Il 28 agosto 2026, di prima mattina, il dominio autistici.org ha smesso di esistere. Non c’è stato nessun sequestro di server, nessuna perquisizione: quando un computer, in qualunque parte del mondo, chiedeva al sistema dei nomi di Internet dove si trovasse autistici.org, gli veniva risposto che un dominio con quel nome non c’era. Sedicimila caselle di posta, diecimila blog e cinquemilacinquecento liste di discussione sono diventate nello stesso istante indirizzi che non portano da nessuna parte.

Due giorni prima il Dipartimento di Stato e il Tesoro degli Stati Uniti avevano inserito Autistici/Inventati, un’associazione italiana che dal 2001 offre gratuitamente posta cifrata, hosting e strumenti di comunicazione a movimenti e attivisti, nell’elenco dei “terroristi globali specialmente designati”. Al collettivo non viene attribuito alcun attentato; gli si attribuisce di aver fornito “strumenti tecnologici e servizi” a gruppi che ne avrebbero compiuti. Il comunicato del Tesoro nomina il PKK e si sofferma sul fatto che Autistici/Inventati si definisce antifascista e antimilitarista, quasi che bastasse questo. Non è stata resa pubblica alcuna prova a sostegno. Nessun tribunale, italiano o europeo, è stato interpellato: quella che il diritto americano chiama designazione è un atto amministrativo dell’esecutivo, fondato su un ordine presidenziale del settembre 2001, con cui il governo dichiara un soggetto terrorista e ne fa scattare le conseguenze senza contraddittorio. Il 6 settembre il collettivo ha annunciato la chiusura di tutti i servizi, spiegando che “in questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità”.

Della vicenda si sta discutendo molto sul piano giuridico: sanzioni extraterritoriali, giurisdizione del registro .org, regolamenti europei che non si applicano. Io vorrei fermarmi su un altro aspetto, che mi sembra ricevere meno attenzione: cosa dice questo episodio sul modo in cui abitiamo la rete, su chi la tiene in piedi senza che ce ne accorgiamo, e su cosa accade a una comunità quando il luogo che la ospitava viene cancellato senza che nessuno debba spiegarne il perché.

L’infrastruttura si vede solo quando si rompe

Susan Leigh Star, in un saggio del 1999 che è diventato un punto di riferimento per la sociologia della tecnologia, osservava che l’infrastruttura resta invisibile finché funziona e si mostra soltanto quando si guasta. Nessuno pensa alla rete idrica finché scorre acqua dal rubinetto, e nessuno pensa a chi gestisce l’elenco dei nomi di Internet finché un nome non scompare. Il caso autistici.org è un guasto di questo tipo, e quello che lascia intravedere è una struttura molto meno neutrale di quanto si tenda a credere.

Il dominio .org, quello che associamo alle associazioni, alle organizzazioni non governative, come  Wikipedia ad esempio, è amministrato dal Public Interest Registry, un ente statunitense creato e controllato dall’Internet Society. Non ha scopo di lucro; è nato nel 2002 proprio con l’idea di dare al mondo del non profit una casa al riparo dagli interessi commerciali. Ha però sede in Virginia, e un soggetto statunitense che continua a fornire servizi a un’entità inserita nella lista del Tesoro commette un illecito. Nessuno ha reso pubblico un ordine di disattivazione, ed è verosimile che nessun ordine sia mai stato emesso: è bastata l’esistenza della lista. Devo segnalare che su questo punto la fonte è una sola, il collettivo stesso, che nel comunicato del 28 agosto ha scritto che non esiste alcuna dichiarazione pubblica di PIR che spieghi il caso o confermi di aver agito su richiesta dell’OFAC, l’ufficio del Tesoro che amministra le sanzioni. A oltre dieci giorni di distanza, mentre scrivo, quella dichiarazione non c’è ancora. L’unica traccia tecnica è uno stato del dominio, serverHold, che per definizione può essere impostato soltanto dal gestore del registro.

La sanzione che non ha bisogno di essere eseguita

A questo punto la questione smette di essere soltanto giuridica. Le sanzioni contemporanee agiscono meno per quello che vietano che per la paura che diffondono. PayPal ha sospeso il conto del collettivo il giorno dopo l’inserimento nella lista. Banca Etica ha sospeso a sua volta l’operatività del conto del collettivo il primo settembre, annunciando come probabile la chiusura e citando il rischio di “sanzioni secondarie” che avrebbero potuto tagliarla fuori dagli intermediari finanziari americani. Lo ha fatto condannando pubblicamente l’uso delle norme antiterrorismo contro il dissenso e per questo il suo è il caso che mi interroga maggiormente: nemmeno chi disapprova la misura riesce a sottrarvisi. Né PayPal né Banca Etica erano tenute da una norma italiana a fare quello che hanno fatto; hanno valutato il rischio e hanno tagliato.

Beniamino Irdi in un’intervista ha sottolineato con chiarezza proprio come l’effetto  reale di una misura come questa non sia il congelamento dei beni ma il de-risking, cioè la scelta preventiva di banche, sistemi di pagamento, registri, fornitori di hosting e di connettività di interrompere ogni rapporto prima che qualcuno glielo chieda. Lo Stato non esegue la sanzione; la delega alla prudenza di chi teme di essere il prossimo, e basta colpire un nodo perché la rete di relazioni intorno si ritragga da sola. La novità, secondo Irdi, sta nel fatto che la logica del “sostegno materiale” al terrorismo viene qui estesa fino al livello dell’infrastruttura, cioè non a chi agisce ma a chi fornisce il mezzo con cui chiunque potrebbe agire.

L’effetto di raffreddamento

Il diritto costituzionale americano ha un termine per quello che accade quando la punizione diventa possibile anche se non certa: chilling effect, effetto di raffreddamento. È nato per descrivere l’effetto delle leggi vaghe sulla libertà di parola, ma negli ultimi anni la ricerca empirica ha cominciato a misurarlo. Non serve che tutti vengano colpiti, basta che tutti sappiano di poterlo essere. Nel 2016 Jonathon Penney, giurista, ha confrontato il traffico delle voci di Wikipedia dedicate a temi sensibili, come terrorismo e sorveglianza, prima e dopo le rivelazioni di Edward Snowden del giugno 2013, e ha trovato che dopo le visite erano calate in modo statisticamente significativo e non erano tornate ai livelli precedenti. Nessuna di quelle persone era stata perseguita. Avevano semplicemente smesso di cercare.

Il meccanismo, del resto, è vecchio. Foucault lo ha descritto a partire dal Panopticon di Bentham: la sorveglianza non ha bisogno di essere esercitata per funzionare, perché quando è possibile ciascuno la esercita su se stesso. Quello che le sanzioni aggiungono al modello è che il sorvegliante non ha nemmeno bisogno di guardare, gli basta pubblicare una lista.

Pensiamo alle sedicimila persone che avevano una casella su autistici.org. Non erano tutte militanti: c’erano giornalisti, ricercatori, associazioni di quartiere, persone che semplicemente non volevano che la propria posta fosse letta da un algoritmo per costruire un profilo da vendere agli inserzionisti. Dal 28 agosto ognuna di loro si è trovata a chiedersi se il fatto stesso di aver usato quel servizio la renda sospetta. Shayana Kadidal, avvocato del Center for Constitutional Rights che ha seguito diversi casi contro la norma americana sul sostegno materiale al terrorismo, interpellato dall’Intercept il 28 agosto, quando i servizi erano ancora attivi, aveva osservato che se gruppi statunitensi avessero continuato a usarli il governo americano avrebbe potuto usare quell’affiliazione contro di loro. È in questa luce che va letta la chiusura, arrivata nove giorni dopo. Non l’ha imposta nessuno: l’ha decisa il collettivo, perché continuare a offrire i servizi era diventato, con le sue parole, “un pericolo in più” per chi li usava, esposto al rischio di finire a sua volta nel mirino per il solo fatto di esserci. Spegnere tutto era l’unico atto di cura rimasto in loro potere. Che la minaccia si concretizzi davvero conta poco. Il dubbio basta da solo a disperdere una comunità, e la disperde senza lasciare tracce, perché non c’è un divieto da contestare ma solo un sospetto che ciascuno si porta dietro.

Il senso di comunità è quel legame che tiene insieme le persone che condividono un luogo, fisico o digitale, e David McMillan e David Chavis, nel 1986, ne hanno individuato quattro componenti: il sentirsi membri di qualcosa con confini riconoscibili, la percezione di poter influire sul gruppo e di esserne influenzati, il soddisfacimento reciproco dei bisogni, e una connessione emotiva costruita su una storia condivisa. Venticinque anni di posta, blog e liste su autistici.org erano questo, un’appartenenza prima che un servizio, e quando un’appartenenza viene interrotta da un atto esterno che non ammette replica si perde un luogo di vita digitale, si disperde una comunità che attorno a quel luogo ha costruito un significato. Il fatto che il luogo sia intangibile, online, non lo rende meno reale per chi ne ha fatto parte. La ricerca sulla giustizia procedurale, a partire dal lavoro di Tom Tyler, mostra che le persone tollerano male non tanto la severità di una decisione quanto l’assenza di voce, l’impossibilità di essere ascoltate prima che la decisione venga presa. Un atto amministrativo di questo tipo nega esattamente questo. Il collettivo l’ha definita “un vero e proprio editto amministrativo contro cui non esiste vera e propria battaglia legale”.

Aggiustare il mondo

Nel 2022 Giovanni Ziccardi, che insegna informatica giuridica all’Università di Milano, ha pubblicato una biografia di Aaron Swartz intitolata “Aggiustare il mondo”. L’espressione viene da un momento preciso della vita di Swartz, poco più che ventenne, quando si rende conto di non poter “aggiustare il mondo” da solo e decide che il modo più responsabile di usare quello che sa è spiegarlo agli altri, il più semplicemente possibile, perché siano in tanti a poter intervenire.La riparazione come lavoro distribuito, e il compito di chi sa come quello di allargare il numero di chi può.

Swartz aveva quattordici anni quando entrò nel gruppo che scrisse la specifica RSS 1.0, il formato che ancora oggi permette di seguire un blog o un podcast senza passare da una piattaforma; lo racconta lui stesso, ricordando che da ragazzino aveva molto tempo libero e finì per dedicarlo tutto a quello. A diciannove, con la fusione tra la sua piccola azienda e Reddit, ne divenne uno dei fondatori. Ma quello che lo interessava davvero era l’accesso alla conoscenza. Nel 2002 entrò nel gruppo tecnico che stava costruendo Creative Commons, e nel luglio 2008, durante un soggiorno in Italia, scrisse insieme ad altri che non vollero firmarlo il Guerilla Open Access Manifesto. Il testo si apre con tre parole, “Information is power”, e sostiene che il patrimonio scientifico e culturale del mondo, digitalizzato e chiuso a chiave da poche società private, va liberato anche a costo di violare leggi che l’autore considera ingiuste. Nel 2011 scaricò in massa articoli scientifici dall’archivio JSTOR usando la rete del MIT e fu incriminato in base al Computer Fraud and Abuse Act, una legge del 1986 scritta per altri scopi. Il comunicato del Dipartimento di Giustizia parlava di pene fino a trentacinque anni, mentre la stessa procura offriva un patteggiamento di pochi mesi; il ministro della Giustizia Eric Holder difese poi quella distanza davanti al Senato come “un buon uso della discrezionalità dell’accusa”. Swartz si tolse la vita nel suo appartamento di Brooklyn l’11 gennaio 2013, a ventisei anni, prima del processo.

I fatti sono diversi da quelli di autistici.org, e non voglio forzare il parallelo. Quello che li accomuna è il meccanismo. In entrambi i casi uno Stato ha applicato a un’infrastruttura di conoscenza o di comunicazione una categoria pensata per altro, la frode informatica in un caso e il terrorismo nell’altro, con una sproporzione che serve più a dare un esempio che a fare giustizia. La forbice tra i trentacinque anni annunciati alla stampa e i pochi mesi offerti in privato dice che il processo a Swartz non era pensato per punire un download, ma per mostrare a tutti gli altri cosa non si deve fare. Allo stesso modo le sanzioni contro Autistici/Inventati non fermano nessun attentato, ma avvertono chiunque offra un servizio di comunicazione non sorvegliato che da quel momento il rischio è suo.

Il libro di Ziccardi aiuta a vedere anche un’altra cosa. Swartz non fu perseguito tanto per ciò che aveva fatto con i dati (JSTOR, dopo un accordo con lui, dichiarò di non avere alcun interesse a che il procedimento andasse avanti) quanto per ciò che i suoi scritti lasciavano intendere sulle intenzioni. Fu la parte del Manifesto che chiamava a una “pirateria di massa”, scrive Ziccardi, a interessare di più gli investigatori, e davanti al Gran Giurì la procura cercò di usare proprio quel testo per dimostrare il dolo. Anche nel caso italiano l’accusa non riguarda un atto del collettivo, ma il senso politico del servizio che offriva e le persone a cui lo offriva. Si punisce una posizione, e la condotta viene dopo.

Questo è per tutti

La sera del 27 luglio 2012, durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra, un uomo di cinquantasette anni seduto a una scrivania al centro dello stadio digitò su un computer NeXT un messaggio che si accese in lettere luminose sugli spalti: This is for everyone, questo è per tutti. Era Tim Berners-Lee, che ventitré anni prima, al CERN di Ginevra, aveva inventato il World Wide Web.

Più dell’invenzione, però, conta una decisione che prese il 30 aprile 1993, quando convinse il CERN a rilasciare la tecnologia del Web nel pubblico dominio, rinunciando a qualsiasi royalty. Senza quella firma oggi navigheremmo probabilmente in una rete a pagamento, frammentata in standard proprietari. Il Web è gratuito e universale non per una legge di natura ma per una scelta presa da una persona in un momento preciso, e quello che si è scelto una volta si può anche disfare.

Nel settembre 2025 Berners-Lee ha pubblicato la sua autobiografia, This Is for Everyone, con un sottotitolo che pesa: The Unfinished Story of the World Wide Web, la storia incompiuta. Da almeno quindici anni ripete che la sua creatura ha tradito il progetto originario, concentrata in poche piattaforme, alimentata dalla sorveglianza pubblicitaria, controllata da chi possiede i dati e non da chi li produce. Nel 2019 ha lanciato un “Contratto per il Web” i cui primi tre principi si rivolgono ai governi: garantire che tutti possano connettersi, mantenere tutta la rete disponibile tutto il tempo, rispettare e proteggere i diritti fondamentali delle persone online. Nel caso autistici.org un governo li ha ignorati tutti e tre, nei confronti di cittadini di un altro Paese.

Strade e ponti

Nel 2016 Nadia Eghbal pubblicò per la Ford Foundation un rapporto intitolato Roads and Bridges, dedicato all’infrastruttura digitale invisibile su cui poggia tutto il resto: librerie software mantenute da una o due persone nel tempo libero, protocolli scritti da volontari, server pagati con donazioni. La sua tesi era che trattiamo questa infrastruttura come trattiamo le strade, la usiamo tutti e la diamo per scontata e nessuno vuole pagarla, con la differenza che per le strade esiste un ministero e per i ponti digitali no.

Autistici/Inventati era uno di questi ponti, come lo sono i volontari che mantengono i nodi della rete Tor, i tecnici di Riseup negli Stati Uniti, i bibliotecari dell’Internet Archive, le migliaia di persone che scrivono Wikipedia senza compenso, i manutentori di Debian, chi lavora nei capitoli nazionali dell’Internet Society. Il capitolo italiano, il 6 settembre, ha scritto a PIR e a ISOC, con ICANN in copia, chiedendo che il dominio .org sia considerato una risorsa essenziale per la libertà di espressione e di associazione, non soggetta alle decisioni di un singolo governo, e che si valuti anche la collocazione legale delle organizzazioni che lo amministrano. È una richiesta più radicale di quanto sembri, perché ammette che il problema non sta in un abuso ma in una struttura.

Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia nel 2009, ha passato la vita a studiare come le comunità gestiscono i beni comuni, pascoli, sistemi di irrigazione, zone di pesca, senza che intervengano lo Stato o il mercato. La sua conclusione era che i beni comuni reggono quando chi li usa partecipa alle regole, quando i confini sono chiari e quando esistono meccanismi di risoluzione dei conflitti accessibili e poco costosi. Nelle sue parti migliori la rete è stata per trent’anni un bene comune in questo senso. Quello che stiamo vedendo è cosa succede quando l’attore più forte decide che le regole comuni non lo riguardano e che i conflitti si risolvono per decreto.

Restare umani

Il collettivo ha intitolato il suo ultimo comunicato “Restare umani” e ha scritto ai propri utenti di mollare il pc, uscire, lottare, abbracciarsi e non perdere il sorriso. Può sembrare una resa. Io la leggo piuttosto come la constatazione che l’infrastruttura tecnica, da sola, non basta a proteggere una comunità, e che a un certo punto la difesa di uno spazio libero torna a passare dalle persone e non dai server.

C’è anche, in questa consapevolezza, un’indicazione di metodo. Il meccanismo che ha spento autistici.org non è stato un comando ma una catena di adesioni preventive, un registro, un sistema di pagamento, una banca che si ritraggono uno dopo l’altro. Gene Sharp, il più influente studioso della resistenza nonviolenta, ha costruito la sua teoria sull’osservazione simmetrica: il potere non è una proprietà di chi comanda ma il prodotto della cooperazione di molti, e si indebolisce nella misura in cui quella cooperazione viene ritirata. Se il de-risking è il ritiro della cooperazione dal più debole per paura del più forte, il suo rovescio è il rifiuto, caparbio e legale, di ritrarsi: continuare a ospitare, a linkare, a mirrorare, a mantenere un nodo, a chiedere conto a un registro del perché un nome è scomparso.

I volontari di Autistici/Inventati hanno tenuto in piedi per venticinque anni un pezzo piccolo di rete, ed è bastata una riga in una lista redatta a Washington per cancellarlo. La libertà di pensiero e di azione si muove su un terreno più fragile di quanto ci piaccia pensare. Quello che resta da capire, ed è un lavoro che non riguarda solo chi sa programmare, è come costruire forme di resistenza nonviolenta ma ostinata capaci di proteggere la rete. L’infrastruttura si vede quando si rompe: la chiusura di autistici.org è dunque un’occasione, per chi dava Internet un diritto acquisito e scontato, di imparare a guardarla. La consapevolezza non è un requisito d’ingresso, è qualcosa che si coltiva, e comincia quasi sempre dalla perdita di una libertà fondamentale in nome di un pericolo che nessuno è tenuto a dimostrare.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonti sul caso

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Ziccardi, Giovanni, Aggiustare il mondo. La vita, il processo e l’eredità dell’hacker Aaron Swartz, Milano University Press, Milano 2022 (open access). I passi citati: RSS 1.0 a quattordici anni, pp. 34-35; Creative Commons, pp. 45-47; l’espressione “aggiustare il mondo”, p. 77; il Manifesto, scritto in Italia nel luglio 2008, pp. 91-96; la morte, p. 161; l’accordo con JSTOR e l’uso del Manifesto davanti al Gran Giurì, p. 166; i trentacinque anni, il patteggiamento e le parole di Holder, pp. 170-171.

Autore

  • Psicoterapeuta e Presidente della cooperativa sociale Transiti Psicologia d’Espatrio. Curatrice e co-autrice del libro Traiettorie: Guida psicologica all’Espatrio e autrice dei capitoli psicologici del Rapporto Italiani nel Mondo di Fondazione Migrantes, si occupa di benessere psicologico nelle transizioni di vita e di interventi di comunità. Docente di Psicologia dell’Innovazione sociale in IUSTO, coordinatrice del gruppo “Ambienti Digitali” dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte e membro del direttivo di Internet Society Italian Chapter. È autrice del podcast Onlife: Psicologia della vita quotidiana CON Internet, edito da L’Espresso. Phd Student in Peace Studies dottorato Nazionale coordinato dall Università di Studi Roma 1 "La Sapienza"

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