Eugenio Torelli Viollier[1] (Napoli 1842 – Milano 1900), giornalista, idealmente garibaldino e anche assistente di Alexandre Dumas padre (autore, fra gli altri, de I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, Il tulipano nero), fondò a Milano nel febbraio del 1876 Il Corriere della Sera, foglio destinato a diventare nel tempo il primo quotidiano italiano.

L’editoriale[2] del 5 marzo 1876 (non firmato, ma attribuibile a Torelli Viollier stesso)  è un misto di arroganza, protervia e false promesse. Tralasciando le prime due (tipiche di chi vuol crearsi uno spazio sgomitando e promettendo di vendere una merce rara, che nel mercato scarseggia), mi concentrerò sulle ultime. In particolare, l’autore (rivolgendosi direttamente ai suoi lettori) scrive:

“Pubblico, vogliamo parlarti chiaro (…) Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola (…)  dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro”.

Fatti e parole

L’idea che i fatti siano separati dalle parole è antica, oserei dire vecchia. È figlia della locuzione latina, resa celebre da un discorso di Caio Tito al senato romano, che afferma: “verba volant, scripta manent”. A significare sia che è sempre meglio mettere “nero su bianco” un accordo, invece di accontentarsi di patti verbali, facilmente contestabili a posteriori[3]; sia aver prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre costituire documenti incontrovertibili[4]

Questa concezione delle parole, del linguaggio, è stata uno dei capisaldi dell’ideologia modernista. Come ricorda lo studioso Bruno Latour in Non siamo mai stati moderni (1993), la modernità si fonda (tra l’altro) su una serie di coppie oppositive: natura versus cultura, fatti versus opinioni, umani versus non umani, scienza versus tecnologia, teoria versus pratica, pubblico versus privato ecc. Dicotomie che occultano ideologicamente la natura ibrida di questi mondi che si propagandano come separati, ma che sono costantemente e inestricabilmente compenetrati (infatti Latour parlava di ‘naturacultura’, tecnoscienza’ ecc.). 

Per cui l’editoriale di Torelli Viollier è figlio della modernità.

In realtà, fatti e parole sono inseparabili. 

Vi è una lunga tradizione, costituita da molteplici discipline (la sociolinguistica, la sociologia del linguaggio, una parte della filosofia del linguaggio, l’antropologia linguistica, l’etnometodologia, l’interazionismo, il costruttivismo, gli studi delle scienze e delle tecnologie ecc.) che mostra proprio questo. A partire dagli scritti, pubblicati postumi, del filosofo del linguaggio John Langshaw Austin, raggruppati sotto il titolo significativo “Come fare cose con le parole” (1962), in cui lo studioso oxoniense mostra come molte delle cose che diciamo siano veri e propri “atti linguistici” (illocutivi e perlocutivi), cioè azioni fatte con le parole, con gli enunciati. Segnando così una svolta, da una concezione del linguaggio inteso come descrizione del mondo a una del linguaggio come azione.
Ma letteratura sull’argomento è davvero sterminata e in un post non si possono fare che dei brevi accenni.

L’abbattimento delle Torri Gemelle

Il caso è noto a tuttə

Qualche giorno dopo l’11 settembre 2001, nelle alte sfere della politica e nei mass media, s’innescò un dibattito: si trattava di un “atto di terrorismo” o di un “atto di guerra” ? (Ne abbiamo parlato anche qui). All’apparenza sembrerebbe una questione puramente nominalistica. D’altra parte, i fatti stanno da una parte e le parole d’altra.

Eppure, il problema di come chiamare, di quale nome (termine) dare a quell’evento (referente) e di quale significato attribuirgli, sembrò tutt’altro che banale. La definizione dell’evento non era un semplice esercizio intellettuale ma avrebbe avuto conseguenze pratiche notevoli; avrebbe pesantemente inciso sulla realtà dei fatti che si sarebbero succeduti. Infatti, se si fosse chiamato “atto di guerra”, essendo gli Stati Uniti uno dei componenti dell’alleanza difensiva denominata N.A.T.O. (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico), il cui art. 5 dispone che gli Stati membri si impegnano a considerare atto di aggressione contro tutti i membri l’attacco armato perpetrato da qualsiasi Stato contro di essi, gli altri Stati membri, tra cui Inghilterra, Francia, Germania, Italia ecc., sarebbero anch’essi entrati in guerra. Se invece si fosse chiamato “atto di terrorismo” gli Stati Uniti avrebbero dovuto rispondere da soli a questo evento. Come si può vedere una bella differenza, quasi un’esagerazione, per essere la conseguenza di una (apparentemente semplice) decisione sul nome da appiccicare a un evento. Ma c’è di più.

Le torri erano edifici assicurati. I risarcimenti sono stabiliti dal tipo di contratto stipulato, con le relative clausole. In questo caso le torri erano assicurate “solo” contro atti terroristici, non contro atti di guerra. Per cui la definizione dell’evento avrebbe comportato altre conseguenze pratiche.

Non ci credete?

Allora provate con il seguente esercizio…

Le manifestazioni studentesche a Hong Kong nell’estate-autunno del 2019

Secondo voi, chi sono? Come li chiamereste? Che parola scegliereste per descrivere queste persone?

  1. Manifestantə
  2. Contestatorə
  3. Attivistə
  4. Ribellə
  5. Protestatarə
  6. Facinorosə

A seconda della parola scelta, si costruisce un fatto diverso.

E il governo di Hong Kong decise di classificarlə come «rivoltosi». Peccato che, per la legislazione di quel Paese, unə “rivoltosə” rischia fino a 10 anni di carcere…

Dov’è allora il fatto separato dalla parola? 

In conclusione

Per citarne unə fra moltə, il linguista inglese Michael Halliday in Language and society (2007) scrive che il linguaggio non rappresenta la realtà, ma la costituisce; non la denota semplicemente, ma la connota. Le strutture linguistiche non sono così passive da meramente riflettere, rispecchiare la struttura sociale. Esse hanno un ruolo molto più attivo. Esse realizzano la struttura sociale, la riproducono, la mantengono.

Per cui il linguaggio costruisce la realtà. E le parole costruiscono i fatti.

Ma il Corriere della Sera (come quasi tuttə ə giornalistə) sembra non essersene ancora accorto.


NOTE:

[1] Il suo cognome è formato da quello del padre (Francesco Torrelli) e della madre (Joséphine Viollier). Un anticipatore della legge sul doppio cognome.

[2] https://www.corriere.it/sette/26_marzo_06/editoriale-primo-numero-corriere-della-sera-pubblico-vogliamo-parlarti-chiaro-2f9c9733-1dcc-45ab-9d81-09528f3ebxlk.shtml.

[3] Michail Gorbačëv, allora leader sovietico, non dev’essere stato a conoscenza di questa locuzione dal momento che non fece mettere per iscritto le (presunte) promesse fattegli dal Segretario di Stato USA James Baker e dai leader occidentali (nel 1990) durante i negoziati per la riunificazione tedesca, quando gli assicurarono che la NATO non si sarebbe estesa “di un pollice verso est” (vedi https://www.startmag.it/mondo/nato-est/; https://www.panorama.it/attualita/allargamento-nato-carte-national-security-archive).

[4] Tuttavia, va ricordato che in origine questo proverbio aveva una valenza del tutto opposta. Nasce, infatti, nella cultura orale e stava a indicare che le parole sono calde, capaci di elevarsi, viaggiare, raggiungere il cuore delle persone, far emozionare; mentre gli scritti sono piatti, freddi, fissi e immobili.

Autore

  • Giampietro Gobo

    Professore ordinario di Sociologia delle Scienze e delle Tecnologie, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Per molti anni si è occupato di epistemologia e metodologia della ricerca sociale. Attualmente si dedica allo studio dei “sensi sociali” e di controversie scientifiche nel campo della salute. Per le sue pubblicazioni cliccare il link qui sotto.

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