Una Cura per l’Arte è una rubrica podcast, ideata e condotta da Diego Randazzo, inserita nel palinsesto informativo di Ansa.it. Questo format intende fornire una panoramica della curatela darte in Italia, colmare un gap informativo sullarte contemporanea, approfondire filoni e concetti chiave dei linguaggi dellarte attraverso le voci di curatrici, curatori e critici d’arte.

La critica darte? Una forma darte concettuale che usa le parole per liberare le immagini. Il punto di vista di Michele Dantini

ANSA – di Diego Randazzo

Nella quinta puntata del podcast Una cura per larte ci addentriamo nel mondo della critica darte. Ci accompagna Michele Dantini, critico, scrittore e accademico, professore ordinario di Storia dellarte contemporanea presso lUniversità per Stranieri di Perugia. Grazie alla sua voce ci orienteremo in un territorio che ha ancora tanto da dire, riattivando delle parole che quotidianamente diamo per scontate. Come nasce la critica darte, cosa si intende per tradizione e cosa ci avvince in un capolavoro?

Qui di seguito la seconda parte della trascrizione letterale. La prima parte è qui.

E qui potete ascoltare il podcast nella versione integrale.

 


 

D.R.

Nel tuo articolo Perché non scrivo recensioni, pubblicato sul tuo profilo Substack, suggerisci tre tesi che dovrebbero definire la critica d’arte. Vorrei ripercorrerle insieme a te. La prima e la seconda sono strettamente legate ed hanno a che fare con la dimensione temporale.

La prima recita ‘Non esiste distinzione tra antico e contemporaneo’ e la seconda ‘La critica d’arte ha il compito di sgombrare le vie della Grazia’ citazione tratta da Pavel Florensky. Ti andrebbe di spiegarcele?

 

M.D.

Florensky è stato molto importante per me sotto più profili e continua ad esserlo. È una figura centrale della mia modernità, nel modo in cui definisco la modernità, proprio per questa sua fulminea introduzione operativa: la critica, la vera critica, come un’attività che sgombra le vie della Grazia. Cioè libera le immagini, in quanto messaggere celesti, dal peso di appropriazioni indebite, di parole inappropriate, di critiche dottrinarie, che le ingombrano e le intralciano e ne spengono la scintilla.

L’altro argomento che introduci, su cui sto riflettendo molto, cercando di definire in maniera molto formulare quasi un metodo critico, cioè l’importanza dei rapporti tra antico e moderno. Sono sempre più convinto che i grandi artisti sono gli artisti che mantengono un dialogo con l’antico, ci aiutano in qualche modo a sbarazzarci della presunzione presentista e aiutano ad ampliare l’orizzonte della posta in gioco. 

Naturalmente questo ci spinge a porre una domanda. Cosa vogliamo intendere per antico, per tradizione? Ecco, su questo ho scritto molto recentemente e per essere chiari, per me la tradizione è – in chiave apocalittica o escatologica – l’eterno che irrompe nel tempo. Non è alcunché di antiquario, non è alcunché di polveroso, non è alcunché verso cui ci dobbiamo volgere, quasi ne avessimo l’obbligo, con tenerezza e nostalgia. No!

La tradizione è sostanzialmente un qualcosa di elementare, una madre. Io parlo volentieri di immagini madre, cioè di un repertorio di immagini fondamentali, immagini mito, che attende ospite, generazione dopo generazione, e viene riattivato, rigenerato, rinnovato.

È come se gli dei tornassero a popolare il pianeta, in ogni momento in cui queste immagini madre diventano sostanzialmente immagini dipinte. E tra le due cose, tra l’immagine madre e l’immagine dipinta, c’è una distanza ontologica, una distanza infinita.

Queste immagini madre ci visitano periodicamente. Un grande artista è esattamente colui che rigenera le immagini madre, cioè permette che gli dèi tornino ad abitare il pianeta. 

Allora io paragono spesso questo deposito di senso originario ad una tastiera. Noi possiamo suonare solamente alcuni tasti di questa tastiera. L’epoca in cui viviamo, a cui apparteniamo, il gusto di questa epoca, sostanzialmente ci permette di sperimentare solamente una piccola porzione di questa tastiera.

Per lo più l’artista average è colui che attinge a questi 7, 10, 12 tasti, questa piccola porzione della tastiera, che è la tastiera originaria, nella sua ampiezza originaria. Un grande artista improvvisamente attinge ad altre porzioni di tastiera. Ce le fa ascoltare come per la prima volta. Ecco, questo lo definirei un grande artista: un improvviso ampliamento, un imprevedibile ampliamento della tastiera.

Ovviamente l’antico, ovvero i grandi maestri, sono coloro che suonano le porzioni di tastiera che l’epoca presente non conosce, per cui avvicinano il talento in formazione a tutti gli scomparti della tastiera a lui sconosciuti. Da questo punto di vista l’esperienza di ciò che chiamiamo impropriamente antico, che dovremmo chiamare in altro modo, è insostituibile.

 

D.R.

Oggi non è raro assistere, soprattutto nel confezionamento di determinati eventi pubblici, ad una compenetrazione tra la figura del curatore e quella del critico. Contestualmente vediamo un grande uso dello storytelling che spesso mette in primo piano l’artista ed il curatore stesso, mentre un ragionamento profondo e significativo sulle opere a volte rimane sullo sfondo. Qual è il tuo punto di vista?

 

M.D.

Evidentemente la potenza originaria delle immagini, la stiamo completamente sacrificando alla banalità della parola. Questo sta succedendo e questa, secondo me, è anche la differenza corrente tra il critico d’arte e il sedicente tale, cioè il foglio di settore o il curatore-critico che è sostanzialmente un applicativo o un esecutivo, nel senso degli organigrammi aziendali. E’ qualcuno che si impegna, trafelandosi spesso, con più o meno merito, per portare le opere d’arte dentro il congegno commerciale. E segue delle linee di consenso, non segue delle linee di verità o di perspicacia o di visione, segue delle linee di consenso, fa dire alle opere quello che l’ordine del giorno dei media ha stabilito essere di attualità. Questo è un atteggiamento legittimo, utile, soprattutto per gli artisti, non per le immagini, perché ovviamente procura ricchezza, rende sostenibile una professione, ma spegne sostanzialmente quanto di distante, di lontanante, di auratico esiste nelle immagini, che invece è l’essenziale. Ecco, è un atteggiamento utilitaristico per cui le immagini sono piegate ad una conversazione pubblica che ha le sue mozioni altrove e che prende slancio nei luoghi del sociale.

 

D.R.

Con le prime ospiti abbiamo affrontato il tema del gender pay gap, divario retributivo di genere. Tu che provieni da un ambito prettamente accademico, sulla base della tua esperienza, trovi che questo divario esista?

 

M.D.

Ma guarda, non posso vantare chissà quali competenze di sociologia dell’istituzione culturale per risponderti su questo. Credo però che indubbiamente il problema del gender gap esista, soprattutto al di fuori delle professioni di cui noi ci stiamo occupando, nel senso che la ricerca ha ovviamente dei salari prefissati che non ammettono variabile legata al gender. Sicuramente nei ruoli apicali della ricerca c’è una differenza legata al gender, soprattutto nelle discipline che non sono umanistiche. Nelle discipline che sono umanistiche si può immaginare che sia una differenza residuale, che anche in tempi relativamente brevi sarà rimossa. Questo è quello che ti posso dire. Mentre nell’arte io vedo una grande vivacità femminile almeno da tre decenni, se non vogliamo addirittura retrocedere alla seconda metà degli anni sessanta e primi settanta.

 

D.R.

Chiudiamo con la consueta domanda sulla cura. Quale valore e significato dai a questa parola?

 

M.D.

Ah che bella la cura, sì, è una cosa molto importante. Pensa che addirittura, credo fosse il 2007/2008, organizzai un convegno internazionale all’Università del Piemonte Orientale su questo tema. Come ti ho detto, venivo da un decennio di viaggi abbastanza folli e di lungo periodo, collaborando con OMG, sia ambientalistiche che di altro genere e anche con il WWF. 

Alla luce di questa esperienza, mi ero chiesto se questo continuo viaggio non fosse un esercizio di scomparsa e non avesse in realtà anche valore un atteggiamento, per certi versi complementare, quello della residenza, della stanzialità, intesa come cura. Ricordo che un testo di Doreen Massey – ‘For space’ – una geografa e femminista inglese, era stato molto importante per me in quel periodo a rivedere determinate assunzioni sull’obbligo di mobilità e quindi nacque questo convegno sulla Cura. D’altra parte nel mio percorso, io sono nato platonico e heideggeriano, studiando alla Scuola Normale testi di filosofia classica e di Heidegger, per cui questa questione della cura è sempre stata molto importante.

E direi che la cura, per quanto mi riguarda, oggi è in primo luogo storiografica, e critica. Sgombrare le vie della Grazia è un’enorme fatica, significa decostruire a ritroso tutte le vie dell’interpretazione che ci hanno portato fin qui all’impasse attuale. Quindi è un lavoro demolitorio, spesso condotto con il bisturi, con gli strumenti di precisione, che richiede scrupolo, meticolosità, un’infinita serie di mediazioni. Tutto questo è cura.

Vorrei dirti questo in conclusione di dialogo. Vorrei formulare un paradosso, dimostrandoti che non è poi così tanto un paradosso: per me l’arte e la critica sono due forme di arte. L’arte è un’arte figurativa che lavora con immagini e la critica è un’arte figurativa che lavora con le parole. Ma questo dovrebbe sembrarci meno strano oggi che, alla luce di decenni di arte concettuale, abbiamo visto le arti figurative impugnare le parole in ambiti figurativi.

Ecco, e allora è proprio questo che vorrei dire in conclusione. Per me la critica d’arte è una forma d’arte che usa le parole per sgombrare le vie della Grazia delle immagini. È una forma d’arte figurativa e attinge a uno stesso deposito di senso originario, a uno stesso mandatario dell’arte figurativa in senso stretto e letterale.

Farsi carico di questo mandatario, sottomettersi a questo mandatario – le immagini madre – è per me quintessenzialmente cura.

 


 

Approfondimenti:

Michele Dantini, Le forme del divino, il Mulino, 2024

https://micheledantini.substack.comprogetto research-based di avvicinamento tra critica storia e pubblico lato motivato dalla necessità di ridurre la distanza e la separatezza dell’istituzione universitaria e contestualmente anche dall’impasse in cui sembra trovarsi l’informazione di settore

https://micheledantini.substack.com/p/arte-contemporanea1-appunti-per-lintroduzioneArte contemporanea 1. Appunti per l’introduzione di una misura di grandezza

https://gemaeldegalerie.skd.museum/en/La Gemaldegalerie Alte Meister di Dresda

https://www.adelphi.it/libro/9788845901959Pavel Florenskij – Le porte regali Saggio sull’icona, Adelphi, 1977

Autori

  • Diego Randazzo vive tra Milano e Belluno. Consegue la maturità al Liceo Artistico di Brera e si laurea in Scienze dei Beni Culturali con una tesi in ‘Istituzioni di regia’ presso l’Università degli Studi di Milano. Il suo lavoro, articolato su diversi media, è concentrato su alcuni dei principali temi della cultura visuale: l’esperienza dell’immagine, con tutte le sue componenti emotive, evocative, antropologiche e sociali; i dispositivi del guardare, che diventano spesso, a loro volta oggetto/soggetto dell’opera; lo sguardo della macchina; la dimensione del racconto; l’immersività o – al contrario – la straniazione prodotta dal rapporto con il medium. Sue opere son presenti in collezioni pubbliche e private. Finalista in svariati premi d’Arte contemporanea nel 2023 si aggiudica il primo premio dell’Yicca art prize e riceve la Menzione della Giura al Talent Prize di Insideart Magazine. Nel 2024 la sua installazione #Kids, tributo alla tragedia dei Piccoli Martiri di Gorla e opera permanente di Casa della Memoria di Milano, rientra nel progetto di mappatura dell’Arte Pubblica realizzata dal Mudec di Milano. Incomincia a lavorare sulle problematiche degli algoritmi già nel 2020 con il progetto ‘Immagini Simili’ – presso la Galleria ADD-art, per la cura di Bianca Trevisan – fino ad oggi, attraverso lo studio dell’Ai come strumento di ricerca visiva ed indagine sociale. E’ autore e conduttore di una rubrica podcast dal titolo Una cura per l’arte in onda su Ansa.it, che intende fornire una panoramica delle curatela d’arte in Italia, colmare un gap informativo sull’arte contemporanea e approfondire concetti chiave dei linguaggi dell’arte attraverso le voci di curatrici, curatori e critici. www.diegorandazzo.com Ig: diego__randazzo

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  • Michele Dantini è Professore Ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università per Stranieri di Perugia e Visiting Professor presso IMT Scuola di Alti Studi, Lucca. Laureatosi e addottoratosi presso la Scuola Normale di Pisa, si interessa di storia dell'arte del XX e del XXI secolo con particolare riferimento alle avanguardie e neoavanguardie europee e americane; al problema delle continuità e discontinuità tra primo e secondo Novecento; alla definizione del modernismo italiano (anni Dieci/Settanta del Novecento) considerato nelle sue specificità storiche e in relazione alle diverse linee di ricerca internazionali; ai rapporti tra storia dell’arte, storia della critica e storia della cultura; infine alle agende postcoloniali di ricerca e a questioni relative ai processi che vanno sotto il nome di “globalizzazione” nell’arte del XXI secolo. Le sue pubblicazioni più recenti sono ‘Bernard Berenson e l’arte contemporanea’ (Electa, Milano 2025), Le forme del divino (il Mulino, Bologna 2024), Storia dell’arte e storia civile. Il Novecento in Italia (2022). Sua la curatela delle mostra Paul Klee. Alle origini dell'arte. Milano, MUDEC 24Ore Cultura, 2018. Ig: https://www.instagram.com/micheledantini/ web site: https://micheledantini.substack.com

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