Clima: dalla COP di Belem - Una sintesi della situazione

La Conferenza delle Parti (COP) è il più grande evento per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici. 

Nel 2025, il Brasile ha ospitato, a Belem, la 30ª Conferenza delle Parti (COP30) dal 10 al 21 novembre: un’occasione per discutere di soluzioni climatiche e promuovere il consenso sugli obiettivi globali per ridurre le emissioni di gas serra.

Fanno parte della Convenzione 198 parti, Italia inclusa.

Gli Stati Uniti hanno saltato la conferenza, fanno pressioni per affossare i nuovi accordi e per ostacolare le iniziative di riduzione delle emissioni e di tutela dell'ambiente.

Nessun altro Paese ha seguito l'esempio degli Stati Uniti. Mentre Trump descrive il cambiamento climatico come una "truffa", la maggior parte dei leader mondiali riconosce ancora la scienza che dimostra il contrario, e sta orientando le proprie economie verso energie più pulite dopo i drastici cali dei prezzi dell'energia solare ed eolica.

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha espresso questo sentimento durante il vertice dei leader che ha preceduto la COP30. "Il signor Donald Trump non verrà. Si sta comportando in un modo che nega la scienza e sta conducendo la sua società con gli occhi chiusi verso l'abisso, e con essa l'umanità (...) Il signor Trump si sbaglia”.

"Dieci anni fa, il Mondo si è riunito a Parigi, unito nella determinazione di affrontare la crisi climatica. Un consenso basato sulla scienza, inequivocabile", ha dichiarato in Brasile il Primo Ministro britannico Keir Starmer. "Oggi, purtroppo, quel consenso non c'è più".

I politici inquadrano la transizione energetica come una minaccia per l'occupazione e la ricchezza. 

La crisi è alimentata principalmente dalle emissioni di gas serra [1] derivanti dalle attività umane:

I gas serra lasciano passare la maggior parte della luce del Sole, che riscalda la Terra (a sinistra)  e riflettono la radiazione infrarossa emessa dalla Terra (a destra).

Da quando il cambiamento climatico è diventato una preoccupazione sia per i decisori politici, sia per i profani, il dibattito pubblico si è concentrato principalmente sulla mitigazione: limitare le emissioni di gas serra e passare alle energie rinnovabili.

La cooperazione globale sul clima è in corso da oltre tre decenni, da quando la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è stata firmata nel 1992. La Conferenza di Stoccolma del 1972 diede avvio a una governance ambientale: affermò il diritto universale a un ambiente sano, ma anche il diritto sovrano degli Stati a sfruttare le proprie risorse. Il Protocollo di Montreal, firmato 15 anni dopo, portò alla quasi totale eliminazione delle sostanze che riducono lo strato di ozono. 

Un importante accordo è stato il Protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, che impose obblighi legali di riduzione delle emissioni. Nel 2015, i governi hanno adottato l'accordo di Parigi per limitare l'aumento medio della temperatura  globale a due gradi (e, idealmente, a 1,5 gradi).

Gli scienziati temono che, se le temperature dovessero aumentare oltre tale limite, il pianeta potrebbe raggiungere punti di non ritorno.

Nella prima metà del 2025, per la prima volta, nel mondo, l’energia elettrica ottenuta dal sole e dal vento ha superato quella ottenuta dalla combustione dek carbone.

Negli Stati Uniti sole e vento hanno generato l’88% della nuova energia elettrica.

Nel 2024 la produzione globale di energia eolica e solare ha raggiunto livelli record, livelli che sarebbero sembrati impensabili fino a poco tempo prima. Negli ultimi 15 anni, l'eolico e il solare sono cresciuti da quasi zero al 15% della produzione mondiale di elettricità, e i prezzi dei pannelli solari sono diminuiti fino al 90%. 

Questi dati non devono però illuderci. 

Nel 2024 la quantità di energia derivata da petrolio, gas e carbone è aumentata.

Il ricorso globale ai combustibili fossili è tuttora in crescita. La ricerca di nuove riserve di gas e di petrolio è tuttora in corso: non solo nuove perforazioni, ma anche l’uso della forza, come dimostra l’aggressione degli Stati Uniti (il secondo maggiore emettitore di carbonio al mondo) al Venezuela e la pretesa di Trump di accedere al suo petrolio.

Stato attuale

  • Riscaldamento Globale: Il 2026 segue una serie di anni record; la temperatura media globale si sta pericolosamente avvicinando alla soglia critica di +1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali, limite stabilito dagli Accordi di Parigi.

Gli eventi meteorologici estremi sono sempre più comuni:  aumento in frequenza e intensità di ondate di calore, siccità prolungate, inondazioni catastrofiche, che colpiscono duramente agricoltura e infrastrutture.

Ricordiamo ad esempio che l'uragano Melissa è stato una delle tempeste più forti mai registrate nei Caraibi. 

Il cambiamento climatico è un problema costoso. Secondo la società di assicurazioni e gestione del rischio Aon, le perdite economiche causate da disastri naturali in tutto il mondo ammontavano a oltre 300 miliardi di dollari nel 2022 e a 380 miliardi di dollari nel 2023. La Banca Mondiale ha riferito nel 2019 che nei paesi a basso e medio reddito, le interruzioni dei servizi dovute alle condizioni meteorologiche e la scarsa manutenzione delle infrastrutture costano a famiglie e imprese tra i 390 e i 650 miliardi di dollari all'anno.

  • Innalzamento dei mari: Lo scioglimento dei ghiacciai polari continua ad accelerare, minacciando città e popolazioni costiere.
In rosso le aree che verrebbero sommerse.
  • Alcune azioni  possono mitigare  queste minacce: la sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico) o con l’energia nucleare; la  riduzione degli sprechi negli edifici, nell'industria, nei trasporti; la riforestazione (per il sequestro del carbonio) e la protezione degli ecosistemi esistenti. 

La fusione nucleare, che potrebbe fornire energia pulita,  suscita grandi speranze, ma i risultati, nonostante gli sforzi, gli ingenti investimenti, e le grida di giubilo per ogni modesto progresso, sono scarsi.

Come ultimo segnale di pessimismo, ricordiamo che l’anidride carbonica che è stata già immessa nell’atmosfera vi rimarrà a lungo (il tempo medio di sopravvivenza è di circa cento anni); se da oggi cessassero completamente le emissioni, ci vorrebbero almeno una cinquantina d’anni per tornare a una concentrazione di 350 ppm, ritenuta la soglia sicura per evitare stravolgimenti estremi del clima.

Il cambiamento climatico creerà problemi intrattabili per alcuni paesi e aprirà nuove opportunità per altri.

L'emigrazione dal Nord Africa, dal Sahel e dal Medio Oriente, ad esempio, aumenterà, con l'aumento delle temperature e il calo della produttività agricola in quelle regioni.

I Paesi con vaste distese di territorio che presto saranno desiderabili trarranno beneficio; Canada e Russia, i due paesi più settentrionali del mondo, sono particolarmente ben posizionati. L'agricoltura in entrambi potrebbe espandersi notevolmente a seguito di stagioni di crescita più lunghe, temperature più calde e scioglimento del permafrost.

Altri territori settentrionali subiranno probabilmente cambiamenti simili a quelli di Canada e Russia: Finlandia, Norvegia, Svezia e lo stato americano dell'Alaska avranno tutti una crescente base di terra arabile nei prossimi decenni.

Non resterà altra scelta, ai nostri nipoti, che trasferirsi in Canada, in Alaska, in Siberia, o, Trump permettendolo, in Groenlandia?

 


NOTE:

[1] Principali Gas Serra e Fonti: Anidride carbonica (CO2). Principale gas serra antropico, derivante da combustibili fossili e deforestazione. Metano (CH4). Agricoltura, allevamento e rifiuti; ha un effetto molto rilevante. Protossido di azoto ()N2O.  Uso di fertilizzanti e processi industriali. Gas fluorurati: Condizionatori, spray e processi industriali; ha permanenza lunga in atmosfera. Vapore acqueo (H2O). Principale gas serra naturale.


Dark Ecology - Un'ecologia che rinnega la Natura

Sette domande.

  1. Gli animali possono godere dell’arte?
  2. Gli animali possono riflettere su sé stessi? Gli umani possono riflettere su sé stessi? L’autoriflessione rispetto alla sofferenza è importante?
  3. Che cos’è la consapevolezza? È una capacità cognitiva “superiore” (meno frequente) o “inferiore” (più frequente)?
  4. I Neanderthal erano dotati di immaginazione? E noi l’abbiamo? È importante?
  5. L’intelligenza artificiale soffre? I batteri possono soffrire? Quali sono i limiti “inferiori” della sofferenza?
  6. La coscienza è intenzionale?
  7. Il pensare e il percepire sono distinti?[1]

Chi pone queste domande e a chi? Gli studiosi umanisti agli scienziati, scrive Timothy Morton, professore alla Rice University di Houston. Sono riflessioni che emergono lungo la lettura del suo libro Come un’ombra dal futuro (l’espressione è di P. B. Shelley)[2].

Riflessioni che nel confronto tra studiosi andranno rielaborate, i concetti ridefiniti, le parole risignificate, eliminate, rivoltate.

Non basta più fornire «pubbliche relazioni migliori» alla scienza o studiarne le conseguenze. C’è un pensiero nuovo sulla soglia che chiede di interagire attivamente con la scienza. Un pensiero che abbandona il nichilismo diffuso del pensiero umanistico postmoderno e interroga la rigidità austera della scienza che nel laissez-faire dominante del capitalismo si trasforma con troppo piacere in scientismo. C’è una strana distanza, sadica, implicita in un atteggiamento che si dice sperimentale, condiviso da teorie economiche e teorie scientifiche.

Questo pensiero vuole chiederne conto, vuole che insieme si scenda nel fango, “umanisti” e “scienziati”, e si ricominci a fare esperienza del nostro mondo. Possiamo vivere in una società in cui le scienze contemplino la negatività, agire nella possibilità dell’errore e del torto, rispondere della nostra opera nella maglia del mondo in mezzo a esseri che si presentano “estranei strani”.

Come un’ombra dal futuro

Complicato? Sì, perché spero le frasi si presentino nella loro forza di suggestione, anche se estrapolate dal libro di Morton. Pubblicato nel 2010 e portato in Italia dalle edizioni Aboca nove anni dopo, Come un’ombra dal futuro si presenta come un manifesto per un nuovo pensiero ecologico» ancora da pensare.

I ragionamenti sono molti, spesso piacevoli in quanto arricchiti da numerose citazioni poetiche e cinematografiche, oltre che da un eloquio che si contraddistingue per lo slancio rivoluzionario, ai limiti dell’escatologico. Sono tesi forti, a tratti appena accennate, in altre parti pensate a lungo e con onestà. Il linguaggio è coinvolgente, ma non rinuncia alla profondità di pensiero e per questi motivi ho pensato fosse interessante dargli risalto.

È un libro che vuole essere divulgazione rivolta a lettori e lettrici che possano affrontarne le pagine dense di contenuti anche senza una conoscenza specialistica[3]. Si presenta a noi come un confronto serrato tra le tesi che caratterizzano il pensiero queer, basate su un’ontologia influenzata dagli scritti di Lévinas e che si oppone a Heidegger scontrandosi con quel pensiero immobilizzante dei paradigmi da fine della storia.

Complicato anche perché l’ecologia dark è come un film noir, afferma Morton. Non è la soddisfacente vittoria deduttiva del pensiero razionale à la Sherlock. Pensiamo di essere di essere esterni e oggettivi, ma ci ritroviamo irrimediabilmente coinvolti. Non solo. Pensiamo di essere umani e come Deckard di Blade Runner – il richiamo al capolavoro è dell’autore – scopriamo di essere replicanti. Cosa succederebbe? Siamo capaci di pensare il negativo delle concezioni che ci hanno accompagnato alla fine della modernità? Siamo capaci di un pensiero che superi il negativo riconoscendo che esso stesso è opera nostra?

Ecologia oscura

Perché proprio riconoscere la nostra opera è ciò che fa scattare il pensiero ecologico per Morton. Sappiamo ora che abbiamo sempre terraformato la Terra. Grazie alle tecnologie di cui disponiamo oggi possiamo decostruire molti costrutti che inquinano il pensiero. Possiamo fare esperienza dell’appartenenza a un mondo più grande, quasi infinito. Più che olistico dice Morton, perché come una geometria frattale si avviluppa e riproduce in ogni sua parte.

L’arte, per esempio, può essere profondamente ecologica (e già lo è). Non solo, essa può diventare visione anche per le scienze. Grazie allo sviluppo dell’utilizzo di tecniche come l’ingrandimento, lo stop motion, il time-lapse, abbiamo oggi accesso a nuove riproduzioni della realtà. Pensate a quei video prodotti in time-lapse che possono narrare la vita di una pianta lungo due anni di tempo, i quali ci consegnano una pianta vitale, in movimento, estranea alla nostra idea di “pianta”.

Così come è possibile ricreare spazi ambientali che esaltino proprio la loro caratteristica di essere ambiente (Morton pensa alle sale del Centre Pompidou, quelle del piano dedicato al contemporaneo). O ancora, la riproduzione delle forme naturali attraverso le già citate geometrie frattali, che da anni hanno tutta la nostra attenzione. Senza parlare di quello che Morton non poteva vedere nel 2010, che vediamo oggi nelle riproduzioni o “creazioni” affidate all’Intelligenza Artificiale o vissute nella realtà virtuale.

Rinnegare la Natura

Vedere questo ci permette di interrogare nuovamente i costrutti che dominano le nostre visioni economiche, ambientaliste e scientifiche. Non c’è alcun mondo da re-incantare o da ritrovare. Al contrario, c’è per Morton un mondo da demistificare e il suo principale obiettivo polemico è la Natura in questo caso. Il concetto di Natura è per l’autore il principale punto debole dell’ambientalismo “verde brillante” che presta il fianco al capitalismo, anche se non vorrebbe. Non si parla solo della produzione di batterie al litio rispetto all’estrazione di petrolio e alla produzione di CO2 in eccesso nell’atmosfera. Il vero greenwashing è nascondere ciò che è negativo della nostra realtà di viventi. Nascondere i rifiuti, parte dell’ambiente di un vivente, sotto il tappeto. Spiego meglio: l’ambientalismo preserva un paesaggio “naturale” dall’installazione di pale eoliche, l’estetica vince sull’etica, mentre sottoterra scorre l’ultimo oleodotto e stagna il bagno chimico. La Natura è fantasma, inconscio collettivo, costruzione da sogno che fa dimenticare all’umano di essere responsabile del mondo.

L’ecologia proposta da Morton non è nichilista, non è ambientalista, rinnega la Natura.
In tutto questo, lo trovo un pensiero liberatorio e interessante, oltre che sicuramente provocatorio.
È un pensiero che si affaccia e che ha bisogno di essere pensato. Non solo.
Ha bisogno delle scienze perché le vuole coinvolgere attivamente nella demistificazione del mondo.
Le domande che ho riportato in apertura sono le domande che Morton inizia a porre per comprendere il nuovo ruolo dell’umano del mondo.
Ruolo millenario, ma che solo oggi iniziamo a conoscere – sembrerebbe.

Se potessimo dimostrare che la coscienza non è una sorta di sublime premio aggiuntivo per essere fatti in modo così elaborato, bensì un’impostazione predefinita allegata al software, allora i vermi sarebbero coscienti in ogni senso significativo. Un verme potrebbe diventare Buddha, in qualità di verme. Siamo sicuri che i non umani non abbiano un senso dell’”io”? Siamo sicuri che noi lo abbiamo?[4]

 

NOTE

[1] Timothy Morton – Come un’ombra dal futuro. Per un nuovo pensiero ecologico – Aboca edizioni, Sansepolcro (Ar) 2019

[2] Le proposte sono riassunte così come le porto alle pagine 184 e 185 della traduzione italiana del libro.

[3] Gli studi e le ipotesi contenute si basano su precedenti libri di Morton Dark Ecology (2016), Ecology without Nature (2007), che il lettore specialistico o in cerca di analisi più approfondite può recuperare facilmente nelle edizioni in lingua originale.

[4] Timothy Morton – Come un’ombra dal futuro. Per un nuovo pensiero ecologico – Aboca edizioni, Sansepolcro (Ar) 2019


Mangiare con la mente: gastrofisica e food design tra percezione, esperienza e responsabilità

La gastrofisica, disciplina che studia il modo in cui i sensi e i processi cognitivi influenzano la percezione del cibo, sta progressivamente ridefinendo il concetto stesso di esperienza gastronomica. Cerchiamo di esplorare il dialogo tra gastrofisica e food design, evidenziando come il gusto non sia un dato oggettivo ma il risultato di una complessa interazione tra stimoli sensoriali, contesto, aspettative e significati simbolici.  Il food design è analizzato nella sua forma di pratica progettuale, capace di integrare conoscenze scientifiche e dimensioni culturali, estetiche ed etiche, ponendo particolare attenzione alle implicazioni per la sostenibilità, la riduzione dello spreco alimentare e il benessere del consumatore. In questa prospettiva, la gastrofisica non viene intesa come semplice strumento di ottimizzazione sensoriale, ma come chiave critica per ripensare il rapporto tra individuo, cibo e ambiente. 

Mangiare è un atto quotidiano che, nella sua apparente semplicità, racchiude una complessità sorprendente. Sarebbe molto interessante riuscire a scardinare l’opinione comune che si ha del gusto inteso come tale ma ciò non sembra essere possibile. È, invece, possibile comprendere come mai il gusto non è mai solo gusto. 

Per lungo tempo il gusto è stato considerato una proprietà intrinseca del cibo, qualcosa che risiede nella materia prima o nella sua preparazione tecnica. Tuttavia, numerosi studi negli ultimi decenni hanno messo in discussione questa visione riduzionista, mostrando come l’esperienza gastronomica sia il risultato di una costruzione percettiva e cognitiva, profondamente influenzata dal contesto, dalle aspettative e dall’interazione tra i sensi. 

GASTROFISICA

È in questo frangente che si colloca la gastrofisica, una disciplina ibrida che interseca neuroscienze, psicologia cognitiva e scienze sensoriali. La gastrofisica si propone di indagare come assaggiamo realmente il cibo, tutto quello che risiede dietro al semplice assaggio di una qualsivoglia pietanza. 

Parallelamente il food design ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dall’estetica del piatto alla progettazione sistemica dell’esperienza alimentare. Mettere in dialogo gastrofisica e food design significa interrogarsi non solo su come percepiamo il cibo, ma su come questa percezione venga progettata, orientata, declinata e molto spesso problematizzata. L’obiettivo di questa analisi è esplorare il rapporto tra queste due prospettive, evidenziandone le potenzialità ma anche le tensioni, in particolare sul piano etico e culturale. In questa chiave, il gusto smette di essere un dato naturale e diventa un oggetto di progetto. 

La gastrofisica nasce dal superamento dell’idea che il gusto sia riconducibile esclusivamente alle papille gustative. Il cibo non è più un semplice mezzo di nutrimento, bensì un’esperienza vera e propria che mostra come dal cibo emerga un’interazione di stimoli visivi, olfattivi, tattili, uditivi e cognitivi. 

DAL CIBO AL SOGGETTO CHE MANGIA

Questa visione sposta l’attenzione dal cibo in sé al soggetto stesso che ne fa uso e consumo, sottolineando come il soggetto vivente abbia un ruolo attivo nel “costruire” il gusto. 

Pertanto, mangiare equivale non solo a ricevere uno stimolo sensoriale, ma a interpretarlo sulla base di aspettative, memorie e contesti culturali. Ad esempio, servire un vino in un contesto molto elegante farà accentuare il valore che si attribuisce al vino servito; oppure un piatto viene giudicato più saporito se associato ad una narrazione coerente. Non sono illusioni, bensì esempi concreti di come può funzionare la percezione umana. 

Quello che si vuole dire è che la materialità del cibo è fondamentale, ma la gastrofisica ne ridimensiona la portata. Secondo tale prospettiva assaporare il gusto è un’esperienza emergente, situata e relazionale, non è più solo una qualità oggettiva e universale. 

Il food design si inserisce in questo scenario come pratica capace di tradurre le conoscenze sulla percezione in scelte progettuali consapevoli. Lontano dall’essere una semplice declinazione estetica della cucina, il food design opera su più livelli: materiali, simbolici e relazionali. Progettare il cibo significa progettare oggetti, spazi, rituali, packaging, servizi e narrazioni che accompagnano l’atto del mangiare. In questa prospettiva, il designer non interviene solo sulla forma, ma sulla costruzione di senso. Il piatto non è più un contenitore neutro, ma un dispositivo comunicativo; il contesto di consumo non è uno sfondo passivo, ma parte integrante dell’esperienza. Il food design assume così una funzione di mediazione tra saperi scientifici, cultura gastronomica e comportamenti sociali.

L’incontro con la gastrofisica rafforza questa dimensione progettuale, offrendo strumenti per comprendere come determinate scelte influenzino la percezione del gusto. 

Però, questo incontro non è privo di ambiguità. Se, da un lato, apre nuove possibilità creative, dall’altro, solleva interrogativi sul confine tra progettazione dell’esperienza e manipolazione della percezione. 

Il pensiero che sta dietro questa affermazione è veicolato da un nesso molto semplice che ha a che fare con la manipolazione che spesso le forme più scorrette di marketing attuano nei confronti della platea dei consumatori. Non è sbagliato vendere un prodotto in modo tale da far pensare all’utente finale che quel determinato oggetto o servizio possa fornire un vantaggio, un beneficio o solo un momentaneo risvolto positivo. È, invece, sbagliato far passare un messaggio che non rispecchia la realtà.

PROGETTAZIONE DI ESPERIENZE PERCETTIVE 

Negli ultimi anni molti prodotti ultra-processati (barrette, snack, yogurt aromatizzati, bevande vegetali zuccherate) vengono progettati attraverso strategie di food design e neuromarketing per apparire più sani di quanto siano realmente. Non è il prodotto a essere sano: è l’esperienza percettiva a essere progettata come tale, a partire dalla micronarrazione e dal naming: termini come balance, pure, active, nature e light costruiscono un’immagine positiva prima dell’assaggio e fanno in modo che questa immagine a priori, che non ha niente a che fare con la vera natura del prodotto offerto, influenzi favorevolmente l’esperienza. 

Anche i colori e i materiali hanno un ruolo centrale in queste operazioni, poiché carta grezza o colori pastello, come verde e beige, tendono a caricare il prodotto di un valore “naturale” e puro, attivando associazioni mentali con artigianalità e sostenibilità. Il punto critico di questa trattazione risiede non tanto nella falsità implicita, quanto più nella dissonanza tra composizione reale del prodotto e percezione indotta. Il consumatore non viene informato male, ma viene guidato percettivamente verso una valutazione errata. 

Quando la progettazione dell’esperienza sostituisce la qualità del contenuto, il food design smette di essere mediazione culturale e diventa simulazione, se non inganno.

TENSIONI E POTENZIALITÀ

E tutto questo cos’ha a che fare con la gastrofisica? Banalmente, tutte queste progettazioni, volenti o nolenti, rientrano in uno spettro di azione della gastrofisica stessa, anche se l’intenzione iniziale non era quella. L’applicazione dei principi gastrofisici al food design è ormai diffusa in molti ambiti, dalla ristorazione di alta gamma al marketing alimentare. È noto, ad esempio, che piatti di colore scuro tendano a intensificare la percezione di dolcezza, o che posate più pesanti siano associate a una maggiore qualità percepita del cibo. Allo stesso modo, il suono croccante di un alimento può amplificarne la freschezza percepita, indipendentemente dalla sua composizione reale. Questi meccanismi, se utilizzati in modo consapevole, possono arricchire l’esperienza gastronomica, rendendola più coerente e coinvolgente.

 Tuttavia, è proprio qui che emergono le prime tensioni. 

Quando la gastrofisica viene impiegata per compensare la scarsa qualità di un prodotto o per indurre aspettative ingannevoli, il rischio è quello di trasformare il progetto in uno strumento di manipolazione. D’altra parte, però, la sua potenza può essere usata come facilitatore di comportamenti virtuosi.

Una delle direzioni più interessanti del dialogo tra gastrofisica e food design riguarda, infatti, il tema della sostenibilità. Se la percezione del gusto è influenzabile, allora è possibile utilizzarne i meccanismi non solo per aumentare il piacere immediato, ma per orientare comportamenti più responsabili. Migliorare l’accettabilità di cibi a basso impatto ambientale, ridurre lo spreco alimentare o favorire un consumo più consapevole sono obiettivi che possono beneficiare di un approccio percettivo informato. In questo contesto, il food design diventa uno strumento educativo oltre che esperienziale. 

Progettare il gusto significa anche progettare un rapporto diverso con il cibo, meno basato sull’eccesso e più attento alla qualità complessiva dell’esperienza. La gastrofisica può supportare questa transizione, a patto di essere inserita in una cornice etica chiara. Il punto non è “ingannare” il palato, ma riconoscere che ogni esperienza alimentare è già, di per sé, una costruzione. Rendere espliciti i meccanismi percettivi può aiutare a restituire al consumatore un ruolo più attivo e consapevole, anziché ridurlo a destinatario passivo di stimoli progettati. Il confronto tra gastrofisica e food design mette in evidenza come il gusto non sia un dato naturale, ma un fenomeno complesso, situato all’incrocio tra percezione, cultura e progetto. Considerare il gusto come oggetto di progetto implica una responsabilità culturale ed etica. Progettare l’esperienza alimentare significa intervenire su comportamenti, desideri e immaginari collettivi. 

Il gusto, in definitiva, non è nel piatto: è nello spazio che si crea tra ciò che mangiamo, come lo mangiamo e il significato che attribuiamo a quell’esperienza. Ed è proprio in questo spazio che food design e gastrofisica possono contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’alimentazione.


Il mito del tè come seconda merce globale più venduta dopo il petrolio: il potere di un mito commerciale, simbolico e poetico.

Il tè vanta una storia profondamente radicata nella civiltà umana. L’infusione derivata dalle foglie di Camellia sinensis[1], dal  2700 a.C, si è imposta come bevanda globale, risultando oggi la più consumata al mondo, dopo l’acqua[2]

È diffuso anche un altro primato associato al tè: che sia la seconda merce fisica più commercializzata al mondo dopo il petrolio. Un’affermazione tanto ripetuta, quanto priva di fondamento, ma straordinariamente resiliente. Ciò che affascina, tuttavia, non è tanto la sua falsità economica, quanto la sua persistenza simbolica.

Le prime occorrenze note di questa affermazione compaiono in testi divulgativi e articoli nell’ultimo ventennio del Novecento, spesso privi di riferimenti statistici. Si può ipotizzare che il mito sia nato per sovrapposizione semantica: l’industria del tè cercava di enfatizzare la propria centralità simbolica, e qualcuno trasformò un dato qualitativo (il tè è una delle merci più diffuse al mondo) in un superlativo competitivo (la seconda dopo il petrolio), imponendo il linguaggio del primato tipico della comunicazione economica.

In termini puramente commerciali, il mito è facilmente smentibile. Secondo i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’International Trade Centre (ITC), il tè non figura nemmeno tra le prime venti merci degli scambi mondiali. Lo superano ampiamente petrolio, gas, automobili, chip, grano, ferro, rame, caffè. La produzione mondiale di tè ha un valore di circa 20-250 miliardi di dollari[3], cifre che impallidiscono di fronte ai trilioni del mercato energetico o tecnologico.

La questione più interessante è che nessuno sembra voler smentire il mito. Le agenzie del tè, i Paesi produttori, la stampa lo ripetono con una leggerezza che sfiora la connivenza poetica. Il mito, infatti, non si diffonde per errore, ma perché diventa dispositivo culturale. Che funziona perché istituisce una coppia archetipica: tè e petrolio. L’uno è chiaro, profumato, rituale, l’altro scuro, viscoso, esplosivo; l’uno vegetale, l’altro minerale; l’uno simbolo di pausa, l’altro di accelerazione. Uno è energia che organizza il mondo tramite socialità, estetica, disciplina del tempo, accoglienza, pace, l’altro è energia che consuma il mondo. Il petrolio si erge come paradigma della modernità: estrazione, accelerazione, conflitto, distruzione, accumulo, energia materiale; il tè ne diventa il contro-paradigma: lentezza, ritualità, aggregazione, cultura, energia spirituale. Oro verde e greggio: gentilezza civilizzatrice in opposizione alla durezza del mondo industriale. Questa lettura simbolica trova eco nella tradizione orientale del tè come rito di consapevolezza, in cui ogni gesto tende alla perfezione ed è esercizio di presenza. L’Occidente, invece, ha costruito il proprio immaginario energetico sul dominio della materia: trasformare, estrarre, consumare. 

I miti servono a rendere pensabili le contraddizioni che una cultura non riesce a conciliare, sosteneva Claude Lévi-Strauss[4]. Il mito non elimina la contraddizione, ma la media, la maschera o la sposta attraverso una serie di trasformazioni, rendendo così un conflitto inconciliabile più accettabile o comprensibile per la comunità che lo narra. Qui la contraddizione è evidente: l’uomo moderno dipende da combustibili che distruggono il pianeta. Questa contrapposizione viene risolta con un’immagine conciliatrice: l’energia può essere dolce e pulita, salutare, in armonia con la natura e può essere diffusa quasi come l’energia che distrugge e inquina. 

In definitiva, il mito del tè non mente: trasfigura. Ci ricorda che l’economia globale non è solo un insieme di scambi materiali, ma anche un paesaggio di sogni, memorie, desideri e promesse. Il tè, bevanda della calma, diventa simbolo compensativo di un’epoca fondata sull’esaurimento energetico e psichico. È la merce che non è solo merce, ma rito, meditazione, purificazione. Il suo primato immaginario rappresenta la speranza di un’economia meno aggressiva, capace di nutrire senza distruggere. Il sogno di un mondo dove la delicatezza possa prevalere sulla potenza. 

Questo mito è figlio della cultura globale che costruisce narrazioni di equilibrio per compensare le proprie ansie sistemiche. In un’epoca segnata dall’esaurimento delle risorse, dalla competizione energetica e dalla paura del futuro, il tè diventa l’immagine di un’energia gentile dell’attesa, della presenza e della cura, opposta al rumore dei motori.  Il mito trasforma l’economia in racconto morale, con la speranza che il commercio, un giorno, possa profumare di umanità.

 

NOTE:

[1] Camellia sinensis  era consumata già 5000 anni fa in Cina come cibo e farmaco. Le prime civiltà cinesi, risalenti a 4000-5000 anni fa, hanno dimostrato una profonda comprensione delle potenziali proprietà terapeutiche del tè, riconoscendo la sua capacità di affrontare e prevenire vari disturbi umani. Erling Hoh, V. H. M. (2009). The true history of tea. Thames & Hudson.

[2] Grigg, D.The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3

[3] Le cifre molto discordanti riferite al mercato globale del tè (da 18 miliardi USD a oltre 250 miliardi USD) sono dovute a diverse metodologie di calcolo e definizioni di mercato del tè, utilizzate dalle società di ricerca. Alcuni report misurano solo il mercato del tè tradizionale (foglie, bustine), venduto nei negozi. Altri includono anche il tè ready-to-drink (RTD), cioè le bevande a base di tè pronte per il consumo (in lattina, bottiglia). Alcuni includono anche il canale out-of-home (bar, ristoranti, teahouse), che aggiunge molto valore. Esistono anche report che parlano di alta gamma o specialty tea (high-end tea), ovvero prodotti premium (tè pregiati, biologici, rarità) con margini di profitto differenti. Global Tea Auction https://www.globalteaauction.com/global-tea-market/ riporta come Il mercato globale del tè non mostri segni di rallentamento. Gli esperti prevedono che raggiungerà i 102 miliardi di USD entro il 2025 e che continuerà a prosperare con tassi di crescita previsti (CAGR) tra il 6,3% e il 6,6% nei prossimi anni. Secondo Grand View Research, il mercato globale del tè tradizionale (foglie, tè classico) è stato stimato intorno ai 17,4 miliardi di USD nel 2024, con una crescita prevista fino a 24,6 miliardi entro il 2030 (CAGR ~6%) (CAGR ~6%) grandviewresearch.com+2grandviewresearch.com+2.  Un resoconto di Future Market Report stima il mercato del tè tradizionale a 18,5 miliardi di USD nel 2025, con una previsione di crescita fino a 29,5 miliardi entro il 2032. Future Market ReportBusiness Research Insights, invece ha proposto una stima molto più alta: 108,65 miliardi di USD per il 2024, e prevede che il mercato arrivi a 190,85 miliardi di USD entro il 2033. Business Research Insights. Per il settore high-end tea (tè premium / specialty), Cognitive Market Research ha stimato un mercato di 126,84 miliardi di USD nel 2024. Cognitive Market Research. In un rapporto citato da John Keells PLC, si nota che le stime per il 2024 variano molto a seconda della fonte, “da circa 17,42 miliardi fino a circa 80,94 miliardi di USD” a seconda dei metodi usati. In generale, le cifre più basse si riferiscano a segmenti specifici, come il solo tè RTD, o un'analisi ristretta alle sole materie prime. Le cifre attorno a 100 -150 miliardi di USD rappresentano la stima più attendibile e generale per il mercato globale di tè in bustina e sfuso. Le cifre più alte (fino a 250 miliardi di USD) includono segmenti aggiuntivi e in forte crescita, come il tè RTD e anche infusi e tisane non derivati dalla Camellia sinensis, o proiezioni a lungo termine, in cui il mercato del tè è inteso in modo molto ampio (inclusi accessori, teahouse, import/export, investimenti), o addirittura come un macro-settore di bevande a base di tè, che include molte categorie.

In sintesi, la cifra più equilibrata per la dimensione attuale del mercato globale del tè in senso lato (ma senza considerare segmenti troppo specifici) sembra essere vicina ai $100 - $110 miliardi

[4] C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, 1966. In sostanza, per Lévi-Strauss, la funzione primaria del mito è cognitiva e mediatrice, non storica o esplicativa in senso stretto. Il mito funziona come un "discorso enigmatico" che permette di esprimere e mediare opposizioni e contraddizioni che altrimenti sarebbero paradossali e inaccessibili al pensiero razionale ordinario. Il mito risulta essere un dispositivo logico che opera nella mente umana per affrontare e tentare di risolvere le contraddizioni fondamentali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

1. Food and Agriculture Organization (FAO), FAOSTAT Database, 2024; International Trade Centre (ITC), Trade Map, 2024.

2. S. K. Jain, Tea: A Global History, Reaktion Books, 2011.

3. Hicks, A. (2001). Review of global tea production and the impact on industry of the Asian economic situation. In Asian International Tea Conference, Singapore, 5, pp. 227–231.

4. Erling Hoh, V. H. M. The true history of tea. Thames & Hudson, 2009.

5. Pan, S. Y. , Nie, Q. , Tai, H. C. , Song, X. L. , Tong, Y. F. , Zhang, L. J. , Wu, X. W. , Lin, Z. H. , Zhang, Y. Y. , Ye, D. Y. , Zhang, Y. , Wang, X. Y. , Zhu, P. L. , Chu, Z. S. , Yu, Z. L. , & Liang, C. (2022). Tea and tea drinking: China's outstanding contributions to the mankind. Chinese Medicine, 17: 1-40. 27. DOI: 10.1186/s13020-022-00571-1

6. Grigg, D. The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3

 


Il vero frutto della COP30: il fondo per la salvaguardia delle foreste

Non era difficile immaginare come sarebbe andata a finire la COP30. È andata come le riunioni degli anni precedenti: dichiarazioni finali con impegni generici e non cogenti sulla riduzione dell’uso dei combustibili fossili.

Un risultato deludente?

Sì, se si considerano gli obiettivi che si erano dati storicamente i Paesi che fanno parte dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), in particolare durante la COP21 del 2015, quella che viene ricordata come “Accordi di Parigi”.1

No, invece, se lo si vede dal punto di vista dei Paesi che pur facendo parte dell’UNFCCC basano la loro economia sull’energia da fonti fossili; sia i Paesi produttori ed esportatori di petrolio, che i Paesi, come la Cina e l’India, che - per sostenere la loro crescita economica - tuttora non possono fare a meno di bruciare ogni anno milioni di tonnellate di carbone e petrolio (le emissioni di Cina più India sono pari al 37% del totale mondiale2).

Ma che ci siano forti resistenze politiche agli impegni cogenti è un fatto che non può stupire, nessuno vuole rinunciare al benessere economico (acquisito o da acquisire) in nome della transizione green.

E dire che quest’anno la sede della COP era a Belém, città brasiliana scelta simbolicamente come porta di accesso all’Amazzonia, sotto attacco da decenni per utilizzare il suo legname e, soprattutto, terra per coltivazioni e pascoli (per il mondo ricco).

Se i risultati in termini di impegno nella riduzione dell’uso di combustibili fossili e quindi di immissione di gas climalteranti in atmosfera sono stati deludenti, rileviamo comunque un risultato potenzialmente importante ma che è già fonte di polemiche e controversie.

Parliamo della costituzione di un fondo per la difesa delle foreste: il TFFF, Tropical Forests Forever Facility. La creazione di questo fondo è stata fortemente voluta e spinta dal presidente brasiliano Lula, appunto come strumento finanziario indispensabile per la salvaguardia delle foreste tropicali, a cominciare dall’Amazzonia stessa. L’idea che sta alla base di questa decisione è che serve una visione globale della gestione dei suoli da difendere dall’antropizzazione: dalle foreste, all’agricoltura, ai pascoli.

Proteggere le foreste è strategico. La loro importanza per lo stoccaggio della CO₂ è fondamentale e, specularmente, i numerosissimi disastrosi roghi che devastano ogni anno milioni di ettari in ogni parte del mondo, provocano l’immissione di enormi quantità di biossido di carbonio in atmosfera. L’esatto opposto di ciò che le foreste possono fare in positivo per il pianeta.

Il concept progettuale del fondo era già stato presentato durante la COP28 ma è appunto in questa COP30 che lo strumento è nato ufficialmente, per creare un vantaggio economico per i Paesi che proteggono o ripristinano le foreste e la biodiversità, trasformando la tutela della natura in un’opzione economicamente competitiva rispetto alla sua distruzione.

Il fondo si propone di raccogliere risorse molto ingenti. Al momento del lancio, gli impegni di spesa dei Paesi partecipanti ammontavano a circa 5,5 miliardi di dollari, ma l’obiettivo dichiarato è di arrivare a 125 miliardi.

L’obiettivo principale del fondo è, quindi, quello di creare un flusso costante e continuo di denaro per ogni ettaro di foresta preservata o ripristinata.

Attenzione però: il fondo non destinerà i 125 miliardi di dollari (per adesso esistenti solo come impegno) direttamente nelle attività di salvaguardia; il capitale sarà investito sui mercati globali in attività finanziarie a basso rischio (titoli di Stato, obbligazioni di grandi enti…) e punta a ricavare circa 4 miliardi di dollari all’anno di interessi. Sono quei 4 miliardi che verranno destinati alla missione del fondo.

Si tratta quindi di un investimento finanziario che preserva il capitale e utilizza gli interessi generati per realizzare l’attività ad impatto ambientale e sociale.

Ma a chi arriverebbe questo flusso di denaro? Il 20% sarebbe destinato alle popolazioni locali e indigene, per garantire un improvement sociale per la loro vita e come riconoscimento del loro ruolo di difensori della foresta. L’altro 80% è destinato al manejo forestal, ovvero alla gestione forestale sostenibile che garantisce, appunto, la difesa e la riforestazione. Va ricordato però che le regole di distribuzione sono ancora in fase di definizione; al momento queste percentuali rappresentano solo un obiettivo dichiarato, non un meccanismo operativo consolidato, e a molti commentatori sembra che la quota destinata alle popolazioni locali dovrebbe essere più elevata.

I sostenitori del TFFF lo presentano come un passo avanti concreto di giustizia ambientale e sociale e, quindi, verso il raggiungimento degli obiettivi di Parigi. Con questo piano la conservazione naturale viene remunerata in modo sistematico e duraturo, rendendo la tutela un’opzione economicamente competitiva rispetto alla deforestazione.

Attualmente sono coinvolti cinquanta Paesi, Italia compresa, e diciannove fondi sovrani, ma si pensa a un allargamento a tutti i Paesi dell’UNFCCC per un impegno veramente globale a favore della conservazione degli ambienti naturali e contro la crisi climatica.

Ad oggi il finanziamento dei progetti a difesa delle foreste, i cosiddetti progetti REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation), avviene attraverso l’emissione di crediti di carbonio; titoli che rappresentano la rimozione di una tonnellata di CO₂ e che vengono acquistati sul mercato obbligatorio (grandi aziende inquinatrici, ad esempio le siderurgiche) o sul mercato volontario (aziende che acquistano per senso di responsabilità e per motivi reputazionali).

È chiaro che il TFFF sarebbe un passo avanti perché renderebbe il finanziamento costante nel tempo e non legato all’andamento di singoli progetti, e perché sgancerebbe il finanziamento stesso dalla logica dell’emissione dei crediti di carbonio che tante discussioni e polemiche ha creato in questi anni.

Tutto bene, quindi?

Presto per dirlo, ma sono arrivate immediatamente anche molte critiche. Il problema che segnalano molti osservatori è il pericolo di un eccesso di dipendenza della tutela naturale da meccanismi finanziari; meccanismi che hanno i loro centri decisionali nei Paesi economicamente forti. Si teme quindi una posizione di subalternità dei Paesi in via di sviluppo, dove invece sono presenti le grandi foreste da preservare3.

L’altro tema di discussione è che le regole di distribuzione dei fondi sono ancora tutte da scrivere e c’è scetticismo sulla possibilità di realizzare una distribuzione equa delle risorse in base alle reali necessità dei territori.

Tuttavia non si può non considerare che anche a fronte di queste legittime perplessità, il TFFF può diventare uno strumento di salvaguardia della natura più efficace rispetto a quanto si è visto fino ad oggi, anche perché ci libererebbe dal meccanismo di emissione dei crediti di carbonio come fonte di finanziamento. Meccanismo che continua ad essere estremamente controverso nel calcolo della CO₂ rimossa e nei conseguenti aspetti finanziari.

La comunità impegnata a dar vita a questo strumento è chiamata a un grande sforzo per determinare regole chiare, trasparenti e che impediscano attività di greenwashing.

Quindi, se il TFFF si rivelerà uno strumento efficiente e giusto, potremo dire che la COP30 sarà stata molto più utile di quanto sia sembrato a fine lavori.

Ma per capire se sarà così ci vorranno anni.

 

NOTE:

1 L’obiettivo principale della COP21 era di mantenere l’innalzamento della temperatura globale del pianeta entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali

2 Fonte Euronews

3 Qualcuno potrebbe chiedersi perché sia il TFFF, sia i progetti REDD, riguardino solo le foreste tropicali (Amazzonia, Africa, Sud est asiatico) e non già anche le foreste boreali, come le foreste siberiane e canadesi. Il motivo è duplice: da un lato le foreste tropicali sono quelle maggiormente sottoposte a deforestazione per motivi economici; in Siberia e Canada ci sono stati negli ultimi anni gravissimi incendi che hanno distrutto milioni di ettari ma si è trattato di incendi in parte anche dolosi ma non provocati con l’intenzione di destinare ad altro uso le parti di foreste bruciate. Il secondo motivo è che si tratta di foreste che insistono su Paesi economicamente forti che non hanno bisogno di aiuti finanziari per la gestione delle stesse.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- Valori.it – Come funziona il Tropical Forest Forever Facility (TFFF)

- Wired – Dalla COP 30 può nascere la vera alternativa all’economia della deforestazione

- COP30 Official Website

- Sapereambiente – Dalla Cop30 il fondo per la conservazione delle foreste tropicali

- Project Drawdown – What to know about the Tropical Forest Forever Facility from COP30


La sensibilità di Gaia - Gli aspetti controversi dell’“ambientalismo scientifico” 

Come molti sanno, l'ipotesi Gaia è stata formulata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979, nel libro Gaia. A New Look at Life on Earth e co-sviluppata dalla microbiologa Lynn Margulis negli anni Settanta. Da quel libro sono nate moltissime riflessioni, anche nella sociologia della scienza.

GAIA: NON (SOLO) UN FATTO SCIENTIFICO, MA UN MODO DI IMPARARE A SENTIRE

Quando Lovelock propose l’ipotesi di Gaia, descrisse la Terra come un sistema vivente e autoregolativo: non un organismo unico, ma una rete di processi interdipendenti – oceani, atmosfera, suoli, specie viventi – che si influenzano a vicenda mantenendo condizioni favorevoli alla vita. Gaia, dunque, non è una divinità o un’entità mistica: è una maniera scientifica per dire che il pianeta risponde, reagisce, cambia insieme alle nostre azioni.

Bruno Latour (2014) riprende questo concetto, ma gli dà una torsione decisiva. Per lui il problema non è capire che cosa sia Gaia, ma come impariamo a percepirla. Non basta accumulare dati, grafici o modelli climatici per farci sentire la Terra come un attore con cui siamo in relazione. Gaia, dice Latour, non entra nel mondo attraverso la conoscenza meramente “scientifica”; entra quando diventiamo sensibili ai suoi segnali. E diventare sensibili non è un fatto automatico: è un apprendimento.

Latour parte da una domanda semplice: «Come diventiamo sensibili?» In altre parole: cosa ci fa accorgere che il mondo sta cambiando? Cosa ci fa sentire il ritorno delle nostre azioni sull’ambiente? La risposta è che i dati non bastano. Servono, ma non producono sensibilità da soli. Possiamo conoscere il riscaldamento globale senza percepirlo; sapere tutto delle emissioni senza sentire alcun coinvolgimento morale. Gaia allora non è – o non dovrebbe essere – un’idea astratta: è il nome che diamo a questo nuovo tipo di sensibilità verso il pianeta. È l’esperienza del “feedback” della Terra sulle nostre azioni.

SENZA ESTETICA NON C’È ECOLOGIA: PERCHÉ I DATI NON BASTANO

Qui entra in gioco l’estetica, nel senso originario del termine: aesthesis significa “percepire attraverso i sensi” e “rendere sensibile”. Per questo Latour (2014) rifiuta la separazione rigida tra scienza e arte. Gaia passa attraverso studi geologici e climatici, certo, ma anche attraverso romanzi, film, fotografie, metafore, immagini speculative. Tutto ciò che ci permette di percepire segnali minimi – un cambiamento nella qualità dell’aria, una siccità, una stagione fuori tempo, un paesaggio che non riconosciamo – e di collegarli tra loro, diventa una forma estetica che permette di percepire Gaia.
Anche Timothy Morton, uno dei teorici più radicali dell’ecologia contemporanea, insiste sullo stesso punto: la sensibilità ecologica non cambia semplicemente aggiungendo informazioni. In Hyperobjects (2013) e poi in Being Ecological (2018), Morton si lamenta apertamente del fatto che la crisi climatica continui a essere raccontata come un problema di più dati, più grafici, più evidenze, sottolineando che abbiamo già avuto mezzo secolo di informazioni sempre più precise senza che questo abbia modificato la nostra relazione con il pianeta. Conoscere non significa sentire.
Per Morton, il problema è esattamente quello che Latour vede in Gaia: l’assenza di un vero lavoro estetico, cioè di un cambiamento nella nostra capacità di percepire ciò che accade. I dati, da soli, possono descrivere la temperatura media globale, ma non aprono automaticamente uno spazio affettivo, immaginativo o etico capace di trasformare la nostra attenzione. Il rischio, dice Morton, è che il sovraccarico di informazioni produca l’effetto opposto: una sorta di torpore, una distanza anestetica che ci fa guardare la crisi climatica come un fenomeno astratto.

Questa critica rafforza l’idea che Gaia non sia solo un concetto scientifico, ma una questione di arte e di politica – o di “arte politica”. Per questo la sensibilizzazione a Gaia è un processo collettivo. Si costruisce nelle famiglie, nelle scuole, nelle discussioni quotidiane, ma soprattutto negli spazi della società civile: associazioni, movimenti, gruppi locali, comunità che sperimentano nuovi modi di stare a contatto con i problemi. Sono quelle che Kosnoski (2005) chiama “enclavi estetiche” (aesthetic enclaves): luoghi dove si impara a sentire insieme, a dialogare, a trasformare il nostro modo di preoccuparci per qualcosa.

QUANDO L’“AMBIENTALISMO SCIENTIFICO” ANESTETIZZA INVECE DI SENSIBILIZZARE

Negli anni Ottanta e Novanta molte organizzazioni ambientaliste costruivano il proprio messaggio sull’idea di “ambientalismo scientifico”: più dati, più misurazioni, più evidenze. Era una strategia comprensibile, nata nel tentativo di mostrare che i problemi ecologici non erano opinioni, ma fatti. L’intenzione era nobile: rendere oggettivo l’allarme climatico. Ma questa impostazione, centrata quasi esclusivamente sulle evidenze, ha prodotto un effetto collaterale imprevisto: una sorta di anestesia percettiva. 

Con l’accumulo continuo di grafici, curve della CO₂, report sempre più tecnici, il rischio è stato quello di ridurre la crisi ecologica a un problema di calcolo, depurandola delle dimensioni affettive, morali, immaginative che permettono alle persone di sentirsi coinvolte. L’idea che “la scienza parlerà da sola” ha finito per lasciare “senza voce” i problemi ecologici. E infatti i dati, presi da soli, non convincono nessun climascettico: chi non vuole sentire, non sente nemmeno di fronte a migliaia di pagine dell’IPCC. Non perché i dati siano sbagliati, ma perché la sensibilità non si modifica per la mera accumulazione di informazioni. 

L’ambientalismo scientifico, nel suo insistere sulla neutralità dei fatti, ha spesso trascurato il lavoro estetico necessario a trasformare la percezione. Questa stagione dell’ambientalismo “tecnico” mostra che la questione ecologica non è una questione di quantità di dati, ma di qualità dell’attenzione. Non basta mostrare: bisogna rendere sensibili. Senza questo passaggio, la scienza rimane un rumore di fondo, incapace di attivare responsabilità, immaginazione o cura. È proprio qui che Gaia, come figura estetica e sensoriale, offre un’alternativa: non un mondo da “dimostrare”, ma un mondo che si impara a sentire.

CONCLUSIONE: GAIA COME ARTE POLITICA

Se Gaia non è qualcosa da conoscere di più, ma qualcosa da percepire meglio, allora la sfida che abbiamo davanti non riguarda l’informazione, ma la risposta. La sensibilità a Gaia non nasce nei laboratori o nei report, ma nelle forme di vita che rendono possibile quell’attenzione condivisa che il solo sapere non produce. È in questo spazio intermedio – tra percezione, immaginazione e pratica – che la questione ecologica diventa veramente politica: perché ci chiede non soltanto di capire il mondo, ma di imparare a rispondergli.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Kosnoski, J. (2005). John Dewey’s Social Aesthetics. Polity, 37(2), 193–215.

Latour, B. (2014). Sensitizing. In C. Jones (Ed.), Experience: Culture, Cognition, and the Common Sense (pp. 315–338). Cambridge, MA: MIT Press.

Lovelock, J. E. (1979). Gaia: A New Look at Life on Earth. Oxford: Oxford University Press.

Morton, T. (2013). Hyperobjects: Philosophy and Ecology after the End of the World. Minneapolis: University of Minnesota Press.

Morton, T. (2018). Being Ecological. Cambridge, MA: MIT Press.


Decomputing come atto di resistenza - Prima parte

Questo intervento - che Controversie pubblica in due parti, questa e la prossima settimana - è intitolato "Decomputing as Resistance". In esso, sosterrò che l'IA contemporanea rivela alcune falle nell’apparente connessione senza “cuciture visibili” (seamless) di tutte le tecnologie digitali del nostro sistema attuale, con evidenze che non possono essere ignorate. Proporrò che l'IA sia di per sé un problema tecnico; un balbettante passo falso dell'ordine neoliberista che ne suggerisce l’intrinseco disordine.

Quello che proporrò come contromisura è il decomputing; un approccio che prende di mira direttamente l'intelligenza artificiale, ma riguarda e intende scollegare qualcosa di più del solo digitale. Il decomputing è un modo per riconfigurare le nostre relazioni sociali ed economiche più ampie.

L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE È CONSIDERATA DANNOSA

Quando parlo di IA mi riferisco alle tecnologie specifiche che legittimano così tanti danni sociali e ambientali in questo momento. In particolare parlo delle reti neurali e dei modelli trasformativi1 .

È affascinante osservare l'ascesa di questi meccanismi dell'intelligenza artificiale, perché – in realtà – è una finzione. L'IA predittiva è inaffidabile quanto l'IA generativa; sono entrambe gigantesche operazioni di corrispondenza dei modelli il cui unico appiglio sulla realtà è la correlazione. È come un QAnon informatico.

Il fatto che questi modelli siano anche del tutto opachi rende impossibile svelare il processo che ha portato a un particolare output. In pratica, i modelli di ragionamento non possono davvero dirti come sono arrivati a una risposta. Eppure, l'intelligenza artificiale viene presentata come una soluzione tecnologica generalizzabile ai problemi più spinosi della società e un agente così intelligente che sarà sicuramente in grado di sostituirci.

Sebbene l'intelligenza artificiale non sia veramente in grado di sostituire nessuno, funziona come motore di precarizzazione ed emarginazione, come nel caso dei tagli algoritmici al welfare2; è un apparato che estrae grossolanamente quanta più conoscenza umana codificata possibile al fine di fornire un sostituto scadente per funzioni sociali chiave come l'istruzione e l'assistenza sanitaria, concentrando ulteriormente ricchezza e potere.

VIOLENZA INFRASTRUTTURALE

Questa violenza strutturale è ora integrata da quantità altrettanto eclatanti di violenza ambientale.

Come ora ci rendiamo conto, i presunti vantaggi di avere un chatbot intelligente in tasca hanno un prezzo incredibilmente alto in termini di consumo di energia e di acqua; e la catena di approvvigionamento per la produzione delle GPU dipende dall'estrattivismo coloniale e dai minerali alla base di numerosi conflitti armati.

Certamente, la domanda di energia per l'IA non è il leviatano che ci fa precipitare in un cambiamento climatico irreversibile, l'industria dei combustibili fossili e l'agricoltura industriale non hanno bisogno di alcun aiuto su questo fronte.

Tuttavia, l'indiscussa inevitabilità dell'IA come unico futuro per lo sviluppo economico e come chiave del potere geopolitico legittima le aziende tecnologiche ad abbandonare la loro pretesa performativa di sostenibilità, e consumare energia senza controllo.

Questo significa che, quando le infrastrutture nazionali, che già barcollano sotto il peso delle politiche private di profittabilità, saranno portate al collasso dalle ulteriori richieste dei data center, l'IA avrà la priorità sui bisogni umani.

SCALABILITÀ

Voglio concentrarmi per un attimo sulla scalabilità come concetto che lega insieme l'apparato tecnico dell'IA con il contesto sociale.

Il modello connessionista dell'IA, che sta alla base di tutto l’impianto di sviluppo, esiste da decenni ma è stato quasi ignorato fino al 2012, perché erano necessari troppi dati e troppa potenza di calcolo per elaborare risposte plausibili. La convergenza di social media, set di dati in crowdsourcing e GPU ha cambiato la prospettiva.

Da allora, l'industria dell'intelligenza artificiale ha generato un mini-universo di metriche auto-rinforzanti - e dal sapore eugenetico - che pretendono di misurare i progressi senza affrontare le cose che devono davvero cambiare.

Il fattore di base del successo di queste metriche è la scalabilità dei set di dati e della potenza di calcolo. Se misuriamo il calcolo in termini di operazioni in virgola mobile o FLOP, passiamo dai 1017 FLOP del primo AlexNet ai 1025 FLOP dei modelli più recenti.

Per mettere questo dato in prospettiva, questo livello di scalabilità supera qualsiasi altra rivoluzione tecnologica, dall'adozione dei telefoni cellulari al sequenziamento del genoma.

La logica generale di tutte le metriche del settore è esattamente la stessa del PIL: l'unica cosa che conta è la crescita, la crescita, la crescita, indipendentemente dai danni collaterali generati lungo il percorso.

La scalabilità illimitata è una visione di crescita infinita basata su modelli di cooptazione (nel testo originale: enclosure, creazione di nuovi mercati, trasformando cose che prima non erano economiche in nuovi beni mercificabili, NdT) mai realizzati prima e sull’ipotesi di forme di conoscenza che andranno oltre la comprensione umana.

È la scalabilità che attrae i flussi di capitale di rischio a breve termine, ed è la scalabilità alla base delle affermazioni sulla superintelligenza emergente.

Agli occhi dei sostenitori dell'IA non ci sono, quindi, limiti sociali, ambientali o planetari.

Di fatto, essi sostengono la necessità di andare oltre e più velocemente perché solo l'intelligenza artificiale può salvarci dalla crisi climatica e curare tutte le malattie umane.

MOBILITAZIONE TOTALE

Possiamo ritenere a buon diritto che la convergenza intorno all'infrastruttura dell'IA possa essere intesa come una forma di "mobilitazione totale", un termine coniato negli anni '30 dallo scrittore ultranazionalista Ernst Jünger, per caratterizzare la canalizzazione di tutte le risorse materiali ed energetiche di una nazione in un nuovo ordine tecnologico.

Per Jünger siamo entrati in una nuova era, che richiede «la conversione della vita stessa in energia» poiché le nazioni sono «spinte inesorabilmente a impadronirsi della materia, del movimento e della forza attraverso il formalismo della tecnoscienza»

La mobilitazione totale legittima una nuova forma di ordine politico basato sul vitalismo del conflitto. Oggi, stiamo assistendo all'abbandono dei propri impegni a favore del bene comune, da parte delle grandi aziende di intelligenza artificiale, che si radunano attorno a visioni di predominio nazionalista, basato – come sempre - sulla potenza militare ed economica.

Il risultato della mobilitazione di tutte queste energie non è – quindi - semplicemente l'accumulazione di capitale, ma comporta la separazione della società dai suoi precedenti ormeggi morali e l’allineamento con la visione di una svolta verso una nuova epoca, svolta guidata dalla violenta trasformazione tecnologica.

E questa spinta verso l’estrema tecnologizzazione non è, come sembrerebbe, una forma di nichilismo ma l’espressione della volontà di potenza nietzschiana.

TECNOFASCISMO

Ovviamente, non sto dicendo che i nostri leader tecnologici e politici siano appassionati studiosi delle idee di Jünger, ma che la mobilitazione totale cattura l’interesse e genera il culto dell'IA da parte dei vertici aziendali e dei governi nazionali, in risonanza con l'accelerazionismo e con la politica neo-reazionaria che pervadono l'industria tecnologica e fanno da ponte con i movimenti politici come il MAGA e con l'estrema destra.

Questo stile di pensiero – caratterizzato da scenari di tecnologie fantascientifiche e di autoritarismo – è la risposta di coloro che desiderano mantenere una massiccia asimmetria di potere e ricchezza a fronte del crollo dell'ordine neoliberista, crollo determinato dalle sue stesse contraddizioni e dei conseguenti shock di sistema, come l'austerità e il cambiamento climatico.

Comprendere questi sviluppi, insieme alla proliferazione dell'infrastruttura dell'IA come una forma di mobilitazione totale, suggerisce che abbiamo a che fare con un cambiamento di fase di stampo tecnopolitico, un cambiamento che non sarà sviato o trattenuto dalla razionalità e dalla regolamentazione, un cambiamento che considera sostanzialmente usa e getta chi non fa parte della piccola élite destinata a guidare questo cambiamento.

 

NOTE:

1 Il modello trasformativo è un tipo di architettura di rete neurale che eccelle nell'elaborazione di dati sequenziali, principalmente associati ai modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM). I modelli trasformativi hanno raggiunto prestazioni eccezionali anche in altri campi dell'AI, come ad esempio la computer vision, il riconoscimento vocale e la previsione delle serie temporali. (https://www.ibm.com/it-it/think/topics/transformer-model). Sono modelli di apprendimento profondo che adottano il meccanismo della auto-attenzione, pesando differentemente la significatività di ogni parte dei dati in ingresso. Sono usati primariamente nelle branche dell'elaborazione del linguaggio naturale e della visione artificiale.


Gemelli digitali – Tutti i modelli sono sbagliati ma alcuni sono utili

Tutti i modelli sono sbagliati ma alcuni sono utili
(George Box)

 

A dicembre 2024 abbiamo iniziato – con un articolo pubblicato da  A. Saltelli con un largo gruppo di coautori - una riflessione sui modelli matematici e algoritmici che simulano la vita e le dinamiche di interi sistemi ambientali, fino a mettersi alla prova sulle dimensioni dell’intero pianeta. Questi modelli sono noti come gemelli digitali di qualcosa.

Seguiamo qui il percorso di un altro articolo di Saltelli, con Lieke Melsen ed Arnald Puy, uscito di recente su Minerva[1], Digital Twins of the Earth Between Vision and Fiction, per proseguire questa riflessione sui gemelli digitali e – più in generale – sull’uso dei modelli di simulazione nella analisi e nei tentativi di soluzione di problemi ambientali e sociali, e cercare una prima, parziale, conclusione di tipo morale.

La definizione di riferimento per gemello digitale ci viene data da IBM:

Un gemello digitale è una rappresentazione virtuale di un oggetto, o di un sistema, disegnata in modo da rifletterlo accuratamente. Il gemello copre il ciclo di vita dell’oggetto rappresentato, viene aggiornato in tempo reale con dati provenienti dall’oggetto situato nel mondo reale o dall’evoluzione del modello stesso. Per funzionare ed aiutare a prendere decisioni, può fare uso di diversi modelli di simulazione, di machine learning e di intelligenza artificiale. [2]

POSSIBILI ONTOLOGIE DEI GEMELLI DIGITALI

Gli autori dell’articolo su Minerva propongono una serie di interessanti e critiche interpretazioni ontologiche dei gemelli, che possono essere diversamente visti come:

  • Strumenti per vedere un mondo [3] attraverso la lente della sua rappresentazione digitale e, grazie a questa rappresentazione, studiarne le caratteristiche, scoprirne le dinamiche e la realtà (The World in the Model – The World in the Twins). Secondo questo punto di vista, il mondo “viene illuminato” dal modello.
  • Artefatti o forme culturali, secondo la teoria di G. Simmel; i modelli sono una “moda” relativamente recente e possono essere interpretati – in generale - come il prodotto culturale degli anni dello sviluppo delle tecnologie informatiche in cui, di converso, si può rinvenire una geografia delle scienze disegnata dalla popolarità di diversi tipi di modelli in diverse parti del mondo.
  • Oggetti distanti [4] dal mondo che rappresentano e che, tuttavia, ne contendono il posto nella narrazione della comunicazione di massa: il modello assume il ruolo di neo-realtà, abolendo e facendo volatilizzare la realtà che simula.
  • Burocrati senza pensiero e senza responsabilità: un gemello digitale di un ambiente può produrre conoscenza e – di conseguenza – materia su cui basare decisioni in maniera automatica e senza assumersi, in quanto macchina, alcuna responsabilità su quanto produce, sia il risultato delle elaborazioni vero, falso, onesto o distorto.
  • Realizzazioni pratiche del sogno cartesiano di predizione e di controllo umano sulla natura, del realismo metafisico di cui Husserl accusa Galilei: il modello permette – sotto una serie di assiomi semplificativi e riduzionisti – di espandere il concetto di legge di natura ad un intero ambiente.
  • Metafore di come percepiamo il mondo, che esprimono in forma indiretta i nostri punti di vista, preconcetti e opinioni sul mondo e sul problema rappresentati, se non addirittura sulle possibili soluzioni.
  • Strumenti di divinazione, che predicono il futuro ma senza l’uso di magia o di poteri divini, e – in quanto tali – dotati di una elevata autorevolezza.

VALORE EPISTEMOLOGICO DEI GEMELLI DIGITALI

Ci pare che dalla interpretazione ontologica “The World in the Model – The World in the Twins” possa discendere la più calzante visione del ruolo epistemico dei modelli di simulazione e dei gemelli digitali, quella proposta dagli autori di mediatori [5] tra teoria e realtà, e tra realtà e osservatore.

Questo punto di vista – dicono gli autori - funge anche da antidoto contro il rischio di concepire i gemelli e i modelli matematici come “sola matematica” e sposta la discussione dalla categoria di ciò che è vero e ciò che è falso a quella della qualità […] dell’artefatto e dei suoi componenti, su cui il giudizio è messo in relazione al task che deve svolgere.

Tuttavia – nell’adozione di questa visione epistemologica - vanno tenuti in considerazione una serie di elementi potenzialmente critici:

  • Quando definiamo come “matematici” i modelli di simulazione e i gemelli, rischiamo di focalizzarci su una vista parziale della loro natura poiché ben spesso questi includono nozioni teoriche (ricordiamoci come ogni esperimento sia carico di teoria), concetti matematici, tecniche digitali, fatti stilizzati, dati empirici, visioni normative , analogie e metafore. Questa considerazione richiede la consapevolezza che il modello – nel suo ruolo di mediatore – espande notevolmente la dialettica tra teoria e realtà.
  • La complessità – in termini di ipotesi principali ed ausiliarie, teorie principali e “di sfondo”, elementi “non matematici” – dei gemelli digitali e di molti modelli, li espone, secondo la tesi di Duhem-Quine, a grandi difficoltà interpretative degli insuccessi e delle divergenze tra i risultati della simulazione e la realtà osservata: spesso non è possibole comprendere quale parte del modello non stia facendo il suo dovere e se sia necessario “fare il mondo più semplice o il modello più complesso”.
  • L’ontologia di mediatore dei modelli richiede, inoltre, l’accortezza di non sovrapporre il modello con il suo referente, di non dimenticare che il gemello è un modello e non la realtà.

ETICA DELLA COSTRUZIONE E DELL’USO DEI GEMELLI

Le avvertenze e le considerazioni di stampo epistemologico evidenziate dagli autori  (e da molti autori citati nell’  articolo, si vedano per questo gli appunti bibliografici), aprono la porta ad una serie di considerazioni di carattere morale [6], la prima considerazione delle quali – secondo me alla base di tutte le successive - è quella, ironica, di G. Box, tutti i modelli sono sbagliati ma alcuni sono utili. Il focus sull’utilità deve far riflettere, sia chi li costruisce che chi li usa, sul perché sono stati creati, sulle ragioni di chi li commissiona o li finanzia e su chi e come li utilizzerà.

Come conseguenza, gli autori mettono in guardia sulla possibilità che i gemelli possano essere:

  • riduzionisti, che ignorano dimensioni scomode o difficili da rappresentare, inficiando la validità del modello o trascurando istanze morali minoritarie;
  • economicisti, che mettono in primo piano, proprio come valore morale, la dimensione economica [7], trascurando i bisogni non materiali;
  • giustificazionisti, costruiti e adattati con il fine di giustificare delle soluzioni, degli obiettivi o delle politiche - definite a priori o che emergono in corso d’opera
  • decisionisti, mirati a semplificare la realtà in modo tale da permettere ai policy maker di prendere delle decisioni più agevolmente.

Queste distorsioni fanno capo all’obiezione di Niklas Luhmann, per cui «la scienza è spesso chiamata a “risolvere i paradossi” delle decisioni politiche, ossia a farle sembrare il risultato di un processo razionale [basato sull’oggettività dei numeri] invece che il risultato di una negoziazione tra interessi in competizione», oppure – peggio ancora – a privare i cittadini della loro possibilità di azione politica, che viene inclusa nei modelli solo in apparenza.

CONCLUSIONI

La consapevolezza di questi rischi e di queste potenziali distorsioni conducono gli autori a concludere che i gemelli vanno considerati parte del dibattito sulle questioni – ambientali, sociali, energetiche - che sono chiamati a simulare e non i produttori di risposte vere ed autentiche, di interpretazioni scientifiche ed oggettive.

Non è – secondo gli autori– la natura digitale dei modelli e dei gemelli ad essere critica ma il sistema di governance e di ownership da cui sono motivati e in cui sono immersi.

Nella realizzazione e nell’uso, quindi, devono essere tenute in debito conto le due dimensioni, tecnica e normativa, della loro qualità; la dimensione delle istanze morali che li motivano; la dimensione più ampiamente pubblica delle assunzioni e delle conclusioni e delle azioni che suggeriscono.

Ricordando la lezione di Giuseppe Scifo e interpolandola con le indicazioni normative di Funtowicz e Ravetz di cui abbiamo parlato recentemente, viene da suggerire di affidarsi meno ai modelli e ragionare, quando si deve analizzare, su “cosa succederebbe se” per avere supporto nelle decisioni politiche, in termini di scenari, cioè di fasci di modelli che variano al variare delle assunzioni su variabili il cui comportamento non è prevedibile; su gli known unknowns; sulle istanze morali minoritarie.

Programmare le azioni future sulla base di scenari permette di mantenere aperto lo spettro delle possibilità e di non trascurare le reali esigenze delle collettività.

 

 

NOTE

[1] Minerva, A Review of Science, Learning and Policy, Springer Nature, 09 April 2025

[2] Traduzione mia dall’originale: A digital twin is a virtual representation of an object or system designed to reflect a physical object accurately. It spans the object's lifecycle, is updated from real-time data and uses simulation, machine learning and reasoning to help make decisions.

[3] “Il mondo” è il referente del modello, può essere un oggetto o un ambiente, come abbiamo visto sopra

[4] Distanti anche in senso logistico: soprattutto quando si tratta di rappresentazioni del mondo naturale o dell’ambiente, i modellisti operano lontani dall’oggetto rappresentato e questa distanza favorisce la sovrapposizione del modello alla realtà.

[5] Cfr.: Morgan & Morrison (1999)

[6] Come di consueto, preferisco adottare il termine morale, anziché etico, per sottolineare la necessità di chiarire quali siano le istanze di fondo, i principi morali, appunto, su cui si basano le valutazioni, i giudizi e l’azione. È l’azione – basata su principi morali, ad essere etica. Tutte le volte che si parla di etica è – a mio avviso – necessario chiarire (o chiarirsi) quale sia la morale ispiratrice.

[7] La dimensione economica del mondo è, a mio avviso, una istanza morale che non va condannata o trascurata, poiché è quella che permette a tutti noi di mangiare, vestirci e avere una vita soddisfacente. Deve, però, avere questa visione ampia, non esclusivamente mirata allo sviluppo delle aziende.


Eco-ansia - La crisi ecologica tra medicalizzazione e politicizzazione

ECO-ANSIA: TRA DISAGIO PSICHICO E SINTOMO POLITICO

Negli ultimi anni, la crisi ecologica ha prodotto un'ondata di emozioni collettive che ridefiniscono il modo in cui le persone vivono il proprio rapporto con il mondo. Tra queste emozioni, l’eco-ansia si impone come una delle più diffuse e significative. Spesso descritta come una “paura cronica della fine del mondo” o come uno stato di angoscia legato al futuro del pianeta, l’eco-ansia è rapidamente entrata nel lessico della psicologia e dei media, fino a essere talvolta trattata come una vera e propria patologia da gestire individualmente[1].

Tuttavia, ridurre l’eco-ansia a un disturbo mentale rischia di oscurare il suo significato più profondo. Il pericolo non è solo quello di medicalizzare un’emozione condivisa, ma anche di depoliticizzarla - trasformando una risposta motivata dalla consapevolezza di una crisi reale in un problema personale da contenere. In questo senso, parlare di eco-ansia significa entrare nel cuore della tensione culturale, politica ed esistenziale verso la crisi climatica.

UN’EMOZIONE RADICATA IN UN’EPOCA

 L’eco-ansia non nasce nel vuoto. È il frutto di un’epoca segnata da disastri ambientali, disuguaglianze globali e una crescente percezione dell’irreversibilità della crisi climatica. In molti casi, questa ansia non è legata a esperienze dirette di catastrofe, ma alla consapevolezza della loro imminenza, che si traduce in un senso di incertezza paralizzante. Si tratta, in altri termini, di una forma di disagio che nasce dalla difficoltà di immaginare un futuro vivibile.

A questo proposito, il pensiero dell’antropologo Ernesto De Martino offre una chiave di lettura particolarmente illuminante. De Martino parlava di “crisi della presenza” per indicare quei momenti in cui un individuo o una collettività perdono la capacità di situarsi nel mondo con continuità, agire con intenzionalità, e proiettarsi nel futuro. Ne La fine del mondo (1977), De Martino indaga la percezione dell’apocalisse come forma radicale di crisi della presenza, in cui il mondo perde senso e coerenza. L’apocalisse, per l’antropologo italiano, non era solo la fine materiale del mondo, ma un’esperienza culturale e simbolica di disintegrazione: è la perdita di senso, il collasso dei riferimenti storici, etici e affettivi che permettono agli individui di “esserci” nel mondo. L’apocalisse, in questa prospettiva, è una minaccia interna alla cultura: accade quando la struttura simbolica che tiene insieme l’esperienza umana viene meno, lasciando spazio all’angoscia, alla paralisi, alla perdita di futuro.

Questa riflessione è sorprendentemente attuale nel contesto dell’eco-ansia. Molti giovani oggi vivono una forma di apocalisse simbolica: la percezione che il futuro sia compromesso dal collasso ecologico genera sentimenti di impotenza, paura e smarrimento. Come nella crisi della presenza descritta da De Martino, anche l’eco-ansia è segnata da un’interruzione del senso e della fiducia nella continuità del mondo. Rileggere De Martino alla luce della crisi ecologica significa dunque riconoscere che la posta in gioco non è solo ambientale, ma profondamente culturale e antropologica: è la possibilità stessa di abitare il mondo che viene messa in questione. L’eco-ansia, in questa prospettiva, è molto più di uno stato mentale: è il sintomo di una frattura storica, culturale ed esistenziale che mette in discussione il legame tra persone, ambiente e futuro.

IL RISCHIO DELLA MEDICALIZZAZIONE

Negli ultimi anni, l’eco-ansia è stata sempre più spesso affrontata come una condizione psicologica da trattare clinicamente: terapie, tecniche di mindfulness, strategie di coping individuale. Sebbene tali risposte siano necessarie e possano offrire sollievo, concentrarsi esclusivamente sulla loro promozione rischia di generare un duplice effetto negativo. Da un lato, individualizzano un problema collettivo, attribuendolo alla sensibilità o fragilità della singola persona. Dall’altro, distolgono l’attenzione dalle cause strutturali della crisi climatica, alimentando l’idea che l’unica risposta possibile sia l’adattamento psicologico e non la trasformazione sociale.

Questo processo di medicalizzazione non è nuovo. Come mostrano le critiche mosse da studiosi e studiose della sociologia critica, la tendenza a psichiatrizzare forme di disagio legate a condizioni sociali ingiuste è un tratto ricorrente della modernità. In questo caso, però, l’effetto è ancora più pericoloso: nel trattare l’eco-ansia come un disturbo da curare, si contribuisce a rendere “normale” l’anomalia ecologica, neutralizzando la sua carica potenzialmente sovversiva.

UN’EMOZIONE POLITICA

 L’eco-ansia, al contrario, può essere interpretata come una forma di sensibilità ecologica e politica. Si tratta di un’emozione che nasce dall’inconciliabilità tra la gravità della crisi ecologica e la lentezza - o l’inazione - delle risposte istituzionali. Non è un caso che molti giovani dichiarino di sentirsi traditi dalla politica e impotenti di fronte a un sistema economico che continua a produrre disastri ambientali pur conoscendone gli effetti[2]. L’eco-ansia è, in questo senso, una reazione ragionevole, persino lucida, a un contesto che oscilla tra apocalisse annunciata e immobilismo strutturale.

Movimenti come Fridays for Future, Ultima Generazione o Extinction Rebellion hanno fatto di questa emozione un motore di mobilitazione. Le loro azioni performative—come i blocchi stradali o le proteste simboliche—possono essere lette come rituali collettivi per rielaborare la crisi della presenza. Invece di fuggire dall’eco-ansia, questi movimenti la mettono in scena, la condividono e la trasformano in linguaggio politico. Così facendo, restituiscono all’ansia la sua dimensione culturale e collettiva, sottraendola alla sfera dell’intimo e del patologico.

CURA, SPERANZA, APPARTENENZA

 Se l’eco-ansia è il segnale di una frattura nel rapporto con il mondo, la risposta non può che passare attraverso una forma di “cura del legame”. Non si tratta solo di proteggere gli ecosistemi, ma di rigenerare i significati condivisi, di ricostruire le condizioni per sentirsi parte di un mondo abitabile. In questo senso, le comunità ecologiche, le reti di mutualismo climatico e le esperienze di resistenza ambientale rappresentano tentativi di produrre nuove forme di appartenenza, nuove narrazioni, nuove temporalità.

L’eco-ansia non va repressa né semplicemente gestita. Va ascoltata come un sintomo, sì, ma non di un disagio mentale: di una crisi epocale. È un’emozione che ci obbliga a interrogarci su cosa significa “stare al mondo” oggi, su quali futuri siano ancora immaginabili, e su come ricostruire un senso di presenza che non escluda la speranza.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Clayton, S. D., Pihkala, P., Wray, B., & Marks, E. (2023). Psychological and emotional responses to climate change among young people worldwide: Differences associated with gender, age, and country. Sustainability, 15(4), Article 3540. 10.3390/su15043540

De Martino, E. (1977). La fine del mondo, Einaudi, Torino.

Kałwak, W., & Weihgold, V. (2022). The relationality of ecological emotions: An interdisciplinary critique of individual resilience as psychology’s response to the climate crisis. Frontiers in psychology13, 823620. 10.3389/fpsyg.2022.823620

[1] Per un approfondimento su questa controversia vedi Kałwak e Weihgold (2022).

[2] Vedi la ricerca di Clayton e colleghi (2023).


I costi ambientali del digitale - Una bibliografia ragionata

Che il grande baraccone digitale planetario, che oggi si manifesta in particolare sub specie intellegentiae artificialis, nasconda, dietro le luminarie della facciata, un lato oscuro di pesantissimi costi ambientali è testimoniato da una mole di dati sempre maggiore. Così come cresce per fortuna l’informazione in merito, filtrando addirittura sugli organi d’informazione mainstream, dove in genere s’accompagna tuttavia alla rassicurante prospettiva di soluzioni tecnologiche a portata di mano. È comunque bene che la consapevolezza della dimensione industriale e materiale del web, con le relative conseguenze in termini di “impronta ecologica”, si faccia strada nella coscienza collettiva. Come contributo in questo senso, dopo avere discusso in due precedenti articoli su questa rivista [qui e qui] il libro di Giovanna Sissa, Le emissioni segrete, Bologna, Il Mulino, 2024, proponiamo di seguito una piccola bibliografia ragionata sull’argomento.

- Guillaume Pitron, Inferno digitale. Perché Internet, smartphone e social network stanno distruggendo il nostro pianeta, Roma, LUISS University Press, 2022. Fa girar la testa il viaggio vertiginoso tra dati, numeri, luoghi e situazioni in cui Pitron ci accompagna per mostrarci che la crescita illimitata del capitalismo digitale non è meno energivora e inquinante delle “vecchie industrie” (ma appunto questa distinzione è buona… per i gonzi). Il libro, infatti, sfata nel modo più drastico la mitologia diffusa del carattere ecocompatibile dell’universo digitale. Alternando analisi e reportage giornalistico, Pitron riesce a dare un quadro documentato e insieme davvero drammatico degli effetti dannosi che l’industria digitale scarica sull’ambiente (da segnalare l’impressionante capitolo dedicato all’inquinamento registrato nelle città di Taiwan, dove si concentra una parte molto significativa della filiera). Un libro, infine, ben lontano da ogni compassata «avalutatività» delle scienze sociali, con buona pace di Max Weber.

- Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, Bologna, Il Mulino, 2021. Questo libro, opera di una delle più intelligenti studiose di questi argomenti, non è specificamente dedicato al tema dei costi ambientali del digitale, ma piuttosto a una complessiva visione critica dell’Intelligenza Artificiale (come recita il titolo originale, un Atlas of AI. Power, Politics, and the Planetary Costs of Artificial Intelligence), di cui vengono enfatizzate le implicazioni politiche, sociali, antropologiche ecc. In tale quadro è dato molto spazio al tema della “materialità” del mondo digitale, perché – scrive la Crawford –  «l’intelligenza artificiale può sembrare una forza spettrale, come un calcolo disincarnato, ma questi sistemi sono tutt’altro che astratti. Sono infrastrutture fisiche che stanno rimodellando la Terra, modificando contemporaneamente il modo in cui vediamo e comprendiamo il mondo».

- Juan Carlos De Martin, Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica, Torino, Add, 2023. Particolarmente incentrato sul ruolo di vera e propria protesi del corpo umano, nonché di oggetto-feticcio che lo smartphone («la macchina per eccellenza del XXI secolo») tende ad assumere, questo libro contiene molti dati e osservazioni utili sul tema della sua materialità e appunto del suo impatto ambientale.

- Andrew Blum, Tubi. Viaggio al centro di internet, a cura di Fabio Guarnaccia e Luca Barra, Roma, Minimum fax, 2021 (ed. or. 2012). Uscito originariamente nel 2012 e giunto in traduzione italiana dieci anni dopo, il Viaggio di Blum ha appunto la forma di un singolare reportage nella geografia, nei luoghi fisici (per esempio i tanti anonimi capannoni in cui si trovano i data-center) in cui si materializza il web: «per fare visita a Internet – scrive l’autore – ho cercato di liberarmi dell’esperienza personale che ne avevo già, del modo in cui si palesa su uno schermo, per portare a galla la sua massa nascosta». E può essere utile sapere che l’idea della ricerca venne al giornalista statunitense quando, una sera, si trovò con la connessione fuori uso nella sua casa in campagna a causa di… uno scoiattolo che gli aveva rosicchiato i cavi!

- Siate materialisti! è l’appello che campeggia sulla copertina dell’appassionato e stimolante pamphlet di Ingrid Paoletti (Torino, Einaudi, 2021), docente di Tecnologia dell’architettura al Politecnico di Milano. Niente a che fare con una dichiarazione di fede filosofica di stile settecentesco, però: qui il «materialismo» che si invoca è piuttosto una rinnovata attenzione alla dimensione materiale della nostra vita, ai manufatti che la popolano e che tuttavia noi ormai diamo per scontati e in certo modo naturali. Una disattenzione, questa verso la “materia”, dagli evidenti risvolti ecologici (piace qui ricordare la bella figura di Giorgio Nebbia, che riteneva proprio per questo la merceologia una scienza altamente civile), e che tocca in particolare il mondo del digitale: il web e i suoi servizi continuano, in effetti, ad apparire ai nostri occhi un campo di interazioni puramente cognitive e sociali, slegata da ogni implicazione materiale.

- È un libro a più voci (davvero tante) Ecologia digitale. Per una tecnologia al servizio di persone, società e ambiente, Milano, AltrEconomia, 2022, una guida completa ai diversi “lati oscuri” (non solo quello ambientale) della digitalizzazione. Con una particolare attenzione alle soluzioni pratiche proposte dagli studiosi e dai tecno-attivisti che cercano di pensare – e progettare – un digitale (davvero) sostenibile, che significa anche, tra l’altro, contenerlo e ridimensionarlo.

- Propone una visione a tinte (giustamente) fosche Terra bruciata (Milano, Meltemi, 2023) di Jonathan Crary, un bravo saggista americano che si era segnalato alcuni anni fa per un atto d’accusa molto ben documentato contro “l’assalto capitalistico al sonno” (24/7, Einaudi, 2015). Crary parla in questo libro del degrado ambientale prodotto dalla industria del digitale non come di un fenomeno isolato, ma come parte integrante di un capitalismo ormai completamente insostenibile. In questo senso, il luccicante mondo digitale è solo la quinta teatrale (l’ultima allestita dal discorso autocelebrativo dominante) che cerca di spacciare un mondo ormai marcescente in un paradiso transumano.

- Paolo Cacciari, Ombre verdi. L’imbroglio del capitalismo green, Milano, AltrEconomia, 2020. Ricco di considerazioni (e di dati) sul tema dell'impatto ecologico delle tecnologie digitali, il libro di Paolo Cacciari è principalmente dedicato alla decostruzione critica del “nuovo imbroglio ecologico” (come lo si potrebbe chiamare con il titolo del celebre saggio di Dario Paccino del 1972) rappresentato dalla cosiddetta green economy. Anche perché «la riconversione dal fossile al green – definita la terza o quarta rivoluzione industriale – è gestita dalle stesse centrali del grande capitale finanziario». Centrali che non brillano, di norma, per attenzioni filantropiche, né appunto ambientali.

Parola-chiave: decoupling, ovvero l’asserito «disaccoppiamento» tra crescita economica e impatto ambientale reso possibile dalle tecnologie dell’informazione della comunicazione (ICT), un mito qui debitamente sbugiardato.

- La critica della favoletta “eco-capitalistica” del decoupling, nonché il riferimento alla insostenibilità ambientale del «consumismo cognitivo che si poggia sulle ICT» trova spazio anche in Il capitale nell’Antropocene, Torino, Einaudi, 2024 (ed.or. 2020) di Saito Kohei, il popolare saggista che ha fatto scoprire ai giapponesi i temi dell’eco-marxismo, ricevendo peraltro un successo inusuale per le opere di saggistica politico-sociale (il suo Ecosocialismo di Karl Marx ha venduto in patria mezzo milione di copie!), e che oggi, sull’onda di questo successo, viene accolto come una star anche in Italia. Insomma, anche le mode talvolta fanno cose buone…

- È un manuale rivolto ai corsi di media e comunicazione Gabriele Balbi e Paolo Magaudda, Media digitali. La storia, i contesti sociali, le narrazioni, Bari-Roma, Laterza, 2021: un volume che intende fornire una visione interdisciplinare del fenomeno digitale, con particolare attenzione a un approccio storico e sociologico (insomma: la Rete non cade dal cielo e non è socialmente neutrale), e ben consapevole della «dimensione infrastrutturale e materiale della rete internet».

- Chi, infine, volesse andare alle fonti, può consultare il periodico rapporto sull’economia digitale preparato annualmente dall’UNCTAD, l’agenzia ONU sui temi del commercio e dello sviluppo e disponibile in rete. Sul Digital Economy Report 2024, https://unctad.org/publication/digital-economy-report-2024 , si possono trovare tutti i dati più aggiornati sul tema (uno tra i  mille: la vendita di smartphone ha raggiunto il miliardo e duecento milioni di unità nel 2023, il doppio del 2010) e documentazione nei più diversi formati: tabelle, infografiche molto accattivanti, il documento scaricabile in PDF in sei lingue, video di accompagnamento, podcast ecc.

A riprova che, in questo campo come in molti altri, le informazioni ci sono in abbondanza e ormai a disposizione di chiunque. Siamo noi, abitatori del tempo presente, che siamo sempre meno capaci di farne uso e di trarne conseguenze razionali, anche perché costantemente distratti dagli apparati del potere mediale stesso.