La grande famiglia degli PFAS. Una lotta contro l’invisibilità del pericolo
Quanto ci si può sentire al sicuro nell'utilizzare oggetti come le padelle antiaderenti o tessuti impermeabili? Saper riconoscere un eventuale pericolo è fondamentale per poter diminuire l'esposizione al rischio e fare scelte più consapevoli.
Esistono veleni invisibili con i quali ciascun essere vivente è entrato in contatto e continua a convivere: i PFAS.
I PFAS (acronimo di Per- and polyfluoroalkyl substances) sono composti organici caratterizzati dal legame tra carbonio e fluoro, uno dei legami singoli più forti di tutta la chimica organica. Possono persistere nell'ambiente fino migliaia di anni senza subire degradazioni significative, caratteristica che li ha resi anche noti come forever chemicals. Sono stati gli studi e le cause sul PFOA (PerfluoroOctanoic Acid) ad attirare l'attenzione pubblica sulla tossicità dell'intera famiglia dei PFAS. La storia del PFOA si è intrecciata con quella del Teflon, un materiale plastico noto per la sua antiaderenza e resistenza al calore, e merita di essere raccontata perché mostra come una produzione scientifica influenzi la società e come allo stesso tempo si adegui alle sue esigenze poiché i modi in cui viene utilizzato cambiano a seconda dei periodi storici che attraversa.
Teflon e PFOA: una cosa sola
In questa storia la sorpresa non sta nel finale ma nel momento iniziale perché tutto comincia con un evento inaspettato. La scoperta del Teflon è avvenuta nel 1938 ad opera di Roy Plunkett, chimico dell'azienda statunitense DuPont, che nel tentativo di creare un nuovo refrigerante, aveva notato che in una delle bombole utilizzate il TFE (tetrafluoroethylene) si era polimerizzato formando un solido bianco e ceroso, il Teflon (PTFE). Siccome produrlo era molto difficile, era necessario un composto che potesse rendere chimicamente gestibile la sua produzione a livello industriale. Il PFOA è nato per questo scopo, e a differenza del Teflon, la sua origine è stata intenzionale. Poiché la guerra piegava l'industria dei paesi ai suoi scopi, il primo campo in cui il Teflon è apparso è stato quello militare durante la Seconda Guerra Mondiale perché la sua idrorepellenza lo rendeva ideale come rivestimento dei carri armati; inoltre è stato un protagonista silenzioso del Progetto Manhattan in quanto unico materiale resistente al potere corrosivo dell'uranio. Con la fine della guerra la funzione bellica non rappresentava più la prerogativa industriale del Paese, così le aziende potevano riconvertire i propri prodotti ad uso civile. Nel 1945 il Teflon è stato ufficialmente commercializzato; prima di allora era un materiale segreto. La sua duttilità lo rendeva facilmente adattabile a diversi settori, così è entrato nell'industria chimica come rivestimento di tubazioni, guarnizioni e valvole, in quella elettrica come componente dielettrico e isolante, in quella meccanica come materiale di scorrimento e in quella tessile come elemento impermeabile. Durante la Guerra Fredda il Teflon ha fatto il suo ingresso anche nel campo aerospaziale che in quel momento si trovava in forte espansione, infatti, per via della sua forte tenuta e resistenza estrema al calore si è rivelato un elemento fondamentale per il Programma Apollo della NASA. Sempre in questo periodo, con l'espansione dei beni di consumo, il Teflon è diventato un marchio globale che rappresenta una grande varietà di elettrodomestici e prodotti per la casa e di cucina, primo su tutti la padella antiaderente, di conseguenza è entrato irrimediabilmente nelle case dei cittadini. Da quel momento il Teflon ha iniziato a diffondersi ovunque e il PFOA con esso.
Il caso Tennant e la class action
Ѐ stato l'avvocato statunitense Robert Billott nel 1999 ad intentare una causa federale contro la DuPont in seguito alla richiesta di aiuto di un allevatore del Virginia Occidentale, Wilbur Tennant, che aveva riscontrato tumori, malformazioni e morti del suo bestiame riconducibili alle acque del fiume Ohio da cui i suoi animali si abbeveravano e in cui - si è dimostrato in seguito - la DuPont scaricava centinaia di tonnellate di PFOA, inquinando le falde acquifere dell'area. Le informazioni riguardo la tossicità del PFOA sono emerse grazie alla tenacia di Billott che lo aveva spinto a indagare su questo composto sconosciuto arrivando a scoprire gli esperimenti interni della DuPont su uomini e animali che mostravano non solo che il PFOA era tossico, ma soprattutto che l'azienda era consapevole di questo e, nonostante ciò, aveva continuato a produrlo e scaricarlo per decenni mantenendo questa informazione segreta. Ben presto la causa si è trasformata in un'azione legale collettiva da parte degli abitanti della zona contro il colosso americano in cui nel 2004 si è ottenuta la creazione di un comitato scientifico autonomo che, attraverso un monitoraggio medico, avrebbe dovuto verificare la correlazione tra PFOA e l'insorgenza di malattie negli abitanti delle aree attorno al fiume Ohio. Sono stati necessari sette anni per ottenere i risultati che nel 2012 hanno sancito un collegamento diretto tra esposizione al PFOA e sei malattie gravi, quali cancro ai reni, cancro ai testicoli, malattie tiroidee, preeclampsia, ipercolesterolemia e coliti ulcerose e che hanno obbligato la DuPont a 3535 cause civili con un risarcimento totale di 670 milioni di dollari[1].
Il caso italiano
Una vicenda triste e complessa, ma che rischia di essere sottovalutata se si considera conclusa e lontana dall’Italia. Infatti, l’azienda veneta Miteni ha prodotto fin dal 1965 acidi carbossilici perfluorurati per impermeabilizzare i tessuti e ha continuato fino al 2013, nonostante fosse consapevole del conseguente inquinamento della falda acquifera dell’area. In seguito allo “Studio di valutazione del rischio ambientale e sanitario associato alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani” avviato due anni prima dall’IRSA-CNR (Istituto di Ricerca Sulle Acque - Consiglio Nazionale delle Ricerche), si è scoperto che il Veneto ha ospitato la più grande contaminazione da PFAS conosciuta al mondo, coinvolgendo ben 350 mila persone in 30 comuni delle province di Vicenza, Padova e Verona. Ancora nel 2018 sono stati trovati nelle falde acquifere adiacenti all’azienda composti PFAS di nuova generazione che hanno costretto Miteni a bloccare gran parte degli impianti, fallendo definitivamente proprio nel 2018. «Stiamo parlando di sostanze chimiche che non si fermano davanti ai confini nazionali. Anche se decidiamo di non produrle più negli Stati Uniti, le produrranno da qualche altra parte. Una volta immessi nell’ambiente, i PFAS si spostano per lunghe distanze, basti pensare che li ritroviamo anche nella pioggia. Vanno assolutamente evitate le argomentazioni oggi utilizzate dalle autorità governative, ovvero il regolamentare i PFAS a livello nazionale e non globale, perché in questo modo l’azienda non farebbe altro che spostarsi, con le temute conseguenze sull’economia di cui abbiamo già parlato. È necessario, invece, far capire che i PFAS non devono essere prodotti da nessuna parte. […]» sono state le parole dell’avvocato Billott, intervistato dalla rivista RADAR Magazine a maggio 2023, in occasione del suo viaggio in Italia per incontrare le comunità venete afflitte dalla contaminazione [2].
Regolamentazione e situazione attuale
Nel 2006 l’EPA (Environmental Protection Agency), assieme ad otto aziende che utilizzavano regolarmente PFOA, ha avviato uno speciale programma con l’obiettivo di ridurre i livelli di emissioni e i prodotti contenenti questa sostanza del 95% entro il 2010 e di eliminarli completamente entro il 2015. Stando ai dati e alle dichiarazioni delle aziende, l’obiettivo è stato raggiunto. Per quanto riguarda l’Europa, nel 2020 l’EFSA (European Food Safety Authority) ha stabilito una nuova soglia di sicurezza per i PFAS negli alimenti di 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso alla settimana. Nel 2022 la Commissione europea ha raccomandato agli Stati membri di monitorare la presenza di PFAS negli alimenti dal 2022 al 2025 e l’anno successivo è stato creato il “Gruppo di iniziativa su PFAS” dall’EFSA e diversi Stati membri. Dal 2013/15 le principali aziende produttrici di tutto il mondo hanno eliminato il PFOA dai loro processi produttivi. Pertanto, le padelle antiaderenti moderne sono "PFOA-free". Il Teflon risulta sicuro per cucinare fino a 260°C, oltre questa temperatura il rivestimento inizia a degradarsi.
Nell’ultimo decennio l’industria chimica ha tentato di risolvere il problema sostituendo i PFAS a catena lunga (PFOA e PFOS, i cosiddetti C8) con i loro equivalenti a catena corta (come GenX e C4), presentati come più sicuri in quanto meno bioaccumulabili nel fegato e nel sangue umano. Tuttavia, ricerche scientifiche hanno accertato la loro elevata tossicità.
Ma come stanno le cose oggi?
A marzo 2026 sono arrivate le conclusioni della valutazione preliminare sulla proposta di restrizione universale di PFAS da parte del RAC (Risk Assessment Committee) dell’ECHA (European Chemicals Agency ), avanzata nel 2023 congiuntamente da Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia e Svezia: i PFAS pongono seri rischi per la salute e l’ambiente in virtù della persistenza ambientale delle loro molecole; dunque un divieto totale con periodo transitorio di 18 mesi ridurrebbe le emissioni del 96% nei trent’anni successivi. Il SEAC (Committee for Socio-economic Analysis) condivide l’analisi del rischio e riconosce il divieto totale come la misura più efficace; tuttavia, conclude che questo non sia vantaggioso sul piano socioeconomico in quanto diversi settori non posseggono ancora alternative tecnicamente ed economicamente praticabili. La soluzione proposta dal SEAC è quella di un divieto con deroghe mirate, limitate nel tempo (sei anni e mezzo o tredici anni e mezzo) e concesse solo laddove i costi sociali superino i benefici del divieto immediato. Alla Commissione europea spetta il regolamento finale.
Resta evidente l’urgenza che la situazione richiede: si stima che i PFAS siano potenzialmente presenti nel sangue di ogni essere vivente del pianeta, incluso il 99% degli esseri umani. E Robert Bilott conosce la portata delle conseguenze meglio di chiunque altro, rammenta infatti la sua forte preoccupazione circa il giudizio delle generazioni future: «Probabilmente si chiederanno perché ci abbiamo messo così tanto tempo ad aprire gli occhi, vedere ciò che avevamo davanti, capire di cosa si trattasse e prendere dei provvedimenti. Quando l’intera vicenda dei PFAS sarà storia, l’umanità avrà capito che certe cose non possano più accadere. È a loro, all’umanità del futuro, che dico: abbiate fiducia nei vostri mezzi e non fatevi confondere o distrarre da coloro che hanno come unico interesse il profitto»[3].
Le sue parole dovrebbero suonare unicamente come monito a cui fare affidamento.
NOTE:
[1] L’intera vicenda è raccontata nel dettaglio nel film “Cattive acque” di Todd Haynes, 2019.
[2] https://www.radarmagazine.net/robert-bilott-intervista-pfas/.
[3] Si veda nota 2.
Fossil fuel Treaty: un’idea whose time has come
A settembre 2020 alla Climate Week di New York venne ufficialmente lanciata un’iniziativa di cui si poteva dire già allora, ma soprattutto oggi, che è un’idea il cui tempo è arrivato.
È l’iniziativa per un Trattato internazionale vincolante di Non-Proliferazione dei combustibili fossili, o Fossil fuel Treaty. Modellato sul Trattato di Non-Proliferazione delle armi nucleari entrato in vigore nel 1970, il Treaty si fonda su un’equazione molto semplice: le fonti fossili sono le armi di distruzione di massa della nostra era. In altre parole, l’incubo fossile come potenziale distruttivo equivale all’incubo nucleare.
Il Treaty poggia su tre pilastri: i) non-proliferazione, ovvero stop immediato all’espansione dell’industria fossile (l’esatto contrario del drill, baby, drill trumpiano, per intendersi) ii) eliminazione graduale della produzione esistente (il famoso phase-out) iii) giusta transizione, da conseguire in particolare accelerando l’adozione delle rinnovabili e la diversificazione economica, per non lasciare nessuno indietro in particolare nei Paesi fortemente dipendenti dall’estrazione di fonti fossili.
Il Treaty è rivolto ovviamente agli Stati e sono già quasi una ventina quelli che hanno dato il loro sostegno formale, fra i quali Cambogia, Colombia e Pakistan. Nessuno, ancora, dall’Europa. Ma per fare pressione sui governi, il Treaty ha dato fin da subito a varie categorie di stakeholder la possibilità di sostenerlo e negli anni ha raccolto il supporto di sostenitori a dir poco illustri. Su tutti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Parlamento europeo e di fatto il Vaticano attraverso il Movimento Laudato Si’, che dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco nel 2015 («Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti (..) deve essere sostituita progressivamente e senza indugio», par. 165) ha guidato centinaia di organizzazioni cattoliche in tutto il mondo a fare fossil fuel divestment, cioè a disinvestire dalle società dell’industria fossile.
Aderiscono al Treaty città e governi regionali (circa 200, fra cui numerose capitali anche in Europa), la società civile, scienziati e accademici, istituzioni religiose, quasi mille parlamentari da tutto il mondo, istituzioni medico-sanitarie, artisti di fama internazionale, oltre 1 milione di individui su base personale.
In Italia sono quattro le città italiane aderenti, in ordine cronologico di adesione si tratta di Torino (ha aderito nel 2022, il 12 dicembre, anniversario della sigla dell’Accordo di Parigi), Pontassieve, Roma (nel 2023), Firenze (ad aprile 2026). Qualche decina le associazioni della società civile e gli enti religiosi. Poco più di una ventina i parlamentari, fra quelli che siedono nel Parlamento italiano e quelli di stanza in Europa.
C’è anche un business case dell’adesione al Treaty. Perché da circa tre anni le adesioni sono state aperte al mondo del business. Ovviamente con criteri particolarmente stringenti, per evitare il rischio di greenwashing. In questi tre anni hanno aderito una settantina di imprese nel mondo, molte dal settore finanziario. Ha fatto scalpore l'adesione della prima grande azienda mineraria, l'australiana Fortescue, che ha dimostrato che anche aziende dall'impatto ambientale molto rilevante possono impegnarsi credibilmente ad abbandonare le fossili. In Italia l'unica ad aderire per il momento è Banca Etica. Ed è significativo che, come Banca Etica, abbiano aderito al Treaty molte banche etiche della rete GABV-Global Alliance for Banking on Values. In particolare Triodos Bank, che a fine 2023 è diventata la prima banca al mondo ad aderire al Trattato di Non-Proliferazione dei combustibili fossili.
Il business case è legato naturalmente alla dimensione reputazionale. Che non è poco. Anzi, è oro colato. Specie in un'epoca in cui da una parte rating e standard di sostenibilità sono sempre più under scrutiny (nessuno si fida più di nessuno, per dirla terra terra), dall'altra gli impatti della crisi climatica si fanno più severi e frequenti, come l’estate 2026 letteralmente infuocata ha reso a tutti evidente.
Aderire al Treaty, dunque, può risultare una carta vincente per far vedere che si fa sul serio. Che ci si vuole impegnare per consegnare le fossili alla storia. Che si vuole agire per dare gambe a quel transitioning away from fossil fuels che le Cop, i summit globali sul clima che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici (UNFCCC) organizza dal 1995, hanno messo nero su bianco solo alla Cop28 di fine 2023 in Dubai. Cioè dopo quasi trent’anni di discussioni. Non abbiamo più tempo da perdere. Ne abbiamo già perso troppo.
Dalla firma chimica al barcode molecolare. Come la scienza e l’intelligenza artificiale smascherano le frodi alimentari: l’esempio del tè
Immaginiamo di sorseggiare un pregiato tè nero o di gustare un matcha[1] di Uji. Come possiamo essere certi che ciò che stiamo consumando sia autentico? La globalizzazione ha portato sulle nostre tavole una varietà incredibile di cibi e bevande, ma ha anche aperto le porte a un mercato parallelo e insidioso, quello delle frodi alimentari: ingredienti pregiati sostituiti con scarti, false origini geografiche, allergeni nascosti, adulterazioni artificiali. È una minaccia globale che l'OCSE[2] stima costare all'economia mondiale circa 200 miliardi di dollari all'anno. Oltre al danno economico, queste truffe minano la fiducia dei consumatori e abbattono il valore delle specialità regionali, come, ad esempio, i nostri prodotti IGP o DOP.
Per difenderci, le leggi[3] impongono una tracciabilità rigorosa. Ma la carta non basta più. Oggi, i veri detective delle adulterazioni alimentari sono gli strumenti scientifici avanzati e l'intelligenza artificiale, capaci di leggere e ricostruire la storia di un prodotto analizzandone i minerali, il DNA e le molecole. Ecco come funzionano nel mondo del tè.
1. L'Impronta del terreno: minerali e spettri ottici
Prendiamo in considerazione, ad esempio, il tè nero, un mercato da oltre 17 miliardi di dollari l'anno. Proprio per il suo valore, è facilissimo incappare in tè comuni venduti come pregiate varietà di montagna. Come si scopre l'inganno? Leggendo il terreno attraverso le foglie.
Le piante assorbono i minerali dal suolo in cui crescono, creando una sorta di impronta digitale chimica (elemental fingerprinting). Qui è d'obbligo una precisazione scientifica: sebbene questa impronta sia estremamente stabile, alcune lavorazioni del tè (come l'essiccamento, una forte fermentazione o il lavaggio con acque locali) possono modificare leggermente la concentrazione di elementi facilmente solubili, come il potassio (K) o il sodio (Na). Tuttavia, la firma profonda lasciata dalle terre rare e dagli elementi pesanti rimane indelebile e invariata.
Per leggere questa firma, gli scienziati usano macchinari sofisticati:
- L'ICP-MS e l'ICP-OES: strumenti in grado di scovare anche una singola particella minerale nascosta in un miliardo di altre molecole.
- I laser e i raggi X (XRF e LIBS): permettono di proiettare un fascio di luce o radiazione che scansiona la superficie della foglia, analizzandone i riflessi radiografici per capire in pochi secondi di quali minerali è composta, senza distruggerla.
- L'intelligenza artificiale sommelier: analizzando un normale infuso di tè con luce ultravioletta e visibile (UV-Vis), speciali algoritmi (reti neurali, PCA-LDA) riescono a riconoscere l'origine del tè. Ad esempio, incrociando i dati di 15 minerali, l'IA ha scoperto che i tè africani (Ruanda, Burundi) sono ricchissimi di stronzio e rubidio, mentre il pregiato tè cinese Keemun ha pochissimo calcio ma molto fosforo. L'accuratezza di questi sistemi nel riconoscere l'origine esatta sfiora il 97-100%.
2. La memoria della pianta: la metabolomica
Se i minerali ci parlano del suolo, i metaboliti, le molecole organiche prodotte dalla pianta, ci raccontano della sua vita: del clima, dell'altitudine e di come l'uomo l'ha lavorata. Questa scienza si chiama metabolomica.
Un caso esemplare sono i tè d’altitudine. I tè coltivati ad altissime quote lottano contro il freddo e i raggi UV, producendo sostanze bioattive uniche, che influenzano gli aromi, rendendoli più complessi in tazza. Questi fattori contribuiscono a rendere questi tè pregiati e molto contraffatti. Mappando oltre 1.000 metaboliti, gli scienziati hanno scoperto che la pianta scrive una sorta di diario chimico dell'altitudine a cui è cresciuta. Sviluppando algoritmi mirati su soli 12 metaboliti chiave, la scienza riesce oggi a distinguere un tè d'alta montagna da uno di pianura con un infallibile tasso di successo del 100%. Ogni regione lascia, dunque, una firma metabolica impossibile da falsificare.
3. Il DNA non mente: il codice a barre della natura
I minerali e i metaboliti possono variare in base alla stagione o alla lavorazione industriale, ma il DNA di una pianta è la sua vera carta d'identità: rimane identico in ogni singola cellula e durante tutta la vita della pianta. Sfruttando brevi sequenze genetiche standard (una tecnica chiamata DNA Barcoding), la scienza legge il codice genetico per smascherare anche le sostituzioni più insidiose. Oggi questa tecnologia si è evoluta per analizzare sia le foglie essiccate sia gli infusi o le miscele complesse, dove il DNA può risultare parzialmente frammentato dal calore o dalla lavorazione.
Queste tecniche sono utili, ad esempio, per distinguere le specie e le varietà di tè. Il tè deriva dalla Camellia sinensis (nelle sue varietà sinensis e assamica), ma sul mercato vengono talvolta spacciate per tè altre specie selvatiche affini, come la Camellia taliensis. Esaminando i marcatori cloroplastici standard (rbcL, matK e trnH-psbA), l'analisi genetica individua con certezza assoluta la specie botanica impiegata, impedendo che specie di minore valore commerciale o non autorizzate finiscano nella filiera.
L’analisi del DNA permette anche di smascherare gli ingredienti fantasma e le piante tossiche: molti tè commercializzati sono miscele (blend) contenenti erbe aromatiche, fiori o frutti. Utilizzando il DNA Metabarcoding accoppiato al sequenziamento ad alto rendimento (NGS), gli scienziati possono analizzare contemporaneamente tutto il DNA presente in una bustina di tè. Questo permette di scoprire se il tè è stato "allungato" con piante riempitive di poco valore (come foglie di nocciolo o betulla) o, peggio, contaminato involontariamente da piante infestanti potenzialmente tossiche per la salute.
La tecnica Bar-HRM[4] permette di distinguere anche ibridi e varietà pregiate. Combinando l'amplificazione del DNA con l'analisi della sua melting curve, è possibile identificare le minime variazioni genetiche (SNP) tra cultivar pregiate di Camellia sinensis e cultivar ordinarie. La tecnologia riesce a rilevare l'adulterazione o la sostituzione della varietà dichiarata in etichetta, anche quando la presenza del tè non conforme è inferiore all'1%.
Una particolare tecnica viene utilizzata per l’autenticazione dei tè matcha in polvere giapponesi. La lavorazione del tè matcha comporta una macinatura finissima e processi che degradano la catena del DNA. In questi casi si applica il DNA Minibarcoding, che va a cercare frammenti di DNA piccolissimi (100–300 paia di basi). Questa tecnica consente di verificare se il matcha è puro tè verde giapponese di alta qualità o se è stato diluito con polveri di tè verde comune o amidi.
Conclusioni
Nell’era della tecnologia, la salvaguardia del patrimonio del tè trova nei moderni strumenti analitici uno dei suoi più validi alleati. Grazie all'unione tra le più avanzate tecnologie di spettroscopia, l'analisi del DNA e l'intelligenza artificiale, la scienza è in grado di leggere l'impronta invisibile che la natura lascia su ogni foglia di tè. La millenaria tradizione artigianale di questa bevanda, custodita per secoli dal gesto manuale dei maestri del tè, legata alla sensibilità dell'uomo e al lavoro della terra, trova nella tecnologia di precisione la sua possibilità di sopravvivere alle insidie della globalizzazione e del profitto ad ogni costo. La tracciabilità, lungi dall’essere solo una noiosa pratica burocratica, diviene così un formidabile scudo per tutelare i consumatori, premiare i produttori onesti e proteggere le vere eccellenze del pianeta.
NOTE:
[1] Tè verde giapponese in polvere, ottenuto dalla macinazione fine delle foglie di Camellia sinensis, coltivate in ombreggiatura prima della raccolta. A differenza del tè in infusione, si consuma l’intera foglia, precedentemente privata delle nervature e dei piccioli (tencha). Le aree storicamente più rinomate per la produzione di matcha comprendono Uji (prefettura di Kyoto), Nishio (Aichi) e Yame (Fukuoka), cui si sono affiancate importanti aree produttive come Kagoshima.
[2] OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico): organizzazione internazionale con sede a Parigi che riunisce 38 Paesi a economia avanzata con l'obiettivo di promuovere la crescita economica, la stabilità finanziaria e il benessere sociale. La cifra complessiva di 100–200 miliardi di dollari all'anno è una stima condivisa da diverse organizzazioni internazionali (tra cui la Grocery Manufacturers Association e l'UE).
[3] Numerosi Paesi hanno introdotto norme volte a prevenire e contrastare le frodi alimentari attraverso sistemi di tracciabilità lungo la filiera. Nell’Unione europea, il Regolamento (CE) n. 178/2002 impone agli operatori di poter ricostruire la provenienza e la destinazione degli alimenti lungo tutte le fasi della filiera; analoghi sistemi sono previsti, con modalità differenti, negli Stati Uniti, in Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Cina. La tracciabilità costituisce uno strumento essenziale non solo per la sicurezza alimentare, ma anche per individuare adulterazioni, falsificazioni e false indicazioni di origine o composizione.
[4] Bar-HRM: tecnica di analisi genetica (DNA Barcoding + High-Resolution Melting) usata per la tracciabilità delle specie e la diagnosi rapida di adulterazioni nei prodotti agroalimentari.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
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La strada più veloce per tutti - Perché la somma di tante scelte ottimali può produrre una città peggiore
Nel gennaio del 2018 Leonia, piccolo comune del New Jersey a ridosso del George Washington Bridge, prese una decisione che solo pochi anni prima sarebbe sembrata assurda: nelle ore di punta, la polizia chiuse una sessantina di strade a chiunque non vi abitasse o lavorasse, con multe fino a 200 dollari per i trasgressori. La ragione non era un cantiere, né un evento. Secondo le autorità locali, applicazioni come Waze e Google Maps dirottavano il traffico sulle vie del paese ogni volta che si formava una coda verso il ponte. Il capo della polizia riferì che spesso oltre duemila veicoli attraversavano il paese da una sola delle tre uscite della Interstate 95, in un comune di circa 9.200 abitanti. [abc7ny.com], [csmonitor.com]
Nessuno di quegli automobilisti aveva fatto qualcosa di sbagliato. Ognuno aveva seguito il consiglio migliore per sé.
Che cosa dice lo studio
Oggi una ricerca italiana dà una misura a questo fenomeno. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è firmato da Giuliano Cornacchia, Mirco Nanni e Luca Pappalardo del Cnr-Isti e da Dino Pedreschi dell'Università di Pisa. Gli autori hanno simulato il traffico di Firenze, Milano e Roma combinando dati GPS di veicoli privati con i percorsi suggeriti da Google Maps, TomTom, Bing Maps e Mapbox, e facendo variare la quota di automobilisti che seguono il navigatore da nessuno a tutti. [cnr.it], [nature.com]
I risultati sono netti. Più cresce l'adozione, più i veicoli vengono incanalati in un insieme ristretto di strade: nello scenario di adozione totale, la diversità dei percorsi cala fino al 14%, e il traffico si sposta verso autostrade e grandi arterie. Anche il bilancio ambientale è ambiguo. Con traffico leggero, i navigatori riducono le emissioni di CO₂; con traffico intenso, i benefici si vedono solo a bassi livelli di adozione, e oltre una soglia generalmente compresa tra il 60% e l'80% si attenuano, svaniscono o si invertono, come osservato in alcuni scenari su Roma.
Il condizionale, qui, è d'obbligo. Si tratta di simulazioni, non di misure dirette. Ma sono costruite su dati reali e su suggerimenti reali, e descrivono un meccanismo che chi studia i trasporti conosce da tempo.
Un problema antico con un nome preciso
Nel 1952 l'ingegnere inglese John Glen Wardrop distinse due modi di pensare il traffico. Il primo è l'equilibrio dell'utente: una situazione in cui nessun automobilista può migliorare il proprio tempo di viaggio cambiando strada da solo. Il secondo è l'ottimo di sistema: la distribuzione dei veicoli che minimizza il tempo complessivo di tutti. I due stati quasi mai coincidono. [icevirtuallibrary.com]
Nel 1968 il matematico tedesco Dietrich Braess ne mostrò una conseguenza spiazzante: aggiungere una strada a una rete può peggiorare i tempi di percorrenza per tutti. Non per un errore di progettazione, ma perché ciascuno, inseguendo il proprio vantaggio, contribuisce a un risultato che nessuno vorrebbe. [pubsonline.informs.org] Nello stesso anno Garrett Hardin pubblicava The Tragedy of the Commons, la tragedia dei beni comuni. [science.org] La strada è esattamente questo: un bene comune, limitato, che si consuma con l'uso.
L'errore come risorsa
C'è un dettaglio che rende il caso dei navigatori particolarmente interessante. Prima dell'algoritmo, la diversità dei percorsi era prodotta da qualcosa che non avremmo mai chiamato virtù: abitudini, conoscenze locali parziali, scorciatoie tramandate, perfino errori. Ognuno sbagliava a modo suo, e quegli errori sparsi distribuivano il carico sulla rete.
Il navigatore corregge gli errori, ma li corregge nello stesso modo per tutti. Rende gli automobilisti più razionali e, insieme, più uguali. La diversità dei percorsi, che nessuno aveva progettato, si rivela una risorsa proprio nel momento in cui la perdiamo.
Di chi è la responsabilità
È qui che nasce la controversia: se ogni individuo compie la scelta più razionale e il risultato collettivo peggiora, di chi è la responsabilità? Dell'automobilista, che ha solo seguito un'indicazione? Del programmatore, che ha scritto un algoritmo corretto? Dell'azienda, che ottimizza la soddisfazione dei propri clienti? O dell'amministrazione pubblica, che ha lasciato a un soggetto privato la regia, di fatto, della mobilità urbana?
Leonia ha dato una risposta pratica, ma non risolutiva: la chiusura delle strade, proprio come le app che l'avevano resa necessaria, ha prodotto a sua volta conseguenze impreviste, per esempio sui parenti in visita e sulle attività commerciali del paese. [maproomblog.com] Una soluzione locale sposta il problema, non lo scioglie.
Gli autori dello studio sono espliciti: non si tratta di stabilire se i navigatori siano buoni o cattivi in sé. Offrono vantaggi al singolo, ma quando un gran numero di utenti riceve indicazioni simili emergono effetti collettivi indesiderati. La sfida, concludono, è progettare servizi che ottimizzino il viaggio del singolo tenendo conto anche delle conseguenze complessive sulla città. [cnr.it]
È la direzione giusta, ma non è una direzione innocua. Ottimizzare per il sistema significa, in concreto, che qualcuno venga mandato deliberatamente su una strada più lunga perché altri arrivino prima. Chi accetterebbe un'applicazione che, per il bene comune, ci fa perdere dieci minuti? E chi deciderebbe a chi toccano?
Due errori simmetrici
Conviene evitare due errori simmetrici. Il primo è demonizzare i navigatori, come se il problema fosse lo strumento: sotto una certa soglia di adozione, e con traffico leggero, lo studio mostra benefici reali. Il secondo è considerarli neutrali, semplici specchi della rete stradale. Un navigatore usato da una minoranza descrive la città; usato dalla maggioranza, la trasforma.
Pappalardo definisce i navigatori un esempio quotidiano di algoritmo che orienta una decisione individuale, quale strada percorrere, ma che, adottato su larga scala, può incidere sul comportamento collettivo di un'intera città. Lo stesso vale per gli algoritmi che ci suggeriscono cosa leggere, cosa comprare, chi ascoltare. Lì però la coda non si vede: la convergenza di milioni di persone sugli stessi contenuti non produce clacson né gas di scarico. Il navigatore ha il merito, involontario, di rendere visibile un meccanismo che altrove resta nascosto.
Che cosa ci insegna una coda
Se i servizi di navigazione impareranno a considerare la città come un sistema, e non come una somma di clienti, il traffico potrebbe diventare uno dei primi terreni in cui un algoritmo privato si fa carico, almeno in parte, di un interesse pubblico. Se invece continueranno a ottimizzare soltanto il singolo viaggio, resterà comunque una lezione preziosa: ogni suggerimento, moltiplicato per migliaia di utenti, diventa una scelta urbanistica. Solo che nessuno l'ha votata, e nessuno l'ha davvero decisa.
La strada più veloce per tutti non è la somma delle strade più veloci per ciascuno.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Cnr, «L'impatto dei navigatori satellitari sul traffico urbano», comunicato stampa, 9 settembre 2026. https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/14613/l-impatto-dei-navigatori-satellitari-sul-traffico-urbano
G. Cornacchia, M. Nanni, D. Pedreschi, L. Pappalardo, «The traffic concentration effects of urban navigation services», Nature Communications (2026). https://doi.org/10.1038/s41467-026-75254-8
WABC-TV, «New Jersey town closes streets to non-residents during rush hour», 22 gennaio 2018. https://abc7ny.com/leonia-new-jersey-traffic-google-maps/2976365/
The Christian Science Monitor / AP, «New Jersey town closes streets to reduce traffic congestion due to apps», 23 gennaio 2018. https://proof.csmonitor.com/USA/Society/2018/0123/New-Jersey-town-closes-streets-to-reduce-traffic-congestion-due-to-apps
Maproom, «An Update on Leonia, NJ's War on Waze», aprile 2018. https://www.maproomblog.com/2018/04/an-update-on-leonia-njs-war-on-waze/
J. G. Wardrop, «Some Theoretical Aspects of Road Traffic Research», Proceedings of the Institution of Civil Engineers, 1(3), 1952, pp. 325–362. https://doi.org/10.1680/ipeds.1952.11259
D. Braess, A. Nagurney, T. Wakolbinger, «On a Paradox of Traffic Planning», Transportation Science, 39(4), 2005, pp. 446–450 (traduzione inglese dell'articolo originale del 1968). https://doi.org/10.1287/trsc.1050.0127
G. Hardin, «The Tragedy of the Commons», Science, 162(3859), 1968, pp. 1243–1248. https://doi.org/10.1126/science.162.3859.1243
Musk e lo Stato-macchina
Il governo degli ingegneri
Sono trascorsi poco più di trent’anni da quando Pierre Lévy rissumeva l’ideologia della tecnologia digitale nella metafora dell’“intelligenza connettiva”, paragonandola al funzionamento della mente umana e a quella dell’Intelletto Agente di al-Farabi – quindi a Dio in persona, nella versione divulgata da uno dei più grandi teologi islamici del Medioevo. La Rete prometteva un futuro di solidarietà, di sviluppo dei talenti individuali, di espansione del sapere e della democrazia; aveva convertito la direzione dell’escatologia dall’asse verticale cielo-terra, all’asse orizzontale presente-avvenire, congiungendo il bene alla spinta temporale del progresso e dell’innovazione. Pierre Musso ha evidenziato il collegamento di questa concezione con quella positivistica di Saint-Simon e dei suoi successori, quando il network non consisteva nei collegamenti tra server e pagine elettroniche, ma nel reticolo dei canali d’acqua, dei binari dei treni, della viabilità stradale e del telegrafo ottico. Eppure la teoria politica sviluppata nei primi anni dell’Ottocento appare ancora di grande attualità, e potrebbe essere adottata come didascalia dottrinaria dell’operazione condotta al Doge da Elon Musk all’inizio del 2025, quando la seconda amministrazione Trump muoveva a Washington i primi passi.
Il governo degli ingegneri prescritto da Saint-Simon avrebbe dovuto sostituirsi alle istituzioni gestite da politici per garantire al popolo un futuro di prosperità e di crescita, svincolato da egoismo, opportunismo, dogmi religiosi e ideologici, e da tutti coloro per i quali il potere è una carriera o una questione di privilegio ereditario. Senza timore della noia e dell’autismo tecnicistico, gli utopisti sansimoniani nel XIX secolo hanno brandito questa direttiva contro gli incarichi amministrativi di aristocratici, ecclesiastici, latifondisti e sostenitori dell’Ancien Régime; il significato che una simile utopia – o distopia – assume oggi, come allora, è la rimozione di ogni mediazione politica dal funzionamento della macchina pubblica. Nella prospettiva di Musk, analizzata da Slobodian e Tarnoff, l’efficienza tecnica nelle operazioni della macchina statale deve garantire un ambiente di sostegno e di prosperità per la classe dominante tradizionale dell’Occidente bianco e cristiano. La tecnologia è la condizione essenziale per l’implementazione del progetto, ma le sue caratteristiche non sono più espansive e animate da una promessa di futuro. Le dichiarazioni di Musk sono intrise di pessimismo e inclinano a isolare la cultura occidentale, insieme ai suoi eroi protettori, dal resto del mondo, inteso come una minaccia di distruzione.
L’hub di tutti i dati
La radice reazionaria dell’ideologia della disruption digitale, nella Silicon Valley e nel resto del mondo, emerge in questa fase di apparente contrazione della capacità di controllo delle autorità tradizionali sulle aziende Big Tech e sulla forza del capitalismo finanziario, che scommette tutto su sviluppo dell’AI e dispositivi bellici. Musk è stato un interprete delle trasformazioni concettuali del capitalismo digitale: è passato dalla prima ondata dell’e-commcerce su Internet con PayPal alla green economy, con le macchine elettriche della Tesla e con il sistema integrato di pannelli solari e batterie al litio, poi alla de-globalizzazione con il ritorno all’autonomia americana nei lanci satellitari grazie a SpaceX. Ogni rivolgimento conserva la fede nella tecnologia come metodo di salvezza tramite la razionalizzazione e tramite la tutela della struttura sociale capitalistica da ogni ipotesi di revisione. Secondo Slobodian e Tarnoff l’organizzazione politica e consociativa che Musk ritiene naturale e necessaria coincide con quella sperimentata nel corso della sua infanzia e adolescenza a Johannesburg, nel Sudafrica dell’apertheid. L’arroccamento di una minoranza che si reputa un’élite razziale e spirituale è il modo di vita e la percezione dell’universo che si sono asserragliati (a loro volta) nella mentalità dell’imprenditore oggi più famoso del mondo.
Ma non occorre abbracciare questa analisi psicologica per seguire la parabola del pensiero di Musk. Il Doge è stato rifondato nei mesi della sua reggenza come l’hub centrale di tutti i database pubblici degli Stati Uniti, al fine di dare corpo ad un vero e proprio ufficio del Giudizio Universale. Nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche l’obiettivo primario era ridurre il costo dell’amministrazione pubblica, attraverso il taglio delle agenzie e dei singoli impiegati statali superflui. Con un metodo già collaudato nelle sue imprese, Musk ha chiesto con una mail ai dipendenti federali di spiegare il contributo del loro lavoro al funzionamento della macchina dello Stato, invitandoli a priori a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Ha convocato nelle sale del Doge un battaglione di programmatori molto giovani, senza alcuna esperienza nel funzionamento della burocrazia federale, con la missione di aprire l’accesso a tutti gli archivi, gli schedari, le banche dati del Paese, rendedoli interoperabili e interrogabili dalle loro postazioni. Anche questa procedura era già stata testata con l’acquisizione di Twitter e lo smantellamento di gran parte del personale e dell’infrastruttura sistemistica che sosteneva la società di Market Square.
Il compito di individuare le agenzie e i dipendenti in eccedenza si è conclusa con un fallimento economico, se è vero come sostengono le indagini del Financial Times e di The Atlantic che i tagli alla spesa pubblica sono stati minimi, e di fatto sono stati annullati dai tagli fiscali a favore dei ricchi voluti da Donald Trump nel Big Beautiful Bill. Ma l’obiettivo principale è stato comunque raggiunto, perché ora il governo centrale dispone di un’infrastruttura digitale in grado di recuperare i dati di ogni cittadino – travalicando qualunque protezione costituzionale con l’apparente neutralità del supporto tecnico.
Supporto tecnico
Le campagne di pulizia etnica dell’Ice sono state condotte attraverso l’incrocio di dati personali estratti e confrontati dall’infrastruttura del Doge – refusi di imputazione ed errori di interpretazione delle informazioni inclusi nel pacchetto assistenza. Elon Musk si aggirava alle riunioni del Gabinetto di Trump con una maglietta su cui campeggiava la scritta Supporto tecnico per sottolineare il carattere di pura razionalità e di disinteresse partitico del suo ruolo: lo Stato come dispositivo di controllo massivo della vita, del pensiero, delle azioni e dei desideri di tutti, trascritti (e traditi) nelle tracce digitali impresse da ogni clic e da ogni interazione con cellulari e computer, metteva in scena la commedia della propria imparzialità in questo siparietto goliardico.
Eppure la macchina del potere messa in moto da questo attore, che si pretende equidistante, si adopera per irrigidire la struttura sociale attuale e le sue prerogative economiche, per erigere un fossato di protezione attorno alle élite finanziarie e imprenditoriali, per pretendere la socializzazione dei rischi d’impresa e la privatizzazione dei ricavi, da parte di chi è ha poi la forza per rivendicare la paternità dei risultati commerciali dell’innovazione. Musk è uno degli alfieri di questa pratica, visto che, per esempio, Tesla ha beneficiato di un finanziamento di 465 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia degli USA per aprire il primo stabilimento, a Fremont, e avviare la produzione del Model S. Lo Stato non ha preteso alcuna quota nell’azienda, e non ha quindi riscosso alcuna rendita dal successo dell’impresa, se non la restitutizione del debito. Al contrario, il finanziamento pubblico si conclude con l’incenerimento completo del capitale alimentato dai contribuenti nel caso in cui la società fallisca, come è accaduto con i 535 milioni di dollari investiti in Solyndra, società produttrice di pannelli solari che ha dichiarato bancarotta nel 2011. Lo Stato che secondo Musk è giusto e naturale non guadagna nulla quando il sovvenzionamento ottiene successo, lasciando l’intero ricavo agli azionisti – ma perde tutto in caso di fallimento. Vale anche la pena di ricordare che Tesla ha evitato bilanci in rosso fino al 2020 con la vendita di Regulatory Carbon Credits, i titoli emessi dallo Stato per le aziende inquinanti che devono agire sui mercati regolamentati. Inoltre la sopravvivenza di SpaceX è stata assicurata dalle commesse pubbliche della NASA e del Pentagono, che fino al 2023 hanno rappresentato i principali (e per anni gli unici) clienti della società, in termini di fatturato.
Lo Stato come automa è lo strumento di un potere che protegge i privilegi attuali della configurazione sociale per censo, genere e etnia, trincerandoli nella fede della loro razionalità, della loro iscrizione nelle leggi immodificabili della natura umana. Musk condanna come inadeguata, disfunzionale, antieconomica, qualunque opinione differisca dai suoi interessi personali – ricalcando con questo atteggiamento una pratica comune della Silicon Valley. Il governo degli ingegneri è una restrizione del dominio politico al dibattito sulle sole questioni di fattibilità e di selezione strumentale: le domande sulle finalità, sulla valutazione del bene collettivo, sulla stima del giusto e del meglio per tutti, vengono obliterate, censurate dalla discussione, cacciate dai salotti del buon senso. Questi interrogativi non possono essere frequentati dalla logica computazionale, e devono quindi essere assunti in un atto di fede nella portata escatologica della tecnologia, che renderà immortale e interplanetaria la specie umana, preservando nell’eternità futura la gerarchia sociale attuale, replicando all’infinito il sistema capitalistico del presente. Amen.
Dal futuro all’assedio
Per ottenere questo risultato la macchina dello Stato è autorizzata ad adottare ogni mezzo: l’assedio di chi dissente deve essere biasimato come il tentativo di inoculare un virus nell’intelligenza connettiva della società in Rete, come l’infiltrazione di un agente del caos, come la minaccia di un pericolo esistenziale per l’umanità. Musk ha sempre predicato con chiarezza il verbo randiano (o paretiano, se si preferisce) sull’essenza dell’umanità, che non coincide con tutti gli individui appartenenti alla specie, o con titolari dei diritti fondamentali proclamati dalla Rivoluzione Francese e dall’Onu – ma con l’élite dei matematici e degli ingegneri, con le loro biblioteche e i loro manuali, che sarebbero in grado di far rifiorire la civiltà (bianca e occidentale) su un altro pianeta o su questa stessa Terra, dopo una qualche apocalisse atomica o biologica.
Per chi non riesce a pensare se non in termini di metafore informatiche, come Musk, l’apparato dell’hardware e del software di cui consiste la collettività, nelle sue dimensioni materiale e intellettuale, è sempre esposto ad un attacco hacker che ne potrebbe compromettere il funzionamento, anche manipolando il programma dall’interno e modificandone il comportamento: è quello che avrebbe fatto la cultura woke. Ora che si è inceppata la fiducia nella capacità espansiva delle tecnologie digitali, nel loro mandato prometeico di guida al progresso e all’evoluzione del mondo intero – l’ansia da assedio delle cittadelle bianche del Sudafrica passa a dominare la retorica e la progettualità delle Big Tech. L’assalto può provenire non solo dall’esterno, ma anche dal Golem di un’AI alimentata dalla profusione dei testi contaminati dalla mentalità woke del vecchio Twitter, ora epurato – candeggiato – nel nuovo bianchissimo e ortodosso X. La difesa deve mettere al riparo il core della civiltà ricorrendo a tutti gli stratagemmi possibili, includendo anche le operazioni di ingegneria sociale che rendano le masse funzionali alle necessità operative dello Stato.
Occorre tornare a domandarsi cosa sia il potere, accantonando la metafora macchinica dello Stato e la fede nel potere della tecnologia di raggiungere le finalità migliori attraverso la soluzione di problemi relativi a mezzi e strumenti. Occorre tacitare l’ingenuità e l’arroganza di Musk, mettendo in luce l’ipocrisia degli interessi finanziari nella matrice teologica che, secondo la metafora del nano gobbo di Benjamin, mette in movimento la macchina politica dall’interno. Ora che l’escatologia della Rete digitale ha mostrato che la promessa di salvezza nel futuro del governo degli ingegneri consiste nell’irrigidimento della gerarchia attuale e nella riproduzione testarda del vuoto di senso diluita dal balenio dei gadget digitali, diventa sempre più urgente la domanda su quale debba essere il ruolo e lo statuto dello Stato nella progettazione del nostro (molto profano) futuro.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus, Einaudi 2006.
P. Levy, L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996.
M. Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae, Laterza 2018.
P. Musso, L’ideologia delle reti, Apogeo 2007.
Q. Slobodian, B. Tarnoff, Muskismo, Einaudi 2026.
Missione “mille miliardi di alberi”
È la proposta del notissimo neurobiologo vegetale Stefano Mancuso e di altri scienziati come ad esempio Thomas Crowther dell’ETH di Zurigo e il team scientifico del Trillion Trees promosso dal WWF. Si tratta di un numero talmente enorme da poter sembrare il progetto un po’ stravagante di scienziati poco avvezzi alla concretezza. Non è così, si tratta di un progetto importantissimo e molto solido e adesso vedremo perché.
Circa due mesi fa abbiamo raccontato su Controversie il rapporto PEFC sullo stato delle foreste in Italia, con alcuni dati molto incoraggianti.
Primo fra tutti il notevole aumento delle aree boschive nel nostro Paese e qualche timido segnale di una nuova fase di ripopolamento e di ripresa economica nelle aree montane, fenomeno che parte anche dalla nuova gestione dei boschi.
Ma se in Italia e in Europa la situazione delle aree boschive sta migliorando, anche grazie a una crescente consapevolezza della loro importanza, non altrettanto si può dire a livello globale. Nonostante le politiche messe in atto per proteggere le grandi foreste sudamericane, africane e asiatiche, polmoni del pianeta, la situazione continua a peggiorare.
Ogni anno la quantità di aree deforestate supera quella delle nuove aree boschive; ogni anno Amazzonia e foreste del Centro Africa perdono migliaia di ettari per disboscamenti non autorizzati o incendi dolosi per far posto ad attività agricole e pastorizia.
Ancora oggi la deforestazione netta vale poco meno di 5 milioni di ettari l’anno, secondo la FAO: si tratta della stima riferita al decennio 2010 - 2020, confermata anche dalle analisi del Global Forest Resources Assessment 2025.
Il quadro è drammatico ma non del tutto sconfortante: il ritmo con cui aumenta questo squilibrio sta diminuendo, ma siamo ancora lontani da un’inversione di tendenza.
In questo contesto il riscaldamento globale aumenta anno dopo anno con tutte le conseguenze infauste che ne derivano: secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS nel 2020, in assenza di correttivi, entro il 2070 fino al 19% della superficie terrestre potrebbe avere condizioni climatiche medie simili ad alcune zone del Sahara.
La comunità scientifica concorda che l’immissione di CO₂ e altri gas climalteranti in atmosfera sia la causa principale (forse non l’unica) del surriscaldamento del pianeta.
Il problema è duplice e non ha soluzioni univoche.
È duplice in quanto ogni anno l’immissione in atmosfera di CO₂ è superiore alla rimozione di questo gas e questo fa aumentare lo stock di gas accumulatisi in atmosfera, responsabili della mancata dispersione del calore. È importante però distinguere tra flusso (le emissioni annuali) e stock (l’accumulo storico): il climate change dipende soprattutto da quest’ultimo.
Ci sono due macro soluzioni per contrastare questa situazione: quelle tecnologiche, ovvero l’ottimizzazione dei processi produttivi per diminuire l’impronta carbonica e l’utilizzo di energie pulite da fonti rinnovabili; queste sono le Technology Based Solutions.
E poi ci sono le Nature Based Solutions, ovvero le soluzioni basate sulla natura. E tra queste, più che mai, la riforestazione.
Secondo il professor Stefano Mancuso, prima dell’impatto antropico il pianeta ospitava fino a 6.000 miliardi di alberi contro gli attuali 3.000 miliardi; si tratta di stime che Mancuso utilizza spesso nella sua attività divulgativa, stime che derivano dalle ricerche del Crowther Lab dell’ETH di Zurigo. Nei secoli, e in particolare dall’inizio della rivoluzione industriale, l’uomo ha dimezzato la presenza di alberi sul pianeta, con una gravissima perdita di capacità di assorbimento della CO₂ proprio nel momento in cui servirebbe di più.
Secondo Mancuso le soluzioni tecnologiche sono importanti ma da sole non risolveranno il problema. Per altro, l’obiettivo di arrivare entro il 2050 al Net Zero appare irrealistico; molto più plausibile è la carbon neutrality, ovvero compensare le emissioni con soluzioni tecnologiche o naturali.
La soluzione, dunque, per lui come per altri studiosi, è quella di piantare almeno mille miliardi di nuovi alberi. Questo incremento di “massa verde” permetterebbe di assorbire una quota significativa (ma non sufficiente) dei gas climalteranti prodotti dalla nostra società – comprese le emissioni legate ai conflitti, disastrosi non solo sul piano umano – e contribuirebbe a frenare il climate change, agendo sulla riduzione dello stock.
Ma sorgono spontanee alcune domande: “è veramente possibile piantare mille miliardi di alberi sul nostro pianeta? C’è lo spazio? Dove troviamo questo numero immenso di alberi nuovi da piantare?”
Prima di rispondere, occorre ricordare che l’idea dei mille miliardi di alberi non nasce dal nulla: è la conseguenza di vari studi che hanno contribuito a definire l’obiettivo.
Nel 2019 è stato pubblicato su Science lo studio dell’ETH di Zurigo, noto come “Trillion Trees Study”, che dimostra che sul pianeta esistono 2,8 miliardi di ettari di terreni riforestabili. La mappatura è precisa, continente per continente.
Questi 2,8 miliardi di ettari potenzialmente riforestabili, scendono a 0,9 miliardi escludendo le aree urbane e agricole. E facendo rapidi calcoli si desume che questo spazio permetterebbe la crescita di circa mille miliardi di alberi. Va ricordato che questa stima è stata oggetto di dibattito, ma resta probabilmente l’analisi più autorevole sul tema.
La missione mille miliardi dunque non è una follia visionaria, ma un tema di presa di coscienza, responsabilità e di volontà politica internazionale.
L’altro punto critico è: “ma dove le prendiamo tutte queste piante?”
Anche in questo caso la risposta è semplice, nel senso di logica e razionale. Mancuso sa benissimo che non è possibile, né da un punto di vista della fattibilità, né economico, coltivare in vivai un numero così colossale di piante.
La soluzione che propone è la rigenerazione naturale: gli alberi producono enormi quantità di semi che si disperdono nell’ambiente trasportati dal vento e dagli animali. Sono questi semi che permettono ai boschi di espandersi e ampliarsi velocemente se non trovano ostacoli da parte dell’uomo. È ciò che abbiamo visto anche in Italia: nelle zone montuose abbandonate i boschi sono ricresciuti con straordinaria rapidità.
Si tratta del concetto di Assisted Natural Regeneration (ANR), che si è sviluppato negli ultimi decenni con il contributo di decine di ricercatori di tutto il mondo; Stefano Mancuso è uno dei grandi divulgatori internazionali di questa metodologia. La rigenerazione naturale ha anche un vantaggio ecologico fondamentale: produce boschi più biodiversi, più resistenti e in grado di immagazzinare una maggior quantità di carbonio, rispetto alle piantagioni artificiali.
Il disastro Vaia del 2018, quando una tempesta distrusse oltre 42.000 ettari di boschi in Trentino, è dipeso anche dal fatto che quei boschi erano frutto di una piantumazione artificiale nel primo dopoguerra che non rispettava la composizione naturale originaria. Erano boschi strutturalmente fragili, incapaci di resistere a un evento meteorologico estremo.
Affidare la missione mille miliardi alla natura è dunque la scelta più logica. Naturalmente questo non vale per le città e per le aree fortemente urbanizzate. Gli alberi urbani, tristemente isolati e circondati da cemento, spargono i loro semi inutilmente nell’asfalto. Eppure le città sono proprio i luoghi dove gli alberi servirebbero di più: per abbassare le temperature roventi estive e migliorare la qualità dell’aria.
Nei piani di riforestazione urbana l’intervento umano è indispensabile, occorre individuare gli spazi giusti (ci sono) e progettare piantumazioni intelligenti, che possano resistere nel tempo.
Quindi, per portare a buon fine la missione mille miliardi serve dunque una collaborazione uomo – natura; lasciare che la natura ampli le foreste e realizzare una piantumazione mirata nelle aree urbanizzate.
Come dicevamo si tratta soprattutto di una sfida culturale e politica; concretamente è un’operazione oggettivamente fattibile. Purtroppo, proprio perché si tratta di un tema di coordinamento politico internazionale e dei singoli paesi, è legittimo essere pessimisti.
In ultimo, quanta CO₂ assorbirebbero mille miliardi di nuovi alberi? Secondo il Crowther Lab, potrebbero immagazzinare fino a 205 gigatonnellate di carbonio, equivalenti a circa 750 miliardi di tonnellate di CO₂ nel loro ciclo di vita. Attenzione, nel loro ciclo di vita, parliamo quindi del dato complessivo che queste foreste potrebbero accumulare una volta mature.
E questo è il punto chiave del ragionamento: il problema del climate change deriva essenzialmente dal surplus storico di CO₂ presente in atmosfera, accumulatosi a partire dall’inizio dell’800; in altre parole, esiste uno stock di CO₂ in eccesso, calcolato dal Crowther Lab in circa 1.600 miliardi di tonnellate.
La missione mille miliardi incide marginalmente sull’assorbimento delle emissioni annue (per questo motivo servono anche le soluzioni tecnologiche di abbattimento del flusso); ma va a incidere – nel tempo di vita delle nuove foreste – in modo sostanziale sullo stock, causa principale del riscaldamento globale.
Infine, quindi, c’è da domandarsi: “è il caso di prendere seriamente la proposta degli scienziati che parlano dei mille miliardi di alberi?”
Credo che la risposta sia semplice.
Macchine per pensare e macchine per volere
Macchine per volere
Conviviamo da secoli con macchine che pensano e che decidono, da cui dipendono le minuzie del quotidiano, i propositi esistenziali, la sorte di interi popoli. Nel saggio Affidarsi lo storico britannico David Runciman ne analizza le caratteristiche, le condizioni di nascita, l’evoluzione, e ne certifica la natura automatica: sono lo Stato e le società imprenditoriali.
La sua strategia di analisi separa con cura le istituzioni politiche della modernità da tutte le altre. Nella storia può apparire una sola entità riconoscibile come Roma, o come la monarchia degli Han, o come il califfato di Maometto; al contrario, lo stato nazionale, di carattere amministrativo e burocratico, è un modello che può essere riprodotto in serie ovunque nel mondo. È un automa assemblato per la prima volta in Europa, dopo la pace di Westfalia, nei territori britannici e francesi; ma sono bastati alcuni adattamenti, di poco conto, per replicarlo ovunque nel Vecchio Continente, poi in America, in Asia, in Oceania, e anche in Africa.
Bisogna sempre tenere distinti l’adozione dello schema e il successo della sua attivazione: non si possono sollevare dubbi sulle differenze tra le prestazioni che l’operazione ha ottenuto negli Stati Uniti, in Germania, o in Italia – e lo strano ibrido che si è affermato in aree come l’Afghanistan o lo Zimbabwe. In ogni caso, la trasferibilità delle istituzioni si è verificata anche nei paesi in cui la riuscita dell’implementazione è stata minore. Se l’esportazione della democrazia si profila come un’ingenuità – o come una perfidia ben mascherata – dell’imperialismo americano, la propagazione dei burocrati è un’operazione molto più percorribile, e praticata ad ogni latitudine. Il lavoro dei funzionari è adattabile ad ogni forma di cultura, dato il carattere autoriferito, e indifferente a criteri di inclusività popolare o di dispotismo, dell’apparato amministrativo.
Se nel dizionario di Hobbes fosse stato reperibile il vocabolo robot, per classificare il tipo di automa in cui bisogna sussumere il Leviatano, il filosofo lo avrebbe senz’altro adottato: specifica con cura il carattere del burocrate, e per metonimia l’intera infrastruttura di potere che rappresenta. Il primo attributo dello Stato è la forza di coercizione con cui è in grado di far applicare le sue decisioni, rivendicando a sé il monopolio della violenza, e assicurando in questo modo ai cittadini la libertà di dedicarsi alle loro attività commerciali, artistiche, scientifiche, senza dover temere la precarietà della vita nella condizione naturale della guerra di tutti contro tutti.
La legittimazione dello Stato deriva dalla garanzia della sicurezza personale che viene barattata con le restrizioni delle libertà degli individui; ma le sue proprietà sono molto più estese dell’infastruttura di protezione dei sudditi, dal momento che la durata della sua esistenza, la sua capacità di contrarre debiti, la sua autorità nell’entrare in guerra e nel trattare la pace, il suo potere di validare gli accordi contrattuali e i patti commerciali, valicano i confini naturali della forza e della vita di qualunque cittadino. L’inquadramento teorico di Robert Nozick, che vieterebbe al potere politico qualunque diritto trascendente le facoltà dei singoli membri della comunità nazionale, viene smentito dalla funzione che lo Stato svolge nella vita stessa delle persone. Gli investimenti per la costruzione di infrastrutture come la rete ferroviaria, quella stradale, quella elettrica, quella dell’acqua potabile, non sarebbero sostenibili da nessun soggetto privato, né isolato né associato in compagnie di qualche genere; Acemoglu e Robinson hanno mostrato come gli imperi che si sono sottratti a questi interventi di finanziamento, o di protezione monopolistica delle agenzie che se ne sono fatte carico, hanno deciso di difendere gli interessi dell’oligarchia feudale, contro lo sviluppo della cultura imprenditoriale, contro l’industrializzazione delle loro economie, contro l’inclusione delle classi popolari nella gestione politica. Lo Stato può sovvenzionare, con perdite irrazionali e in deficit sulla bilancia dei pagamenti, la ricerca fondamentale in ogni ambito della scienza, la prototipazione di dispositivi tecnologici, l’apertura di nuovi mercati potenziali. La storia di Internet comincia con i capitali militari della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa americano, fondata nel 1958 per reagire al lancio dello Sputnik da parte dell’Unione Sovietica; ma se in questo caso la sperimentazione ha condotto ad un successo epocale, i 40 milioni di dollari spesi dagli USA in piena Seconda Guerra Mondiale per costruire l’H-4 Hercules, un idrovolante in legno laminato da 750 persone soprannominato l’oca di abete rosso, sono finiti nelle tasche di Howard Hughes senza che il congegno sia mai riuscito a staccarsi da terra. Lo Stato innova perché è indifferente ai fiaschi e può permettersi gli sprechi; le imprese colgono quello che è utile nell’inventario dei progetti sussidiati dai soldi pubblici, e lo trasformano in quello che piace al mercato.
Macchine per pensare
La decisione di entrare in guerra o di accettare la tregua, l’autorizzazione a costruire una ferrovia o a finanziare una rete di connessioni senza un hub centrale, la sentenza sulla responsabilità penale di un imputato, vengono assunte dallo Stato sulla base di un’analisi dei fatti, con diverse forme di intenzionalità e di responsabilità nei confronti del mondo reale. L’apertura o la risoluzione di un conflitto sono una decisione che modifica le condizioni di vita di tutti, sulla base del provvedimento emanato dal governo; il cittadino in tribunale invece ha o non ha commesso il delitto, e questa verità è indipendente dagli ordinamenti burocratici, anche se la sentenza della giuria comporterà conseguenze effettive sul seguito dei suoi giorni. Condorcet, poco prima della deflgrazione della Rivoluzione Francese, aveva gettato le basi per una matematica della probabilità che sondava la saggezza delle folle nell’esattezza di giudizio. Nella sua analisi si trovano i fondamenti sia del pessimismo sia dell’ottimismo verso la capacità dei gruppi di raggiungere una forma di intelligenza inaccessibile all’individuo singolo. L’esame delle sentenze dimostra che un incremento del numero dei giurati dovrebbe favorire l’approssimazione alla verità fattuale; al contrario, il comportamento delle folle nelle situazioni di eccitazione collettiva tende a pendere verso gesti molto più gravi di quelli che i singoli sarebbero disposti a sottoscrivere nella loro solitudine.
Sia i giurati delle corti popolari, sia le masse che convergono nei raduni di piazza, cessano di esistere non appena si conclude l’evento che li ha convocati: le persone, nella loro dispersione successiva, non ereditano nessuna delle proprietà del gruppo di cui erano parte. Lo Stato è una macchina che stabilizza decisioni collettive estendendo la loro validità con il suo potere coercitivo e la sua persistenza. Ma lo statuto consegnato a ciò che esso consolida pone un problema di responsabilità: l’ambiguità della sua attribuzione non è diversa da quella del caso di un veicolo a guida autonoma coinvolto in un incidente mortale. L’omicidio deve essere imputato al conduttore della macchina nel momento del sinistro? Al proprietario dell’automobile? Allo sviluppatore del software che governa il mezzo di trasporto? Al programma di AI che ha preso la decisione da cui è derivata la collisione fatale? Allo stesso modo, chi deve rispondere a livello morale e giuridico della decisione di entrare in guerra? Il governo che ha firmato la dichiarazione? Il parlamento che l’ha approvata? Ogni singolo cittadino della nazione? Lo Stato?
Pare chiaro che le difficoltà implicate nella convocazione in giudizio di uno Stato o di un software siano paragonabili: come lo si potrebbe fare? L’ipotesi di incriminare ministri e deputati – o sviluppatori informatici e proprietari di automobili – per eventi che sono il risultato della cooperazione di più agenzie, finirebbe per confondere il piano della responsabilità individuale con quella collettiva, e cadrebbe nella logica del capro espiatorio. D’altra parte, se il singolo fosse stato consapevole di dover pagare in prima persona per le conseguenze dei suoi gesti, forse avrebbe agito in modo molto più prudente, o avrebbe addirittura optato per la decisione opposta. Il re è un meccanico: lo spazio aperto al dilemma morale è disegnato nella struttura tecnica di un automa, i cui congegni coincidono con la forma del potere politico.
Oltre lo Stato
L’epoca contemporanea introduce nuove macchine, o nuovi funzionamenti nel rapporto tra automi statali e imprenditoriali. La nascita delle istituzioni pubbliche dopo la Pace di Westfalia ha accompagnato la formazione delle compagnie commerciali e industriali, che si sono costituite come entità di diritto e come agenti persistenti, derivando le loro facoltà da quelle dello Stato. L’autorità politica è sempre stata la fonte delle possibilità ontologiche e operative delle attività capitalistiche; ma la rivoluzione messa in atto dalla Silicon Valley a partire dalla fine del XX secolo sembra aver sabotato questa configurazione. Società come Meta, Alphabet, Amazon, si presentano sia come attori del mercato regolamentato dal diritto pubblico – sia come il mercato stesso, definendo con i propri algoritmi le regole di visibilità degli altri soggetti economici nell’ambito del mondo digitale, il costo e i metodi dell’esposizione pubblicitaria, le procedure di transazione con il pubblico finale e (spesso, se si considerano la piattaforma di ecommerce) il range di prezzo dei prodotti in offerta. L’ideologia dell’efficienza, e l’efficacia di queste imprese, consacrano il software come l’elaboratore di un’intelligenza completa del sistema, il gestore razionale di tutti gli eventi e di tutti gli scambi possibili. Decisione e comprensione non sono più l’esito di operazioni collettive, ma tornano a scaturire da in singolo soggetto, definitivamente automatico, che si dispiega nei calcoli processati dal programma informatico.
Con l’intelligenza artificiale si raggiunge l’apoteosi della razionalità (presunta) con cui le piattaforme digitali amministrano rapporti economici, gestiscono case e città smart, veicolano rapporti di amicizia e interazioni sessuali, rispondono a qualunque genere di domanda – e ora redigono documenti, rispondono alle mail, predispongono agende di riunioni, stabiliscono executive summary. La suzione degli archivi dell’intera umanità alimenta macchine che vengono celebrate per il possesso e per l’elaborazione di un’informazione completa su tutti e su ciascuno. Rivendicano quindi un’intelligenza sugli individui e sulle collettività che supera per totalità e per lucidità quella che può essere raggiunta da qualunque gruppo e da ogni singolo. Lo squilibrio tra Stato e imprese, che in questo momento oscilla a vantaggio delle seconde, potrebbe inaugurare una nuova fase nella composizione degli automi di decisione e di intelligenza.
Runciman propone di etichettare la nostra epoca come “Leviatanocene”, e non come “Antropocene”: l’impatto sul mondo è stato inciso dalla macchina più potente realizzata dall’uomo, non dall’uomo come specie naturale. Ora forse altri automi concorrono a prevalere sulla forza dello Stato, sviluppando una nuova dimensione del pensare e del volere: siamo tutti chiamati a confrontarci con il rischio che queste forme di vita appiattiscano la concezione stessa dell’intelligenza e della decisione sul piano esclusivo della soluzione di problemi – perdendo di vista la pluralità dei percorsi fenomenologici dell’esplorazione e della costruzione di senso.
In ogni caso, è impossibile risalire ad un contatto con il reale in cui l’uomo sia spogliato di ogni mediazione meccanica. Il tormento per l’assimilazione progressiva all’automa aziendale e statale in cui ogni individuo è innestato, per l’interiorizzazione della logica macchinica che lo trasforma in zombie, lo sollecita ad una fuga dagli ingranaggi del Leviatano, al sogno dell’autonomia dalla vita urbana e dalle sue forzature. D’altra parte si possono coltivare queste aspirazioni solo perché esiste una civiltà industriale o post-industriale, una rete di distribuzione dell’acqua e della luce in tutte le case, una struttura di filiere di approvvigionamento globali, un sistema di dispositivi di igiene e di cura diffusi. Nessuno sarebbe disposto a tornare nell’ambiente minato dalle malattie infettive, dalla fame e dall’analfabetismo, tipico della cultura feudale – nonostante i meriti della sua vocazione bucolica. L’alienazione che viene introdotta dai meccanismi della società industriale è il costo che si deve versare per la liberazione dalla sudditanza alle forze della natura, al lavoro per la sola sussistenza, alla condizione di miseria e di quasi-schiavitù per gran parte della popolazione nei confronti dell’oligarchia militare e religiosa, e delle necessità fisiche.
Nel Medioevo la macchina per pensare e prendere decisioni era un dispositivo teologico capace di persuadere i contadini quanto i sovrani e i papi. Il Leviatano, secondo Hobbes, è un dio mortale; l’Intelligenza Artificiale, nelle vesti escatologiche dell’AGI, è una fonte di razionalità sovrumana, capace di divinare la verità passata e futura. Non esiste alcuna via di fuga, né avanti né indientro, dai rotismi fisici e trascendenti della macchina che abilita – per gli uomini – l’accesso alla realtà.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
D. Acemoglu, J. Robinson, Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore 2013.
R. Nozick, Anarchia, Stato e utopia, Il Saggiatore 2024.
D. Runciman, Affidarsi. Come abbiamo ceduto il controllo della nostra vita a imprese, stati e intelligenze artificiali, Einaudi 2025.
Fandom e politica, da "The Musk", di P. Bottazzini
Questo brano è tratto da The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista
di P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025
Dal 2023 Aja Romano su Vox avverte come la pratica politica di Donald Trump abbia permesso di evidenziare una trasformazione nel rapporto tra le figure pubbliche e i loro sostenitori, che si è verificata negli ultimi anni . I personaggi politici intrattengono con il pubblico lo stesso tipo di relazione che intercorre tra i divi dello spettacolo – della musica, del cinema, dello sport – e i loro fan. Uno degli aspetti chiave dell’analisi è l’uso del termine stanning, derivato dalla canzone Stan di Eminem, che racconta la storia di un fan ossessionato dal suo idolo. In ambito politico, il fenomeno dello stanning si manifesta nella difesa incondizionata di un leader, di un eroe disegnato su misura per i bisogni di rivalsa, di protezione, di guida, indipendentemente dalle sue azioni o dichiarazioni. La terra rimane sventurata, e Galileo diventa solo una delle maschere di Snoopy.
Nel caso di Trump, questo atteggiamento ha portato alla creazione di una vera e propria cultura fanatica, dove le critiche non fanno che rafforzare il senso di lealtà tra i suoi sostenitori. È noto che la percezione della verità sia ormai basata su emozioni e fedeltà ideologica, più che su dati verificabili: è possibile che sia sempre stato così, ma in questo momento disponiamo di una maggior numero di strumenti di rilevazione affidabili, per cui possiamo asserire che lo spirito di parte stabilisce il filtro percettivo con cui vengono selezionate le informazioni per la mappatura cognitiva dell’attualità. Questo vaglio delle evidenze viene esercitato dal retroterra ideologico di tutti, soprattutto quando non se ne ha consapevolezza, o quando si ritiene che la propria visione del mondo sia governata dalla trasparenza della verità o della razionalità – come accade anche a Musk e ai suoi fan .
Trump e altri leader populisti hanno trasformato la politica in un’esperienza simile a quella di un grande evento mediatico. Il successo dell’attuale presidente USA non si basa sui programmi, quanto sulla capacità di vendere una narrazione accattivante, l’immagine dell’«outsider» che combatte contro le élite corrotte, alimentando il mito di se stesso come eroe del popolo. Questo schema narrativo è ricorrente in molte culture fan, dove il protagonista è spesso un individuo emarginato che sfida il sistema e vince contro ogni aspettativa.
Happer, Hoskins e Merrin hanno mostrato che il terreno di costruzione del consenso attorno alla figura di Trump è quello dei meme e dei social media, molto più che quello dei media tradizionali – dove la contestazione su base razionale e fattuale delle notizie false, e delle menzogne divulgate dal presidente e dai suoi collaboratori, è risultata inefficace sia durante la campagna elettorale del 2016, sia nel corso dei primi quattro anni di governo. La vera guerra scatenata da e contro Trump non viene combattuta sui media istituzionali, ma nelle trincee delle vignette di pessimo gusto partorite dai forum di 4chan e condivise in milioni di repliche sulle bacheche prima di Facebook, ora di X.com, di Instagram e di TikTok. Da questa indagine, William Merrin può trarre la conclusione che l’ultimo decennio ha sostituito le pubbliche relazioni tradizionali tra la Casa Bianca e la stampa con un nuovo canale di comunicazione privilegiato, e un nuovo metodo di coinvolgimento dell’opinione pubblica, che è la politica dei troll: i nuovi eroi derivano dalle figure della cultura online che si divertono a provocare e a suscitare controversie verbali furiose, con scambi accesi, insulti personali, e del tutto inconcludenti. Ogni epoca, e forse ognuno di noi, ha le armi, i cavalieri, le donne e gli amori – gli eroi – che si merita.
Non si tratta di un meccanismo solo americano o europeo. Uno degli studi più interessanti sulla relazione che intercorre tra consenso politico e fandom è l’indagine condotta da Shouzhi Xia sulle attività messe in opera dalla Lega dei Giovani Comunisti Cinesi su Weibo, uno dei più grandi social media che opera oltre la Grande Muraglia.
L’esame riguarda il modo in cui l’ala giovanile del partito di governo ha coinvolto gli idoli pop affinché appassionassero i loro follower a temi nazionalistici, con connotazioni sia di orgoglio patriottico, sia di odio contro bersagli indicati come avversari.
RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:
The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025
Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica "Magnifica Humanitas"
Ricerca delle istanze morali in Leone XIV
Il Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica, ossia il suo primo atto dottrinale formale. L’enciclica è intitolata Magnifica Humanitas, riprendendo, come di consueto, le parole che la aprono: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme»[1].
Leone richiama esplicitamente il testo Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e – in continuità con il predecessore Francesco (Laudato si’, 2015) affronta le nuove “cose nuove” di oggi: il digitale, la robotica, l’intelligenza artificiale, il nucleare – che è nuovamente nuovo, nella possibilità di un rilancio per la produzione di energia – le biotecnologie.
Lasciando il campo dell’analisi epistemologica e tecno-politica a Paolo Bottazzini, cerchiamo, qui, di far emergere le principali istanze morali di Leone sul tema delle “cose nuove”, di scavare sotto al tipico linguaggio pontificio, e trovare quali siano i principi morali che animano l’enciclica.
Il tema portante su cui si sviluppa del testo di Leone è esplicito, diretto e non ammantato della consueta prudenza pontificia.
Possiamo sintetizzare questo asse portante in poche parole:
le “cose nuove” sono strumenti di dominio e sono nelle mani di pochi soggetti privati, «spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (M.H, 5) soggetti con un potere economico e di azione enorme, difficile da delineare nel suo complesso[2].
Qual è il problema, per Leone?
Già nei primi punti dell’Enciclica mette a fuoco che se queste “cose nuove” sono motori di cambiamento e di sviluppo, il fatto che siano in mani private – senza alcun controllo sul loro utilizzo - espone al rischio di «lasciare indietro interi popoli» (M.H, 12).
-
- Da questo punto e dal successivo (M.H. 13) si delinea la prima istanza morale di Leone, che si pone oltre tutta la dottrina sociale cattolica-romana, assimilando : «costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire”».
- La seconda istanza morale emerge poche righe più avanti, quando Leone parla di sussidiarietà, strumento per fare crescere «stabilità, prosperità e pace»[3].
Ecco, una volta posti questi due cardini morali, Leone delinea alcuni impulsi etici, finalizzati a realizzare le due istanze morali, che ci sembrano assai innovativi: il Papa suggerisce che «costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa», e cita, in quest’ordine, «scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede»; è significativo che i primi della lista siano gli scienziati e i ricercatori, seguiti a ruota dagli imprenditori.
Un ruolo politico, non neutrale, delle scienze
Di fatto, Leone riconosce un ruolo politico critico – tutt’altro che neutrale – alle scienze e ai suoi operatori, così come lo attribuisce alle tecnologie – nel loro essere motori di sviluppo.
Il Papa sembra quindi cogliere la visione unica di «progettazione responsabile» (M.H., 14) delle scienze e delle tecniche, e sussumerle in un unicum epistemico e operativo.
Unicum in cui «ricerca e industria» si debbano assumere la responsabilità di essere «orientate alla giustizia e alla pace», attraverso - ripetiamo - «progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili». (Cit.)
Ci pare che Leone, in questi passaggi, conforti quello che sosteniamo da tempo.
Che scienze e tecnologie non siano mai neutrali, che chi fa le scienze e le tecnologie deve guardare sempre oltre il proprio naso, oltre il risultato immediato della ricerca e prendersi la responsabilità di fare o di non fare.
Una terza istanza morale
Ancora in linea con Francesco (Laudato Sì), che utilizza come leva di legittimazione del suo ragionamento, Leone XIV richiama il tema del paradigma tecnocratico che riduce tutto ad oggetto di dominio e trasforma l’umano in risorsa e scarto (Cit.). Questa leva serve a Leone per affermare che scienze e tecniche debbano lavorare per la «dignità della persona» (e fino a qui resta sulla linea tradizionale della Chiesa), per la «destinazione universale dei beni» e per l’«opzione per i poveri».
Questa ci sembra essere l’istanza morale più forte e rivoluzionaria di Leone: l’obiettivo di una più omogenea e giusta redistribuzione della ricchezza e delle opportunità generate dalle “cose nuove”, condannandone[4] la concentrazione nelle mani di pochi e il problema correlato della crescente disparità di salari e di opportunità tra chi detiene le tecniche e chi – con le proprie mani – le fa o le usa.
Il ruolo della chiesa e degli stati
A differenza di una grande parte della comunità scientifica, il Papa sembra non aver paura di sporcarsi le mani con la politica.
Da una parte, infatti, incita gli stati (63) a «garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile», ad «armonizzare con giustizia i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli», in sostanza a non dimenticare il proprio fondamentale ruolo sociale in nome del liberismo selvaggio, e a ricordare che se la tecnologia e la conoscenza – da cui dipende la ricchezza delle nazioni - restano nelle mani di pochi, si perdono la giusta distribuzione dei beni e il fiorire degli individui.
Dall’altra parte, però, coraggiosamente e pure ricordando che la Chiesa non deve sostituirsi al potere politico (21), afferma che se il potere politico non risponde ai drammi dell’umanità e se l’economia e le scienze si muovono contro la persona – e quindi contro le istanze morali che abbiamo delineato – è compito delle religioni, e della Chiesa cattolica per prima, far sentir la propria voce (27).
Come si può concludere?
Inferiamo un ruolo attivo della Chiesa Cattolica guidata da Leone XIV orientato – secondo le sue parole - a favorire il passaggio delle decisioni sulle scelte tecnologiche dalle mani di quei pochi ad un processo condiviso con diversi attori e stakeholder, tra i quali spicca chi ha meno opportunità, un processo orientato al bene comune, al “fiorire” e ad evitare le concentrazioni di potere e di ricchezze.
NOTE:
[1] In questo caso, il titolo è in latino pur non essendoci ancora una traduzione latina e non iniziando il testo nemmeno con le prime parole in latino, come viene fatto solitamente.
[2] Niente di nuovo, possiamo dire, c’è una letteratura imponente su questo tema, da Zizeck a Mulieri, ma che lo dica in questo modo diretto il Papa è un fatto abbastanza rilevante e nuovo.
[3] Due principi morali che ricordano molto il concetto di più ampie e omogenee opportunità sviluppato da A. Sen.
[4] Riprendendo qui – e utilizzandolo a proprio uso e consumo - un insospettabile Pio XI.
I ritardi dei treni, la colpa e la fisica, secondo Gabriella Greison
Il giorno 8 maggio il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha incontrato, a Milano, Yasushi Kaneko, Ministro giapponese del Territorio, delle Infrastrutture, dei Trasporti e del Turismo.
Il Giappone ha un sistema ferroviario estremamente efficace e con tassi di puntualità che sfiorano il 99%[1], con ritardi medi inferiori al minuto.
In Italia, invece, nonostante la situazione stia migliorando in modo sensibile e i tempi di percorrenza siano enormemente diminuiti[2], il tasso di ritardi è ancora elevato: nel febbraio 2025[3] quasi il 20% dei treni ad alta velocità ha avuto più di 10 minuti di ritardo; la percentuale di Intercity che ha avuto più di 15 minuti di ritardo è stata superiore al 10%; alcune tratte dell’Alta Velocità mostrano ritardi in una percentuale tra il 40% e il 49% delle corse.
È interessante leggere l’analisi fatta da Gabriella Greison, fisica, scrittrice e divulgatrice, sul tempo nei sistemi ferroviari, in un suo articolo del 21 aprile 2026 sul Corriere della Sera, intitolato I ritardi continui dei treni.
Il centro della riflessione di Gabriella Greison è la percezione del tempo quando si aspetta un treno in ritardo, una situazione in cui il tempo sembra tradire le nostre previsioni e genera frustrazione.
Ricerca di un colpevole
In questa situazione, caratterizzata da binari affollati, tabelloni che cambiano continuamente e minuti di ritardo che si moltiplicano senza spiegazioni chiare, il viaggiatore è colto dalla rabbia e dall’impulso a cercare un colpevole.
Attribuire la colpa a una persona o a un evento a cui si può attribuire il ritardo – dice Greison – è una risposta “normale”, perché l’irritazione generata dal fatto che il tempo non rispetta le nostre aspettative deve essere veicolata contro un oggetto esterno.
Un approccio diverso, basato sulla fisica
Tuttavia, suggerisce Greison, un approccio diverso, basata sulla fisica, può essere più fruttuoso: invece che chiedersi “chi ha sbagliato?”, ci si può concentrare su “che tipo di sistema è quello ferroviario?”.
Per farlo, Greison, utilizza anche la metafora del mare, in cui le onde arrivano sempre, ma non mai tutte insieme, né uguali, né quando lo decidiamo noi. Nel mare, un’onda può nascere lontano e arrivare amplificata o attenuata a seconda delle interazioni lungo il percorso.
Dal punto di vista fisico, infatti, il sistema ferroviario non è una semplice sequenza di treni, ma un sistema complesso, in cui ogni elemento dipende dagli altri. Nessun treno, sostiene, è davvero isolato, così come nessuna onda del mare – ecco la metafora del mare - è indipendente dalle altre.
Il funzionamento del sistema ferroviario si basa sulla sincronizzazione, uno stato per nulla naturale, fragile che può incrinarsi facilmente.
In un sistema di questo tipo, un ritardo minimo può propagarsi lungo la rete, amplificarsi e accumularsi, non per inefficienza umana ma per le leggi della fisica dei sistemi complessi. Infatti, in un sistema sincronizzato complesso, “un minuto di ritardo non vale mai un minuto”, perché il tempo non si somma in modo lineare, ma si deforma e il ritardo si propaga, si amplifica e contagia l’intera rete.
Contenere la propagazione dell'errore
Come si fa, si chiede Greison, a gestire e contenere la propagazione e l’amplificazione dell’errore?
Una risposta viene dall’esempio del Giappone: nel sistema ferroviario giapponese la puntualità non dipende dalla disciplina individuale, ma da una progettazione fisica del sistema che riduce la propagazione degli errori.
Dice Greison: «Esistono sistemi ferroviari che usano bene la fisica, e si vede. Il Giappone, per esempio, non è famoso per i treni puntuali perché “sono più disciplinati”. È una spiegazione pigra. I treni giapponesi funzionano perché il sistema è progettato fisicamente per ridurre la propagazione degli errori. Linee dedicate, separazione dei flussi veloci e lenti, margini temporali distribuiti lungo la rete, sincronizzazione pensata come proprietà del sistema, non come richiesta agli individui. È fisica applicata alla gestione del tempo.» «In Giappone non chiedono ai treni di non sbagliare. Chiedono al sistema di non amplificare lo sbaglio. Ed è una differenza enorme. Un minuto resta quasi sempre un minuto, perché il sistema è progettato per impedirgli di diventare qualcos’altro.»
Invece, spesso – e sembrerebbe che sia il caso dell’Italia – le reti ferroviarie e la loro programmazione sono progettate in modo iper-saturo, vicino alla capacità massima: «senza margini, senza buffer temporali, come se il tempo fosse una linea rigida e identica ogni giorno. Stringiamo gli orari, riduciamo gli intervalli, ottimizziamo tutto al secondo. Sulla carta funziona. Nella realtà, no.».
In queste condizioni «Basta un rallentamento minimo perché lo scarto entri nel sistema e si propaghi. Un minuto di ritardo non resta un minuto: interferisce con altri treni, occupa tracce, fa saltare coincidenze». L’assenza di margini temporali strutturali, che sembrano tempo sprecato, il sistema non «è in grado di assorbire le fluttuazioni inevitabili. Senza di essi, il sistema non smorza. Trasmette tutto. […] piccole variazioni producono effetti sproporzionati».
E poi, ricorda Greison, cerchiamo il colpevole, tra i piccoli eventi fortuiti e tra gli errori umani. Senza capire che il problema non sta lì, che il piccolo evento fortuito o l’errore umano non sono solo il catalizzatore, la causa scatenante di una serie di conseguenze amplificate dall’assenza di margini.
Il dato di fatto è le reti ferroviarie che “si incrinano” e amplificano ritardi sono costruite per funzionare bene – essere in orario - solo quando «il tempo è perfetto. È come costruire una costa senza frangiflutti e poi prendersela con il mare perché le onde arrivano forti».
L'illusione della normalità
Il problema non è – quindi - il ritardo in sé, ma l’illusione che il tempo, nei sistemi complessi, possa essere trattato come una linea retta e che la sincronizzazione precisa e imperturbata sia la condizione normale. Quando, invece, la normalità è la presenza di errori, asincronie, perturbazioni. Che vanno incluse, e gestite, nel sistema, grazie ad ampi margini di tolleranza. Come fanno i giapponesi.
NOTE:
[1] Fonti: Geopop, Corriere della Sera, https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/12-secondi-di-ritardo-in-un-anno-in-giappone-i-treni-veloci-sul-serio/.
[2] Va ricordato che negli anni ’80 del XX secolo la tratta Milano – Roma richiedeva al meglio, 5 ore e 10 minuti. Oggi si fa in 3 - 4 ore.
[3] Dati Trenitalia.










