Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk

Alcune considerazioni a margine di The Musk di Paolo Bottazzini

Che la “rivoluzione digitale” sia una sequela di promesse non mantenute[1] è ormai divenuto un luogo comune, così come il carattere tutt’altro che liberatorio del tecno capitalismo che si va edificando[2]. Ci è voluta comunque l’amministrazione Usa di Trump e in particolare la sua più recente alleanza con alcuni dei “tecno-titani”, affinché la nostra intellighenzia “progressista” (qualunque cosa voglia dire) si rendesse conto dopo circa trent’anni di stolida euforia tecnofila (e tecno-folle) che un po’ di marcio, oltre che in Danimarca, c’è anche nella Silicon Valley. Serviva soprattutto che comparisse il villain perfetto, Elon Musk, con i suoi avi paranazisti (e forse neanche tanto… para), perché avvenisse qualche risveglio critico. Ma anche rispetto allo svitato e drogatissimo fondatore di Tesla, bisognava aspettare il suo passaggio armi e bagagli alla destra trumpiana perché, appunto, si smettesse tra la sinistra per bene (una delle cose più dannose degli ultimi decenni dopo l’amianto) di idolatrare l’inventore, il profeta dell’auto elettrica ecc.

Bene. Meglio tardi che mai, anche se si attende ancora qualche autocritica sui fiumi di inchiostro versati per incensare pre- e soprattutto post-mortem quello Steve Jobs “senza il quale le nostre vite sarebbero tanto più tristi” (spoiler: non arriverà). Oggi comunque in molti sembrano essersi resi conto del pericolo rappresentato da un mondo in cui un pugno di oligarchi capitalistici delle tecnologie digitali (in acronimo GAFAM) stanno riuscendo, complice una politica totalmente asservita o abulica (o entrambe le cose), a governare dispoticamente le nostre società grazie alla riconfigurazione della Rete (e del nostro modo di “starci dentro”) come strumento di raccolta/ analisi dei dati e controllo capillare delle vite di tutti noi, fino al termine della mente.

Queste parole introduttive solo per dire che la volontà di potenza e dominio scaturente dalla megamacchina tecno-capitalistica attuale, nonostante le sembianze fricchettone delle origini (peraltro da tempo dismesse), poteva essere avvertita anche un po’ prima del terzo decennio del secolo XXI[3]. Ma, come si diceva, meglio tardi che mai.

Il fatto è che la “vecchia” ideologia liberal-liberista-libertaria “californiana” della prima rivoluzione digitale (quella incarnata soprattutto da Steve Jobs), finché ha avuto una forte egemonia, tendeva a mettere in ombra i tanti lati oscuri della rete e della digitalizzazione, sommergendoli di una sovrabbondante retorica progressistica. Le cose sono cambiate quando, con la drammatica crisi di legittimazione del sistema neoliberale successiva alla Grande crisi del 2008, quella retorica ormai inutilizzabile ha lasciato spazio alla nuova retorica del potere che dichiara la propria volontà di potenza, e che non ammannisce più storielle edificanti ma addirittura prospetta la catastrofe e promette solo di poterla gestire meglio di altri. The times they are a changing, I tempi stanno cambiando e non in meglio – sembrano dire i nuovi retori della tecno politica – ma noi sappiamo cosa fare. Per esempio: non si nega più la crisi ecologica, la si ammette, e si propone la soluzione di portarci tutti su Marte!

È questa la Stimmung di Elon Musk, come si sarà capito, vero e proprio spaventapasseri per tutti i progressisti beoti che fino a ieri si son bevuti ettolitri di propaganda tecnofila e oggi la deprecano. Non che egli non sia un essere veramente mostruoso. Solo che è figlio di un’epoca e di una industria, e di una cultura industriale che si è fatta direttamente (come accade in America da sempre – si rilegga il Gramsci di Americanismo e fordismo)[4] cultura diffusa, spirito della nazione. Ebbene, ora per capire la figura di Elon Musk non solo come protagonista dell’epoca e delle sue vicende economico-tecnologiche ma anche e soprattutto come sintomo di una civiltà e di tutta una fase dello sviluppo capitalistico globale, giunge il libro di Paolo Bottazzini The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista[5], insieme informata biografia sul personaggio Musk ma anche approfondita radiografia dell’epoca che stiamo vivendo.

Genio, megalomania, mito americano e altre sciocchezze

Muovendosi in parallelo sul piano prosopografico e su quello più ampio della cronaca economica e tecnologica (ma, come vedremo, questo è solo una parte del lavoro), Bottazzini ci restituisce in primo luogo l’immagine dell’inventore/imprenditore tutto genio, sregolatezza e… sostegno pubblico.

Le tappe della sua ascesa alle vette dell’industria tecnologica, fino alla sua consustanziazione con gli apparati statali e militari, sono da Bottazzini descritti puntualmente e con una prosa – fatto non irrilevante – letterariamente pregevole e mai noiosa. Sotto gli occhi del lettore scorrono così non solo le imprese ingegneristiche e commerciali, le discese ardite e le risalite del nostro, ma anche le numerose bizzarrie e “devianze” che hanno contribuito a fare di lui un “cerbero” a più teste. Così come il suo approdo ai vertici dell’apparato produttivo (Space X) e perfino dell’apparato statale, con la tragicomica vicenda (durata peraltro l’espace d’un matin) del DOGE (Department of Government Efficiency), l’agenzia parastatale creata per lui il primo anno dell’amministrazione Trump. Ciò che ha permesso al Nostro di portare, seppur per breve tempo, ai vertici dello Stato il suo credo managerial-efficientistico-neoliberale. Non ha funzionato e non poteva funzionare, ma il solo fatto che si sia potuto procedere su quel terreno dice qualcosa sul grado di spappolamento culturale e mentale della Politica nel mondo occidentale. Nonché sul grado di interscambiabilità ormai raggiunto tra imprenditori e politici (anche se noi italiani non dovremmo sconvolgerci troppo, dal momento che, come un secolo fa nel caso del fascismo, siamo nella posizione dei “pionieri” – o abbiamo già dimenticato la vicenda del berlusconismo?)[6].

Attraverso la sequenza delle sue mosse più o meno geniali (per quanto nella auto-narrazione siano tutte sistematicamente geniali) nel campo dell’imprenditoria ma anche dell’ingegneria (è il caso di Space X), il personaggio appare a un tempo come carnefice e vittima dentro un mondo imprenditoriale sempre più spietato e dominato da una temporalità decisamente schizoide. Sicché Bottazzini segnala, per esempio, come un fatto non estrinseco la scarsa propensione al sonno e la connessa depressione di Musk, tipica rappresentazione di quel “capitalismo 24/7” che il combinato disposto di neoliberismo sfrenato e tecnologie digitali ha reso possibile, secondo l’analisi del saggista Jonathan Crary[7]:

Ma la disponibilità ininterrotta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette, più in generale, […] è il precetto essenziale del nuovo capitalismo, con l’abrogazione dei ritmi naturali della vita che scandiscono l’alternanza di sonno e veglia, lavoro e festa. La cancellazione del ritmo determina la dissoluzione del flusso storico del tempo, con l’immobilizzazione in un eterno presente omogeneo, continuo, senza destinazione e ricordo. […] Il tempo non è più un orizzonte aperto, ma una struttura bloccata in cui il futuro è replica del presente. In questa condizione di soggezione continua al consumo e alla sorveglianza, ogni possbilità di trasformazione sociale sembra impensabile.[8] 

I tratti più bizzarri e le tendenze sociopatiche del personaggio vengono così sottratti alla sola psicopatologia e inseriti in un più generale quadro di riferimento socio-psicologico: dei ceti manageriali delle aziende neoliberali, (in particolare di quelle digitali), della società nel suo complesso.

Ma quel che più interessa, a questo livello dello studio, è l’attenzione alle fonti intellettuali che è possibile ravvisare nel personaggio Musk. Eh sì, perché, per quanto rudimentale, esiste una “filosofia” del personaggio. Che poi è sostanzialmente una retorica (auto)propagandistica. E dalla quale, ancora, emergono, in verità, i tratti della cultura del capitalismo Usa attuale, e più in generale – direi – di quel capitalismo tecno-nichilista a suo tempo ben tematizzato da Mauro Magatti[9].

Si potrebbe così schematizzare la Weltanschauung di Musk, traendola dai molti materiali che il libro di Bottazzini ci mette a disposizione.

  1. Il liberalismo economico estremo, che in Usa è noto come libertarianism[10].
  2. La visione “randiana” (derivante dalle opere di Ayn Rand) dell’eroe tecno-scientifico che dev’essere lasciato libero di agire per far del bene all’umanità (laddove in genere è ostacolato dal carrozzone statale-burocratico, per non parlare del sempre incombente pericolo socialista)[11].
  3. La dimensione tecnocratica, con radici che possono essere individuate nel positivismo ottocentesco[12], tipica di tutta la cultura della Silicon Valley, con la conseguente “liquidazione del Politico” (una cosa che avrebbe fatto felice, forse, il vecchio Carl Schmitt, che vi avrebbe potuto vedere una ulteriore incarnazione della sua concezione del moderno come «epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni»)[13].
  4. La solita divinizzazione della Tecnica, che risolverà ogni nostro problema, purché lasciata libera di svilupparsi. Su quest’ultimo punto, forse, la postura di Musk è un pochino deviante rispetto al progressismo tecno-liberale medio degli ideologi della Rete: mentre per questi ultimi tutto andrà sicuramente bene grazie allo sviluppo tecnologico-capitalistico, secondo Musk il corso della storia è un po’ meno deterministico e ottimistico, perché alcune tecnologie possono anche avere degli effetti perversi (si veda in genere la sua valutazione delle prospettive dell’IA, nella quale vede un «rischio esistenziale» non facilmente aggirabile)[14], e poi a causa delle tante «teste di cazzo dotate di PhD»[15] a cui aziende e amministrazioni pubbliche tendono ad affidarsi, invece di… dare tutto il potere ai geni come lui!

Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk

Il merito maggiore di questo libro però – vi accennavamo sopra – non è nel proporci una sintesi delle biografie del personaggio (o se vogliamo una revisione critica di esse), nonché una lettura critica dell’ascesa (resistibile?) del Grande inventore, ma è – direi, con voluto richiamo carveriano – nel ricordarci sempre di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk (o di uno qualunque di questi così detti “tecno-titani”). In altre parole, Bottazzini avverte sempre il lettore – direi a ogni pagina – che parlare di questa figura, oggi così visibile e invadente sul piano comunicativo, significa parlare del mondo del capitalismo digitale che è stato edificato intorno a noi (e ormai sempre più dentro di noi!). Un mondo che non ha atteso Musk per costituirsi, ma che è il frutto del concrescere di una serie di tecnologie create in ambiente ultraliberista e al servizio del capitalismo statunitense, nonché della egemonia geopolitica di Washington (un’egemonia oggi periclitante e per questo sempre più “incattivita”). E sono, queste, circostanze che è quanto mai importante aver presenti quando ci si accinge ad analizzare, cercare di comprendere il mondo digitale che questi signori (e queste potenze) stanno edificando. Anche e soprattutto per resistervi efficacemente e per costruire, dentro il nuovo ambiente sempre più tecnomorfo, le condizioni per la ricostruzione di una comunità fondata sui valori umani, sulla partecipazione democratica e sugli interessi collettivi come dal suo punto di vista ci invita oggi a fare la Chiesa Cattolica[16], e come tutti noi (stati, partiti, istituzioni locali, movimenti, cittadini singoli o variamente associati) dovremmo cercare di fare da qui in avanti.

 


 

NOTE:

[1] Vanni Codeluppi, I 7 tradimenti del digitale, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, Luiss University Press, 2019.

[3] E infatti qualcuno lo aveva fatto, messo rapidamente nell’angolo dal prevalente “digital consensus”. Ricordiamo qui almeno l’ottimo Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Milano, Cortina, 2011, e, se vogliamo risalire alla “preistoria” del digitale, Tomás Maldonado, Critica della ragione informatica, Milano, Feltrinelli, 1997.

[4] Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, a cura di Felice Platone, Milano, Universale Economica, 1949. Le classi dirigenti americane – scrive Gramsci – riescono a «imperniare tutta la vita del paese sulla produzione», mediante una forma di «egemonia [che] nasce dalle fabbriche e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e della ideologia» (p. 26).

[5] Paolo Bottazzini, The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, Milano, Bietti, 2025.

[6] Fu Paul Virilio (1932-2018) a considerare la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994 un «colpo di stato mediatico», che prefigurava – a suo dire – quel che sarebbe accaduto nel mondo occidentale in seguito: l’affermarsi di un «narco-capitalismo» basato sulle tecnologie informazionali e digitali (cfr. Paul Virilio, Alerte dans le cyberspace!, “Le Monde Diplomatique”, aôut 1995, p. 28, https://www.monde-diplomatique.fr/1995/08/VIRILIO/6578).

[7] Bottazzini si serve qui del notevole studio di Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Torino, Einaudi, 2015.

[8] Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 118.

[9] Cfr. Mauro Magatti, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Milano, Feltrinelli, 2009.

[10] La corrente dei libertarians sostiene tra l’altro la riduzione del governo ai minimi termini, essenzialmente all’ordine pubblico e alla tutela dell’integrità nazionale, ovvero: polizia ed esercito. Che è poi quell’idea di stato come «guardiano notturno» della proprietà denunciata dal pensatore e organizzatore socialista tedesco Ferdinand Lassalle (1825-1864) a metà Ottocento, quando il liberalismo si presentava privo di quelle preoccupazioni sociali che avrebbe poi, per la dialettica storica, dovuto integrare. Salvo perderle nuovamente con l’attuale neoliberalismo, che infatti dovrebbe essere chiamato, più correttamente, paleo-liberalismo!

[11] Ayn Rand (1905-1982), scrittrice e filosofia statunitense di origini russe, è figura quasi sconosciuta in Europa ma famosa e in fluentissima negli Stati Uniti. Autrice di alcuni fortunati romanzi di carattere fantapolitico e distopico (tra tutti da segnalare La rivolta di Atlante) è la campionessa dei valori “americani” dell’individualismo (tra le sue opere c’è significativamente una Virtù dell’egoismo), del self made man, dell’antistatalismo esasperato, dell’anticomunismo più ossessivo ecc. Per una buona rapida introduzione, si veda la voce Ayn Rand, di Nicola Misano, in Enciclopediadelledonne.it, https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/ayn-rand/ . Per una conoscenza più approfondita della pensatrice statunitense, comprensiva delle sue posizioni filosofiche ed epistemologiche, si veda l’ampia voce dedicatale dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy, https://plato.stanford.edu/entries/ayn-rand/ . Una testimonianza della passione dei fondamentalisti liberisti (in questo caso nostrani) per la Rand si trova in: Alessio Cotroneo, Chi era Ayn Rand e perché leggerla, “Istituto Liberale”, 21 aprile 2018, https://istitutoliberale.it/chi-era-ayn-rand-e-perche-amarla/.

[12] Una considerazione, questa, che ha sviluppato uno studioso molto acuto della cultura digitale, Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002, p. 26 e ss.

[13] Mi riferisco a: Carl Schmitt, L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni (1932), in Id., le categorie del politico. Saggi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1972.

[14] A questo proposito, mi sentirei perfino di spezzare una lancia… in testa a Musk, dal momento che egli, pur con argomenti piuttosto balordi, tende a non nascondere i profili di rischio insiti nei sogni utopici di robotizzazione totale che quelli del suo ambiente non solo sognano ma attivamente cercano- non importa quanto invano – di realizzare, per quanto senza mai ipotizzare il controllo politico e democratico sulle scelte tecnologiche, ma al massimo l’affidamento alla superiore coscienza e intelligenza di singole personalità eroiche e titaniche (cfr. Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 43-48). Va detto, peraltro, che negli ultimi anni l’ottimismo sfrenato pare proprio passato di moda, in particolare di fronte alle prospettive di sviluppo dell’IA. Da ultimo, per esempio, lo stesso Bill Gates, ha detto al “New York Times” (26/08/2026): «Non mi piace dare brutte notizie alle persone o dire che l’innovazione può avere conseguenze complessivamente negative, soprattutto sull’occupazione, ma siamo arrivati a questo punto» (https://www.bluewin.ch/it/digitale/non-mi-piace-dare-brutte-notizie-ma...-la-cupa-profezia-di-bill-gates-li.3577109 ).

[15] La citazione non è testuale; l’avevo trascritta ma purtroppo ho smarrito l’appunto; dunque questa è una mia libera riscrittura, che credo comunque sarebbe apprezzata dal Nostro.

[16] Mi riferisco, naturalmente, alla recente enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2026. Sulla quale “Controversie” ha già ospitato due articoli: Gianluca Fuser, Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica “Magnifica Humanitas”, “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/istanze-magnifica-humanitas/ e Paolo Bottazzini, La babele dell’I.A., “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/la-babele-ai/.


Macchine per pensare e macchine per volere

Macchine per volere

Conviviamo da secoli con macchine che pensano e che decidono, da cui dipendono le minuzie del quotidiano, i propositi esistenziali, la sorte di interi popoli. Nel saggio Affidarsi lo storico britannico David Runciman ne analizza le caratteristiche, le condizioni di nascita, l’evoluzione, e ne certifica la natura automatica: sono lo Stato e le società imprenditoriali. 

La sua strategia di analisi separa con cura le istituzioni politiche della modernità da tutte le altre. Nella storia può apparire una sola entità riconoscibile come Roma, o come la monarchia degli Han, o come il califfato di Maometto; al contrario, lo stato nazionale, di carattere amministrativo e burocratico, è un modello che può essere riprodotto in serie ovunque nel mondo. È un automa assemblato per la prima volta in Europa, dopo la pace di Westfalia, nei territori britannici e francesi; ma sono bastati alcuni adattamenti, di poco conto, per replicarlo ovunque nel Vecchio Continente, poi in America, in Asia, in Oceania, e anche in Africa. 

Bisogna sempre tenere distinti l’adozione dello schema e il successo della sua attivazione: non si possono sollevare dubbi sulle differenze tra le prestazioni che l’operazione ha ottenuto negli Stati Uniti, in Germania, o in Italia – e lo strano ibrido che si è affermato in aree come l’Afghanistan o lo Zimbabwe. In ogni caso, la trasferibilità delle istituzioni si è verificata anche nei paesi in cui la riuscita dell’implementazione è stata minore. Se l’esportazione della democrazia si profila come un’ingenuità – o come una perfidia ben mascherata – dell’imperialismo americano, la propagazione dei burocrati è un’operazione molto più percorribile, e praticata ad ogni latitudine. Il lavoro dei funzionari è adattabile ad ogni forma di cultura, dato il carattere autoriferito, e indifferente a criteri di inclusività popolare o di dispotismo, dell’apparato amministrativo.  

Se nel dizionario di Hobbes fosse stato reperibile il vocabolo robot, per classificare il tipo di automa in cui bisogna sussumere il Leviatano, il filosofo lo avrebbe senz’altro adottato: specifica con cura il carattere del burocrate, e per metonimia l’intera infrastruttura di potere che rappresenta. Il primo attributo dello Stato è la forza di coercizione con cui è in grado di far applicare le sue decisioni, rivendicando a sé il monopolio della violenza, e assicurando in questo modo ai cittadini la libertà di dedicarsi alle loro attività commerciali, artistiche, scientifiche, senza dover temere la precarietà della vita nella condizione naturale della guerra di tutti contro tutti. 

La legittimazione dello Stato deriva dalla garanzia della sicurezza personale che viene barattata con le restrizioni delle libertà degli individui; ma le sue proprietà sono molto più estese dell’infastruttura di protezione dei sudditi, dal momento che la durata della sua esistenza, la sua capacità di contrarre debiti, la sua autorità nell’entrare in guerra e nel trattare la pace, il suo potere di validare gli accordi contrattuali e i patti commerciali, valicano i confini naturali della forza e della vita di qualunque cittadino. L’inquadramento teorico di Robert Nozick, che vieterebbe al potere politico qualunque diritto trascendente le facoltà dei singoli membri della comunità nazionale, viene smentito dalla funzione che lo Stato svolge nella vita stessa delle persone. Gli investimenti per la costruzione di infrastrutture come la rete ferroviaria, quella stradale, quella elettrica, quella dell’acqua potabile, non sarebbero sostenibili da nessun soggetto privato, né isolato né associato in compagnie di qualche genere; Acemoglu e Robinson hanno mostrato come gli imperi che si sono sottratti a questi interventi di finanziamento, o di protezione monopolistica delle agenzie che se ne sono fatte carico, hanno deciso di difendere gli interessi dell’oligarchia feudale, contro lo sviluppo della cultura imprenditoriale, contro l’industrializzazione delle loro economie, contro l’inclusione delle classi popolari nella gestione politica. Lo Stato può sovvenzionare, con perdite irrazionali e in deficit sulla bilancia dei pagamenti, la ricerca fondamentale in ogni ambito della scienza, la prototipazione di dispositivi tecnologici, l’apertura di nuovi mercati potenziali. La storia di Internet comincia con i capitali militari della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa americano, fondata nel 1958 per reagire al lancio dello Sputnik da parte dell’Unione Sovietica; ma se in questo caso la sperimentazione ha condotto ad un successo epocale, i 40 milioni di dollari spesi dagli USA in piena Seconda Guerra Mondiale per costruire l’H-4 Hercules, un idrovolante in legno laminato da 750 persone soprannominato l’oca di abete rosso, sono finiti nelle tasche di Howard Hughes senza che il congegno sia mai riuscito a staccarsi da terra. Lo Stato innova perché è indifferente ai fiaschi e può permettersi gli sprechi; le imprese colgono quello che è utile nell’inventario dei progetti sussidiati dai soldi pubblici, e lo trasformano in quello che piace al mercato.

Macchine per pensare

La decisione di entrare in guerra o di accettare la tregua, l’autorizzazione a costruire una ferrovia o a finanziare una rete di connessioni senza un hub centrale, la sentenza sulla responsabilità penale di un imputato, vengono assunte dallo Stato sulla base di un’analisi dei fatti, con diverse forme di intenzionalità e di responsabilità nei confronti del mondo reale. L’apertura o la risoluzione di un conflitto sono una decisione che modifica le condizioni di vita di tutti, sulla base del provvedimento emanato dal governo; il cittadino in tribunale invece ha o non ha commesso il delitto, e questa verità è indipendente dagli ordinamenti burocratici, anche se la sentenza della giuria comporterà conseguenze effettive sul seguito dei suoi giorni. Condorcet, poco prima della deflgrazione della Rivoluzione Francese, aveva gettato le basi per una matematica della probabilità che sondava la saggezza delle folle nell’esattezza di giudizio. Nella sua analisi si trovano i fondamenti sia del pessimismo sia dell’ottimismo verso la capacità dei gruppi di raggiungere una forma di intelligenza inaccessibile all’individuo singolo. L’esame delle sentenze dimostra che un incremento del numero dei giurati dovrebbe favorire l’approssimazione alla verità fattuale; al contrario, il comportamento delle folle nelle situazioni di eccitazione collettiva tende a pendere verso gesti molto più gravi di quelli che i singoli sarebbero disposti a sottoscrivere nella loro solitudine. 

Sia i giurati delle corti popolari, sia le masse che convergono nei raduni di piazza, cessano di esistere non appena si conclude l’evento che li ha convocati: le persone, nella loro dispersione successiva, non ereditano nessuna delle proprietà del gruppo di cui erano parte. Lo Stato è una macchina che stabilizza decisioni collettive estendendo la loro validità con il suo potere coercitivo e la sua persistenza. Ma lo statuto consegnato a ciò che esso consolida pone un problema di responsabilità: l’ambiguità della sua attribuzione non è diversa da quella del caso di un veicolo a guida autonoma coinvolto in un incidente mortale. L’omicidio deve essere imputato al conduttore della macchina nel momento del sinistro? Al proprietario dell’automobile? Allo sviluppatore del software che governa il mezzo di trasporto? Al programma di AI che ha preso la decisione da cui è derivata la collisione fatale? Allo stesso modo, chi deve rispondere a livello morale e giuridico della decisione di entrare in guerra? Il governo che ha firmato la dichiarazione? Il parlamento che l’ha approvata? Ogni singolo cittadino della nazione? Lo Stato? 

Pare chiaro che le difficoltà implicate nella convocazione in giudizio di uno Stato o di un software siano paragonabili: come lo si potrebbe fare? L’ipotesi di incriminare ministri e deputati – o sviluppatori informatici e proprietari di automobili – per eventi che sono il risultato della cooperazione di più agenzie, finirebbe per confondere il piano della responsabilità individuale con quella collettiva, e cadrebbe nella logica del capro espiatorio. D’altra parte, se il singolo fosse stato consapevole di dover pagare in prima persona per le conseguenze dei suoi gesti, forse avrebbe agito in modo molto più prudente, o avrebbe addirittura optato per la decisione opposta. Il re è un meccanico: lo spazio aperto al dilemma morale è disegnato nella struttura tecnica di un automa, i cui congegni coincidono con la forma del potere politico.

Oltre lo Stato

L’epoca contemporanea introduce nuove macchine, o nuovi funzionamenti nel rapporto tra automi statali e imprenditoriali. La nascita delle istituzioni pubbliche dopo la Pace di Westfalia ha accompagnato la formazione delle compagnie commerciali e industriali, che si sono costituite come entità di diritto e come agenti persistenti, derivando le loro facoltà da quelle dello Stato. L’autorità politica è sempre stata la fonte delle possibilità ontologiche e operative delle attività capitalistiche; ma la rivoluzione messa in atto dalla Silicon Valley a partire dalla fine del XX secolo sembra aver sabotato questa configurazione. Società come Meta, Alphabet, Amazon, si presentano sia come attori del mercato regolamentato dal diritto pubblico – sia come il mercato stesso, definendo con i propri algoritmi le regole di visibilità degli altri soggetti economici nell’ambito del mondo digitale, il costo e i metodi dell’esposizione pubblicitaria, le procedure di transazione con il pubblico finale e (spesso, se si considerano la piattaforma di ecommerce) il range di prezzo dei prodotti in offerta. L’ideologia dell’efficienza, e l’efficacia di queste imprese, consacrano il software come l’elaboratore di un’intelligenza completa del sistema, il gestore razionale di tutti gli eventi e di tutti gli scambi possibili. Decisione e comprensione non sono più l’esito di operazioni collettive, ma tornano a scaturire da in singolo soggetto, definitivamente automatico, che si dispiega nei calcoli processati dal programma informatico. 

Con l’intelligenza artificiale si raggiunge l’apoteosi della razionalità (presunta) con cui le piattaforme digitali amministrano rapporti economici, gestiscono case e città smart, veicolano rapporti di amicizia e interazioni sessuali, rispondono a qualunque genere di domanda – e ora redigono documenti, rispondono alle mail, predispongono agende di riunioni, stabiliscono executive summary. La suzione degli archivi dell’intera umanità alimenta macchine che vengono celebrate per il possesso e per l’elaborazione di un’informazione completa su tutti e su ciascuno. Rivendicano quindi un’intelligenza sugli individui e sulle collettività che supera per totalità e per lucidità quella che può essere raggiunta da qualunque gruppo e da ogni singolo. Lo squilibrio tra Stato e imprese, che in questo momento oscilla a vantaggio delle seconde, potrebbe inaugurare una nuova fase nella composizione degli automi di decisione e di intelligenza.

Runciman propone di etichettare la nostra epoca come “Leviatanocene”, e non come “Antropocene”: l’impatto sul mondo è stato inciso dalla macchina più potente realizzata dall’uomo, non dall’uomo come specie naturale. Ora forse altri automi concorrono a prevalere sulla forza dello Stato, sviluppando una nuova dimensione del pensare e del volere: siamo tutti chiamati a confrontarci con il rischio che queste forme di vita appiattiscano la concezione stessa dell’intelligenza e della decisione sul piano esclusivo della soluzione di problemi – perdendo di vista la pluralità dei percorsi fenomenologici dell’esplorazione e della costruzione di senso. 

In ogni caso, è impossibile risalire ad un contatto con il reale in cui l’uomo sia spogliato di ogni mediazione meccanica. Il tormento per l’assimilazione progressiva all’automa aziendale e statale in cui ogni individuo è innestato, per l’interiorizzazione della logica macchinica che lo trasforma in zombie, lo sollecita ad una fuga dagli ingranaggi del Leviatano, al sogno dell’autonomia dalla vita urbana e dalle sue forzature. D’altra parte si possono coltivare queste aspirazioni solo perché esiste una civiltà industriale o post-industriale, una rete di distribuzione dell’acqua e della luce in tutte le case, una struttura di filiere di approvvigionamento globali, un sistema di dispositivi di igiene e di cura diffusi. Nessuno sarebbe disposto a tornare nell’ambiente minato dalle malattie infettive, dalla fame e dall’analfabetismo, tipico della cultura feudale – nonostante i meriti della sua vocazione bucolica. L’alienazione che viene introdotta dai meccanismi della società industriale è il costo che si deve versare per la liberazione dalla sudditanza alle forze della natura, al lavoro per la sola sussistenza, alla condizione di miseria e di quasi-schiavitù per gran parte della popolazione nei confronti dell’oligarchia militare e religiosa, e delle necessità fisiche. 

Nel Medioevo la macchina per pensare e prendere decisioni era un dispositivo teologico capace di persuadere i contadini quanto i sovrani e i papi. Il Leviatano, secondo Hobbes, è un dio mortale; l’Intelligenza Artificiale, nelle vesti escatologiche dell’AGI, è una fonte di razionalità sovrumana, capace di divinare la verità passata e futura. Non esiste alcuna via di fuga, né avanti né indientro, dai rotismi fisici e trascendenti della macchina che abilita – per gli uomini – l’accesso alla realtà.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

D. Acemoglu, J. Robinson, Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore 2013.

R. Nozick, Anarchia, Stato e utopia, Il Saggiatore 2024.

D. Runciman, Affidarsi. Come abbiamo ceduto il controllo della nostra vita a imprese, stati e intelligenze artificiali, Einaudi 2025.


Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Prima parte, breve storia del Nucleare in Italia

Prima del referendum del 1987

(Questo e i due successivi articoli sono stati realizzati in collaborazione con StoriastoriePN, il blog degli storici del Friuli Occidentale. In questa prima parte esaminiamo in breve la tormentata storia del nucleare in Italia, nella prossima parte vedremo quali sono gli schieramenti tra promotori di questa strategia, sostenitori industriali del piano del Governo e chi sono i contrari, se ancora ci sono; inoltre tenteremo una comparazione tra le diverse fonti e tecnologie di produzione dell’energia elettrica, in termini di costi, tempi di realizzazione, materie prime necessarie, continuità della produzione, impatto ambientale. Nella terza ed ultima parte cercheremo di dare una nostra interpretazione ragionata sull’opportunità o meno di procedere con il nucleare.)

Lo sfruttamento dell’energia nucleare per la produzione di elettricità, in Italia, inizia nei primi anni ’60 del XX secolo, con l’attivazione delle tre centrali di Latina, di Sessa Aurunca e di Trino Vercellese, con potenza tra i 160 e i 270 MWe, in grado – a regime – di produrre poco più di 3 milioni di MWh all’anno. Nel 1978 viene attivata la centrale di Caorso, con una potenza di 860 MWe e una produzione annua di quasi 5 milioni di MWh[1]. 

Questa fase è pioneristica, senza una pianificazione strutturata, in parallelo alle politiche più articolate inglesi e francesi[2].

La politica di sviluppo dell’energia nucleare dello Stato italiano, stimolata dagli esempi britannico e francese, e dalla grave crisi energetica del 1973, fu delineata in modo puntuale nel 1975 dal Piano Energetico Nazionale (PEN) del Ministro dell’Industria Carlo Donat-Cattin. Il PEN del 1975 prevedeva la realizzazione di 20 nuove centrali da 1.000 MW ciascuna, due all’anno per 10 anni, e aveva l’obiettivo[3] di generare più di 150 milioni di MWh /anno e arrivare così a coprire quasi il 50% del crescente fabbisogno energetico nazionale[4]. Di questo piano ambizioso, l’unica centrale effettivamente realizzata è quella di Caorso, attiva dal 1978.

Nel dicembre del 1981, il CIPE e il Parlamento approvano il nuovo PEN del governo Spadolini, e il relativo il Piano Unificato Nucleare (PUN[5]) che definisce gli standard di realizzazione delle “prossime” 7-8 centrali, puntando sulle tecnologie PWR[6], sempre di taglia “1.000 MWe”.

La legge del 1981 blinda lo sviluppo dell’energia di origine nucleare attraverso due dettati-chiave: il primo dice che il CIPE[7] può decidere in autonomia dove costruire le centrali, anche se le istituzioni locali non sono d’accordo e non concedono il sito; il secondo, a parziale compensazione dell’imperium decidendi sulla localizzazione, concede dei significativi contributi statali a comuni e regioni che “ospitano” siti nucleari.

Questa coppia di dettati ha l’ovvio compito di aggirare e neutralizzare ogni possibile obiezione del tipo Not In My Backyard (NIMBY) sollevata dalle popolazioni e dagli enti locali target e di rendere – nell’idea del legislatore – rapido, efficace ed in grado di resistere alla protesta sociale[8]. 

Nel 1985, la nuova versione del Piano Energetico Nazionale conferma l’intento di costruire unità di produzione per 12 GW entro il 2000.

Ruolo della protesta sociale, dell’economia traballante e della paura

L’ambizioso – quasi roboante - progetto nucleare di Donat-Cattin sembra non avere grande fortuna: dal 1975 in poi viene attivata una sola nuova centrale, quella di Caorso, la cui realizzazione era iniziata già nel 1970. 

Le ragioni di questo stallo sono - da una parte - l’opposizione della popolazione, dei sindacati, dei partiti di sinistra e verdi e di buona parte degli enti locali contro la successiva centrale in piano, quella di Montalto di Castro. La popolazione non vede di buon grado la presenza di un “oggetto” assimilato nell’immaginario alla bomba atomica, i sindacati temono e paventano condizioni di lavoro ad elevato rischio, gli enti locali tutto desiderano fuorché mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, la loro autonomia politica e la posizione elettorale, accettando un potenziale rischio mal visto da tutti. 

Dall’altra parte, gioca contro il PEN e il PUN l’ormai evidente squilibrio tra la dimensione degli investimenti necessari, circa 7.000 miliardi di lire di allora, pari a qualcosa come 25-30 miliardi di euro attuali, e la situazione economico-finanziaria dello Stato italiano, messo in ginocchio dalla crisi del 1973, dal fenomeno di stagflazione e dalla crisi dei principali settori industriali del periodo.

A incrinare definitivamente le prospettive dello sviluppo del nucleare sono, poi, gli incidenti di Three Miles Island (1979) e di Chernobyl (1986), che stagliano un’ombra letale sul rischio legato alle centrali.

È questo il quadro in cui si muove il movimento referendario guidato, per i quesiti sul nucleare, da Radicali, Democrazia Proletaria, Verdi e Lega per l’Ambiente.

Il referendum del 1987 e la fine del piano nucleare civile

I quesiti del referendum davvero rilevanti per fermare i piani relativi al nucleare sono due (dei 3 proposti), e si riferiscono proprio ai due pilastri della localizzazione degli impianti: «Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti?» e dei contributi agli Enti Locali: «Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?». 

Nel programma dei promotori non si tratta di abrogare del tutto la politica di sviluppo nucleare, tema troppo complesso per un referendum abrogativo[9], ma di tagliare alla base due colonne portanti di quella politica, l’imperium decidendi e le compensazioni economiche “per il disturbo”, rimettendo l’attuazione pratica delle scelte energetiche nelle mani dell’opinione pubblica, dei privati cittadini e delle istituzioni potenziali “vittime” della localizzazione forzata. 

La leva sull’autonomia decisionale e sul timore di disastri porta alla vittoria del SI e – dopo poco tempo – i governi Goria, De Mita e Andreotti riconoscono il trend dell’opinione popolare e istituzionale locale e si tolgono il problema dai piedi, abbandonando il piano di sviluppo. 

Le tre centrali di Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese, vengono spente praticamente in corrispondenza della fine del loro ciclo di vita programmato; quella di Caorso, già in standby nel 1986 per la manutenzione periodica, non viene più riaccesa. Ovviamente, anche i progetti di raddoppio di Trino e della nuova centrale di Montalto vengono abbandonati definitivamente e, pochi anni dopo, passati in gestione a Sogin per lo smantellamento.

Il “sogno nucleare” italiano inaugurato negli anni ’60 del 1900, si volatilizza – quindi - di fronte ad una combinazione di costi di realizzazione troppo elevati, di crisi economica e finanziaria, di paura dei rischi, di scarsa efficienza delle tecnologie disponibili, di popolazione riluttante e di rivendicazione delle autonomie da parte degli Enti Locali.

Oltre a questo, negli anni ’80 il fabbisogno energetico non era ancora così elevato e poteva essere coperto dalla produzione idroelettrica e da fonti di origine fossile – tra l’altro non ancora percepite in modo massiccio come responsabili del degrado ambientale.

La conferma della volontà popolare nel 2011

Nel 2011, il Governo Berlusconi IV tenta la reintroduzione della possibilità di un programma nucleare nell’impianto legislativo italiano, con l’ Art. 5, Comma 1 del decreto-legge 34/2011, che prevede di «acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui parametri di sicurezza, anche in ambito comunitario, in relazione alla localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare» (Art. 5, Comma 1) e con una lunga perifrasi nel Comma 8[10]. 

Il tentativo viene velocemente tarpato da un nuovo referendum abrogativo, con un quesito trainato dal tema dei servizi idrici che abroga proprio i due commi 1 e 8 dell’Art.5. 

Il popolo italiano decide per la seconda volta contro lo sviluppo del nucleare. 

Oggi: una nuova strategia, ma con dei paletti

In parallelo alla fallimentare consultazione popolare sul Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi – di cui abbiamo parlato qui e qui – che riguarda più le scorie della diagnostica medica che quelle della produzione di energia, il governo Meloni prova ad elaborare una nuova potenziale strategia di rilancio del nucleare civile “sostenibile”, con la proposta di legge del Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, approvata in prima lettura dalla Camera dei Deputati il 6 giugno 2026.

La legge Pichetto è più una istanza di metodo che di merito: è una legge-delega, che definisce un obiettivo generale e mette nelle mani del Governo (delega, infatti) la definizione del quadro normativo per l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione.

Sarà, quindi, il Governo a decidere, entro un anno, cosa fare, come e quando farlo e con quali risorse. Attraverso decreti legislativi e senza passare dal Parlamento.

Tuttavia, nelle parole del Ministro, il Governo dovrebbe muoversi rispettando una serie di vincoli economici, ambientali e sociali: garantire l’aderenza agli obiettivi di decarbonizzazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (che rispecchiano gli impegni europei), mantenere un profilo di sicurezza ambientale estremamente elevato, integrarsi con un piano di stoccaggio temporaneo e di smaltimento definitivo delle scorie, comprendere – nel programma di sviluppo – anche la ricerca sulla fusione, sulla fissione avanzata e sulle relative applicazioni industriali.

Infine, la legge delega stabilisce che i decreti legislativi debbano, poi, essere trasformati in legge attraverso la corretta procedura parlamentare, e questo dovrebbe essere una importante garanzia contro le decisioni unilaterali su una materia che non può esimersi da un ampio consenso, perlomeno di tipo rappresentativo.

 

Alla prossima puntata, quindi!

 


 

NOTE:

[1] Fonte Sogin, https://www.sogin.it/it/chiusuradelciclonucleare/sitinucleariitaliani/Pagine/default.aspx;

[2] Cfr. https://world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-t-z/united-kingdom, https://www.edf.fr/groupe-edf/comprendre/production/nucleaire/nucleaire-en-chiffres;

[3] Modesto rispetto a quello francese di effettuare una transizione completa dal fossile al nucleare entro 15 anni, ma in linea con quello britannico che prevedeva una quota del 25% del fabbisogno energetico coperto dal nucleare;

[4] Stimato in circa 300 mln di MWh /anno per l’anno 2000;

[5] Si divertivano con le sigle di tre lettere;

[6] Reattore termico ad acqua pressurizzata (PWR, Pressurized Water Reactor), cfr. https://www.infn.it/energia-nucleare/;

[7] Comitato interministeriale per la programmazione economica. Cfr. https://www.openpolis.it/parole/che-cose-il-cipe-e-di-cosa-si-occupa/;

[8] E per fortuna che era un governo di centro-sinistra, in cui “militavano” anche PSI e PSDI, le principali forze di sinistra moderata di quel periodo;

[9] In quegli anni non esisteva il referendum propositivo e la legge 352/1970 impediva di fare referendum abrogativi riguardati una scelta politica generale, qual era il piano di sviluppo sul nucleare civile;

[10] Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorita' e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitivita' del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l'incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilita' ambientale nella produzione e negli usi dell'energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell'Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito

https://www.gov.uk/government/news/biggest-expansion-of-nuclear-power-for-70-years-to-create-jobs-reduce-bills-and-strengthen-britains-energy-security

https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB

https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricityhttps://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare

https://www.mase.gov.it/portale/-/nucleare-sostenibile-mase-il-consiglio-dei-ministri-approva-la-delega

https://www.mase.gov.it/portale/-/la-camera-dei-deputati-approva-in-prima-lettura-la-legge-pichetto-sul-nucleare-sostenibile?p_l_back_url=%2Fportale%2Fcomunicati-stampa%3Fdelta%3D30%26start%3D2

https://www.technologyreview.it/tre-domande-sul-nucleare-di-nuova-generazione-con-relative-risposte/https://eccoclimate.org/qa-il-nucleare-serve-allitalia/

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/