La fisica è una scienza violenta?
Ora introduco un’altra scienza, quella che è superba dei suoi risultati perché sono incomparabili con quelli di ogni altra scienza e di ogni altra cultura: la Fisica. Ma non vi spaventate, solo la fisica del liceo. E per di più attraverso un solo esempio, anche se un po’ più difficile dei precedenti. Prendiamo in considerazione la sua teoria più importante: la meccanica; e di essa, solo il primo principio, quello di inerzia.
Newton lo enuncia così: «Ogni corpo in quiete o in moto rettilineo ed uniforme persevera nel suo stato di moto fino a che una forza non cambia il suo stato» (I. Newton: Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, London, 1687, p. 10). Lo abbiamo ripetuto tutti, senza il minimo dubbio! Ma perché, che c’è di male? Intanto, l’idea è detta in una maniera enfatica che non è affatto adeguata alla fisica: qui si parla di “ogni” corpo; non di un corpo determinato, così come fa la fisica sperimentale. Con “ogni corpo” la frase pretende di avere una visione totale sul mondo e di poterlo controllare; ma è veramente questo lo scopo della fisica? Così, essa sembra assomigliare alla filosofia e alla metafisica.
Ma andiamo avanti; l’aspetto più importante è la parola “persevera”. Come si fa a dire in fisica che un corpo persevera? La parola “persevera” appartiene alla morale; mentre invece un corpo è inanimato.
Ma come si dovrebbe dire allora? Su questo problema sono stato illuminato dalla scoperta, nella storia della Fisica, di una seconda versione di quel principio: essa ha lo stesso contenuto del principio, però lo formula in altri termini. È quella di un altro fisico teorico, Lazare Carnot; che è stato una persona straordinaria e complessa[1]: geometra, matematico, e fisico. La sua versione dice così: «Una volta che un corpo è in quiete, da solo non si muove; una volta che è in moto, da solo non cambia né velocità né direzione».( L. Carnot: Principes fondamentaux de l’équilibre et du mouvement, Crapelet, Paris, 1803, 49). Il contenuto fisico sostanziale è lo stesso, ma le parole sono molto diverse.
Perché sono diverse? “Non cambia”, “Non si muove”. Le due parole “cambiare” e “muoversi” sono negative per il fisico teorico; infatti, non è naturale che un corpo cambi; quindi, il suo cambiamento richiede una spiegazione del perché lo fa, cioè impegna il fisico, lo sfida, gli pone un problema. Quindi in questa nuova versione ci sono due frasi doppiamente negate.
Per le quali vale o no la legge della doppia negazione? Proviamo a trovare la parola positiva corrispondente (che vale per ognuna delle due doppie negazioni): la parola è “persevera”! Proprio la parola di Newton. O se volete, “insiste” o “continua” (così alcuni libri di testo dicono pudicamente). In definitiva, qui le doppie negazioni non sono equivalenti alle parole affermative, che essendo idealistiche, morali, non appartengono alla fisica. Quindi il primo principio della meccanica (cioè il primo principio della prima teoria scientifica) ha due maniere completamente diverse di essere visto. D’altronde la prima è una affermazione sperimentale precisa; l’altra, invece usa due parole idealistiche, metafisiche. Quindi le differenze di logica si ripercuotono anche in fisica fino a dare due versioni del tutto differenti del principio d’inerzia.
Perché la gente non se ne accorge?
La Fisica si presenta innanzitutto con la matematica e con essa chiude la bocca a tutti gli estranei, che non conoscono questo linguaggio.
Chi, poi, impara la fisica ed il suo linguaggio matematico, deve imparare queste formule astratte e filosofiche – come quella di Newton – dimenticando tutto il concreto. D’Alembert, a chi aveva dubbi sul calcolo dell’analisi dell’infinito e degli infinitesimi, disse: «Calcolate, che vi verrà la fede!»[2] Perché il fare i calcoli fa vedere che tutto il procedimento torna bene; e questo, a chi studia il mondo sorprendente e meraviglioso della Fisica, basta. Però non si chiede da che premesse esso è iniziato (usare l’infinitesimo? Quando mai lo abbiamo avuto in mano?).
Allora, chi studia Fisica non nota che essa ha un tallone di Achille, di cui è un esempio il principio d’inerzia: il “persevera” e il “non si muove” corrispondono a due logiche diverse che danno due basi diverse alla fisica teorica. (Ben si intende che nessuno mette in discussione una legge sperimentale, ad esempio quella della caduta dei gravi; sono le affermazioni ideologiche della fisica che qui contestiamo; proprio perché ideologiche, esse servono a indirizzare tutte le altre affermazioni sperimentali)
Però, uno studioso, Edwin Arthur Burtt, aveva già visto da tempo questo tallone d’Achille. Anche se non l’ha specificato granché, però ha capito la sua natura, caratterizzandolo con questo periodo folgorante: “Gli scienziati, nella misura in cui hanno potuto, hanno spurgato la scienza da ogni metafisica; ma per quel poco di metafisica che è rimasta, l’hanno usata come chiave di volta per interpretare l’universo”[3]; cioè, la matematica fa da corazza protettiva verso ogni critica che le si possa rivolgere e le idee metafisiche che le sono rimaste dentro possono dare la direzione di lavoro per costruire la struttura stessa della Scienza in maniera addirittura precostituita.
Allora, concludo che la scienza che ci presentano è una struttura violenta.
Perché violenta?
Primo, perché non sempre le sue affermazioni corrispondono ai fatti: dice che un corpo “persevera”, anche se ciò non corrisponde ai fatti, alla realtà; inoltre, usa le parole “Ogni corpo” che non corrispondono a ciò che fa il fisico sperimentale.
Quindi, la scienza, nei suoi principi, è violenta perché è astratta, mentre invece viene sempre presentata come concreta, concretissima.
Sull’Enciclopedia Francese, colui che ha scritto la voce Chimica, si è ribellato giustamente ai fisici, perché essi “raccontano romanzi”[4].
Secondo, perché – ancora dopo due secoli da L. Carnot – la fisica presenta il principio di Newton come l’unico principio valido. Quindi, la scienza compie la violenza di presentare volutamente una situazione parziale, per di più, neanche la più adatta al metodo scientifico. Lanza del Vasto ha scritto questo periodo luminoso a proposito della parzialità della scienza: «Ma la verità è tutto. Avere un pezzo di verità, è non avere la verità per niente. Prendere il pezzo per il tutto, fa perdere il tutto»[5] (Lanza del Vasto: I quattro flagelli, (orig. 1959), SEI, Torino, 1996, p.225)
Inoltre, ricordiamo che Galtung ha sottolineato che la violenza è di tre tipi: 1) personale o diretta; 2) culturale; 3) strutturale. (J. Galtung: Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano, 2000, “Introduzione”)
Quella culturale, dice Galtung, è la giustificazione della violenza strutturale. Io credo che ci sia di più: la violenza culturale arriva fino a monopolizzare la verità e, con questo, compie la massima violenza. Ad esempio, nel secolo XI la Chiesa ha monopolizzato la vita spirituale: o sei cristiano come dico io, o ti ammazzo. Si ricordi la persecuzione di Pietro Valdo perché leggeva il Vangelo in lingua volgare, o quella subita da Frà Dolcino, Giordano Bruno, Savonarola, Giovanna d’Arco, ecc. per imporre l’appartenenza ad una sola chiesa, cioè una sola via di salvezza[6]. Oppure la violenza del trattato di pace di Westfalia (1648), Cuius regis eius religio: ogni nazione (Re) ha la sua religione e chi non è di quella religione è messo fuori.
Poi l’URSS, con l’ideologia marxista-leninista, ha inquadrato la gente in un binario unico di vita sociale, che in più eliminava la vita interiore di ogni persona. Questa violenza enorme venne imposta in nome del progresso del proletariato, mentre la Chiesa l’aveva fatto in nome di Gesù Cristo.
Oggi abbiamo la violenza dei mass-media che deformano la mente, se non altro dei bambini, in maniera spesso irreversibile. In più, ci si dice che bisogna convivere con i costi umani del progresso perché la scienza deve andare avanti senza intoppi sull’unica via possibile; si dice: non ci sono alternative! Questa violenza è culturale, ed è violenza al massimo grado. Dobbiamo prendere coscienza di questi terribili fenomeni sociali e premunircene collettivamente!
Quindi, concludendo, la violenza della scienza dominante è culturale, ed è la violenza massima perché presenta come uniche e senza alternative quelle verità (come, ad esempio, il principio di inerzia) che possono essere concepite in maniere diverse.
Questa scienza è la violenza massima, per il fatto che inquadra le menti in una direzione sola, quella di una razionalità sola: la razionalità della sola logica classica. Su questa sua unicità si gioca tutta la vita dell’umanità[7]. La sua violenza, anche se di tipo solo culturale, è di una potenza tale da causare una quantità di violenze sulle persone; prima di tutto facendo giustificare ogni conseguenza della scienza, anche se disumana, come inevitabile, semplicemente perché fa ragionare in una dimensione sola; e da queste conseguenze inevitabili seguono sia violenze strutturali (ad esempio inflazione che colpisce i più poveri) che violenze dirette (ad esempio, uccisioni in guerra).
Invece la scienza intera, per come l’ho indicata in precedenza (in particolare sulla logica e sul principio di inerzia), non ha una unica verità scientifica. Perciò al suo interno, sia nella logica matematica, sia nella fisica c’è in modo essenziale un conflitto.
La scienza dominante, che si attribuisce il monopolio della verità scientifica, si presenta alla società come “la sicurezza” della ragione umana. Quindi si presenta come lo strumento principe per risolvere tutti i problemi; in particolare per risolvere i conflitti. Tutti si ricorderanno di Zichichi che per risolvere il problema della guerra nucleare tra Est ed Ovest, chiedeva finanziamenti per mettere a colloquio gli scienziati (cioè le persone massimamente razionali) dell’Est e dell’Ovest. Perché, secondo l’atteggiamento degli scienziati principali, è la Scienza che suggerisce le soluzioni migliori, quelle più razionali. Calculemus! cioè facciamo i conti e così troveremo la soluzione del conflitto. Infatti, secondo la concezione dominante, che cosa è più razionale della scienza?
In questa sua violenza, la Scienza dominante è all’opposto della Nonviolenza. La prima fa fare dei calcoli sulla carta; la seconda fa impegnare tutta la propria persona: sia lo spirito nel fare attenzione estrema all’altro, sia il corpo nel sopportare gli eventuali colpi.
In particolare, la Scienza che si presenta come unica possibile, si pone al di sopra di ogni dilemma morale e della morale tutta.
Ma, se invece nella scienza vediamo un pluralismo di razionalità, ci possiamo chiedere: viene prima la scienza o la morale? Se noi dobbiamo scegliere quale principio d’inerzia seguire, allora questa scelta non è di natura scientifica, perché è una scelta sulla scienza. Analogamente possiamo dire per la scelta sul tipo di logica.
Quindi, prima di fare scienza, dobbiamo fare delle scelte, che sono argomenti di morale.
Ora, è evidente che prima viene la morale, poi la scienza.
Con ciò, il rapporto stabilito dalla scienza trionfante che, per tre secoli, si è imposta su tutto, si ribalta: al primo posto va la nonviolenza come impegno morale, cioè il risolvere i conflitti senza violentare l’altro[8].
NOTE:
[1] Fu anche capo delle forze armate difensive francesi; ha istituito la leva di massa e ha diretto la difesa della Francia aggredita dalle armate monarchiche di tutta Europa, conseguendo la “Vittoria” del 1793; è stato il primo a chiedere il diritto alla obiezione per motivi costituzionali. La sua vita è raccontata con ampia dovizia di particolari da M. Reinhard: Le Grand Carnot, Hermann, 1950-51; la sua vita scientifica da C.C. Gillispie: Lazare Carnot Savant, Princeton UP., Princeton, 1971; la sua vita scientifica e militare da J. P. Charnay: Lazare Carnot citoyen-savant, La Henre, Paris, 1984-85.
[2] Jean Le Rond D’Alembert (1717-1783), ad un amico esitante di fronte agli infinitesimi. In P. J. Davis and R. Hersh The Mathematical Experience, Boston: Birkhäuser, 1981.
[3] PCfr.: Burtt, E. (1925). The Metaphysical Foundations of Modern Physical Science. London: Kegan Paul, Trench, Trübner.
[4] .F. Venel: “Chymie”, in D. Diderot e J. Le Ronde D’Alembert (edd.): Encyclopédie Francaise, Paris, 1754] p. 388 II: I chimici “… non sono curiosi né dell’infinito, né dei romanzi fisici.” Essi sono esenti “… dagli errori che hanno sfigurato la Fisica.” (p. 389, I)
[5] A questo egli aggiunge: “L’irreparabile mancanza della scienza moderna è la mancanza di uno studioso che la conosca [tutta].” Cioè, essa sovrasta l’umanità.
[6] Un noto filosofo della scienza ha stretto un paragone appunto tra la violenza della Chiesa sulla vita spirituale e la violenza della scienza sulla vita intellettuale. P.K. Feyerabend: “Philosophy of Science 2001”, in R.S. Cohen, M. Wartofsky (eds.): Methodology, Metaphysics and the History of Science, Reidel, 1984, 137-147 (ma vedasi anche P.K. Feyerabend: La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano, 1983). Egli prevedeva per quell’anno il completo monopolio della verità da parte della scienza, in parallelo a quanto nell’anno 1000 aveva fatto la Chiesa. Si può aggiungere che, come la Chiesa esprimeva il suo monopolio con il motto Nulla Salus extra [hanc] Ecclesiam, così oggi la scienza afferma Nulla Ratio extra hanc Scientiam.
[7] Per questo motivo Lanza del Vasto applica alla scienza il versetto di Apocalisse 13, 16: “E [la Bestia] fece sì che tutti…ricevessero un marchio… sulla fronte…”. I Quattro Flagelli, op. cit. cap. 1, in particolare, p. 54.
[8] Chi voglia approfondire la concezione della scienza che ne risulta può leggere il mio Le due opzioni, op. cit. e più approfonditamente “A Gandhian Criticism to Modern Science”, Gandhi Marg, no. 2, 31, 2009, 261-276.
Autore
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Nato nel 1938, laureato in Fisica presso l’Università di Pisa, ha insegnato Storia della Fisica a Napoli, in diversi corsi di specializzazione e alla SICSI, Strategie della difesa popolare nonviolenta e Tecniche della nonviolenza nei corsi di laurea di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa e di Operazioni di Pace dell’Università di Firenze. Membro della rete Transcend di Galtung. Primo presidente del Comitato ministeriale per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Ordinario di Storia della Fisica (in pensione) presso l’Università Federico II di Napoli
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