Il prestigio sociale digitale - Prima parte

Questo è il sesto[1] della serie di articoli dedicata al tema delle comunità sociali digitali.

Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo avvieremo un’analisi mirata a comprendere l’importanza ricoperta dal prestigio all’interno di tutte le comunità sociali digitali.

Buona lettura.

 


 

Contesto e variabili del prestigio sociale digitale

Sono individuabili almeno due variabili che assumono particolare importanza per l’attribuzione del prestigio tra utenti delle piattaforme sociali digitali:

  1. il numero di utenti connessi ad un profilo, la cui importanza è di facile interpretazione: più è alto il numero di “amici” o “follower” che un profilo possiede, più questo profilo può apparire agli altri in possesso di un maggiore prestigio sociale positivo;
  2. il prestigio che viene attribuito da un utente ad ogni singolo follower di un determinato profilo che osserva. Il valore qualitativo che un profilo trae da questo prestigio posseduto dai propri follower è ben più importante: essi, seguendolo, dichiarano di fronte ai propri rispettivi follower il loro interesse[2] per questo profilo che seguono, e perciò ne risultano indirettamente garanti della qualità.

Queste due dinamiche del prestigio sono centrali per la reputazione e per l’appetibilità di ciascun profilo utente. La reputazione di un profilo si forma dunque sia quantitativamente, per il numero di follower da esso posseduti, che qualitativamente attraverso la reputazione di chi è un suo follower.

Appetibilità: tra variabili del prestigio e algoritmo

Inoltre, è a partire da queste variabili che l’algoritmo che regola la piattaforma sociale digitale si fa “suggeritore” di interesse e dunque propagatore dell’appetibilità di un profilo agli eventuali potenziali nuovi follower che ricadono nella rete più ampia di interesse sociale di specifici e determinati altri profili di cui sono follower.

Il profilo utente può sì maturare un proprio prestigio sociale attraverso la metrica quantitativa tipica del punto 1:

  1. Sono molto seguito, perciò maggiormente interessante per gli altri utenti;

ma questo stesso valore raggiunge maggiore solidità attraverso la reputazione ottenuta internamente alla rete di specifici circoli di interesse socioculturale tipici del punto 2:

  1. Questo profilo è seguito da quell’altro specifico profilo che gode da parte mia di una certa e buona reputazione, all’interno di un ambiente socioculturale di mio interesse; dunque, essendo d’interesse per un membro di prestigio della comunità di mio interesse, anch’esso è per me potenzialmente interessante e, dunque, da seguire.

Il prestigio sociale digitale potrebbe dunque essere inteso come il prodotto del valore di reputazione, a sua volta derivante dal riconoscimento altrui di questi valori quantitativi e qualitativi appena descritti. Così interpretato, il prestigio è sempre qualcosa attribuito dagli altri e non necessariamente ottenuto individualmente e meccanicamente. L’algoritmo si occupa infine della propagazione dell’appetibilità attraverso il suggerimento ad ulteriori profili con in comune uno o più profili di cui sono follower.

La “follow-chain

Sappiamo ora che entrambe le dinamiche descritte incidono direttamente sugli aspetti della visibilità e della notorietà, dunque sulla raggiungibilità, di un dato profilo. Ciò avviene attraverso l’algoritmo gestionale della piattaforma sociale digitale, il quale si occupa della valutazione meccanica della reputazione di ciascun profilo in termini di interesse potenziale per gli altri profili che gli sono prossimi per connessione. L’algoritmo così valuta di “suggerire” a quegli altri profili un determinato profilo per la quantità e la qualità di connessioni che esso possiede.

L’algoritmo ha una funzione di diffusione.

La meccanica dell’essere followed by è la principale ad essere utilizzata dall’algoritmo della piattaforma per suggerire connessioni ai follower dei nostri follower.

La connessione con un nuovo profilo si rende quindi possibile, oltre che attraverso la ricerca diretta, anche attraverso la comparsa di un “suggerimento” di interesse, dunque attraverso la promozione algoritmica di una catena in cui è sempre la qualità di ciascun nuovo follower posseduto a amplificare la propria visibilità presso i suoi rispettivi follower.

Prestigio sociale digitale: generazione del valore

Questo aspetto delle dinamiche del prestigio ci è qui necessario a far emergere la conversione di valore di prestigio grazie alla combinazione tra numero dei follower diretti al profilo e presenza in essi di follower che sono anche followed by da parte di chi vede il profilo. Se chi osserva un determinato profilo (casomai suggerito), vede che questo è followed by da profili di cui l’osservatore è follower, sarà portato a ritenere “di prestigio” quel profilo che osserva. Ancora di più questa attribuzione di prestigio si accentua quando questo profilo osservato ha ottenuto un riconoscimento che il suo osservatore non ha a propria volta ottenuto da parte di quell’altro profilo che già riconosce come “di prestigio”, di cui è follower ma non followed by.

Modello aspirazionale

Sia nel caso della reciprocità, cioè del riconoscimento tramite follow bidirezionalmente instaurato, che in quello della sua assenza, l’interesse per il prestigio è comunque governato da dinamiche proprie del modello aspirazionale.

Se nel caso della reciprocità il riconoscimento prende la forma della parità, ossia del riconoscersi come pari, nell’altro caso ci troviamo di fronte all’aspirazione al proprio riconoscimento, perciò alla ricerca e all’attesa di un riconoscimento di quella volontà di adesione e/o partecipazione, diretta o indiretta, all’insieme dei valori che caratterizzano chi seguiamo e riteniamo di prestigio. Il riconoscimento da parte di chi riconosciamo essere in possesso di valori di nostro interesse, è un passo verso la realizzazione di quell’aspirazione ad essere inclusi in una cerchia che gode di un determinato status, a cui, evidentemente, aspiriamo.

Per chi pone valore nel prestigio sociale digitale, il traguardo ideale sarebbe il raggiungimento dell’autoportanza dell’afflusso costante di interesse direzionato verso di sé e verso i propri contenuti, da parte degli utenti e dell’algoritmo suggeritore: molti follower ottenuti in stato di totale emancipazione dalla coltivazione di una reciprocità con profili non ritenuti di pari prestigio.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo, al terzo, al quarto e al quinto articolo.

[2] Ricordiamoci che ogni forma di interesse espresso con il proprio follow è una forma di riconoscimento di valore verso il profilo seguito. Si veda il terzo articolo.


L’Incomprensibile Paradosso dell'Oro Blu

Ho incontrato un'interessante analisi sul fenomeno della percezione, diffusa in Italia, che l’acqua imbottigliata sia preferibile a quella della rete pubblica; l’analisi è stata proposta dal canale Youtube di Andrea Aschedamini.

Aschedamini è un ingegnere gestionale, imprenditore digitale e content creator italiano. Gestisce un canale YouTube di successo con oltre 100.000 iscritti, dedicato all'analisi di business, all'economia e a storie aziendali curiose, in cui egli decostruisce, analizza e ricostruisce i comportamenti delle aziende, attraverso un approccio diretto, ironico e fortemente analitico.

Qui di seguito vi proponiamo la nostra rilettura dei contenuti di questo interessante video.

 


 

Un’indagine sul mercato dell'acqua in Italia

Ciò che possiamo scoprire attraverso l'indagine svolta da Aschedamini nel video-documento "Perché l’Acqua in Bottiglia è il Business PERFETTO (e noi lo paghiamo)", è che il mercato dell'acqua in bottiglia in Italia non è un semplice settore commerciale, ma una sorta di “allucinazione sistemica”. Nonostante una rete idrica sicura[1], il consumatore italiano ha interiorizzato una narrazione che trasforma un diritto pubblico quasi gratuito in una commodity privata sovrapprezzata. Questo fenomeno rappresenta il fallimento della comunicazione statale a fronte di un'occupazione industriale dell’immaginario mentale collettivo.

Le tesi centrali di questa inchiesta sono le seguenti:

  • L’enorme divario di prezzo (+6.500%) tra acqua di rubinetto e in bottiglia è un’asimmetria priva di basi scientifiche chimico-qualitative, alimentata da strategie di marketing che convertono la sfiducia nelle istituzioni (pain) in profitto per i brand (gain).
  • Il primato italiano nel consumo di acqua minerale imbottigliata (252 litri annui a persona, ovvero 25 volte il consumo di Svezia o Norvegia) riflette l'abdicazione dello Stato nella tutela del bene comune a favore di una struttura antropologica che idolatra il marchio.
  • Il confezionamento in PET ha ridotto l'acqua a un elemento economicamente irrilevante: nel prezzo finale, il liquido incide per meno dello 0,1%, trasformando il settore in un puro business di logistica, packaging e gestione dei rifiuti.

Per validare queste tesi, analizzeremo i dati della struttura dei costi e le dinamiche di posizionamento che governano questo mercato distorto.

L'analisi economica di Andrea Aschedamini: il rincaro del 6.500%

Comprendere le anomalie di questo mercato richiede un’attenta analisi della struttura dei costi. Quando il prezzo di un bene primario si scolla dalla sua utilità marginale, ci troviamo di fronte a una “patologia economica” in cui il marketing agisce come unico regolatore del valore percepito.

L'analisi di Aschedamini rivela una distorsione brutale: il divario di prezzo tra acqua pubblica e in bottiglia tocca circa il 6.567%. È un'asimmetria superiore a quella tra una Panda e una Ferrari (+1.366%), accettata passivamente dai consumatori. È la dimostrazione lampante di come il valore percepito sia slegato dalla materia commercializzata.

I dati sono impietosi. Le multinazionali pagano concessioni irrisorie, circa 1 o 2 euro per ogni 1.000 litri prelevati. La materia prima incide per meno dello 0,1%, mentre il 55% del costo è packaging in PET. Questo squilibrio conferma che il valore percepito sia slegato dalla reale materia acquistata.

Il trasporto di un bene pesante e di scarso valore intrinseco è il vero tallone d'Achille economico. Muovere acqua è meno efficiente di qualsiasi altra merce, rendendo la logistica il fattore dominante del prezzo. L'intera industria si configura come un business di movimentazione merci, ribadendo che il valore percepito sia slegato dalla sostanza liquida.

Il meccanismo del marketing: tra "Pain" e "Gain"

La potenza del marketing[2] risiede nella capacità di colonizzare i vuoti lasciati dall'informazione pubblica. Laddove lo Stato non rassicura sulla salubrità dell'acqua di rete, l'industria privata si inserisce con una narrazione di “purezza” del proprio prodotto che maschera un'operazione di puro arbitraggio psicologico.

Il marketing crea sfiducia nelle tubature condominiali (il "pain") per vendere la bottiglia come rifugio sicuro. La marca diventa garanzia privata contro una presunta inefficienza pubblica, capitalizzando sull'incertezza. Questo meccanismo conferma come la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.

Promesse di "purezza originaria" della fonte da cui si approvvigiona il brand o formule quali i “bassi residui fissi” occupano spazi mentali specifici, nonostante la loro irrilevanza clinica in una dieta equilibrata[3]. Si vende un beneficio (il "gain") che la scienza smentisce come trascurabile. Ciò attesta che la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.

Il marketing sposta l'ancora cognitiva: il confronto non è con l'acqua di rete, ma con bibite come Cola o Fanta. A 0,25€, la bottiglia appare un "regalo", celando un rincaro di migliaia di volte rispetto al rubinetto. È l'ultima conferma che la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.

Prospettiva antropologica e sociale: l'acqua imbottigliata come conseguenza di una società sfiduciata

Proviamo a decostruire il consumo di acqua in bottiglia rileggendolo non come scelta razionale, ma come rituale collettivo. In Italia, l'atto di acquistare acqua confezionata è diventato un comportamento strutturato che rivela la gerarchia dei valori di una società atomizzata.

L'approccio strutturale britannico legge il consumo come organizzazione sociale, mentre il simbolismo statunitense punta sul brand. In Italia, la bottiglia ha sostituito il pozzo pubblico, mutando la struttura del rito quotidiano. Questa transizione riconduce il consumo di acqua confezionata a una dinamica di comportamento sociale strutturato.

L'osservazione dei consumatori rivela che l'abbandono delle fonti pubbliche è un sintomo di diffidenza verso le istituzioni comuni. La bottiglia è un feticcio di autonomia individuale in un sistema che ha smesso di credere nel bene condiviso.

La lente del giornalismo investigativo: svelare il "non detto"

Il giornalismo d'inchiesta deve agire come "cane da guardia" contro gli eccessi di potere del marketing industriale. La sua funzione è squarciare il velo di opacità che avvolge le concessioni pubbliche e le strategie di persuasione occulta che guidano i consumi di massa.

Tramite OSINT e analisi di fonti primarie, emerge il paradosso delle concessioni: privati che estraggono profitti immensi pagando 1€ ogni 600 bottiglie riempite. Solo l'inchiesta mette a nudo questo contrasto tra risorsa pubblica e profitto privato. Questo approccio attesta l'efficacia del metodo investigativo nel decostruire il mercato dell'oro blu.

Oggi, l'inchiesta deve esaminare i dettagli del PET per smascherare il mito dell'acqua-medicina o della necessità. Questo impegno del metodo investigativo è necessario per decostruire il mercato dell'oro blu.

Sintesi finale: il costo della fiducia perduta

L'indagine economica condotta da Andrea Aschedamini, incrociata con l'analisi antropologica, delinea un quadro di alienazione. L'Italia, nazione ricca di sorgenti, ha ceduto la propria sovranità idrica a un sistema che lucra sulla paura e sulla plastica. Il dato del consumo medio pro capite di acqua in bottiglia in Italia (252 litri), è un record grottesco rispetto alla sobrietà dei paesi scandinavi, che rivela la traccia di una patologia culturale profonda.

Il ritorno all'acqua del rubinetto non è solo una scelta di risparmio, ma un atto "anticapitalista" nel senso più puro: è il rifiuto della "pezza" (la commodity) per un problema che non dovrebbe esistere. Bere dal rubinetto significa rigettare la logica del rimedio commerciale a fronte di una infrastruttura pubblica già esistente, sicura e controllata.

La responsabilità del consumatore moderno risiede nel recupero della fiducia nelle istituzioni. Il valore dell'acqua non può abitare in un brand né essere sigillato in un contenitore di PET; deve tornare a essere un diritto universale, sottratto alle logiche di profitto che trasformano una risorsa vitale in un bene di lusso artificiale.

 

 


 

NOTE:

[1] Sulla questione intervengono Ruggero Rullini ed Eva Munter, entrambi divulgatori esperti di chimica.

[2] L'argomento viene approfondito assieme a Gianluca Diegoli, consulente senior e docente IULM in marketing.

[3] Supra, nota 1.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonte principale: "Perché l’Acqua in Bottiglia è il Business PERFETTO (e noi lo paghiamo)" di Andrea Aschedamini: https://youtu.be/w9EBpqW2q1A?si=FaoG1jpmbNXHrkRV

 


Follow: insoddisfazione e sue conseguenze

Questo è il quinto[1] della serie di articoli dedicata al tema delle comunità sociali digitali.

Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo ragioneremo sulle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, con l’intento di avvicinarci sempre di più a comprendere che posizione ricopra la Soddisfazione dell’utente nelle comunità sociali digitali.

Buona lettura.

 


 

La meccanica dell’approvazione e la soddisfazione sociale

In senso generale, la meccanica dell’approvazione è spesso alle radici della Soddisfazione (o dell’insoddisfazione) sociale dell’essere umano. Lo è sia sul piano personale (psico-emotivo) che su quello del prestigio sociale. Lo è per l’utente delle piattaforme sociali digitali, sia c.v.r. che s.v.r.[2].

Ogni azione di approvazione ricevuta genera un sentimento positivo, mentre ogni diniego o trascuratezza (ghosting) della richiesta effettuata ("di seguire" o di "amicizia") influisce negativamente sul piano psico-emotivo dell’utente richiedente: contravviene alla sua attesa della considerazione ricercata[3].

Nelle piattaforme sociali digitali ogni approvazione di una richiesta produce un valore positivo sul piano psicologico individuale e altrettanto su quello del prestigio sociale.

L'effetto percepito dal richiedente che si vede una considerazione ricevuta sul piano sociale digitale talvolta somiglia al valore di quella “grazia ricevuta[4] appartenente al piano mistico-spirituale.

Sia l’accettazione di una richiesta che il follow back sono forme di riconoscimento gratuito: sono un “dono ricambiato[5] che procura gratificazione, contribuendo alla Soddisfazione dell’utente.

Le meccaniche inverse del Follow

Prima di affrontare il prossimo punto, è necessario passare rapidamente in rassegna le meccaniche inverse del Follow, ossia della rimozione della connessione unidirezionale.

Attualmente ne esistono due forme:

  1. il cosiddetto “Unfollow”, ossia l’azione della rimozione di sé da follower di un profilo altrui;
  2. il “follower removal”, ossia l’azione di rimozione dai propri follower di un profilo utente che ci segue[6].

Queste meccaniche rimangono anch’esse entrambe svincolate dalla reciprocità, non generando effetti bidirezionali come accade invece nel caso già trattato della rimozione nei contesti delle piattaforme sociali digitali, sia c.v.r..

Le conseguenze dell’insoddisfazione

Se l’essere follower e l’accettare una richiesta di essere seguiti sono forme di approvazione che ciascuno degli utenti fa verso l’esistenza altrui, cosa può nascere allora dal loro diniego?

L’insoddisfazione può dare vita a forme “di riparazione”, come è la pratica dell’Unfollow di un profilo da cui ci si attendeva un follow back mai ricevuto. Ancora più estrema è l’azione del Blocking, ossia quando l’utente insoddisfatto impedisce all’utente che non lo ha contraccambiato di vedere il profilo, i post, le storie o di interagire con esso. Una forma intermedia appartiene invece al campo del potere di limitazione, ed è quella dell’azione del Restricting, che consiste nel limitare le interazioni di un utente senza che egli lo possa sapere[7].

L’insoddisfazione, specialmente di questo genere, scaturisce spesso da una percezione comparativa che l’utente fa del proprio prestigio sociale digitale e individuale con quello di chi ha ricevuto in dono il suo follow. Una comparazione basata sul posizionamento che si possiede (di uno status raggiunto autopercepito) e che si è ottenuto all’interno del contratto sociale a cui entrambi partecipano.

Laddove questa misurazione del prestigio non supera una giustificazione alla disattenzione  altrui, subentra l’insoddisfazione.

 

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Nel prossimo articolo inizieremo approfondiremo il sistema e le meccaniche del prestigio sociale digitale.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo, al terzo e al quarto articolo.

[2]Con” o “senza” il vincolo di reciprocità sono forme del contratto sociale digitale che abbiamo affrontato rispettivamente nel primo e nel secondo articolo.

[3] Per approfondire la relazione tra Soddisfazione e Follow si veda il terzo articolo.

[4] La concessione di fiducia da parte del richiedente talvolta prende i connotati del fenomeno religioso di impegno che il fedele assume e mantiene nei confronti del divino o del santo, purché la stessa ne esaudisca le richieste, ovvero del ringraziamento per una grazia ricevuta, definito anche come “ex voto”.

[5] Continuiamo a familiarizzare con il fenomeno degli “Ex voto” in campo religioso, che ci tornerà utile in un prossimo articolo in cui analizzerò il Follow sotto l’aspetto del dono.

[6] Nel particolare caso del follower removal, questa meccanica è stata resa possibile grazie alla più recente introduzione da parte di Instagram di una specifica funzione, introdotta per fornire agli utenti la possibilità di agire in modo più efficiente nella rimozione di “connessioni indesiderate”. Lo stesso strumento potrebbe, anche se non avviene mai, essere messo in pratica da chi pratica l’unfollow, col fine di ripristinare una forma di reciprocità che ripristini una parità sociale digitale. Teniamolo a mente perché ci tornerà utile nei prossimi articoli.

[7] Il Restricting produce per l’utente limitato una serie di effetti. La limitazione consiste nella riduzione della visibilità dei commenti al solo utente che ha limitato e a quello limitato (a meno di una approvazione di visibilità pubblica per ciascun commento), oltre che al nascondimento dello status online di chi applica le restrizioni e della conferma di effettuata lettura dei messaggi inviati da parte di quello stesso utente a cui si applica la limitazione.


L’Atlante cromatico del tè: tassonomie e sistemi simbolici di una bevanda millenaria.

Origine e classificazione tradizionale del tè

Il tè ha origini antiche in Cina, dove il suo uso è documentato da millenni all’interno di pratiche terapeutiche, rituali e culturali che ne attestano il ruolo centrale nella vita sociale. Le popolazioni della provincia dello Yunnan, per prime, utilizzarono le foglie di tè come farmaco, poi come alimento e, infine, come infuso corroborante e dal piacevole gusto. Nel tempo, si è affermata una classificazione tradizionale che distingue sei grandi famiglie cromatiche di tè: bianco, verde, giallo, verdeazzurro, rosso e nero. Questa tassonomia non si limita a descrivere la colorazione delle foglie o del liquore ottenuto dall’infusione, ma riflette soprattutto i diversi regimi di lavorazione delle foglie. Le tecniche adottate — dalla raccolta all’essiccazione, dall’ossidazione alla tostatura — determinano, infatti, le caratteristiche sensoriali del prodotto finale e ne stabiliscono l’appartenenza a una specifica categoria. 

La classificazione come dispositivo simbolico

Può essere interessante soffermarsi sul significato culturale di questa classificazione cromatica. Come ha mostrato l’antropologa Mary Douglas, i sistemi di classificazione alimentare non sono mai puramente tecnici: essi costituiscono anche dispositivi simbolici attraverso cui le società organizzano e interpretano l’esperienza del mondo materiale[1]. Applicata al tè, questa prospettiva suggerisce che ordinare le diverse varietà secondo il colore non sia soltanto un criterio descrittivo, ma una modalità culturalmente codificata di leggere le trasformazioni subite dalle foglie, inserendole in genealogie gustative e delineando un paesaggio sensoriale e allegorico condiviso.

Tassonomia: una grammatica culturale

Ogni tassonomia alimentare può essere intesa come una sorta di grammatica culturale: un sistema di categorie che rende intelligibile la materia attraverso schemi simbolici. Nel caso del tè, la classificazione cromatica organizza un prodotto vegetale strutturando un universo complesso di pratiche agricole, commerciali, estetiche e rituali. Essa funziona come una mappa interpretativa che consente di orientarsi in un territorio culturalmente denso, dove colore, aroma e sapore diventano segni leggibili di processi naturali e significati culturali. 

Il colore nella cosmologia cinese

Questa dimensione simbolica appare con particolare evidenza se si considera la relazione tra la classificazione cromatica del tè e la tradizionale cosmologia cinese. Nella cultura classica, infatti, il colore possiede un valore profondamente significativo ed è strettamente connesso alla teoria dello Yin-Yang e al sistema dei Cinque Elementi (Wu Xing), paradigma cosmologico che interpreta il mondo come una rete dinamica di corrispondenze tra fenomeni naturali, stagioni, organi del corpo e processi energetici. 

I testi antichi non presentano una descrizione sistematica della classificazione cromatica del tè come la conosciamo oggi, poiché essa si è sviluppata progressivamente nel tempo, integrando osservazioni empiriche e tradizioni culturali[2]. Tuttavia, alcune testimonianze letterarie mostrano quanto il colore fosse considerato un elemento significativo nella valutazione della bevanda. Nel Cha Jing di Lu Yu si legge, ad esempio:

 


"Il tè deve essere chiaro come il giunco e trasparente come il cristallo; il suo colore è più importante del sapore, poiché riflette la sua natura pura e il tono sottile del cuore."


 

Il colore come manifestazione energetica

All’interno della medicina tradizionale cinese, il colore è interpretato come manifestazione visibile delle qualità energetiche di una sostanza. Pertanto, anche le sfumature del tè vengono lette, oltre che in termini sensoriali ed estetici, come segnature di specifiche dinamiche energetiche. Colori e aromi diventano indicatori delle proprietà della bevanda all’interno della mappa simbolica dei Cinque Elementi — Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua — ciascuno dei quali è associato a organi, stagioni e funzioni vitali[3].

La colorazione del tè rifletterebbe dunque l’energia predominante di un determinato elemento e, di conseguenza, le funzioni fisiologiche a esso collegate. In questo modo, il tè entra in relazione con il corpo umano come parte di un sistema di corrispondenze: la bevanda diventa un intermediario tra l’organismo e l’ordine cosmico, un ponte fluido attraverso cui il microcosmo umano dialoga con il macrocosmo della natura[4].

Il colore assume il valore di un vero e proprio linguaggio simbolico. Esso consente di interpretare non solo le proprietà fisiche della bevanda, ma anche il suo ruolo nel favorire l’equilibrio corporeo e il benessere generale. Le sfumature del tè sono segni immediatamente riconoscibili che orientano chi beve verso l’opzione più adatta alle proprie condizioni energetiche.

Pratiche di consumo e ricerca dell’equilibrio

La scelta del tè nella cultura popolare cinese è, infatti, spesso guidata dalla ricerca di equilibrio tra elementi, stagioni, stato di salute ed effetti desiderati. La teoria dei Cinque Elementi funziona come una mappa simbolica che orienta sia pratiche di cura sia rituali quotidiani e abitudini alimentari. Il tè verde, ad esempio, associato all’elemento Legno, è tradizionalmente preferito in primavera per sostenere il fegato, mentre il tè nero, collegato all’elemento Acqua, viene spesso consumato in inverno per rafforzare l’energia dei reni. Anche la relazione tra Yin e Yang si riflette nella scelta delle varietà: tè chiari e freschi tendono a calmare l’eccesso di yang, mentre tè più scuri e intensi sostengono lo yin[5]. Queste corrispondenze guidano anche la scelta del tè in base alla stagione, al tipo di squilibrio energetico da correggere, o al bisogno emotivo e fisico del momento. 

Il sistema multisensoriale: colore, aroma, sapore

L’aroma contribuisce a completare questo racconto simbolico. Profumi freschi ed erbacei sono frequentemente associati all’elemento Legno, mentre note più profonde, dolci o speziate richiamano qualità riconducibili alla Terra o al Fuoco. Colore, aroma e sapore costituiscono così un sistema multisensoriale di informazione simbolica che permette al consumatore di “leggere” il tè come un messaggio energetico. La bevanda diventa una sorta di testo liquido nel quale si intrecciano natura, tecnica, medicina e cultura.

Il tè come pratica culturale condivisa

Questo linguaggio è condiviso da produttori, terapeuti e consumatori e si manifesta nelle pratiche sociali e rituali legate al tè. La scelta delle foglie, la preparazione dell’infusione e la degustazione diventano momenti di comunicazione culturale in cui si esprime un ideale di armonia tra individuo, comunità e ambiente.

Ancora oggi, questa tradizione continua a influenzare in modo significativo le modalità di produzione, consumo e promozione del tè in Cina. Le proprietà attribuite alle diverse varietà e le narrazioni relative ai loro effetti sul corpo riflettono infatti un patrimonio concettuale radicato nella medicina tradizionale e nella cosmologia dei Cinque Elementi. In questo senso, molte pratiche contemporanee legate al tè possono essere interpretate come il riflesso persistente di un’antica visione medico-filosofica del mondo, nella quale alimentazione, equilibrio energetico e armonia con la natura costituiscono dimensioni inseparabili.

Atlante cromatico del tè: colori ed energie nella dottrina dei Cinque Elementi Wu Xing

All’interno di questo quadro simbolico, è possibile delineare un vero e proprio atlante cromatico del tè, in cui ogni colore è associato a specifiche qualità energetiche:

  • Verde – associato all’elemento Legno, simbolizza crescita, vitalità e rigenerazione. Legato alla primavera e al fegato, organo responsabile dei processi di detossificazione, favorisce il libero fluire del Qi.  Il tè verde possiede un effetto rinfrescante che attenua il calore interno (infiammazione).
  • Rosso – collegato al Fuoco, rappresenta energia, movimento e trasformazione. Associato all’estate (culmine dell’energia yang) e al cuore. Il tè rosso sostiene la circolazione e l’attività vitale.
  • Giallo – connesso alla Terra, evoca stabilità, nutrimento ed equilibrio. Legato alla tarda estate e agli organi digestivi (milza e stomaco). Il tè giallo è equilibrante e nutriente, favorisce i processi di assimilazione e trasformazione degli alimenti.
  • Bianco – associato al Metallo, rappresenta purezza, chiarezza e introspezione. Collegato all’autunno e ai polmoni, è associato a qualità Yin. Il tè bianco è considerato calmante e disintossicante.
  • Nero – legato all’Acqua, simboleggia profondità, riserva energetica e quiete. Associato all’inverno e ai reni, legato a uno stato Yin, rappresenta l’energia nascosta o in attesa. Il tè nero sostiene la vitalità profonda dell’organismo.

Il tè: una pratica di armonizzazione del sé

Alla luce di queste corrispondenze, l’atto di bere tè si configura come un gesto quotidiano attraverso cui l’individuo si colloca consapevolmente all’interno delle dinamiche energetiche della natura.  Diviene una forma di “governo del sé”, una disciplina attraverso cui si coltiva l’armonia tra dimensione interiore e mondo esterno. Attraverso questa ritualità ordinaria, il corpo umano accorda progressivamente il proprio ritmo a quello delle stagioni e degli elementi. Ogni tazza di tè diventa, così, una breve ma densa meditazione sull’ordine del mondo, un momento in cui il tempo individuale entra in risonanza con il respiro più ampio del cosmo.

 


 

NOTE:

[1] Come ha mostrato l’antropologa Mary Douglas, i sistemi di classificazione alimentare costituiscono veri e propri sistemi simbolici attraverso cui una cultura organizza e interpreta il mondo. Nel suo celebre studio Purity and Danger, Douglas dimostra che le categorie con cui le società distinguono ciò che è puro da ciò che è impuro o ciò che è appropriato da ciò che è “fuori posto” oltrepassano le esigenze pratiche e riflettono strutture profonde dell’ordine sociale e simbolico. In questa prospettiva, classificare significa sempre anche stabilire confini culturali e cognitivi. Questa intuizione viene ulteriormente sviluppata in Natural Symbols, dove l’autrice esplora il rapporto tra sistemi simbolici, ordine sociale e cosmologie culturali, e trova una specifica applicazione nel campo dell’alimentazione in Food in the Social Order, un'antologia che esplora il significato sociale del cibo e alle modalità con cui le pratiche alimentari strutturano relazioni, gerarchie e forme di appartenenza.

[2] In testi antichi e trattati sul tè, come il celebre Cha Jing (Libro del tè) di Lu Yu, pubblicato nel 758 d. C., si descrivono le qualità del tè, inclusi aspetti legati al colore, al sapore e all’aroma. Questi testi pongono le basi per la comprensione del tè come bevanda preziosa legata al concetto di salute, ma la classificazione cromatica come sistema simbolico in relazione ai Cinque Elementi è un'evoluzione che si è sviluppata più tardi, integrando medicina, filosofia e pratiche culturali cinesi.

[3] Tali associazioni sono documentate in numerosi trattati storici dedicati alle erbe e agli alimenti medicinali, tra cui le opere del grande medico e naturalista Li Shizhen, autore del Bencao (Compendio di Materia Medica), che sottolineò l’impiego del tè per ridurre il “fuoco interno” e prevenire diverse condizioni infiammatorie e croniche.

[4] Uno studio pubblicato nel 2022 intitolato Tea and tea drinking: China’s outstanding contributions to the mankind approfondisce il forte legame esistente tra la cultura del tè in Cina e i sistemi di conoscenza tradizionali cinesi. Lo studio evidenzia come la classificazione del tè non si limiti a fattori sensoriali o di qualità, ma incorpori elementi simbolici, filosofici e medici profondamente radicati nella cultura cinese. approfondisce questi aspetti, evidenziando il forte legame tra la cultura del tè in Cina e i sistemi di conoscenza tradizionali che incorporano simboli, colori e aromi come modalità di classificazione e comunicazione del valore del tè.  La classificazione del tè integra sensazioni visive, olfattive e gustative con simboli culturali e conoscenze mediche tradizionali cinesi.

[5] I tè si possono classificare anche in base al loro carattere yin o yang: in ordine, partendo dall’estremo yang: tè rosso ossidato, tè nero fermentato shu, tè verdeazzurro o wulong, tè bianco, tè verde, tè nero fermentato sheng, tè giallo (estremo yin).

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Pan SY, Nie Q, Tai HC, Song XL, Tong YF, Zhang LJF, Wu XW, Lin ZH, Zhang YY, Ye DY, Zhang Y, Wang XY, Zhu PL, Chu ZS, Yu ZL, Liang C (2022) Tea and tea drinking: China’s outstanding contributions to the mankind. Chin Med 17:1–40. https://doi.org/10.1186/s13020-022-00571-1 [DOI: 10.1186/s13020-022-00571-1

Douglas, Mary. Purity and Danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo. London: Routledge & Kegan Paul, 1966. 

Douglas, Mary. Natural Symbols: Explorations in Cosmology. London: Barrie & Rockliff / Cresset Press, 1970. 

Douglas, Mary, and Baron Isherwood. The World of Goods: Towards an Anthropology of Consumption. London: Allen Lane, 1979.

Douglas, Mary (ed.). Food in the Social Order: Studies of Food and Festivities in Three American Communities. New York: Russell Sage Foundation, 1984. 

Mintz, Sidney W. Sweetness and Power: The Place of Sugar in Modern History. New York: Viking, 1985.

Goody, Jack. Cooking, Cuisine and Class: A Study in Comparative Sociology. Cambridge: Cambridge University Press, 1982.

Appadurai, Arjun, ed. The Social Life of Things: Commodities in Cultural Perspective. Cambridge: Cambridge University Press, 1986


Il tè come fatto sociale totale: una lettura tradizionale di un fenomeno globale

Un esperimento metodologico: rileggere il quotidiano con Mauss

Nel panorama contemporaneo delle scienze sociali, caratterizzato da una crescente specializzazione dei saperi e da una proliferazione di prospettive teoriche, può risultare interessante — quasi come un piccolo esperimento metodologico — tornare a un paradigma classico per interrogare un oggetto protagonista della quotidianità di centinaia di milioni[1] di persone nel mondo. In questo contributo, si propone dunque di osservare il tè e il suo consumo alla luce della categoria di fatto sociale totale elaborata da Marcel Mauss nel suo celebre Saggio sul dono. L’obiettivo è applicare una nozione canonica a un fenomeno che, nella percezione comune, appare periferico, per verificare in quale misura questo paradigma — elaborato nell’ambito dell’antropologia sociale del primo Novecento — sia ancora in grado di illuminare la complessità delle pratiche culturali contemporanee.

Quando Mauss definisce il dono come un fatto sociale totale, intende riferirsi a quei fenomeni in cui si intrecciano simultaneamente dimensioni diverse della vita collettiva: economiche, giuridiche, religiose, simboliche, sociali, estetiche, etiche, politiche. Alcune pratiche sociali non possono essere comprese se isolate in un’unica dimensione analitica, perché mobilitano l’intero tessuto della società. Il dono, nelle società studiate da Mauss, non è mai soltanto uno scambio materiale: è al tempo stesso un atto rituale, una forma di relazione politica, un dispositivo morale e una manifestazione simbolica.

Il tè come oggetto socialmente denso

Se assumiamo questa prospettiva come punto di partenza, il tè si mostra immediatamente come un caso particolarmente interessante. Quella che apparentemente è una semplice bevanda, osservata attraverso la lente maussiana, rivela una sorprendente densità sociale. Attorno ad essa si organizzano, infatti, sistemi di produzione agricola, relazioni di scambio e reti commerciali globali, pratiche rituali, codici di ospitalità, forme di socialità quotidiana, gerarchie, pratiche artistiche, visioni filosofiche del mondo e universi simbolici complessi. Dalla raffinatezza rituale della cerimonia del tè giapponese codificata da Sen no Rikyū[2], alle abitudini quotidiane del consumo domestico in molte culture, questa bevanda emerge come un dispositivo culturale che organizza temporalità, pratiche e rapporti sociali. In essa convergono dimensioni materiali (la coltivazione, il commercio, gli utensili), simboliche (i valori di armonia, ospitalità, sobrietà), estetiche (la scelta delle ceramiche, le decorazioni, la disposizione dello spazio) e relazionali (l’incontro tra ospite e ospitante). Proprio per questa capacità di mettere in gioco, in un unico gesto quotidiano, l’intero tessuto della vita sociale, il tè rappresenta un esempio eloquente di come una pratica apparentemente semplice possa incarnare una complessa totalità culturale. 

Economia globale e storia del tè

Dal punto di vista economico e storico, il tè è stato uno dei prodotti più influenti nella formazione delle reti commerciali moderne. La sua circolazione globale, a partire dal XVII secolo, ha contribuito alla strutturazione di sistemi coloniali, rotte marittime e mercati internazionali. Il tè è, innanzitutto, un nodo di connessione tra agricoltura, commercio e geopolitica. L’espansione della coltivazione del tè in Asia e la sua diffusione in Europa rappresentano un esempio emblematico di come un prodotto alimentare possa partecipare alla costruzione di interi sistemi economici.

Il tè come pratica sociale e spazio relazionale

Consumare tè è anche, e soprattutto, una pratica sociale. Il gesto di offrire una tazza di tè non è mai puramente funzionale: implica una grammatica di gesti, tempi e ruoli che dirige e organizza la socialità[3]. In molte culture, bere tè significa partecipare a un rituale di ospitalità, condividere uno spazio di relazione, sospendere temporaneamente il flusso delle attività quotidiane e produttive, creando uno spazio intermedio tra lavoro e vita privata.  Come altre pratiche conviviali, la pausa per il tè crea nella quotidianità spazi di interazione a basso grado di formalizzazione, nei quali le relazioni possono essere negoziate, consolidate o ridefinite, producendo identità e appartenenza. Il rito del tè costituisce un punto di vista privilegiato da cui osservare come la società si inscriva nei gesti quotidiani: nella preparazione dell’infusione, nella scelta degli utensili, nei tempi condivisi della degustazione si sedimentano saperi tecnici, memorie culturali e rapporti sociali. 

La dimensione rituale emerge con particolare evidenza nei contesti in cui il tè è stato formalizzato come pratica estetica e simbolica. In alcune tradizioni culturali[4], infatti, la preparazione e il consumo del tè si configurano come veri e propri rituali codificati e complessi, nei quali ogni gesto, utensile e sequenza temporale concorrono alla costruzione di un’esperienza accuratamente strutturata.

Estetica, tecnica e distinzione sociale

Gli oggetti impiegati nella preparazione — teiere, tazze e strumenti specifici — non sono mai puramente funzionali: essi si inseriscono in sistemi di gusto, tradizioni artigianali e codici estetici ben definiti, che ne definiscono forme, materiali e modalità d’uso. In questi contesti articolati, bere tè implica l’acquisizione di competenze teoriche e pratiche: conoscenze tecniche, familiarità con precise coreografie del corpo e un progressivo affinamento della sensibilità sensoriale. La temperatura dell’acqua, la qualità delle foglie, il tempo di infusione, la gestualità tecnica, così come la forma, il materiale e la modalità di impugnatura dei recipienti influenzano profondamente la percezione e la condivisione dell’esperienza. Il tè diventa così un marcatore culturale capace di distinguere stili di vita e preferenze estetiche, ma anche un dispositivo di distinzione sociale, che segnala competenze, gusti e forme di capitale culturale.

Il tè come dono e dispositivo relazionale

Il paradigma maussiano permette di cogliere in maniera approfondita la dimensione simbolica di queste pratiche. Offrire o condividere il tè può essere interpretato come una forma di dono, nel senso indicato da Mauss: un gesto che crea legami sociali e stabilisce relazioni di reciprocità[5]. Anche nelle società contemporanee, in cui il dono spesso è ridotto a gesto privato o informale, l’offerta di una bevanda mantiene una funzione relazionale fondamentale. Preparare il tè per qualcuno significa riconoscerne la presenza, aprire uno spazio di comunicazione, instaurare una forma di reciprocità. 

Attualità del paradigma maussiano

Il caso del tè mostra come il paradigma di Mauss conservi una sorprendente capacità euristica: anche in una società globalizzata e altamente differenziata, pratiche quotidiane apparentemente semplici continuano a mobilitare simultaneamente dimensioni economiche, simboliche, estetiche e relazionali. 

Storicamente motore delle reti commerciali coloniali, il tè oggi circola in mercati globali complessi e differenziati, mentre negli ultimi decenni sono emerse nuove culture del tè — boutique specializzate, degustazioni guidate, comunità di appassionati e consorzi di produttori artigianali — che reinterpretano questa bevanda alla luce di sensibilità contemporanee legate ad autenticità, sostenibilità ed esperienza sensoriale.

Osservare il tè attraverso la lente del fatto sociale totale permette di coglierne il potenziale come oggetto di studio: in questa pratica quotidiana, si condensa la complessità della vita sociale. Tornare a Mauss, pertanto, non significa solo rendere omaggio a un classico delle scienze sociali, ma riconoscere come alcuni concetti fondamentali mantengono una straordinaria capacità di illuminare il presente. 

 


 

NOTE:

[1] Il tè è la bevanda più consumata al mondo dopo l'acqua, con oltre 3-6 miliardi di tazze consumate quotidianamente a livello globale.

[2] La cerimonia del tè (chanoyu ) elaborata da Sen no Rikyū è una forma compiuta di esperienza estetica. Nel suo pensiero, diventa un’arte totale capace di integrare diversi linguaggi: l’architettura essenziale della stanza da tè, la scelta delle ceramiche, la calligrafia esposta nel tokonoma, la disposizione dei fiori, il ritmo dei gesti e il silenzio condiviso tra ospite e ospitato. Ogni elemento contribuisce a creare un’esperienza unitaria in cui estetica, etica e spiritualità si fondono. L’atto quotidiano del bere tè viene elevato a pratica di attenzione e consapevolezza, per costituire un esercizio spirituale: la via del tè (chadō o sadō) è un vero , una “via” nel senso buddhista del termine, un cammino di disciplina interiore e di affinamento dello sguardo sul mondo, che può condurre a una più profonda comprensione della realtà. Pur non essendo una pratica religiosa in senso stretto, la chanoyu si configura come una via di formazione interiore modellata dallo spirito del Buddhismo Zen, orientata alla quiete della mente e, simbolicamente, all’esperienza dell’illuminazione.

[3] La sociologia della cultura materiale e dei food studies mostrano come il cibo e le bevande costituiscano ambiti privilegiati per osservare intersezioni di significati. Molte forme di interazione quotidiana si strutturano attorno a pratiche apparentemente banali: mangiare insieme, condividere una bevanda, fare una pausa. Osservato da questa prospettiva, il tè oltrepassa lo status oggettuale di bevanda e si configura come un dispositivo culturale che organizza lo spazio, il tempo e la relazione tra gli individui, quindi la socialità. 

[4] In contesti rituali codificati, il consumo del tè diviene una pratica ad alto grado di formalizzazione, caratterizzata da sequenze gestuali e temporali, regole, relazioni tra i partecipanti e significati simbolici rigorosamente strutturati. Le tradizioni cerimoniali rappresentano uno degli esempi più evidenti della forte valenza rituale e simbolica che il tè ha assunto in diverse culture. Nella cerimonia del tè giapponese, codificata a partire dal XVI secolo da Sen no Rikyū, la preparazione e la degustazione del tè diventano un’esperienza estetica e spirituale fondata su principi come armonia, rispetto, purezza e tranquillità. Analogamente, nella preparazione gong fu cha della tradizione cinese, l’attenzione alla qualità delle foglie, alla temperatura dell’acqua e alla sequenza delle infusioni costruisce una pratica altamente codificata che valorizza la dimensione sensoriale e relazionale della degustazione. Anche in altre culture, come nel caso del tè alla menta diffuso in molte regioni del Nord Africa e del Medio Oriente, la preparazione del tè assume una forma ritualizzata legata all’ospitalità e alla costruzione della relazione tra ospite e ospitante.

[5] Mauss osserva che lo scambio di doni nelle società tradizionali non è mai un gesto libero o puramente spontaneo, ma si struttura attorno a tre obblighi fondamentali: dare, ricevere e ricambiare. Questo schema non riguarda soltanto beni materiali, ma l’intera costruzione delle relazioni sociali. Se osserviamo il gesto quotidiano di offrire una tazza di tè, ritroviamo, in forma attenuata ma riconoscibile, la stessa logica. Offrire una bevanda a un ospite costituisce una forma di riconoscimento relazionale: chi riceve accetta implicitamente il legame proposto, mentre il gesto di bere insieme crea una situazione di reciprocità. Anche quando non è previsto un contro-dono esplicito, l’interazione produce una forma di obbligazione simbolica: la relazione sociale viene confermata e rinnovata. In questo senso, il tè può essere interpretato come una micro-istituzione del dono, una pratica attraverso cui le società mantengono e riproducono i legami sociali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Mauss, Marcel. Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques. Paris: Presses Universitaires de France, 1925. (Trad. it.: Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche. Torino: Einaudi, 2002.)


Il fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web

Ho incontrato un'interessante analisi sul fenomeno evolutivo degli ecosistemi linguistici del Web, proposta dal canale Youtube La Sedia a 2 Gambe.

Divulgatore della Cultura di Internet, l’anonimo autore di questo canale utilizza l’espediente di dialogo con la protagonista narrativa di questi video: una sedia a due gambe.

Assieme, i due esplorano in modo originale, coinvolgente, chiaro e senza prendersi troppo sul serio, il mondo di Internet, analizzandone i fenomeni e i trend virali che hanno plasmato la cultura online, dai suoi albori fino ai nostri tempi.

Qui di seguito vi proponiamo la nostra rilettura dei contenuti di questo interessante video.

 


La tesi centrale

Pensiamo che l’analisi del linguaggio digitale debba oramai superare la riduzione di questo fenomeno a sola manifestazione estetica marginale o contingenziale. Chi studia la comunicazione umana non può non concordare sulla necessità di uno studio strutturale delle architetture del significato del linguaggio del mondo online.

La tesi sostenuta nel video-documento “L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET”, è che la nuova lingua di Internet non rappresenti una degenerazione entropica del codice verbale, bensì un meccanismo adattivo, difensivo e identitario estremamente sofisticato. Tale mutazione è oggi sempre più modellata dalla pressione selettiva degli algoritmi e dal collasso sistemico dei confini tra le comunità digitali.

Da questo video-documento è possibile formulare la seguente tesi:

La lingua di internet non è un sistema di comunicazione unitario o stabile, ma un ecosistema frammentato in "corridoi" (micro-comunità) in cui il lessico non serve a spiegare concetti, ma funge da strumento di sopravvivenza contro gli algoritmi (Algospeak) e da segnale di appartenenza identitaria.

È una lingua dal ciclo di vita effimero: nasce per necessità o nicchia e "muore" non appena viene cooptata dalla cultura di massa o dai brand.

Scopriamo i motivi che portano a questa formulazione.

La genesi storica

Le radici dei gerghi digitali affondano nell'era dei primi forum e delle BBS[1], dove la comunicazione rispondeva a stringenti vincoli economici e tecnici.

Per comprendere l’evoluzione del gergo, occorre considerare la comunicazione come un asset a costo variabile: più andiamo indietro nel tempo, più ogni carattere di ciascuna parola inviata su una chat ha avuto un costo evidente apprezzabile (pensiamo ad esempio agli SMS a pagamento di una volta). La necessità di minimizzare i propri costi di comunicazione ha generato un processo di ragionamento pratico che ha spinto l’utente a una sintesi estrema del linguaggio, dando vita ad acronimi e abbreviazioni, non come vezzo stilistico, ma come ottimizzazione delle risorse. 

Sempre storicamente, il passaggio al "Leet Speak" (l'uso di numeri come il 7 per la “T” o il “3” per la “E”) ha invece rappresentato l'adozione di un “metodo geometrico” applicato alla comunicazione. Questa necessità è nata per bypassare i filtri automatici di forum o chat, quando ancora essi erano rigidi e prevedibili; pertanto, la deviazione morfologica offriva un bypass sicuro alla “censura”.

L'adozione odierna di termini gergali come «Rizz»[2], «Simp»[3] o «Based»[4] è comprensibile solo nel micro contesto di adozione[5] o nel contesto cronologico, prima della loro nascita e del loro utilizzo poi.

L’utente internet va costantemente cercando un punto di equilibrio che renda efficace la propria comunicazione, correndo sempre il rischio che non si concili con le regole generali “dettate” dagli algoritmi o dalle comunità digitali.

Il significato di queste espressioni non è infatti fissato a monte da un'autorità, ma bilanciato costantemente tra l'intenzione dell'utente e il "vibe" della comunità.

Questo comportamento stabilisce chi è insider e chi è outsider, agendo come una difesa contro l'intrusione di contesti esterni non autorizzati.

La pressione dell'algoritmo e l'Algospeak

Nell'ecosistema attuale, il filtro tecnologico non è un canale passivo (rigido e prevedibile) ma un attore dinamico che impone una ragionamento causale costante agli utenti. Il fenomeno dell'Algospeak (ad esempio l'uso di "seggs" in luogo di "sex") nasce da un'inferenza logica basata sull'osservazione:

"Se utilizzo il termine X, la macchina attua l’oscuramento, la demonetizzazione o la rimozione di un contenuto; dunque, devo sintetizzare il termine in Y".

Questa pratica può essere interpretata come un ragionamento dei segni, in cui l'utente interpreta i pattern di moderazione dei bot per prevederne il comportamento e aggirarne la censura.

Tale gara contro la macchina accelera parossisticamente il ciclo di vita dei termini.

Inoltre, nel momento in cui una parola viene adottata dalla massa o dai brand, essa perde la sua funzione di segnale protetto e diventa "radioattiva" o "cringe". La morte semantica del termine avviene quando la sua utilità tattica viene neutralizzata dalla visibilità mainstream, confermando che la lingua digitale è, prima di tutto, uno strumento di sopravvivenza morfologica contro i pattern di riconoscimento automatizzati.

Il Collasso dei Contesti e la Frammentazione del Feed

Il passaggio dai forum tematici al feed unico di TikTok e Instagram ha determinato il "collasso dei contesti".

In questo scenario, la filosofia del linguaggio ordinario “tradizionale” arranca a tenere il passo: non esiste più un linguaggio "ordinario" condiviso, ma una miriade di "micro-ordinarietà" isolate in “corridoi semiotici[6] divergenti, in costante evoluzione, comparsa e scomparsa.

L'utente "cronicamente online" naviga in questi corridoi subendo continue “collisioni contestuali”, dove un termine può essere simultaneamente un marcatore culturale AAVE[7], un insulto o un’espressione ironica a seconda della comunità digitale di riferimento.

Assistiamo qui a una forma estrema di ingegneria concettuale:

le comunità ridefiniscono costantemente termini legati all'identità, al genere o alla razza per proteggere i propri significati dalla distorsione esterna. L'incomprensibilità per chi è esterno non è un limite cognitivo, ma la prova della frammentazione dello spazio digitale in ecosistemi dove la comunicazione serve a escludere tanto quanto a includere.

In questi "corridoi semiotici", l'incomprensibilità è il risultato finale di una navigazione in feed che non comunicano più tra loro.

Conclusioni

Dalla genesi tattica del Leet Speak alla resistenza algoritmica dell'Algospeak, fino alla frammentazione dei feed, la tesi iniziale trova piena conferma.

La mutazione linguistica digitale ha ormai permeato la realtà fisica e istituzionale, eliminando ogni possibile distinzione tra "online" e "offline". Ne sono prova il CAREN Act a San Francisco[8] o il discorso della senatrice australiana Fatima Payman[9], che ha portato il gergo di TikTok nei ranghi del Parlamento, dimostrando come la politica stessa inizi a emulare i pattern di un commento generato da un bot.

Possiamo affermare che questo nuovo linguaggio è la "condizione di possibilità" stessa della comunicazione nel XXI secolo. Esso non è una corruzione della parola, ma l'unica risposta coerente a un ambiente dominato da filtri robotici, sorveglianza algoritmica e collisioni culturali permanenti.

In ultima analisi, l’ecosistema linguistico di Internet si mostra in costante mutazione comunicativa, con un linguaggio che non è solo un insieme di “termini e parole”; piuttosto, questo linguaggio, è l'organo adattivo di un'umanità che tenta di restare udibile in un mondo progettato per essere filtrato.

 

 


 

NOTE:

[1] Acronimo di “Bulletin Board System”, è un sistema telematico sviluppato negli anni 1970 per consentire a computer remoti di condividere o prelevare risorse accedendo a un calcolatore centrale. Il sistema ha costituito il fulcro delle prime comunicazioni telematiche amatoriali, dando vita alla telematica di base, portando a novità quali la messaggistica e il file sharing centralizzato.
Nell'uso corrente, soprattutto in giapponese, indica anche i forum, i guestbook e i newsgroup su Internet. (da Wikipedia - vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)

[2] Tutti e tre questi termini gergali hanno già raggiunto larga diffusione e ciascuno ci è utile a rappresentare un genere di evoluzione diversa dei termini del linguaggio del Web. «Rizz» ad esempio è stato eletto parola dell'anno 2023 da Oxford Languages, è un termine slang della Gen Z, nato in rete intorno al 2022, ed esploso nel 2023 dopo un'intervista all'attore Tom Holland, diventando virale sui social.

Per approfondire il significato, di questo e dei seguenti termini, consultare il dizionario https://www.merriam-webster.com/.

[3] Il termine «Simp», sebbene nato negli anni '80/90 nell'hip-hop, è esploso su TikTok nel 2020, venendo talvolta considerato tossico o misogino. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.

[4] Il termine «Based» nasce nell'ambito hip-hop, inizialmente con connotazioni negative ma riabilitato dal rapper Lil B per indicare autenticità e indipendenza di pensiero. Oggi, nel gergo internettiano, "based" è un complimento. Per il significato, consultare https://www.merriam-webster.com/.

[5] In riferimento alle comunità digitali, ma soprattutto alle "Fandom" e "micro-fandom": termini usati per indicare le nicchie online specifiche d’interesse. Nel video-documento di cui scriviamo vengono citati ad esempio i fan di My Little Pony, Death Note o Supernatural, i quali creano o distorcono significati linguistici per farsi riconoscere dai propri simili o per escludere gli estranei alla fandom.

[6] L'autore del video spiega che non esiste un "online" come luogo unico e condiviso, ma che la rete è strutturata in «migliaia di corridoi diversi nello stesso edificio». Questo termine viene usato come metafora per descrivere i diversi "feed" o micro-comunità in cui il linguaggio cambia drasticamente da un ambiente all'altro. Se seguiamo il discorso dell’autore, capiamo come le parole fungano da simboli o "segni" di riconoscimento tra gli utenti, perciò molto interessanti da rileggere sotto il profilo di valore semiotico.

[7] Acronimo di “African American Vernacular English”, ossia delle forme dell’inglese afro-americano con forti caratteristiche di pronuncia fonetica, uso dei tempi verbali difforme e forme lessicali proprie. Di grande diffusione recente per via delle celebrities statunitensi internazionali, in particolare del mondo musicale. (Vedi i RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI)

[8] L’acronimo “CAREN” sta per “Caution Against Racially Exploitative Non-Emergencies” Act, una legge cautelativa introdotta nel 2020 a San Francisco, volta a contrastare le chiamate alla polizia per non-emergenze sfruttate razzialmente. Il nome di questa legge prende origine direttamente dal mondo online, dal meme "Karen". Questo meme è diventato popolare sui social media per indicare persone, solitamente donne bianche, che chiamano i servizi di emergenza per segnalare attività innocue svolte da persone di colore (es. barbecue al parco e fare jogging).

[9] La senatrice indipendente australiana Fatima Payman ha attirato l'attenzione mediatica per l'uso di un linguaggio estremamente colloquiale e internettiano, tipico delle Gen Z/Alpha, utilizzato durante i suoi discorsi parlamentari. Noto e virale sui social è il video di un intervento al Senato del settembre 2024 in cui ha definito il governo "yapaholics", e definito il Primo Ministro "CEO of Ohio" e lo ha invitato a "mettere le patatine nel sacchetto" (put the fries in the bag), generando ilarità e discussione.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonte principale:
L’Incomprensibile “NUOVA” LINGUA di INTERNET” di La Sedia a 2 Gambe: https://www.youtube.com/watch?v=RAchbLpoQJ0

Per approfondimenti invece:

BBS:

AAVE (ex “Black English):

Dizionario Merriam-Webster: https://www.merriam-webster.com/

Algospeak: https://medium.com/@Giaimo_Jr/la-libert%C3%A0-come-atto-di-ingegno-algospeak-la-lingua-nata-per-sfuggire-agli-algoritmi-di-b4ae46e90f71 

CAREN Act: https://www.theguardian.com/us-news/2020/oct/20/caren-act-san-francisco-racist-911-calls#:~:text=5%20years%20old-,San%20Francisco's%20'Caren%20Act'%20makes%20placing%20racist%20911%20calls%20a,to%20investigate%20people%20of%20color


La dignità delle cose. L’etica silenziosa del Mottainai nel saggio di Rossella Marangoni.

Nel volume Mottainai, recentemente pubblicato da Editrice Bibliografica nella collana Movimenti, idee, fenomeni, Rossella Marangoni analizza un concetto estremamente interessante della cultura giapponese, il mottainai del titolo, esplorandone le implicazioni linguistiche, storiche, sociali, economiche, ecologiche, etiche ed estetiche. 

Questo termine giapponese indica, generalmente, un sentimento di rammarico di fronte allo spreco o alla mancata valorizzazione di qualcosa che possiede una valenza intrinseca. Nondimeno, come il testo mostra efficacemente, la portata semantica del termine eccede di gran lunga la semplice condanna dello spreco. 

Una matrice etica diffusa e una visione del mondo

L’autrice affronta la complessità dell’espressione mottainai, intrecciando storia culturale, pratiche quotidiane e trasformazioni sociali, mostrando come il concetto costituisca una vera e propria matrice etica diffusa nella società giapponese. Le pagine del testo offrono un’analisi minuziosa inserita in una prospettiva culturale ampia, in cui mottainai rappresenta, prima di tutto, una forma di percezione del mondo radicata nella tradizione culturale del Giappone. Mottainai travalica l’ambito della gestione delle risorse e definisce un modo di concepire il rapporto tra esseri umani, oggetti e ambiente. 

Radici religiose e riti di congedo degli oggetti

Marangoni evidenzia come la sensibilità verso lo spreco sia radicata in tradizioni religiose e filosofiche che attraversano la cultura giapponese, in particolare nello shintoismo e nel buddhismo, che considerano natura e oggetti come realtà dotate di presenza e valore, di vitalità e dignità. A questo proposito, viene richiamata una pratica culturale giapponese molto significativa: i riti kuyō, le cerimonie di commemorazione o pacificazione dedicate agli oggetti che hanno esaurito il loro ciclo di vita. Nata come celebrazione buddhista per i defunti, nel tempo, questa forma rituale è stata estesa anche agli oggetti, soprattutto a quelli che hanno accompagnato la vita quotidiana delle persone. Le cose che utilizziamo quotidianamente non sono completamente inerti, portano con sé l’impronta del tempo durante il quale sono state usate, la relazione con chi le ha possedute e una sorta di energia o presenza residua. Per questo, quando un oggetto ha terminato il suo servizio, può ricevere un rito di ringraziamento e congedo prima di essere gettato via[1]. Il rito kuyō rappresenta, quindi, una forma di gratitudine verso gli oggetti, un riconoscimento del loro servizio. Segna il passaggio rituale dalla presenza all’assenza. In questo modo, anche il trapasso di un oggetto diventa un atto consapevole e rispettoso. Queste pratiche sono profondamente legate al concetto di mottainai, cioè alla sensazione che sia moralmente e spiritualmente spiacevole sprecare qualcosa che possiede ancora valore o dignità.

Le cose e la gestione delle cose: materia e relazioni

Questo esempio mette in luce uno dei meriti principali del libro di Marangoni, che consiste nel collocare mottainai all’interno di una più ampia visione culturale del mondo materiale. Da un punto di vista sociologico, questa prospettiva implica una concezione della materia come portatrice di relazioni sociali e simboliche. Gli oggetti sono elementi di una rete di pratiche culturali che includono riparazione, riuso e trasformazione. La storia materiale del Giappone offre numerosi esempi di queste prassi, in cui gli oggetti d’uso quotidiano sono strumenti da utilizzare e pertanto consumare, ma soprattutto sono soggetti con cui l’essere umano intreccia la propria storia di resilienza e sopravvivenza. 

Il principio morale del non sprecare: un’epopea della tradizione rurale

In questo contesto, il concetto di mottainai funziona come principio morale diffuso, capace di orientare comportamenti individuali e collettivi. Ogni spreco rappresenta un comportamento inefficiente, ma si configura anche come una forma di mancanza di rispetto verso la realtà stessa delle cose, una perdita della loro “essenza”.  Questo concetto è il cuore pulsante della narrazione, che si dispiega con generosa ricchezza di esempi e di dettagli, componendo un ampio affresco di tecniche antiche — talvolta perdute, talvolta irripetibili — attraverso le quali, per secoli, la gente comune ha coltivato con pazienza quasi religiosa l’arte di salvare tutto ciò che poteva essere salvato, fino all’ultimo filo o al più sottile frammento di tessuto, perché nulla venisse abbandonato allo spreco. 

Il testo, attraverso l’affascinante narrazione delle vicende di frammenti di stoffa e di carta, di cenci e di stracci, si trasfigura in un’epopea della tradizione rurale, in cui i destini delle persone e quelli degli oggetti si incontrano, convergono e confluiscono in un comune progetto di sopravvivenza. Da questo intreccio emerge una visione del mondo che si fa paradigma del ciclo stesso della vita, in cui ogni cosa è interconnessa.

Pagina dopo pagina, il mondo evocato da Marangoni si rivela un paesaggio abitato da oggetti per nulla inerti, che appaiono come presenze cariche di silenziosa vitalità e il lettore, ben presto, viene implicitamente invitato a interrogare il proprio rapporto con ciò che ogni giorno passa tra le sue mani.

Mottainai, un’oscillazione emotiva tra perdita e memoria

Si potrebbe persino osare dire che Mottainai parli, in fondo, di relazione. In molte culture moderne le cose restano mute: esistono per essere usate e poi eliminate. Nel mondo evocato dal mottainai, invece, gli oggetti prendono parte alla trama della vita. Una tazza, un tessuto, un ago, un utensile diventano testimoni discreti del tempo umano: hanno accompagnato gesti, custodito abitudini, incarnato memorie. Per questo, gettarli via senza pensiero suscita un sentimento di perdita sottile, difficile da nominare. Mottainai è proprio questo sentimento: esprime precisamente il dolore per il trapasso di ciò che è stato presenza nella nostra vita. È una forma di sensibilità. È il momento in cui si percepisce che qualcosa è stato sottratto alla sua possibilità di significato. La materia possiede una storia, una onorabilità e una presenza che rendono lo spreco qualcosa di più di un errore economico.

Educare lo sguardo

Questo libro ci mostra come, nella cultura giapponese, il rispetto per le cose nasca da una educazione dello sguardo. Guardare gli oggetti con attenzione significa riconoscere che ogni cosa ha attraversato un processo: lavoro umano, tempo, uso. In questo senso il mottainai introduce una piccola rivoluzione silenziosa: ci invita a spostare l’asse della nostra attenzione. Avvezzi a orientarci verso la novità, la sostituzione continua, il consumo, veniamo chiamati a prendere in considerazione la durata, la cura, la gratitudine. Mottainai rappresenta una filosofia minima, quasi impercettibile, che chiede di cambiare il modo in cui teniamo una cosa tra le mani. 

Etica ed estetica: un intreccio profondo

Nel testo affiora con particolare chiarezza anche un secondo livello del concetto di mottainai: il dialogo sottile tra etica ed estetica. L’arte di non sprecare ha generato, nel tempo, un vero e proprio caleidoscopio di «preoccupazioni di carattere decorativo», segno di una sensibilità in cui il rispetto per l’essenza di ogni cosa che esiste si esprime come un intreccio di uso e cura, di devozione silenziosa, dove etica ed estetica finiscono per specchiarsi l’una nell’altra.

La trasfigurazione della frattura

Il testo illumina con particolare nitidezza la dimensione estetica di questa sensibilità. Pratiche come l’arte del kintsugi — la tecnica di restauro delle ceramiche che ricompone le fratture con lacca e polvere d’oro — ne sono un emblema eloquente: la crepa non viene occultata, ma accolta e integrata nella forma stessa dell’oggetto, così che il danno si trasfiguri in valore. In questa prospettiva, la riparazione e la trasformazione degli oggetti, ben oltre il semplice rimedio pragmatico, diventano pratiche cariche di significato: espressioni di una più ampia estetica dell’imperfezione e della transitorietà, che attraversa molte forme della cultura giapponese, dall’artigianato alle arti rituali.

Fragilità, impermanenza e risonanza etica

La sensibilità verso la fragilità delle cose, spesso evocata da concetti come wabi-sabi e mono no aware[2], trova nel mottainai la sua risonanza etica. Se le cose custodiscono una storia e una dignità, sprecarle significa ignorare la loro presenza nel tessuto del mondo umano. In questa luce, il mottainai può essere inteso come la dimensione etica della sensibilità nipponica radicata nell’idea di impermanenza: proprio perché le cose sono fragili e preziose, lasciarle andare allo spreco equivale a non riconoscerne la natura più profonda.


“Riconoscere la bellezza della fragilità e dell’imperfezione significa,
dopotutto, riconoscere la bellezza della vita e del pianeta. [...] 

Dai frammenti nasce una nuova bellezza.”


Attualità globale ed ecologia

Un ultimo tema affrontato nel libro riguarda l’attualità globale del concetto. Negli ultimi decenni mottainai è stato adottato anche nel discorso ecologico internazionale come principio che integra riduzione, riuso e riciclo, aggiungendo a questi il valore del rispetto. 

Il testo offre spunti preziosi per riflettere criticamente sulle società contemporanee del consumo. L’economia globale degli ultimi decenni si è infatti strutturata attorno a modelli produttivi fondati sull’obsolescenza accelerata degli oggetti e sull’espansione incessante dei cicli di consumo. In questo scenario, il principio del mottainai si profila come una sorta di contro-narrazione culturale rispetto alla logica dell’usa-e-getta: una forma discreta ma tenace di resistenza simbolica alla mentalità che accompagna la modernità industriale.

Un possibile cammino per il futuro

Così, mottainai può essere letto anche come la mappa di un possibile cammino: un insieme di gesti e di saperi che, riemersi dal passato, abbozzano oggi la trama di un progetto per il futuro. In un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dal crescente dibattito sulla sostenibilità, la sensibilità racchiusa in mottainai invita, infatti, a ripensare con maggiore consapevolezza il rapporto tra produzione, uso e durata degli oggetti.


Nel nuovo millennio il concetto subisce una risignificazione:
dai valori rappresentati dagli oggetti al valore come categoria morale.


Tuttavia, Marangoni osserva che ridurre mottainai a un semplice slogan ambientalista significherebbe impoverirne profondamente il significato: esso è, prima di tutto, un modo di percepire il mondo. La riduzione dello spreco non può essere interpretata soltanto come una questione tecnica o economica, ma deve essere compresa nella sua dimensione culturale più ampia. Le pratiche di consumo, infatti, non nascono mai nel vuoto: affondano sempre le radici in sistemi di valori, in visioni del mondo e in rappresentazioni simboliche che definiscono il significato sociale degli oggetti.

Mottainai come categoria filosofica

Letto in questa prospettiva, mottainai diventa una forma di ontologia implicita della materia e della responsabilità, che avvicina la sensibilità giapponese a interrogativi condivisi anche dalla riflessione filosofica e culturale occidentale. 

Il principale merito del testo sta proprio nell’aver presentato mottainai non come una semplice curiosità culturale o un termine esotico, ma come una vera e propria categoria filosofica, capace di dialogare anche con alcune delle questioni più centrali del pensiero contemporaneo: il rapporto tra essere umano e natura, l’etica del consumo, la dimensione simbolica degli oggetti e l’estetica dell’impermanenza. Propone una riflessione ampia e stratificata sulla cultura materiale, rivelando una visione complessa del rapporto tra società, oggetti e ambiente. 

Un modello alternativo di relazione. Verso un patrimonio condiviso

Mottainai è molto più di un tratto culturale specifico, si delinea come un modello alternativo di relazione con il mondo delle cose, fondato su un’etica dell’attenzione e della responsabilità e potrebbe diventare una chiave interpretativa attraverso cui interrogare criticamente le forme contemporanee della modernità. Un invito di respiro universale a vivere con maggiore consapevolezza e gratitudine verso ciò che esiste, che ha cominciato a varcare i propri confini culturali e a risuonare come un patrimonio condiviso, con il potenziale di diventare una sensibilità diffusa che attraversa il mondo.


Mottainai diventa così patrimonio comune, un movimento mondiale.


Mottainai è una parola-mondo, come afferma l’autrice. È un’espressione linguistica, un’etica quotidiana dalle radici antiche, un prisma attraverso cui si rifrange una responsabilità collettiva. 

In essa si rende visibile la sensibilità culturale del Paese che l’ha generata, ma al tempo stesso si intravede una direzione possibile, un cammino disseminato di pratiche virtuose che potrebbe condurci — se non alla salvezza — almeno verso forme di vita più attente e sostenibili.

In fondo, mottainai suggerisce una verità sorprendentemente semplice: quando impariamo a non sprecare le cose, forse stiamo anche imparando a non sprecare il tempo, l’attenzione e, in ultima istanza, la vita stessa.

 


NOTE:

[1] Un esempio vivido per chi scrive è rappresentato dal Chasen-kuyō, la commemorazione per i frullini di bambù (chasen), utensili indispensabili per la corretta preparazione del tè verde giapponese matcha, utilizzati nella cerimonia del tè.

[2] Wabi-sabi è un concetto estetico che celebra la bellezza nelle cose imperfette, incomplete e temporanee. Deriva dalla fusione dei due termini wabi (semplicità rustica, modestia, autosufficienza) e sabi (bellezza che emerge con il passare del tempo, come la patina su un oggetto antico o i segni dell'usura che raccontano una storia). Rappresenta l’austera bellezza, discreta, che esiste nella modestia. Mono no aware è una sensibilità emotiva, spesso descritta come una dolce malinconia per la natura transitoria della vita, un gentile dolore che si prova di fronte alla fugacità dell’esistenza. 


Estetica del cringe - Sanremo 2026

Note sul caso studio del 76° Festival di Sanremo (2026)

C’è una soglia, all’interno del dispositivo spettacolo (Debord 1967) contemporaneo, superata la quale l’emozione per la condivisione di un momento lascia spazio ad un imbarazzo condiviso. È la soglia del cringe: un’esperienza estetica non riducibile al semplice “cattivo gusto”, ma piuttosto ad una frizione tra intenzione e ricezione, tra autenticità performativa e artificiosità manifesta. Il cringe non è soltanto qualcosa verso cui si prova vergogna, ma è un momento in cui il pubblico avverte uno scarto tra sé stesso e lo spettacolo a cui assiste, in un fenomeno di “super-esposizione” dello stesso.

Il Festival di Sanremo 2026, andato in scena come di consueto al Teatro Ariston, si offre come l’occasione adatta per interrogare questa categoria. Non perché quest’ultima edizione sia stata più (o meno) imbarazzante di altre; bensì, in quanto rende ben visibile il funzionamento di questo dispositivo spettacolare nell’epoca delle meta-narrazioni veicolate dai social. Basti pensare al ritorno in voga del meme, ormai icastico, preso in prestito dalla serie televisiva Boris – ovvero: «Un paese di  musichette, mentre fuori c’è la morte». In questo senso, lo scarto tra prodotto spettacolare e realtà: ovvero, tra il palcoscenico e la meta-narrazione dello stesso, e poi il mondo reale, è evidente.

In un senso generale, il cringe è un’emozione riflessiva: non si tratta dell’imbarazzo diretto di chi sbaglia, bensì di quello esperito da chi assiste allo sbaglio, o lo percepisce come tale. Da questo punto di vista, il cringe segnala il superamento evidente di una soglia normativa: qualcosa appare “troppo” agli occhi – e alle orecchie – dello spettatore. Inoltre, una delle specificità del cringe è nella consapevolezza del dispositivo in atto: lo spettatore sa che sta assistendo ad una “messa in scena” e, anzi, percepisce distintamente il tentativo di occultare tale artificiosità. In effetti, il cringe emerge proprio nel momento in cui l’artificiosità della performance si fa evidente nella sua forzatura: troppo sentimentale, troppo empatica, oppure troppo forzatamente giovanilistica, etc. In questo senso, il cringe non è del tutto scollegato dal kitsch: anche se, in effetti, quest’ultimo può anche avere risvolti di autenticità – come nel caso del camp (Sontag 1964); viceversa, il cringe è sempre privo d’ingenuità, attivandosi proprio in virtù di questa sua “performatività smascherata”. 

Il Festival di Sanremo rappresenta, pertanto, l’occasione per vedere all’opera questa categoria del cringe. Infatti, Sanremo è, per eminenza, il rito mediatico italiano maggiormente condiviso, senza distinzioni sociali. In effetti, già Pasolini notava che il successo del Festival fosse trasversale (Pasolini 1969). Tutti, durante la settimana sanremese, si omologano alla temporalità rituale imposta: alla sua strutturazione in cinque serate consecutive, alle eliminazioni, alla serata delle cover, alla serata finale.

La 76° edizione del Festival non ha portato significative variazioni a questa tradizione, oramai consolidata: alla presentazione delle canzoni in gara è seguita l’alternanza dei cosiddetti “big” e delle loro esibizioni, con l’orchestra in primo piano. In effetti, la solita “auto-narrazione” dell’evento come percorso di celebrazione della canzone italiana, e della musica tout court, ha segnato un primo livello di cringe. Inoltre, l’equilibrio tra spontaneità e scrittura televisiva è fin da subito risultato instabile: il susseguirsi di gag programmate per diventare virali, e messe in scena con tempi comici cronometrati al secondo, infatti, ha dato l’impressione trasparente di una “performatività forzata” – generando una diffusa sensazione cringe. Anche la scelta delle inquadrature, spesso in primo piano, eccessivamente  ravvicinate ed evidentemente alla ricerca di un legame empatico con il pubblico televisivo, in realtà, ottiene l’effetto di una reazione di cringe da parte dello stesso. Forse, da questo punto di vista, è stato emblematico l’impiego dell’AI nella realizzazione di un breve sketch, in cui, sulle note di Papaveri e papere di Nilla Pizzi, è stata mandata in onda la versione “deformata” del pubblico, dall’aspetto come papera. In generale, l’alternarsi tra i momenti celebrativi e maggiormente seriosi della competizione canora, ai momenti invece più leggeri e sdrammatizzanti della comicità, ha infatti generato un “effetto cringe” quasi totalizzante. Infine, l’impressione che gli intermezzi siano funzionale alla competizione (o viceversa) produce lo “straniamento” necessario a smascherare l’artificiosità di entrambi, appunto, generando una reazione “cringiata” ed inversamente proporzionale a tale forma di spaesamento.

Merita una menzione a parte l’introduzione delle tematiche di “senso civico”, esplicitamente rivolte alla sensibilizzazione: pacifismo, democrazia, violenza di genere. In questo caso, il cringe non si attiva per una variazione forzata dal piano normativo, quanto piuttosto per una sorta di “eccesso di buone intenzioni” che rende evidenti le finalità “moralizzatrici” del medium. Nel “vortice catatonico”, il telespettatore percepisce la pretestuosità del tentativo. Inoltre, essendo ormai assuefatto alla retorica della mediocrità (Eco 1961)  e alla pedagogia televisiva delle pubblicità progresso, l’effetto di cringe a cui è sottoposto il telespettatore produce un risvolto “neutralizzante”. Anche la serata delle cover è interessantissima dal punto di vista del cringe, dal momento che la sua modalità tipica, cioè il revival, è considerabile un’evidente operazione posticcia di “memoria esibita”. Infatti, i rischi evidenti di una esasperata teatralità, oppure di coinvolgimento minimo, raramente vengono disattesi. Inoltre, il salto temporale che viene necessariamente a crearsi tra generazioni diverse – spesso messe forzatamente in dialogo tra loro – costituisce un’evidente occasione di manifestazione del cringe.

Dulcis in fundo, la serata finale rappresenta, in sé stessa e nel proprio potenziale di culmine catartico del rito, un autentico momento di catalizzazione per la categoria estetica del cringe. In questo senso, parafrasando lo Hegel jenese, è possibile intravedere nell’entrata fortemente esasperata di uno degli ospiti di punta, cioè il tenore Andrea Boccelli, a cavallo di un bianco destriero, la manifestazione dello Zeitgeist del nostro tempo, e dalla “super-esposizione” che lo caratterizza – alla pari del celebre Napoleone “spirito del mondo a cavallo” di hegeliana memoria. In questa immagine, infatti, possiamo trovare un argomento a sostegno della proposta di una possibile “estetica del cringe” in un’epoca così medializzata come la nostra: in cui il disagio, quindi, non è più incidentale, ma una forma strutturata del modo attuale di rappresentare la realtà. Il fenomeno del cringe, in questo senso, non è una variabile casuale, ma il sintomo di questa specifica tipologia di spettacolarizzazione.

 


 

Riferimenti bibliografici

Debord, G., La société du spectacle, Buchet-Chastel, Paris 1967.

Eco, U., Fenomenologia di Mike Buongiorno, 1961; in: Id., Diario minimo, Bompiani, Milano 2017, pp. 29-34

Pasolini, P.P., San Remo: povere idiozie: in “Tempo” n.7, 15.02.1969; ora in: Id., Il Caos, Garzanti, Milano 2015, pp. 126-127.

Sontag, S., Notes on “Camp”, 1964, in: Id., in Against Interpretation and Other Essays, New York, Farrar, Straus & Giroux, 1966.

Treccani, Cringe, in: “Vocabolario Treccani/Neologismi. Istituto della Enciclopedia Italiana”, 2017 – disponibile al link: https://www.treccani.it/vocabolario/cringe_(Neologismi)/ .


Follow: Richiesta e Approvazione

Questo è il quarto[1] di una serie di articoli dedicati al tema delle comunità sociali digitali.

Qui ragioneremo sulle meccaniche della Richiesta e della Approvazione, con l’intento di avvicinarci sempre di più a comprendere che posizione ricopra la Soddisfazione dell’utente nelle comunità sociali digitali.

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Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

Buona lettura.

 


 

Instagram: Richiesta e Approvazione di poter seguire

Analizziamo un caso particolare:

la piattaforma Instagram prevede una propria specifica meccanica della richiesta di connessione. Questa forma della Richiesta è disponibile solo per il profilo utente che si sia impostato come “privato”.

Instagram permette a questo genere di profilo di limitare la visibilità dei propri contenuti pubblicati, e di renderli fruibili esclusivamente a quegli utenti che esso approva poter entrare tra i propri follower.

Questa meccanica della richiesta prevede che, chi voglia vedere i contenuti privati, invii al profilo privato una richiesta di poter entrare nella cerchia dei suoi follower.

Perché vada a buon fine questa richiesta, essa dovrà essere manualmente approvata dal ricevente (il profilo privato). Solo allora verrà fornita al richiedente la connessione per diventare follower e, con essa, i relativi privilegi di accesso all’informazione che ne derivano.

In questo caso specifico, l’instaurazione di una connessione unidirezionale di follow diventa essa stessa un oggetto di privilegio, in quanto attivabile attraverso una meccanica esplicita di approvazione. Per la sua configurazione strutturata in esplicite azioni di richiesta prima, e di approvazione-diniego poi, possiamo definire questa forma della Approvazione come di “approvazione forte[2].

Va inoltre specificato che, anche se nominalmente trattasi di una “Richiesta”, questa di Instagram non prevede vincolo di reciprocità, come avviene invece per la meccanica della richiesta di amicizia di Facebook[3].

Se inserita nel contesto di un contratto sociale digitale strutturato sulla meccanica del Follow[4], la Richiesta non pone vincoli di reciprocità.

In altre parole, il ricevente non è obbligato a corrispondere un proprio follow (pratica del “follow back[5]) al proprio richiedente, come avviene invece nella meccanica dell’amicizia di Facebook.

Però, in cambio di questo potere di limitare e approvare, la meccanica generale e specifica della Richiesta su Instagram, impone la quasi totale rinuncia alla visibilità pubblica[6] da parte di chi vuole “privarsi” all’altro.

L’utente di un profilo privato viene dunque obbligatoriamente coinvolto in due direzioni della limitazione, una in suo potere, rivolta verso l'esterno, che abbiamo appena visto, e una passiva e obbligata, rivolta verso sé stesso.

Qualora infatti il profilo privato pubblicasse contenuti, questi non verrebbero veicolati, “consigliati” dall’algoritmo. Negli effetti, i Post non comparirebbero nei risultati delle ricerche pubbliche o nella sezione "Esplora" per chi non è suo follower[7]. E ancora, i suoi contenuti, comprese le Story, non potranno essere ricondivisi dai propri follower, anche quando essi vi siano citati (= taggati).

L’approvazione forte, la limitazione e il desiderio

L’approvazione forte su Instagram è una forma ufficiale di potere esplicito, strutturalmente e bidirezionalmente vincolato alla limitazione: richiede una limitazione, una rinuncia, per ottenere il privilegio di limitare e negare la propria visibilità all’altro.

La piattaforma permette all’utente che ha privato (limitato) il proprio profilo, di ottenere il potere esplicito della Approvazione nella forma della concessione di connessione agli altri. Glielo permette al costo di un obbligo meccanico di rinuncia alla propria visibilità[8].

L’approvazione forte, può così anch’essa giocare un proprio peso specifico sul piano delle dinamiche del prestigio sociale digitale: essa non è solo una risposta positiva alla “richiesta di poter vedere”, ma è anche al contempo, per il richiedente, una forma di richiesta esplicita di concessione di privilegio di poter ambire a diventare follower di qualcuno.

La privazione è una condizione integrabile nella strategia del prestigio sociale, già da ben prima dell’avvento delle piattaforme sociali digitali.

La privazione è un dispositivo culturale che crea distanza, distanza che a propria volta può suscitare il desiderio di raggiungibilità di qualcosa da cui siamo esclusi.

La ricerca della soddisfazione di un desiderio è un motore sociale anche qui presente.

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Nel prossimo articolo inizieremo la discesa verso le dinamiche del prestigio sociale digitale.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo e al terzo articolo.

[2] Per “forte” intendo che è obbligata e azionata esplicitamente perché abbia effetto. Per meglio comprenderci: chi decide di richiedere di poter essere follower, sa che chi riceve la sua richiesta dovrà manualmente approvarla. In questo senso l’approvazione è di tipo “forte”.

[3] Ne abbiamo parlato nel primo articolo, Supra, nota 1.

[4] La meccanica del Follow, quando è alle fondamenta di una comunità sociale digitale, svincola il contratto sociale digitale da ogni forma di reciprocità. Ne abbiamo parlato nel secondo articolo, Supra, nota 1.

[5] Della pratica del follow back, ne abbiamo parlato nel secondo articolo, Supra, nota 1.

[6] Le sole meccaniche di visibilità pubblica che rimangono attive per un profilo privato sono quelle 1) della comparsa del proprio profilo tra i “profili suggeriti” di chi è a pochi gradi di separazione da esso, e 2) della rintracciabilità attraverso il motore di ricerca interno alla piattaforma.

[7] Anche nel caso in cui l’utente utilizzasse gli hashtag, ossia parole o frasi precedute dal simbolo “#”. Queste funzionano come etichette tematiche, essenziali per categorizzare i post, le storie e i Reel, rendendoli facilmente rintracciabili dagli utenti interessati a un argomento specifico.

[8] Notino i lettori che questa meccanica della privatizzazione di un profilo trova le proprie fondamenta legali nel campo della tutela della privacy (si vedano i Riferimenti bibliografici).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Impostazioni sulla privacy e informazioni di Instagram: https://help.instagram.com/196883487377501/?helpref=hc_fnav&locale=it_IT


Ius affectus: il diritto di sentirsi parte

CITTADINANZA AFFETTIVA: APPARTENENZA, DIRITTI E INTIMITÀ POLITICA

Nel dibattito pubblico contemporaneo, la cittadinanza è spesso ridotta a una questione formale: un documento, uno status giuridico, un insieme di diritti e doveri riconosciuti dallo Stato. Eppure, questi aspetti sono insufficienti a cogliere la complessità delle esperienze concrete di appartenenza. Essere cittadini non significa “avere” una cittadinanza (come status), ma sentirsi parte di una comunità, essere riconosciuti, partecipare emotivamente alla vita collettiva.

La cittadinanza, in questa prospettiva, non è solo una condizione amministrativa, ma una pratica quotidiana che intreccia dimensioni giuridiche, relazionali e affettive. È in questo spazio ibrido tra pubblico e privato che si colloca il concetto di cittadinanza affettiva.

OLTRE LO STATUS: LA CITTADINANZA COME APPARTENENZA VISSUTA

La cittadinanza può essere distinta, in modo analitico, tra una dimensione formale e una dimensione vissuta. Da un lato, vi sono le regole giuridiche che, facendo coincidere la cittadinanza con la nazionalità, stabiliscono se si è o non si è cittadini; dall’altro, vi è l’esperienza concreta dell’appartenenza, costruita attraverso relazioni, riconoscimento e affetti che diamo e riceviamo.

Queste due dimensioni non coincidono necessariamente e, anzi, sono fonte di molte frizioni e contrasti. È possibile essere cittadini sul piano giuridico ma rimanere esclusi sul piano concreto, così come è possibile non avere uno status formale e tuttavia essere riconosciuti come membri legittimi di una comunità. La cittadinanza, in questo senso, è un processo dinamico, continuamente negoziato nelle interazioni quotidiane.

Questa dimensione della cittadinanza, che possiamo chiamare cittadinanza affettiva (Lampredi, 2024), cittadinanza intima (Plummer, 2003) o in molti altri modi, mette in luce proprio questo livello “sommerso” dell’appartenenza: i legami emotivi, le responsabilità reciproche, le forme di cura e di solidarietà che rendono possibile il sentirsi parte di un “noi”. Appartenere, dunque, non è solo una questione di diritti riconosciuti, ma di relazioni vissute, di fiducia, di prossimità e di coinvolgimento.

IUS AFFECTUS: OLTRE IL DIBATTITO TRA IUS SANGUINIS, IUS SOLI E IUS SCHOLAE

Nel contesto italiano ed europeo, il dibattito sulla cittadinanza si è spesso concentrato su criteri giuridici alternativi allo ius sanguinis, come lo ius soli e lo ius scholae. Queste proposte mirano ad ampliare l’accesso formale alla cittadinanza, riconoscendo in particolare il radicamento territoriale e formativo delle persone. Ottenere la cittadinanza formale resta un passaggio fondamentale per garantire diritti e protezioni istituzionali, ma da sola non assicura inclusione e riconoscimento.

La cittadinanza affettiva, o ius affectus, è un aspetto imprescindibile, poiché l’inclusione e il benessere sociale non si esauriscono nel mero possesso di uno status, ma richiedono un lavoro continuo di cura e di coltivazione dei legami. Senza la promozione attiva delle qualità emotive delle relazioni, anche le riforme più avanzate e progressiste rischiano di restare vuote.

CITTADINANZA E CURA: I DIRITTI NASCONO DAL BASSO

Un elemento centrale della cittadinanza affettiva è il ruolo della cura come pratica politica. Prendersi cura degli altri, soprattutto di chi è escluso o marginalizzato, non è solo un gesto morale, ma un atto capace di ridefinire diritti e responsabilità. Gli atti di cura possono configurarsi come veri e propri atti di cittadinanza (Isin e Nielsen, 2008), capaci di trasformare i confini dell’inclusione. Attraverso il coinvolgimento concreto, si producono nuove forme di appartenenza e diversi modi di intendere il “noi”. Queste pratiche mostrano come la cittadinanza non sia solo concessa dall’alto, ma anche costruita dal basso. La solidarietà, l’ospitalità e l’impegno civico quotidiano generano spazi di riconoscimento che spesso anticipano o sfidano le norme istituzionali.

INTIMITÀ POLITICA: LA CITTADINANZA COME ESPERIENZA PERSONALE

Il concetto di cittadinanza affettiva si pone in dialogo con l’idea di “intimate citizenship” elaborata da Ken Plummer (2003), che mette in luce il modo in cui decisioni e relazioni intime diventano oggetto di dibattito pubblico e di regolazione politica.

Scelte apparentemente private, che riguardano la sessualità, il corpo, la famiglia, il fine vita, la spiritualità e l’educazione, assumono una rilevanza politica quando entrano in conflitto con norme, confini e gerarchie sociali. In questa prospettiva, partecipare alla vita pubblica significa anche esporsi emotivamente, mettere in gioco la propria biografia, intrecciare la propria storia con quella degli altri. Le emozioni, lungi dall’essere un residuo privato, diventano risorse fondamentali per la costruzione di solidarietà, conflitto e cambiamento sociale.

CONCLUSIONE: LA CITTADINANZA VISSUTA

La cittadinanza affettiva, o ius affectus, invita a superare una visione riduttiva della cittadinanza come status formale. Essa restituisce alla cittadinanza la sua natura relazionale, conflittuale e intimamente vissuta. Essere cittadini significa non solo godere di diritti, ma partecipare emotivamente alla costruzione di una comunità, assumersi responsabilità, prendersi cura degli altri. Anche quando entra in dialogo con lo ius soli e lo ius scholae, questa prospettiva mostra che l’inclusione non è mai solo una questione giuridica, ma anche intima e affettiva. E, in sintonia con l’idea di cittadinanza intima, rivela come le questioni pubbliche attraversino le vite personali, trasformando l’esperienza privata in spazio politico. La cittadinanza, in definitiva, non è solo qualcosa che si possiede. È qualcosa che si pratica, si sente e si costruisce ogni giorno, nelle relazioni che rendono possibile abitare insieme il mondo.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Isin, E. F., & Nielsen, G. M. (a cura di). (2008). Acts of citizenship. Bloomsbury Publishing.

Lampredi, G. (2024). La cittadinanza affettiva. Attivismo, cura, solidarietà. Orthotes Editrice.

Plummer, K. (2003). Intimate citizenship: Private decisions and public dialogues. University of Washington Press.