando come stati mentali complessi possano influenzare direttamente il funzionamento dei network cerebrali. In tal senso, i disturbi neurologici funzionali mettono in discussione le rigide separazioni tra neurologia e psichiatria, tra cause organiche e fattori psicologici. L’evoluzione della ricerca scientifica, insieme a una crescente sensibilità clinica, sta gradualmente restituendo legittimità e riconoscimento a una condizione per troppo tempo relegata ai margini del sapere medico. Questa condizione ci obbliga a ricordare che mente e cervello non sono domini separati, ma aspetti interdipendenti di una stessa realtà incarnata, e ci sollecitano a ripensare profondamente non solo le categorie diagnostiche, ma anche il modo in cui intendiamo la cura.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Aybek, S., & Perez, D. L. (2022). Diagnosis and management of functional neurological disorder. BMJ, o64. https://doi.org/10.1136/bmj.o64
Baek, K., Doñamayor, N., Morris, L. S., Strelchuk, D., Mitchell, S., Mikheenko, Y., Yeoh, S. Y., Phillips, W., Zandi, M., Jenaway, A., Walsh, C., & Voon, V. (2017). Impaired awareness of motor intention in functional neurological disorder: Implications for voluntary and functional movement. Psychological Medicine, 47(9), 1624–1636. https://doi.org/10.1017/S0033291717000071
Edwards, M. J., Yogarajah, M., & Stone, J. (2023). Why functional neurological disorder is not feigning or malingering. Nature Reviews Neurology, 19(4), 246–256. https://doi.org/10.1038/s41582-022-00765-z
Hallett, M., Aybek, S., Dworetzky, B. A., McWhirter, L., Staab, J. P., & Stone, J. (2022). Functional neurological disorder: New subtypes and shared mechanisms. The Lancet Neurology, 21(6), 537–550. https://doi.org/10.1016/S1474-4422(21)00422-1
Voon, V., Brezing, C., Gallea, C., & Hallett, M. (2011). Aberrant supplementary motor complex and limbic activity during motor preparation in motor conversion disorder. Movement Disorders, 26(13), 2396–2403. https://doi.org/10.1002/mds.23890
Cicli glaciali e attività antropica. La concentrazione dei gas serra in atmosfera - Seconda parte
Nel precedente post[1] abbiamo mostrato che, anche se è stata dimostrata la correlazione tra l’aumento spontaneo della concentrazione di gas serra in atmosfera e il comportamento dei moti millenari del pianeta Terra, rimanevano comunque da comprendere alcune incongruenze riguardo a:
– la grande e anomala quantità di gas serra attualmente presente in atmosfera e
– la sua non riconducibilità alla sola attività dell’era industriale.
Quando si parla di emissioni di metano e di cambiamento climatico, il primo e spontaneo pensiero è di puntare il dito verso gli allevamenti di ruminanti. Complice di questo automatismo è la contingenza storica di crescente avversione nei confronti degli allevamenti intensivi per l’approvvigionamento alimentare.
Meno frequentato è, invece, un altro concorrente a questo genere di emissioni che, anche se meno celebre, è non meno importante. Anzi, è forse storicamente ben più influente nell’emissione di questo specifico gas serra: si tratta della coltivazione sommersa del riso[2].
Come promesso, riporterò qui, per brevissimi tratti, l’interessante teoria che William F. Ruddiman, paleoclimatologo della Virginia University, pubblicò nel 2001 assieme all’allora suo studente Jonathan S. Thomson, e che mette in relazione l’invenzione e la diffusione di questa tecnica di coltivazione con l’aumento anomalo di metano immesso registrato a partire da cinque millenni fa.
Mi soffermerò maggiormente sugli aspetti storici e logici che hanno permesso la validazione di questo studio[3].
L’IMPATTO ANTROPOGENICO IN GENERALE
Nei termini di adozione tecnologica, di qualità del processo produttivo e di quantità produttiva, è oggi un’evidenza apprezzabile e scientificamente dimostrata quella dell’impatto che le attività umane hanno sull’alterazione di un equilibrio climatico “naturale”. La schiera di convinti negazionisti è ormai ridotta ad una esigua cerchia che conta più che altro provocatori con altri fini o fenomeni da studio sociologico, che si autoescludono dalle discussioni serie su questo tema.
Tra la fine XIII e la metà del XIX secolo vi è stato un aumento progressivo dell’attività di disboscamento col fine di alimentare gli stabilimenti produttivi e le attività di tipo estrattivo, mentre oggi prosegue principalmente per ampliare la superficie coltivabile del pianeta.
La scoperta dei combustibili fossili avvenuta nel XIX secolo e il loro progressivo impiego in ambito industriale hanno portato all’aumento spropositato delle emissioni di anidride carbonica.
L’aumento delle emissioni di metano è, invece, per lo più imputabile: alla sua fuga accidentale durante l’estrazione e il trasporto delle risorse fossili; all’aumento della popolazione mondiale, combinato al miglioramento delle relative condizioni di vita[4], all’aumento della produzione di rifiuti e alla conseguente dell’estensione delle relative discariche a cielo aperto.
A questi fenomeni si aggiunge anche il necessario aumento delle aree agricole irrigate e di allevamento, che portano a legittimare quel “dito contro” a cui abbiamo inizialmente accennato, rivolto contro le emissioni fisiologiche dei ruminanti, ossia dalle deiezioni e dalla fermentazione enterica, ovvero dalla digestione del cibo.
Alla fine del XX secolo queste emissioni saranno tali da aver raggiunto livelli che equivalgono ai record paleoclimatici di molti milioni di anni fa, in particolari fasi dei processi di intensa formazione delle terre oggi emerse.
Abbiamo, dunque, un sospetto più che fondato: l’impatto antropogenico è la principale causa di questo aumento anomalo degli ultimi tre secoli.
Siamo ora pronti a tornare alla proposta di Ruddiman e Thomson.
LA NASCITA DELL’AGRICOLTURA E LA SCOPERTA DELL’IRRIGAZIONE SOMMERSA: L’ALTRA METÀ MANCANTE DELLE EMISSIONI DI METANO
Intrapresa la strada della ricerca sulla via del sospetto ruolo antropogenico precedente all’era industriale, i due iniziarono a valutare anche i dati archeologici provenienti proprio dall’epoca di quella prima anomalia: la naturale diminuzione di concentrazione di metano in atmosfera si arrestò e iniziò invece a risalire, contrariamente a quanto sarebbe dovuto accadere per migliaia di anni da allora fino alla prossima glaciazione.
Secondo Ruddiman e Thomson la più probabile spiegazione di questa inversione è da attribuirsi all’invenzione dell’irrigazione del riso, la cui domesticazione della pianta risalirebbe ad almeno 9000 anni fa in Cina, nel bacino dello Yangtze.
La tecnica della coltivazione sommersa, lo dimostrano i ritrovamenti archeologici, era già in uso nelle pianure Sud-Est Asiatiche 5000 anni fa[5], e si estese, 2000 anni dopo, fin nelle pianure dell’India del Nord e Centro-Orientale. Alla sua diffusione si aggiunse poi la progressiva evoluzione dell’ingegneria agricola con la creazione di sistemi di canali sempre più complessi, che portavano l’acqua dai punti più depressi delle pianure fino anche ai fianchi delle colline.
Per comprendere la portata del fenomeno studiato da Ruddiman e Thomson è, tuttavia, opportuno allontanare dalla mente la tecnica di coltivazione odierna di questa pianta erbacea, che ci porterebbe fuori strada
Diversamente dai rifiuti e dall’allevamento, la coltivazione del riso richiede per la propria produzione un’estensione non direttamente proporzionale al numero degli esseri umani che ne dipendono. Questo diviene evidente se pensiamo alla certa inefficienza della coltura del riso a partire dalle sue origini in termini di:
- varietà meno produttive che, a parità di raccolto, imponevano la necessità di inondare aree più estese del suolo;
- maggiore presenza di varietà di erbe infestanti e di biodiversità connesse all’ambiente palustre, ossia alla loro relativa decomposizione nelle stesse risaie.
CONCLUSIONE: LE CORRELAZIONI
Come abbiamo visto nello studio del meteorologo J. Kutzbach[6], in tutte le aree palustri, la decomposizione della materia organica in clima anaerobico è a carico dei microrganismi metanogeni, incluse in questa categoria ambientale vi sono le coltivazioni sommerse del riso.
Aree sommerse più estese, in termini pragmatici, significano una maggiore produzione di metano prodotta da questo genere di coltura.
Si può parlare di efficienza tangibile di questa tecnica agricola solo a partire dalla metà del XX secolo, con l’invenzione dei pesticidi e dei diserbanti, i quali non erano prima d’allora nel dominio d’azione tecnologica dell’agricoltore, e anche con l’evoluzione della selezione genetica delle varietà seminate. Efficienza anch’essa con i suoi costi notevoli in termini di impatto ambientale, ma che esulano dal tema che stiamo qui trattando.
Se pensiamo dunque all’insieme di elementi di estensione delle risaie collegata alla loro bassa efficienza, alla loro progressiva diffusione crescente, per millenni, sull’intero pianeta abitato e agli effetti spontanei dovuti all’habitat anaerobico palustre, comprendiamo meglio perché Ruddiman e Thomson avessero ben intuito che dietro alla spiegazione di questa anomalia e delle sue crescenti dimensioni ci fosse sempre una matrice antropogenica: l’invenzione dell’irrigazione agricola, soprattutto quella sommersa del riso.
NOTE:
[1] “John Kutzbach e le correlazioni naturali tra i cicli glaciali e la concentrazione dei gas serra in atmosfera.” è il post in questione. Consigliamo al lettore anche la lettura di “Stiamo ritardando la prossima glaciazione? Si.” per aver una visione più chiara e solida del terreno d’indagine in cui si inserisce il presente post.
[2] Faccio presente al lettore che anche il metano (CH₄), per quanto sia un gas più dannoso, è anche meno “famoso” del suo concorrente l’anidride carbonica (CO2). In termini di inquinamento atmosferico il primo è infatti di 25-30 volte più dannoso della seconda.
[3] Il clima globale del Pianeta è un sistema altamente complesso, l’invito che faccio al lettore è di approfondire dunque gli aspetti specifici di questa teoria nel testo di riferimento principale utilizzato per presentargliela: “L’aratro, la peste, il petrolio – L’impatto umano sul clima” di William F. Ruddiman.
[4] Si tenga presente che secondo le stime attuali, l’aumento della popolazione è raddoppiata circa ogni 1000-1500 anni, da 5000 a questa parte. È solo con l’avvento della rivoluzione industriale che la crescita demografica prende ritmi mai visti. Si è stimato il raggiungimento di circa mezzo miliardo di esemplari della specie umana verso la fine 1500, mentre a inizio 1800 era 1 miliardo: oggi circa 8 miliardi in più rispetto a inizio 1500. La stima, su base archeologica, proiettata a 5000 anni fa ammonta a circa 40 milioni.
[5] Curiosità: nello Xinjiang di quasi 4000 anni fa, nell’attuale Cina, si estraeva e si faceva uso domestico del carbone fossile.
[6] Si veda la Nota #1.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Willian F. Ruddiman, Jonathan S. Thomson, “The case for human causes of increased atmospheric CH4 over the last 5000 years”, Quaternary Science Reviews, vol. 20, Issue 18, December 2001, pp. 1769-1777, 2001
Ruddiman, “L’aratro, la peste, il petrolio – L’impatto umano sul clima”, UBE Paperback, 2015
Alice Fornasiero, Rod A. Wing, Pamela Ronald, “Rice domestication”, Current Biology, vol. 32, 1º gennaio 2022, pp. R20–R24
Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale RAPPORTI 374/2022 Il metano nell’inventario nazionale delle emissioni di gas serra. L’Italia e il Global Methane Pledge, 2022
NASA, “Atmospheric Methane Concentrations”, ONLINE https://climate.nasa.gov/vital-signs/methane?intent=121
IMEO, “Methane Data”, ONLINE, https://methanedata.unep.org/plumemap
Cicli glaciali e attività antropica - La concentrazione dei gas serra in atmosfera
Come abbiamo accennato in un precedente post[1],dallo studio sui cicli glaciali emerge una relazione diretta tra il variare della radiazione solare e la concentrazione naturale dell’anidride carbonica e del metano presenti in atmosfera.
La prima spiegazione valida a questo fenomeno arrivò nel 1981, quando il meteorologo John Kutzbach pubblicò uno studio in cui ipotizzava che, alle latitudini tropicali e in corrispondenza coi moti ciclici millenari terrestri, all’aumento della radiazione solare corrispondesse un aumento di intensità del fenomeno dei monsoni estivi che coinvolgono il Nord Africa [2], con relativa crescita di umidità ed espansione delle aree verdi in regioni attualmente desertiche.
Una delle conferme più incisive di questa teoria arrivò dagli studi effettuati sui carotaggi della calotta glaciale antartica estratti dalla stazione russa di Vostock (arrivata a circa 3.300 metri di profondità), al cui interno si trovavano imprigionate bolle d’aria risalenti fino a circa 400.000 anni fa. Oltre a confermare la maggiore umidità globale nell’epoca interessata dallo studio di Kutzbach, questi risultati rivelarono anche una maggiore presenza di metano nell’atmosfera nei periodi di più intenso irraggiamento solare [3], ossia in coincidenza con la maggiore presenza di vegetazione alle latitudini tropicali.
IL COMPORTAMENTO NATURALE DEL METANO NEI MILLENNI
Da quanto emerge dai carotaggi glaciali e da quelli oceanici, il ciclo di concentrazione atmosferica di CH₄ ha sempre mantenuto un’oscillazione costante nelle decine e centinaia di millenni passati, in correlazione coi moti millenari del pianeta [4].
Come risulta dalle verifiche effettuate in seguito sullo studio di Kutzbach, la variazione della concentrazione di metano in atmosfera è dovuta al fatto che in queste vastissime aree tropicali si trovavano grandi aree verdi che, nei momenti di maggiore intensità monsonica, venivano sommerse: la teoria aveva trovato le sue conferme.
In sostanza, il ristagno di queste acque innescava su scala macroscopica fenomeni di decomposizione organica anaerobica a carico dei microrganismi metanogeni, del tutto analoga a quella degli ambienti palustri.
Questa attività monsonica e i suoi effetti scatenanti le emissioni naturali di metano vanno estesi, oltre che alla regione del Sahel nordafricano studiato da Kutzbach, anche a tutte le vastissime aree tropicali che attraversano l’Arabia meridionale, l’India, il Sudest asiatico, fino ad arrivare alla Cina meridionale [5].
PERCHÉ AUMENTO ANOMALO “RECENTE” DELLE EMISSIONI DI CH₄?
Il ciclo di precessione coi suoi relativi effetti studiati da Kutzbach si compie in circa 25.000 anni, con intensità variabili dovute al concorso degli altri moti millenari compiuti dalla Terra.
Al giorno d’oggi ci troviamo nel minimo storico della radiazione solare estiva, a circa 10.000 anni di distanza dal massimo, e la concentrazione atmosferica di metano, anziché diminuire come era stato previsto, è aumentata.
Come risulta dalle diverse attività di studio elencate in precedenza, l’arresto del decremento e questo trend di anomalo aumento sono cominciati ben 5000 anni fa, ossia molto prima della rivoluzione industriale, a cui fino ad allora si attribuiva l’unica variazione anomala, e il cui inizio oscilla tra 250 e 200 anni fa.
Rimaneva ancora inspiegato e dunque attribuito a fattori “naturali” e “non-industriali” l’incremento precedente a quest’ultima era della produzione umana, a vantaggio anche dei negazionisti di un anomalo cambiamento climatico in atto e di chi faceva dunque risalire le cause a questi non ben precisati fenomeni naturali.
Se la spiegazione determinante di questi cambiamenti fosse risieduta nella sola “Natura”, allora il clima terrestre sarebbe dovuto andare incontro a un raffreddamento globale. Invece non è stato così.
Non solo le temperature medie sono aumentate, ma anche le emissioni di gas serra prodotte negli ultimi 250-200 anni non erano spiegabili, in quanto rappresentavano la sola metà del totale presente in atmosfera registrato all’epoca dei suoi studi.
La metà mancante andava cercata altrove e, escluse di per certo le cause naturali, il sospetto rimaneva in ambito antropico.
———————
La risposta a questo comportamento anomalo pre-industriale arrivò quando William Ruddiman ebbe un’intuizione, che verrà descritta nel prossimo post.
NOTE:
[1] Il post è “Stiamo ritardando la prossima glaciazione? Si.” e ne consigliamo la lettura in quanto propedeutico alla comprensione di questo presente.
[2] Questa teoria nacque dall’obiettivo primario di comprendere perché nella zona desertica del Sahel vi siano testimonianze di una precedente esistenza di fiumi e vegetazione.
[3]Vedi nota #1
[4] Fatta ovviamente esclusione per le emissioni straordinarie di metano dovute alle naturali attività vulcaniche, riconoscibili perché corrispondono ad aumenti di proporzione in un lasso brevissimo di tempo.
[5] Il lettore sarà agevolato nella comprensione di questo fenomeno di desertificazione progressiva se riporterà la sua mente agli studi scolastici sulle popolazioni della “Mezzaluna Fertile”, nonché ai monumenti e alle città ritrovate, ora in pieno deserto.
Attribuiamo troppa autorità ai Premi Nobel?
Una delle maggiori onorificenze in ambito scientifico è il Premio Nobel. Questo riconoscimento di valore mondiale viene attribuito annualmente a personalità di spicco che si sono distinte in diversi campi dello scibile umano - come la fisica, la chimica, la medicina, la letteratura e la pace - portando benefici all'umanità attraverso le loro ricerche, scoperte e invenzioni.
Ricevere questo prestigioso riconoscimento è il risultato di un processo lungo e articolato. La selezione dei premiati per le categorie scientifiche è affidata a istituzioni scientifiche e culturali svedesi.
Il processo di selezione inizia quando il comitato invita annualmente, generalmente a settembre dell’anno precedente alla vincita effettiva, un vasto numero di esperti e personalità di spicco nel proprio settore a proporre candidati meritevoli. Questi esperti possono essere membri dell'Accademia Reale Svedese delle Scienze, scienziati, accademici e altri professionisti riconosciuti a livello internazionale. Le richieste di nomina vengono inviate a centinaia, talvolta migliaia di persone in tutto il mondo. È importante notare che le autocandidature non vengono prese in considerazione.
Una volta raccolte le candidature, il Comitato Nobel esamina attentamente tutte le proposte e compila una lista ristretta di nominati. Dopo approfondite valutazioni e discussioni, il comitato di esperti si riunisce per eleggere i vincitori dei vari premi, che vengono annunciati pubblicamente in ottobre e premiati in una cerimonia ufficiale il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel.
Dal 1901, anno della prima assegnazione del Premio Nobel, solo quattro persone hanno avuto l'onore di vincerlo più di una volta. Tra questi illustri scienziati ricordiamo Marie Skłodowska Curie, che lo vinse nel 1903 per la fisica e nel 1911 per la chimica; John Bardeen, che ricevette il Nobel per la fisica nel 1956 e nel 1972; Frederick Sanger, vincitore del Nobel per la chimica nel 1958 e nel 1980; e Linus Pauling, che ottenne il Nobel per la chimica nel 1954 e il Nobel per la pace nel 1962.
La famiglia Curie rappresenta uno dei casi unici nella storia dei Premi Nobel, avendo accumulato ben cinque premi tra i suoi membri. Marie e suo marito Pierre Curie condivisero il Nobel per la fisica nel 1903, mentre Marie lo vinse nuovamente per la chimica nel 1911. Loro figlia, Irène Joliot-Curie, insieme al marito Frédéric Joliot, vinse il Nobel per la chimica nel 1935.
I CANDIDATI NON LO SANNO
Ora, in realtà, lo saprebbe solo dopo 50 anni. Le candidature al Nobel rimangono infatti segrete per almeno mezzo secolo, e gli archivi vengono resi pubblici solo dopo questo periodo. Gli unici che vengono informati della loro candidatura sono i vincitori effettivi del Nobel di quell'anno. Per farvi capire meglio: i candidati ai Premi Nobel del 2024, se tutto procede come di consueto, scopriranno di essere stati candidati nel 2074.
Questo fatto ci può mettere in guardia contro affermazioni non accurate. Se qualcuno dichiara: "Sono stato candidato al Premio Nobel", è opportuno essere scettici, poiché, data la riservatezza che circonda le candidature, è improbabile che ne sia effettivamente a conoscenza. A meno che non sia estremamente anziano, è più probabile che tale affermazione non sia fondata.
PRESTIGIO E AUTOREVOLEZZA?
Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica: ricevere il Premio Nobel conferisce una posizione di prestigio sia all'interno sia all'esterno della comunità scientifica, ma questa posizione può non essere utilizzata in modo virtuoso; è accaduto – infatti - che alcuni eccellenti scienziati, dopo aver ricevuto il premio, abbiano iniziato a sostenere posizioni discutibili dal punto di vista della fondatezza e – spesso – poco attinenti con il loro campo di studi. Specialmente se rivolte un pubblico di massa, le opinioni di questi scienziati hanno avuto un impatto profondo proprio a causa del prestigio conferito dal Nobel.
Un esempio noto di posizione discutibile assunta da un vincitore del Nobel è quello di Kary Mullis, il biochimico statunitense che sviluppò la reazione a catena della polimerasi (PCR), una tecnica rivoluzionaria per la biologia molecolare che gli valse il Premio per la Chimica nel 1993. Mullis era noto per le sue idee eccentriche[1] e per il suo scetticismo verso alcune fondamentali teorie scientifiche. In particolare, negò la correlazione tra HIV e AIDS, sostenendo che il virus HIV non fosse la causa della malattia.
Un altro caso emblematico è quello di Luc Montagnier, premio Nobel per la Medicina nel 2008 per la co-scoperta del virus HIV. Negli anni successivi, Montagnier iniziò a sostenere teorie già allora non supportate dalla comunità scientifica e oggi decisamente confutate, tra cui la "memoria dell'acqua", un concetto associato all'omeopatia che suggerisce che l'acqua possa conservare una "memoria" di sostanze precedentemente disciolte in essa. Propose persino che le sequenze di DNA potessero emettere onde elettromagnetiche rilevabili nell'acqua, ipotesi che non ha trovato riscontri sperimentali.
Infine, possiamo citare Linus Pauling, unico individuo ad aver ricevuto due Premi Nobel non condivisi: uno per la Chimica nel 1954 e uno per la Pace nel 1962 (se siete stati attenti, vi sarete accorti che l’ho citato un’altra volta in questo articolo). Nonostante i suoi innegabili contributi scientifici, Pauling divenne un fervente sostenitore della "medicina ortomolecolare", promuovendo l'assunzione di megadosi di vitamine e altre sostanze come metodo per prevenire e curare una vasta gamma di malattie, incluso il cancro. Tuttavia, numerosi studi clinici hanno dimostrato che tali terapie non hanno l'efficacia proclamata da Pauling.
Il problema comune a queste situazioni è che questi scienziati hanno avanzato tesi senza supportarle con dati verificati e verificabili.
Nel mondo delle scienze, il principio di autorità non ha valore: le affermazioni devono essere sostenute da evidenze empiriche e sottoposte al vaglio critico della comunità scientifica. Per quanto un Premio Nobel possa arricchire un curriculum, nessuno è immune dal rischio di incorrere in errori o di sostenere idee infondate. Gli spropositi sono sempre in agguato e il pensiero critico rimane un baluardo fondamentale per il progresso scientifico.
BARRIERE
Un altro aspetto che merita una profonda riflessione è il seguente: secondo uno studio pubblicato su The Lancet nel 2019, solo il 2,2% di tutti i Premi Nobel assegnati dal 1901 è stato conferito a donne. Questo dato ha portato a critiche rivolte al comitato Nobel per aver trascurato i contributi femminili nel campo della scienza.
L'analisi condotta dal team di ricerca suggerisce che le donne nominate per il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina e per il Premio Nobel per la Chimica avevano le stesse, se non maggiori, probabilità di vincere rispetto ai loro colleghi uomini nelle stesse categorie. Tuttavia, storicamente, le scienziate sono state spesso lasciate in secondo piano, nonostante abbiano contribuito in modo significativo al progresso scientifico.
Purtroppo, senza dati recenti sulle candidature ai premi, è difficile identificare le barriere nei processi di nomina o selezione che impediscono alle donne meritevoli di ricevere questi riconoscimenti. Sarebbe quindi auspicabile che la Fondazione Nobel rendesse disponibili in modo trasparente tutti i dati sulle nomine e sul genere, per comprendere meglio le ragioni di questa disparità e lavorare verso un riconoscimento più equo dei contributi delle scienziate.
CONCLUSIONI
In conclusione, possiamo chiudere con tre considerazioni:
- Da sempre le donne svolgono un ruolo cruciale in tutti gli ambiti, inclusa la scienza. È essenziale riconoscere e valorizzare il loro contributo per promuovere un progresso autentico e inclusivo.
- Se qualcuno si autodefinisce "Candidato al Premio Nobel", è opportuno mantenere un sano scetticismo, poiché le candidature rimangono segrete per almeno 50 anni.
- Il principio di autorità non ha valore nella scienza. Pertanto, quando qualcuno presenta una tesi, è fondamentale valutare le evidenze e i dati verificabili che la supportano.
Il Premio Nobel simboleggia l'apice dell'ingegno umano e dell'impegno nel migliorare la condizione dell'umanità. Tuttavia, come abbiamo esplorato, il percorso della scienza non è privo di ostacoli e paradossi. La storia ci insegna che il progresso autentico si ottiene non solo attraverso scoperte rivoluzionarie, ma anche grazie a una comunità scientifica che valorizza l'integrità, l'inclusività e la critica costruttiva. È essenziale riconoscere che ogni voce, indipendentemente dal genere o dal prestigio, può contribuire significativamente alla conoscenza collettiva.
Come sosteneva il filosofo Karl Popper, la scienza avanza per tentativi ed errori, e l'apertura al confronto è fondamentale. Coltiviamo dunque uno spirito critico, valutiamo le idee sulla base delle evidenze e promuoviamo un ambiente in cui tutti possano partecipare pienamente al meraviglioso viaggio della scoperta scientifica. Solo così potremo costruire un futuro in cui il sapere sia realmente patrimonio di tutti e per tutti.
NOTE
[1] Kary Mullins nelle sue memorie, raccontò esperienze legate all’uso massiccio di droghe, oltre a strani incontri con procioni parlanti e presunti rapimenti alieni.
BIBLIOGRAFIA
- https://www.focus.it/cultura/storia/la-nascita-del-premio-nobel-una-storia-di-armi-strafalcioni-e-ripensamenti
- https://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Nobel
- Erik Jorpes, “Alfred Nobel”, in British Medical Journal. Link Diretto: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1992347/pdf/brmedj02952-0013.pdf
- https://www.wired.it/scienza/lab/2019/12/07/sindrome-nobel-bufale-premiati/
- Mahmoudi, J. A. Poorman, J. K. Silver, “Representation of women among scientific Nobel Prize nominees”. DOI: 10.1016/S0140-6736(19)32538-3 ; Link diretto all’articolo: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(19)32538-3/fulltext
Nobel nelle scienze: una questione di genere?
Ogni anno vengono assegnati sei premi Nobel, di cui quattro nelle scienze: chimica, fisica, medicina ed economia. Inoltre, molto spesso, ciascun Nobel viene assegnato a 2 o 3 persone. Per cui abbiamo un’abbondanza di vincitor*.
Una cosa che salta subito all’occhio è che, nella storia di questa istituzione, solo poche donne sono state insignite del Premio (Cole 1987, Wade 2002). Infatti, i Premi Nobel e i Premi per l’economia, tra il 1901 (anno di prima assegnazione) e il 2024, sono stati assegnati a donne 58 volte (solo una donna, Marie Curie, è stata premiata due volte). A fronte di 57 donne, nello stesso periodo, i vincitori uomini sono stati… 902[1].
Scartando l’ipotesi (in auge nei secoli passati) che le donne siano intellettualmente inferiori, ci troviamo dinnanzi a un’enorme sotto-rappresentazione della creatività e del contributo femminile nelle scienze.
Peraltro, interviene anche una seconda dimensione: molte delle donne Nobel non hanno avuto figli
(Stemwedel 2009). Infatti, se prendiamo le 11 donne Nobel vincitrici in fisica, chimica e fisiologia/medicina tra il 1901 e il 2006, e i 37 maschi che hanno ricevuto il Nobel nella stessa area e nello stesso periodo, e li compariamo su alcune variabili come anno di nascita, stato civile, numero di figli, premi ricevuti, livello di scolarizzazione e presenza di un Nobel tra i loro mentori, scopriamo che “le donne insignite del Nobel sono state significativamente meno orientate a sposarsi e a avere figli” (Stemwedel 2009)[2].
Questo vale, più in generale, anche per le donne (“semplicemente”) laureate. Quando le laureate hanno avuto figli ne hanno avuti meno dei colleghi maschi laureati (Charyton, Elliott, Rahman, Woodard and Dedios 2011: 203). Le autrici concludono che le più eminenti scienziate – rispetto ai colleghi maschi - tendono a scegliere di dedicarsi alla ricerca scientifica piuttosto che mettere su famiglia.
E’ possibile invertire la tendenza? Certamente sì, e le politiche di genere attuate degli ultimi anni vanno sicuramente in questa direzione. Però, il problema è: mediante queste politiche, quanto tempo ci vorrà per raggiungere un vero riequilibrio? Probabilmente, molti decenni.
Allora sorge un’altra domanda: si può fare qualcosa per accelerare questo lungo processo sociale e culturale? Probabilmente, sì. Le “azioni affermative” temporanee (giornalisticamente dette “quote rose”), l’assegnare dei coefficienti di valutazione (delle carriere scientifiche) diversi per donne e uomini (Gobo 2016), tenendo conto che le prime hanno spesso maggiori carichi di cura famigliare, e altri correttivi, potrebbero essere un rimedio temporaneo per accelerare il processo sociale e culturale.
Ma quando si propone questo, subito si levano cori che gridano “attacco al merito”, “ingiustizia al contrario”, “discriminazioni nel confronti dei maschi” e altre banalità.
Per cui, rassegniamoci ad avere un predomino maschile nell’assegnazione dei Nobel per ancora molti decenni e a vedere la parità di genere realizzata nel… 2070 (o giù di lì).
Però, come cantavano i Nomadi, ma noi (che scriviamo) non ci saremo…
BIBLIOGRAFIA
Charyton C., J. Elliott, M. Rahman, J. Woodard, and S. Dedios (2011). “Gender and Science: Women Nobel Laureates”. Third Quarter 45(3): 203–214
Cole, J. R. (1987). “Women in science”. In: Jackson, D. N. and J. P. Rushton (eds.) Scientific excellence: Origins and Assessment. University of Michigan: SAGE Publications: 359–375.
Gobo, G. (2016), The Care Factor: A Proposal for Improving Equality in Scientific Careers, in M. Bait, M. Brambilla and Crestani, V. (eds.), Utopian Discourses Across Cultures. Scenarios in Effective Communication to Citizens and Corporations, Bern: Peter Lang, pp. 157-183.
Stemwedel, J. D. (2009). ‘Engendered Species. Science, motherhood, and the Nobel Prize: have things gotten harder? Biochemical Evolution”. The Biochemical Magazine, 31(1): 62.
Wade, D. (2002). “Nobel Women”. Science 295(5554): 439.
[1] Se con ci credete, guardate https://it.wikipedia.org/wiki/Vincitori_del_premio_Nobel
[2] A onor del vero, le 11 donne che hanno vinto il Nobel negli ultimi 9 anni mostrano un significativo cambio di tendenza: sono tutte sposate e molte di loro hanno figli.
Stiamo ritardando la prossima glaciazione? Sì.
Sia il lettore più attento che quello più frettoloso avranno notato che nel titolo è già contenuta la risposta. Per quanto sinteticamente perfetta, ad entrambi, anche al più frettoloso, risulterà una risposta troppo breve ed interesserà perciò comprendere il perché di questo “Si”.
Questa evidenza emerse da una serie di studi che iniziarono negli ultimi anni del XX secolo e che si svilupparono lungo il primo decennio del XXI.
Il primo riscontro della disattesa partenza di una nuova era glaciale fu uno studio diretto dal paleoclimatologo William Ruddiman che coinvolse i meteorologi John Kutzbach e Steve Vavrus.
Essi cercarono, e trovarono – grazie a un modello di simulazione matematica che il climatologo Larry Williams creò negli anni ’70 – la conferma di quanto negli anni ‘80 aveva scoperto il geologo John Imbre: l’ultima fase interglaciale doveva essere terminata tra i 6.000 e i 5.000 anni fa.
Questo modello sul comportamento climatico venne impostato escludendo, tra i fenomeni che influenzano l’alternanza tra ere glaciali e interglaciali, le emissioni anomale di gas serra, iniziate quasi esattamente nello stesso periodo di fine dell’ultima fase interglaciale.
Secondo i risultati del modello, da allora i ghiacciai avrebbero dovuto iniziare ad accrescersi progressivamente, per via di un raffreddamento medio globale di 2°C (tantissimo in soli 6-5.000 anni) e il punto di massimo raffreddamento avrebbe dovuto presentarsi a Nord della Baia di Hudson, toccando un calo medio invernale di 5-7°C.
Però, ciò non è avvenuto.
Ancor più precisamente, lo studio rivelò che nell’Isola di Baffin (Canada) si sarebbe dovuto instaurare uno stato di glaciazione incipiente, ossia la presenza di un manto nevoso perenne, contro la sua attuale assenza per 1-2 mesi ogni estate.
In più, ai giorni nostri, avremmo dovuto assistere a qualcosa di analogo nell’altopiano del Labrador, il penultimo luogo in cui si sciolsero i ghiacciai dell’ultima glaciazione; il primo era per l’appunto l’isola di Baffin.
Lo studio generò sia plausi che critiche, e da queste ultime Ruddiman fu stimolato a fare ulteriori approfondimenti che lo portarono a studiare una glaciazione intercorsa ben 400.000 anni fa, che presentava variazioni della radiazione solare e delle emissioni naturali di gas serra analoghe a quelle della fase odierna.
L’approfondimento confermò quanto previsto dallo studio precedente e mai avvenuto perché interrotto cinque millenni fa: si sarebbe dovuto registrare un progressivo decremento fino ai valori minimi della concentrazione in atmosfera di metano (CH₄) e anidride carbonica (CO2).
Questi ulteriori studi, in sostanza, riconfermavano quanto ipotizzato: siamo oggettivamente all’interno di una fase glaciale, ma climaticamente ritardata. La causa del ritardo è da ricondursi prevalentemente a questa anomala alta concentrazione di gas serra.
PERCHÉ “OGGETTIVAMENTE” ALL’INIZIO DI UNA NUOVA FASE GLACIALE?
Se nel brevissimo periodo, anche di poche ore, è difficile prevedere localmente quale sarà il comportamento meteorologico, questo può essere, invece, fatto per il comportamento climatico globale nei tempi più lunghi delle decine e centinaia di migliaia di anni.
I paleoclimatologi hanno infatti già da tempo scoperto l’esistenza di veri e propri cicli climatici. Lo hanno potuto fare incrociando i dati geologici e paleontologici (soprattutto dai carotaggi oceanici) con quelli chimici (presenza di molecole e atomi con isotopi specifici presenti nei ghiacci e nei sedimenti fossili dei fondali marini) assieme alle leggi astronomiche ormai note dei moti terrestri detti “millenari”.
Su questi ultimi possiamo basare la “oggettività” che cercavamo.
I MOTI MILLENARI DEL PIANETA TERRA.
Se il moto orbitale della Terra attorno al Sole causa l’avvicendamento delle stagioni in circa 365 giorni, le cosiddette “ere” glaciali e i periodi interglaciali, fenomeni molto più lunghi nel tempo, sono invece principalmente conseguenza della variazione della quantità di radiazione solare ricevuta dal Pianeta, dovuta a tre movimenti che la Terra compie in decine di migliaia di anni.
1. Il primo è quello dell’oscillazione dell’asse di rotazione terrestre: scoperta dal matematico e astronomo francese Urbain Jean Joseph Le Verrier nel XIX secolo, è una lenta variazione dell’angolo di inclinazione dell’asse, che compie il proprio ciclo oscillatorio tra 22° 20’ e 24° 50’ in 41.000 anni circa.
Essa influisce direttamente sulla quantità di radiazione solare che raggiunge le latitudini più elevate del Pianeta (dai 45° N in su).
In termini più semplici: minore è il grado d’inclinazione dell’asse terrestre, minore sarà la quantità di radiazione che ricevono i poli terrestri, minori dunque saranno le temperature del clima globale e viceversa.
Attualmente l’inclinazione è di 23° 50’ circa, in fase di risalita verso la gradazione minima.
I restanti due moti influiscono invece sulla variazione della distanza della Terra dal Sole, che in termini empirici equivale alla sensazione che possiamo esperire d’inverno nel variare di pochi centimetri la nostra distanza dal tanto amato calorifero (i più freddolosi sanno bene quanto pochi centimetri facciano la differenza tra felicità e sofferenza).
2. L’eccentricità dell’orbita del Pianeta attorno al Sole: varia in un ciclo di circa 100.000 anni ed è quel fenomeno per cui l’orbita della Terra tende ad essere ellittica e solo ad avvicinarsi a un’orbita circolare (il cerchio ha eccentricità pari a 0).
Sempre scoperta da Le Verrier, questa variazione influisce sulla distanza media che il Pianeta mantiene rispetto al Sole (ripensate alla vostra distanza dal calorifero nelle giornate invernali e all’invidia che avete provato verso i compagni di classe o i colleghi che gli stavano più vicino durante l’intera giornata).
Le sue oscillazioni periodiche sono molto più irregolari rispetto a quelle dell’asse terrestre e attualmente si attesta a 0,0167, in un raggio di variazione totale tra il valore minimo di 0,0033 e quello massimo di 0,0671. In termini pratici parliamo di variazioni nell’ordine dei milioni di chilometri di differenza di distanza dalla fonte di calore che è il Sole.
3. Per ultimo abbiamo il moto di precessione, dal ciclo più breve di 25.000 anni, ossia il moto conico dell’asse di rotazione della Terra dovuto all’attrazione reciproca con la Luna e gli altri pianeti.
Scoperto nel XVIII secolo dal famoso enciclopedista francese Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert, questo fenomeno è meno intuitivo da immaginare e viene spesso spiegato attraverso il moto di una trottola, la quale non solo gira su sé stessa ma possiede anche un movimento che la porta ad ondeggiare e inclinarsi da una parte all’altra: il moto di precessione.
Gli effetti che questi moti hanno sul clima sono anche chiamati Cicli di Milanković, dal nome dall’ingegnere e matematico serbo Milutin Milanković che li ipotizzò e studiò ai primi del XX secolo.
CONCLUSIONI
Anche se il clima è il risultato di un sistema complesso le cui variabili generano altrettanti e complessi meccanismi di feedback, in generale possiamo immaginare che valga la regola per cui ogni fenomeno che modifica per lungo tempo il comportamento della radiazione solare ricevuta dalla Terra, è determinante sul lungo tempo per il clima globale del Pianeta; i suoi effetti, però, saranno sempre riscontrabili con leggero ritardo.
La relazione tra i vari moti millenari determina dunque, oltre alla ricorrenza dei periodi glaciali, anche l’intensità con cui essi si presenteranno ciclicamente.
I dati raccolti dai paleoclimatologi ci rivelano inoltre che la storia delle glaciazioni è in realtà molto recente. È da 3 milioni di anni che la Terra si sta lentamente raffreddando, con la comparsa dei primi ghiacciai, solamente stagionali, risalente a circa 2,75 milioni di anni fa nelle regioni settentrionali del Pianeta.
È invece da “soli” 0,9 milioni di anni che hanno iniziato ad esistere i ghiacciai permanenti.
Nel periodo delle decine e centinaia di migliaia di anni, il clima globale è dunque prevedibile grazie ai modelli fisici ed astronomici confermati dagli studi di geologi, paleologi e paleoclimatologi: abbiamo la certezza che, anche basandosi esclusivamente sul moto di precessione, ci troviamo già dentro l’inizio di una nuova era glaciale – che non è però mai iniziata.
Quasi certamente questo inizio disatteso è da attribuirsi alle emissioni in atmosfera dei cosiddetti “gas serra”, che, come è ormai accettato dalla quasi totalità delle comunità scientifiche, non permettono la naturale dispersione della quantità di radiazione solare ricevuta dal pianeta che invece continua a riscaldarsi.
Inoltre, secondo i modelli climatici, questi gas sarebbero dovuti diminuire anziché aumentare, ostacolando l’innescarsi dei feedback positivi e naturali di innesco della prossima glaciazione.
Stiamo ritardando la prossima glaciazione? Si.
—–
Nel prossimo articolo approfondiremo i fenomeni e i motivi che stanno alla base di questo fatto scientifico.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
William Ruddiman, “L’aratro, la peste, il petrolio – L’impatto umano sul clima”, UBE Paperback, 2015
William Ruddiman, “Earth’s Climate”, Freeman, 2001
Il doppio click - Terza parte: L’università e la guerra, conoscere è valutare
PREMESSA
Lo scorso 13 giugno, presso l’Università di Pisa e come in molte altre università italiane, si è svolta una seduta straordinaria del Senato Accademico, indetta dal Rettore, sulla spinta dei movimenti studenteschi dell’ateneo che reclamano il boicottaggio delle forme di collaborazione con le università israeliane e con gli enti operanti nel settore bellico del nostro paese. [1].
L’oggetto della riunione consisteva nel prendere diverse decisioni in merito ad alcune scelte: da una parte, la sospensione temporanea di tutti questi progetti di ricerca, per sensibilizzare e dissuadere il mondo universitario e la società civile nel paese ebraico dal sostegno alle operazioni militari [2], e – dall’altra parte – l’abbandono definitivo da parte dell’ateneo pisano dei progetti suscettibili di dual use (ovvero concepiti per l’ambito civile, ma applicabili anche a quello militare).
Durante la seduta, ciascun senatore e senatrice ha presentato le proprie riflessioni riguardo alle decisioni da prendere, così si sono ben presto delineate due argomentazioni opposte.
Da un lato, molti docenti hanno espresso la propria contrarietà alle mozioni di boicottaggio, in ragione del fatto che, secondo il loro giudizio, le università di tutto il mondo, devono affermarsi come entità diverse e separate dai governi dei rispettivi paesi, poiché hanno una vocazione naturale alla diffusione delle idee e della conoscenza, e quindi alla costruzione di ponti e collaborazioni transfrontaliere per l’affermazione di rapporti di pace fra le popolazioni – un ruolo che quindi non può prevedere il boicottaggio, poiché contrario e sicuramente controproducente rispetto a questa vocazione.
Dall’altro lato, altri hanno sostenuto le mozioni, rivendicando anch’essi l’autonomia politica e amministrativa delle università, peraltro sancita dalla costituzione, ma ribadendo l’opportunità di ricorrere al boicottaggio come strumento per affermare nei confronti del contesto internazionale una forma pacifica di discredito verso l’accademia e, contestualmente, verso la società e lo stato israeliani, in opposizione alla negligenza di tanti parlamenti e governi occidentali, tra cui quello italiano.
In altre parole, si potrebbe dire che tutto il dibattito si è basato sul fatto che una parte considera l’università come un’entità indipendente rispetto allo stato in cui si trova (non solo in senso normativo, ma come constatazione di fatto), e l’altra non può fare a meno di far notare l’impossibilità di scindere gli atenei dall’apparato politico su cui sono basati e tutte le varie diramazioni sociali che li sostanziano.
UN PARALLELO CON I MODELLI A DIFFUSIONE E A TRADUZIONE
Così, in questi due partiti, ritroviamo, di riflesso, i due approcci conoscitivi presentanti nel precedente articolo, il modello a diffusione e quello a traduzione.
Seguendo il primo, infatti, in sede di riunione l’università è stata paragonata a quella comunità ideale di intellettuali cosmopoliti che hanno preceduto l’epoca dei lumi, denominata Res Publica Literarum. Come se, in fondo, la pratica accademica potesse avvenire meglio, e fosse tanto più veritiera, quanto più essa è indipendente e disinteressata rispetto ai condizionamenti esterni, ovvero quelli del potere e del denaro su tutti. Accettarli, infatti, è ammesso solo perché essi consentirebbero la sua missione liberatrice, anche se al costo di uno sporco ricatto. Perché invece, sarebbe meglio rifiutare incentivi e contributi conservando la propria autonomia, dato che questi non farebbero altro che corrompere o ostacolare la vera natura delle scoperte. Che c’entra, ad esempio, una collaborazione su un progetto di ricerca di biologia marina con la guerra? Perché interromperlo? (#lasciatelilavorare) [3].
Invece, abbiamo visto che per il modello a traduzione la scienza è sempre tecnoscienza, e che quindi la distinzione aristotelica fra téchne ed episteme è un non-senso.
Non esiste infatti il sapere “in generale” in forma distillata, ma è sempre dipendente dalla tecnica che lo produce, sia essa quella del laboratorio, dell’archivio o della pinacoteca. Quindi, il finanziamento pubblico, statale o privato, conta nel determinare il tipo di conoscenza che viene prodotta.
Infatti, non si può trascurare che uno dei settori che assorbono maggiormente la ricerca e lo sviluppo è proprio la difesa:
«la tecnoscienza è una questione essenzialmente militare … L'analogia tra corsa alla dimostrazione e corsa alle armi non è solo metaforica, ma sottende letteralmente un comune problema: vincere. Oggi non vi è esercito capace di vincere senza scienziati e solo pochi scienziati e ingegneri riuscirebbero a far vincere le proprie tesi senza l'esercito. Solo ora il lettore può rendersi conto del perché io abbia impiegato molte espressioni proprie del lessico militaresco (prove di forza, controversia, lotta, vincere e perdere, strategia e tattica, equilibrio di forze, potenziale, numero alleati), espressioni che, sebbene di continuo sulla bocca degli scienziati, vengono impiegate di rado dai filosofi per descrivere il mondo pacifico della scienza pura. Mi sono avvalso di questo lessico perché, grosso modo, la tecnoscienza è parte di una macchina da guerra e dovrebbe essere studiata come tale» (Latour B. (1998), La scienza in azione, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea, pp. 230-2, grassetto mio).
PER UN SAPERE RESPONSABILE E INTERESSATO
Il modello diffusionista (quello del doppio click), sembra perpetuare l’idea che il sapere sia gratuito, e così risulta essere in primo luogo un’offesa a tutti i precari della ricerca che campano con un salario appena al di sopra della soglia minima di sussistenza, come in Italia.
La realtà è che chi crede in una forma di sapere emancipato dai mezzi necessari per produrlo, vive in una condizione simile a quella – drammatica – dei soldati protagonisti del film Lebanon (Maoz, 2009), interamente ambientato all’interno di un carrarmato. Dalla propria monade, infatti, l’unico tramite per conoscere il mondo esplorato e leggere le vite degli altri è il periscopio e il grilletto, l’unica aria che permette di respirare è quella della sua pancia, stracolma di vomito, lacrime, olio e sigarette, le uniche scelte che consente sono quelle del suo stesso movimento che tiene in vita i carristi, che la guerra non vogliono farla. Questo è il senso del principio «il migliore dei mondi possibili», che sta dietro al cambio di paradigma proposto dalla prospettiva di Gaia: non esiste la possibilità che dispositivi dual use non facciano la guerra (come è stato affermato in senato accademico), solo perché esisterebbe la possibilità di tener fede a certi principi “superiori” per controllare l’utilizzo dei prodotti della ricerca. Ad ogni nuova tecnica segue sempre una nuova soggettività, un nuovo mondo di possibilità incluse e vincolanti.
Infatti, per prendersi gioco degli intellettuali e dei politici blasé che, durante la seconda guerra del golfo, sostenevano che la democrazia fosse un’idea che bastasse esportare per poter invertire le sorti dei paesi “canaglia” o “sponsor del terrorismo”, il filosofo Peter Sloterdijk ha brevettato il “parlamento gonfiabile”: come un pacco di aiuti umanitari, questo dispositivo può essere sganciato da un aereo, e nel giro di poco tempo si installa automaticamente come una cupola capiente, dotata di sedute a emiciclo, e con tutti i comfort per il pieno supporto della democrazia, che si consolida istantaneamente (Sloterdijk P. (2005), Instant Democracy: The Pneumatic Parliament®, in B. Latour, P. Wiebel (eds.), Making Things Public: Atmospheres of Democracy, MIT Press, pp. 952-55).
Allo stesso modo si può dire che un dispositivo del genere potrebbe essere attivato quando viene proposta, con squallido e ipocrito ritardo, la soluzione, “due popoli, due stati” [4]: in realtà, non sembra esserci niente che ci possa far sperare nella creazione di uno stato palestinese, per almeno i prossimi decenni, forse per generazioni intere. Su quali infrastrutture potrebbe mai sorreggersi? Quale rete di strade e ferrovie, approvvigionamento energetico e agroalimentare, cablaggi internet e per le comunicazioni, sistemi e edifici amministrativi, istituti di statistica, scuole, università, ospedali, mercati e caserme di polizia sono a disposizione, al momento, dato che almeno per quanto riguarda Gaza, il territorio è stato quasi raso al suolo? Quali comitati, associazioni, gruppi di interesse, sindacati, filiere di imprese, enti di ricerca, accordi commerciali internazionali e partiti politici potrebbero mai popolare un parlamento, e autogovernarsi, dato che un’economia ed una società politica indipendenti non possono sussistere in condizioni di occupazione permanente?
Tristemente, l’unica prospettiva immediata, all’imposizione del cessate il fuoco, è la predisposizione di sistemi di accoglienza per sfollati sotto la protezione delle Nazioni Unite, in una condizione di privazione assoluta di qualsiasi mezzo. Per questo non possiamo trascurare quelli che invece noi abbiamo a disposizione. Faticosamente conquistati affermando valori e posizioni di parte, e che ci permettono di conoscere il mondo in cui, fondamentalmente, abbiamo deciso di voler vivere.
È il caso di citare la famosa frase di Desmond Tutu, «se davanti a un'ingiustizia sei neutrale, hai scelto di stare dalla parte dell'oppressore», e allora, «se i vostri avversari vi dicono che vi state dando alla politica, prendendovi seriamente per rappresentanti di innumerevoli voci neglette, in nome del Cielo rispondete: ‘Sì certo!’. Se la politica consiste nel rappresentare la voce degli oppressi e di chi non ha volto, allora saremmo tutti in una situazione assai più rosea se – invece di pretendere che siano gli altri a impegnarsi in politica e che voi, oh, voi non vi occupate ‘che di scienza’ – riconosceste che anche voi state cercando effettivamente di assemblare un altro corpo politico e di vivere in un cosmo coerente, composto in modo differente. Se è del tutto corretto che non state parlando in nome di un’istituzione delimitata dalle frontiere degli Stati-nazione e che il fondamento della vostra autorità poggia su un sistema di elezione e di prove assai strano, è proprio questo che rende così prezioso il vostro potere politico di rappresentanza di così tanti nuovi agenti. Potere la cui importanza sarà capitale negli imminenti conflitti sulla forma del mondo e la nuova geopolitica. Non svendete questo potere di rappresentanza per un piatto di lenticchie» [5].
NOTE
[2] In analogia con quanto fatto nelle università di tanti altri paesi nel mondo, come riportato ad esempio dal sito della campagna internazionale BDS https://www.bdsitalia.org/index.php/acc-notizie/2843-mobilitazioni-studentesche
[3] Ritorniamo così all’importanza della comprensione del turismo, come espresso nel primo articolo della serie, per cogliere in parallelo anche la trasposizione in campo economico del modello a diffusione, che tende a legittimare la rendita e il guadagno facile da proventi («sogno una vita in vacanza»), specialmente di tipo finanziario, liberati da vincoli di ogni genere, che non farebbero altro che ostacolare la libera impresa e il genio inventivo dell’imprenditore (la famosa «troppa burocrazia che frena la crescita», tipo i controlli amministrativi sui mercati e lo sviluppo tecnologico, il pagamento delle imposte, dei salari ai dipendenti o il rispetto degli adempimenti nei confronti degli stakeholders).
[4] E perché non una federazione di sei stati sul modello dell’UE postbellica (Egitto, Israele, Siria, Libano, Giordania e Palestina), come proposto dal compianto Johan Galtung? (Galtung J. (2014), Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare, Pisa University Press, pp. 135-141).
[5] Latour B. (2020), La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico, Meltemi, Milano, pp. 60-1.










