L’AI Claude va in guerra contro l’Iran (ma studia da disertore)
Amodei contro Hegseth (e Trump)
Il padre della teoria matematica dell’informazione, Claude Shannon, durante la Seconda Guerra Mondiale si è occupato di crittografia dei messaggi, ma anche di sistemi automatici di puntamento del fuoco per l’artiglieria antiaerea. Il sistema di intelligenza artificiale di Anthropic, che è stato battezzato Claude in suo onore, serve la patria dal luglio 2025, con un contratto da 200 milioni di dollari per una durata di due anni, siglato con il Pentagono. Ma, al contrario del suo omonimo predecessore, non sembra essere disposto a eseguire whatever it takes le direttive dei vertici militari; o almeno, Dario Amodei – che di Anthropic è fondatore e CEO in carica – cerca di ottenere un rispetto letterale degli accordi contrattuali. Donald Trump ha disseppellito l’etichetta di Dipartimento della Guerra dagli archivi novecenteschi, e ha assegnato a Pete Hegseth l’incarico di gestire il ministero secondo lo stile tipico dell’attuale governo americano: operatività tramite decreti, senza scrutinio pubblico, sotto la pressione costante di qualche (presunta) emergenza per la sicurezza nazionale. Lo stato di criticità dovrebbe dispensare l’amministrazione militare da un eccesso di scrupolo nell’osservanza di patti e clausole.
Il dissidio tra Anthropic e Hegseth divampa dopo l’operazione che nei primi giorni di gennaio 2026 ha condotto al sequestro del presidente Nicolás Maduro in Venezuela. Amodei lamenta un’infrazione alle restrizioni sull’uso dei modelli AI sviluppati dalla sua azienda, che ne vietano l’adozione per attività di sorveglianza di massa sui cittadini americani e per l’applicazione ad armi «autonome» (cioè capaci di individuare e uccidere il bersaglio senza un controllo diretto da parte di un essere umano). Il ministro accusa Anthropic di tradimento, perché la sua protesta equivarrebbe ad una forma di opposizione alle strategie di protezione della sicurezza degli Stati Uniti messe in atto dal Pentagono.
Il primo atto della disputa si sarebbe dovuto concludere con l’ordine rivolto a tutte le agenzie federali, diramato da Trump il 27 febbraio tramite il social network Truth, di interrompere ogni collaborazione con Anthropic: «Gli Stati Uniti non permetteranno mai a un'azienda di sinistra e woke di dettare come il nostro grande esercito combatta e vinca le guerre! Questa decisione spetta al vostro comandante in capo e agli straordinari leader che nomino per guidare il nostro esercito. L'egoismo di Anthropic sta mettendo a rischio le vite degli americani e in pericolo i nostri soldati e la nostra sicurezza. Pertanto, ordino a tutte le agenzie federali del governo degli Stati Uniti di cessare immediatamente ogni utilizzo della tecnologia Anthropic. Non ne abbiamo bisogno, non la vogliamo e non faremo più affari con loro!»
Ma meno di ventiquattro ore dopo l’imperativo trumpiano è stato disatteso proprio dal Dipartimento della Guerra, che è ricorso di nuovo ai servizi di Claude per sferrare l’attacco del 28 febbraio contro la Guida Suprema Alì Khamenei in Iran. Il problema infatti è che i servizi di Anthropic sono molto integrati con quelli dell’altro partner dell’esercito americano nelle operazioni di intelligence, Palantir, perché la dismissione delle tecnologie di Amodei possa avvenire da un giorno all’altro. Hegsteh in persona è stato costretto ad annunciare, questa volta su X, che «Anthropic continuerà a fornire i suoi servizi al Dipartimento della Guerra per un periodo di non oltre sei mesi, per assicurare una transizione senza interruzioni di continuità».
Cosa faceva Anthopic per il Dipartimento della Guerra?
Difficile rispondere a questa domanda, perché le operazioni in cui sono coinvolti i suoi modelli AI sono coperti dal segreto militare. L’articolo con cui il Wall Street Journal riferisce che Claude ha svolto un ruolo nel corso dell’attacco all’Iran, dichiara che secondo la sua fonte il comando militare in Medio Oriente ha adottato il software per funzioni di operational support alle azioni di combattimento. Questa etichetta escluderebbe un coinvolgimento diretto negli scenari di guerra, per due ordini di motivi.
Il primo riguarda l’ambito di attività di solito catalogate come «supporto operativo», che investe l’intelligence da cui il conflitto viene preceduto e accompagnato (e spesso anche evitato): l’analisi dei dati con cui si individuano gli attori rilevanti per le decisioni strategiche del nemico, si decifrano i loro messaggi, si interpretano le loro decisioni – si infiltrano informazioni false, si dirotta l’attenzione degli avversari, si manipolano le loro convinzioni, si avvicina la loro opinione pubblica alle istanze più favorevoli ai propri vantaggi.
Il secondo insiste sulle caratteristiche dei modelli AI sviluppati da Anthropic, che sono degli LLM (Large Language Model) focalizzati sull’elaborazione linguistica. Claude appartiene ad una famiglia di tecnologie che sono abili a leggere testi, a individuare pattern nei loro contenuti, a interpretare le combinatorie di significanti che li compongono, e anche a replicarle in modo credibile. La sua applicazione nelle operazioni di spionaggio che hanno preceduto l’attacco potrebbe quindi essere stata mirata a esaminare milioni o miliardi di testi, per lo più in farsi e nelle altre lingue parlate in Iran, con lo scopo di selezionare il cluster di messaggi scambiati tra le autorità politiche e militari del regime, per estrarre informazioni utili sull’agenda dei loro movimenti, sulle decisioni da discutere o già deliberate, sui loro modi per identificarsi (in codice o in chiaro), sui rapporti reciproci – almeno per quello che si può dedurre dalle loro conversazioni. L’inizio dell’attacco infatti ha coinciso con il momento in cui Khamenei avrebbe incontrato alcuni dei funzionari più elevati all’interno del Beit E Rahbari, il complesso di edifici a Teheran destinato ai lavori dei vertici istituzionali.
Da questi assunti sembra plausibile che l’impiego delle tecnologie di Anthropic non intersechi il problema morale delle armi autonome, ma possa in qualche modo collidere con il rifiuto di partecipare a operazioni di sorveglianza di massa – vista l’enorme quantità di messaggi che devono essere stati vagliati dal software per derivare il corpus di comunicazioni utili alle operazioni di intelligence. L’integrazione con i software di Palantir – di cui si sa sempre poco, ma abbastanza per dedurre che siano impiegati per identificare i bersagli degli attacchi – confermerebbe che il contributo di Claude riguardi l’interpretazione di grandi moli di dati testuali, al fine di individuare autori, contenuti dei messaggi, decrittazione di codici. In altre parole, il software di Amodei somiglierebbe allo Shannon originale, molto più che a una qualche incarnazione di Terminator, libera di circolare per il mondo.
È possibile naturalmente che Anthropic abbia sviluppato anche altri modelli di AI, disegnati su esigenze specifiche del Pentagono, e non coincidenti con quelli che rappresentano il core business aziendale: al momento non esistono prove per accogliere o rigettare la tesi, anche se in soli sei mesi di attività non è molto probabile che si sia potuta generare la versione stabile di un software completamente nuovo. Tuttavia Amodei, che ha annunciato ricorso in tribunale contro la rescissione del contratto unilaterale da parte del Dipartimento della Guerra, è già riuscito con questa vicenda a raggiungere un risultato di tutto rispetto: Claude dal 1° marzo è balzata dal 131° al 1° posto delle app più scaricate nell’App Store.
L’accordo siglato da Anthropic con il Pentagono
Questo accordo la rendeva l’unica società di sviluppo AI, insieme a Palantir, impegnata a lavorare su attività coperte per intero dal segreto militare; le collaborazioni accordate con il ministero di Hegseth da Alphabet, OpenAI e Microsoft, non raggiungevano questo livello di profondità. Sembra improbabile quindi che Amodei non conoscesse il tipo di operazioni per le quali la sua tecnologia sarebbe stata impiegata: la sua sorpresa appare poco credibile. Eppure i toni di aggressività da fumetto, e il linguaggio infantile di Trump e Hegseth, hanno restituito smalto e plausibilità all’immagine di paladino della sicurezza AI che Amodei si è attribuito nelle ultime settimane, e hanno tirato la sua abile, anche se pericolosa, campagna marketing per Claude.
Anthropic ha concluso nel febbraio 2026 la raccolta di 30 miliardi di dollari di finanziamento, con un round di serie G, portando il suo valore post-money a 380 miliardi di dollari; sembra stia puntando ad una collocazione in borsa nei prossimi 12-18 mesi. Wall Street val bene una commessa del Pentagono.
Doomsday Clock: ora mancano 85 secondi all’Apocalisse
85 secondi dall'apocalisse
In questi giorni, il Doomsday Clock è stato portato a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto ad oggi dal momento della sua creazione (Reuters 2026). Quest’aggiornamento, deciso dal Bulletin of the Atomic Scientists, non ha valore predittivo in senso stretto, ma rappresenta probabilmente il tentativo più strutturato di tradurre in un indicatore simbolico il livello di rischio per “catastrofe globale di origine antropica”. Al centro dell’attenzione resta il pericolo nucleare, ma la valutazione include sempre anche i fattori vari del cambiamento climatico, i rischi biologici e le vulnerabilità tecnologiche. Infatti, nella definizione adottata da questo gruppo di scienziati, lo scoccare della mezzanotte rappresenta un evento di collasso esistenziale su scala planetaria, mentre lo spostamento delle lancette riflette un giudizio sull’andamento della minaccia.
La posizione attuale dell’orologio, tuttavia, va ben oltre la dimensione metaforica. Infatti essa segnala l’erosione progressiva delle impalcature istituzionali che, per decenni, hanno contribuito a contenere il rischio di una catastrofe nucleare, oltre all’inasprimento delle competizioni strategiche tra grandi potenze. A ciò, si aggiunga la crisi di un ordine internazionale nel quale la deterrenza nucleare, che durante la Guerra fredda aveva potuto produrre una certa stabilità, non riesce più a svolgere la stessa funzione. Per comprendere il significato di questo arretramento simbolico è richiesta quindi una riflessione articolata, che consideri innanzitutto il collasso dei regimi di controllo degli armamenti; ma anche la trasformazione dell’ordine globale da bi-polare a multi-polare e, in conclusione, l’impatto destabilizzante delle nuove tecnologie in contesti geopolitici ad alta tensione.
Innanzitutto, si noti il fatto che – per più di mezzo secolo – gli accordi di controllo degli armamenti hanno rappresentato un pilastro fondamentale nella gestione globalizzata del rischio nucleare. I cosiddetti accordi START, e, più recentemente, il New START, non erano orientati alla completa eliminazione delle armi atomiche – come sarebbe stato forse più auspicabile; bensì, alla regolazione cooperativa della vulnerabilità reciproca tra Stati Uniti e Unione Sovietica prima, e tra Stati Uniti e Russia poi. Come osservava anche, tra gli altri, Thomas Schelling (Schelling 1960), allora la stabilità non derivava dalla fiducia, ma dalla prevedibilità: limiti quantitativi verificabili, trasparenza sugli arsenali e canali di comunicazione riducevano il rischio di errori di calcolo e di un’escalation incontrollata.
Accordo New START e sgretolarsi del Diritto Internazionale
Il New START, entrato in vigore nel 2011, ha costituito l’ultimo tassello di questo sistema di equilibrio. La sua (ormai avvenuta) scadenza, in assenza di un rinnovo o di un accordo sostitutivo, segna dunque la fine di un regime bilaterale di controllo nucleare che ha strutturato la sicurezza strategica globale per decenni. Non si tratta di una questione tecnica: infatti, come sottolineato dal Bulletin (2026), il collasso dei quadri diplomatici di lungo periodo è stato considerato uno dei fattori principali che ha contribuito all’attuale rivalutazione del rischio. Il progressivo abbandono di trattati come l’ABM e l’INF, negli ultimi vent’anni, ha effettivamente indebolito gli strumenti di verifica e monitoraggio che avevano caratterizzato la governance nucleare del secondo dopoguerra. In quest’ottica, la rivalutazione del rischio operata per il 2026 vuole rimarcare anche una profonda cesura di matrice politica, nei termini di una scarsa consapevolezza internazionale dell’emergenza. In sintesi, viene meno la volontà di cooperare, a livello globale, nell’ottica della sicurezza e della stabilizzazione dei rapporti – viceversa, si alimenta così il terrore e l’instabilità.
Il processo che ha visto, negli ultimi decenni, lo sgretolarsi di tale forma di diritto internazionale, è stato accompagnato, in parallelo, dal mutamento sostanziale del contesto strategico globale. Durante la Guerra fredda, la deterrenza nucleare operava all’interno di un sistema bipolare relativamente stabile, nel quale due attori principali, dotati di arsenali comparabili e di dottrine consolidate, mantenevano un equilibrio fondato sulla reciprocità della distruzione – come sostenuto, per esempio, da Kenneth Waltz, la bipolarità riduceva l’incertezza, limitando il numero delle relazioni strategiche rilevanti (Waltz 1979).
Una nuova configurazione internazionale
All’opposto, l’attuale configurazione è marcatamente multi-polare. Oltre agli Stati Uniti e alla Russia, anche la Cina sta espandendo in modo preoccupante e significativo le proprie capacità nucleari, investendo in sistemi di “secondo colpo” per una deterrenza più affidabile, pur continuando (formalmente) a dichiarare una dottrina di deterrenza minima, in ottica meramente difensiva. Allo stesso tempo, anche la presenza di altri attori nucleari e di altri contesti regionali altamente instabili – l’area dell’Asia meridionale, per esempio, e la penisola coreana, come il Medio Oriente, con un focus particolare sul conflitto arabo-palestinese – produce una rete d’interazioni strategiche assai più complessa. In un sistema di questo tipo, le dinamiche di possibili escalation non sono più controllabili attraverso relazioni meramente bilaterali e relativamente prevedibili, ma si sviluppano adesso lungo traiettorie multiple interconnesse.
Squilibrio tecnologico
Inoltre, a rendere questo quadro ulteriormente fragile, interviene il fattore di una fortemente squilibrata implementazione tecnologica – e questo non soltanto in relazione all’avanzamento delle tecnologie belliche. Infatti, l’integrazione di nuove tecnologie nei sistemi di comando e di controllo nucleare – inclusi gli strumenti basati sull’Intelligenza Artificiale – e l’introduzione di sensori automatizzati, tende a comprimere drasticamente i tempi decisionali nelle situazioni di crisi: è evidente come questi sistemi, pur aumentando l’efficienza operativa, possano amplificare il rischio di falsi positivi, e favorire posture di cosiddetto launch-on-warning. Come osserva anche il Bulletin (2026), l’impiego di nuovi sistemi automatizzati e con modalità di errore non pienamente comprese introduce nuove fonti d’instabilità in un contesto che, inoltre, è già caratterizzato da una tensione elevata. Ma anche in termini civili, la discrepanza tecnologica esistente oggi tra tale produzione, sempre più sofisticata, di apparati interconnessi e l’impossibilità di adoperarli in maniera perfettamente consapevole – se non, appunto, delegando al sistema l’amministrazione del rischio – è, evidentemente, uno stato endemico di rischio alla società, una tendenza ch’era già stata intravista dal sociologo Ulrich Beck nella sua diagnosi di «Risikogesellschaft», a sua volta debitrice delle tesi andersiane sul cosiddetto «divario prometeico» (Beck 1986).
Una tale vulnerabilità tecnologica si innesta, poi, su crisi geopolitiche precise. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, i bombardamenti statunitensi ed israeliani sul territorio iraniano, e il rischio di proliferazione nucleare regionale costituiscono alcuni veri e propri “stress-test” per i meccanismi di deterrenza e de-escalation. In questo senso, il rischio nucleare non può più essere considerato un problema isolato, ma emerge come un fenomeno sistemico, in cui le dinamiche regionali, l’innovazione tecnologica smodata e la competizione tra grandi potenze si rafforzano reciprocamente – il tutto nel pericoloso quadro complessivo di una progressiva erosione delle istituzioni democratiche.
Instabilità crescente
Pertanto, le lancette del Doomsday Clock spostate ad 85 secondi dalla mezzanotte non sono quindi da interpretare come il mero annuncio di una catastrofe imminente, bensì come una valutazione complessiva della fragilità dell’attuale regime di sicurezza globale, mai stato tanto integralmente compromesso, in ogni sua componente, dall’inaugurazione dell’orologio. Il progressivo indebolimento degli strumenti cooperativi di controllo degli armamenti, e la transizione verso un nuovo ordine multipolare, oltre al raggiungimento di una soglia tecnologica che, nel senso suddetto, amplifica i margini di errore, formano una complessiva sequela di fattori che aumentano fortemente la probabile instabilità.
Infine, se è vero che la deterrenza nucleare resta ancora oggi un elemento centrale nella ricerca di un equilibrio strategico, altrettanto vero è il fatto che, da sola, essa non sia più sufficiente: richiede un contesto istituzionale fatto di regole condivise, meccanismi di trasparenza e canali di comunicazione affidabili, oggi sempre più compromessi. In questa prospettiva, il Doomsday Clock segnala non solo l’avvicinarsi automatico della fine, ma, soprattutto, mette in allarme davanti al crescente disallineamento tra capacità distruttive e possibilità della governance internazionale: un divario che nessuna potenza, per quanto avanzata militarmente, è in grado oggi di gestire da sola. In questa situazione paradossale, che Anna Maria Mariani ha giustamente chiamato una «zona grigia della responsabilità», (Mariani 2025) dove, appunto, ogni attore in causa pensa sé stesso come spettatore, e non come responsabile diretto della catastrofe, l’emergenza atomica riguarda l’umanità intera, senza distinzione e confine. Per la prima volta il mondo è davvero unificato sotto la stessa bandiera: quella dell’eventualità concreta della propria auto-distruzione.
NOTA: in questo momento, le azioni di guerra di USA e Israele nei confronti dell'Iran rendono il quadro descritto sopra ancora più drammatico e inquietante, soprattutto in vista delle possibili escalation nel conflitto e dei rischi nucleari ad esse connessi. L'attacco statunitense ai siti nucleari iraniani (in particolare, all'impianto nucleare di Natanz) rappresenta un pericolo concreto: l'International Atomic Energy Agency (IAEA) ha infatti dichiarato di non potere escludere fuoriuscite radioattive in corso (ANSA, 3.03.26)
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
- Bulletin of the Atomic Scientists (2026). Annual Doomsday Clock Statements.
- Beck, Ulrich (1986). Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Suhrkamp.
- Reuters (2026). “Atomic scientists set Doomsday Clock closer to midnight than ever”.
- Schelling, Thomas C. (1960). The Strategy of Conflict. Harvard University Press.
- Waltz, Kenneth N. (1979). Theory of International Politics. Addison-Wesley.
- Mariani, A.M. (2025). “La bomba atomica e la sindrome del bystander” in Doppiozero
150 anni fa, il primo numero del Corriere della Sera: un giornale nuovo, nato vecchio
Eugenio Torelli Viollier[1] (Napoli 1842 – Milano 1900), giornalista, idealmente garibaldino e anche assistente di Alexandre Dumas padre (autore, fra gli altri, de I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, Il tulipano nero), fondò a Milano nel febbraio del 1876 Il Corriere della Sera, foglio destinato a diventare nel tempo il primo quotidiano italiano.
L’editoriale[2] del 5 marzo 1876 (non firmato, ma attribuibile a Torelli Viollier stesso) è un misto di arroganza, protervia e false promesse. Tralasciando le prime due (tipiche di chi vuol crearsi uno spazio sgomitando e promettendo di vendere una merce rara, che nel mercato scarseggia), mi concentrerò sulle ultime. In particolare, l’autore (rivolgendosi direttamente ai suoi lettori) scrive:
“Pubblico, vogliamo parlarti chiaro (…) Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola (…) dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro”.
Fatti e parole
L’idea che i fatti siano separati dalle parole è antica, oserei dire vecchia. È figlia della locuzione latina, resa celebre da un discorso di Caio Tito al senato romano, che afferma: “verba volant, scripta manent”. A significare sia che è sempre meglio mettere "nero su bianco" un accordo, invece di accontentarsi di patti verbali, facilmente contestabili a posteriori[3]; sia aver prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre costituire documenti incontrovertibili[4].
Questa concezione delle parole, del linguaggio, è stata uno dei capisaldi dell’ideologia modernista. Come ricorda lo studioso Bruno Latour in Non siamo mai stati moderni (1993), la modernità si fonda (tra l’altro) su una serie di coppie oppositive: natura versus cultura, fatti versus opinioni, umani versus non umani, scienza versus tecnologia, teoria versus pratica, pubblico versus privato ecc. Dicotomie che occultano ideologicamente la natura ibrida di questi mondi che si propagandano come separati, ma che sono costantemente e inestricabilmente compenetrati (infatti Latour parlava di ‘naturacultura’, tecnoscienza’ ecc.).
Per cui l’editoriale di Torelli Viollier è figlio della modernità.
In realtà, fatti e parole sono inseparabili.
Vi è una lunga tradizione, costituita da molteplici discipline (la sociolinguistica, la sociologia del linguaggio, una parte della filosofia del linguaggio, l’antropologia linguistica, l’etnometodologia, l’interazionismo, il costruttivismo, gli studi delle scienze e delle tecnologie ecc.) che mostra proprio questo. A partire dagli scritti, pubblicati postumi, del filosofo del linguaggio John Langshaw Austin, raggruppati sotto il titolo significativo “Come fare cose con le parole” (1962), in cui lo studioso oxoniense mostra come molte delle cose che diciamo siano veri e propri “atti linguistici” (illocutivi e perlocutivi), cioè azioni fatte con le parole, con gli enunciati. Segnando così una svolta, da una concezione del linguaggio inteso come descrizione del mondo a una del linguaggio come azione.
Ma letteratura sull’argomento è davvero sterminata e in un post non si possono fare che dei brevi accenni.
L’abbattimento delle Torri Gemelle
Il caso è noto a tuttə.
Qualche giorno dopo l'11 settembre 2001, nelle alte sfere della politica e nei mass media, s’innescò un dibattito: si trattava di un “atto di terrorismo” o di un “atto di guerra” ? (Ne abbiamo parlato anche qui). All’apparenza sembrerebbe una questione puramente nominalistica. D’altra parte, i fatti stanno da una parte e le parole d’altra.
Eppure, il problema di come chiamare, di quale nome (termine) dare a quell’evento (referente) e di quale significato attribuirgli, sembrò tutt’altro che banale. La definizione dell’evento non era un semplice esercizio intellettuale ma avrebbe avuto conseguenze pratiche notevoli; avrebbe pesantemente inciso sulla realtà dei fatti che si sarebbero succeduti. Infatti, se si fosse chiamato “atto di guerra”, essendo gli Stati Uniti uno dei componenti dell’alleanza difensiva denominata N.A.T.O. (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico), il cui art. 5 dispone che gli Stati membri si impegnano a considerare atto di aggressione contro tutti i membri l’attacco armato perpetrato da qualsiasi Stato contro di essi, gli altri Stati membri, tra cui Inghilterra, Francia, Germania, Italia ecc., sarebbero anch’essi entrati in guerra. Se invece si fosse chiamato “atto di terrorismo” gli Stati Uniti avrebbero dovuto rispondere da soli a questo evento. Come si può vedere una bella differenza, quasi un’esagerazione, per essere la conseguenza di una (apparentemente semplice) decisione sul nome da appiccicare a un evento. Ma c’è di più.
Le torri erano edifici assicurati. I risarcimenti sono stabiliti dal tipo di contratto stipulato, con le relative clausole. In questo caso le torri erano assicurate “solo” contro atti terroristici, non contro atti di guerra. Per cui la definizione dell’evento avrebbe comportato altre conseguenze pratiche.
Non ci credete?
Allora provate con il seguente esercizio…
Le manifestazioni studentesche a Hong Kong nell’estate-autunno del 2019
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Secondo voi, chi sono? Come li chiamereste? Che parola scegliereste per descrivere queste persone?
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A seconda della parola scelta, si costruisce un fatto diverso.
E il governo di Hong Kong decise di classificarlə come «rivoltosi». Peccato che, per la legislazione di quel Paese, unə “rivoltosə” rischia fino a 10 anni di carcere…
Dov’è allora il fatto separato dalla parola?
In conclusione
Per citarne unə fra moltə, il linguista inglese Michael Halliday in Language and society (2007) scrive che il linguaggio non rappresenta la realtà, ma la costituisce; non la denota semplicemente, ma la connota. Le strutture linguistiche non sono così passive da meramente riflettere, rispecchiare la struttura sociale. Esse hanno un ruolo molto più attivo. Esse realizzano la struttura sociale, la riproducono, la mantengono.
Per cui il linguaggio costruisce la realtà. E le parole costruiscono i fatti.
Ma il Corriere della Sera (come quasi tuttə ə giornalistə) sembra non essersene ancora accorto.
NOTE:
[1] Il suo cognome è formato da quello del padre (Francesco Torrelli) e della madre (Joséphine Viollier). Un anticipatore della legge sul doppio cognome.
[2] https://www.corriere.it/sette/26_marzo_06/editoriale-primo-numero-corriere-della-sera-pubblico-vogliamo-parlarti-chiaro-2f9c9733-1dcc-45ab-9d81-09528f3ebxlk.shtml.
[3] Michail Gorbačëv, allora leader sovietico, non dev’essere stato a conoscenza di questa locuzione dal momento che non fece mettere per iscritto le (presunte) promesse fattegli dal Segretario di Stato USA James Baker e dai leader occidentali (nel 1990) durante i negoziati per la riunificazione tedesca, quando gli assicurarono che la NATO non si sarebbe estesa "di un pollice verso est" (vedi https://www.startmag.it/mondo/nato-est/; https://www.panorama.it/attualita/allargamento-nato-carte-national-security-archive).
[4] Tuttavia, va ricordato che in origine questo proverbio aveva una valenza del tutto opposta. Nasce, infatti, nella cultura orale e stava a indicare che le parole sono calde, capaci di elevarsi, viaggiare, raggiungere il cuore delle persone, far emozionare; mentre gli scritti sono piatti, freddi, fissi e immobili.





