Macchine per volere

Conviviamo da secoli con macchine che pensano e che decidono, da cui dipendono le minuzie del quotidiano, i propositi esistenziali, la sorte di interi popoli. Nel saggio Affidarsi lo storico britannico David Runciman ne analizza le caratteristiche, le condizioni di nascita, l’evoluzione, e ne certifica la natura automatica: sono lo Stato e le società imprenditoriali. 

La sua strategia di analisi separa con cura le istituzioni politiche della modernità da tutte le altre. Nella storia può apparire una sola entità riconoscibile come Roma, o come la monarchia degli Han, o come il califfato di Maometto; al contrario, lo stato nazionale, di carattere amministrativo e burocratico, è un modello che può essere riprodotto in serie ovunque nel mondo. È un automa assemblato per la prima volta in Europa, dopo la pace di Westfalia, nei territori britannici e francesi; ma sono bastati alcuni adattamenti, di poco conto, per replicarlo ovunque nel Vecchio Continente, poi in America, in Asia, in Oceania, e anche in Africa. 

Bisogna sempre tenere distinti l’adozione dello schema e il successo della sua attivazione: non si possono sollevare dubbi sulle differenze tra le prestazioni che l’operazione ha ottenuto negli Stati Uniti, in Germania, o in Italia – e lo strano ibrido che si è affermato in aree come l’Afghanistan o lo Zimbabwe. In ogni caso, la trasferibilità delle istituzioni si è verificata anche nei paesi in cui la riuscita dell’implementazione è stata minore. Se l’esportazione della democrazia si profila come un’ingenuità – o come una perfidia ben mascherata – dell’imperialismo americano, la propagazione dei burocrati è un’operazione molto più percorribile, e praticata ad ogni latitudine. Il lavoro dei funzionari è adattabile ad ogni forma di cultura, dato il carattere autoriferito, e indifferente a criteri di inclusività popolare o di dispotismo, dell’apparato amministrativo.  

Se nel dizionario di Hobbes fosse stato reperibile il vocabolo robot, per classificare il tipo di automa in cui bisogna sussumere il Leviatano, il filosofo lo avrebbe senz’altro adottato: specifica con cura il carattere del burocrate, e per metonimia l’intera infrastruttura di potere che rappresenta. Il primo attributo dello Stato è la forza di coercizione con cui è in grado di far applicare le sue decisioni, rivendicando a sé il monopolio della violenza, e assicurando in questo modo ai cittadini la libertà di dedicarsi alle loro attività commerciali, artistiche, scientifiche, senza dover temere la precarietà della vita nella condizione naturale della guerra di tutti contro tutti. 

La legittimazione dello Stato deriva dalla garanzia della sicurezza personale che viene barattata con le restrizioni delle libertà degli individui; ma le sue proprietà sono molto più estese dell’infastruttura di protezione dei sudditi, dal momento che la durata della sua esistenza, la sua capacità di contrarre debiti, la sua autorità nell’entrare in guerra e nel trattare la pace, il suo potere di validare gli accordi contrattuali e i patti commerciali, valicano i confini naturali della forza e della vita di qualunque cittadino. L’inquadramento teorico di Robert Nozick, che vieterebbe al potere politico qualunque diritto trascendente le facoltà dei singoli membri della comunità nazionale, viene smentito dalla funzione che lo Stato svolge nella vita stessa delle persone. Gli investimenti per la costruzione di infrastrutture come la rete ferroviaria, quella stradale, quella elettrica, quella dell’acqua potabile, non sarebbero sostenibili da nessun soggetto privato, né isolato né associato in compagnie di qualche genere; Acemoglu e Robinson hanno mostrato come gli imperi che si sono sottratti a questi interventi di finanziamento, o di protezione monopolistica delle agenzie che se ne sono fatte carico, hanno deciso di difendere gli interessi dell’oligarchia feudale, contro lo sviluppo della cultura imprenditoriale, contro l’industrializzazione delle loro economie, contro l’inclusione delle classi popolari nella gestione politica. Lo Stato può sovvenzionare, con perdite irrazionali e in deficit sulla bilancia dei pagamenti, la ricerca fondamentale in ogni ambito della scienza, la prototipazione di dispositivi tecnologici, l’apertura di nuovi mercati potenziali. La storia di Internet comincia con i capitali militari della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa americano, fondata nel 1958 per reagire al lancio dello Sputnik da parte dell’Unione Sovietica; ma se in questo caso la sperimentazione ha condotto ad un successo epocale, i 40 milioni di dollari spesi dagli USA in piena Seconda Guerra Mondiale per costruire l’H-4 Hercules, un idrovolante in legno laminato da 750 persone soprannominato l’oca di abete rosso, sono finiti nelle tasche di Howard Hughes senza che il congegno sia mai riuscito a staccarsi da terra. Lo Stato innova perché è indifferente ai fiaschi e può permettersi gli sprechi; le imprese colgono quello che è utile nell’inventario dei progetti sussidiati dai soldi pubblici, e lo trasformano in quello che piace al mercato.

Macchine per pensare

La decisione di entrare in guerra o di accettare la tregua, l’autorizzazione a costruire una ferrovia o a finanziare una rete di connessioni senza un hub centrale, la sentenza sulla responsabilità penale di un imputato, vengono assunte dallo Stato sulla base di un’analisi dei fatti, con diverse forme di intenzionalità e di responsabilità nei confronti del mondo reale. L’apertura o la risoluzione di un conflitto sono una decisione che modifica le condizioni di vita di tutti, sulla base del provvedimento emanato dal governo; il cittadino in tribunale invece ha o non ha commesso il delitto, e questa verità è indipendente dagli ordinamenti burocratici, anche se la sentenza della giuria comporterà conseguenze effettive sul seguito dei suoi giorni. Condorcet, poco prima della deflgrazione della Rivoluzione Francese, aveva gettato le basi per una matematica della probabilità che sondava la saggezza delle folle nell’esattezza di giudizio. Nella sua analisi si trovano i fondamenti sia del pessimismo sia dell’ottimismo verso la capacità dei gruppi di raggiungere una forma di intelligenza inaccessibile all’individuo singolo. L’esame delle sentenze dimostra che un incremento del numero dei giurati dovrebbe favorire l’approssimazione alla verità fattuale; al contrario, il comportamento delle folle nelle situazioni di eccitazione collettiva tende a pendere verso gesti molto più gravi di quelli che i singoli sarebbero disposti a sottoscrivere nella loro solitudine. 

Sia i giurati delle corti popolari, sia le masse che convergono nei raduni di piazza, cessano di esistere non appena si conclude l’evento che li ha convocati: le persone, nella loro dispersione successiva, non ereditano nessuna delle proprietà del gruppo di cui erano parte. Lo Stato è una macchina che stabilizza decisioni collettive estendendo la loro validità con il suo potere coercitivo e la sua persistenza. Ma lo statuto consegnato a ciò che esso consolida pone un problema di responsabilità: l’ambiguità della sua attribuzione non è diversa da quella del caso di un veicolo a guida autonoma coinvolto in un incidente mortale. L’omicidio deve essere imputato al conduttore della macchina nel momento del sinistro? Al proprietario dell’automobile? Allo sviluppatore del software che governa il mezzo di trasporto? Al programma di AI che ha preso la decisione da cui è derivata la collisione fatale? Allo stesso modo, chi deve rispondere a livello morale e giuridico della decisione di entrare in guerra? Il governo che ha firmato la dichiarazione? Il parlamento che l’ha approvata? Ogni singolo cittadino della nazione? Lo Stato? 

Pare chiaro che le difficoltà implicate nella convocazione in giudizio di uno Stato o di un software siano paragonabili: come lo si potrebbe fare? L’ipotesi di incriminare ministri e deputati – o sviluppatori informatici e proprietari di automobili – per eventi che sono il risultato della cooperazione di più agenzie, finirebbe per confondere il piano della responsabilità individuale con quella collettiva, e cadrebbe nella logica del capro espiatorio. D’altra parte, se il singolo fosse stato consapevole di dover pagare in prima persona per le conseguenze dei suoi gesti, forse avrebbe agito in modo molto più prudente, o avrebbe addirittura optato per la decisione opposta. Il re è un meccanico: lo spazio aperto al dilemma morale è disegnato nella struttura tecnica di un automa, i cui congegni coincidono con la forma del potere politico.

Oltre lo Stato

L’epoca contemporanea introduce nuove macchine, o nuovi funzionamenti nel rapporto tra automi statali e imprenditoriali. La nascita delle istituzioni pubbliche dopo la Pace di Westfalia ha accompagnato la formazione delle compagnie commerciali e industriali, che si sono costituite come entità di diritto e come agenti persistenti, derivando le loro facoltà da quelle dello Stato. L’autorità politica è sempre stata la fonte delle possibilità ontologiche e operative delle attività capitalistiche; ma la rivoluzione messa in atto dalla Silicon Valley a partire dalla fine del XX secolo sembra aver sabotato questa configurazione. Società come Meta, Alphabet, Amazon, si presentano sia come attori del mercato regolamentato dal diritto pubblico – sia come il mercato stesso, definendo con i propri algoritmi le regole di visibilità degli altri soggetti economici nell’ambito del mondo digitale, il costo e i metodi dell’esposizione pubblicitaria, le procedure di transazione con il pubblico finale e (spesso, se si considerano la piattaforma di ecommerce) il range di prezzo dei prodotti in offerta. L’ideologia dell’efficienza, e l’efficacia di queste imprese, consacrano il software come l’elaboratore di un’intelligenza completa del sistema, il gestore razionale di tutti gli eventi e di tutti gli scambi possibili. Decisione e comprensione non sono più l’esito di operazioni collettive, ma tornano a scaturire da in singolo soggetto, definitivamente automatico, che si dispiega nei calcoli processati dal programma informatico. 

Con l’intelligenza artificiale si raggiunge l’apoteosi della razionalità (presunta) con cui le piattaforme digitali amministrano rapporti economici, gestiscono case e città smart, veicolano rapporti di amicizia e interazioni sessuali, rispondono a qualunque genere di domanda – e ora redigono documenti, rispondono alle mail, predispongono agende di riunioni, stabiliscono executive summary. La suzione degli archivi dell’intera umanità alimenta macchine che vengono celebrate per il possesso e per l’elaborazione di un’informazione completa su tutti e su ciascuno. Rivendicano quindi un’intelligenza sugli individui e sulle collettività che supera per totalità e per lucidità quella che può essere raggiunta da qualunque gruppo e da ogni singolo. Lo squilibrio tra Stato e imprese, che in questo momento oscilla a vantaggio delle seconde, potrebbe inaugurare una nuova fase nella composizione degli automi di decisione e di intelligenza.

Runciman propone di etichettare la nostra epoca come “Leviatanocene”, e non come “Antropocene”: l’impatto sul mondo è stato inciso dalla macchina più potente realizzata dall’uomo, non dall’uomo come specie naturale. Ora forse altri automi concorrono a prevalere sulla forza dello Stato, sviluppando una nuova dimensione del pensare e del volere: siamo tutti chiamati a confrontarci con il rischio che queste forme di vita appiattiscano la concezione stessa dell’intelligenza e della decisione sul piano esclusivo della soluzione di problemi – perdendo di vista la pluralità dei percorsi fenomenologici dell’esplorazione e della costruzione di senso. 

In ogni caso, è impossibile risalire ad un contatto con il reale in cui l’uomo sia spogliato di ogni mediazione meccanica. Il tormento per l’assimilazione progressiva all’automa aziendale e statale in cui ogni individuo è innestato, per l’interiorizzazione della logica macchinica che lo trasforma in zombie, lo sollecita ad una fuga dagli ingranaggi del Leviatano, al sogno dell’autonomia dalla vita urbana e dalle sue forzature. D’altra parte si possono coltivare queste aspirazioni solo perché esiste una civiltà industriale o post-industriale, una rete di distribuzione dell’acqua e della luce in tutte le case, una struttura di filiere di approvvigionamento globali, un sistema di dispositivi di igiene e di cura diffusi. Nessuno sarebbe disposto a tornare nell’ambiente minato dalle malattie infettive, dalla fame e dall’analfabetismo, tipico della cultura feudale – nonostante i meriti della sua vocazione bucolica. L’alienazione che viene introdotta dai meccanismi della società industriale è il costo che si deve versare per la liberazione dalla sudditanza alle forze della natura, al lavoro per la sola sussistenza, alla condizione di miseria e di quasi-schiavitù per gran parte della popolazione nei confronti dell’oligarchia militare e religiosa, e delle necessità fisiche. 

Nel Medioevo la macchina per pensare e prendere decisioni era un dispositivo teologico capace di persuadere i contadini quanto i sovrani e i papi. Il Leviatano, secondo Hobbes, è un dio mortale; l’Intelligenza Artificiale, nelle vesti escatologiche dell’AGI, è una fonte di razionalità sovrumana, capace di divinare la verità passata e futura. Non esiste alcuna via di fuga, né avanti né indientro, dai rotismi fisici e trascendenti della macchina che abilita – per gli uomini – l’accesso alla realtà.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

D. Acemoglu, J. Robinson, Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore 2013.

R. Nozick, Anarchia, Stato e utopia, Il Saggiatore 2024.

D. Runciman, Affidarsi. Come abbiamo ceduto il controllo della nostra vita a imprese, stati e intelligenze artificiali, Einaudi 2025.

Autore

  • Si occupa di media digitali dal 1999: è co-fondatore di Pquod e VentunoLab, società specializzate nella comunicazione web e nell’analisi di dati. Ha svolto attività di docenza per il Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Milano. Dal 2011 pubblica sulle testate Linkiesta, pagina99, Gli Stati Generali. È il direttore responsabile di Controversie. Per le pubblicazioni: https://scholar.google.com/citations?hl=it&user=zSiJu3IAAAAJ

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