Prima del referendum del 1987

(Questo e i due successivi articoli sono stati realizzati in collaborazione con StoriastoriePN, il blog degli storici del Friuli Occidentale. In questa prima parte esaminiamo in breve la tormentata storia del nucleare in Italia, nella prossima parte vedremo quali sono gli schieramenti tra promotori di questa strategia, sostenitori industriali del piano del Governo e chi sono i contrari, se ancora ci sono; inoltre tenteremo una comparazione tra le diverse fonti e tecnologie di produzione dell’energia elettrica, in termini di costi, tempi di realizzazione, materie prime necessarie, continuità della produzione, impatto ambientale. Nella terza ed ultima parte cercheremo di dare una nostra interpretazione ragionata sull’opportunità o meno di procedere con il nucleare.)

Lo sfruttamento dell’energia nucleare per la produzione di elettricità, in Italia, inizia nei primi anni ’60 del XX secolo, con l’attivazione delle tre centrali di Latina, di Sessa Aurunca e di Trino Vercellese, con potenza tra i 160 e i 270 MWe, in grado – a regime – di produrre poco più di 3 milioni di MWh all’anno. Nel 1978 viene attivata la centrale di Caorso, con una potenza di 860 MWe e una produzione annua di quasi 5 milioni di MWh[1]. 

Questa fase è pioneristica, senza una pianificazione strutturata, in parallelo alle politiche più articolate inglesi e francesi[2].

La politica di sviluppo dell’energia nucleare dello Stato italiano, stimolata dagli esempi britannico e francese, e dalla grave crisi energetica del 1973, fu delineata in modo puntuale nel 1975 dal Piano Energetico Nazionale (PEN) del Ministro dell’Industria Carlo Donat-Cattin. Il PEN del 1975 prevedeva la realizzazione di 20 nuove centrali da 1.000 MW ciascuna, due all’anno per 10 anni, e aveva l’obiettivo[3] di generare più di 150 milioni di MWh /anno e arrivare così a coprire quasi il 50% del crescente fabbisogno energetico nazionale[4]. Di questo piano ambizioso, l’unica centrale effettivamente realizzata è quella di Caorso, attiva dal 1978.

Nel dicembre del 1981, il CIPE e il Parlamento approvano il nuovo PEN del governo Spadolini, e il relativo il Piano Unificato Nucleare (PUN[5]) che definisce gli standard di realizzazione delle “prossime” 7-8 centrali, puntando sulle tecnologie PWR[6], sempre di taglia “1.000 MWe”.

La legge del 1981 blinda lo sviluppo dell’energia di origine nucleare attraverso due dettati-chiave: il primo dice che il CIPE[7] può decidere in autonomia dove costruire le centrali, anche se le istituzioni locali non sono d’accordo e non concedono il sito; il secondo, a parziale compensazione dell’imperium decidendi sulla localizzazione, concede dei significativi contributi statali a comuni e regioni che “ospitano” siti nucleari.

Questa coppia di dettati ha l’ovvio compito di aggirare e neutralizzare ogni possibile obiezione del tipo Not In My Backyard (NIMBY) sollevata dalle popolazioni e dagli enti locali target e di rendere – nell’idea del legislatore – rapido, efficace ed in grado di resistere alla protesta sociale[8]. 

Nel 1985, la nuova versione del Piano Energetico Nazionale conferma l’intento di costruire unità di produzione per 12 GW entro il 2000.

Ruolo della protesta sociale, dell’economia traballante e della paura

L’ambizioso – quasi roboante – progetto nucleare di Donat-Cattin sembra non avere grande fortuna: dal 1975 in poi viene attivata una sola nuova centrale, quella di Caorso, la cui realizzazione era iniziata già nel 1970. 

Le ragioni di questo stallo sono – da una parte – l’opposizione della popolazione, dei sindacati, dei partiti di sinistra e verdi e di buona parte degli enti locali contro la successiva centrale in piano, quella di Montalto di Castro. La popolazione non vede di buon grado la presenza di un “oggetto” assimilato nell’immaginario alla bomba atomica, i sindacati temono e paventano condizioni di lavoro ad elevato rischio, gli enti locali tutto desiderano fuorché mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, la loro autonomia politica e la posizione elettorale, accettando un potenziale rischio mal visto da tutti. 

Dall’altra parte, gioca contro il PEN e il PUN l’ormai evidente squilibrio tra la dimensione degli investimenti necessari, circa 7.000 miliardi di lire di allora, pari a qualcosa come 25-30 miliardi di euro attuali, e la situazione economico-finanziaria dello Stato italiano, messo in ginocchio dalla crisi del 1973, dal fenomeno di stagflazione e dalla crisi dei principali settori industriali del periodo.

A incrinare definitivamente le prospettive dello sviluppo del nucleare sono, poi, gli incidenti di Three Miles Island (1979) e di Chernobyl (1986), che stagliano un’ombra letale sul rischio legato alle centrali.

È questo il quadro in cui si muove il movimento referendario guidato, per i quesiti sul nucleare, da Radicali, Democrazia Proletaria, Verdi e Lega per l’Ambiente.

Il referendum del 1987 e la fine del piano nucleare civile

I quesiti del referendum davvero rilevanti per fermare i piani relativi al nucleare sono due (dei 3 proposti), e si riferiscono proprio ai due pilastri della localizzazione degli impianti: «Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti?» e dei contributi agli Enti Locali: «Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?». 

Nel programma dei promotori non si tratta di abrogare del tutto la politica di sviluppo nucleare, tema troppo complesso per un referendum abrogativo[9], ma di tagliare alla base due colonne portanti di quella politica, l’imperium decidendi e le compensazioni economiche “per il disturbo”, rimettendo l’attuazione pratica delle scelte energetiche nelle mani dell’opinione pubblica, dei privati cittadini e delle istituzioni potenziali “vittime” della localizzazione forzata. 

La leva sull’autonomia decisionale e sul timore di disastri porta alla vittoria del SI e – dopo poco tempo – i governi Goria, De Mita e Andreotti riconoscono il trend dell’opinione popolare e istituzionale locale e si tolgono il problema dai piedi, abbandonando il piano di sviluppo. 

Le tre centrali di Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese, vengono spente praticamente in corrispondenza della fine del loro ciclo di vita programmato; quella di Caorso, già in standby nel 1986 per la manutenzione periodica, non viene più riaccesa. Ovviamente, anche i progetti di raddoppio di Trino e della nuova centrale di Montalto vengono abbandonati definitivamente e, pochi anni dopo, passati in gestione a Sogin per lo smantellamento.

Il “sogno nucleare” italiano inaugurato negli anni ’60 del 1900, si volatilizza – quindi – di fronte ad una combinazione di costi di realizzazione troppo elevati, di crisi economica e finanziaria, di paura dei rischi, di scarsa efficienza delle tecnologie disponibili, di popolazione riluttante e di rivendicazione delle autonomie da parte degli Enti Locali.

Oltre a questo, negli anni ’80 il fabbisogno energetico non era ancora così elevato e poteva essere coperto dalla produzione idroelettrica e da fonti di origine fossile – tra l’altro non ancora percepite in modo massiccio come responsabili del degrado ambientale.

La conferma della volontà popolare nel 2011

Nel 2011, il Governo Berlusconi IV tenta la reintroduzione della possibilità di un programma nucleare nell’impianto legislativo italiano, con l’ Art. 5, Comma 1 del decreto-legge 34/2011, che prevede di «acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui parametri di sicurezza, anche in ambito comunitario, in relazione alla localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare» (Art. 5, Comma 1) e con una lunga perifrasi nel Comma 8[10]. 

Il tentativo viene velocemente tarpato da un nuovo referendum abrogativo, con un quesito trainato dal tema dei servizi idrici che abroga proprio i due commi 1 e 8 dell’Art.5. 

Il popolo italiano decide per la seconda volta contro lo sviluppo del nucleare. 

Oggi: una nuova strategia, ma con dei paletti

In parallelo alla fallimentare consultazione popolare sul Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi – di cui abbiamo parlato qui e qui – che riguarda più le scorie della diagnostica medica che quelle della produzione di energia, il governo Meloni prova ad elaborare una nuova potenziale strategia di rilancio del nucleare civile “sostenibile”, con la proposta di legge del Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, approvata in prima lettura dalla Camera dei Deputati il 6 giugno 2026.

La legge Pichetto è più una istanza di metodo che di merito: è una legge-delega, che definisce un obiettivo generale e mette nelle mani del Governo (delega, infatti) la definizione del quadro normativo per l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione.

Sarà, quindi, il Governo a decidere, entro un anno, cosa fare, come e quando farlo e con quali risorse. Attraverso decreti legislativi e senza passare dal Parlamento.

Tuttavia, nelle parole del Ministro, il Governo dovrebbe muoversi rispettando una serie di vincoli economici, ambientali e sociali: garantire l’aderenza agli obiettivi di decarbonizzazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (che rispecchiano gli impegni europei), mantenere un profilo di sicurezza ambientale estremamente elevato, integrarsi con un piano di stoccaggio temporaneo e di smaltimento definitivo delle scorie, comprendere – nel programma di sviluppo – anche la ricerca sulla fusione, sulla fissione avanzata e sulle relative applicazioni industriali.

Infine, la legge delega stabilisce che i decreti legislativi debbano, poi, essere trasformati in legge attraverso la corretta procedura parlamentare, e questo dovrebbe essere una importante garanzia contro le decisioni unilaterali su una materia che non può esimersi da un ampio consenso, perlomeno di tipo rappresentativo.

 

Alla prossima puntata, quindi!

 


 

NOTE:

[1] Fonte Sogin, https://www.sogin.it/it/chiusuradelciclonucleare/sitinucleariitaliani/Pagine/default.aspx;

[2] Cfr. https://world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-t-z/united-kingdom, https://www.edf.fr/groupe-edf/comprendre/production/nucleaire/nucleaire-en-chiffres;

[3] Modesto rispetto a quello francese di effettuare una transizione completa dal fossile al nucleare entro 15 anni, ma in linea con quello britannico che prevedeva una quota del 25% del fabbisogno energetico coperto dal nucleare;

[4] Stimato in circa 300 mln di MWh /anno per l’anno 2000;

[5] Si divertivano con le sigle di tre lettere;

[6] Reattore termico ad acqua pressurizzata (PWR, Pressurized Water Reactor), cfr. https://www.infn.it/energia-nucleare/;

[7] Comitato interministeriale per la programmazione economica. Cfr. https://www.openpolis.it/parole/che-cose-il-cipe-e-di-cosa-si-occupa/;

[8] E per fortuna che era un governo di centro-sinistra, in cui “militavano” anche PSI e PSDI, le principali forze di sinistra moderata di quel periodo;

[9] In quegli anni non esisteva il referendum propositivo e la legge 352/1970 impediva di fare referendum abrogativi riguardati una scelta politica generale, qual era il piano di sviluppo sul nucleare civile;

[10] Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorita’ e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitivita’ del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilita’ ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell’Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito

https://www.gov.uk/government/news/biggest-expansion-of-nuclear-power-for-70-years-to-create-jobs-reduce-bills-and-strengthen-britains-energy-security

https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB

https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricityhttps://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare

https://www.mase.gov.it/portale/-/nucleare-sostenibile-mase-il-consiglio-dei-ministri-approva-la-delega

https://www.mase.gov.it/portale/-/la-camera-dei-deputati-approva-in-prima-lettura-la-legge-pichetto-sul-nucleare-sostenibile?p_l_back_url=%2Fportale%2Fcomunicati-stampa%3Fdelta%3D30%26start%3D2

https://www.technologyreview.it/tre-domande-sul-nucleare-di-nuova-generazione-con-relative-risposte/https://eccoclimate.org/qa-il-nucleare-serve-allitalia/

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/

Autore

  • Gianluca Fuser

    Laureato in Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Milano e manager. Scrive appunti sul rapporto tra scienze, tecnologie e morale anche quando pedala come un pazzo, la domenica mattina. A volte dice di lavorare. È il direttore editoriale di Controversie.

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