Musk e lo Stato-macchina
Il governo degli ingegneri
Sono trascorsi poco più di trent’anni da quando Pierre Lévy rissumeva l’ideologia della tecnologia digitale nella metafora dell’“intelligenza connettiva”, paragonandola al funzionamento della mente umana e a quella dell’Intelletto Agente di al-Farabi – quindi a Dio in persona, nella versione divulgata da uno dei più grandi teologi islamici del Medioevo. La Rete prometteva un futuro di solidarietà, di sviluppo dei talenti individuali, di espansione del sapere e della democrazia; aveva convertito la direzione dell’escatologia dall’asse verticale cielo-terra, all’asse orizzontale presente-avvenire, congiungendo il bene alla spinta temporale del progresso e dell’innovazione. Pierre Musso ha evidenziato il collegamento di questa concezione con quella positivistica di Saint-Simon e dei suoi successori, quando il network non consisteva nei collegamenti tra server e pagine elettroniche, ma nel reticolo dei canali d’acqua, dei binari dei treni, della viabilità stradale e del telegrafo ottico. Eppure la teoria politica sviluppata nei primi anni dell’Ottocento appare ancora di grande attualità, e potrebbe essere adottata come didascalia dottrinaria dell’operazione condotta al Doge da Elon Musk all’inizio del 2025, quando la seconda amministrazione Trump muoveva a Washington i primi passi.
Il governo degli ingegneri prescritto da Saint-Simon avrebbe dovuto sostituirsi alle istituzioni gestite da politici per garantire al popolo un futuro di prosperità e di crescita, svincolato da egoismo, opportunismo, dogmi religiosi e ideologici, e da tutti coloro per i quali il potere è una carriera o una questione di privilegio ereditario. Senza timore della noia e dell’autismo tecnicistico, gli utopisti sansimoniani nel XIX secolo hanno brandito questa direttiva contro gli incarichi amministrativi di aristocratici, ecclesiastici, latifondisti e sostenitori dell’Ancien Régime; il significato che una simile utopia – o distopia – assume oggi, come allora, è la rimozione di ogni mediazione politica dal funzionamento della macchina pubblica. Nella prospettiva di Musk, analizzata da Slobodian e Tarnoff, l’efficienza tecnica nelle operazioni della macchina statale deve garantire un ambiente di sostegno e di prosperità per la classe dominante tradizionale dell’Occidente bianco e cristiano. La tecnologia è la condizione essenziale per l’implementazione del progetto, ma le sue caratteristiche non sono più espansive e animate da una promessa di futuro. Le dichiarazioni di Musk sono intrise di pessimismo e inclinano a isolare la cultura occidentale, insieme ai suoi eroi protettori, dal resto del mondo, inteso come una minaccia di distruzione.
L’hub di tutti i dati
La radice reazionaria dell’ideologia della disruption digitale, nella Silicon Valley e nel resto del mondo, emerge in questa fase di apparente contrazione della capacità di controllo delle autorità tradizionali sulle aziende Big Tech e sulla forza del capitalismo finanziario, che scommette tutto su sviluppo dell’AI e dispositivi bellici. Musk è stato un interprete delle trasformazioni concettuali del capitalismo digitale: è passato dalla prima ondata dell’e-commcerce su Internet con PayPal alla green economy, con le macchine elettriche della Tesla e con il sistema integrato di pannelli solari e batterie al litio, poi alla de-globalizzazione con il ritorno all’autonomia americana nei lanci satellitari grazie a SpaceX. Ogni rivolgimento conserva la fede nella tecnologia come metodo di salvezza tramite la razionalizzazione e tramite la tutela della struttura sociale capitalistica da ogni ipotesi di revisione. Secondo Slobodian e Tarnoff l’organizzazione politica e consociativa che Musk ritiene naturale e necessaria coincide con quella sperimentata nel corso della sua infanzia e adolescenza a Johannesburg, nel Sudafrica dell’apertheid. L’arroccamento di una minoranza che si reputa un’élite razziale e spirituale è il modo di vita e la percezione dell’universo che si sono asserragliati (a loro volta) nella mentalità dell’imprenditore oggi più famoso del mondo.
Ma non occorre abbracciare questa analisi psicologica per seguire la parabola del pensiero di Musk. Il Doge è stato rifondato nei mesi della sua reggenza come l’hub centrale di tutti i database pubblici degli Stati Uniti, al fine di dare corpo ad un vero e proprio ufficio del Giudizio Universale. Nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche l’obiettivo primario era ridurre il costo dell’amministrazione pubblica, attraverso il taglio delle agenzie e dei singoli impiegati statali superflui. Con un metodo già collaudato nelle sue imprese, Musk ha chiesto con una mail ai dipendenti federali di spiegare il contributo del loro lavoro al funzionamento della macchina dello Stato, invitandoli a priori a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Ha convocato nelle sale del Doge un battaglione di programmatori molto giovani, senza alcuna esperienza nel funzionamento della burocrazia federale, con la missione di aprire l’accesso a tutti gli archivi, gli schedari, le banche dati del Paese, rendedoli interoperabili e interrogabili dalle loro postazioni. Anche questa procedura era già stata testata con l’acquisizione di Twitter e lo smantellamento di gran parte del personale e dell’infrastruttura sistemistica che sosteneva la società di Market Square.
Il compito di individuare le agenzie e i dipendenti in eccedenza si è conclusa con un fallimento economico, se è vero come sostengono le indagini del Financial Times e di The Atlantic che i tagli alla spesa pubblica sono stati minimi, e di fatto sono stati annullati dai tagli fiscali a favore dei ricchi voluti da Donald Trump nel Big Beautiful Bill. Ma l’obiettivo principale è stato comunque raggiunto, perché ora il governo centrale dispone di un’infrastruttura digitale in grado di recuperare i dati di ogni cittadino – travalicando qualunque protezione costituzionale con l’apparente neutralità del supporto tecnico.
Supporto tecnico
Le campagne di pulizia etnica dell’Ice sono state condotte attraverso l’incrocio di dati personali estratti e confrontati dall’infrastruttura del Doge – refusi di imputazione ed errori di interpretazione delle informazioni inclusi nel pacchetto assistenza. Elon Musk si aggirava alle riunioni del Gabinetto di Trump con una maglietta su cui campeggiava la scritta Supporto tecnico per sottolineare il carattere di pura razionalità e di disinteresse partitico del suo ruolo: lo Stato come dispositivo di controllo massivo della vita, del pensiero, delle azioni e dei desideri di tutti, trascritti (e traditi) nelle tracce digitali impresse da ogni clic e da ogni interazione con cellulari e computer, metteva in scena la commedia della propria imparzialità in questo siparietto goliardico.
Eppure la macchina del potere messa in moto da questo attore, che si pretende equidistante, si adopera per irrigidire la struttura sociale attuale e le sue prerogative economiche, per erigere un fossato di protezione attorno alle élite finanziarie e imprenditoriali, per pretendere la socializzazione dei rischi d’impresa e la privatizzazione dei ricavi, da parte di chi è ha poi la forza per rivendicare la paternità dei risultati commerciali dell’innovazione. Musk è uno degli alfieri di questa pratica, visto che, per esempio, Tesla ha beneficiato di un finanziamento di 465 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia degli USA per aprire il primo stabilimento, a Fremont, e avviare la produzione del Model S. Lo Stato non ha preteso alcuna quota nell’azienda, e non ha quindi riscosso alcuna rendita dal successo dell’impresa, se non la restitutizione del debito. Al contrario, il finanziamento pubblico si conclude con l’incenerimento completo del capitale alimentato dai contribuenti nel caso in cui la società fallisca, come è accaduto con i 535 milioni di dollari investiti in Solyndra, società produttrice di pannelli solari che ha dichiarato bancarotta nel 2011. Lo Stato che secondo Musk è giusto e naturale non guadagna nulla quando il sovvenzionamento ottiene successo, lasciando l’intero ricavo agli azionisti – ma perde tutto in caso di fallimento. Vale anche la pena di ricordare che Tesla ha evitato bilanci in rosso fino al 2020 con la vendita di Regulatory Carbon Credits, i titoli emessi dallo Stato per le aziende inquinanti che devono agire sui mercati regolamentati. Inoltre la sopravvivenza di SpaceX è stata assicurata dalle commesse pubbliche della NASA e del Pentagono, che fino al 2023 hanno rappresentato i principali (e per anni gli unici) clienti della società, in termini di fatturato.
Lo Stato come automa è lo strumento di un potere che protegge i privilegi attuali della configurazione sociale per censo, genere e etnia, trincerandoli nella fede della loro razionalità, della loro iscrizione nelle leggi immodificabili della natura umana. Musk condanna come inadeguata, disfunzionale, antieconomica, qualunque opinione differisca dai suoi interessi personali – ricalcando con questo atteggiamento una pratica comune della Silicon Valley. Il governo degli ingegneri è una restrizione del dominio politico al dibattito sulle sole questioni di fattibilità e di selezione strumentale: le domande sulle finalità, sulla valutazione del bene collettivo, sulla stima del giusto e del meglio per tutti, vengono obliterate, censurate dalla discussione, cacciate dai salotti del buon senso. Questi interrogativi non possono essere frequentati dalla logica computazionale, e devono quindi essere assunti in un atto di fede nella portata escatologica della tecnologia, che renderà immortale e interplanetaria la specie umana, preservando nell’eternità futura la gerarchia sociale attuale, replicando all’infinito il sistema capitalistico del presente. Amen.
Dal futuro all’assedio
Per ottenere questo risultato la macchina dello Stato è autorizzata ad adottare ogni mezzo: l’assedio di chi dissente deve essere biasimato come il tentativo di inoculare un virus nell’intelligenza connettiva della società in Rete, come l’infiltrazione di un agente del caos, come la minaccia di un pericolo esistenziale per l’umanità. Musk ha sempre predicato con chiarezza il verbo randiano (o paretiano, se si preferisce) sull’essenza dell’umanità, che non coincide con tutti gli individui appartenenti alla specie, o con titolari dei diritti fondamentali proclamati dalla Rivoluzione Francese e dall’Onu – ma con l’élite dei matematici e degli ingegneri, con le loro biblioteche e i loro manuali, che sarebbero in grado di far rifiorire la civiltà (bianca e occidentale) su un altro pianeta o su questa stessa Terra, dopo una qualche apocalisse atomica o biologica.
Per chi non riesce a pensare se non in termini di metafore informatiche, come Musk, l’apparato dell’hardware e del software di cui consiste la collettività, nelle sue dimensioni materiale e intellettuale, è sempre esposto ad un attacco hacker che ne potrebbe compromettere il funzionamento, anche manipolando il programma dall’interno e modificandone il comportamento: è quello che avrebbe fatto la cultura woke. Ora che si è inceppata la fiducia nella capacità espansiva delle tecnologie digitali, nel loro mandato prometeico di guida al progresso e all’evoluzione del mondo intero – l’ansia da assedio delle cittadelle bianche del Sudafrica passa a dominare la retorica e la progettualità delle Big Tech. L’assalto può provenire non solo dall’esterno, ma anche dal Golem di un’AI alimentata dalla profusione dei testi contaminati dalla mentalità woke del vecchio Twitter, ora epurato – candeggiato – nel nuovo bianchissimo e ortodosso X. La difesa deve mettere al riparo il core della civiltà ricorrendo a tutti gli stratagemmi possibili, includendo anche le operazioni di ingegneria sociale che rendano le masse funzionali alle necessità operative dello Stato.
Occorre tornare a domandarsi cosa sia il potere, accantonando la metafora macchinica dello Stato e la fede nel potere della tecnologia di raggiungere le finalità migliori attraverso la soluzione di problemi relativi a mezzi e strumenti. Occorre tacitare l’ingenuità e l’arroganza di Musk, mettendo in luce l’ipocrisia degli interessi finanziari nella matrice teologica che, secondo la metafora del nano gobbo di Benjamin, mette in movimento la macchina politica dall’interno. Ora che l’escatologia della Rete digitale ha mostrato che la promessa di salvezza nel futuro del governo degli ingegneri consiste nell’irrigidimento della gerarchia attuale e nella riproduzione testarda del vuoto di senso diluita dal balenio dei gadget digitali, diventa sempre più urgente la domanda su quale debba essere il ruolo e lo statuto dello Stato nella progettazione del nostro (molto profano) futuro.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus, Einaudi 2006.
P. Levy, L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996.
M. Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae, Laterza 2018.
P. Musso, L’ideologia delle reti, Apogeo 2007.
Q. Slobodian, B. Tarnoff, Muskismo, Einaudi 2026.
Missione “mille miliardi di alberi”
È la proposta del notissimo neurobiologo vegetale Stefano Mancuso e di altri scienziati come ad esempio Thomas Crowther dell’ETH di Zurigo e il team scientifico del Trillion Trees promosso dal WWF. Si tratta di un numero talmente enorme da poter sembrare il progetto un po’ stravagante di scienziati poco avvezzi alla concretezza. Non è così, si tratta di un progetto importantissimo e molto solido e adesso vedremo perché.
Circa due mesi fa abbiamo raccontato su Controversie il rapporto PEFC sullo stato delle foreste in Italia, con alcuni dati molto incoraggianti.
Primo fra tutti il notevole aumento delle aree boschive nel nostro Paese e qualche timido segnale di una nuova fase di ripopolamento e di ripresa economica nelle aree montane, fenomeno che parte anche dalla nuova gestione dei boschi.
Ma se in Italia e in Europa la situazione delle aree boschive sta migliorando, anche grazie a una crescente consapevolezza della loro importanza, non altrettanto si può dire a livello globale. Nonostante le politiche messe in atto per proteggere le grandi foreste sudamericane, africane e asiatiche, polmoni del pianeta, la situazione continua a peggiorare.
Ogni anno la quantità di aree deforestate supera quella delle nuove aree boschive; ogni anno Amazzonia e foreste del Centro Africa perdono migliaia di ettari per disboscamenti non autorizzati o incendi dolosi per far posto ad attività agricole e pastorizia.
Ancora oggi la deforestazione netta vale poco meno di 5 milioni di ettari l’anno, secondo la FAO: si tratta della stima riferita al decennio 2010 - 2020, confermata anche dalle analisi del Global Forest Resources Assessment 2025.
Il quadro è drammatico ma non del tutto sconfortante: il ritmo con cui aumenta questo squilibrio sta diminuendo, ma siamo ancora lontani da un’inversione di tendenza.
In questo contesto il riscaldamento globale aumenta anno dopo anno con tutte le conseguenze infauste che ne derivano: secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS nel 2020, in assenza di correttivi, entro il 2070 fino al 19% della superficie terrestre potrebbe avere condizioni climatiche medie simili ad alcune zone del Sahara.
La comunità scientifica concorda che l’immissione di CO₂ e altri gas climalteranti in atmosfera sia la causa principale (forse non l’unica) del surriscaldamento del pianeta.
Il problema è duplice e non ha soluzioni univoche.
È duplice in quanto ogni anno l’immissione in atmosfera di CO₂ è superiore alla rimozione di questo gas e questo fa aumentare lo stock di gas accumulatisi in atmosfera, responsabili della mancata dispersione del calore. È importante però distinguere tra flusso (le emissioni annuali) e stock (l’accumulo storico): il climate change dipende soprattutto da quest’ultimo.
Ci sono due macro soluzioni per contrastare questa situazione: quelle tecnologiche, ovvero l’ottimizzazione dei processi produttivi per diminuire l’impronta carbonica e l’utilizzo di energie pulite da fonti rinnovabili; queste sono le Technology Based Solutions.
E poi ci sono le Nature Based Solutions, ovvero le soluzioni basate sulla natura. E tra queste, più che mai, la riforestazione.
Secondo il professor Stefano Mancuso, prima dell’impatto antropico il pianeta ospitava fino a 6.000 miliardi di alberi contro gli attuali 3.000 miliardi; si tratta di stime che Mancuso utilizza spesso nella sua attività divulgativa, stime che derivano dalle ricerche del Crowther Lab dell’ETH di Zurigo. Nei secoli, e in particolare dall’inizio della rivoluzione industriale, l’uomo ha dimezzato la presenza di alberi sul pianeta, con una gravissima perdita di capacità di assorbimento della CO₂ proprio nel momento in cui servirebbe di più.
Secondo Mancuso le soluzioni tecnologiche sono importanti ma da sole non risolveranno il problema. Per altro, l’obiettivo di arrivare entro il 2050 al Net Zero appare irrealistico; molto più plausibile è la carbon neutrality, ovvero compensare le emissioni con soluzioni tecnologiche o naturali.
La soluzione, dunque, per lui come per altri studiosi, è quella di piantare almeno mille miliardi di nuovi alberi. Questo incremento di “massa verde” permetterebbe di assorbire una quota significativa (ma non sufficiente) dei gas climalteranti prodotti dalla nostra società – comprese le emissioni legate ai conflitti, disastrosi non solo sul piano umano – e contribuirebbe a frenare il climate change, agendo sulla riduzione dello stock.
Ma sorgono spontanee alcune domande: “è veramente possibile piantare mille miliardi di alberi sul nostro pianeta? C’è lo spazio? Dove troviamo questo numero immenso di alberi nuovi da piantare?”
Prima di rispondere, occorre ricordare che l’idea dei mille miliardi di alberi non nasce dal nulla: è la conseguenza di vari studi che hanno contribuito a definire l’obiettivo.
Nel 2019 è stato pubblicato su Science lo studio dell’ETH di Zurigo, noto come “Trillion Trees Study”, che dimostra che sul pianeta esistono 2,8 miliardi di ettari di terreni riforestabili. La mappatura è precisa, continente per continente.
Questi 2,8 miliardi di ettari potenzialmente riforestabili, scendono a 0,9 miliardi escludendo le aree urbane e agricole. E facendo rapidi calcoli si desume che questo spazio permetterebbe la crescita di circa mille miliardi di alberi. Va ricordato che questa stima è stata oggetto di dibattito, ma resta probabilmente l’analisi più autorevole sul tema.
La missione mille miliardi dunque non è una follia visionaria, ma un tema di presa di coscienza, responsabilità e di volontà politica internazionale.
L’altro punto critico è: “ma dove le prendiamo tutte queste piante?”
Anche in questo caso la risposta è semplice, nel senso di logica e razionale. Mancuso sa benissimo che non è possibile, né da un punto di vista della fattibilità, né economico, coltivare in vivai un numero così colossale di piante.
La soluzione che propone è la rigenerazione naturale: gli alberi producono enormi quantità di semi che si disperdono nell’ambiente trasportati dal vento e dagli animali. Sono questi semi che permettono ai boschi di espandersi e ampliarsi velocemente se non trovano ostacoli da parte dell’uomo. È ciò che abbiamo visto anche in Italia: nelle zone montuose abbandonate i boschi sono ricresciuti con straordinaria rapidità.
Si tratta del concetto di Assisted Natural Regeneration (ANR), che si è sviluppato negli ultimi decenni con il contributo di decine di ricercatori di tutto il mondo; Stefano Mancuso è uno dei grandi divulgatori internazionali di questa metodologia. La rigenerazione naturale ha anche un vantaggio ecologico fondamentale: produce boschi più biodiversi, più resistenti e in grado di immagazzinare una maggior quantità di carbonio, rispetto alle piantagioni artificiali.
Il disastro Vaia del 2018, quando una tempesta distrusse oltre 42.000 ettari di boschi in Trentino, è dipeso anche dal fatto che quei boschi erano frutto di una piantumazione artificiale nel primo dopoguerra che non rispettava la composizione naturale originaria. Erano boschi strutturalmente fragili, incapaci di resistere a un evento meteorologico estremo.
Affidare la missione mille miliardi alla natura è dunque la scelta più logica. Naturalmente questo non vale per le città e per le aree fortemente urbanizzate. Gli alberi urbani, tristemente isolati e circondati da cemento, spargono i loro semi inutilmente nell’asfalto. Eppure le città sono proprio i luoghi dove gli alberi servirebbero di più: per abbassare le temperature roventi estive e migliorare la qualità dell’aria.
Nei piani di riforestazione urbana l’intervento umano è indispensabile, occorre individuare gli spazi giusti (ci sono) e progettare piantumazioni intelligenti, che possano resistere nel tempo.
Quindi, per portare a buon fine la missione mille miliardi serve dunque una collaborazione uomo – natura; lasciare che la natura ampli le foreste e realizzare una piantumazione mirata nelle aree urbanizzate.
Come dicevamo si tratta soprattutto di una sfida culturale e politica; concretamente è un’operazione oggettivamente fattibile. Purtroppo, proprio perché si tratta di un tema di coordinamento politico internazionale e dei singoli paesi, è legittimo essere pessimisti.
In ultimo, quanta CO₂ assorbirebbero mille miliardi di nuovi alberi? Secondo il Crowther Lab, potrebbero immagazzinare fino a 205 gigatonnellate di carbonio, equivalenti a circa 750 miliardi di tonnellate di CO₂ nel loro ciclo di vita. Attenzione, nel loro ciclo di vita, parliamo quindi del dato complessivo che queste foreste potrebbero accumulare una volta mature.
E questo è il punto chiave del ragionamento: il problema del climate change deriva essenzialmente dal surplus storico di CO₂ presente in atmosfera, accumulatosi a partire dall’inizio dell’800; in altre parole, esiste uno stock di CO₂ in eccesso, calcolato dal Crowther Lab in circa 1.600 miliardi di tonnellate.
La missione mille miliardi incide marginalmente sull’assorbimento delle emissioni annue (per questo motivo servono anche le soluzioni tecnologiche di abbattimento del flusso); ma va a incidere – nel tempo di vita delle nuove foreste – in modo sostanziale sullo stock, causa principale del riscaldamento globale.
Infine, quindi, c’è da domandarsi: “è il caso di prendere seriamente la proposta degli scienziati che parlano dei mille miliardi di alberi?”
Credo che la risposta sia semplice.
Macchine per pensare e macchine per volere
Macchine per volere
Conviviamo da secoli con macchine che pensano e che decidono, da cui dipendono le minuzie del quotidiano, i propositi esistenziali, la sorte di interi popoli. Nel saggio Affidarsi lo storico britannico David Runciman ne analizza le caratteristiche, le condizioni di nascita, l’evoluzione, e ne certifica la natura automatica: sono lo Stato e le società imprenditoriali.
La sua strategia di analisi separa con cura le istituzioni politiche della modernità da tutte le altre. Nella storia può apparire una sola entità riconoscibile come Roma, o come la monarchia degli Han, o come il califfato di Maometto; al contrario, lo stato nazionale, di carattere amministrativo e burocratico, è un modello che può essere riprodotto in serie ovunque nel mondo. È un automa assemblato per la prima volta in Europa, dopo la pace di Westfalia, nei territori britannici e francesi; ma sono bastati alcuni adattamenti, di poco conto, per replicarlo ovunque nel Vecchio Continente, poi in America, in Asia, in Oceania, e anche in Africa.
Bisogna sempre tenere distinti l’adozione dello schema e il successo della sua attivazione: non si possono sollevare dubbi sulle differenze tra le prestazioni che l’operazione ha ottenuto negli Stati Uniti, in Germania, o in Italia – e lo strano ibrido che si è affermato in aree come l’Afghanistan o lo Zimbabwe. In ogni caso, la trasferibilità delle istituzioni si è verificata anche nei paesi in cui la riuscita dell’implementazione è stata minore. Se l’esportazione della democrazia si profila come un’ingenuità – o come una perfidia ben mascherata – dell’imperialismo americano, la propagazione dei burocrati è un’operazione molto più percorribile, e praticata ad ogni latitudine. Il lavoro dei funzionari è adattabile ad ogni forma di cultura, dato il carattere autoriferito, e indifferente a criteri di inclusività popolare o di dispotismo, dell’apparato amministrativo.
Se nel dizionario di Hobbes fosse stato reperibile il vocabolo robot, per classificare il tipo di automa in cui bisogna sussumere il Leviatano, il filosofo lo avrebbe senz’altro adottato: specifica con cura il carattere del burocrate, e per metonimia l’intera infrastruttura di potere che rappresenta. Il primo attributo dello Stato è la forza di coercizione con cui è in grado di far applicare le sue decisioni, rivendicando a sé il monopolio della violenza, e assicurando in questo modo ai cittadini la libertà di dedicarsi alle loro attività commerciali, artistiche, scientifiche, senza dover temere la precarietà della vita nella condizione naturale della guerra di tutti contro tutti.
La legittimazione dello Stato deriva dalla garanzia della sicurezza personale che viene barattata con le restrizioni delle libertà degli individui; ma le sue proprietà sono molto più estese dell’infastruttura di protezione dei sudditi, dal momento che la durata della sua esistenza, la sua capacità di contrarre debiti, la sua autorità nell’entrare in guerra e nel trattare la pace, il suo potere di validare gli accordi contrattuali e i patti commerciali, valicano i confini naturali della forza e della vita di qualunque cittadino. L’inquadramento teorico di Robert Nozick, che vieterebbe al potere politico qualunque diritto trascendente le facoltà dei singoli membri della comunità nazionale, viene smentito dalla funzione che lo Stato svolge nella vita stessa delle persone. Gli investimenti per la costruzione di infrastrutture come la rete ferroviaria, quella stradale, quella elettrica, quella dell’acqua potabile, non sarebbero sostenibili da nessun soggetto privato, né isolato né associato in compagnie di qualche genere; Acemoglu e Robinson hanno mostrato come gli imperi che si sono sottratti a questi interventi di finanziamento, o di protezione monopolistica delle agenzie che se ne sono fatte carico, hanno deciso di difendere gli interessi dell’oligarchia feudale, contro lo sviluppo della cultura imprenditoriale, contro l’industrializzazione delle loro economie, contro l’inclusione delle classi popolari nella gestione politica. Lo Stato può sovvenzionare, con perdite irrazionali e in deficit sulla bilancia dei pagamenti, la ricerca fondamentale in ogni ambito della scienza, la prototipazione di dispositivi tecnologici, l’apertura di nuovi mercati potenziali. La storia di Internet comincia con i capitali militari della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa americano, fondata nel 1958 per reagire al lancio dello Sputnik da parte dell’Unione Sovietica; ma se in questo caso la sperimentazione ha condotto ad un successo epocale, i 40 milioni di dollari spesi dagli USA in piena Seconda Guerra Mondiale per costruire l’H-4 Hercules, un idrovolante in legno laminato da 750 persone soprannominato l’oca di abete rosso, sono finiti nelle tasche di Howard Hughes senza che il congegno sia mai riuscito a staccarsi da terra. Lo Stato innova perché è indifferente ai fiaschi e può permettersi gli sprechi; le imprese colgono quello che è utile nell’inventario dei progetti sussidiati dai soldi pubblici, e lo trasformano in quello che piace al mercato.
Macchine per pensare
La decisione di entrare in guerra o di accettare la tregua, l’autorizzazione a costruire una ferrovia o a finanziare una rete di connessioni senza un hub centrale, la sentenza sulla responsabilità penale di un imputato, vengono assunte dallo Stato sulla base di un’analisi dei fatti, con diverse forme di intenzionalità e di responsabilità nei confronti del mondo reale. L’apertura o la risoluzione di un conflitto sono una decisione che modifica le condizioni di vita di tutti, sulla base del provvedimento emanato dal governo; il cittadino in tribunale invece ha o non ha commesso il delitto, e questa verità è indipendente dagli ordinamenti burocratici, anche se la sentenza della giuria comporterà conseguenze effettive sul seguito dei suoi giorni. Condorcet, poco prima della deflgrazione della Rivoluzione Francese, aveva gettato le basi per una matematica della probabilità che sondava la saggezza delle folle nell’esattezza di giudizio. Nella sua analisi si trovano i fondamenti sia del pessimismo sia dell’ottimismo verso la capacità dei gruppi di raggiungere una forma di intelligenza inaccessibile all’individuo singolo. L’esame delle sentenze dimostra che un incremento del numero dei giurati dovrebbe favorire l’approssimazione alla verità fattuale; al contrario, il comportamento delle folle nelle situazioni di eccitazione collettiva tende a pendere verso gesti molto più gravi di quelli che i singoli sarebbero disposti a sottoscrivere nella loro solitudine.
Sia i giurati delle corti popolari, sia le masse che convergono nei raduni di piazza, cessano di esistere non appena si conclude l’evento che li ha convocati: le persone, nella loro dispersione successiva, non ereditano nessuna delle proprietà del gruppo di cui erano parte. Lo Stato è una macchina che stabilizza decisioni collettive estendendo la loro validità con il suo potere coercitivo e la sua persistenza. Ma lo statuto consegnato a ciò che esso consolida pone un problema di responsabilità: l’ambiguità della sua attribuzione non è diversa da quella del caso di un veicolo a guida autonoma coinvolto in un incidente mortale. L’omicidio deve essere imputato al conduttore della macchina nel momento del sinistro? Al proprietario dell’automobile? Allo sviluppatore del software che governa il mezzo di trasporto? Al programma di AI che ha preso la decisione da cui è derivata la collisione fatale? Allo stesso modo, chi deve rispondere a livello morale e giuridico della decisione di entrare in guerra? Il governo che ha firmato la dichiarazione? Il parlamento che l’ha approvata? Ogni singolo cittadino della nazione? Lo Stato?
Pare chiaro che le difficoltà implicate nella convocazione in giudizio di uno Stato o di un software siano paragonabili: come lo si potrebbe fare? L’ipotesi di incriminare ministri e deputati – o sviluppatori informatici e proprietari di automobili – per eventi che sono il risultato della cooperazione di più agenzie, finirebbe per confondere il piano della responsabilità individuale con quella collettiva, e cadrebbe nella logica del capro espiatorio. D’altra parte, se il singolo fosse stato consapevole di dover pagare in prima persona per le conseguenze dei suoi gesti, forse avrebbe agito in modo molto più prudente, o avrebbe addirittura optato per la decisione opposta. Il re è un meccanico: lo spazio aperto al dilemma morale è disegnato nella struttura tecnica di un automa, i cui congegni coincidono con la forma del potere politico.
Oltre lo Stato
L’epoca contemporanea introduce nuove macchine, o nuovi funzionamenti nel rapporto tra automi statali e imprenditoriali. La nascita delle istituzioni pubbliche dopo la Pace di Westfalia ha accompagnato la formazione delle compagnie commerciali e industriali, che si sono costituite come entità di diritto e come agenti persistenti, derivando le loro facoltà da quelle dello Stato. L’autorità politica è sempre stata la fonte delle possibilità ontologiche e operative delle attività capitalistiche; ma la rivoluzione messa in atto dalla Silicon Valley a partire dalla fine del XX secolo sembra aver sabotato questa configurazione. Società come Meta, Alphabet, Amazon, si presentano sia come attori del mercato regolamentato dal diritto pubblico – sia come il mercato stesso, definendo con i propri algoritmi le regole di visibilità degli altri soggetti economici nell’ambito del mondo digitale, il costo e i metodi dell’esposizione pubblicitaria, le procedure di transazione con il pubblico finale e (spesso, se si considerano la piattaforma di ecommerce) il range di prezzo dei prodotti in offerta. L’ideologia dell’efficienza, e l’efficacia di queste imprese, consacrano il software come l’elaboratore di un’intelligenza completa del sistema, il gestore razionale di tutti gli eventi e di tutti gli scambi possibili. Decisione e comprensione non sono più l’esito di operazioni collettive, ma tornano a scaturire da in singolo soggetto, definitivamente automatico, che si dispiega nei calcoli processati dal programma informatico.
Con l’intelligenza artificiale si raggiunge l’apoteosi della razionalità (presunta) con cui le piattaforme digitali amministrano rapporti economici, gestiscono case e città smart, veicolano rapporti di amicizia e interazioni sessuali, rispondono a qualunque genere di domanda – e ora redigono documenti, rispondono alle mail, predispongono agende di riunioni, stabiliscono executive summary. La suzione degli archivi dell’intera umanità alimenta macchine che vengono celebrate per il possesso e per l’elaborazione di un’informazione completa su tutti e su ciascuno. Rivendicano quindi un’intelligenza sugli individui e sulle collettività che supera per totalità e per lucidità quella che può essere raggiunta da qualunque gruppo e da ogni singolo. Lo squilibrio tra Stato e imprese, che in questo momento oscilla a vantaggio delle seconde, potrebbe inaugurare una nuova fase nella composizione degli automi di decisione e di intelligenza.
Runciman propone di etichettare la nostra epoca come “Leviatanocene”, e non come “Antropocene”: l’impatto sul mondo è stato inciso dalla macchina più potente realizzata dall’uomo, non dall’uomo come specie naturale. Ora forse altri automi concorrono a prevalere sulla forza dello Stato, sviluppando una nuova dimensione del pensare e del volere: siamo tutti chiamati a confrontarci con il rischio che queste forme di vita appiattiscano la concezione stessa dell’intelligenza e della decisione sul piano esclusivo della soluzione di problemi – perdendo di vista la pluralità dei percorsi fenomenologici dell’esplorazione e della costruzione di senso.
In ogni caso, è impossibile risalire ad un contatto con il reale in cui l’uomo sia spogliato di ogni mediazione meccanica. Il tormento per l’assimilazione progressiva all’automa aziendale e statale in cui ogni individuo è innestato, per l’interiorizzazione della logica macchinica che lo trasforma in zombie, lo sollecita ad una fuga dagli ingranaggi del Leviatano, al sogno dell’autonomia dalla vita urbana e dalle sue forzature. D’altra parte si possono coltivare queste aspirazioni solo perché esiste una civiltà industriale o post-industriale, una rete di distribuzione dell’acqua e della luce in tutte le case, una struttura di filiere di approvvigionamento globali, un sistema di dispositivi di igiene e di cura diffusi. Nessuno sarebbe disposto a tornare nell’ambiente minato dalle malattie infettive, dalla fame e dall’analfabetismo, tipico della cultura feudale – nonostante i meriti della sua vocazione bucolica. L’alienazione che viene introdotta dai meccanismi della società industriale è il costo che si deve versare per la liberazione dalla sudditanza alle forze della natura, al lavoro per la sola sussistenza, alla condizione di miseria e di quasi-schiavitù per gran parte della popolazione nei confronti dell’oligarchia militare e religiosa, e delle necessità fisiche.
Nel Medioevo la macchina per pensare e prendere decisioni era un dispositivo teologico capace di persuadere i contadini quanto i sovrani e i papi. Il Leviatano, secondo Hobbes, è un dio mortale; l’Intelligenza Artificiale, nelle vesti escatologiche dell’AGI, è una fonte di razionalità sovrumana, capace di divinare la verità passata e futura. Non esiste alcuna via di fuga, né avanti né indientro, dai rotismi fisici e trascendenti della macchina che abilita – per gli uomini – l’accesso alla realtà.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
D. Acemoglu, J. Robinson, Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore 2013.
R. Nozick, Anarchia, Stato e utopia, Il Saggiatore 2024.
D. Runciman, Affidarsi. Come abbiamo ceduto il controllo della nostra vita a imprese, stati e intelligenze artificiali, Einaudi 2025.
Fandom e politica, da "The Musk", di P. Bottazzini
Questo brano è tratto da The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista
di P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025
Dal 2023 Aja Romano su Vox avverte come la pratica politica di Donald Trump abbia permesso di evidenziare una trasformazione nel rapporto tra le figure pubbliche e i loro sostenitori, che si è verificata negli ultimi anni . I personaggi politici intrattengono con il pubblico lo stesso tipo di relazione che intercorre tra i divi dello spettacolo – della musica, del cinema, dello sport – e i loro fan. Uno degli aspetti chiave dell’analisi è l’uso del termine stanning, derivato dalla canzone Stan di Eminem, che racconta la storia di un fan ossessionato dal suo idolo. In ambito politico, il fenomeno dello stanning si manifesta nella difesa incondizionata di un leader, di un eroe disegnato su misura per i bisogni di rivalsa, di protezione, di guida, indipendentemente dalle sue azioni o dichiarazioni. La terra rimane sventurata, e Galileo diventa solo una delle maschere di Snoopy.
Nel caso di Trump, questo atteggiamento ha portato alla creazione di una vera e propria cultura fanatica, dove le critiche non fanno che rafforzare il senso di lealtà tra i suoi sostenitori. È noto che la percezione della verità sia ormai basata su emozioni e fedeltà ideologica, più che su dati verificabili: è possibile che sia sempre stato così, ma in questo momento disponiamo di una maggior numero di strumenti di rilevazione affidabili, per cui possiamo asserire che lo spirito di parte stabilisce il filtro percettivo con cui vengono selezionate le informazioni per la mappatura cognitiva dell’attualità. Questo vaglio delle evidenze viene esercitato dal retroterra ideologico di tutti, soprattutto quando non se ne ha consapevolezza, o quando si ritiene che la propria visione del mondo sia governata dalla trasparenza della verità o della razionalità – come accade anche a Musk e ai suoi fan .
Trump e altri leader populisti hanno trasformato la politica in un’esperienza simile a quella di un grande evento mediatico. Il successo dell’attuale presidente USA non si basa sui programmi, quanto sulla capacità di vendere una narrazione accattivante, l’immagine dell’«outsider» che combatte contro le élite corrotte, alimentando il mito di se stesso come eroe del popolo. Questo schema narrativo è ricorrente in molte culture fan, dove il protagonista è spesso un individuo emarginato che sfida il sistema e vince contro ogni aspettativa.
Happer, Hoskins e Merrin hanno mostrato che il terreno di costruzione del consenso attorno alla figura di Trump è quello dei meme e dei social media, molto più che quello dei media tradizionali – dove la contestazione su base razionale e fattuale delle notizie false, e delle menzogne divulgate dal presidente e dai suoi collaboratori, è risultata inefficace sia durante la campagna elettorale del 2016, sia nel corso dei primi quattro anni di governo. La vera guerra scatenata da e contro Trump non viene combattuta sui media istituzionali, ma nelle trincee delle vignette di pessimo gusto partorite dai forum di 4chan e condivise in milioni di repliche sulle bacheche prima di Facebook, ora di X.com, di Instagram e di TikTok. Da questa indagine, William Merrin può trarre la conclusione che l’ultimo decennio ha sostituito le pubbliche relazioni tradizionali tra la Casa Bianca e la stampa con un nuovo canale di comunicazione privilegiato, e un nuovo metodo di coinvolgimento dell’opinione pubblica, che è la politica dei troll: i nuovi eroi derivano dalle figure della cultura online che si divertono a provocare e a suscitare controversie verbali furiose, con scambi accesi, insulti personali, e del tutto inconcludenti. Ogni epoca, e forse ognuno di noi, ha le armi, i cavalieri, le donne e gli amori – gli eroi – che si merita.
Non si tratta di un meccanismo solo americano o europeo. Uno degli studi più interessanti sulla relazione che intercorre tra consenso politico e fandom è l’indagine condotta da Shouzhi Xia sulle attività messe in opera dalla Lega dei Giovani Comunisti Cinesi su Weibo, uno dei più grandi social media che opera oltre la Grande Muraglia.
L’esame riguarda il modo in cui l’ala giovanile del partito di governo ha coinvolto gli idoli pop affinché appassionassero i loro follower a temi nazionalistici, con connotazioni sia di orgoglio patriottico, sia di odio contro bersagli indicati come avversari.
RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:
The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025
Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica "Magnifica Humanitas"
Ricerca delle istanze morali in Leone XIV
Il Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica, ossia il suo primo atto dottrinale formale. L’enciclica è intitolata Magnifica Humanitas, riprendendo, come di consueto, le parole che la aprono: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme»[1].
Leone richiama esplicitamente il testo Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e – in continuità con il predecessore Francesco (Laudato si’, 2015) affronta le nuove “cose nuove” di oggi: il digitale, la robotica, l’intelligenza artificiale, il nucleare – che è nuovamente nuovo, nella possibilità di un rilancio per la produzione di energia – le biotecnologie.
Lasciando il campo dell’analisi epistemologica e tecno-politica a Paolo Bottazzini, cerchiamo, qui, di far emergere le principali istanze morali di Leone sul tema delle “cose nuove”, di scavare sotto al tipico linguaggio pontificio, e trovare quali siano i principi morali che animano l’enciclica.
Il tema portante su cui si sviluppa del testo di Leone è esplicito, diretto e non ammantato della consueta prudenza pontificia.
Possiamo sintetizzare questo asse portante in poche parole:
le “cose nuove” sono strumenti di dominio e sono nelle mani di pochi soggetti privati, «spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (M.H, 5) soggetti con un potere economico e di azione enorme, difficile da delineare nel suo complesso[2].
Qual è il problema, per Leone?
Già nei primi punti dell’Enciclica mette a fuoco che se queste “cose nuove” sono motori di cambiamento e di sviluppo, il fatto che siano in mani private – senza alcun controllo sul loro utilizzo - espone al rischio di «lasciare indietro interi popoli» (M.H, 12).
-
- Da questo punto e dal successivo (M.H. 13) si delinea la prima istanza morale di Leone, che si pone oltre tutta la dottrina sociale cattolica-romana, assimilando : «costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire”».
- La seconda istanza morale emerge poche righe più avanti, quando Leone parla di sussidiarietà, strumento per fare crescere «stabilità, prosperità e pace»[3].
Ecco, una volta posti questi due cardini morali, Leone delinea alcuni impulsi etici, finalizzati a realizzare le due istanze morali, che ci sembrano assai innovativi: il Papa suggerisce che «costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa», e cita, in quest’ordine, «scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede»; è significativo che i primi della lista siano gli scienziati e i ricercatori, seguiti a ruota dagli imprenditori.
Un ruolo politico, non neutrale, delle scienze
Di fatto, Leone riconosce un ruolo politico critico – tutt’altro che neutrale – alle scienze e ai suoi operatori, così come lo attribuisce alle tecnologie – nel loro essere motori di sviluppo.
Il Papa sembra quindi cogliere la visione unica di «progettazione responsabile» (M.H., 14) delle scienze e delle tecniche, e sussumerle in un unicum epistemico e operativo.
Unicum in cui «ricerca e industria» si debbano assumere la responsabilità di essere «orientate alla giustizia e alla pace», attraverso - ripetiamo - «progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili». (Cit.)
Ci pare che Leone, in questi passaggi, conforti quello che sosteniamo da tempo.
Che scienze e tecnologie non siano mai neutrali, che chi fa le scienze e le tecnologie deve guardare sempre oltre il proprio naso, oltre il risultato immediato della ricerca e prendersi la responsabilità di fare o di non fare.
Una terza istanza morale
Ancora in linea con Francesco (Laudato Sì), che utilizza come leva di legittimazione del suo ragionamento, Leone XIV richiama il tema del paradigma tecnocratico che riduce tutto ad oggetto di dominio e trasforma l’umano in risorsa e scarto (Cit.). Questa leva serve a Leone per affermare che scienze e tecniche debbano lavorare per la «dignità della persona» (e fino a qui resta sulla linea tradizionale della Chiesa), per la «destinazione universale dei beni» e per l’«opzione per i poveri».
Questa ci sembra essere l’istanza morale più forte e rivoluzionaria di Leone: l’obiettivo di una più omogenea e giusta redistribuzione della ricchezza e delle opportunità generate dalle “cose nuove”, condannandone[4] la concentrazione nelle mani di pochi e il problema correlato della crescente disparità di salari e di opportunità tra chi detiene le tecniche e chi – con le proprie mani – le fa o le usa.
Il ruolo della chiesa e degli stati
A differenza di una grande parte della comunità scientifica, il Papa sembra non aver paura di sporcarsi le mani con la politica.
Da una parte, infatti, incita gli stati (63) a «garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile», ad «armonizzare con giustizia i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli», in sostanza a non dimenticare il proprio fondamentale ruolo sociale in nome del liberismo selvaggio, e a ricordare che se la tecnologia e la conoscenza – da cui dipende la ricchezza delle nazioni - restano nelle mani di pochi, si perdono la giusta distribuzione dei beni e il fiorire degli individui.
Dall’altra parte, però, coraggiosamente e pure ricordando che la Chiesa non deve sostituirsi al potere politico (21), afferma che se il potere politico non risponde ai drammi dell’umanità e se l’economia e le scienze si muovono contro la persona – e quindi contro le istanze morali che abbiamo delineato – è compito delle religioni, e della Chiesa cattolica per prima, far sentir la propria voce (27).
Come si può concludere?
Inferiamo un ruolo attivo della Chiesa Cattolica guidata da Leone XIV orientato – secondo le sue parole - a favorire il passaggio delle decisioni sulle scelte tecnologiche dalle mani di quei pochi ad un processo condiviso con diversi attori e stakeholder, tra i quali spicca chi ha meno opportunità, un processo orientato al bene comune, al “fiorire” e ad evitare le concentrazioni di potere e di ricchezze.
NOTE:
[1] In questo caso, il titolo è in latino pur non essendoci ancora una traduzione latina e non iniziando il testo nemmeno con le prime parole in latino, come viene fatto solitamente.
[2] Niente di nuovo, possiamo dire, c’è una letteratura imponente su questo tema, da Zizeck a Mulieri, ma che lo dica in questo modo diretto il Papa è un fatto abbastanza rilevante e nuovo.
[3] Due principi morali che ricordano molto il concetto di più ampie e omogenee opportunità sviluppato da A. Sen.
[4] Riprendendo qui – e utilizzandolo a proprio uso e consumo - un insospettabile Pio XI.
I ritardi dei treni, la colpa e la fisica, secondo Gabriella Greison
Il giorno 8 maggio il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha incontrato, a Milano, Yasushi Kaneko, Ministro giapponese del Territorio, delle Infrastrutture, dei Trasporti e del Turismo.
Il Giappone ha un sistema ferroviario estremamente efficace e con tassi di puntualità che sfiorano il 99%[1], con ritardi medi inferiori al minuto.
In Italia, invece, nonostante la situazione stia migliorando in modo sensibile e i tempi di percorrenza siano enormemente diminuiti[2], il tasso di ritardi è ancora elevato: nel febbraio 2025[3] quasi il 20% dei treni ad alta velocità ha avuto più di 10 minuti di ritardo; la percentuale di Intercity che ha avuto più di 15 minuti di ritardo è stata superiore al 10%; alcune tratte dell’Alta Velocità mostrano ritardi in una percentuale tra il 40% e il 49% delle corse.
È interessante leggere l’analisi fatta da Gabriella Greison, fisica, scrittrice e divulgatrice, sul tempo nei sistemi ferroviari, in un suo articolo del 21 aprile 2026 sul Corriere della Sera, intitolato I ritardi continui dei treni.
Il centro della riflessione di Gabriella Greison è la percezione del tempo quando si aspetta un treno in ritardo, una situazione in cui il tempo sembra tradire le nostre previsioni e genera frustrazione.
Ricerca di un colpevole
In questa situazione, caratterizzata da binari affollati, tabelloni che cambiano continuamente e minuti di ritardo che si moltiplicano senza spiegazioni chiare, il viaggiatore è colto dalla rabbia e dall’impulso a cercare un colpevole.
Attribuire la colpa a una persona o a un evento a cui si può attribuire il ritardo – dice Greison – è una risposta “normale”, perché l’irritazione generata dal fatto che il tempo non rispetta le nostre aspettative deve essere veicolata contro un oggetto esterno.
Un approccio diverso, basato sulla fisica
Tuttavia, suggerisce Greison, un approccio diverso, basata sulla fisica, può essere più fruttuoso: invece che chiedersi “chi ha sbagliato?”, ci si può concentrare su “che tipo di sistema è quello ferroviario?”.
Per farlo, Greison, utilizza anche la metafora del mare, in cui le onde arrivano sempre, ma non mai tutte insieme, né uguali, né quando lo decidiamo noi. Nel mare, un’onda può nascere lontano e arrivare amplificata o attenuata a seconda delle interazioni lungo il percorso.
Dal punto di vista fisico, infatti, il sistema ferroviario non è una semplice sequenza di treni, ma un sistema complesso, in cui ogni elemento dipende dagli altri. Nessun treno, sostiene, è davvero isolato, così come nessuna onda del mare – ecco la metafora del mare - è indipendente dalle altre.
Il funzionamento del sistema ferroviario si basa sulla sincronizzazione, uno stato per nulla naturale, fragile che può incrinarsi facilmente.
In un sistema di questo tipo, un ritardo minimo può propagarsi lungo la rete, amplificarsi e accumularsi, non per inefficienza umana ma per le leggi della fisica dei sistemi complessi. Infatti, in un sistema sincronizzato complesso, “un minuto di ritardo non vale mai un minuto”, perché il tempo non si somma in modo lineare, ma si deforma e il ritardo si propaga, si amplifica e contagia l’intera rete.
Contenere la propagazione dell'errore
Come si fa, si chiede Greison, a gestire e contenere la propagazione e l’amplificazione dell’errore?
Una risposta viene dall’esempio del Giappone: nel sistema ferroviario giapponese la puntualità non dipende dalla disciplina individuale, ma da una progettazione fisica del sistema che riduce la propagazione degli errori.
Dice Greison: «Esistono sistemi ferroviari che usano bene la fisica, e si vede. Il Giappone, per esempio, non è famoso per i treni puntuali perché “sono più disciplinati”. È una spiegazione pigra. I treni giapponesi funzionano perché il sistema è progettato fisicamente per ridurre la propagazione degli errori. Linee dedicate, separazione dei flussi veloci e lenti, margini temporali distribuiti lungo la rete, sincronizzazione pensata come proprietà del sistema, non come richiesta agli individui. È fisica applicata alla gestione del tempo.» «In Giappone non chiedono ai treni di non sbagliare. Chiedono al sistema di non amplificare lo sbaglio. Ed è una differenza enorme. Un minuto resta quasi sempre un minuto, perché il sistema è progettato per impedirgli di diventare qualcos’altro.»
Invece, spesso – e sembrerebbe che sia il caso dell’Italia – le reti ferroviarie e la loro programmazione sono progettate in modo iper-saturo, vicino alla capacità massima: «senza margini, senza buffer temporali, come se il tempo fosse una linea rigida e identica ogni giorno. Stringiamo gli orari, riduciamo gli intervalli, ottimizziamo tutto al secondo. Sulla carta funziona. Nella realtà, no.».
In queste condizioni «Basta un rallentamento minimo perché lo scarto entri nel sistema e si propaghi. Un minuto di ritardo non resta un minuto: interferisce con altri treni, occupa tracce, fa saltare coincidenze». L’assenza di margini temporali strutturali, che sembrano tempo sprecato, il sistema non «è in grado di assorbire le fluttuazioni inevitabili. Senza di essi, il sistema non smorza. Trasmette tutto. […] piccole variazioni producono effetti sproporzionati».
E poi, ricorda Greison, cerchiamo il colpevole, tra i piccoli eventi fortuiti e tra gli errori umani. Senza capire che il problema non sta lì, che il piccolo evento fortuito o l’errore umano non sono solo il catalizzatore, la causa scatenante di una serie di conseguenze amplificate dall’assenza di margini.
Il dato di fatto è le reti ferroviarie che “si incrinano” e amplificano ritardi sono costruite per funzionare bene – essere in orario - solo quando «il tempo è perfetto. È come costruire una costa senza frangiflutti e poi prendersela con il mare perché le onde arrivano forti».
L'illusione della normalità
Il problema non è – quindi - il ritardo in sé, ma l’illusione che il tempo, nei sistemi complessi, possa essere trattato come una linea retta e che la sincronizzazione precisa e imperturbata sia la condizione normale. Quando, invece, la normalità è la presenza di errori, asincronie, perturbazioni. Che vanno incluse, e gestite, nel sistema, grazie ad ampi margini di tolleranza. Come fanno i giapponesi.
NOTE:
[1] Fonti: Geopop, Corriere della Sera, https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/12-secondi-di-ritardo-in-un-anno-in-giappone-i-treni-veloci-sul-serio/.
[2] Va ricordato che negli anni ’80 del XX secolo la tratta Milano – Roma richiedeva al meglio, 5 ore e 10 minuti. Oggi si fa in 3 - 4 ore.
[3] Dati Trenitalia.
Gerarchie organizzative come tecnologie cognitive
Gerarchie organizzative come tecnologie cognitive e IA come infrastruttura di coordinamento: note su “From Hierarchy to Intelligence”.
Quando un’impresa annuncia di voler “superare” la gerarchia, il dibattito tende a polarizzarsi: da un lato l’immaginario emancipativo dell’organizzazione piatta, dall’altro la diagnosi disincantata di una nuova fase di razionalizzazione. Il documento programmatico From Hierarchy to Intelligence, attribuito a Jack Dorsey e Roelof Botha e riferito alla trasformazione di Block, si colloca esattamente su questa faglia. La proposta, in estrema sintesi, non è soltanto ridurre livelli manageriali o semplificare organigrammi, ma sostituire una forma storica di coordinamento – la catena gerarchica – con un diverso “mezzo” di circolazione dell’azione collettiva: un’infrastruttura di intelligenza artificiale capace di rendere leggibile la vita dell’organizzazione e di produrre decisioni o pre-decisioni in modo continuo. In tal senso, il testo merita di essere letto come un intervento di filosofia dell’organizzazione in chiave tecnico-scientifica: l’oggetto non è il potere in senso astratto, ma la materialità dei protocolli che trasformano informazione in comando, e comando in lavoro.
L’assunto di partenza è tanto semplice quanto, per certi versi, sovversivo: la gerarchia non sarebbe una “forma naturale” del sociale, né un destino antropologico del comando, bensì un dispositivo ingegneristico nato per gestire vincoli cognitivi. La sociologia delle organizzazioni conosce bene questa idea in termini di bounded rationality e di capacità limitata di attenzione; il documento la riformula con un lessico quasi cibernetico, centrato sullo span of control, sulla latenza e sulla perdita di contesto. Ciò che una piramide garantisce, infatti, è la compressione della complessità: ogni livello filtra, sintetizza, impacchetta. Ma ogni filtro introduce un costo: tempi più lunghi, distorsioni, giochi di potere, e – aspetto cruciale – una specifica epistemologia dell’impresa, in cui il vertice vede “astrazioni” e la base vede “situazioni”. L’ipotesi di Block è che la computazione contemporanea, e in particolare i sistemi di IA addestrati su grandi archivi di tracce operative, renda possibile una compressione della complessità non più affidata a mediatori umani, bensì a modelli e procedure automatiche; si potrebbe dire: dal manager come convertitore analogico-digitale al modello come convertitore continuo.
Da qui l’uso, nel testo, di una genealogia che attraversa campi apparentemente distanti. L’esercito romano viene assunto come prototipo di architettura scalabile: la suddivisione nidificata in unità e sotto-unità non è presentata come semplice disciplina, ma come soluzione al problema di “indirizzare” ordini e riscontri quando la comunicazione è scarsa e il numero degli attori enorme. Il riferimento allo Stato Maggiore prussiano e alla distinzione tra “line” e “staff” sposta l’attenzione su un passaggio decisivo: l’istituzionalizzazione del pre-calcolo delle decisioni, cioè la produzione anticipata di scenari e risposte che rendono l’azione sul campo meno dipendente dal genio contingente dei capi. È, in questa lettura, che nasce il middle management moderno: una classe di specialisti del contesto, incaricata di trasformare segnali dispersi in piani, report, roadmap. Le ferrovie statunitensi e l’organigramma di McCallum rappresentano poi l’industrializzazione di tale logica: quando infrastrutture e capitali si estendono su vaste distanze, la gerarchia diviene un “sistema di sicurezza” tanto quanto un sistema di comando. Il taylorismo, infine, appare come il momento in cui il coordinamento viene reso scientifico attraverso misurazione e standardizzazione: non solo chi comanda, ma come si definiscono i compiti, con quale granularità, e con quale ideologia dell’efficienza.
La mossa concettuale del documento è rimettere in gioco questa storia come repertorio di soluzioni tecniche, per poi sostenere che oggi la soluzione gerarchica sia diventata inefficiente rispetto alla velocità dell’ambiente. In un mercato in cui l’incertezza è endemica e i segnali sono sovrabbondanti, la piramide riduce la varietà invece di assorbirla. Qui l’argomento tocca un punto caro alla filosofia della scienza: il rapporto fra rappresentazione e intervento. La gerarchia è una macchina epistemica che produce “rappresentazioni ufficiali” (KPI, reporting, sintesi), e poi agisce su di esse; ma la qualità della rappresentazione è limitata sia dalla capacità umana di elaborare dati sia dalle dinamiche politiche dell’organizzazione (che cosa viene misurato, che cosa viene omesso, chi controlla la definizione degli indicatori). L’IA – nella visione proposta – dovrebbe aumentare la fedeltà della rappresentazione e ridurre i tempi di aggiornamento: un modello del mondo aziendale, alimentato da tracce digitali (documenti, commit, conversazioni, ticket, registrazioni), rende l’organizzazione “machine-readable”. Il presupposto è che la leggibilità delle pratiche, una volta affidata a testuali burocratici, possa essere ottenuta tramite dataficiation e modellizzazione.
L’architettura proposta viene descritta come un “sistema operativo” dell’impresa articolato in strati. Alla base vi sarebbero capabilities modulari – primitive operative (nel caso Block, finanziarie: pagamenti, prestiti, conti) – pensate per essere ricombinate. Sopra di esse operano due world models: uno interno, che cattura lo stato dell’organizzazione (chi sta facendo cosa, dove si accumula debito tecnico o organizzativo, quali dipendenze rallentano i flussi), e uno esterno, centrato sul cliente e sul “segnale onesto” delle transazioni. Il cuore sarebbe l’intelligence layer, che non si limita a suggerire, ma compone capacità in interventi: prevede bisogni, genera offerte, allinea priorità, riduce conflitti tra obiettivi. Le interfacce (prodotti e canali) diventano così superfici di consegna. In questa cornice, la gerarchia non è abolita in nome dell’orizzontalità, ma rimpiazzata da una gerarchia di strati tecnici, in cui la sovranità decisionale è distribuita tra modelli, regole e persone.
La trasformazione infrastrutturale richiede però una teoria della responsabilità. Il documento insiste, in particolare, sul Directly Responsible Individual (DRI): una persona – non un comitato – è proprietaria di un esito, e ne risponde pubblicamente. Accanto al DRI, la figura del manager viene riformulata come player-coach, cioè come tecnico-produttore che affianca la crescita di altri senza essere principalmente un “relè” di contesto. L’individual contributor (IC), invece di essere l’ultimo anello, diventa il soggetto centrale, potenziato da strumenti che moltiplicano la capacità di controllo su sistemi complessi. Dal punto di vista sociologico, questa promessa ha una doppia faccia: da un lato rafforza l’attribuzione delle responsabilità e può ridurre la diluizione del potere tipica delle matrici; dall’altro può trasferire sulla singola persona un carico di esposizione, tracciabilità e pressione performativa, soprattutto se il DRI è vincolato da metriche prodotte dall’intelligence layer. Qui emerge un nodo classico: l’accountability è un dispositivo morale e politico prima ancora che tecnico, e un sistema “intelligente” può renderla più stringente senza renderla più giusta.
Per comprendere l’ambizione sistemica del progetto, è utile convocare la cibernetica organizzativa. In termini di legge della varietà richiesta (Ashby), un sistema può governare un ambiente complesso solo se possiede una varietà interna comparabile. Le gerarchie storiche hanno risposto alla varietà riducendola: standardizzando procedure, comprimendo l’informazione, imponendo routine. La proposta di Block è, invece, aumentare la varietà interna tramite automazione cognitiva: la macchina elabora più segnali, più rapidamente, e può – in linea di principio – stabilizzare l’insieme attraverso feedback continui. In questo senso, l’impresa “intelligence-driven” appare come un tentativo di implementare un viable system (Beer) in cui le funzioni di coordinamento (smorzamento dei conflitti, monitoraggio, previsione) vengono svolte da un livello computazionale che connette le unità operative. Anche la metafora dell’organismo – l’azienda come “specie intelligente” – evoca un lessico autopoietico: non più la piramide come meccanismo, ma la rete come metabolismo che si ricompone in tempo reale.
Tuttavia, ogni spostamento di infrastruttura implica una ricomposizione del potere. La sociologia dei movimenti e delle organizzazioni ha mostrato, con Jo Freeman, che l’abolizione delle strutture formali non elimina il comando: produce élite informali, spesso meno contestabili perché prive di meccanismi espliciti di responsabilizzazione. Nel progetto di Block il rischio è duplice. Primo: una “gerarchia invisibile” potrebbe emergere non solo tra persone (reti informali di influenza), ma tra persone e sistemi, laddove chi controlla i parametri del modello – tassonomie, metriche, guardrails – controlla indirettamente le possibilità d’azione degli altri. Secondo: la promessa di leggibilità può tradursi in sorveglianza. Rendere l’organizzazione machine-readable significa trasformare pratiche e conversazioni in dati; ma, come insegna una lunga tradizione di studi sulla quantificazione, ciò che viene reso misurabile tende a diventare governabile. L’algorithmic management non è soltanto un insieme di strumenti: è un regime di verità che stabilisce cosa conta, cosa è “anomalo”, cosa è “efficiente”.
Da questo punto di vista, l’espressione “taylorismo digitale” non è una semplice provocazione. Se Taylor separava concezione ed esecuzione, un intelligence layer rischia di separare previsione e esperienza: l’azione viene guidata da modelli che anticipano bisogni e allocano risorse, mentre gli operatori umani potrebbero trovarsi a eseguire in un contesto già “interpretato” per loro. La questione diventa allora epistemologica: che cosa significa conoscere un’organizzazione attraverso un world model? I modelli non sono specchi del reale; sono dispositivi selettivi che incorporano assunzioni, definizioni, priorità. In ambito filosofico-scientifico, ciò rimanda al problema della model-based governance: quando la decisione si appoggia su una rappresentazione computazionale, l’errore di modello non è un semplice bug, ma un evento politico, perché redistribuisce rischi e opportunità. Inoltre, c’è la dimensione della conoscenza tacita. Gran parte del coordinamento quotidiano avviene attraverso segnali non formalizzati: micro-negoziazioni, fiducia, intuizioni maturate nel tempo. Un’organizzazione che trasferisce l’allineamento al layer algoritmico potrebbe erodere quel capitale sociale proprio mentre ne ha più bisogno per gestire conflitti normativi ed eccezioni.
Non a caso, il documento richiama esperimenti precedenti di de-gerarchizzazione, come il modello Rendanheyi di Haier o altre architetture “piatte” nel settore tecnologico. La lezione di tali esperimenti è nota: eliminare livelli può aumentare autonomia locale, ma spesso fa esplodere i costi di coordinamento, perché l’allineamento diventa un lavoro diffuso e continuo (“tutti devono parlare con tutti”). La promessa dell’IA è proprio quella di fungere da “sistema nervoso” capace di sincronizzare senza riunioni, riducendo il costo transazionale della cooperazione. In altri termini, Block non propone tanto un ritorno al mercato interno puro, quanto un ibrido in cui la mano invisibile è sostituita da un meccanismo di calcolo: l’infrastruttura si comporta come un mediatore universale, trasformando interazioni sociali in operazioni di aggiornamento del contesto. L’analogia con protocolli tecnici (API, interfacce, contratti) suggerisce una visione della cultura organizzativa come problema di interoperabilità: i conflitti non si risolvono persuadendo persone, ma disegnando meglio le interfacce tra responsabilità.
La domanda decisiva, allora, non è se la gerarchia “finirà”, ma quale tipo di ordine sociale verrà prodotto dalla sua sostituzione con un ordine computazionale. Un’impresa può davvero diventare una “specie intelligente” senza trasformarsi in un apparato di ottimizzazione che assorbe l’umano come rumore? Perché la promessa si realizzi in modo non regressivo, almeno tre condizioni sembrano necessarie. (1) Trasparenza epistemica: i modelli devono essere contestabili, e le decisioni riconducibili a tracce argomentative – non solo a output. (2) Pluralismo dei valori: l’efficienza non può essere l’unica funzione obiettivo; l’infrastruttura deve incorporare guardrail etici e sociali, e riconoscere la legittimità del dissenso. (3) Custodia del tacito: l’organizzazione deve preservare spazi di interazione non completamente strutturati du dati, in cui si producono apprendimento, fiducia e senso. In assenza di tali condizioni, il superamento della gerarchia rischia di essere un cambiamento di forma più che di sostanza: non la fine del comando, ma la sua miniaturizzazione nei parametri di un modello.
Letto in questa chiave, From Hierarchy to Intelligence non è soltanto un manifesto aziendale, ma un laboratorio concettuale per interrogare – con strumenti della sociologia e della filosofia della scienza – il passaggio in corso da organizzazioni centrate su ruoli a organizzazioni centrate su modelli; da burocrazie che governano attraverso documenti a burocrazie che governano attraverso inferenze. La posta in gioco non riguarda soltanto l’efficienza o la produttività, ma il tipo di razionalità che verrà istituzionalizzata: una razionalità capace di apprendere e correggersi, oppure una razionalità che confonde la propria rappresentazione con il mondo. Su questo crinale si colloca la metamorfosi di Block, che può essere letta come anticipazione di un più ampio esperimento sociale: la prova generale di una nuova ecologia del coordinamento, in cui la tecnica non supporta l’organizzazione, ma ne diventa la grammatica
Corri, il nemico ti ascolta
La spazzatura è un giacimento di informazioni
Kevin Mitnick è stato uno dei primi hacker a diventare una celebrità universale. Nelle sue ricostruzioni degli attacchi condotti contro agenzie federali, come il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e contro multinazionali come la DEC e Motorola, riferisce che il metodo più efficace per eseguire il primo accesso nei sistemi riservati consiste nel farsi consegnare la password dai dipendenti stessi. La prima fonte di informazioni per l’hacker è la consultazione delle liste di numeri telefonici interni, di nomi di impiegati di sale riunioni, di settori, di ali e piani dei palazzi: tutti dati che negli anni Novanta, e ancora nei primi anni dopo il Duemila, si potevano rintracciare nella spazzatura raccolta vicino agli uffici, cercando tra le mazzette di documenti stampati e gettati. Mitnick prendeva confidenza con acronimi e riferimenti interni; poi chiamava il centralino fingendosi un collaboratore, di cui aveva recuperato identità e collocazione, e simulava una richiesta di aiuto, in via amichevole, per recuperare le credenziali smarrite.
Oggi per ottenere informazioni segrete non serve più un simile istinto di ingegneria sociale: in un certo senso, è sopravvissuta solo la parte di ispezione del pattume, ma trasfigurata nell’ambiente digitale. In un saggio per il Global Investigative Journalism Network, Santiago Villa ricostruisce come l’app di fitness Strava sia diventata, negli ultimi anni, uno strumento potente per il giornalismo investigativo e l’OSINT (l’Open Source Intelligence è l’etichetta con cui si nobilita la versione online dell’inclinazione patologica a frugare nell’immondizia altrui). Ma è anche una fonte ricorrente di vulnerabilità per militari, agenti di sicurezza e leader politici: attraverso l’analisi dei dati pubblici delle attività sportive condivise dagli utenti, reporter e ricercatori hanno individuato basi militari segrete, identificato membri di scorte presidenziali e persino tracciato gli spostamenti di capi di Stato. Fondata nel 2009, e oggi con oltre 135 milioni di utenti in più di 190 Paesi, Strava è spesso definita il Facebook dei runner: consente di registrare allenamenti, condividerli, commentarli e assegnare kudos. Tuttavia, la stessa dimensione sociale che rende l’app coinvolgente ha aperto negli anni numerose falle in termini di sicurezza e riservatezza.
Basi militari e presidenti
Già nel 2018 una heat map globale pubblicata da Strava, che mostrava le aree più frequentate dagli utenti, aveva permesso ad analisti OSINT di individuare movimenti all’interno di basi militari statunitensi in Iraq e Siria, installazioni britanniche nelle Falkland, e perfino nei pressi dell’Area 51. Tra i primi a sfruttare questi dati vi furono ricercatori indipendenti e membri di Bellingcat, che dimostrarono quanto fosse semplice estrarre informazioni sensibili da attività apparentemente innocue.
Un caso recente riguarda Israele. Nell’ottobre 2024 il giornalista Omer Benjakob di Haaretz ha segnalato alle autorità un utente sospetto, Kevin D, che dichiarava di trovarsi in Texas ma registrava decine di corse in basi militari israeliane. In realtà, caricando allenamenti fittizi in luoghi specifici, l’utente riusciva a vedere i profili di chi aveva davvero sgambettato traspirando sudore autentico in quelle aree (purché non avesse attivato le impostazioni di privacy più restrittive). Molti soldati aveva trascurato questo gesto di prudenza (che avrebbe penalizzato la visibilità virtuale dei loro muscoli), divulgando insieme alle loro prodezze molti altri dati sensibili.
La svolta è arrivata con l’inchiesta #StravaLeaks pubblicata nel 2024 da Le Monde, firmata dai reporter Sébastien Bourdon e Antoine Schirer – che hanno ammesso, non senza qualche imbarazzo, di essere i gestori (ragionevolmente muscolosi) del profilo di Kevin D. I due giornalisti hanno identificato membri del Groupe de Sécurité de la Présidence de la République (GSPR), la scorta del presidente francese Emmanuel Macron, analizzando le loro attività sportive. Il metodo è stato semplice ma efficace: simulare una corsa in un luogo altamente selettivo, come la residenza privata del presidente, per individuare chi altro avesse corso lì. Una volta identificati i profili sospetti, i giornalisti hanno mappato con strumenti Python tutte le attività pubbliche, incrociando date e località con gli spostamenti ufficiali del presidente e verificando le loro identità anche tramite LinkedIn e fotografie.
La stessa metodologia è stata applicata agli agenti del Secret Service statunitense, e ha consentito di individuare membri della scorta dell’allora presidente Joe Biden e di prevederne potenzialmente i movimenti. In un’ulteriore evoluzione dell’inchiesta, i reporter hanno rintracciato anche guardie del corpo del presidente russo Vladimir Putin, seguendone gli spostamenti in località sensibili, compreso il controverso palazzo sul Mar Nero attribuito al leader russo.
Non tutti i tentativi hanno avuto successo: in Cina Strava non è diffusa, rendendo impossibile un’analisi analoga sulla scorta di Xi Jinping.
Legalità e eticità dell’OSINT
Vale la pena di insistere sul fatto che le vulnerabilità che hanno reso possibili le indagini di Bourdon e Schirer non derivano da bug, ma da funzioni perfettamente legittime di Strava in contesti ordinari, che diventano problematiche quando usate da personale militare o di sicurezza. In un’epoca in cui il confine tra pubblico e riservato è sempre più labile, una semplice app di fitness può mettere a rischio un cittadino qualunque quanto un capo di Stato.
In un famoso saggio del 1998, Andy Clark e David Chalmers sostengono che dovremmo intendere come «azioni epistemiche» tutte quelle operazioni che «alterano il mondo in modo tale da aiutare e potenziare i processi cognitivi, come la ricognizione e la ricerca». L’OSINT e l’indiscrezione nei confronti della vita privata dei presidenti, o del loro esercizio fisico, non sarebbero che una manifestazione della «mente estesa», con cui – secondo i due filosofi – la coscienza e l’intelligenza non possono essere rinchiuse dentro le pareti della scatola cranica, ma si attivano anche tramite tutti i dispositivi di registrazione utilizzabili nella realtà esterna. In cosa le tracce lasciate da una corsa su Strava dovrebbero differire dagli appunti che ciascuno di noi prende su un blocchetto di carta per ricordare la lista della spesa, o per abbozzare l’indice di un discorso, o di una presentazione? Con quale diritto potremmo stabilire che il sommario degli argomenti che memorizziamo sia «più cognitivo», quindi più vero, o più nobile, di quello che stendiamo tramite la scrittura?
Eppure, qualunque studente sa che se si presentasse ad un esame sul concetto di mente estesa con il testo stampato del saggio di Clark e Chalmers, e pretendesse di superare la prova leggendolo al professore, vedrebbe deluse le sue attese di promozione. L’estensione cartacea della mente non è accettata come valida in sede di interrogazione istituzionale sulla mente estesa, e mostra l’esistenza di alcune limitazioni nell’accettabilità dell’intelligenza come proprietà dell’ambiente esterno. Allo stesso modo, una delle critiche che è stata rivolta all’OSINT è l’insensibilità per la differenza tra legittimità legale e morale dell’esercizio di raccolta e analisi dei dati disponibili sul web. Nella maggior parte dei casi infatti gli individui non sono consapevoli delle tracce digitali che lasciano in giro, e il loro recupero, insieme agli interventi di esame e di confronto sui segnali collezionati, possono favorire varie forme di violazione della riservatezza personale, come lo stalking o il doxxing – l’esposizione di informazioni private che facilita attacchi cyber, furti d'identità, o molestie online. Oltre alla scoperta delle attività criminali dei politici e dei militari, che è il vanto del giornalismo di inchiesta costruito con l’OSINT, gli stessi metodi possono fornire strumenti di segno opposto, a sostegno dei governi che intendono identificare, controllare e perseguitare i dissidenti, o che progettano di scatenare contro di loro campagne di odio collettivo alimentato con fake news e indizi costruiti ad arte. Tutto questo accade senza violare la lettera della legge, dal momento che non viene violato nessun archivio segreto, né alcuna memoria protetta da password. Si rovista solo nella spazzatura lasciata in giro.
Come si fa con le cartacce e i mozziconi di sigaretta, il pubblico dovrebbe essere formato a seguire anche un insieme di pratiche di buona educazione nell’ecologia informativa. Perché, oltre la mente estesa, l’OSINT pone il problema di chi fa funzionare questa mente, e con quali obiettivi: non è una questione che riguardi solo i presidenti.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
S. Bourdon e A. Schirer, La sécurité de Macron, Biden et Poutine compromise par leurs gardes du corps : le premier épisode de notre enquête « StravaLeaks », «Le Monde», 27 ottobre 2024.
S. Bourdon e A. Schirer, Joe Biden et Donald Trump mis en danger par leurs propres gardes du corps : « StravaLeaks », épisode 2, «Le Monde», 28 ottobre 2024.
S. Bourdon e A. Schirer, En Russie, les gardes du corps de Vladimir Poutine courent près du palais qu’il nie posséder : « StravaLeaks », épisode 3, «Le Monde», 29 ottobre 2024.
S. Bourdon e A. Schirer, StravaLeaks : en pleine guerre, des milliers de soldats israéliens identifiables par le biais de l’application sportive, «Le Monde», 4 novembre 2024.
A. Clark, D. Chalmers, The Extended Mind, «Analysis», vol. 58, n.1, gennaio 1998, pp. 7-19.
K. Mitnick, L’arte dell’inganno, Feltrinelli, 2003
S. Villa, Running Into Open Secrets: How to Investigate Using the Strava Fitness App, «Global Investigative Journalism Network», 22 aprile 2025.
Recensione di "Oltre la tecnofobia, il digitale dalle neuroscienze all’educazione" - Quarta parte
Dopo un
a sintetica recensione del libro Oltre la Tecnofobia (qui), una critica al concetto di onlife e della rimozione dell’infanzia (qui), la disamina del concetto di dipendenza da internet e l’idea pedagogica che sia vietato vietare (qui), Simone Lanza con questa quarta e ultima parte, conclude il confronto con le tesi del libro, affrontando gli ultimi luoghi comuni: l’idea di progresso tecnologico lineare, le paure per le tecnologie, il carattere fortemente ideologico del libro.
Qui puoi scaricare il contributo completo.
TECNOLOGIA O TECNOLOGIE?
Con la quinta critica vorrei iniziare a porre qualche domanda sulle parole usate nel titolo stesso di Oltre la tecnofobia. Il termine “tecnofobia” è incluso in alcuni dizionari con il significato di “avversione per la tecnologia”. Ma esiste la Tecnologia? O forse ne esistono molte? Gli autori ne parlano troppo spesso al singolare.
Il XVIII secolo ha rappresentato il grande momento di espansione di attrezzi e utensili, presentati ancora nell’Enciclopedia, non senza ripetizioni, in base ai loro usi umani (i mestieri), e non alle caratteristiche intrinseche degli oggetti. Con la rivoluzione industriale si diffusero nuove tecnologie produttive che destarono non poche preoccupazioni, perché, a differenza dell’utensile che aiutava l’artigiano (prolungandone per così dire la mano), le nuove tecnologie raramente erano alleate dell’operaio, anzi spesso si sostituivano a lui.[1] Pertanto le paure per alcune tecnologie potrebbe spesso essere molto più recenti di quello che si creda e le smisurate reazioni a favore o contro sarebbero più il riflesso della nostra società industriale. In ogni caso la storia ci insegna che non esiste una sola Tecnologia, ma tante tecnologie, spesso alternative, negli ultimi secoli selezionate forse più per interessi di mercato che in base a qualità intrinseche.[2]
Ma quindi alcune paure per alcune tecnologie non possano essere fondate? Quando si parla della Tecnologia, si tratta di prendere o lasciare, o si ha fiducia o si ha paura: l’atteggiamento verso la tecnologia sembrerebbe qualcosa di molto religioso, una sorta fede nella Storia dell’Umanità verso il Progresso. Nella visione di Oltre la tecnofobia il mondo si evolverebbe in modo unilineare, benché con qualche balzo: “la storia dell’homo sapiens è una progressiva esternalizzazione delle nostre abilità” (p.102), anzi è persino una evoluzione delle tecnologie cognitive “dall’invenzione del fuoco agli smartphone” (p.22): una sola linea retta, che separa gli umani tra favorevoli (ottimisti) e contrari (nostalgici). Platone (nostalgico) sarebbe stato contrario alla scrittura, anzi Platone avrebbe anticipato la critica al cellulare poiché rifiutò la scrittura: “Platone era stato profetico” (p.128-30). Siccome gli autori sanno bene che Platone non rifiutava la scrittura ma affidava l’insegnamento e i pensieri più importanti al dialogo, mi limito piuttosto a contestare la logica argomentativa: se qualcuno è contrario alla scrittura ipso facto è contrario al cellulare (e viceversa) perché la Tecnologia o si prende o si rifiuta, non si può mai accogliere qualche tecnologia rifiutandone altre. La Tecnologia è sempre singolare e la tecnofobia ne indica l’avversione.
Forse sarebbe più utile chiedersi se oggi le tecnologie siano tutte da prendere o se come società (democratica) possiamo anche sceglierle. Ma soprattutto forse la domanda giusta (visto che il libro avrebbe velleità pedagogiche) non è tanto se prenderle o rifiutarle quanto “da che età introdurle ai più piccoli”? Scegliere le tecnologie in base ai valori sociali condivisi non è proprio ciò che ha fatto per decine di migliaia di anni l’homo sapiens?[3] Proporne un uso con delle regole sociali per ciascuna età non è ciò che ha sempre fatto ogni società con i coltelli? È lecito scegliere tra le varie tecnologie oppure la tecnologia è un destino? E per fare queste scelte la paura non ci può proprio essere d’aiuto? A tutte queste domande il libro risponde in modo semplificatorio che la tecnologia è Una e Indivisibile e che sia necessario andare oltre questa atavica paura per essa.
ESISTONO PAURE LEGITTIME PER LE TECNOLOGIE?
Arriviamo così a un altro luogo comune che questo libro rinforza: come tutte le paure anche quella per la tecnologia è una emozione negativa. Ma se esistono tante tecnologie perché non è lecito che alcune destino paure e altre speranze? Inoltre, per andare dritti alla radice del titolo: avere paura è davvero una emozione così negativa? La paura non è, al contrario, anche un aiuto per anticipare i pericoli? É così errato avere paura che le nuove generazioni vengano svezzate davanti a uno schermo? É così risibile avere paura che la propria figlia frequenti siti web che promuovono l’anoressia (comunità proAna)? É così sbagliato avere paura che Amazon faccia le sue ricerche di mercato per costruire i magazzini proprio laddove la popolazione giovanile è meno alfabetizzata e meno sindacalizzata? É così misero avere paura che le nuove IA possano provocare dipendenze ancora maggiori dei social network? Non è proprio lecito avere paura che sempre più milioni di euro vengano ceduti da risorse pubbliche a industrie digitali?
Se si volesse andare oltre le paure forse bisognerebbe prima ascoltarle, comprenderle, descriverle. Infine, non sempre il rifiuto delle tecnologie è dovuto solo a paure. Uno studio molto interessante ha ripercorso i motivi per cui nelle scuole statunitensi non si siano mai diffuse in tutto il XX secolo tecnologie come cinema, TV e radio nonostante le forti pressioni dall’alto. La risposta è che non erano considerate dagli insegnanti validi strumenti di apprendimento.[4] Quindi non tutte le paure per le tecnologie sono risibili e non tutti i rifiuti per alcune tecnologie sono dovuti a paure.
Il presupposto più forte di Oltre la tecnofobia è quello più nascosto, ovvero che ogni paura verso ogni tecnologia sia infondata. Tuttavia, non una pagina è dedicata a spiegare cosa sia la paura, e nemmeno si nomina la nomofobia, una delle più diffuse, quella di rimanere senza cellulare. La paura però non è un’emozione umana negativa, poiché aiuta la concentrazione della mente. La paura dà consapevolezza ed è ciò che permette di darci il giusto coraggio per affrontare i pericoli. Nella mia esperienza a stretto contatto con le paure di genitori e insegnanti per le tecnologie digitali, credo di poter dire che oggi una delle paure più grandi sia quella di parlare pubblicamente degli effetti negativi sulla vita familiare (benché siano osservati quotidianamente). Ogni discorso pubblico deve iniziare con questa frase: “io non sono contrario alle tecnologie” oppure “non voglio certo demonizzare le tecnologie”. Si tratta di una devozione fobica verso la tecnologia che il filosofo tedesco Anders ha descritto come “vergogna prometeica”: “non c’è nulla di più scabroso oggi, nulla che renda una persona prontamente inaccettabile quanto il sospetto che sollevi delle critiche nei confronti delle macchine”.[5] Il libro sostiene al contrario che si possono “liquidare le preoccupazioni legate alle tecnologie digitali come ansie convenzionali derivanti da atteggiamenti conservatori verso il progresso” (p.63). Mentre Anders è al centro del dibattito filosofico contemporaneo, il libro ripropone ancora l’antitesi Progresso e Conservazione del lontano XIX secolo. Ma si può davvero scrivere oggi un pamphlet oltre la tecnologia senza ascoltare le paure che le famiglie vivono oggi per alcune precise tecnologie senza essere ideologici?
UNA VISIONE IDEOLOGICA
Gli autori hanno definito la “tecnofobia umanista” una “delle influenti ideologie del giorno d’oggi” (pp. 88-89). Il termine ideologia è di derivazione marxista ma nel gergo accademico contemporaneo ideologico è il contrario di scientifico. Ideologico è tutto ciò che introduce posizionamenti etici in un discorso sociale anziché restare rigorosamente neutro: “La scienza non dovrebbe essere prescrittiva, poiché il suo ruolo principale è quello di far luce sui fenomeni piuttosto che giudicarli” (p.67 ). Per Gramsci, al contrario, l’ideologia è il posizionamento all’interno della società rispetto ai rapporti di sfruttamento capitalistico, rapporti a cui non ci si può sottrarre. Inoltre Gramsci odiava l'indifferenza che “opera potentemente nella storia”. Siamo sicuri che questo pamphlet faccia luce sui fenomeni piuttosto che giudicarli? Alla fine questo libro prende una posizione, proprio per l’ostentato oggettivismo scientifico, poiché il posizionamento etico non si deduce dall’epistemologia ma la precede. Questo libro infatti non si schiera contro chi cerca di operare in modo diverso dall’industria digitale di oggi? Perché tutto questo accanirsi contro le famiglie che fanno dei patti per difendersi dall’invasione dell’industria digitale sulla pelle delle nostre bambine? Perché questo accanirsi insieme a Lancini ad accusare i genitori che sono invece le prime vittime di questa industria digitale senza scrupoli? Perché evitare di “incolpare la tecnologia digitale” (p.67) come fosse un essere umano da difendere?
É abbastanza ovvio che gli oggetti tecnologici non siano né colpevoli né innocenti e che le responsabilità siano solo umane: ma perché in tutto il libro non viene spesa una parola su chi queste tecnologie le possiede, le progetta e le usa come mezzi per arricchirsi con videogiochi, social network, pornografia, etc...? Il vizio più grande del libro è l’apparenza di oggettività scientifica da cui deborda un attacco continuo alle vittime: chi cerca di dar regole allo strapotere delle Big Tech. Così come nel XIX secolo in nome del Progresso c’era chi difendeva lo sfruttamento del lavoro minorile, oggi abbiamo trovato chi per la stessa incondizionata fede nella Tecnologia, difende il potere di sfruttamento delle Big Tech.
Spesso, spiegava sempre Gramsci, ciò che accade nella storia avviene non tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà. Così l'ostentato ottimismo spesso non è altro che un modo di difendere la propria pigrizia, le proprie irresponsabilità, la propria volontà di non fare nulla di fronte a quanto accade. Ed era precisamente in questa forma di fatalismo che Husserl vedeva nel 1936 l’origine della crisi delle scienze europee: nell’oggettivismo della matematizzazione, nell’assenza di prescrizioni e nella distanza dal mondo della vita. È proprio heideggeriano l’orizzonte teorico del pensiero di Oltre la tecnofobia: poiché non si danno speranze ad altre tecnologie, si finisce per far credere che la Tecnologia sia un Destino anziché una scelta umana. Tra gli autori portati come testimoni mi sembra proprio però che né Benjamin, né Stiegler, né Freire, né Debord, fossero dell’idea che bisognasse abitare farmacologicamente la catastrofe causata dalle Big Tech. Direi piuttosto che hanno passato l’intera vita a lottare contro chi, con le tecnologie, ha sfruttato gran parte dell’umanità a partire dai suoi figli più piccoli.
NOTE
[1]Il XVIII secolo vedeva con favore la sostituzione della forza animale, quando la macchina a vapore sostituisce il cavallo. Le cose cambiano con la Rivoluzione Industriale a proposito della quale Simondon notava come l’alienazione non fosse un dato solo economico e giuridico di estraneità ai mezzi di produzione, ma un dato psicologico e fisiologico di percezione della mancanza di prolungamento dello schema corporeo. Infatti, per tutti gli illuministi e per Marx stesso “la frustrazione dell’uomo inizia con la macchina che sostituisce l’uomo” (Simondon, Del modo di esistenza degli oggetti tecnici), essa infatti più che far risparmiare lavoro al lavoratore per lo più fa risparmiare soldi al capitalista. È quindi con l'arrivo della macchina utensile nella Rivoluzione Industriale che si pone la questione della tecnologia (Technologie) da distinguere dalla tecnica (Technik). La tecnologia è tutta moderna e implica l’analisi delle forme elementari in cui si scompone il movimento del corpo umano, un logos incorporato nell’utensile e mosso da una macchina. Comporta un’oggettiva conoscenza dei processi produttivi, integrata dalla precisa oggettività delle scienze naturali: nella tecnologia non deve rimanere spazio per la scelta autonoma della mano umana.
[2]Da parte mia sono un entusiasta fautore di automobili con guida automatizzata che non superino mai i limiti (ops che parolaccia tecnofobica!) di velocità, obbligatoriamente disponibili solo (ops un altro divieto!) in carsharing e solo fuori dalle città.
[3]La storia tecnologica dell’Homo sapiens è sempre meno descritta in termini lineari, bensì sempre più spesso è ricostruita privilegiando l’evoluzione a spirale, ramificata, pluriversa, se non persino ciclica: cf. Graeber, Wengrow, L'alba di tutto. Una nuova storia dell'umanità (2021) o Diamond, Collasso, Come le società scelgono di morire o vivere (2005). L’evoluzione tecnologica della nostra civiltà sarebbe in questo quadro una eccezione.
[4]Cuban, Teachers and Machines, The Classroom Use of Technology Since 1920 (1982).
[5]Anders L'uomo è antiquato (1956). Anders parlava propriamente di antiquatezza dell'essere umano (Die Antiquiertheit des Menschen). Sulle rivalutazioni di Anders nel dibattito filosofico contemporaneo cf. la rivista “aut aut”, n. 397/2023 “L’uomo è antiquato? Günther Anders e la scena attuale”.
Sono diventato Morte, il distruttore di mondi
Quando J. Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica, vide esplodere il primo ordigno nucleare nel deserto del New Mexico il 16 luglio 1945, non esultò. Non parlò di successo, né di trionfo. Pensò invece a un verso antico della Bhagavad Gita: “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.”
La frase cita parte del verso 32 capitolo 11 della Gita, uno dei testi fondamentali della spiritualità indiana : “Io sono il Tempo (Kāla), il grande distruttore dei mondi, e sono venuto per annientare queste genti. Anche senza di te, tutti i soldati schierati moriranno.”
Nella Gita, il principe guerriero Arjuna si trova sul campo di battaglia di Kurukshetra, tormentato all’idea di dover combattere contro parenti, amici e maestri. Il suo auriga è Krishna, che è in realtà una manifestazione divina che, per convincerlo a combattere, gli mostra la sua forma cosmica, una visione terrificante e sublime della divinità in tutta la sua potenza. Krishna dice ad Arjuna che il suo intervento è inevitabile, perché l'ordine cosmico va comunque avanti. Arjuna non è l’agente del destino: è solo uno strumento del dharma, dell’ordine cosmico.
Nel testo sacro la “Morte” o “Tempo” simboleggia il movimento inevitabile dell’universo, oltre il bene e il male umano; quindi, la frase non è una celebrazione della distruzione, ma una riflessione sul destino, sul ruolo dell’individuo, e sul fatto che la volontà divina (o il corso del tempo) trascende il volere umano.
Quando, dopo il test nucleare, Oppenheimer cita questa frase, la decontestualizza parzialmente, ma in modo molto significativo: lo scienziato si identifica non con Krishna, ma con l’atto distruttivo stesso, con la bomba.
Egli dice: “ho partecipato a un atto che cambia per sempre il corso del mondo e di cui ora sono consapevole. Abbiamo forse superato un limite che dovevamo tenere all'orizzonte?”. È una forma di shock esistenziale e morale: ha creato qualcosa che trascende il controllo umano, come il tempo o la morte.
Quella frase non è solo un riflesso personale di turbamento, ma il simbolo di un dilemma che attraversa tutta la storia moderna, la tensione tra il progresso e il darsi dei limiti. In essa si concentra la domanda che ogni società avanzata deve porsi: fino a che punto possiamo spingerci nella ricerca, senza compromettere ciò che ci rende umani?
La tecnoscienza è uno degli strumenti più potenti mai sviluppati dall’umanità. Gli strumenti che ne sono emanazione ci hanno permesso di sconfiggere malattie, esplorare l’universo, connettere continenti e prolungare la vita. Ma ogni nuova frontiera porta con sé un potenziale di meraviglia e di disastro. La meraviglia è irresistibile, ci chiama e ci muove; la consapevolezza di dove andremo, rispondendo alla chiamata, arriva solo dopo.
Nel caso della bomba atomica, la scoperta della fissione nucleare — una conquista intellettuale straordinaria — fu tradotta in una tecnologia di distruzione totale.
È qui che nasce la controversia: la scienza deve essere giudicata per la conoscenza che produce o per l’uso che se ne fa? O, più radicalmente, è possibile separare la ricerca pura dalle sue applicazioni concrete?
Sponsorizzare il progresso scientifico sembra essere giusto e necessario. A nostro avviso, fermarlo sarebbe come spegnere il fuoco per paura che bruci: sarebbe negare il potenziale del pensiero umano. Tuttavia, la fede cieca nella neutralità della scienza è pericolosa. La storia ha mostrato che non tutto ciò che può essere fatto, deve essere fatto. E lo ha mostrato con chiarezza molte volte. Ma la voce della meraviglia è irresistibile.
Oggi, le sfide si ripresentano in forme nuove: intelligenza artificiale, ingegneria genetica, manipolazione climatica, automazione militare. Anche qui la scienza offre strumenti di potere, ma chi decide come usarli? E chi ne sopporta le conseguenze?
Promuovere la ricerca senza interrogarsi sulle sue implicazioni etiche equivale a sponsorizzare la hybris umana che pretende di dominare la natura e il destino, dimenticando i propri limiti.
Il caso Oppenheimer è paradigmatico. Egli non era un folle né un cinico. Era un uomo colto, brillante, consapevole. Ma fu catturato dalla logica del tempo: la corsa contro i nazisti, la pressione politica, il desiderio di riuscire. Quando la bomba fu pronta, non c’era più spazio per fermarsi a riflettere. Da allora, si è discusso a lungo su cosa avrebbe potuto o dovuto fare; ma la domanda non riguarda solo lui, bensì tutti noi.
La scienza non avanza da sola. È parte di una rete fatta di governi, finanziamenti, opinione pubblica, interessi. Se vogliamo un progresso che non ci conduca alla rovina, dobbiamo creare una cultura della responsabilità condivisa. Dobbiamo stabilire come società estesa qual è la soglia del possibile e il confine dell'ammissibile.
“Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.”
Non è una frase contro il progresso scientifico. È un avvertimento sulla necessità di non separare mai la conoscenza dalla saggezza, di non confondere la neutralità degli strumenti con l’innocenza dei fini.
I metodi sono neutrali, gli effetti non lo sono. Ogni nuova scoperta di impatto sociale ci avvicina a soglie irreversibili; confini oggi solo ipotizzati che improvvisamente vengono superati e socializzati. Per questo la riflessione critica deve precedere e non seguire l’applicazione tecnologica. Il futuro non si decide con le risposte giuste o sbagliate, ma ponendo le domande che richiedono quelle risposte prima di agire.
La neutralità degli strumenti non esiste.










