Le foreste come vettore di rinascita socio economica
Il rapporto di Pefc Italia
Questo articolo riguarda lo stato delle aree boschive del nostro Paese, ma il focus non è tanto sui benefici ambientali veicolati dai boschi, piuttosto racconta del rapporto tra foreste e comunità, e lo fa riassumendo il grande lavoro di indagine realizzato dal Pefc Italia con la collaborazione di Legambiente e di Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani).
Il rapporto si chiama Foreste in comune; un lavoro accuratissimo di mappatura delle zone boschive in ciascun comune italiano, che è costato diversi anni di lavoro.
L’obiettivo di questa indagine supera largamente i confini del tema ambientale; si tratta del primo rapporto costruito nel nostro Paese in cui si mettono in relazione estensione dei boschi, economia dei territori e finanche demografia.
Un lavoro che si configura come un primo passo per analisi sempre più specifiche e approfondite su questi temi di grande importanza, se si prova ad avere una visione di dove può andare la nostra società nel prossimo futuro. È un fatto che il modello di crescita economica affidato alla iper concentrazione urbana di popolazione e attività economiche, porta con sé serie problematiche sociali e ambientali ed è palesemente in crisi. La riurbanizzazione delle zone montane e boschive può essere una delle risposte.
Qualche dato sui boschi italiani
Cominciamo dai macro dati: oggi il 34,6% del territorio del Paese è coperto da boschi, quasi 11 milioni di ettari, più di 100.000 km quadrati. Una crescita impetuosa rispetto al punto minimo raggiunto a metà del secolo scorso, basti dire che dal 1970 l’estensione dei boschi italiani è raddoppiata.
Questo dato, in sé positivo per quel che significa a livello di benefici ambientali, ha anche un risvolto negativo. I boschi, infatti, si sono riappropiati dei terreni abbandonati dall’uomo; lo spopolamento delle aree premontane e montane, soprattutto lungo l’intera dorsale appenninica, ha determinato questo fenomeno. Una ritirata dell’uomo, costretto ad abbandonare i territori “marginali” per l’impossibilità di una sostenibilità economica degli stessi e per l’insufficiente aiuto sociale dello Stato.
Ma ecco che il rapporto del Pefc indica che qualcosa sta cambiando, una trasformazione lenta ma profonda, che riguarda la gestione delle foreste, l’economia ed anche la demografia.
Torniamo ai dati; il rapporto introduce un indicatore del tutto intuitivo: l’Indice di Boscosità, che misura quanta parte del territorio di un comune è coperta da foreste.
Così scopriamo delle chicche di curiosità, ad esempio che Marcetelli, minuscolo comune della provincia di Rieti (56 abitanti all’anagrafe!) è il più boscoso d’Italia con il 98,4% del suo spazio coperto da boschi. Altri piccolissimi centri come Bormida (Liguria) o Percile (Lazio), superano il 96%. In termini assoluti, invece, il primato spetta a Gubbio, con oltre 26.800 ettari di superficie forestale.
Ma la parte più significativa del rapporto non riguarda il dato esclusivamente geografico; piuttosto è nella rilettura del bosco come infrastruttura naturale strategica.
Le foreste non sono più viste come superfici improduttive, ma come sistemi che generano valore economico, ambientale e sociale.
Crediti ecosistemici, valore sul territorio
Assorbono CO₂, assorbono le acque, proteggono il suolo, ospitano biodiversità, migliorano il microclima. Tutto questo – oggi – ha un valore misurabile.
La piccolissima Marcetelli genera quasi 8 milioni di euro l’anno in servizi ecosistemici[1]. Come si arriva a una cifra così alta? Il valore deriva da una stima complessiva del “lavoro” che il bosco svolge ogni giorno: a partire dall’assorbimento e stoccaggio di CO₂ e tutti gli altri servizi sopra accennati.
Il cuore del valore sta nel carbonio: una foresta appenninica matura può assorbire e immagazzinare nel legno ogni anno migliaia di tonnellate di CO₂. Per cui, quando si applicano i parametri del “costo sociale del carbonio” — usati da ISPRA, JRC e dagli standard internazionali — il valore dello stock diventa enorme.
A questo si aggiungono i benefici idrogeologici, che in un territorio ripido come quello di Marcetelli (ma vale per qualsiasi altra zona montana) equivalgono a milioni di euro di opere che non devono essere costruite; i benefici per la stabilità e la tenuta del terreno; la biodiversità, che ha un valore per il presente e per il futuro; ed anche, in potenza, sviluppi di turismo dolce.
Si tratta di un valore calcolato sui benefici generati per il territorio e la collettività; è una cifra potenziale, perché i servizi ecosistemici non producono reddito diretto. Solo in casi specifici — ad esempio attraverso schemi certificati di crediti ecosistemici — una parte di questo valore può essere monetizzata, ma si tratta di meccanismi complessi e al momento quantitativamente molto marginali, non oggetto di questo scritto.
Si sta sviluppando un modo innovativo di guardare agli spazi naturali: non più come superfici più o meno utilizzabili, ma come a un capitale naturale che produce valore per il solo fatto di esistere (e meglio ancora se c’è una gestione dell’area forestale).
Lo spopolamento delle aree montane, segni di inversione di tendenza
Ed è da qui che inizia la parte più interessante del rapporto; i segnali – finalmente – di inversione di tendenza riguardo allo spopolamento delle aree montane.
Si tratta ancora di segnali deboli, relativi a poche zone sparse a macchia di leopardo tra Alpi e Appennini, sicuramente non ancora un trend certo e stabile, tuttavia…
In ogni caso non c’è solo il rapporto Pefc che accenna a segnali di ritorno; anche il Rapporto Montagne Italia dell’UNCEM, mostra che in alcune zone si osservano tendenze di crescita o stabilizzazione demografica. Come dicevamo, non si può considerare un trend generale, ma sono segnali reali e concreti. E, come prima sensazione, possiamo dire che ci sono due tipologie di “nuovi abitanti delle montagne”: immigrati, tendenzialmente lavoratori manuali, e professionisti anche dei nuovi campi dell’economia che possono espletare le loro attività da remoto.
Un interessante mix che riproduce dinamiche metropolitane e che promette la costituzione di una società varia e aperta (questa è una deduzione di chi scrive). Ma su tutto questo occorrono ulteriori studi e approfondimenti, i report del Pefc e di UNCEM rappresentano solo l’inizio di questa esplorazione socio-economica.
Quello che è certo, invece, è che il ruolo dei boschi in queste nuove tendenze è centrale. È l’ecosistema creato dai boschi il fattore di attrattività per le persone che tornano ad abitare nelle zone montane.
Il documento ASviS Sviluppo sostenibile per le regioni montane parla di un cambio di paradigma: le montagne non sono periferie, ma territori strategici per la coesione, la biodiversità e la resilienza climatica. E proprio la qualità ambientale, il capitale naturale, diventa una leva per attrarre nuovi residenti.
Il ripopolamento è ancora limitato, fragile, disomogeneo. Perché possa diventare un trend stabile serve uno sforzo dell’attore pubblico per infrastrutture digitali, servizi essenziali (scuole, sanità…), trasporti, governance.
Ma questi timidi segnali sono già sufficienti a cambiare la narrazione imperante solo fino a pochissimo tempo fa; la montagna è un territorio che torna a vivere - oltre lo sfruttamento turistico basato sugli sport invernali - e le foreste sono la risorsa al centro di questo processo.
Un processo che, come fanno notare sia il presidente del Pefc Italia Marco Bussone, sia Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente, può diventare solido e duraturo, solo con la collaborazione costante dello Stato e di tutti gli enti che a vario titolo si occupano di comunità montane e patrimonio forestale.
NOTE:
[1] Si definiscono servizi ecosistemici quei benefici che gli ecosistemi naturali offrono al genere umano in modo del tutto “gratuito” per la sua sopravvivenza / benessere.
Si dividono in 4 macro categorie:
- approvvigionamento
- regolazione
- culturali
- supporto alla vita
I servizi ecosistemici delle foreste appartengono a tutte e 4 le categorie.
La concettualizzazione dei servizi ecosistemici nasce negli anni ’70 ma solo nel 2005 sono stati definiti ufficialmente e regolamentati con lo studio Millenium Ecosystem Assessment delle Nazioni Unite.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Rapporto “Foreste in comune” – Pefc Italia
Rapporto Montagne Italia – Uncem
Rapporto Sviluppo Sostenibile per le Regioni Montane – Asvis
La mente metaforica
In principio era l’azione
La mente non è racchiusa tra le orecchie. Ma questo non significa che non senta, o che sia dileguata in astrazioni: al contrario, le scienze cognitive che insistono sulla sua “incorporazione” intendono portare in rilievo i processi attraverso i quali l’intelligenza si forma dalle esperienze più elementari di organizzazione del movimento fisico, di lettura delle situazioni in cui il soggetto è immerso, di finalizzazione delle azioni con cui partecipa agli eventi che incontra. Lakoff e Narayanan illustrano in La mente neurale la versione più aggiornata dei risultati della linguistica cognitiva, confrontandosi sia con la tradizione generativa di Chomsky, sia con la prospettiva aperta dalle tecnologie di deep learning nell’ambito dell’intelligenza artificiale.
La strategia della loro esposizione consiste nella proposta di modelli esplicativi della mente che ne mostrino la genesi a partire dalle attività cinetiche, fin da quelle primordiali dei bambini, mostrando come le strutture cognitive emergano dal significato che gli individui sperimentano nelle interazioni con l’ambiente, e dal senso sociale di cui si arricchiscono con la configurazione della sintassi e della semantica linguistica. Il processo di formazione dell’architettura mentale viene esibito nella sua complessità interna, che non si produce per somma di elementi semplici, ma sempre attraverso il coordinamento gerarchico di un frame, o di uno script, che stabilisce il senso complessivo, la distribuzione dei ruoli, lo sviluppo dell’azione, la modalità di identificazione del completamento o del fallimento, ecc.
Per esempio, la metafora “lo scopo è la meta di un percorso” articola la concettualizzazione delle finalità, la selezione dei mezzi per raggiungerle, l’osservazione delle tappe del processo che conducono verso l’obiettivo, l’interpretazione degli eventuali opponenti, deviazioni, difficoltà. Il movimento per raggiungere la destinazione, lo sforzo muscolare, la volizione necessaria per arrivarci, sono esperienze che sprigionano dal vissuto fisiologico fin da bambini, e che dispiegano la comprensione dello spazio e delle intenzioni lungo tutto lo schema corporeo. Il loro assetto cognitivo viene traslato, attraverso la metafora che ne custodisce il significato, alla gestalt astratta della finalità, permettendo di definirne la compagine concettuale, di pianificare il proprio comportamento e di decodificare quello altrui.
Allo stesso modo, il riconoscimento di un amico avviene attraverso la connessione delle parti della sua figura – gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie tra cui non è ingabbiata la mente – secondo gli assi di orientamento alto/basso/accanto, ma anche attraverso il collegamento ad una singola identità del suo modo di camminare, della sua parlata, del dispiegamento del suo essere nel tempo e nello spazio. L’individualità viene riconosciuta dalla sua distribuzione in tutto il corpo, e si impara a scoprirla fin da piccoli attraverso la collaborazione di varie aree del cervello, deputate ciascuna ad un compito specifico, il rilevamento della direzionalità del movimento, la localizzazione, la mappatura dei suoni, ma che convergono nella subordinazione ad una regola di unificazione – un talento di che, per la verità, alcuni individui (e io con loro) ad un’età oltre i cinquant’anni non hanno ancora imparato a gestire per il meglio. Sarà colpa di orecchie troppo autoritarie.
Lo sviluppo cognitivo avviene quindi attraverso un’abilità sempre maggiore nel coordinamento di vissuti in cui gli aspetti di motilità si integrano con quelli topologici. Non incastriamo i pezzi di un puzzle percettivo o concettuale con i ganci sintattici che si troverebbero tra i singoli elementi, perché dalla meccanicità delle regole sintattiche non sorge nessuna comprensione di significati; al contrario, è il senso complessivo della situazione che permette di identificare il valore degli attori, umani e non umani, che vi partecipano.
Né Chomsky né AI
L’impianto della trattazione vuole conservare una plausibilità di stampo empiristico, anche dove le prove sperimentali a supporto delle teorie, e le loro simulazioni informatiche, sono tutt’altro che decisive: l’ambizione è eliminare qualunque fuga nell’innatismo o nell’enigma delle proprietà emergenti.
George Lakoff, uno degli studiosi di linguistica più autorevoli del mondo, è stato allievo di Chomsky e maestro di Srini Narayanan, che oltre agli incarichi accademici ricopre anche il ruolo di Direttore senior presso la società Deep Mind, l’hub di sviluppo dell’intelligenza artificiale di Google. Il percorso di indagine che viene sostenuto dai due autori si distanzia sia dalle tesi del cablaggio della sintassi linguistica universale nel corredo genetico umano, sia dalla fede nell’intelligenza come proprietà emergente dall’espansione ipertrofica della potenza di calcolo e dei dati stoccati in memoria. Il significato rappresenta il punto di partenza, non la conquista finale del processo cognitivo. Viviamo in un mondo di senso, non in un mondo di cose che ci interrogano con i loro musi lunghi e freddi sulla loro identità: l’interazione con gli ambienti, con le situazioni, le intenzioni, le abitudini, aprono un accesso ergonomico alla realtà, in cui il contenuto di tutti gli oggetti si lascia afferrare, anzitutto in modo letterale, dalla manipolazione guidata dai nostri propositi, dalle manovre con cui li disponiamo secondo le nostre finalità; poi in senso metaforico, li afferra anche il pensiero racchiuso tra le orecchie, concettualizzandoli, etichettandoli, categorizzandoli. La spiga di grano può essere una risorsa economica nel campo del contadino, ma è la maturità e la fragilità della vita che viene falciata, nella metafora della Morte personificata nel Tristo Mietitore.
La tradizione di Chomsky attribuisce alla mente una competenza sintattica che precede il piano semantico e che governa le esecuzioni linguistiche, in modo indipendente dagli argomenti trattati. Lakoff e Narayanan respingono la necessità di supporre una simile facoltà per spiegare l’efficacia e la rapidità con cui i bambini apprendono regole, modalità ed effetti della verbalizzazione. Le stesse circuitazioni logiche e neurali, che presidiano l’esperienza concreta, gestiscono anche i costrutti linguistici che ne veicolano l’espressione. Il contenuto informa con il suo frame cognitivo l’espressione dell’enunciato, senza che le regole sintattiche debbano preesistere per assegnare il loro posto a ruoli, azioni, distribuzioni temporali e spaziali: la sostanza è sovrana e le regole ne derivano.
L’emanazione dell’apparato normativo dall’esperienza fisica con cui gli individui incontrano il mondo non equivale però all’adesione ad un modello della mente che la riduca ad un meccanismo di calcolo statistico sui dati della memoria. Una soluzione di questo genere, che sposerebbe l’ingegneria dell’intelligenza artificiale secondo il paradigma del deep learning, non è accettabile perché riduce i ricordi ad un cumulo di cocci cerebrali depositati in un museo racchiuso nel cranio. Ma le orecchie non hanno alcun potere di segregare tracce o banche dati, e la memoria non è assimilabile a un ossario in cui siano sepolti gli scheletri degli eventi trascorsi. I ricordi sono sempre iscritti nelle circuiterie sviluppate dalla fisiologia nervosa nel cervello e nel resto del corpo: coincidono quindi con i repertori di pianificazione e di esecuzione del presente, con le modalità di concepire fini e di realizzarli. La mente è un sistema di significati che procedono da una lettura del mondo a quella successiva, e che si istoriano nelle connessioni nervose con cui viene governata l’interazione con la realtà. Le reti di collegamenti si sviluppano nel corso della storia personale di ogni soggetto, con una plasticità che rifugge dalla rigidità di qualunque modello ereditario; le trame delle connessioni disegnano configurazioni neurali che corrispondono a esperienze concettualizzate. Per questa ragione non è possibile paragonare la mente ad un processore che esegue calcoli su una marea di dati, individuando pattern e indovinando probabilità di successione, come invece avviene nelle reti neurali dell’AI.
La metafora del calcolatore, che procede attraverso operazioni formali sui simboli per compiere un salto verso la dimensione del significato, non è mai applicabile al metodo di indagine di Lakoff e Naranayan: né la stima sulle sequenze delle parole, derivate per probabilità da un corpus di testi ampio quanto l’intera produzione letteraria dell’umanità, né la preconfigurazione dell’articolazione sintattica, sono in grado di spiegare il talento della mente per la comprensione dei significati. Il senso appartiene invece alla concretezza dell’esperienza corporea del reale, cui la mente di ogni individuo dà un significato con il suo tessuto di metafore cognitive. D’altra parte anche lo spazio tra le orecchie è una metafora, l’allegoria che trasferisce verso l’alto e verso l’interno l’intera vita della mente: Lakoff e Narayanan tornano a dare voce al corpo e ai suoi gesti, alla comunità e al suo corpo linguistico, proibendo che vengano annullati e concentrati in un punto, la macchina spirituale da cui sgorgherebbe un pensiero senza esperienza del mondo e della sua fatica.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
G. Lakoff, S Narayanan, La mente neurale, ROI Edizioni 2025.
Le nuove indicazioni nazionali per la filosofia nei Licei
NOVITÀ SINGOLARI PER L’ISTRUZIONE ITALIANA: LE NUOVE LINEE GUIDA
I primi mesi del 2026 si sono rivelati forieri di notizie molto singolari nell’ambito dell’Istruzione italiana, con conseguenti reazioni da parte dell’opinione pubblica e del mondo intellettuale.
Ha infatti suscitato scalpore lo sgravo de I Promessi Sposi manzoniani, considerati obsoleti per la formazione scolastica dei nostri ragazzi. E in seguito, proprio nelle settimane di maggio si sono fatte strada discussioni accese sulla bozza per le nuove “linee guida” dei programmi scolastici, ovvero le “indicazioni nazionali” un documento che stabilisce la cornice comune dei contenuti da apprendere nelle scuole superiori. Quelle in vigore risalgono a un decreto interministeriale dell’ottobre 2010 e nel corso delle varie riforme sono state modificate. La bozza proposta da poco ha lasciato intravedere tagli indiscriminati per l’insegnamento della Filosofia nei Licei. Ciò è stato inquadrato da alcuni partiti politici ˗ specialmente Sinistra Italiana ˗ e da diverse sigle sindacali come un’operazione ideologica ben precisa del Ministero dell’Istruzione e del Merito, volta a escludere determinati filosofi e contenuti imprescindibili, tantoché una sessantina di docenti universitari ˗ tra cui il filosofo Massimo Cacciari ˗ hanno firmato un appello (lo si trova qui) andando contro simili proposte, definite “scellerate” e “una polpetta avvelenata per il mondo della scuola e per le generazioni future”.
ADDIO A MARX, A SPINOZA, A FICHTE E SHELLING. E LEIBNIZ RIDOTTO ALLA LOGICA
Quali sono i tagli? I programmi cancellano, del tutto e in modo infelice, pensatori come Spinoza e Marx. Leibniz viene ridotto alla sola parte logica, per altro appena accennata nei manuali di filosofia. Non si nomina Gramsci e ciò che desta ancor più scandalo, è lo studio di Kant, totalmente smembrato nella sua complessità di pensiero e limitato alla sola “idea di critica”.
A ciò si aggiunge l’eliminazione di Fichte e di Schelling, al cui posto viene suggerita una generica esposizione della filosofia romantica e dell’Idealismo tedesco, per scivolare rapidamente su Hegel. Un’ultima mancanza irrisolta – in quanto presente già nelle vecchie indicazioni – è l’indirizzare i docenti a scegliere un solo teorico del pensiero politico moderno per le dottrine del “contratto sociale”, tra Hobbes, Locke e Rousseau. Non vi sono dubbi che simili chiusure depauperino i contenuti didattici: le dottrine politiche per natura “problematizzabili” non possono essere ricacciate su un unico autore, andrebbero comprese nel corso del loro divenire critico, nel confronto, trattandosi di un campo vasto, gravido di sviluppi e connesso ai temi del giusnaturalismo, della sovranità popolare e della divisione dei poteri.
Insomma, falciature indiscriminate e fuori logica: per il quinto anno vengono indicati il marxismo e la Scuola di Francoforte ma – come già detto - si omettono Marx e il suo materialismo storico e dialettico, essenziali per comprendere la genesi del socialismo scientifico, la rivoluzione proletaria e fonte di ispirazione non solo dei movimenti di sinistra ma anche di Gentile e di altre destre e socialismi storici. Viceversa, su questa linea si vorrebbe dar spazio a pensatori dell’Ottocento italiano che tuttavia non sono stati menzionati nelle indicazioni.
Più che altro sorge spontanea una domanda: se si tratta di pensatori risorgimentali come Rosmini o Romagnosi, o socialisti come un Labriola. Se sono questi ultimi gli esponenti dell’Ottocento italiano, sembrano essere obsoleti nonostante il loro meritevole prestigio, a fronte di una trattazione filosofica più pregnante. Qualche stralcio a proposito di questi filosofi veniva fatto apprendere perlopiù in passato nei vecchi manuali e con le vecchie programmazioni. Ciò non significa che non possano essere frutto tutt’al più, di approfondimenti ad hoc, ma non di uno svolgimento “essenziale” ormai storicizzato in linea generica e già previsto dalle vecchie linee guida del 2010. Per intenderci, il tempo delle ore curricolari a scuola non consente di soffermarsi su autori più circoscritti e meno rilevanti dal punto di vista del pensiero metabolizzato ormai nella nostra formazione culturale da decenni di un Marx o un Engels, quasi si volesse dar spazio forzato ad autori nazionali ma molto meno popolari e gravidi di conseguenze per gli sviluppi futuri della storia e delle ideologie politiche.
HEIDEGGER SÌ, SARTRE ANCORA NO. ANALITICI SÌ, POPPER SEMPRE NO
Infine, sempre per il quinto anno liceale vengono ripresi autori già presenti, qualcuno anche più specifico come Croce e Gentile ˗ prima non citati ma inseriti nella generica definizione di “neoidealismo italiano” ˗ ma si tralasciano alcuni pilastri del pensiero. Si cita: “Heidegger e la filosofia dell’esistenza” e a quest’ultima non vengono associati altri nomi affrontati di consueto nei programmi e nei manuali scolastici. Non viene menzionato Sartre, già assente nel documento del 2010. Si toglie invece la “filosofia del linguaggio” che invece compariva in precedenza.
Da ultimo si citano i seguenti contenuti: “gli sviluppi della filosofia analitica anglo-americana”, “il rinnovamento della logica tra Ottocento e Novecento; le riflessioni filosofiche sulla scienza e la tecnica (tenendo conto anche degli sviluppi tecnologici più recenti)”. Simili porzioni contenutistiche seppur importanti sembrano tuttavia generiche e possono disorientare. Si fa riferimento a Wittgenstein e al neopositivismo logico ma viene cancellata la parte presente nelle vecchie indicazioni sugli “sviluppi della riflessione epistemologica”. Su ciò andrebbe invece messo in evidenza l’importantissimo Popper, di norma svolto dai docenti specialmente nei licei scientifici e che si pone “in parallelo epistemico” e interdisciplinare con la Teoria della relatività di Einstein per la fisica, parlando di una scienza come sapere mai definitivo, confutabile, come un edificio “costruito su palafitte”.
IL PUNTO DI VISTA DEL DOCENTE DI FILOSOFIA
Dal punto di vista del docente di Filosofia e Storia nei licei viene da contestare fortemente questa nuova linea: non possono essere estromessi simili autori, essenziali poiché fanno emergere problematiche e nozioni feconde che eroderebbero la formazione culturale degli studenti e l’uso che ne farebbero dopo il diploma, nel leggere la realtà nel possesso di un habitus, dei vestiboli mentali per poter leggere i fenomeni in numerosi campi, dalla politica, alla conoscenza, all’etica e così via.
Non si può svalorizzare Spinoza e Leibniz, considerati continuatori del razionalismo cartesiano pur se destrutturano del tutto i presupposti metafisici di Cartesio. Spinoza con la sua Ethica ordine geometrico demonstrata mostra come non via sia iato tra l’etica e la stessa metafisica che il soggetto umano come “sostanza” è legato a Dio, è un “conatus”, una manifestazione accidentale degli “attributi” della sostanza divina ˗ immanente e non trascendente ˗ a detta del filosofo; e da ciò dipende il geometrismo morale la “costellazione degli affetti” in ciascun essere umano e così via. Leibniz si ricollega a questa tradizione parlando delle monadi e in primo luogo trattando del principio di “ragion sufficiente” che parla dell’ordine reale del mondo, un ordine che va oltre la causalità necessaria dei fenomeni, dove il possibile e la libertà sono ammesse. Questi filosofi si collegano direttamente a Kant che ne studia le tipologie di giudizio, quello razionalista distinto da quello empirista: entrambi vengono criticati e da qui che nasce l’apparato della Critica della ragion pura. E al medesimo Kant che le nuove linee guida vogliono ridurre alla sola “idea di critica”, si deve molto di più: la “scoperta” dell’universalità della “legge morale”, nella Critica della ragion pratica e l’analisi del sentimento nei giudizi non logici dipendenti dal sentimento nella Critica del giudizio, come nel caso del giudizio estetico dove formula l’universalità del bello e dove riprende analizzandola con piglio il concetto romantico di “sublime” che si palesa nell’arte così come nella natura.
PROGRAMMAZIONE PER TEMI
Un’altra posizione presa nella bozza dei programmi liceali riguarda l’emergere della “programmazione per temi”. I manuali di norma hanno una strutturazione storico-cronologica un po’ come si fa per la storia della letteratura sempre dalle origini all’epoca presente. Affiancare a quest’ultima nel caso della filosofia la programmazione per temi conduce a un tipo di didattica attraverso tematiche trasversali, a prescindere dal periodo storico; possono essere l’amicizia, l’amore, la pace e che vengono affrontate da una corrente all’altra o da un filosofo all’altro. Si tratta di un metodo presente nell’insegnamento liceale francese. Anche sull’uso di tale metodo è il caso di esercitare un netto scetticismo, poiché il panorama storico consente di capire gli sviluppi di un’idea o di un tema da un filosofo all’altro. Tale passaggio non può essere fornito “ex novo” poiché si prescinde dall’origine di un’idea e dei suoi fecondi sviluppi. Nella Filosofia la metabolizzazione degli argomenti va per indirizzi che si impongono e modificano da un periodo all’altro. Per studenti non alfabetizzati ai contenuti filosofici ciò è impossibile o al massimo può essere fatto mantenendosi in superficie o su determinati macro-argomenti. Difatti questo è solitamente un secondo passo. Simile didattica può eventualmente essere svolta in alcuni casi minimi o come approfondimento per elaborare dei collegamenti, oppure nella formula del debate filosofico, ma non prescindendo totalmente dal tradizionale percorso su base storico-cronologica.
DILETTANTISMO, EGEMONIA CULTURALE O CANCEL CULTURE?
La commissione ministeriale che ha formulato il testo è stata accusata di dilettantismo, ma anche di “egemonia culturale”, di forzature ideologiche di una certa politica. Il Ministero dell’Istruzione ha risposto negando il carattere ideologico. In effetti il testo sulle indicazioni nazionali sin dal suo concepimento nel 2010, non definiva le line guida come un elenco chiuso di autori. Nell’allegato A del decreto del 2010 si riporta come ogni studente avendo un PECUP, ossia un “profilo educativo, culturale e professionale” non deve forzatamente seguire una linea didattico educativa uniforme. Il docente curriculare deve adeguare la propria azione didattica all’utenza che si trova davanti, che è sempre particolare e che dipende pure dall’ambiente socio-educativo in cui la scuola è inserita e dalle problematiche che possono o meno esservi. La scuola è chiamata a creare una certa “offerta formativa” e i docenti adeguandosi a loro volta, pur seguendo le indicazioni nazionali possono altresì aggiungere contenuti o modificarli. In pratica, nel testo viene ribadito come le indicazioni costituiscano più una “intelaiatura” nella quale il singolo docente può intervenire che una struttura monolitica. Le indicazioni fisserebbero una cornice ma lasciano libertà alle scelte degli insegnanti e delle scuole, quindi alla scelta su dar spazio o meno a certi autori.
Malgrado simile constatazione, proprio ciò rappresenta una condizione “essenziale” per inserire la totalità degli autori, visto che la selezione avviene dopo, da parte del docente. La libertà di scelta non deve diventare l’espediente per falciare Marx, Spinoza o non riportare altri autori importanti. E per questo che simile intervento ai più ha fatto storcere il naso. La commissione si è difesa ribadendo che il nuovo testo cerca di sdoganare un immobilismo diffuso, portando avanti una conoscenza filosofica di più ampio respiro in accordo con i tempi attuali, di pari passo ai nuovi fenomeni, ai progressi tecno-scientifici. Nondimeno tali argomenti di più ampio respiro e di carattere interdisciplinare ˗ come le pari opportunità, le neuroscienze, le differenze di genere, della bioetica, per non parlare dell’inclusione e addirittura dell’intelligenza artificiale ˗ normalmente erano già affrontati nelle classi e numerosi manuali ne parlerebbero non da ora, anche in connessione con autori e problematiche del presente e del passato.
In definitiva, trattare autori fondamentali significa in primo luogo formare e nutrire la creazione di una coscienza critica e certamente il dibattito filosofico plurale. Tali scremature al contrario sembrano insistere su una sua riduzione e in altre parti in una trattazione sin troppo generica che non entra nel dettaglio di alcuni specifici autori. Si disintegra un tessuto fatto di voci molteplici che rappresenta la reale tradizione filosofica che non può essere annullata con un colpo di mano.
Questa è o non è la “cancel culture” di cui tanto si parla persino nelle scuole?
Il provvedimento non è in accordo con i docenti; non è democratico - in quanto non prende in causa il parere che va per la maggiore, quello contrario del corpo docente; non parte dal basso ma dall’alto.
Diversamente se di riforma si tratta, si dovrebbero considerare contenuti didattici e autori che sono parte integrante dell’offerta formativa dei licei che i singoli docenti sperimentano ormai da diverso tempo nei loro percorsi disciplinari, tra l’altro contemplati negli aggiornatissimi manuali scolastici in cui il “pluralismo autoriale” tende a essere un tratto essenziale ai fini dell’indagine e della problematizzazione speculativa.



