Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Terza parte, è davvero il caso?

Quindi, è il caso di procedere con il nucleare? 

Il nucleare si propone - o meglio, viene proposto dai suoi sostenitori - come soluzione prospettivamente economica, ambientalmente poco impattante, potente, disponibile e fruibile con continuità e, infine, in linea con le strategie di decarbonizzazione. Ma è davvero così?

Prospettivamente economico perché con un LCOE (Levelized Costo Of Energy) contenuto; di fascia bassa; ambientalmente poco impattante, grazie alle dimensioni tutto sommato contenute delle nuove centrali da 1.000 MW e alla quasi assoluta assenza di emissioni di CO2 e di altri gas critici; altamente disponibile e fruibile con continuità, poiché non soggetto alle variabilità dell'eolico, dell'idroelettrico o del fotovoltaioc; potente perché in grado di erogare grandi quantità di energia per unità di tempo; e in linea con le strategie di decarbonizzazione dato che non fa uso di nessuna combustione carbonica.

In più, la produzione di energia da fonti nucleari viene presentata come la risposta alle crescenti esigenze di energia dettate, come dice Pichetto Fratin, dal proliferare delle nuove tecnologie di data centre, I.A. e elettrificazione civile.

Però, ci sono alcuni però, almeno quattro

Però, se pure il costo complessivo di produzione (LCOE) è competitivo, gli investimenti iniziali sono drammaticamente più elevati e rischiano, come successe già tempo fa, di essere incompatibili con le risorse che lo stato è in grado di mobilitare. E, per certo, le possibili soluzioni private o misto pubblico-private a questa criticità non sembrano essere percorribili, perché legherebbero il Paese alle imprese realizzatrici anche nella fase di gestione – chi farebbe questi investimenti senza averne un ritorno con la vendita di elettricità? – e, con buona probabilità neutralizzerebbero la competitività economica dell’energia.

Però, il tempo necessario per realizzare le centrali è lungo, molto lungo, e sposta in un futuro quasi remoto la fruibilità di questa produzione, in termini di 10-20 anni e forse più.

Però, e tre, bisogna fare i conti con le scorie di produzione: l’unico sistema per stoccarle in modo efficace, conveniente e sicuro è realizzare il Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi, tema su cui tutti i governi[1] che lo hanno avuto in carico, dal 2010 ad oggi, non sono riusciti a trovare una soluzione valida e condivisa con i diversi stakeholder. Né può essere considerata una soluzione adeguata quella del conferimento dei rifiuti radioattivi a media ed alta intensità a paesi terzi meglio organizzati, perché aumenterebbe il costo per Megawattora di 30 – 50 €, neutralizzando l’economicità nominale dell’energia “nucleare”. 

Però, numero quattro, è dove fare le centrali. È vero che in questo periodo si stanno affermando dei trend anti-democratici che potrebbero portare a decisioni d’imperio sulla localizzazione, ma è altrettanto vero che le forze popolari sostenitrici dell’imperium diventano di colpo sensibili quando viene toccato il loro backyard, come si è visto nella discussione pubblica sulla localizzazione del deposito. Nessuno lo vuole e – se tanto ci dà tanto – nessuno vorrà le centrali sul proprio territorio. E la ragione è chiara: la memoria di Three Miles Island, Chernobyl e Fukushima è ancora viva, e i timori di incidenti legati a fenomeni di guerra – pensiamo a quanto si parla di Zaporižžja - terrorismo o errori umani non sono facili da erodere.

Forse, allora…

Sembra, quindi, molto più opportuno puntare maggiore attenzione, risorse e lavoro su un mix di fonti rinnovabili che progressivamente (ma anche non completamente) sostituiscano le fossili, con in testa l’eolico di terra (onshore) e il fotovoltaico, fonti e tecnologie altrettanto economiche, pulite e poco impattanti sull’ambiente, del tutto in linea con i piani di decarbonizzazione, ma – in positivo:

- disponibili in tempi molto più brevi

- che richiedono investimenti molto inferiori e compatibili con le possibilità finanziarie del Paese

- certamente più sicure e, per questo, anche più facilmente affidabili a imprese terze, private o pubbliche

Resta aperto il tema della flessibilità e continuità di erogazione dell’energia, che viene indicato dai detrattori come il maggiore ostacolo delle rinnovabili: in questo senso la soluzione può essere fondata su interconnessioni di rete basate sulla sempre più affermata Smartgrid, compensazione con le fonti tradizionali residuali, per i momenti di minore disponibilità, sistemi di accumulo (va citato il caso della California, con batterie di capacità da 13 GW che soddisfano una porzione significativa della domanda nelle ore di picco) e sistemi di gestione intelligente della domanda. 

Domanda di energia che può – anch’essa – essere oggetto di un piano di ridefinizione nazionale che tenga conto degli orari di maggiore disponibilità e di modulazione – in termini di decremento – dei consumi sia civili che industriali. 

Un finale alternativo: quali interessi e forze dobbiamo ricordare?

Ecco, siamo alla fine di questa lunga riflessione sull’opportunità di un piano di sviluppo dell’energia da fonti nucleari e si pone una domanda esiziale: se ci sono tutti questi però, e se un piano energetico fondato principalmente sulle rinnovabili, perché il Governo italiano si sta focalizzando in modo così deciso sul nucleare?

Perché, visto che questo piano si rivela velleitario ed assolutamente inefficace nel breve periodo, il Governo sta facendone una propria bandiera e non sembra avvedersi di quanto sia poco realistico?

Ci sono sicuramente in gioco degli interessi industriali. A giugno l’Italia è entrata nella European Nuclear Alliance, allineandosi al gruppo dei paesi pro-nucleare in UE diretto dalla Francia, dice Ecco Climate. Di recente è nata Nuclitalia, collaborazione tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo – tre dei più grandi player industriali italiani, misti pubblico/privato – che si presenta come piattaforma industriale e tecnologica per guidare il futuro del nucleare in Italia. Ci sono le possibili ricadute di tipo militare, soprattutto in termini di propulsione navale.

Infine, c’è la pressione del mondo delle tecnologie digitali, con 200 data centre già attivi in Italia e 70 nuovi progetti solo nell’area milanese, l’ampliamento delle risorse energetiche necessarie a “far girare” le I.A. sempre più presenti nel tessuto industriale.

Non ci sembra azzardato pensare che il governo italiano sia consapevole della distanza del piano nucleare dalla realtà e che lo stia utilizzando, da un lato, in termini di comunicazione e di ricerca di consenso presso le fasce elettorali ideologicamente allergiche alle rinnovabili e presso quelle energivore, e dall’altro lato per ingraziarsi ed attirare le grandi tech corporation che sognano, con una folle fuga in avanti, data center, I.A. pervasiva e energivora, e reti neurali, misurate in qubit, ovunque. 

Alimentate, ovviamente, dalle centrali nucleari pagate dai governi locali.

 


 

NOTE:

[1] Quando si parla di "prospettivamente economico", per una fonte energetica,  si intende in termini di LCOE (Levelized Costo Of Energy) di fascia bassa.

[2] Nell’ordine: Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi, Meloni.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito

https://www.gov.uk/government/news/biggest-expansion-of-nuclear-power-for-70-years-to-create-jobs-reduce-bills-and-strengthen-britains-energy-security

https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB

https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity

https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare

https://www.mase.gov.it/portale/-/nucleare-sostenibile-mase-il-consiglio-dei-ministri-approva-la-delega

https://www.mase.gov.it/portale/-/la-camera-dei-deputati-approva-in-prima-lettura-la-legge-pichetto-sul-nucleare-sostenibile?p_l_back_url=%2Fportale%2Fcomunicati-stampa%3Fdelta%3D30%26start%3D2

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/

https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/


Missione “mille miliardi di alberi”

È la proposta del notissimo neurobiologo vegetale Stefano Mancuso e di altri scienziati come ad esempio Thomas Crowther dell’ETH di Zurigo e il team scientifico del Trillion Trees promosso dal WWF. Si tratta di un numero talmente enorme da poter sembrare il progetto un po’ stravagante di scienziati poco avvezzi alla concretezza. Non è così, si tratta di un progetto importantissimo e molto solido e adesso vedremo perché.

 


 

Circa due mesi fa abbiamo raccontato su Controversie il rapporto PEFC  sullo stato delle foreste in Italia, con alcuni dati molto incoraggianti.

Primo fra tutti il notevole aumento delle aree boschive nel nostro Paese e qualche timido segnale di una nuova fase di ripopolamento e di ripresa economica nelle aree montane, fenomeno che parte anche dalla nuova gestione dei boschi.

Ma se in Italia e in Europa la situazione delle aree boschive sta migliorando, anche grazie a una crescente consapevolezza della loro importanza, non altrettanto si può dire a livello globale. Nonostante le politiche messe in atto per proteggere le grandi foreste sudamericane, africane e asiatiche, polmoni del pianeta, la situazione continua a peggiorare.

Ogni anno la quantità di aree deforestate supera quella delle nuove aree boschive; ogni anno Amazzonia e foreste del Centro Africa perdono migliaia di ettari per disboscamenti non autorizzati o incendi dolosi per far posto ad attività agricole e pastorizia.

Ancora oggi la deforestazione netta vale poco meno di 5 milioni di ettari l’anno, secondo la FAO: si tratta della stima riferita al decennio 2010 - 2020, confermata anche dalle analisi del Global Forest Resources Assessment 2025.

Il quadro è drammatico ma non del tutto sconfortante: il ritmo con cui aumenta questo squilibrio sta diminuendo, ma siamo ancora lontani da un’inversione di tendenza.

In questo contesto il riscaldamento globale aumenta anno dopo anno con tutte le conseguenze infauste che ne derivano: secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS nel 2020, in assenza di correttivi, entro il 2070 fino al 19% della superficie terrestre potrebbe avere condizioni climatiche medie simili ad alcune zone del Sahara.

La comunità scientifica concorda che l’immissione di CO₂ e altri gas climalteranti in atmosfera sia la causa principale (forse non l’unica) del surriscaldamento del pianeta.

Il problema è duplice e non ha soluzioni univoche.

È duplice in quanto ogni anno l’immissione in atmosfera di CO₂ è superiore alla rimozione di questo gas e questo fa aumentare lo stock di gas accumulatisi in atmosfera, responsabili della mancata dispersione del calore. È importante però distinguere tra flusso (le emissioni annuali) e stock (l’accumulo storico): il climate change dipende soprattutto da quest’ultimo.

Ci sono due macro soluzioni per contrastare questa situazione: quelle tecnologiche, ovvero l’ottimizzazione dei processi produttivi per diminuire l’impronta carbonica e l’utilizzo di energie pulite da fonti rinnovabili; queste sono le Technology Based Solutions.

E poi ci sono le Nature Based Solutions, ovvero le soluzioni basate sulla natura. E tra queste, più che mai, la riforestazione.

 


 

Secondo il professor Stefano Mancuso, prima dell’impatto antropico il pianeta ospitava fino a 6.000 miliardi di alberi contro gli attuali 3.000 miliardi; si tratta di stime che Mancuso utilizza spesso nella sua attività divulgativa, stime che derivano dalle ricerche del Crowther Lab dell’ETH di Zurigo. Nei secoli, e in particolare dall’inizio della rivoluzione industriale, l’uomo ha dimezzato la presenza di alberi sul pianeta, con una gravissima perdita di capacità di assorbimento della CO₂ proprio nel momento in cui servirebbe di più.

Secondo Mancuso le soluzioni tecnologiche sono importanti ma da sole non risolveranno il problema. Per altro, l’obiettivo di arrivare entro il 2050 al Net Zero appare irrealistico; molto più plausibile è la carbon neutrality, ovvero compensare le emissioni con soluzioni tecnologiche o naturali.

La soluzione, dunque, per lui come per altri studiosi, è quella di piantare almeno mille miliardi di nuovi alberi. Questo incremento di “massa verde” permetterebbe di assorbire una quota significativa (ma non sufficiente) dei gas climalteranti prodotti dalla nostra società – comprese le emissioni legate ai conflitti, disastrosi non solo sul piano umano – e contribuirebbe a frenare il climate change, agendo sulla riduzione dello stock.

Ma sorgono spontanee alcune domande: “è veramente possibile piantare mille miliardi di alberi sul nostro pianeta? C’è lo spazio? Dove troviamo questo numero immenso di alberi nuovi da piantare?”

Prima di rispondere, occorre ricordare che l’idea dei mille miliardi di alberi non nasce dal nulla: è la conseguenza di vari studi che hanno contribuito a definire l’obiettivo.

Nel 2019 è stato pubblicato su Science lo studio dell’ETH di Zurigo, noto come “Trillion Trees Study”, che dimostra che sul pianeta esistono 2,8 miliardi di ettari di terreni riforestabili. La mappatura è precisa, continente per continente.

Questi 2,8 miliardi di ettari potenzialmente riforestabili, scendono a 0,9 miliardi escludendo le aree urbane e agricole. E facendo rapidi calcoli si desume che questo spazio permetterebbe la crescita di circa mille miliardi di alberi. Va ricordato che questa stima è stata oggetto di dibattito, ma resta probabilmente l’analisi più autorevole sul tema.

La missione mille miliardi dunque non è una follia visionaria, ma un tema di presa di coscienza, responsabilità e di volontà politica internazionale.

L’altro punto critico è: “ma dove le prendiamo tutte queste piante?”

Anche in questo caso la risposta è semplice, nel senso di logica e razionale. Mancuso sa benissimo che non è possibile, né da un punto di vista della fattibilità, né economico, coltivare in vivai un numero così colossale di piante.

La soluzione che propone è la rigenerazione naturale: gli alberi producono enormi quantità di semi che si disperdono nell’ambiente trasportati dal vento e dagli animali. Sono questi semi che permettono ai boschi di espandersi e ampliarsi velocemente se non trovano ostacoli da parte dell’uomo. È ciò che abbiamo visto anche in Italia: nelle zone montuose abbandonate i boschi sono ricresciuti con straordinaria rapidità.

Si tratta del concetto di Assisted Natural Regeneration (ANR), che si è sviluppato negli ultimi decenni con il contributo di decine di ricercatori di tutto il mondo; Stefano Mancuso è uno dei grandi divulgatori internazionali di questa metodologia. La rigenerazione naturale ha anche un vantaggio ecologico fondamentale: produce boschi più biodiversi, più resistenti e in grado di immagazzinare una maggior quantità di carbonio, rispetto alle piantagioni artificiali.

Il disastro Vaia del 2018, quando una tempesta distrusse oltre 42.000 ettari di boschi in Trentino, è dipeso anche dal fatto che quei boschi erano frutto di una piantumazione artificiale nel primo dopoguerra che non rispettava la composizione naturale originaria. Erano boschi strutturalmente fragili, incapaci di resistere a un evento meteorologico estremo.

Affidare la missione mille miliardi alla natura è dunque la scelta più logica. Naturalmente questo non vale per le città e per le aree fortemente urbanizzate. Gli alberi urbani, tristemente isolati e circondati da cemento, spargono i loro semi inutilmente nell’asfalto. Eppure le città sono proprio i luoghi dove gli alberi servirebbero di più: per abbassare le temperature roventi estive e migliorare la qualità dell’aria.

Nei piani di riforestazione urbana l’intervento umano è indispensabile, occorre individuare gli spazi giusti (ci sono) e progettare piantumazioni intelligenti, che possano resistere nel tempo.

Quindi, per portare a buon fine la missione mille miliardi serve dunque una collaborazione uomo – natura; lasciare che la natura ampli le foreste e realizzare una piantumazione mirata nelle aree urbanizzate.

Come dicevamo si tratta soprattutto di una sfida culturale e politica; concretamente è un’operazione oggettivamente fattibile. Purtroppo, proprio perché si tratta di un tema di coordinamento politico internazionale e dei singoli paesi, è legittimo essere pessimisti.

 


 

In ultimo, quanta CO₂ assorbirebbero mille miliardi di nuovi alberi? Secondo il Crowther Lab, potrebbero immagazzinare fino a 205 gigatonnellate di carbonio, equivalenti a circa 750 miliardi di tonnellate di CO₂ nel loro ciclo di vita. Attenzione, nel loro ciclo di vita, parliamo quindi del dato complessivo che queste foreste potrebbero accumulare una volta mature.

E questo è il punto chiave del ragionamento: il problema del climate change deriva essenzialmente dal surplus storico di CO₂ presente in atmosfera, accumulatosi a partire dall’inizio dell’800; in altre parole, esiste uno stock di CO₂ in eccesso, calcolato dal Crowther Lab in circa 1.600 miliardi di tonnellate.

La missione mille miliardi incide marginalmente sull’assorbimento delle emissioni annue (per questo motivo servono anche le soluzioni tecnologiche di abbattimento del flusso); ma va a incidere – nel tempo di vita delle nuove foreste – in modo sostanziale sullo stock, causa principale del riscaldamento globale.

Infine, quindi, c’è da domandarsi: “è il caso di prendere seriamente la proposta degli scienziati che parlano dei mille miliardi di alberi?” 

Credo che la risposta sia semplice.


Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Seconda parte, sostenitori e detrattori

Promotori e sostenitori 

Il principale promotore dell’iniziativa di ripresa del percorso nucleare è il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Pichetto Fratin appartiene ed è espressione di Forza Italia, con un curriculum di rispetto e fortemente trasversale tra ambiente e programmazione economica, con una dichiarata attenzione alla riconversione dei poli industriali ad alto impatto ambientale. I suoi mandanti sono, per forza di cose, i partiti di maggioranza.

La principale ratio del Ministero per questo nuovo percorso energetico è di rispondere alla crescente domanda di energia generata «anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile»[1] in modo più indipendente, sicuro e forte, garantendo – nello stesso tempo e in parallelo allo sviluppo delle energie rinnovabili – di «raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione, garantendo la piena sicurezza energetica del Paese».

Nel comunicato di febbraio 2025, il Ministro dichiara programmaticamente che il Governo intende «disciplinare in maniera organica l’intero ciclo di vita della nuova energia sostenibile, […] dalla sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi moduli, al tema della fabbricazione e riprocessamento del combustibile sarà affrontato in una visione di economia circolare», agendo «anche sulla disattivazione e smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, la riorganizzazione di competenze e funzioni, anche con l’istituzione di una Autorità indipendente per sicurezza, vigilanza e controllo. La delega servirà anche a prevedere strumenti formativi e informativi, formare nuovi tecnici e figure professionali del settore, individuare benefici per i territori interessati».

Un punto cardine delle motivazioni è la continuità di produzione e di disponibilità dell’energia, continuità che le fonti rinnovabili come eolico e solare non possono, per loro natura, garantire. Anche l’idroelettrico – che pure ha giocato un ruolo fondamentale nel mix energetico italiano – sembra, su questo punto, mostrare la corda e avere prospettive di decrescita a fronte dell’evoluzione climatica.

Senza dubbio, il piano Pichetto Fratin è – almeno nelle parole – ampio, organico, attento alle implicazioni ambientali, alla circolarità dell’economia, all’assorbimento di un fabbisogno energetico, alla continuità di produzione e, infine, al benessere – torneranno i contributi compensativi sotto altro nome? – dei territori interessati.

È anche evidente che questo programma dà per scontata la crescita del fabbisogno energetico, ma come si può intervenire su questa crescita, a livello locale? E il livello nazionale italiano è locale, a confronto con i movimenti della finanza e dell’industria tecnologica mondiale che oggi, palesemente, tirano le fila dello sviluppo della “nuova” industria.

Chi altri sostiene il piano del Governo? 

In prima fila troviamo le associazioni degli industriali, per le medesime ragioni del governo e il sotteso di possibili riduzioni dei costi di produzione dell’energia; sono allineate a quella del Governo le voci della grande industria pesante italiana: Enel, Ansaldo Energia, Leonardo, per l’ovvia ricaduta produttiva, dato che saranno presumibilmente loro a prendersi in carico la progettazione, la realizzazione e la gestione degli impianti; infine, l’Enea che - in un impeto autopoietico – vede accrescere la centralità del suo ruolo come “pivot” di questo sviluppo.

Ci sono ancora i contrari?

Il fronte contrario al nuovo piano sul nucleare comprende – in buona sostanza – tutte le principali forze politiche di opposizione: PD, M5S, Verdi e Sinistra, in sintonia con diverse associazioni ambientaliste e alcuni think tank climatici, come Ecco Climate.

Le principali ragioni del no sono fondate sui tempi lunghi di realizzazione, che non rispondono alla crescita delle esigenze energetiche – sugli investimenti molto elevati e forse incongruenti con le possibilità del Paese, sulla mancata risoluzione del problema dello stoccaggio delle scorie, sul rischio che questa nuova onda affossi il pur dichiarato sviluppo delle rinnovabili e – infine – sul rispetto della volontà popolare dei due referendum del 1987 e del 2011.

Curiosamente, gli oppositori non fanno più leva – come in passato - sulla paura dei pericoli maggiori, dalle perdite e contaminazione ai disastri[2].

Comparazione di diverse fonti e tecnologie di produzione

Tenteremo, ora, di fare una valutazione comparativa del nucleare con alcune altre fonti energetiche, come il gas naturale, il carbone e le rinnovabili più accessibili quali l’eolico di terra, l’idroelettrico e il fotovoltaico.

I criteri di comparazione che prenderemo in considerazione sono il costo di produzione, la disponibilità delle materie prime, i tempi di realizzazione e i fattori inquinanti e di rischio.

Costi

Calcolare con un certo grado di precisione il costo complessivo di produzione dell’elettricità è un’operazione molto complessa, in cui rientra una molteplicità di fattori, a partire dagli investimenti per la realizzazione degli impianti e dal relativo ammortamento, per arrivare ai costi di trasporto e di consegna, passando – tra le altre cose – per il costo delle materie prime.

È, quindi altrettanto difficile comparare correttamente il costo effettivo di diverse fonti e diversi metodi di produzione. L’approccio più completo e in grado di fornire una vista “semplificata” è quello del Costo Livellato dell’Energia (Levelized Cost of Energy, LCOE), che computa tutti gli investimenti e i costi nel ciclo di vita di una filiera di produzione energetica e li divide per il potenziale produttivo complessivo in quello stesso ciclo di vita.

Anche il LCOE è un metodo con elevato tasso di incertezza poiché non può tenere conto delle fluttuazioni, su periodi di uno o più decenni, del costo e della disponibilità delle materie prime e del lavoro, dell’impatto di fenomeni socio-economici e geopolitici quali, ad esempio, le guerre che stanno modificando continuamente il mercato dell’energia. Tuttavia, in prima approssimazione e facendo delle ipotesi di scenario abbastanza stabili, permette di ottenere dei valori compresi in forchette di variazione che nel tempo si sono dimostrati abbastanza attendibili per dei confronti di medio periodo. Inoltre, l’analisi dell’ampiezza delle forchette di variabilità può essere usata come indicatore di rischio di variabilità e – di conseguenza – di stabilità economica di un metodo produttivo.

Ora, alcune fonti di analisi sicuramente serie e attendibili[3] indicano che il costo di produzione dell’elettricità con centrali nucleari “avanzate” si attesta tra i 100 $ e i 110 $ per Mwh, in linea con quello delle centrali a carbone, ma molto al di sopra del costo di 60-80 $ /MWh dei generatori a gas con ciclo combinato, dei parchi eolici “di terra” e delle centrali idroelettriche.

Questo costo più elevato per unità prodotta è dovuto principalmente ai tre fattori della disponibilità di materia prima (uranio arricchito, p.e.), degli investimenti di costruzione e del ciclo di vita limitato, caratteristici del nucleare.

In particolare, realizzare una centrale “tipo” da 1.000 MW costa tra i 6 e i 9 miliardi di €, mentre – ad esempio – un parco eolico “di terra” con la stessa potenza richiede solo 1 – 2 miliardi di euro. E lo stesso vale per una centrale a gas con ciclo combinato.

Tempi di realizzazione

La velocità di messa in opera, che si traduce nel tempo in cui l’energia è disponibile per coprire i fabbisogni, è anch’essa un elemento comparativamente critico per le centrali nucleari, anche se “piccole” e di tipo più avanzato: la sola costruzione richiede mediamente 5 anni ma, considerando l’iter di scelta e approvazione del sito, la valutazione ambientale e le diverse procedure di approvazione e collaudo, in Paesi mediamente attenti (e con aree sismicamente e idrogeologicamente critiche) come è l’Italia, il tempo complessivo di messa in opera si può attestare tra i 12 e i 20 anni.

Al contrario, la messa in opera di un parco eolico può essere fatta in 2 – 4 anni e una centrale a gas richiede al massimo 6 anni.

Disponibilità delle materie prime e continuità della fornitura

La materia prima sembra essere un fattore di grande incertezza per tutti tipi di produzione energetica: i principali elementi necessari per il processo di fissione, uranio per primo, non sono certamente rinnovabili e, secondo alcune fonti[4], se ne può stimare la disponibilità – con i ritmi di consumo e le tecnologie attuali – per poco più di cento anni. Può venire in aiuto, per rendere questo scenario meno critico, la possibilità di centrali autofertilizzanti che autorigenerano il combustibile, producendo quantità significative di un secondo elemento fissile e riducendo nel contempo la quantità di scorie. Tuttavia, questa tecnologia aggiunge complessità, aumenta gli investimenti e i costi di produzione e, inoltre, sembra essere decisamente più rischiosa. In aggiunta, la fornitura dipende in larga parte da Paesi come il Kazakhistan, la cui stabilità geopolitica non è garantita a lungo termine.

Peggiore prospettiva si delinea per il gas naturale. Secondo Worldometers le riserve di gas attualmente note coprono il fabbisogno mondiale per 50 – 60 anni e sono ad alto rischio di approvvigionamento a causa delle elevate tensioni internazionali.

Dall’altra parte, le fonti rinnovabili garantiscono una disponibilità teoricamente illimitata – e per questo godono di una “ottima fama”. 

Purtroppo, però, almeno a livello locale, non sono, come abbiamo già accennato, altrettanto continue nel tempo. Il fotovoltaico produce solo di giorno, l’eolico solo in condizioni di vento di media forza, l’idroelettrico inizia a risentire della variabilità dei flussi idrici, generata dal cambiamento climatico (in negativo per le siccità e in positivo per gli eccessi di precipitazioni che non possono essere adeguatamente sfruttati). E la continuità – a fronte della crescita e intensità dei consumi industriali e civili (soprattutto di raffrescamento) – è un fattore critico importantissimo.

Proprio la continuità è, invece, il cavallo di battaglia del nucleare. 

Ambiente

L’ultimo fattore che analizziamo, apparentemente il più scontato, è la dimensione dell’impatto ambientale.

In questo senso, i perdenti assoluti sono il gas e il carbone, responsabili conclamati, con le emissioni di CO2 e gas serra, di una parte rilevante della dimensione antropica del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico mondiale, tanto da essere considerati oggetto di phase-out anche dai governi più conservatori.

Le rinnovabili, al contrario, sembrano essere vincenti e senza rivali: non generano emissioni, non producono scorie, non consumano risorse critiche. 

L’unico fattore discutibile è quello dell’impatto paesistico, le pale eoliche sono “invadenti” all’occhio, possono essere deturpanti e creano disagi per la fauna locale; uno sviluppo dell’idroelettrico richiede la creazione di nuovi bacini con impatti ambientali difficili da stimare; il fotovoltaico – realizzato a fini industriali – è invasivo e “consuma” vaste porzioni di territorio tipicamente “vergine”. 

Dal punto di vista delle emissioni, anche il nucleare è vincente. Non fa rumore, non emette né fumi, né gas, né acque sporche (se tutto va bene). L’unico problema è quello delle scorie radioattive, che potrebbe essere gestito in modo adeguato con i noti depositi, la cui sicurezza sembra essere garantita, sulla carta e dalle esperienze di chi li ha già fatti. 

Potrebbe, però, là dove si riuscisse a definire dove costruirli.

 

Nella prossima puntata trarremo delle conclusioni!

 


 

NOTE:

[1] Si vedano i comunicati stampa del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, https://www.mase.gov.it/portale/comunicati-stampa.

[2] È possibile che la consapevolezza – generata dalla situazione di Chernobyl – della vicinanza di altre centrali, in Francia, ad esempio, e del rischio che queste comportano per un raggio anche di alcune migliaia di chilometri abbia ridotto la percezione di rischio nelle vicinanze. In realtà, suggerisce una I.A., Non è esatto dire che non se ne parli più, ma l'attenzione mediatica è cambiata perché le tecnologie attuali sono considerate molto più stabili rispetto al passato e il dibattito globale si è spostato sui costi economici, sui tempi di realizzazione e sull'emergenza climatica, anche perché l’evoluzione tecnologica, con sistemi di sicurezza passivi che spengono il reattore da soli in caso di pericolo, senza bisogno dell'uomo, e la presenza di Enti come l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica che impongono regole rigide e uguali in tutto il mondo riducono la percezione di Major Risks.

[3] Tra queste, il 2019 Report del DOE – Department of Energy degli Stati Uniti e il Levelized Cost of Energy and Levelized Cost of Storage 2019, di Lazard Frères & Co. LLC.

[4] Engie Italia, Carlo Lombardi, Impianti Nucleari, Milano, CUSL, 2007.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito

https://www.gov.uk/government/news/biggest-expansion-of-nuclear-power-for-70-years-to-create-jobs-reduce-bills-and-strengthen-britains-energy-security

https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB

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https://www.technologyreview.it/tre-domande-sul-nucleare-di-nuova-generazione-con-relative-risposte/https://eccoclimate.org/qa-il-nucleare-serve-allitalia/

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/


Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Prima parte, breve storia del Nucleare in Italia

Prima del referendum del 1987

(Questo e i due successivi articoli sono stati realizzati in collaborazione con StoriastoriePN, il blog degli storici del Friuli Occidentale. In questa prima parte esaminiamo in breve la tormentata storia del nucleare in Italia, nella prossima parte vedremo quali sono gli schieramenti tra promotori di questa strategia, sostenitori industriali del piano del Governo e chi sono i contrari, se ancora ci sono; inoltre tenteremo una comparazione tra le diverse fonti e tecnologie di produzione dell’energia elettrica, in termini di costi, tempi di realizzazione, materie prime necessarie, continuità della produzione, impatto ambientale. Nella terza ed ultima parte cercheremo di dare una nostra interpretazione ragionata sull’opportunità o meno di procedere con il nucleare.)

Lo sfruttamento dell’energia nucleare per la produzione di elettricità, in Italia, inizia nei primi anni ’60 del XX secolo, con l’attivazione delle tre centrali di Latina, di Sessa Aurunca e di Trino Vercellese, con potenza tra i 160 e i 270 MWe, in grado – a regime – di produrre poco più di 3 milioni di MWh all’anno. Nel 1978 viene attivata la centrale di Caorso, con una potenza di 860 MWe e una produzione annua di quasi 5 milioni di MWh[1]. 

Questa fase è pioneristica, senza una pianificazione strutturata, in parallelo alle politiche più articolate inglesi e francesi[2].

La politica di sviluppo dell’energia nucleare dello Stato italiano, stimolata dagli esempi britannico e francese, e dalla grave crisi energetica del 1973, fu delineata in modo puntuale nel 1975 dal Piano Energetico Nazionale (PEN) del Ministro dell’Industria Carlo Donat-Cattin. Il PEN del 1975 prevedeva la realizzazione di 20 nuove centrali da 1.000 MW ciascuna, due all’anno per 10 anni, e aveva l’obiettivo[3] di generare più di 150 milioni di MWh /anno e arrivare così a coprire quasi il 50% del crescente fabbisogno energetico nazionale[4]. Di questo piano ambizioso, l’unica centrale effettivamente realizzata è quella di Caorso, attiva dal 1978.

Nel dicembre del 1981, il CIPE e il Parlamento approvano il nuovo PEN del governo Spadolini, e il relativo il Piano Unificato Nucleare (PUN[5]) che definisce gli standard di realizzazione delle “prossime” 7-8 centrali, puntando sulle tecnologie PWR[6], sempre di taglia “1.000 MWe”.

La legge del 1981 blinda lo sviluppo dell’energia di origine nucleare attraverso due dettati-chiave: il primo dice che il CIPE[7] può decidere in autonomia dove costruire le centrali, anche se le istituzioni locali non sono d’accordo e non concedono il sito; il secondo, a parziale compensazione dell’imperium decidendi sulla localizzazione, concede dei significativi contributi statali a comuni e regioni che “ospitano” siti nucleari.

Questa coppia di dettati ha l’ovvio compito di aggirare e neutralizzare ogni possibile obiezione del tipo Not In My Backyard (NIMBY) sollevata dalle popolazioni e dagli enti locali target e di rendere – nell’idea del legislatore – rapido, efficace ed in grado di resistere alla protesta sociale[8]. 

Nel 1985, la nuova versione del Piano Energetico Nazionale conferma l’intento di costruire unità di produzione per 12 GW entro il 2000.

Ruolo della protesta sociale, dell’economia traballante e della paura

L’ambizioso – quasi roboante - progetto nucleare di Donat-Cattin sembra non avere grande fortuna: dal 1975 in poi viene attivata una sola nuova centrale, quella di Caorso, la cui realizzazione era iniziata già nel 1970. 

Le ragioni di questo stallo sono - da una parte - l’opposizione della popolazione, dei sindacati, dei partiti di sinistra e verdi e di buona parte degli enti locali contro la successiva centrale in piano, quella di Montalto di Castro. La popolazione non vede di buon grado la presenza di un “oggetto” assimilato nell’immaginario alla bomba atomica, i sindacati temono e paventano condizioni di lavoro ad elevato rischio, gli enti locali tutto desiderano fuorché mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, la loro autonomia politica e la posizione elettorale, accettando un potenziale rischio mal visto da tutti. 

Dall’altra parte, gioca contro il PEN e il PUN l’ormai evidente squilibrio tra la dimensione degli investimenti necessari, circa 7.000 miliardi di lire di allora, pari a qualcosa come 25-30 miliardi di euro attuali, e la situazione economico-finanziaria dello Stato italiano, messo in ginocchio dalla crisi del 1973, dal fenomeno di stagflazione e dalla crisi dei principali settori industriali del periodo.

A incrinare definitivamente le prospettive dello sviluppo del nucleare sono, poi, gli incidenti di Three Miles Island (1979) e di Chernobyl (1986), che stagliano un’ombra letale sul rischio legato alle centrali.

È questo il quadro in cui si muove il movimento referendario guidato, per i quesiti sul nucleare, da Radicali, Democrazia Proletaria, Verdi e Lega per l’Ambiente.

Il referendum del 1987 e la fine del piano nucleare civile

I quesiti del referendum davvero rilevanti per fermare i piani relativi al nucleare sono due (dei 3 proposti), e si riferiscono proprio ai due pilastri della localizzazione degli impianti: «Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti?» e dei contributi agli Enti Locali: «Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?». 

Nel programma dei promotori non si tratta di abrogare del tutto la politica di sviluppo nucleare, tema troppo complesso per un referendum abrogativo[9], ma di tagliare alla base due colonne portanti di quella politica, l’imperium decidendi e le compensazioni economiche “per il disturbo”, rimettendo l’attuazione pratica delle scelte energetiche nelle mani dell’opinione pubblica, dei privati cittadini e delle istituzioni potenziali “vittime” della localizzazione forzata. 

La leva sull’autonomia decisionale e sul timore di disastri porta alla vittoria del SI e – dopo poco tempo – i governi Goria, De Mita e Andreotti riconoscono il trend dell’opinione popolare e istituzionale locale e si tolgono il problema dai piedi, abbandonando il piano di sviluppo. 

Le tre centrali di Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese, vengono spente praticamente in corrispondenza della fine del loro ciclo di vita programmato; quella di Caorso, già in standby nel 1986 per la manutenzione periodica, non viene più riaccesa. Ovviamente, anche i progetti di raddoppio di Trino e della nuova centrale di Montalto vengono abbandonati definitivamente e, pochi anni dopo, passati in gestione a Sogin per lo smantellamento.

Il “sogno nucleare” italiano inaugurato negli anni ’60 del 1900, si volatilizza – quindi - di fronte ad una combinazione di costi di realizzazione troppo elevati, di crisi economica e finanziaria, di paura dei rischi, di scarsa efficienza delle tecnologie disponibili, di popolazione riluttante e di rivendicazione delle autonomie da parte degli Enti Locali.

Oltre a questo, negli anni ’80 il fabbisogno energetico non era ancora così elevato e poteva essere coperto dalla produzione idroelettrica e da fonti di origine fossile – tra l’altro non ancora percepite in modo massiccio come responsabili del degrado ambientale.

La conferma della volontà popolare nel 2011

Nel 2011, il Governo Berlusconi IV tenta la reintroduzione della possibilità di un programma nucleare nell’impianto legislativo italiano, con l’ Art. 5, Comma 1 del decreto-legge 34/2011, che prevede di «acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui parametri di sicurezza, anche in ambito comunitario, in relazione alla localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare» (Art. 5, Comma 1) e con una lunga perifrasi nel Comma 8[10]. 

Il tentativo viene velocemente tarpato da un nuovo referendum abrogativo, con un quesito trainato dal tema dei servizi idrici che abroga proprio i due commi 1 e 8 dell’Art.5. 

Il popolo italiano decide per la seconda volta contro lo sviluppo del nucleare. 

Oggi: una nuova strategia, ma con dei paletti

In parallelo alla fallimentare consultazione popolare sul Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi – di cui abbiamo parlato qui e qui – che riguarda più le scorie della diagnostica medica che quelle della produzione di energia, il governo Meloni prova ad elaborare una nuova potenziale strategia di rilancio del nucleare civile “sostenibile”, con la proposta di legge del Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, approvata in prima lettura dalla Camera dei Deputati il 6 giugno 2026.

La legge Pichetto è più una istanza di metodo che di merito: è una legge-delega, che definisce un obiettivo generale e mette nelle mani del Governo (delega, infatti) la definizione del quadro normativo per l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione.

Sarà, quindi, il Governo a decidere, entro un anno, cosa fare, come e quando farlo e con quali risorse. Attraverso decreti legislativi e senza passare dal Parlamento.

Tuttavia, nelle parole del Ministro, il Governo dovrebbe muoversi rispettando una serie di vincoli economici, ambientali e sociali: garantire l’aderenza agli obiettivi di decarbonizzazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (che rispecchiano gli impegni europei), mantenere un profilo di sicurezza ambientale estremamente elevato, integrarsi con un piano di stoccaggio temporaneo e di smaltimento definitivo delle scorie, comprendere – nel programma di sviluppo – anche la ricerca sulla fusione, sulla fissione avanzata e sulle relative applicazioni industriali.

Infine, la legge delega stabilisce che i decreti legislativi debbano, poi, essere trasformati in legge attraverso la corretta procedura parlamentare, e questo dovrebbe essere una importante garanzia contro le decisioni unilaterali su una materia che non può esimersi da un ampio consenso, perlomeno di tipo rappresentativo.

 

Alla prossima puntata, quindi!

 


 

NOTE:

[1] Fonte Sogin, https://www.sogin.it/it/chiusuradelciclonucleare/sitinucleariitaliani/Pagine/default.aspx;

[2] Cfr. https://world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-t-z/united-kingdom, https://www.edf.fr/groupe-edf/comprendre/production/nucleaire/nucleaire-en-chiffres;

[3] Modesto rispetto a quello francese di effettuare una transizione completa dal fossile al nucleare entro 15 anni, ma in linea con quello britannico che prevedeva una quota del 25% del fabbisogno energetico coperto dal nucleare;

[4] Stimato in circa 300 mln di MWh /anno per l’anno 2000;

[5] Si divertivano con le sigle di tre lettere;

[6] Reattore termico ad acqua pressurizzata (PWR, Pressurized Water Reactor), cfr. https://www.infn.it/energia-nucleare/;

[7] Comitato interministeriale per la programmazione economica. Cfr. https://www.openpolis.it/parole/che-cose-il-cipe-e-di-cosa-si-occupa/;

[8] E per fortuna che era un governo di centro-sinistra, in cui “militavano” anche PSI e PSDI, le principali forze di sinistra moderata di quel periodo;

[9] In quegli anni non esisteva il referendum propositivo e la legge 352/1970 impediva di fare referendum abrogativi riguardati una scelta politica generale, qual era il piano di sviluppo sul nucleare civile;

[10] Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorita' e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitivita' del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l'incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilita' ambientale nella produzione e negli usi dell'energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell'Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito

https://www.gov.uk/government/news/biggest-expansion-of-nuclear-power-for-70-years-to-create-jobs-reduce-bills-and-strengthen-britains-energy-security

https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB

https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricityhttps://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare

https://www.mase.gov.it/portale/-/nucleare-sostenibile-mase-il-consiglio-dei-ministri-approva-la-delega

https://www.mase.gov.it/portale/-/la-camera-dei-deputati-approva-in-prima-lettura-la-legge-pichetto-sul-nucleare-sostenibile?p_l_back_url=%2Fportale%2Fcomunicati-stampa%3Fdelta%3D30%26start%3D2

https://www.technologyreview.it/tre-domande-sul-nucleare-di-nuova-generazione-con-relative-risposte/https://eccoclimate.org/qa-il-nucleare-serve-allitalia/

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/


Le foreste come vettore di rinascita socio economica

Il rapporto di Pefc Italia

Questo articolo riguarda lo stato delle aree boschive del nostro Paese, ma il focus non è tanto sui benefici ambientali veicolati dai boschi, piuttosto racconta del rapporto tra foreste e comunità, e lo fa riassumendo il grande lavoro di indagine realizzato dal Pefc Italia con la collaborazione di Legambiente e di Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani).

Il rapporto si chiama Foreste in comune; un lavoro accuratissimo di mappatura delle zone boschive in ciascun comune italiano, che è costato diversi anni di lavoro. 

L’obiettivo di questa indagine supera largamente i confini del tema ambientale; si tratta del primo rapporto costruito nel nostro Paese in cui si mettono in relazione estensione dei boschi, economia dei territori e finanche demografia.

Un lavoro che si configura come un primo passo per analisi sempre più specifiche e approfondite su questi temi di grande importanza, se si prova ad avere una visione di dove può andare la nostra società nel prossimo futuro. È un fatto che il modello di crescita economica affidato alla iper concentrazione urbana di popolazione e attività economiche, porta con sé serie problematiche sociali e ambientali ed è palesemente in crisi. La riurbanizzazione delle zone montane e boschive può essere una delle risposte.

Qualche dato sui boschi italiani

Cominciamo dai macro dati: oggi il 34,6% del territorio del Paese è coperto da boschi, quasi 11 milioni di ettari, più di 100.000 km quadrati. Una crescita impetuosa rispetto al punto minimo raggiunto a metà del secolo scorso, basti dire che dal 1970 l’estensione dei boschi italiani è raddoppiata.

Questo dato, in sé positivo per quel che significa a livello di benefici ambientali, ha anche un risvolto negativo. I boschi, infatti, si sono riappropiati dei terreni abbandonati dall’uomo; lo spopolamento delle aree premontane e montane, soprattutto lungo l’intera dorsale appenninica, ha determinato questo fenomeno. Una ritirata dell’uomo, costretto ad abbandonare i territori “marginali” per l’impossibilità di una sostenibilità economica degli stessi e per l’insufficiente aiuto sociale dello Stato.

Ma ecco che il rapporto del Pefc indica che qualcosa sta cambiando, una trasformazione lenta ma profonda, che riguarda la gestione delle foreste, l’economia ed anche la demografia.

Torniamo ai dati; il rapporto introduce un indicatore del tutto intuitivo: l’Indice di Boscosità, che misura quanta parte del territorio di un comune è coperta da foreste. 

Così scopriamo delle chicche di curiosità, ad esempio che Marcetelli, minuscolo comune della provincia di Rieti (56 abitanti all’anagrafe!) è il più boscoso d’Italia con il 98,4% del suo spazio coperto da boschi. Altri piccolissimi centri come Bormida (Liguria) o Percile (Lazio), superano il 96%. In termini assoluti, invece, il primato spetta a Gubbio, con oltre 26.800 ettari di superficie forestale.

Ma la parte più significativa del rapporto non riguarda il dato esclusivamente geografico; piuttosto è nella rilettura del bosco come infrastruttura naturale strategica. 

Le foreste non sono più viste come superfici improduttive, ma come sistemi che generano valore economico, ambientale e sociale. 

Crediti ecosistemici, valore sul territorio

Assorbono CO₂, assorbono le acque, proteggono il suolo, ospitano biodiversità, migliorano il microclima. Tutto questo – oggi – ha un valore misurabile.

La piccolissima Marcetelli genera quasi 8 milioni di euro l’anno in servizi ecosistemici[1]. Come si arriva a una cifra così alta? Il valore deriva da una stima complessiva del “lavoro” che il bosco svolge ogni giorno: a partire dall’assorbimento e stoccaggio di CO₂ e tutti gli altri servizi sopra accennati.

Il cuore del valore sta nel carbonio: una foresta appenninica matura può assorbire e immagazzinare nel legno ogni anno migliaia di tonnellate di CO₂. Per cui, quando si applicano i parametri del “costo sociale del carbonio” — usati da ISPRA, JRC e dagli standard internazionali — il valore dello stock diventa enorme. 

A questo si aggiungono i benefici idrogeologici, che in un territorio ripido come quello di Marcetelli (ma vale per qualsiasi altra zona montana) equivalgono a milioni di euro di opere che non devono essere costruite; i benefici per la stabilità e la tenuta del terreno; la biodiversità, che ha un valore per il presente e per il futuro; ed anche, in potenza, sviluppi di turismo dolce. 

Si tratta di un valore calcolato sui benefici generati per il territorio e la collettività; è una cifra potenziale, perché i servizi ecosistemici non producono reddito diretto. Solo in casi specifici — ad esempio attraverso schemi certificati di crediti ecosistemici — una parte di questo valore può essere monetizzata, ma si tratta di meccanismi complessi e al momento quantitativamente molto marginali, non oggetto di questo scritto.

Si sta sviluppando un modo innovativo di guardare agli spazi naturali: non più come superfici più o meno utilizzabili, ma come a un capitale naturale che produce valore per il solo fatto di esistere (e meglio ancora se c’è una gestione dell’area forestale).

Lo spopolamento delle aree montane, segni di inversione di tendenza

Ed è da qui che inizia la parte più interessante del rapporto; i segnali – finalmente – di inversione di tendenza riguardo allo spopolamento delle aree montane. 

Si tratta ancora di segnali deboli, relativi a poche zone sparse a macchia di leopardo tra Alpi e Appennini, sicuramente non ancora un trend certo e stabile, tuttavia… 

In ogni caso non c’è solo il rapporto Pefc che accenna a segnali di ritorno; anche il Rapporto Montagne Italia dell’UNCEM, mostra che in alcune zone si osservano tendenze di crescita o stabilizzazione demografica. Come dicevamo, non si può considerare un trend generale, ma sono segnali reali e concreti. E, come prima sensazione, possiamo dire che ci sono due tipologie di “nuovi abitanti delle montagne”: immigrati, tendenzialmente lavoratori manuali, e professionisti anche dei nuovi campi dell’economia che possono espletare le loro attività da remoto. 

Un interessante mix che riproduce dinamiche metropolitane e che promette la costituzione di una società varia e aperta (questa è una deduzione di chi scrive). Ma su tutto questo occorrono ulteriori studi e approfondimenti, i report del Pefc e di UNCEM rappresentano solo l’inizio di questa esplorazione socio-economica.

Quello che è certo, invece, è che il ruolo dei boschi in queste nuove tendenze è centrale. È l’ecosistema creato dai boschi il fattore di attrattività per le persone che tornano ad abitare nelle zone montane. 

Il documento ASviS Sviluppo sostenibile per le regioni montane parla di un cambio di paradigma: le montagne non sono periferie, ma territori strategici per la coesione, la biodiversità e la resilienza climatica. E proprio la qualità ambientale, il capitale naturale, diventa una leva per attrarre nuovi residenti.

Il ripopolamento è ancora limitato, fragile, disomogeneo. Perché possa diventare un trend stabile serve uno sforzo dell’attore pubblico per infrastrutture digitali, servizi essenziali (scuole, sanità…), trasporti, governance. 

Ma questi timidi segnali sono già sufficienti a cambiare la narrazione imperante solo fino a pochissimo tempo fa; la montagna è un territorio che torna a vivere - oltre lo sfruttamento turistico basato sugli sport invernali - e le foreste sono la risorsa al centro di questo processo.

Un processo che, come fanno notare sia il presidente del Pefc Italia Marco Bussone, sia Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente, può diventare solido e duraturo, solo con la collaborazione costante dello Stato e di tutti gli enti che a vario titolo si occupano di comunità montane e patrimonio forestale.

 


 

NOTE:

[1] Si definiscono servizi ecosistemici quei benefici che gli ecosistemi naturali offrono al genere umano in modo del tutto “gratuito” per la sua sopravvivenza / benessere. 

Si dividono in 4 macro categorie:

  • approvvigionamento
  • regolazione
  • culturali
  • supporto alla vita  

I servizi ecosistemici delle foreste appartengono a tutte e 4 le categorie.

La concettualizzazione dei servizi ecosistemici nasce negli anni ’70 ma solo nel 2005 sono stati definiti ufficialmente e regolamentati con lo studio Millenium Ecosystem Assessment delle Nazioni Unite.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Rapporto “Foreste in comune” – Pefc Italia

Rapporto Montagne Italia – Uncem

Rapporto Sviluppo Sostenibile per le Regioni Montane – Asvis


La triste fine del cane di Michele Serra e una morale per lupi e altri animali

Negli ultimi giorni si parla, e si scrive[1], molto della terribile fine di Osso, il cane di Michele Serra, probabilmente ucciso da dei lupi, una sera di fine aprile, nelle colline del Piacentino. 

Personalmente, ho partecipato, immedesimandomi, al dolore di Michele Serra e ne comprendo la drammaticità. Questo episodio ha stimolato la serie di riflessioni di ordine morale che esprimo di seguito.

La vicenda è emblematica, per l’accadimento in sé: un cane “di famiglia” è stato aggredito e ucciso dai lupi, non lontano dalla casa dove abita. 

Anche la reazione di Serra è emblematica, dice che «non è normale che chi ha un cane in campagna lo debba tenere chiuso in casa o in un recinto o nella stalla». 

È la reazione “normale” di chi è stato privato di un affetto importante, una reazione di difesa della libertà, propria e del cane, è emblematica per il suo carattere NIMBY: Serra associa questo evento all’uccisione di 6-7 pecore del vicino, avvenuta alcune settimane prima; eppure, quando è successo, non ne ha scritto. 

È emblematica, ancora una volta, per la razionalità dell’ambientalista, che emerge quando parla della necessità di interventi mirati di riduzione del numero di lupi in circolazione, ma non di “giustizia fai da te” come quella del recente caso abruzzese (una dozzina di lupi avvelenati presumibilmente da agricoltori e allevatori locali).

È emblematica perché si colloca nella controversia sull’opportunità o meno di toccare il “patrimonio faunistico” di grandi predatori nelle campagne e montagne italiane e perché tocca le corde emotive di chi ama gli animali selvatici – lupi, orsi e linci compresi - ma, nello stesso tempo non può pensare che il “proprio” animale sia vittima di un’aggressione mortale.

Ora, evitando di discutere la controversia, credo che sia opportuno affrontare le dimensioni morali di questa vicenda, così come si manifestano in modo immediato, delineando delle scale di valori, che esaminiamo con una serie di confronti:

  • il cane Osso
    vale di più
    delle pecore del vicino (e si capisce, è uno di famiglia!). Infatti, Serra non ha scritto nulla quando sono state uccise.
  • Osso e le pecore del vicino
    valgono di più
    dei lupi che li hanno uccisi o di altri lupi ritenuti in sovrannumero;
  • la specie dei lupi da preservare, un concetto astratto,
    vale di più
    dei singoli individui di lupo – nonostante la loro preziosa identità personale, che non può non essere riconosciuta se si riconosce quella di Osso – che dovrebbero essere uccisi per riequilibrare l’assetto faunistico e il rapporto numerico tra predatori e prede;
  • tutti i soggetti appena citati, il cane, le pecore, la specie, l’equilibrio faunistico,
    valgono di più
    degli altri animali del bosco (scoiattoli, tassi, cerbiatti, lepri) di cui i lupi si possono cibare serenamente senza turbare la suscettibilità di nessuno.

Oltre a questa scala di valori, dalle considerazioni di Michele Serra, emergono alcune domande e altri assunti morali:

  • La libertà di lasciare le proprie terre, il proprio giardino, non recintate (anche in modo da evitare o perlomeno contenere il rischio di contatto tra grandi predatori e animali domestici)
    è moralmente superiore
    rispetto alla libertà dei lupi di frequentare il territorio in cui si sono insediati e di mangiare le prede che trovano? Secondo questa istanza morale, sono i lupi a dover essere diminuiti di numero (uccisi, quindi) e non gli animali domestici protetti da un buon recinto.
  • La scarsa disposizione a recintare le proprie terre e a impedire al cane di girare la sera tardi, in una zona in cui ci sono i lupi,
    può essere coperta e legittimata
    da argomentazioni razionali sull’equilibrio faunistico?
  • La morte delle pecore (e di altri animali da pascolo)
    è deprecabile
    se avviene “per bocca” dei lupi,
    ma non lo è
    se avviene per mano dell’umano, in entrambi i casi per farne cibo?
    Nel primo caso se ne parla sui media e si pensa a come fare a contenere le aggressioni dei lupi, nel secondo caso (milioni di volte più frequente) passa sotto silenzio[2].
  • Se vicino al casolare ci fosse stato un precipizio, il proprietario del cane Osso l’avrebbe lasciato girare del tutto libero, anche al buio, esposto al rischio di cadervi, oppure l’avrebbe protetto facendo un recinto?
  • Reintrodurre, proteggere e preservare la specie dei lupi (o degli orsi, vedi il Progetto Ursus)
    è sacrosanto e moralmente ineccepibile,
    perché finalizzato a ristabilire una condizione “antica” di diffusione di questi animali. Ma, allo stesso tempo,      può essere considerato accettabile
    ridurne il numero (ucciderne un po’) per evitare aggressioni agli animali domestici e da reddito?
  • Se Osso fosse stato ucciso da un tasso (evento più probabile dell’aggressione da parte di un lupo) o da un cavallo a cui si fosse incautamente avvicinato troppo, o da un parassita, Michele Serra avrebbe solo pianto e scritto un ricordo funebre per Osso oppure avrebbe armato una guerra sul controllo numerico dei tassi, dei cavalli o della filaria?

 


 

È evidente che un evento tragico come la morte di un cane di possa scatenare reazioni intense e di forte emotività, che fanno emergere scale di valori altrimenti inespresse, lasciate implicite. 

In questo caso, il dolore di Michele Serra mette in luce questa scala di valori, in ordine di importanza: il proprio cane Osso, le pecore del vicino, la specie dei lupi e la sua preservazione e, più in basso, i singoli individui di lupo; più in basso ancora, troviamo gli animali del bosco e gli animali di allevamento, per la cui morte Serra sembra non avere considerazione.

E nello stesso tempo evidenzia due strabismi morali che sottendono dei valori impliciti: il primo è che il lupo che uccide una pecora compie un atto moralmente esecrabile. Lo stesso atto, compiuto da un macellaio umano per fare carne da banco non è moralmente censurabile. Eppure, la pecora è la stessa e, ugualmente, è morta. Il secondo strabismo riguarda la visione romantica del naturalismo che difende – nello stesso tempo – la libertà del cane di famiglia e la preservazione della specie dei lupi.

 


 

Sono una scala di valori e degli strabismi, purtroppo, molto diffusi e condivisi.

Da parte nostra, riteniamo che, una volta rilevato che i lupi e gli altri predatori si sono diffusi, l’unica strategia possibile per contenere i danni è una seria, consapevole e molto prudente convivenza, ispirata al comportamento degli stessi predatori, che prudentemente, evitano i contatti con l’umano. Convivenza in cui trovano posto misure di prevenzione come i recinti, i dissuasori ottici e sonori, compreso qualche sparo, il controllo assiduo degli animali domestici e da pascolo, e – eventualmente – investimenti per trattamenti mirati di contenimento della fertilità delle femmine dei predatori.

 


 

Nota: se succedesse al mio cane quello che è successo ad Osso, perché l’ho lasciata libera la sera e a rischio di aggressione da parte dei lupi che girano intorno al paese abruzzese, credo – oltre a piangere senza sosta - che mi romperei la testa contro il muro per la mia sconsideratezza.

 


 

NOTE:

[1] Ad esempio: https://www.ilpost.it/ok-boomer/in-ricordo-di-osso/,
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/05/05/michele-serra-cane-sbranato-lupi,
https://www.corriere.it/animali/cani/26_maggio_05/il-cane-di-michele-serra-sbranato-dai-lupi-mi-sento-come-uno-che-ha-pagato-un-tributo-alla-natura-servono-interventi-95dbc9f3-b086-494d-9d33-e57174e8exlk.shtml 

[2] Gli animali di allevamento "da carne" non vengono uccisi solo per mangiarli. Vengono uccisi anche per buttarli nella spazzatura. Infatti, se si va in un supermercato la sera, verso l’ora di chiusura, verso le 7 o 8 di sera, si può vedere una quantità di carne che scade proprio quel giorno e che, quindi verrà buttata (perché c’è un surplus di carne disponibile e non acquistata). Quindi, uccisi per essere buttati.


Clima: dalla COP di Belem - Una sintesi della situazione

La Conferenza delle Parti (COP) è il più grande evento per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici. 

Nel 2025, il Brasile ha ospitato, a Belem, la 30ª Conferenza delle Parti (COP30) dal 10 al 21 novembre: un’occasione per discutere di soluzioni climatiche e promuovere il consenso sugli obiettivi globali per ridurre le emissioni di gas serra.

Fanno parte della Convenzione 198 parti, Italia inclusa.

Gli Stati Uniti hanno saltato la conferenza, fanno pressioni per affossare i nuovi accordi e per ostacolare le iniziative di riduzione delle emissioni e di tutela dell'ambiente.

Nessun altro Paese ha seguito l'esempio degli Stati Uniti. Mentre Trump descrive il cambiamento climatico come una "truffa", la maggior parte dei leader mondiali riconosce ancora la scienza che dimostra il contrario, e sta orientando le proprie economie verso energie più pulite dopo i drastici cali dei prezzi dell'energia solare ed eolica.

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha espresso questo sentimento durante il vertice dei leader che ha preceduto la COP30. "Il signor Donald Trump non verrà. Si sta comportando in un modo che nega la scienza e sta conducendo la sua società con gli occhi chiusi verso l'abisso, e con essa l'umanità (...) Il signor Trump si sbaglia”.

"Dieci anni fa, il Mondo si è riunito a Parigi, unito nella determinazione di affrontare la crisi climatica. Un consenso basato sulla scienza, inequivocabile", ha dichiarato in Brasile il Primo Ministro britannico Keir Starmer. "Oggi, purtroppo, quel consenso non c'è più".

I politici inquadrano la transizione energetica come una minaccia per l'occupazione e la ricchezza. 

La crisi è alimentata principalmente dalle emissioni di gas serra [1] derivanti dalle attività umane:

I gas serra lasciano passare la maggior parte della luce del Sole, che riscalda la Terra (a sinistra)  e riflettono la radiazione infrarossa emessa dalla Terra (a destra).

Da quando il cambiamento climatico è diventato una preoccupazione sia per i decisori politici, sia per i profani, il dibattito pubblico si è concentrato principalmente sulla mitigazione: limitare le emissioni di gas serra e passare alle energie rinnovabili.

La cooperazione globale sul clima è in corso da oltre tre decenni, da quando la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è stata firmata nel 1992. La Conferenza di Stoccolma del 1972 diede avvio a una governance ambientale: affermò il diritto universale a un ambiente sano, ma anche il diritto sovrano degli Stati a sfruttare le proprie risorse. Il Protocollo di Montreal, firmato 15 anni dopo, portò alla quasi totale eliminazione delle sostanze che riducono lo strato di ozono. 

Un importante accordo è stato il Protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, che impose obblighi legali di riduzione delle emissioni. Nel 2015, i governi hanno adottato l'accordo di Parigi per limitare l'aumento medio della temperatura  globale a due gradi (e, idealmente, a 1,5 gradi).

Gli scienziati temono che, se le temperature dovessero aumentare oltre tale limite, il pianeta potrebbe raggiungere punti di non ritorno.

Nella prima metà del 2025, per la prima volta, nel mondo, l’energia elettrica ottenuta dal sole e dal vento ha superato quella ottenuta dalla combustione dek carbone.

Negli Stati Uniti sole e vento hanno generato l’88% della nuova energia elettrica.

Nel 2024 la produzione globale di energia eolica e solare ha raggiunto livelli record, livelli che sarebbero sembrati impensabili fino a poco tempo prima. Negli ultimi 15 anni, l'eolico e il solare sono cresciuti da quasi zero al 15% della produzione mondiale di elettricità, e i prezzi dei pannelli solari sono diminuiti fino al 90%. 

Questi dati non devono però illuderci. 

Nel 2024 la quantità di energia derivata da petrolio, gas e carbone è aumentata.

Il ricorso globale ai combustibili fossili è tuttora in crescita. La ricerca di nuove riserve di gas e di petrolio è tuttora in corso: non solo nuove perforazioni, ma anche l’uso della forza, come dimostra l’aggressione degli Stati Uniti (il secondo maggiore emettitore di carbonio al mondo) al Venezuela e la pretesa di Trump di accedere al suo petrolio.

Stato attuale

  • Riscaldamento Globale: Il 2026 segue una serie di anni record; la temperatura media globale si sta pericolosamente avvicinando alla soglia critica di +1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali, limite stabilito dagli Accordi di Parigi.

Gli eventi meteorologici estremi sono sempre più comuni:  aumento in frequenza e intensità di ondate di calore, siccità prolungate, inondazioni catastrofiche, che colpiscono duramente agricoltura e infrastrutture.

Ricordiamo ad esempio che l'uragano Melissa è stato una delle tempeste più forti mai registrate nei Caraibi. 

Il cambiamento climatico è un problema costoso. Secondo la società di assicurazioni e gestione del rischio Aon, le perdite economiche causate da disastri naturali in tutto il mondo ammontavano a oltre 300 miliardi di dollari nel 2022 e a 380 miliardi di dollari nel 2023. La Banca Mondiale ha riferito nel 2019 che nei paesi a basso e medio reddito, le interruzioni dei servizi dovute alle condizioni meteorologiche e la scarsa manutenzione delle infrastrutture costano a famiglie e imprese tra i 390 e i 650 miliardi di dollari all'anno.

  • Innalzamento dei mari: Lo scioglimento dei ghiacciai polari continua ad accelerare, minacciando città e popolazioni costiere.
In rosso le aree che verrebbero sommerse.
  • Alcune azioni  possono mitigare  queste minacce: la sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico) o con l’energia nucleare; la  riduzione degli sprechi negli edifici, nell'industria, nei trasporti; la riforestazione (per il sequestro del carbonio) e la protezione degli ecosistemi esistenti. 

La fusione nucleare, che potrebbe fornire energia pulita,  suscita grandi speranze, ma i risultati, nonostante gli sforzi, gli ingenti investimenti, e le grida di giubilo per ogni modesto progresso, sono scarsi.

Come ultimo segnale di pessimismo, ricordiamo che l’anidride carbonica che è stata già immessa nell’atmosfera vi rimarrà a lungo (il tempo medio di sopravvivenza è di circa cento anni); se da oggi cessassero completamente le emissioni, ci vorrebbero almeno una cinquantina d’anni per tornare a una concentrazione di 350 ppm, ritenuta la soglia sicura per evitare stravolgimenti estremi del clima.

Il cambiamento climatico creerà problemi intrattabili per alcuni paesi e aprirà nuove opportunità per altri.

L'emigrazione dal Nord Africa, dal Sahel e dal Medio Oriente, ad esempio, aumenterà, con l'aumento delle temperature e il calo della produttività agricola in quelle regioni.

I Paesi con vaste distese di territorio che presto saranno desiderabili trarranno beneficio; Canada e Russia, i due paesi più settentrionali del mondo, sono particolarmente ben posizionati. L'agricoltura in entrambi potrebbe espandersi notevolmente a seguito di stagioni di crescita più lunghe, temperature più calde e scioglimento del permafrost.

Altri territori settentrionali subiranno probabilmente cambiamenti simili a quelli di Canada e Russia: Finlandia, Norvegia, Svezia e lo stato americano dell'Alaska avranno tutti una crescente base di terra arabile nei prossimi decenni.

Non resterà altra scelta, ai nostri nipoti, che trasferirsi in Canada, in Alaska, in Siberia, o, Trump permettendolo, in Groenlandia?

 


NOTE:

[1] Principali Gas Serra e Fonti: Anidride carbonica (CO2). Principale gas serra antropico, derivante da combustibili fossili e deforestazione. Metano (CH4). Agricoltura, allevamento e rifiuti; ha un effetto molto rilevante. Protossido di azoto ()N2O.  Uso di fertilizzanti e processi industriali. Gas fluorurati: Condizionatori, spray e processi industriali; ha permanenza lunga in atmosfera. Vapore acqueo (H2O). Principale gas serra naturale.


Dark Ecology - Un'ecologia che rinnega la Natura

Sette domande.

  1. Gli animali possono godere dell’arte?
  2. Gli animali possono riflettere su sé stessi? Gli umani possono riflettere su sé stessi? L’autoriflessione rispetto alla sofferenza è importante?
  3. Che cos’è la consapevolezza? È una capacità cognitiva “superiore” (meno frequente) o “inferiore” (più frequente)?
  4. I Neanderthal erano dotati di immaginazione? E noi l’abbiamo? È importante?
  5. L’intelligenza artificiale soffre? I batteri possono soffrire? Quali sono i limiti “inferiori” della sofferenza?
  6. La coscienza è intenzionale?
  7. Il pensare e il percepire sono distinti?[1]

Chi pone queste domande e a chi? Gli studiosi umanisti agli scienziati, scrive Timothy Morton, professore alla Rice University di Houston. Sono riflessioni che emergono lungo la lettura del suo libro Come un’ombra dal futuro (l’espressione è di P. B. Shelley)[2].

Riflessioni che nel confronto tra studiosi andranno rielaborate, i concetti ridefiniti, le parole risignificate, eliminate, rivoltate.

Non basta più fornire «pubbliche relazioni migliori» alla scienza o studiarne le conseguenze. C’è un pensiero nuovo sulla soglia che chiede di interagire attivamente con la scienza. Un pensiero che abbandona il nichilismo diffuso del pensiero umanistico postmoderno e interroga la rigidità austera della scienza che nel laissez-faire dominante del capitalismo si trasforma con troppo piacere in scientismo. C’è una strana distanza, sadica, implicita in un atteggiamento che si dice sperimentale, condiviso da teorie economiche e teorie scientifiche.

Questo pensiero vuole chiederne conto, vuole che insieme si scenda nel fango, “umanisti” e “scienziati”, e si ricominci a fare esperienza del nostro mondo. Possiamo vivere in una società in cui le scienze contemplino la negatività, agire nella possibilità dell’errore e del torto, rispondere della nostra opera nella maglia del mondo in mezzo a esseri che si presentano “estranei strani”.

Come un’ombra dal futuro

Complicato? Sì, perché spero le frasi si presentino nella loro forza di suggestione, anche se estrapolate dal libro di Morton. Pubblicato nel 2010 e portato in Italia dalle edizioni Aboca nove anni dopo, Come un’ombra dal futuro si presenta come un manifesto per un nuovo pensiero ecologico» ancora da pensare.

I ragionamenti sono molti, spesso piacevoli in quanto arricchiti da numerose citazioni poetiche e cinematografiche, oltre che da un eloquio che si contraddistingue per lo slancio rivoluzionario, ai limiti dell’escatologico. Sono tesi forti, a tratti appena accennate, in altre parti pensate a lungo e con onestà. Il linguaggio è coinvolgente, ma non rinuncia alla profondità di pensiero e per questi motivi ho pensato fosse interessante dargli risalto.

È un libro che vuole essere divulgazione rivolta a lettori e lettrici che possano affrontarne le pagine dense di contenuti anche senza una conoscenza specialistica[3]. Si presenta a noi come un confronto serrato tra le tesi che caratterizzano il pensiero queer, basate su un’ontologia influenzata dagli scritti di Lévinas e che si oppone a Heidegger scontrandosi con quel pensiero immobilizzante dei paradigmi da fine della storia.

Complicato anche perché l’ecologia dark è come un film noir, afferma Morton. Non è la soddisfacente vittoria deduttiva del pensiero razionale à la Sherlock. Pensiamo di essere di essere esterni e oggettivi, ma ci ritroviamo irrimediabilmente coinvolti. Non solo. Pensiamo di essere umani e come Deckard di Blade Runner – il richiamo al capolavoro è dell’autore – scopriamo di essere replicanti. Cosa succederebbe? Siamo capaci di pensare il negativo delle concezioni che ci hanno accompagnato alla fine della modernità? Siamo capaci di un pensiero che superi il negativo riconoscendo che esso stesso è opera nostra?

Ecologia oscura

Perché proprio riconoscere la nostra opera è ciò che fa scattare il pensiero ecologico per Morton. Sappiamo ora che abbiamo sempre terraformato la Terra. Grazie alle tecnologie di cui disponiamo oggi possiamo decostruire molti costrutti che inquinano il pensiero. Possiamo fare esperienza dell’appartenenza a un mondo più grande, quasi infinito. Più che olistico dice Morton, perché come una geometria frattale si avviluppa e riproduce in ogni sua parte.

L’arte, per esempio, può essere profondamente ecologica (e già lo è). Non solo, essa può diventare visione anche per le scienze. Grazie allo sviluppo dell’utilizzo di tecniche come l’ingrandimento, lo stop motion, il time-lapse, abbiamo oggi accesso a nuove riproduzioni della realtà. Pensate a quei video prodotti in time-lapse che possono narrare la vita di una pianta lungo due anni di tempo, i quali ci consegnano una pianta vitale, in movimento, estranea alla nostra idea di “pianta”.

Così come è possibile ricreare spazi ambientali che esaltino proprio la loro caratteristica di essere ambiente (Morton pensa alle sale del Centre Pompidou, quelle del piano dedicato al contemporaneo). O ancora, la riproduzione delle forme naturali attraverso le già citate geometrie frattali, che da anni hanno tutta la nostra attenzione. Senza parlare di quello che Morton non poteva vedere nel 2010, che vediamo oggi nelle riproduzioni o “creazioni” affidate all’Intelligenza Artificiale o vissute nella realtà virtuale.

Rinnegare la Natura

Vedere questo ci permette di interrogare nuovamente i costrutti che dominano le nostre visioni economiche, ambientaliste e scientifiche. Non c’è alcun mondo da re-incantare o da ritrovare. Al contrario, c’è per Morton un mondo da demistificare e il suo principale obiettivo polemico è la Natura in questo caso. Il concetto di Natura è per l’autore il principale punto debole dell’ambientalismo “verde brillante” che presta il fianco al capitalismo, anche se non vorrebbe. Non si parla solo della produzione di batterie al litio rispetto all’estrazione di petrolio e alla produzione di CO2 in eccesso nell’atmosfera. Il vero greenwashing è nascondere ciò che è negativo della nostra realtà di viventi. Nascondere i rifiuti, parte dell’ambiente di un vivente, sotto il tappeto. Spiego meglio: l’ambientalismo preserva un paesaggio “naturale” dall’installazione di pale eoliche, l’estetica vince sull’etica, mentre sottoterra scorre l’ultimo oleodotto e stagna il bagno chimico. La Natura è fantasma, inconscio collettivo, costruzione da sogno che fa dimenticare all’umano di essere responsabile del mondo.

L’ecologia proposta da Morton non è nichilista, non è ambientalista, rinnega la Natura.
In tutto questo, lo trovo un pensiero liberatorio e interessante, oltre che sicuramente provocatorio.
È un pensiero che si affaccia e che ha bisogno di essere pensato. Non solo.
Ha bisogno delle scienze perché le vuole coinvolgere attivamente nella demistificazione del mondo.
Le domande che ho riportato in apertura sono le domande che Morton inizia a porre per comprendere il nuovo ruolo dell’umano del mondo.
Ruolo millenario, ma che solo oggi iniziamo a conoscere – sembrerebbe.

“Se potessimo dimostrare che la coscienza non è una sorta di sublime premio aggiuntivo per essere fatti in modo così elaborato, bensì un’impostazione predefinita allegata al software, allora i vermi sarebbero coscienti in ogni senso significativo. Un verme potrebbe diventare Buddha, in qualità di verme. Siamo sicuri che i non umani non abbiano un senso dell’”io”? Siamo sicuri che noi lo abbiamo?”[4]

 

NOTE

[1] Timothy Morton – Come un’ombra dal futuro. Per un nuovo pensiero ecologico – Aboca edizioni, Sansepolcro (Ar) 2019

[2] Le proposte sono riassunte così come le porto alle pagine 184 e 185 della traduzione italiana del libro.

[3] Gli studi e le ipotesi contenute si basano su precedenti libri di Morton Dark Ecology (2016), Ecology without Nature (2007), che il lettore specialistico o in cerca di analisi più approfondite può recuperare facilmente nelle edizioni in lingua originale.

[4] Timothy Morton – Come un’ombra dal futuro. Per un nuovo pensiero ecologico – Aboca edizioni, Sansepolcro (Ar) 2019


Mangiare con la mente: gastrofisica e food design tra percezione, esperienza e responsabilità

La gastrofisica, disciplina che studia il modo in cui i sensi e i processi cognitivi influenzano la percezione del cibo, sta progressivamente ridefinendo il concetto stesso di esperienza gastronomica. Cerchiamo di esplorare il dialogo tra gastrofisica e food design, evidenziando come il gusto non sia un dato oggettivo ma il risultato di una complessa interazione tra stimoli sensoriali, contesto, aspettative e significati simbolici.  Il food design è analizzato nella sua forma di pratica progettuale, capace di integrare conoscenze scientifiche e dimensioni culturali, estetiche ed etiche, ponendo particolare attenzione alle implicazioni per la sostenibilità, la riduzione dello spreco alimentare e il benessere del consumatore. In questa prospettiva, la gastrofisica non viene intesa come semplice strumento di ottimizzazione sensoriale, ma come chiave critica per ripensare il rapporto tra individuo, cibo e ambiente. 

Mangiare è un atto quotidiano che, nella sua apparente semplicità, racchiude una complessità sorprendente. Sarebbe molto interessante riuscire a scardinare l’opinione comune che si ha del gusto inteso come tale ma ciò non sembra essere possibile. È, invece, possibile comprendere come mai il gusto non è mai solo gusto. 

Per lungo tempo il gusto è stato considerato una proprietà intrinseca del cibo, qualcosa che risiede nella materia prima o nella sua preparazione tecnica. Tuttavia, numerosi studi negli ultimi decenni hanno messo in discussione questa visione riduzionista, mostrando come l’esperienza gastronomica sia il risultato di una costruzione percettiva e cognitiva, profondamente influenzata dal contesto, dalle aspettative e dall’interazione tra i sensi. 

GASTROFISICA

È in questo frangente che si colloca la gastrofisica, una disciplina ibrida che interseca neuroscienze, psicologia cognitiva e scienze sensoriali. La gastrofisica si propone di indagare come assaggiamo realmente il cibo, tutto quello che risiede dietro al semplice assaggio di una qualsivoglia pietanza. 

Parallelamente il food design ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dall’estetica del piatto alla progettazione sistemica dell’esperienza alimentare. Mettere in dialogo gastrofisica e food design significa interrogarsi non solo su come percepiamo il cibo, ma su come questa percezione venga progettata, orientata, declinata e molto spesso problematizzata. L’obiettivo di questa analisi è esplorare il rapporto tra queste due prospettive, evidenziandone le potenzialità ma anche le tensioni, in particolare sul piano etico e culturale. In questa chiave, il gusto smette di essere un dato naturale e diventa un oggetto di progetto. 

La gastrofisica nasce dal superamento dell’idea che il gusto sia riconducibile esclusivamente alle papille gustative. Il cibo non è più un semplice mezzo di nutrimento, bensì un’esperienza vera e propria che mostra come dal cibo emerga un’interazione di stimoli visivi, olfattivi, tattili, uditivi e cognitivi. 

DAL CIBO AL SOGGETTO CHE MANGIA

Questa visione sposta l’attenzione dal cibo in sé al soggetto stesso che ne fa uso e consumo, sottolineando come il soggetto vivente abbia un ruolo attivo nel “costruire” il gusto. 

Pertanto, mangiare equivale non solo a ricevere uno stimolo sensoriale, ma a interpretarlo sulla base di aspettative, memorie e contesti culturali. Ad esempio, servire un vino in un contesto molto elegante farà accentuare il valore che si attribuisce al vino servito; oppure un piatto viene giudicato più saporito se associato ad una narrazione coerente. Non sono illusioni, bensì esempi concreti di come può funzionare la percezione umana. 

Quello che si vuole dire è che la materialità del cibo è fondamentale, ma la gastrofisica ne ridimensiona la portata. Secondo tale prospettiva assaporare il gusto è un’esperienza emergente, situata e relazionale, non è più solo una qualità oggettiva e universale. 

Il food design si inserisce in questo scenario come pratica capace di tradurre le conoscenze sulla percezione in scelte progettuali consapevoli. Lontano dall’essere una semplice declinazione estetica della cucina, il food design opera su più livelli: materiali, simbolici e relazionali. Progettare il cibo significa progettare oggetti, spazi, rituali, packaging, servizi e narrazioni che accompagnano l’atto del mangiare. In questa prospettiva, il designer non interviene solo sulla forma, ma sulla costruzione di senso. Il piatto non è più un contenitore neutro, ma un dispositivo comunicativo; il contesto di consumo non è uno sfondo passivo, ma parte integrante dell’esperienza. Il food design assume così una funzione di mediazione tra saperi scientifici, cultura gastronomica e comportamenti sociali.

L’incontro con la gastrofisica rafforza questa dimensione progettuale, offrendo strumenti per comprendere come determinate scelte influenzino la percezione del gusto. 

Però, questo incontro non è privo di ambiguità. Se, da un lato, apre nuove possibilità creative, dall’altro, solleva interrogativi sul confine tra progettazione dell’esperienza e manipolazione della percezione. 

Il pensiero che sta dietro questa affermazione è veicolato da un nesso molto semplice che ha a che fare con la manipolazione che spesso le forme più scorrette di marketing attuano nei confronti della platea dei consumatori. Non è sbagliato vendere un prodotto in modo tale da far pensare all’utente finale che quel determinato oggetto o servizio possa fornire un vantaggio, un beneficio o solo un momentaneo risvolto positivo. È, invece, sbagliato far passare un messaggio che non rispecchia la realtà.

PROGETTAZIONE DI ESPERIENZE PERCETTIVE 

Negli ultimi anni molti prodotti ultra-processati (barrette, snack, yogurt aromatizzati, bevande vegetali zuccherate) vengono progettati attraverso strategie di food design e neuromarketing per apparire più sani di quanto siano realmente. Non è il prodotto a essere sano: è l’esperienza percettiva a essere progettata come tale, a partire dalla micronarrazione e dal naming: termini come balance, pure, active, nature e light costruiscono un’immagine positiva prima dell’assaggio e fanno in modo che questa immagine a priori, che non ha niente a che fare con la vera natura del prodotto offerto, influenzi favorevolmente l’esperienza. 

Anche i colori e i materiali hanno un ruolo centrale in queste operazioni, poiché carta grezza o colori pastello, come verde e beige, tendono a caricare il prodotto di un valore “naturale” e puro, attivando associazioni mentali con artigianalità e sostenibilità. Il punto critico di questa trattazione risiede non tanto nella falsità implicita, quanto più nella dissonanza tra composizione reale del prodotto e percezione indotta. Il consumatore non viene informato male, ma viene guidato percettivamente verso una valutazione errata. 

Quando la progettazione dell’esperienza sostituisce la qualità del contenuto, il food design smette di essere mediazione culturale e diventa simulazione, se non inganno.

TENSIONI E POTENZIALITÀ

E tutto questo cos’ha a che fare con la gastrofisica? Banalmente, tutte queste progettazioni, volenti o nolenti, rientrano in uno spettro di azione della gastrofisica stessa, anche se l’intenzione iniziale non era quella. L’applicazione dei principi gastrofisici al food design è ormai diffusa in molti ambiti, dalla ristorazione di alta gamma al marketing alimentare. È noto, ad esempio, che piatti di colore scuro tendano a intensificare la percezione di dolcezza, o che posate più pesanti siano associate a una maggiore qualità percepita del cibo. Allo stesso modo, il suono croccante di un alimento può amplificarne la freschezza percepita, indipendentemente dalla sua composizione reale. Questi meccanismi, se utilizzati in modo consapevole, possono arricchire l’esperienza gastronomica, rendendola più coerente e coinvolgente.

 Tuttavia, è proprio qui che emergono le prime tensioni. 

Quando la gastrofisica viene impiegata per compensare la scarsa qualità di un prodotto o per indurre aspettative ingannevoli, il rischio è quello di trasformare il progetto in uno strumento di manipolazione. D’altra parte, però, la sua potenza può essere usata come facilitatore di comportamenti virtuosi.

Una delle direzioni più interessanti del dialogo tra gastrofisica e food design riguarda, infatti, il tema della sostenibilità. Se la percezione del gusto è influenzabile, allora è possibile utilizzarne i meccanismi non solo per aumentare il piacere immediato, ma per orientare comportamenti più responsabili. Migliorare l’accettabilità di cibi a basso impatto ambientale, ridurre lo spreco alimentare o favorire un consumo più consapevole sono obiettivi che possono beneficiare di un approccio percettivo informato. In questo contesto, il food design diventa uno strumento educativo oltre che esperienziale. 

Progettare il gusto significa anche progettare un rapporto diverso con il cibo, meno basato sull’eccesso e più attento alla qualità complessiva dell’esperienza. La gastrofisica può supportare questa transizione, a patto di essere inserita in una cornice etica chiara. Il punto non è “ingannare” il palato, ma riconoscere che ogni esperienza alimentare è già, di per sé, una costruzione. Rendere espliciti i meccanismi percettivi può aiutare a restituire al consumatore un ruolo più attivo e consapevole, anziché ridurlo a destinatario passivo di stimoli progettati. Il confronto tra gastrofisica e food design mette in evidenza come il gusto non sia un dato naturale, ma un fenomeno complesso, situato all’incrocio tra percezione, cultura e progetto. Considerare il gusto come oggetto di progetto implica una responsabilità culturale ed etica. Progettare l’esperienza alimentare significa intervenire su comportamenti, desideri e immaginari collettivi. 

Il gusto, in definitiva, non è nel piatto: è nello spazio che si crea tra ciò che mangiamo, come lo mangiamo e il significato che attribuiamo a quell’esperienza. Ed è proprio in questo spazio che food design e gastrofisica possono contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’alimentazione.


Il mito del tè come seconda merce globale più venduta dopo il petrolio: il potere di un mito commerciale, simbolico e poetico.

Il tè vanta una storia profondamente radicata nella civiltà umana. L’infusione derivata dalle foglie di Camellia sinensis[1], dal  2700 a.C, si è imposta come bevanda globale, risultando oggi la più consumata al mondo, dopo l’acqua[2]. 

È diffuso anche un altro primato associato al tè: che sia la seconda merce fisica più commercializzata al mondo dopo il petrolio. Un’affermazione tanto ripetuta, quanto priva di fondamento, ma straordinariamente resiliente. Ciò che affascina, tuttavia, non è tanto la sua falsità economica, quanto la sua persistenza simbolica.

Le prime occorrenze note di questa affermazione compaiono in testi divulgativi e articoli nell’ultimo ventennio del Novecento, spesso privi di riferimenti statistici. Si può ipotizzare che il mito sia nato per sovrapposizione semantica: l’industria del tè cercava di enfatizzare la propria centralità simbolica, e qualcuno trasformò un dato qualitativo (il tè è una delle merci più diffuse al mondo) in un superlativo competitivo (la seconda dopo il petrolio), imponendo il linguaggio del primato tipico della comunicazione economica.

In termini puramente commerciali, il mito è facilmente smentibile. Secondo i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’International Trade Centre (ITC), il tè non figura nemmeno tra le prime venti merci degli scambi mondiali. Lo superano ampiamente petrolio, gas, automobili, chip, grano, ferro, rame, caffè. La produzione mondiale di tè ha un valore di circa 20-250 miliardi di dollari[3], cifre che impallidiscono di fronte ai trilioni del mercato energetico o tecnologico.

La questione più interessante è che nessuno sembra voler smentire il mito. Le agenzie del tè, i Paesi produttori, la stampa lo ripetono con una leggerezza che sfiora la connivenza poetica. Il mito, infatti, non si diffonde per errore, ma perché diventa dispositivo culturale. Che funziona perché istituisce una coppia archetipica: tè e petrolio. L’uno è chiaro, profumato, rituale, l’altro scuro, viscoso, esplosivo; l’uno vegetale, l’altro minerale; l’uno simbolo di pausa, l’altro di accelerazione. Uno è energia che organizza il mondo tramite socialità, estetica, disciplina del tempo, accoglienza, pace, l’altro è energia che consuma il mondo. Il petrolio si erge come paradigma della modernità: estrazione, accelerazione, conflitto, distruzione, accumulo, energia materiale; il tè ne diventa il contro-paradigma: lentezza, ritualità, aggregazione, cultura, energia spirituale. Oro verde e greggio: gentilezza civilizzatrice in opposizione alla durezza del mondo industriale. Questa lettura simbolica trova eco nella tradizione orientale del tè come rito di consapevolezza, in cui ogni gesto tende alla perfezione ed è esercizio di presenza. L’Occidente, invece, ha costruito il proprio immaginario energetico sul dominio della materia: trasformare, estrarre, consumare. 

I miti servono a rendere pensabili le contraddizioni che una cultura non riesce a conciliare, sosteneva Claude Lévi-Strauss[4]. Il mito non elimina la contraddizione, ma la media, la maschera o la sposta attraverso una serie di trasformazioni, rendendo così un conflitto inconciliabile più accettabile o comprensibile per la comunità che lo narra. Qui la contraddizione è evidente: l’uomo moderno dipende da combustibili che distruggono il pianeta. Questa contrapposizione viene risolta con un’immagine conciliatrice: l’energia può essere dolce e pulita, salutare, in armonia con la natura e può essere diffusa quasi come l’energia che distrugge e inquina. 

In definitiva, il mito del tè non mente: trasfigura. Ci ricorda che l’economia globale non è solo un insieme di scambi materiali, ma anche un paesaggio di sogni, memorie, desideri e promesse. Il tè, bevanda della calma, diventa simbolo compensativo di un’epoca fondata sull’esaurimento energetico e psichico. È la merce che non è solo merce, ma rito, meditazione, purificazione. Il suo primato immaginario rappresenta la speranza di un’economia meno aggressiva, capace di nutrire senza distruggere. Il sogno di un mondo dove la delicatezza possa prevalere sulla potenza. 

Questo mito è figlio della cultura globale che costruisce narrazioni di equilibrio per compensare le proprie ansie sistemiche. In un’epoca segnata dall’esaurimento delle risorse, dalla competizione energetica e dalla paura del futuro, il tè diventa l’immagine di un’energia gentile dell’attesa, della presenza e della cura, opposta al rumore dei motori.  Il mito trasforma l’economia in racconto morale, con la speranza che il commercio, un giorno, possa profumare di umanità.

 

NOTE:

[1] Camellia sinensis  era consumata già 5000 anni fa in Cina come cibo e farmaco. Le prime civiltà cinesi, risalenti a 4000-5000 anni fa, hanno dimostrato una profonda comprensione delle potenziali proprietà terapeutiche del tè, riconoscendo la sua capacità di affrontare e prevenire vari disturbi umani. Erling Hoh, V. H. M. (2009). The true history of tea. Thames & Hudson.

[2] Grigg, D.The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3

[3] Le cifre molto discordanti riferite al mercato globale del tè (da 18 miliardi USD a oltre 250 miliardi USD) sono dovute a diverse metodologie di calcolo e definizioni di mercato del tè, utilizzate dalle società di ricerca. Alcuni report misurano solo il mercato del tè tradizionale (foglie, bustine), venduto nei negozi. Altri includono anche il tè ready-to-drink (RTD), cioè le bevande a base di tè pronte per il consumo (in lattina, bottiglia). Alcuni includono anche il canale out-of-home (bar, ristoranti, teahouse), che aggiunge molto valore. Esistono anche report che parlano di alta gamma o specialty tea (high-end tea), ovvero prodotti premium (tè pregiati, biologici, rarità) con margini di profitto differenti. Global Tea Auction https://www.globalteaauction.com/global-tea-market/ riporta come Il mercato globale del tè non mostri segni di rallentamento. Gli esperti prevedono che raggiungerà i 102 miliardi di USD entro il 2025 e che continuerà a prosperare con tassi di crescita previsti (CAGR) tra il 6,3% e il 6,6% nei prossimi anni. Secondo Grand View Research, il mercato globale del tè tradizionale (foglie, tè classico) è stato stimato intorno ai 17,4 miliardi di USD nel 2024, con una crescita prevista fino a 24,6 miliardi entro il 2030 (CAGR ~6%) (CAGR ~6%) grandviewresearch.com+2grandviewresearch.com+2.  Un resoconto di Future Market Report stima il mercato del tè tradizionale a 18,5 miliardi di USD nel 2025, con una previsione di crescita fino a 29,5 miliardi entro il 2032. Future Market Report.  Business Research Insights, invece ha proposto una stima molto più alta: 108,65 miliardi di USD per il 2024, e prevede che il mercato arrivi a 190,85 miliardi di USD entro il 2033. Business Research Insights. Per il settore high-end tea (tè premium / specialty), Cognitive Market Research ha stimato un mercato di 126,84 miliardi di USD nel 2024. Cognitive Market Research. In un rapporto citato da John Keells PLC, si nota che le stime per il 2024 variano molto a seconda della fonte, “da circa 17,42 miliardi fino a circa 80,94 miliardi di USD” a seconda dei metodi usati. In generale, le cifre più basse si riferiscano a segmenti specifici, come il solo tè RTD, o un'analisi ristretta alle sole materie prime. Le cifre attorno a 100 -150 miliardi di USD rappresentano la stima più attendibile e generale per il mercato globale di tè in bustina e sfuso. Le cifre più alte (fino a 250 miliardi di USD) includono segmenti aggiuntivi e in forte crescita, come il tè RTD e anche infusi e tisane non derivati dalla Camellia sinensis, o proiezioni a lungo termine, in cui il mercato del tè è inteso in modo molto ampio (inclusi accessori, teahouse, import/export, investimenti), o addirittura come un macro-settore di bevande a base di tè, che include molte categorie.

In sintesi, la cifra più equilibrata per la dimensione attuale del mercato globale del tè in senso lato (ma senza considerare segmenti troppo specifici) sembra essere vicina ai $100 - $110 miliardi

[4] C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, 1966. In sostanza, per Lévi-Strauss, la funzione primaria del mito è cognitiva e mediatrice, non storica o esplicativa in senso stretto. Il mito funziona come un "discorso enigmatico" che permette di esprimere e mediare opposizioni e contraddizioni che altrimenti sarebbero paradossali e inaccessibili al pensiero razionale ordinario. Il mito risulta essere un dispositivo logico che opera nella mente umana per affrontare e tentare di risolvere le contraddizioni fondamentali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

1. Food and Agriculture Organization (FAO), FAOSTAT Database, 2024; International Trade Centre (ITC), Trade Map, 2024.

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4. Erling Hoh, V. H. M. The true history of tea. Thames & Hudson, 2009.

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6. Grigg, D. The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3