Alcune considerazioni a margine di The Musk di Paolo Bottazzini

Che la “rivoluzione digitale” sia una sequela di promesse non mantenute[1] è ormai divenuto un luogo comune, così come il carattere tutt’altro che liberatorio del tecno capitalismo che si va edificando[2]. Ci è voluta comunque l’amministrazione Usa di Trump e in particolare la sua più recente alleanza con alcuni dei “tecno-titani”, affinché la nostra intellighenzia “progressista” (qualunque cosa voglia dire) si rendesse conto dopo circa trent’anni di stolida euforia tecnofila (e tecno-folle) che un po’ di marcio, oltre che in Danimarca, c’è anche nella Silicon Valley. Serviva soprattutto che comparisse il villain perfetto, Elon Musk, con i suoi avi paranazisti (e forse neanche tanto… para), perché avvenisse qualche risveglio critico. Ma anche rispetto allo svitato e drogatissimo fondatore di Tesla, bisognava aspettare il suo passaggio armi e bagagli alla destra trumpiana perché, appunto, si smettesse tra la sinistra per bene (una delle cose più dannose degli ultimi decenni dopo l’amianto) di idolatrare l’inventore, il profeta dell’auto elettrica ecc.

Bene. Meglio tardi che mai, anche se si attende ancora qualche autocritica sui fiumi di inchiostro versati per incensare pre- e soprattutto post-mortem quello Steve Jobs “senza il quale le nostre vite sarebbero tanto più tristi” (spoiler: non arriverà). Oggi comunque in molti sembrano essersi resi conto del pericolo rappresentato da un mondo in cui un pugno di oligarchi capitalistici delle tecnologie digitali (in acronimo GAFAM) stanno riuscendo, complice una politica totalmente asservita o abulica (o entrambe le cose), a governare dispoticamente le nostre società grazie alla riconfigurazione della Rete (e del nostro modo di “starci dentro”) come strumento di raccolta/ analisi dei dati e controllo capillare delle vite di tutti noi, fino al termine della mente.

Queste parole introduttive solo per dire che la volontà di potenza e dominio scaturente dalla megamacchina tecno-capitalistica attuale, nonostante le sembianze fricchettone delle origini (peraltro da tempo dismesse), poteva essere avvertita anche un po’ prima del terzo decennio del secolo XXI[3]. Ma, come si diceva, meglio tardi che mai.

Il fatto è che la “vecchia” ideologia liberal-liberista-libertaria “californiana” della prima rivoluzione digitale (quella incarnata soprattutto da Steve Jobs), finché ha avuto una forte egemonia, tendeva a mettere in ombra i tanti lati oscuri della rete e della digitalizzazione, sommergendoli di una sovrabbondante retorica progressistica. Le cose sono cambiate quando, con la drammatica crisi di legittimazione del sistema neoliberale successiva alla Grande crisi del 2008, quella retorica ormai inutilizzabile ha lasciato spazio alla nuova retorica del potere che dichiara la propria volontà di potenza, e che non ammannisce più storielle edificanti ma addirittura prospetta la catastrofe e promette solo di poterla gestire meglio di altri. The times they are a changing, I tempi stanno cambiando e non in meglio – sembrano dire i nuovi retori della tecno politica – ma noi sappiamo cosa fare. Per esempio: non si nega più la crisi ecologica, la si ammette, e si propone la soluzione di portarci tutti su Marte!

È questa la Stimmung di Elon Musk, come si sarà capito, vero e proprio spaventapasseri per tutti i progressisti beoti che fino a ieri si son bevuti ettolitri di propaganda tecnofila e oggi la deprecano. Non che egli non sia un essere veramente mostruoso. Solo che è figlio di un’epoca e di una industria, e di una cultura industriale che si è fatta direttamente (come accade in America da sempre – si rilegga il Gramsci di Americanismo e fordismo)[4] cultura diffusa, spirito della nazione. Ebbene, ora per capire la figura di Elon Musk non solo come protagonista dell’epoca e delle sue vicende economico-tecnologiche ma anche e soprattutto come sintomo di una civiltà e di tutta una fase dello sviluppo capitalistico globale, giunge il libro di Paolo Bottazzini The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista[5], insieme informata biografia sul personaggio Musk ma anche approfondita radiografia dell’epoca che stiamo vivendo.

Genio, megalomania, mito americano e altre sciocchezze

Muovendosi in parallelo sul piano prosopografico e su quello più ampio della cronaca economica e tecnologica (ma, come vedremo, questo è solo una parte del lavoro), Bottazzini ci restituisce in primo luogo l’immagine dell’inventore/imprenditore tutto genio, sregolatezza e… sostegno pubblico.

Le tappe della sua ascesa alle vette dell’industria tecnologica, fino alla sua consustanziazione con gli apparati statali e militari, sono da Bottazzini descritti puntualmente e con una prosa – fatto non irrilevante – letterariamente pregevole e mai noiosa. Sotto gli occhi del lettore scorrono così non solo le imprese ingegneristiche e commerciali, le discese ardite e le risalite del nostro, ma anche le numerose bizzarrie e “devianze” che hanno contribuito a fare di lui un “cerbero” a più teste. Così come il suo approdo ai vertici dell’apparato produttivo (Space X) e perfino dell’apparato statale, con la tragicomica vicenda (durata peraltro l’espace d’un matin) del DOGE (Department of Government Efficiency), l’agenzia parastatale creata per lui il primo anno dell’amministrazione Trump. Ciò che ha permesso al Nostro di portare, seppur per breve tempo, ai vertici dello Stato il suo credo managerial-efficientistico-neoliberale. Non ha funzionato e non poteva funzionare, ma il solo fatto che si sia potuto procedere su quel terreno dice qualcosa sul grado di spappolamento culturale e mentale della Politica nel mondo occidentale. Nonché sul grado di interscambiabilità ormai raggiunto tra imprenditori e politici (anche se noi italiani non dovremmo sconvolgerci troppo, dal momento che, come un secolo fa nel caso del fascismo, siamo nella posizione dei “pionieri” – o abbiamo già dimenticato la vicenda del berlusconismo?)[6].

Attraverso la sequenza delle sue mosse più o meno geniali (per quanto nella auto-narrazione siano tutte sistematicamente geniali) nel campo dell’imprenditoria ma anche dell’ingegneria (è il caso di Space X), il personaggio appare a un tempo come carnefice e vittima dentro un mondo imprenditoriale sempre più spietato e dominato da una temporalità decisamente schizoide. Sicché Bottazzini segnala, per esempio, come un fatto non estrinseco la scarsa propensione al sonno e la connessa depressione di Musk, tipica rappresentazione di quel “capitalismo 24/7” che il combinato disposto di neoliberismo sfrenato e tecnologie digitali ha reso possibile, secondo l’analisi del saggista Jonathan Crary[7]:

Ma la disponibilità ininterrotta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette, più in generale, […] è il precetto essenziale del nuovo capitalismo, con l’abrogazione dei ritmi naturali della vita che scandiscono l’alternanza di sonno e veglia, lavoro e festa. La cancellazione del ritmo determina la dissoluzione del flusso storico del tempo, con l’immobilizzazione in un eterno presente omogeneo, continuo, senza destinazione e ricordo. […] Il tempo non è più un orizzonte aperto, ma una struttura bloccata in cui il futuro è replica del presente. In questa condizione di soggezione continua al consumo e alla sorveglianza, ogni possbilità di trasformazione sociale sembra impensabile.[8] 

I tratti più bizzarri e le tendenze sociopatiche del personaggio vengono così sottratti alla sola psicopatologia e inseriti in un più generale quadro di riferimento socio-psicologico: dei ceti manageriali delle aziende neoliberali, (in particolare di quelle digitali), della società nel suo complesso.

Ma quel che più interessa, a questo livello dello studio, è l’attenzione alle fonti intellettuali che è possibile ravvisare nel personaggio Musk. Eh sì, perché, per quanto rudimentale, esiste una “filosofia” del personaggio. Che poi è sostanzialmente una retorica (auto)propagandistica. E dalla quale, ancora, emergono, in verità, i tratti della cultura del capitalismo Usa attuale, e più in generale – direi – di quel capitalismo tecno-nichilista a suo tempo ben tematizzato da Mauro Magatti[9].

Si potrebbe così schematizzare la Weltanschauung di Musk, traendola dai molti materiali che il libro di Bottazzini ci mette a disposizione.

  1. Il liberalismo economico estremo, che in Usa è noto come libertarianism[10].
  2. La visione “randiana” (derivante dalle opere di Ayn Rand) dell’eroe tecno-scientifico che dev’essere lasciato libero di agire per far del bene all’umanità (laddove in genere è ostacolato dal carrozzone statale-burocratico, per non parlare del sempre incombente pericolo socialista)[11].
  3. La dimensione tecnocratica, con radici che possono essere individuate nel positivismo ottocentesco[12], tipica di tutta la cultura della Silicon Valley, con la conseguente “liquidazione del Politico” (una cosa che avrebbe fatto felice, forse, il vecchio Carl Schmitt, che vi avrebbe potuto vedere una ulteriore incarnazione della sua concezione del moderno come «epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni»)[13].
  4. La solita divinizzazione della Tecnica, che risolverà ogni nostro problema, purché lasciata libera di svilupparsi. Su quest’ultimo punto, forse, la postura di Musk è un pochino deviante rispetto al progressismo tecno-liberale medio degli ideologi della Rete: mentre per questi ultimi tutto andrà sicuramente bene grazie allo sviluppo tecnologico-capitalistico, secondo Musk il corso della storia è un po’ meno deterministico e ottimistico, perché alcune tecnologie possono anche avere degli effetti perversi (si veda in genere la sua valutazione delle prospettive dell’IA, nella quale vede un «rischio esistenziale» non facilmente aggirabile)[14], e poi a causa delle tante «teste di cazzo dotate di PhD»[15] a cui aziende e amministrazioni pubbliche tendono ad affidarsi, invece di… dare tutto il potere ai geni come lui!

Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk

Il merito maggiore di questo libro però – vi accennavamo sopra – non è nel proporci una sintesi delle biografie del personaggio (o se vogliamo una revisione critica di esse), nonché una lettura critica dell’ascesa (resistibile?) del Grande inventore, ma è – direi, con voluto richiamo carveriano – nel ricordarci sempre di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk (o di uno qualunque di questi così detti “tecno-titani”). In altre parole, Bottazzini avverte sempre il lettore – direi a ogni pagina – che parlare di questa figura, oggi così visibile e invadente sul piano comunicativo, significa parlare del mondo del capitalismo digitale che è stato edificato intorno a noi (e ormai sempre più dentro di noi!). Un mondo che non ha atteso Musk per costituirsi, ma che è il frutto del concrescere di una serie di tecnologie create in ambiente ultraliberista e al servizio del capitalismo statunitense, nonché della egemonia geopolitica di Washington (un’egemonia oggi periclitante e per questo sempre più “incattivita”). E sono, queste, circostanze che è quanto mai importante aver presenti quando ci si accinge ad analizzare, cercare di comprendere il mondo digitale che questi signori (e queste potenze) stanno edificando. Anche e soprattutto per resistervi efficacemente e per costruire, dentro il nuovo ambiente sempre più tecnomorfo, le condizioni per la ricostruzione di una comunità fondata sui valori umani, sulla partecipazione democratica e sugli interessi collettivi come dal suo punto di vista ci invita oggi a fare la Chiesa Cattolica[16], e come tutti noi (stati, partiti, istituzioni locali, movimenti, cittadini singoli o variamente associati) dovremmo cercare di fare da qui in avanti.

 


 

NOTE:

[1] Vanni Codeluppi, I 7 tradimenti del digitale, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, Luiss University Press, 2019.

[3] E infatti qualcuno lo aveva fatto, messo rapidamente nell’angolo dal prevalente “digital consensus”. Ricordiamo qui almeno l’ottimo Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Milano, Cortina, 2011, e, se vogliamo risalire alla “preistoria” del digitale, Tomás Maldonado, Critica della ragione informatica, Milano, Feltrinelli, 1997.

[4] Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, a cura di Felice Platone, Milano, Universale Economica, 1949. Le classi dirigenti americane – scrive Gramsci – riescono a «imperniare tutta la vita del paese sulla produzione», mediante una forma di «egemonia [che] nasce dalle fabbriche e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e della ideologia» (p. 26).

[5] Paolo Bottazzini, The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, Milano, Bietti, 2025.

[6] Fu Paul Virilio (1932-2018) a considerare la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994 un «colpo di stato mediatico», che prefigurava – a suo dire – quel che sarebbe accaduto nel mondo occidentale in seguito: l’affermarsi di un «narco-capitalismo» basato sulle tecnologie informazionali e digitali (cfr. Paul Virilio, Alerte dans le cyberspace!, “Le Monde Diplomatique”, aôut 1995, p. 28, https://www.monde-diplomatique.fr/1995/08/VIRILIO/6578).

[7] Bottazzini si serve qui del notevole studio di Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Torino, Einaudi, 2015.

[8] Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 118.

[9] Cfr. Mauro Magatti, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Milano, Feltrinelli, 2009.

[10] La corrente dei libertarians sostiene tra l’altro la riduzione del governo ai minimi termini, essenzialmente all’ordine pubblico e alla tutela dell’integrità nazionale, ovvero: polizia ed esercito. Che è poi quell’idea di stato come «guardiano notturno» della proprietà denunciata dal pensatore e organizzatore socialista tedesco Ferdinand Lassalle (1825-1864) a metà Ottocento, quando il liberalismo si presentava privo di quelle preoccupazioni sociali che avrebbe poi, per la dialettica storica, dovuto integrare. Salvo perderle nuovamente con l’attuale neoliberalismo, che infatti dovrebbe essere chiamato, più correttamente, paleo-liberalismo!

[11] Ayn Rand (1905-1982), scrittrice e filosofia statunitense di origini russe, è figura quasi sconosciuta in Europa ma famosa e in fluentissima negli Stati Uniti. Autrice di alcuni fortunati romanzi di carattere fantapolitico e distopico (tra tutti da segnalare La rivolta di Atlante) è la campionessa dei valori “americani” dell’individualismo (tra le sue opere c’è significativamente una Virtù dell’egoismo), del self made man, dell’antistatalismo esasperato, dell’anticomunismo più ossessivo ecc. Per una buona rapida introduzione, si veda la voce Ayn Rand, di Nicola Misano, in Enciclopediadelledonne.it, https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/ayn-rand/ . Per una conoscenza più approfondita della pensatrice statunitense, comprensiva delle sue posizioni filosofiche ed epistemologiche, si veda l’ampia voce dedicatale dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy, https://plato.stanford.edu/entries/ayn-rand/ . Una testimonianza della passione dei fondamentalisti liberisti (in questo caso nostrani) per la Rand si trova in: Alessio Cotroneo, Chi era Ayn Rand e perché leggerla, “Istituto Liberale”, 21 aprile 2018, https://istitutoliberale.it/chi-era-ayn-rand-e-perche-amarla/.

[12] Una considerazione, questa, che ha sviluppato uno studioso molto acuto della cultura digitale, Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002, p. 26 e ss.

[13] Mi riferisco a: Carl Schmitt, L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni (1932), in Id., le categorie del politico. Saggi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1972.

[14] A questo proposito, mi sentirei perfino di spezzare una lancia… in testa a Musk, dal momento che egli, pur con argomenti piuttosto balordi, tende a non nascondere i profili di rischio insiti nei sogni utopici di robotizzazione totale che quelli del suo ambiente non solo sognano ma attivamente cercano- non importa quanto invano – di realizzare, per quanto senza mai ipotizzare il controllo politico e democratico sulle scelte tecnologiche, ma al massimo l’affidamento alla superiore coscienza e intelligenza di singole personalità eroiche e titaniche (cfr. Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 43-48). Va detto, peraltro, che negli ultimi anni l’ottimismo sfrenato pare proprio passato di moda, in particolare di fronte alle prospettive di sviluppo dell’IA. Da ultimo, per esempio, lo stesso Bill Gates, ha detto al “New York Times” (26/08/2026): «Non mi piace dare brutte notizie alle persone o dire che l’innovazione può avere conseguenze complessivamente negative, soprattutto sull’occupazione, ma siamo arrivati a questo punto» (https://www.bluewin.ch/it/digitale/non-mi-piace-dare-brutte-notizie-ma…-la-cupa-profezia-di-bill-gates-li.3577109 ).

[15] La citazione non è testuale; l’avevo trascritta ma purtroppo ho smarrito l’appunto; dunque questa è una mia libera riscrittura, che credo comunque sarebbe apprezzata dal Nostro.

[16] Mi riferisco, naturalmente, alla recente enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2026. Sulla quale “Controversie” ha già ospitato due articoli: Gianluca Fuser, Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica “Magnifica Humanitas”, “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/istanze-magnifica-humanitas/ e Paolo Bottazzini, La babele dell’I.A., “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/la-babele-ai/.

Autore

  • Laureato in filosofia, si occupa di questioni politiche e economico-sociali con gli strumenti della teoria critica e in una prospettiva eco-socialista. Ha pubblicato articoli e saggi su varie riviste e siti web, tra i quali “Marxismo oggi”, “Giano”, “L’ospite ingrato”, “Volere la luna”, “FormaCinema”. Sul sito ideeinformazione.org, espressione dell’omonima associazione politico-culturale, analizza e commenta dal 2022 l’inquietante deriva bellicista di un Occidente tanto pieno di armi quanto privo di idee: https://www.ideeinformazione.org/author/toni-muzzioli/ Ed è un peccato, perché ci sono cose che meriterebbero di più.

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