Non vogliamo che la nostra ricerca serva per la guerra, però...
Il 9 Marzo 2026, Altreconomia ha pubblicato l’intervista di Francesco Vignarca al fisico quantistico Marco Cattaneo, uno dei promotori del Manifesto degli scienziati quantistici per il disarmo.
Cattaneo spiega che l’informazione quantistica – oggetto del suo lavoro di ricerca - «riguarda tutto ciò che ha a che fare con la teoria dell’informazione: come processiamo i dati, come li trasmettiamo, come li proteggiamo. Basandosi sulle leggi della meccanica quantistica (teoria centenaria ormai solidissima) è possibile dimostrare che questa modalità di condurre operazioni di calcolo può avere vantaggi enormi rispetto ai metodi classici. Nei computer tradizionali usiamo i bit: “zero o uno”. Nei computer quantistici la base sono i qubit, che sfruttano proprietà come la sovrapposizione e l’entanglement» e, soprattutto, che questo modo di fare calcolo è di grande interesse per i settori militari e della difesa.
Queste tecnologie possono essere usate – dice Cattaneo – per realizzare sensori quantistici in grado di misurare quantità molto piccole e con grande precisione, ed equipaggiare droni tatticamente molto superiori a quelli attuali; per sviluppare radar quantistici per la sorveglianza satellitare; per «rompere tutti i protocolli crittografici classici attualmente in uso, ossia quelli su cui si basano comunicazioni, banche, infrastrutture critiche, sistemi militari».
Molto lucidamente, Cattaneo e Vignarca raccontano l’esistenza di una presenza concreta di finanziamenti militari, di influenza delle agenzie di difesa sulla ricerca universitaria, del rischio che laboratori e scienziati diventino componenti dell’industria bellica.
Finanziamenti militari delle potenze Nord-Occidentali (in senso esteso, che comprende anche Israele) che finanziano la ricerca nei paesi del Sud del mondo, dove i fondi sono minori.
IL MANIFESTO
Tra l’estate del 2025 e il gennaio di quest’anno, un gruppo di ricercatori che lavora sull’informazione quantistica ha realizzato e pubblicato il manifesto, a cui - in poco tempo - hanno aderito circa 350 fisici quantistici, verificati ad uno ad uno per essere certi che lavorino davvero nel campo.
La call-to-action del Manifesto prevede «il rigetto dell’uso militare per applicazioni militari e per il controllo e la sorveglianza della popolazione e la ferma opposizione al finanziamento della ricerca con fondi militari».
Questa posizione è fondata sulla consapevolezza
- «che le nuove tecnologie, incluse quelle quantistiche, non sono neutrali;
- che le tecnologie quantistiche possono migliorare molti degli strumenti usati nella corsa al riarmo;
- che c’è una pericolosa asimmetria di potere nelle partnership tra i dipartimenti della difesa delle nazioni più potenti e le istituzioni accademiche del Sud Globale
- che la “neutralità militare” delle Università e delle Istituzioni di Ricerca pubbliche è irrinunciabile per garantire che la ricerca “pubblica” serva il bene dell’umanità e non le agende geopolitiche dei governi locali».
Il Manifesto propone di «confrontarsi con l’elefante che sta nella stanza della ricerca quantistica e di unire tutti i ricercatori che condividono queste linee di visione e di comportamento».
I Firmatari «intendono prendere le distanze dalle applicazioni delle tecnologie quantistiche orientate all’uso militare; vogliono essere sicuri che le loro scoperte non siano usate sui campi di battaglia o come strumenti di repressione; desiderano essere parte di una comunità di ricercatori più attenti alle istanze etiche e meno focalizzati sulle applicazioni militari e su progetti orientati al profitto che ignorano la dimensione etica»
La loro intenzione è «di fare luce, esaminare criticamente e cercare di cambiare l’ampio sistema di coinvolgimento militare nella ricerca accademica», pur essendo consapevoli che – in molti contesti – «i ricercatori non hanno altre opzioni quando si tratta di assicurarsi i fondi per proseguire i propri studi».
MORATORIE
Il gruppo di promotori ed estensori del Manifesto, suggerisce Cattaneo nell’intervista, propone una moratoria internazionale sullo sviluppo di applicazioni di guerra delle tecnologie quantistiche, moratoria che proibisca ad agenzie militari e di difesa di finanziare la “loro” ricerca pura, che i fondi pubblici “civili” non finanzino la ricerca finalizzata ad applicazioni militari, che – su queste ricerche e sulle relative scoperte – i governi internazionali facciano accordi preliminari, dall’inizio, e condivisi.
PURCHÉ, APPUNTO, CI SIANO I FONDI E SI POSSA FARE RICERCA
Attenzione, però: i soggetti attivi in queste azioni proposte dal Manifesto, gli Agenti, sono gli altri, i governi, le istituzioni, l’accademia.
I Ricercatori non vogliono, non desiderano, prendono le distanze.
Ci pare di capire, però che i Ricercatori vogliono e desiderano continuare la loro ricerca “pura” ma, per loro ammissione, non neutrale; non prendono le distanze dai fondi, soprattutto se non ci sono altre opzioni.
I ricercatori impegnati nella proposizione del Manifesto, ci pare, non hanno nessuna intezione di fermare la loro ricerca nemmeno quando – lucidamente, come Cattaneo – ne intravedono il rischio di usi militari e di oppressione.
Non vogliono, quindi, essere loro a fermarsi, a rifiutare i finanziamenti, a non pubblicare la loro scoperta. Non vogliono sparire come Majorana.
Comodo e identico a quanto fatto dai fisici del Progetto Manhattan.
Una prospettiva pedagogica della nonviolenza
Il cambiamento intellettuale che prevede di concepire una pluralità di fondamenti della scienza (proposto nei due articoli precedenti, qui e qui) è profondo e richiede un ripensamento della nostra didattica, intesa come trasmissione delle acquisizioni fondamentali della vita umana alle nuove generazioni. Questo ripensamento fa apparire una ampia strada da percorrere, che riguarda tutta la educazione scolastica. Offro qualche suggerimento per il livello didattico minimo[1].
La canzone è un ottimo strumento educativo: il cantarla fa interiorizzare in profondità i contenuti, il suo eventuale messaggio. In Italia c’è una bella canzone a proposito della logica. E’ intitolata “Napoleone”. Il testo, molto intelligente, è di Gianni Rodari; e la musica, molto allegra e sbarazzina, è di Sergio Endrigo.
(http://www.lyricsmode.com/lyrics/s/sergio_endrigo/napoleone.html)
NAPOLEONE
[Voce recitante: Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769. Il 22 ottobre del 1784 lasciò la scuola militare di Briennes con il grado di cadetto. Nel settembre del 1785 fu promosso sottotenente. Nel 1793 fu promosso generale, nel 1799 promosso primo console, nel 1804 si promosse imperatore. Nel 1805 si promosse re d’Italia. E chi non ricorderà tutte queste date, sarà bocciato!]
C’era una volta un imperatore, si chiamava Napoleone.
E quando non aveva torto, di sicuro aveva ragione. . .Napoleone
Napoleone era fatto così
Se diceva di no, non diceva di sì
Quando andava di là, non veniva di qua
Se saliva lassù, non scendeva quaggiù
Se correva in landò, non faceva il caffè
Se mangiava un bigné, non contava per tre
Se diceva di no, non diceva di sì
Napoleone andava a cavallo e la gente lo stava a vedere E quando non andava a piedi, era proprio un cavaliere.. .Napoleone!
Napoleone era fatto così:
Se diceva di no, non diceva di sì
Quando andava di là, non veniva di qua
Se cascava di lì, non cascava di qui
Se faceva popò, non diceva però
Quando apriva l’oblò, non chiudeva il comò
Se diceva di sì, non diceva di no
Di tutti gli uomini della terra, Napoleone era il più potente.
E quando aveva la bocca chiusa, non diceva proprio niente…Napoleone! .
Napoleone era fatto così:
Se diceva di no, non diceva di sì
Quando andava di là, non veniva di qua
Se saliva lassù, non scendeva quaggiù
Se correva in landò, non faceva il caffè
Se mangiava un bigné, non contava per tre
Se faceva pipì, non faceva popò
Anche lui come te, anche lui come me:
Se diceva di no, non diceva di sì
Mi sembra che questa canzone esprima molto bene, a livello infantile, il concetto fondamentale della logica classica: il Vero come contrapposto al Falso, secondo una loro contrapposizione netta. Mi sembra che esprima bene anche l’origine di questa contrapposizione: il potere assoluto sulle cose della realtà; in particolare, il potere di decidere con assoluta certezza la situazione data. Il mito storico della persona col più grande potere sulla realtà è quello di Napoleone. E infatti la premessa indica la sua conquista, secondo tappe travolgenti, di sempre più potere sociale, fino al massimo possibile. Queste tappe sono bene espresse con la parola “promozioni” (ad un sempre più alto livello); mentre l’alunno che non saprà anche una sola cosa di quanto detto, subirà l’opposto della “promozione” (scolastica): la bocciatura. Tutto ciò insegna bene quale è la maniera di parlare così autoritaria da dividere la realtà nella dicotomia: sì e no, Vero e Falso, promozione e bocciatura contrapposti tra loro.
Dopo questa canzone si può spiegare il 'mistero' della parola “nonviolenza”, quella che durante un conflitto funziona esattamente all’opposto, come “non certezza assoluta” sul che fare. Credo che si possa indicare anche a bambini piccoli che quella parola è così speciale perché ha una doppia negazione. Come?
I bambini, come ben si sa, passano per la fase specifica del “no organizzatore”[2], cioè di quel loro dire “No” per capire l’opposto di quello che l’adulto dice loro. Anche dopo questa fase il dire “No” è un loro privilegio al quale non vogliono assolutamente rinunciare. Quindi è un grande esercizio di autoriflessione il dirigere la loro attenzione al “No” e al negativo.
E’ anche un grande insegnamento su come i grandi usano anche loro il “No”. Che non è preciso, perché ci sono tante ambiguità. La prima è quella che i bambini stessi ripetono spessissimo: “A me non dai niente?”; dove l’ultima parola vuole rafforzare psicologicamente la privazione subita. D’altronde anche gli adulti dicono: “Non c’è nessuno”, dove l’ultima parola negativa aggiunge solo la delusione. A Napoli si dice: “Il resto di niente” per enfatizzare la parola “Nulla”; oppure “Ma quando mai? [sottinteso: Mai]” per escludere assolutamente. Qui si può andare a caccia, assieme ai bambini, delle negazioni enfatiche psicologicamente, cioè dell’uso improprio delle doppie negazioni.
Al contrario delle precedenti doppie negazioni, che tutte calcano il pessimismo, si può insegnare piuttosto l’ottimismo. Invece di dire “Meno male”, dire “Molto bene!”; cioè negare la negazione pessimistica. E’ un insegnare il mezzo bicchiere pieno, invece del mezzo bicchiere vuoto.
Si può proseguire giocando ad aggiungere l’avverbio “in pace” ai verbi “stare”, “vivere”, “affaticarsi”, “uccidere”, ecc.. Allora si capisce che la parola “pace” viene usata poco appropriatamente dal linguaggio comune; dove in realtà significa “senza sforzi”, o “senza conflitti interiori”. Si noti che queste ultime espressioni sono doppie negazioni. Il linguaggio comune le ha schiacciate nella parola affermativa “pace”; ma il risultato è una parola vaga, che non fa capire che cosa essa significhi esattamente. Questo dà la prima scoperta della doppia negazione che non afferma, cioè della logica non classica. L’esercizio di prima insegna pure la differenza tra le parole che indicano uno cosa astratta, uno stato ideale (appunto: “pace”) e le parole che indicano un processo; ad es. “stare senza sforzo” mantiene chiara, nonostante l’aggiunta, l’idea di un processo.
Se non altro tutto questo lavoro educativo insegna ad usare appropriatamente il linguaggio[3].
Si può proseguire insegnando doppie negazioni in casi molto importanti: quelli in cui c’è da insegnare principi che organizzino la vita in comune; perché l’uso di doppie negazioni dà chiari princìpi di metodo. Ad es., dire: "Alla fine della giornata [all’asilo] nessun giocattolo fuori posto”, invece di dire: "Tutti i giocattoli al loro posto ". Oppure “Nessun male agli altri”, invece di “Sii buono”; oppure “Nessuno escluso”, invece di “Tutti”, ecc..
A questo punto si può ben spiegare perché la parola nonviolenza funziona esattamente all’opposto di un comando o di un precetto, o di una ricetta (cioè, essa esprime giustamente la “non certezza assoluta” di che cosa sia meglio fare durante un conflitto); essa indica che sì bisogna reagire, ma che c’è una cosa precisa che non bisogna fare: la violenza. “No alla violenza”.
Il massimo di questo insegnamento (ed è anche il suo completamento) è quello di portare i bambini a ragionare per assurdo, cioè a sfruttare l’assurdo per ricavarci avanzamenti. Vi sembra assurdo insegnare ciò a dei bambini? Allora si ricordi il teorema della fisica che riguarda quanto di più concreto ci possa essere nella fisica, la massima efficienza dei motori termici. Esso è stato dimostrato per assurdo: dall’assurdo, un fisico (il figlio di Lazare, Sadi Carnot) ha ricavato un teorema di ingegneria (e tuttora lo si insegna così all’Università)! I bambini, istruiti dall’insegnamento precedente (che il negativo non è il buio dove non si vede niente, perché no sempre il negativo è il Falso, il non esistente assoluto) possono ben concepire che per assurdo si possa giungere a qualcosa di concreto, perché si può mostrare loro che negandolo ulteriormente si possono ottenere importanti indicazioni di metodo e di crescita).
Qui ancora una volta ci viene in aiuto una bella canzone, che tutti conosciamo; è sempre di Endrigo: “C’era una casa molto carina,/ senza soffitto, senza cucina/…/ in via dei matti, numero 0!”. http://www.lyrics007.com/Sergio%20Endrigo%20Lyrics/La%20Casa%20Lyrics.html .
Da essa i bambini imparano che è assurda una casa in cui manchino le cose che la canzone elenca. Il tetso della canzone dice per assurdo quello che gli adulti esprimono con il detto apparentemente affermativo: “Due cuori e una capanna”; che in realtà esprime che in una casa insufficiente (capanna) ci si può vivere solo se si è innamorati pazzi, cioè irragionevoli, ovvero razionalmente assurdi.
Questa canzone dà un grande insegnamento: è meglio parlare per parabole che per cose concrete. E’ tradizione antichissima raccontare ai bambini non gli episodi di guerra o i viaggi compiuti in auto; ma le favole, che volutamente fanno escursioni nel mondo della irrealtà, o meglio dell’assurdo; ma un assurdo coerente, tanto coerente che alla fine se ne ricava una morale. E che morali si ricavano dalla fiabe! Basti pensare alle fiabe di Esopo, o a quelle di Perrault o quelle dei fratelli Grimm. Ciò ci invita a capire meglio le fiabe; cioè quanto esse contengano una coerenza e quanto esse siano irrealistiche.
NOTE:
[1] Proposte didattiche a livelli più alti sono in Le due opzioni, op. cit., Appendici 4 e 5 del Cap. 5; Quaderni CRESM, Mani Tese, 1999, e « Lo schema paradigmatico della didattica della Fisica: la ricerca di un'unità tra quattro teorie », Giornale di Fisica 45 (n°3), 2004, pp.173-191.
[2] D. W. Winnicott: Dalla pediatria alla psicoanalisi (orig.1958), Martinelli, Firenze, 1975. A. Phillips “I no che aiaiutano a crescere“, Feltrinelli, Milano, 2000.
[3] Ricordiamo che nel medioevo l’educazione era basata sul trivio delle arti liberali (cioè dell’uomo libero in contrasto con l’uomo schiavo di sé stesso): grammatica, logica e retorica. La retorica, cioè l’arte di saper parlare è la grande assente della educazione moderna; la seconda grande assente è la logica, benché questa da un secolo e mezzo sia anche matematizzata. Basta questo per indicare che la educazione scolastica attuale è figlia della educazione nata con la presa del potere da parte della borghesia, che ha distribuito sì la educazione ad ampi strati della popolazione, ma a fini tecnici; soprattutto il fine di formare subordinati ed esecutori.
Una Cura per l'Arte - Intervista a Michele Dantini - Parte 2
Una Cura per l’Arte è una rubrica podcast, ideata e condotta da Diego Randazzo, inserita nel palinsesto informativo di Ansa.it. Questo format intende fornire una panoramica della curatela d’arte in Italia, colmare un gap informativo sull’arte contemporanea, approfondire filoni e concetti chiave dei linguaggi dell’arte attraverso le voci di curatrici, curatori e critici d’arte.
La critica d’arte? Una forma d’arte concettuale che usa le parole per liberare le immagini. Il punto di vista di Michele Dantini
ANSA - di Diego Randazzo
Nella quinta puntata del podcast Una cura per l’arte ci addentriamo nel mondo della critica d’arte. Ci accompagna Michele Dantini, critico, scrittore e accademico, professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università per Stranieri di Perugia. Grazie alla sua voce ci orienteremo in un territorio che ha ancora tanto da dire, riattivando delle parole che quotidianamente diamo per scontate. Come nasce la critica d’arte, cosa si intende per tradizione e cosa ci avvince in un capolavoro?
Qui di seguito la seconda parte della trascrizione letterale. La prima parte è qui.
E qui potete ascoltare il podcast nella versione integrale.
D.R.
Nel tuo articolo Perché non scrivo recensioni, pubblicato sul tuo profilo Substack, suggerisci tre tesi che dovrebbero definire la critica d'arte. Vorrei ripercorrerle insieme a te. La prima e la seconda sono strettamente legate ed hanno a che fare con la dimensione temporale.
La prima recita ‘Non esiste distinzione tra antico e contemporaneo’ e la seconda ‘La critica d'arte ha il compito di sgombrare le vie della Grazia’ citazione tratta da Pavel Florensky. Ti andrebbe di spiegarcele?
M.D.
Florensky è stato molto importante per me sotto più profili e continua ad esserlo. È una figura centrale della mia modernità, nel modo in cui definisco la modernità, proprio per questa sua fulminea introduzione operativa: la critica, la vera critica, come un'attività che sgombra le vie della Grazia. Cioè libera le immagini, in quanto messaggere celesti, dal peso di appropriazioni indebite, di parole inappropriate, di critiche dottrinarie, che le ingombrano e le intralciano e ne spengono la scintilla.
L'altro argomento che introduci, su cui sto riflettendo molto, cercando di definire in maniera molto formulare quasi un metodo critico, cioè l'importanza dei rapporti tra antico e moderno. Sono sempre più convinto che i grandi artisti sono gli artisti che mantengono un dialogo con l'antico, ci aiutano in qualche modo a sbarazzarci della presunzione presentista e aiutano ad ampliare l'orizzonte della posta in gioco.
Naturalmente questo ci spinge a porre una domanda. Cosa vogliamo intendere per antico, per tradizione? Ecco, su questo ho scritto molto recentemente e per essere chiari, per me la tradizione è - in chiave apocalittica o escatologica - l'eterno che irrompe nel tempo. Non è alcunché di antiquario, non è alcunché di polveroso, non è alcunché verso cui ci dobbiamo volgere, quasi ne avessimo l’obbligo, con tenerezza e nostalgia. No!
La tradizione è sostanzialmente un qualcosa di elementare, una madre. Io parlo volentieri di immagini madre, cioè di un repertorio di immagini fondamentali, immagini mito, che attende ospite, generazione dopo generazione, e viene riattivato, rigenerato, rinnovato.
È come se gli dei tornassero a popolare il pianeta, in ogni momento in cui queste immagini madre diventano sostanzialmente immagini dipinte. E tra le due cose, tra l'immagine madre e l'immagine dipinta, c'è una distanza ontologica, una distanza infinita.
Queste immagini madre ci visitano periodicamente. Un grande artista è esattamente colui che rigenera le immagini madre, cioè permette che gli dèi tornino ad abitare il pianeta.
Allora io paragono spesso questo deposito di senso originario ad una tastiera. Noi possiamo suonare solamente alcuni tasti di questa tastiera. L'epoca in cui viviamo, a cui apparteniamo, il gusto di questa epoca, sostanzialmente ci permette di sperimentare solamente una piccola porzione di questa tastiera.
Per lo più l'artista average è colui che attinge a questi 7, 10, 12 tasti, questa piccola porzione della tastiera, che è la tastiera originaria, nella sua ampiezza originaria. Un grande artista improvvisamente attinge ad altre porzioni di tastiera. Ce le fa ascoltare come per la prima volta. Ecco, questo lo definirei un grande artista: un improvviso ampliamento, un imprevedibile ampliamento della tastiera.
Ovviamente l'antico, ovvero i grandi maestri, sono coloro che suonano le porzioni di tastiera che l'epoca presente non conosce, per cui avvicinano il talento in formazione a tutti gli scomparti della tastiera a lui sconosciuti. Da questo punto di vista l'esperienza di ciò che chiamiamo impropriamente antico, che dovremmo chiamare in altro modo, è insostituibile.
D.R.
Oggi non è raro assistere, soprattutto nel confezionamento di determinati eventi pubblici, ad una compenetrazione tra la figura del curatore e quella del critico. Contestualmente vediamo un grande uso dello storytelling che spesso mette in primo piano l'artista ed il curatore stesso, mentre un ragionamento profondo e significativo sulle opere a volte rimane sullo sfondo. Qual è il tuo punto di vista?
M.D.
Evidentemente la potenza originaria delle immagini, la stiamo completamente sacrificando alla banalità della parola. Questo sta succedendo e questa, secondo me, è anche la differenza corrente tra il critico d'arte e il sedicente tale, cioè il foglio di settore o il curatore-critico che è sostanzialmente un applicativo o un esecutivo, nel senso degli organigrammi aziendali. E’ qualcuno che si impegna, trafelandosi spesso, con più o meno merito, per portare le opere d'arte dentro il congegno commerciale. E segue delle linee di consenso, non segue delle linee di verità o di perspicacia o di visione, segue delle linee di consenso, fa dire alle opere quello che l'ordine del giorno dei media ha stabilito essere di attualità. Questo è un atteggiamento legittimo, utile, soprattutto per gli artisti, non per le immagini, perché ovviamente procura ricchezza, rende sostenibile una professione, ma spegne sostanzialmente quanto di distante, di lontanante, di auratico esiste nelle immagini, che invece è l'essenziale. Ecco, è un atteggiamento utilitaristico per cui le immagini sono piegate ad una conversazione pubblica che ha le sue mozioni altrove e che prende slancio nei luoghi del sociale.
D.R.
Con le prime ospiti abbiamo affrontato il tema del gender pay gap, divario retributivo di genere. Tu che provieni da un ambito prettamente accademico, sulla base della tua esperienza, trovi che questo divario esista?
M.D.
Ma guarda, non posso vantare chissà quali competenze di sociologia dell'istituzione culturale per risponderti su questo. Credo però che indubbiamente il problema del gender gap esista, soprattutto al di fuori delle professioni di cui noi ci stiamo occupando, nel senso che la ricerca ha ovviamente dei salari prefissati che non ammettono variabile legata al gender. Sicuramente nei ruoli apicali della ricerca c'è una differenza legata al gender, soprattutto nelle discipline che non sono umanistiche. Nelle discipline che sono umanistiche si può immaginare che sia una differenza residuale, che anche in tempi relativamente brevi sarà rimossa. Questo è quello che ti posso dire. Mentre nell'arte io vedo una grande vivacità femminile almeno da tre decenni, se non vogliamo addirittura retrocedere alla seconda metà degli anni sessanta e primi settanta.
D.R.
Chiudiamo con la consueta domanda sulla cura. Quale valore e significato dai a questa parola?
M.D.
Ah che bella la cura, sì, è una cosa molto importante. Pensa che addirittura, credo fosse il 2007/2008, organizzai un convegno internazionale all'Università del Piemonte Orientale su questo tema. Come ti ho detto, venivo da un decennio di viaggi abbastanza folli e di lungo periodo, collaborando con OMG, sia ambientalistiche che di altro genere e anche con il WWF.
Alla luce di questa esperienza, mi ero chiesto se questo continuo viaggio non fosse un esercizio di scomparsa e non avesse in realtà anche valore un atteggiamento, per certi versi complementare, quello della residenza, della stanzialità, intesa come cura. Ricordo che un testo di Doreen Massey - ‘For space’ - una geografa e femminista inglese, era stato molto importante per me in quel periodo a rivedere determinate assunzioni sull'obbligo di mobilità e quindi nacque questo convegno sulla Cura. D'altra parte nel mio percorso, io sono nato platonico e heideggeriano, studiando alla Scuola Normale testi di filosofia classica e di Heidegger, per cui questa questione della cura è sempre stata molto importante.
E direi che la cura, per quanto mi riguarda, oggi è in primo luogo storiografica, e critica. Sgombrare le vie della Grazia è un'enorme fatica, significa decostruire a ritroso tutte le vie dell'interpretazione che ci hanno portato fin qui all'impasse attuale. Quindi è un lavoro demolitorio, spesso condotto con il bisturi, con gli strumenti di precisione, che richiede scrupolo, meticolosità, un'infinita serie di mediazioni. Tutto questo è cura.
Vorrei dirti questo in conclusione di dialogo. Vorrei formulare un paradosso, dimostrandoti che non è poi così tanto un paradosso: per me l'arte e la critica sono due forme di arte. L'arte è un'arte figurativa che lavora con immagini e la critica è un'arte figurativa che lavora con le parole. Ma questo dovrebbe sembrarci meno strano oggi che, alla luce di decenni di arte concettuale, abbiamo visto le arti figurative impugnare le parole in ambiti figurativi.
Ecco, e allora è proprio questo che vorrei dire in conclusione. Per me la critica d'arte è una forma d'arte che usa le parole per sgombrare le vie della Grazia delle immagini. È una forma d'arte figurativa e attinge a uno stesso deposito di senso originario, a uno stesso mandatario dell'arte figurativa in senso stretto e letterale.
Farsi carico di questo mandatario, sottomettersi a questo mandatario - le immagini madre - è per me quintessenzialmente cura.
Approfondimenti:
Michele Dantini, Le forme del divino, il Mulino, 2024
https://micheledantini.substack.com - progetto research-based di avvicinamento tra critica storia e pubblico lato motivato dalla necessità di ridurre la distanza e la separatezza dell’istituzione universitaria e contestualmente anche dall’impasse in cui sembra trovarsi l’informazione di settore
https://micheledantini.substack.com/p/arte-contemporanea1-appunti-per-lintroduzione - Arte contemporanea 1. Appunti per l'introduzione di una misura di grandezza
https://gemaeldegalerie.skd.museum/en/ - La Gemaldegalerie Alte Meister di Dresda
https://www.adelphi.it/libro/9788845901959 - Pavel Florenskij - Le porte regali Saggio sull’icona, Adelphi, 1977



