85 secondi dall’apocalisse
In questi giorni, il Doomsday Clock è stato portato a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto ad oggi dal momento della sua creazione (Reuters 2026). Quest’aggiornamento, deciso dal Bulletin of the Atomic Scientists, non ha valore predittivo in senso stretto, ma rappresenta probabilmente il tentativo più strutturato di tradurre in un indicatore simbolico il livello di rischio per “catastrofe globale di origine antropica”. Al centro dell’attenzione resta il pericolo nucleare, ma la valutazione include sempre anche i fattori vari del cambiamento climatico, i rischi biologici e le vulnerabilità tecnologiche. Infatti, nella definizione adottata da questo gruppo di scienziati, lo scoccare della mezzanotte rappresenta un evento di collasso esistenziale su scala planetaria, mentre lo spostamento delle lancette riflette un giudizio sull’andamento della minaccia.
La posizione attuale dell’orologio, tuttavia, va ben oltre la dimensione metaforica. Infatti essa segnala l’erosione progressiva delle impalcature istituzionali che, per decenni, hanno contribuito a contenere il rischio di una catastrofe nucleare, oltre all’inasprimento delle competizioni strategiche tra grandi potenze. A ciò, si aggiunga la crisi di un ordine internazionale nel quale la deterrenza nucleare, che durante la Guerra fredda aveva potuto produrre una certa stabilità, non riesce più a svolgere la stessa funzione. Per comprendere il significato di questo arretramento simbolico è richiesta quindi una riflessione articolata, che consideri innanzitutto il collasso dei regimi di controllo degli armamenti; ma anche la trasformazione dell’ordine globale da bi-polare a multi-polare e, in conclusione, l’impatto destabilizzante delle nuove tecnologie in contesti geopolitici ad alta tensione.
Innanzitutto, si noti il fatto che – per più di mezzo secolo – gli accordi di controllo degli armamenti hanno rappresentato un pilastro fondamentale nella gestione globalizzata del rischio nucleare. I cosiddetti accordi START, e, più recentemente, il New START, non erano orientati alla completa eliminazione delle armi atomiche – come sarebbe stato forse più auspicabile; bensì, alla regolazione cooperativa della vulnerabilità reciproca tra Stati Uniti e Unione Sovietica prima, e tra Stati Uniti e Russia poi. Come osservava anche, tra gli altri, Thomas Schelling (Schelling 1960), allora la stabilità non derivava dalla fiducia, ma dalla prevedibilità: limiti quantitativi verificabili, trasparenza sugli arsenali e canali di comunicazione riducevano il rischio di errori di calcolo e di un’escalation incontrollata.
Accordo New START e sgretolarsi del Diritto Internazionale
Il New START, entrato in vigore nel 2011, ha costituito l’ultimo tassello di questo sistema di equilibrio. La sua (ormai avvenuta) scadenza, in assenza di un rinnovo o di un accordo sostitutivo, segna dunque la fine di un regime bilaterale di controllo nucleare che ha strutturato la sicurezza strategica globale per decenni. Non si tratta di una questione tecnica: infatti, come sottolineato dal Bulletin (2026), il collasso dei quadri diplomatici di lungo periodo è stato considerato uno dei fattori principali che ha contribuito all’attuale rivalutazione del rischio. Il progressivo abbandono di trattati come l’ABM e l’INF, negli ultimi vent’anni, ha effettivamente indebolito gli strumenti di verifica e monitoraggio che avevano caratterizzato la governance nucleare del secondo dopoguerra. In quest’ottica, la rivalutazione del rischio operata per il 2026 vuole rimarcare anche una profonda cesura di matrice politica, nei termini di una scarsa consapevolezza internazionale dell’emergenza. In sintesi, viene meno la volontà di cooperare, a livello globale, nell’ottica della sicurezza e della stabilizzazione dei rapporti – viceversa, si alimenta così il terrore e l’instabilità.
Il processo che ha visto, negli ultimi decenni, lo sgretolarsi di tale forma di diritto internazionale, è stato accompagnato, in parallelo, dal mutamento sostanziale del contesto strategico globale. Durante la Guerra fredda, la deterrenza nucleare operava all’interno di un sistema bipolare relativamente stabile, nel quale due attori principali, dotati di arsenali comparabili e di dottrine consolidate, mantenevano un equilibrio fondato sulla reciprocità della distruzione – come sostenuto, per esempio, da Kenneth Waltz, la bipolarità riduceva l’incertezza, limitando il numero delle relazioni strategiche rilevanti (Waltz 1979).
Una nuova configurazione internazionale
All’opposto, l’attuale configurazione è marcatamente multi-polare. Oltre agli Stati Uniti e alla Russia, anche la Cina sta espandendo in modo preoccupante e significativo le proprie capacità nucleari, investendo in sistemi di “secondo colpo” per una deterrenza più affidabile, pur continuando (formalmente) a dichiarare una dottrina di deterrenza minima, in ottica meramente difensiva. Allo stesso tempo, anche la presenza di altri attori nucleari e di altri contesti regionali altamente instabili – l’area dell’Asia meridionale, per esempio, e la penisola coreana, come il Medio Oriente, con un focus particolare sul conflitto arabo-palestinese – produce una rete d’interazioni strategiche assai più complessa. In un sistema di questo tipo, le dinamiche di possibili escalation non sono più controllabili attraverso relazioni meramente bilaterali e relativamente prevedibili, ma si sviluppano adesso lungo traiettorie multiple interconnesse.
Squilibrio tecnologico
Inoltre, a rendere questo quadro ulteriormente fragile, interviene il fattore di una fortemente squilibrata implementazione tecnologica – e questo non soltanto in relazione all’avanzamento delle tecnologie belliche. Infatti, l’integrazione di nuove tecnologie nei sistemi di comando e di controllo nucleare – inclusi gli strumenti basati sull’Intelligenza Artificiale – e l’introduzione di sensori automatizzati, tende a comprimere drasticamente i tempi decisionali nelle situazioni di crisi: è evidente come questi sistemi, pur aumentando l’efficienza operativa, possano amplificare il rischio di falsi positivi, e favorire posture di cosiddetto launch-on-warning. Come osserva anche il Bulletin (2026), l’impiego di nuovi sistemi automatizzati e con modalità di errore non pienamente comprese introduce nuove fonti d’instabilità in un contesto che, inoltre, è già caratterizzato da una tensione elevata. Ma anche in termini civili, la discrepanza tecnologica esistente oggi tra tale produzione, sempre più sofisticata, di apparati interconnessi e l’impossibilità di adoperarli in maniera perfettamente consapevole – se non, appunto, delegando al sistema l’amministrazione del rischio – è, evidentemente, uno stato endemico di rischio alla società, una tendenza ch’era già stata intravista dal sociologo Ulrich Beck nella sua diagnosi di «Risikogesellschaft», a sua volta debitrice delle tesi andersiane sul cosiddetto «divario prometeico» (Beck 1986).
Una tale vulnerabilità tecnologica si innesta, poi, su crisi geopolitiche precise. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, i bombardamenti statunitensi ed israeliani sul territorio iraniano, e il rischio di proliferazione nucleare regionale costituiscono alcuni veri e propri “stress-test” per i meccanismi di deterrenza e de-escalation. In questo senso, il rischio nucleare non può più essere considerato un problema isolato, ma emerge come un fenomeno sistemico, in cui le dinamiche regionali, l’innovazione tecnologica smodata e la competizione tra grandi potenze si rafforzano reciprocamente – il tutto nel pericoloso quadro complessivo di una progressiva erosione delle istituzioni democratiche.
Instabilità crescente
Pertanto, le lancette del Doomsday Clock spostate ad 85 secondi dalla mezzanotte non sono quindi da interpretare come il mero annuncio di una catastrofe imminente, bensì come una valutazione complessiva della fragilità dell’attuale regime di sicurezza globale, mai stato tanto integralmente compromesso, in ogni sua componente, dall’inaugurazione dell’orologio. Il progressivo indebolimento degli strumenti cooperativi di controllo degli armamenti, e la transizione verso un nuovo ordine multipolare, oltre al raggiungimento di una soglia tecnologica che, nel senso suddetto, amplifica i margini di errore, formano una complessiva sequela di fattori che aumentano fortemente la probabile instabilità.
Infine, se è vero che la deterrenza nucleare resta ancora oggi un elemento centrale nella ricerca di un equilibrio strategico, altrettanto vero è il fatto che, da sola, essa non sia più sufficiente: richiede un contesto istituzionale fatto di regole condivise, meccanismi di trasparenza e canali di comunicazione affidabili, oggi sempre più compromessi. In questa prospettiva, il Doomsday Clock segnala non solo l’avvicinarsi automatico della fine, ma, soprattutto, mette in allarme davanti al crescente disallineamento tra capacità distruttive e possibilità della governance internazionale: un divario che nessuna potenza, per quanto avanzata militarmente, è in grado oggi di gestire da sola. In questa situazione paradossale, che Anna Maria Mariani ha giustamente chiamato una «zona grigia della responsabilità», (Mariani 2025) dove, appunto, ogni attore in causa pensa sé stesso come spettatore, e non come responsabile diretto della catastrofe, l’emergenza atomica riguarda l’umanità intera, senza distinzione e confine. Per la prima volta il mondo è davvero unificato sotto la stessa bandiera: quella dell’eventualità concreta della propria auto-distruzione.
NOTA: in questo momento, le azioni di guerra di USA e Israele nei confronti dell’Iran rendono il quadro descritto sopra ancora più drammatico e inquietante, soprattutto in vista delle possibili escalation nel conflitto e dei rischi nucleari ad esse connessi. L’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani (in particolare, all’impianto nucleare di Natanz) rappresenta un pericolo concreto: l’International Atomic Energy Agency (IAEA) ha infatti dichiarato di non potere escludere fuoriuscite radioattive in corso (ANSA, 3.03.26)
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
- Bulletin of the Atomic Scientists (2026). Annual Doomsday Clock Statements.
- Beck, Ulrich (1986). Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Suhrkamp.
- Reuters (2026). “Atomic scientists set Doomsday Clock closer to midnight than ever”.
- Schelling, Thomas C. (1960). The Strategy of Conflict. Harvard University Press.
- Waltz, Kenneth N. (1979). Theory of International Politics. Addison-Wesley.
- Mariani, A.M. (2025). “La bomba atomica e la sindrome del bystander” in Doppiozero
Autore
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Dottorando in Filosofia, Scuola Normale Superiore - SNS, Pisa
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