In principio era l’azione
La mente non è racchiusa tra le orecchie. Ma questo non significa che non senta, o che sia dileguata in astrazioni: al contrario, le scienze cognitive che insistono sulla sua “incorporazione” intendono portare in rilievo i processi attraverso i quali l’intelligenza si forma dalle esperienze più elementari di organizzazione del movimento fisico, di lettura delle situazioni in cui il soggetto è immerso, di finalizzazione delle azioni con cui partecipa agli eventi che incontra. Lakoff e Narayanan illustrano in La mente neurale la versione più aggiornata dei risultati della linguistica cognitiva, confrontandosi sia con la tradizione generativa di Chomsky, sia con la prospettiva aperta dalle tecnologie di deep learning nell’ambito dell’intelligenza artificiale.
La strategia della loro esposizione consiste nella proposta di modelli esplicativi della mente che ne mostrino la genesi a partire dalle attività cinetiche, fin da quelle primordiali dei bambini, mostrando come le strutture cognitive emergano dal significato che gli individui sperimentano nelle interazioni con l’ambiente, e dal senso sociale di cui si arricchiscono con la configurazione della sintassi e della semantica linguistica. Il processo di formazione dell’architettura mentale viene esibito nella sua complessità interna, che non si produce per somma di elementi semplici, ma sempre attraverso il coordinamento gerarchico di un frame, o di uno script, che stabilisce il senso complessivo, la distribuzione dei ruoli, lo sviluppo dell’azione, la modalità di identificazione del completamento o del fallimento, ecc.
Per esempio, la metafora “lo scopo è la meta di un percorso” articola la concettualizzazione delle finalità, la selezione dei mezzi per raggiungerle, l’osservazione delle tappe del processo che conducono verso l’obiettivo, l’interpretazione degli eventuali opponenti, deviazioni, difficoltà. Il movimento per raggiungere la destinazione, lo sforzo muscolare, la volizione necessaria per arrivarci, sono esperienze che sprigionano dal vissuto fisiologico fin da bambini, e che dispiegano la comprensione dello spazio e delle intenzioni lungo tutto lo schema corporeo. Il loro assetto cognitivo viene traslato, attraverso la metafora che ne custodisce il significato, alla gestalt astratta della finalità, permettendo di definirne la compagine concettuale, di pianificare il proprio comportamento e di decodificare quello altrui.
Allo stesso modo, il riconoscimento di un amico avviene attraverso la connessione delle parti della sua figura – gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie tra cui non è ingabbiata la mente – secondo gli assi di orientamento alto/basso/accanto, ma anche attraverso il collegamento ad una singola identità del suo modo di camminare, della sua parlata, del dispiegamento del suo essere nel tempo e nello spazio. L’individualità viene riconosciuta dalla sua distribuzione in tutto il corpo, e si impara a scoprirla fin da piccoli attraverso la collaborazione di varie aree del cervello, deputate ciascuna ad un compito specifico, il rilevamento della direzionalità del movimento, la localizzazione, la mappatura dei suoni, ma che convergono nella subordinazione ad una regola di unificazione – un talento di che, per la verità, alcuni individui (e io con loro) ad un’età oltre i cinquant’anni non hanno ancora imparato a gestire per il meglio. Sarà colpa di orecchie troppo autoritarie.
Lo sviluppo cognitivo avviene quindi attraverso un’abilità sempre maggiore nel coordinamento di vissuti in cui gli aspetti di motilità si integrano con quelli topologici. Non incastriamo i pezzi di un puzzle percettivo o concettuale con i ganci sintattici che si troverebbero tra i singoli elementi, perché dalla meccanicità delle regole sintattiche non sorge nessuna comprensione di significati; al contrario, è il senso complessivo della situazione che permette di identificare il valore degli attori, umani e non umani, che vi partecipano.
Né Chomsky né AI
L’impianto della trattazione vuole conservare una plausibilità di stampo empiristico, anche dove le prove sperimentali a supporto delle teorie, e le loro simulazioni informatiche, sono tutt’altro che decisive: l’ambizione è eliminare qualunque fuga nell’innatismo o nell’enigma delle proprietà emergenti.
George Lakoff, uno degli studiosi di linguistica più autorevoli del mondo, è stato allievo di Chomsky e maestro di Srini Narayanan, che oltre agli incarichi accademici ricopre anche il ruolo di Direttore senior presso la società Deep Mind, l’hub di sviluppo dell’intelligenza artificiale di Google. Il percorso di indagine che viene sostenuto dai due autori si distanzia sia dalle tesi del cablaggio della sintassi linguistica universale nel corredo genetico umano, sia dalla fede nell’intelligenza come proprietà emergente dall’espansione ipertrofica della potenza di calcolo e dei dati stoccati in memoria. Il significato rappresenta il punto di partenza, non la conquista finale del processo cognitivo. Viviamo in un mondo di senso, non in un mondo di cose che ci interrogano con i loro musi lunghi e freddi sulla loro identità: l’interazione con gli ambienti, con le situazioni, le intenzioni, le abitudini, aprono un accesso ergonomico alla realtà, in cui il contenuto di tutti gli oggetti si lascia afferrare, anzitutto in modo letterale, dalla manipolazione guidata dai nostri propositi, dalle manovre con cui li disponiamo secondo le nostre finalità; poi in senso metaforico, li afferra anche il pensiero racchiuso tra le orecchie, concettualizzandoli, etichettandoli, categorizzandoli. La spiga di grano può essere una risorsa economica nel campo del contadino, ma è la maturità e la fragilità della vita che viene falciata, nella metafora della Morte personificata nel Tristo Mietitore.
La tradizione di Chomsky attribuisce alla mente una competenza sintattica che precede il piano semantico e che governa le esecuzioni linguistiche, in modo indipendente dagli argomenti trattati. Lakoff e Narayanan respingono la necessità di supporre una simile facoltà per spiegare l’efficacia e la rapidità con cui i bambini apprendono regole, modalità ed effetti della verbalizzazione. Le stesse circuitazioni logiche e neurali, che presidiano l’esperienza concreta, gestiscono anche i costrutti linguistici che ne veicolano l’espressione. Il contenuto informa con il suo frame cognitivo l’espressione dell’enunciato, senza che le regole sintattiche debbano preesistere per assegnare il loro posto a ruoli, azioni, distribuzioni temporali e spaziali: la sostanza è sovrana e le regole ne derivano.
L’emanazione dell’apparato normativo dall’esperienza fisica con cui gli individui incontrano il mondo non equivale però all’adesione ad un modello della mente che la riduca ad un meccanismo di calcolo statistico sui dati della memoria. Una soluzione di questo genere, che sposerebbe l’ingegneria dell’intelligenza artificiale secondo il paradigma del deep learning, non è accettabile perché riduce i ricordi ad un cumulo di cocci cerebrali depositati in un museo racchiuso nel cranio. Ma le orecchie non hanno alcun potere di segregare tracce o banche dati, e la memoria non è assimilabile a un ossario in cui siano sepolti gli scheletri degli eventi trascorsi. I ricordi sono sempre iscritti nelle circuiterie sviluppate dalla fisiologia nervosa nel cervello e nel resto del corpo: coincidono quindi con i repertori di pianificazione e di esecuzione del presente, con le modalità di concepire fini e di realizzarli. La mente è un sistema di significati che procedono da una lettura del mondo a quella successiva, e che si istoriano nelle connessioni nervose con cui viene governata l’interazione con la realtà. Le reti di collegamenti si sviluppano nel corso della storia personale di ogni soggetto, con una plasticità che rifugge dalla rigidità di qualunque modello ereditario; le trame delle connessioni disegnano configurazioni neurali che corrispondono a esperienze concettualizzate. Per questa ragione non è possibile paragonare la mente ad un processore che esegue calcoli su una marea di dati, individuando pattern e indovinando probabilità di successione, come invece avviene nelle reti neurali dell’AI.
La metafora del calcolatore, che procede attraverso operazioni formali sui simboli per compiere un salto verso la dimensione del significato, non è mai applicabile al metodo di indagine di Lakoff e Naranayan: né la stima sulle sequenze delle parole, derivate per probabilità da un corpus di testi ampio quanto l’intera produzione letteraria dell’umanità, né la preconfigurazione dell’articolazione sintattica, sono in grado di spiegare il talento della mente per la comprensione dei significati. Il senso appartiene invece alla concretezza dell’esperienza corporea del reale, cui la mente di ogni individuo dà un significato con il suo tessuto di metafore cognitive. D’altra parte anche lo spazio tra le orecchie è una metafora, l’allegoria che trasferisce verso l’alto e verso l’interno l’intera vita della mente: Lakoff e Narayanan tornano a dare voce al corpo e ai suoi gesti, alla comunità e al suo corpo linguistico, proibendo che vengano annullati e concentrati in un punto, la macchina spirituale da cui sgorgherebbe un pensiero senza esperienza del mondo e della sua fatica.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
G. Lakoff, S Narayanan, La mente neurale, ROI Edizioni 2025.
Autore
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Si occupa di media digitali dal 1999: è co-fondatore di Pquod e VentunoLab, società specializzate nella comunicazione web e nell’analisi di dati. Ha svolto attività di docenza per il Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Milano. Dal 2011 pubblica sulle testate Linkiesta, pagina99, Gli Stati Generali. È il direttore responsabile di Controversie. Per le pubblicazioni: https://scholar.google.com/citations?hl=it&user=zSiJu3IAAAAJ
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