Chi ripara la rete? Il caso autistici.org e il lavoro invisibile che tiene aperta Internet
Il 28 agosto 2026, di prima mattina, il dominio autistici.org ha smesso di esistere. Non c'è stato nessun sequestro di server, nessuna perquisizione: quando un computer, in qualunque parte del mondo, chiedeva al sistema dei nomi di Internet dove si trovasse autistici.org, gli veniva risposto che un dominio con quel nome non c'era. Sedicimila caselle di posta, diecimila blog e cinquemilacinquecento liste di discussione sono diventate nello stesso istante indirizzi che non portano da nessuna parte.
Due giorni prima il Dipartimento di Stato e il Tesoro degli Stati Uniti avevano inserito Autistici/Inventati, un'associazione italiana che dal 2001 offre gratuitamente posta cifrata, hosting e strumenti di comunicazione a movimenti e attivisti, nell'elenco dei "terroristi globali specialmente designati". Al collettivo non viene attribuito alcun attentato; gli si attribuisce di aver fornito "strumenti tecnologici e servizi" a gruppi che ne avrebbero compiuti. Il comunicato del Tesoro nomina il PKK e si sofferma sul fatto che Autistici/Inventati si definisce antifascista e antimilitarista, quasi che bastasse questo. Non è stata resa pubblica alcuna prova a sostegno. Nessun tribunale, italiano o europeo, è stato interpellato: quella che il diritto americano chiama designazione è un atto amministrativo dell'esecutivo, fondato su un ordine presidenziale del settembre 2001, con cui il governo dichiara un soggetto terrorista e ne fa scattare le conseguenze senza contraddittorio. Il 6 settembre il collettivo ha annunciato la chiusura di tutti i servizi, spiegando che "in questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità".
Della vicenda si sta discutendo molto sul piano giuridico: sanzioni extraterritoriali, giurisdizione del registro .org, regolamenti europei che non si applicano. Io vorrei fermarmi su un altro aspetto, che mi sembra ricevere meno attenzione: cosa dice questo episodio sul modo in cui abitiamo la rete, su chi la tiene in piedi senza che ce ne accorgiamo, e su cosa accade a una comunità quando il luogo che la ospitava viene cancellato senza che nessuno debba spiegarne il perché.
L'infrastruttura si vede solo quando si rompe
Susan Leigh Star, in un saggio del 1999 che è diventato un punto di riferimento per la sociologia della tecnologia, osservava che l'infrastruttura resta invisibile finché funziona e si mostra soltanto quando si guasta. Nessuno pensa alla rete idrica finché scorre acqua dal rubinetto, e nessuno pensa a chi gestisce l'elenco dei nomi di Internet finché un nome non scompare. Il caso autistici.org è un guasto di questo tipo, e quello che lascia intravedere è una struttura molto meno neutrale di quanto si tenda a credere.
Il dominio .org, quello che associamo alle associazioni, alle organizzazioni non governative, come Wikipedia ad esempio, è amministrato dal Public Interest Registry, un ente statunitense creato e controllato dall'Internet Society. Non ha scopo di lucro; è nato nel 2002 proprio con l'idea di dare al mondo del non profit una casa al riparo dagli interessi commerciali. Ha però sede in Virginia, e un soggetto statunitense che continua a fornire servizi a un'entità inserita nella lista del Tesoro commette un illecito. Nessuno ha reso pubblico un ordine di disattivazione, ed è verosimile che nessun ordine sia mai stato emesso: è bastata l'esistenza della lista. Devo segnalare che su questo punto la fonte è una sola, il collettivo stesso, che nel comunicato del 28 agosto ha scritto che non esiste alcuna dichiarazione pubblica di PIR che spieghi il caso o confermi di aver agito su richiesta dell'OFAC, l'ufficio del Tesoro che amministra le sanzioni. A oltre dieci giorni di distanza, mentre scrivo, quella dichiarazione non c'è ancora. L'unica traccia tecnica è uno stato del dominio, serverHold, che per definizione può essere impostato soltanto dal gestore del registro.
La sanzione che non ha bisogno di essere eseguita
A questo punto la questione smette di essere soltanto giuridica. Le sanzioni contemporanee agiscono meno per quello che vietano che per la paura che diffondono. PayPal ha sospeso il conto del collettivo il giorno dopo l'inserimento nella lista. Banca Etica ha sospeso a sua volta l'operatività del conto del collettivo il primo settembre, annunciando come probabile la chiusura e citando il rischio di "sanzioni secondarie" che avrebbero potuto tagliarla fuori dagli intermediari finanziari americani. Lo ha fatto condannando pubblicamente l'uso delle norme antiterrorismo contro il dissenso e per questo il suo è il caso che mi interroga maggiormente: nemmeno chi disapprova la misura riesce a sottrarvisi. Né PayPal né Banca Etica erano tenute da una norma italiana a fare quello che hanno fatto; hanno valutato il rischio e hanno tagliato.
Beniamino Irdi in un’intervista ha sottolineato con chiarezza proprio come l’effetto reale di una misura come questa non sia il congelamento dei beni ma il de-risking, cioè la scelta preventiva di banche, sistemi di pagamento, registri, fornitori di hosting e di connettività di interrompere ogni rapporto prima che qualcuno glielo chieda. Lo Stato non esegue la sanzione; la delega alla prudenza di chi teme di essere il prossimo, e basta colpire un nodo perché la rete di relazioni intorno si ritragga da sola. La novità, secondo Irdi, sta nel fatto che la logica del "sostegno materiale" al terrorismo viene qui estesa fino al livello dell'infrastruttura, cioè non a chi agisce ma a chi fornisce il mezzo con cui chiunque potrebbe agire.
L'effetto di raffreddamento
Il diritto costituzionale americano ha un termine per quello che accade quando la punizione diventa possibile anche se non certa: chilling effect, effetto di raffreddamento. È nato per descrivere l'effetto delle leggi vaghe sulla libertà di parola, ma negli ultimi anni la ricerca empirica ha cominciato a misurarlo. Non serve che tutti vengano colpiti, basta che tutti sappiano di poterlo essere. Nel 2016 Jonathon Penney, giurista, ha confrontato il traffico delle voci di Wikipedia dedicate a temi sensibili, come terrorismo e sorveglianza, prima e dopo le rivelazioni di Edward Snowden del giugno 2013, e ha trovato che dopo le visite erano calate in modo statisticamente significativo e non erano tornate ai livelli precedenti. Nessuna di quelle persone era stata perseguita. Avevano semplicemente smesso di cercare.
Il meccanismo, del resto, è vecchio. Foucault lo ha descritto a partire dal Panopticon di Bentham: la sorveglianza non ha bisogno di essere esercitata per funzionare, perché quando è possibile ciascuno la esercita su se stesso. Quello che le sanzioni aggiungono al modello è che il sorvegliante non ha nemmeno bisogno di guardare, gli basta pubblicare una lista.
Pensiamo alle sedicimila persone che avevano una casella su autistici.org. Non erano tutte militanti: c'erano giornalisti, ricercatori, associazioni di quartiere, persone che semplicemente non volevano che la propria posta fosse letta da un algoritmo per costruire un profilo da vendere agli inserzionisti. Dal 28 agosto ognuna di loro si è trovata a chiedersi se il fatto stesso di aver usato quel servizio la renda sospetta. Shayana Kadidal, avvocato del Center for Constitutional Rights che ha seguito diversi casi contro la norma americana sul sostegno materiale al terrorismo, interpellato dall'Intercept il 28 agosto, quando i servizi erano ancora attivi, aveva osservato che se gruppi statunitensi avessero continuato a usarli il governo americano avrebbe potuto usare quell'affiliazione contro di loro. È in questa luce che va letta la chiusura, arrivata nove giorni dopo. Non l'ha imposta nessuno: l'ha decisa il collettivo, perché continuare a offrire i servizi era diventato, con le sue parole, "un pericolo in più" per chi li usava, esposto al rischio di finire a sua volta nel mirino per il solo fatto di esserci. Spegnere tutto era l'unico atto di cura rimasto in loro potere. Che la minaccia si concretizzi davvero conta poco. Il dubbio basta da solo a disperdere una comunità, e la disperde senza lasciare tracce, perché non c'è un divieto da contestare ma solo un sospetto che ciascuno si porta dietro.
Il senso di comunità è quel legame che tiene insieme le persone che condividono un luogo, fisico o digitale, e David McMillan e David Chavis, nel 1986, ne hanno individuato quattro componenti: il sentirsi membri di qualcosa con confini riconoscibili, la percezione di poter influire sul gruppo e di esserne influenzati, il soddisfacimento reciproco dei bisogni, e una connessione emotiva costruita su una storia condivisa. Venticinque anni di posta, blog e liste su autistici.org erano questo, un'appartenenza prima che un servizio, e quando un'appartenenza viene interrotta da un atto esterno che non ammette replica si perde un luogo di vita digitale, si disperde una comunità che attorno a quel luogo ha costruito un significato. Il fatto che il luogo sia intangibile, online, non lo rende meno reale per chi ne ha fatto parte. La ricerca sulla giustizia procedurale, a partire dal lavoro di Tom Tyler, mostra che le persone tollerano male non tanto la severità di una decisione quanto l'assenza di voce, l'impossibilità di essere ascoltate prima che la decisione venga presa. Un atto amministrativo di questo tipo nega esattamente questo. Il collettivo l'ha definita "un vero e proprio editto amministrativo contro cui non esiste vera e propria battaglia legale".
Aggiustare il mondo
Nel 2022 Giovanni Ziccardi, che insegna informatica giuridica all'Università di Milano, ha pubblicato una biografia di Aaron Swartz intitolata “Aggiustare il mondo”. L'espressione viene da un momento preciso della vita di Swartz, poco più che ventenne, quando si rende conto di non poter "aggiustare il mondo" da solo e decide che il modo più responsabile di usare quello che sa è spiegarlo agli altri, il più semplicemente possibile, perché siano in tanti a poter intervenire.La riparazione come lavoro distribuito, e il compito di chi sa come quello di allargare il numero di chi può.
Swartz aveva quattordici anni quando entrò nel gruppo che scrisse la specifica RSS 1.0, il formato che ancora oggi permette di seguire un blog o un podcast senza passare da una piattaforma; lo racconta lui stesso, ricordando che da ragazzino aveva molto tempo libero e finì per dedicarlo tutto a quello. A diciannove, con la fusione tra la sua piccola azienda e Reddit, ne divenne uno dei fondatori. Ma quello che lo interessava davvero era l'accesso alla conoscenza. Nel 2002 entrò nel gruppo tecnico che stava costruendo Creative Commons, e nel luglio 2008, durante un soggiorno in Italia, scrisse insieme ad altri che non vollero firmarlo il Guerilla Open Access Manifesto. Il testo si apre con tre parole, "Information is power", e sostiene che il patrimonio scientifico e culturale del mondo, digitalizzato e chiuso a chiave da poche società private, va liberato anche a costo di violare leggi che l'autore considera ingiuste. Nel 2011 scaricò in massa articoli scientifici dall'archivio JSTOR usando la rete del MIT e fu incriminato in base al Computer Fraud and Abuse Act, una legge del 1986 scritta per altri scopi. Il comunicato del Dipartimento di Giustizia parlava di pene fino a trentacinque anni, mentre la stessa procura offriva un patteggiamento di pochi mesi; il ministro della Giustizia Eric Holder difese poi quella distanza davanti al Senato come "un buon uso della discrezionalità dell'accusa". Swartz si tolse la vita nel suo appartamento di Brooklyn l'11 gennaio 2013, a ventisei anni, prima del processo.
I fatti sono diversi da quelli di autistici.org, e non voglio forzare il parallelo. Quello che li accomuna è il meccanismo. In entrambi i casi uno Stato ha applicato a un'infrastruttura di conoscenza o di comunicazione una categoria pensata per altro, la frode informatica in un caso e il terrorismo nell'altro, con una sproporzione che serve più a dare un esempio che a fare giustizia. La forbice tra i trentacinque anni annunciati alla stampa e i pochi mesi offerti in privato dice che il processo a Swartz non era pensato per punire un download, ma per mostrare a tutti gli altri cosa non si deve fare. Allo stesso modo le sanzioni contro Autistici/Inventati non fermano nessun attentato, ma avvertono chiunque offra un servizio di comunicazione non sorvegliato che da quel momento il rischio è suo.
Il libro di Ziccardi aiuta a vedere anche un'altra cosa. Swartz non fu perseguito tanto per ciò che aveva fatto con i dati (JSTOR, dopo un accordo con lui, dichiarò di non avere alcun interesse a che il procedimento andasse avanti) quanto per ciò che i suoi scritti lasciavano intendere sulle intenzioni. Fu la parte del Manifesto che chiamava a una "pirateria di massa", scrive Ziccardi, a interessare di più gli investigatori, e davanti al Gran Giurì la procura cercò di usare proprio quel testo per dimostrare il dolo. Anche nel caso italiano l'accusa non riguarda un atto del collettivo, ma il senso politico del servizio che offriva e le persone a cui lo offriva. Si punisce una posizione, e la condotta viene dopo.
Questo è per tutti
La sera del 27 luglio 2012, durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra, un uomo di cinquantasette anni seduto a una scrivania al centro dello stadio digitò su un computer NeXT un messaggio che si accese in lettere luminose sugli spalti: This is for everyone, questo è per tutti. Era Tim Berners-Lee, che ventitré anni prima, al CERN di Ginevra, aveva inventato il World Wide Web.
Più dell'invenzione, però, conta una decisione che prese il 30 aprile 1993, quando convinse il CERN a rilasciare la tecnologia del Web nel pubblico dominio, rinunciando a qualsiasi royalty. Senza quella firma oggi navigheremmo probabilmente in una rete a pagamento, frammentata in standard proprietari. Il Web è gratuito e universale non per una legge di natura ma per una scelta presa da una persona in un momento preciso, e quello che si è scelto una volta si può anche disfare.
Nel settembre 2025 Berners-Lee ha pubblicato la sua autobiografia, This Is for Everyone, con un sottotitolo che pesa: The Unfinished Story of the World Wide Web, la storia incompiuta. Da almeno quindici anni ripete che la sua creatura ha tradito il progetto originario, concentrata in poche piattaforme, alimentata dalla sorveglianza pubblicitaria, controllata da chi possiede i dati e non da chi li produce. Nel 2019 ha lanciato un "Contratto per il Web" i cui primi tre principi si rivolgono ai governi: garantire che tutti possano connettersi, mantenere tutta la rete disponibile tutto il tempo, rispettare e proteggere i diritti fondamentali delle persone online. Nel caso autistici.org un governo li ha ignorati tutti e tre, nei confronti di cittadini di un altro Paese.
Strade e ponti
Nel 2016 Nadia Eghbal pubblicò per la Ford Foundation un rapporto intitolato Roads and Bridges, dedicato all'infrastruttura digitale invisibile su cui poggia tutto il resto: librerie software mantenute da una o due persone nel tempo libero, protocolli scritti da volontari, server pagati con donazioni. La sua tesi era che trattiamo questa infrastruttura come trattiamo le strade, la usiamo tutti e la diamo per scontata e nessuno vuole pagarla, con la differenza che per le strade esiste un ministero e per i ponti digitali no.
Autistici/Inventati era uno di questi ponti, come lo sono i volontari che mantengono i nodi della rete Tor, i tecnici di Riseup negli Stati Uniti, i bibliotecari dell'Internet Archive, le migliaia di persone che scrivono Wikipedia senza compenso, i manutentori di Debian, chi lavora nei capitoli nazionali dell'Internet Society. Il capitolo italiano, il 6 settembre, ha scritto a PIR e a ISOC, con ICANN in copia, chiedendo che il dominio .org sia considerato una risorsa essenziale per la libertà di espressione e di associazione, non soggetta alle decisioni di un singolo governo, e che si valuti anche la collocazione legale delle organizzazioni che lo amministrano. È una richiesta più radicale di quanto sembri, perché ammette che il problema non sta in un abuso ma in una struttura.
Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia nel 2009, ha passato la vita a studiare come le comunità gestiscono i beni comuni, pascoli, sistemi di irrigazione, zone di pesca, senza che intervengano lo Stato o il mercato. La sua conclusione era che i beni comuni reggono quando chi li usa partecipa alle regole, quando i confini sono chiari e quando esistono meccanismi di risoluzione dei conflitti accessibili e poco costosi. Nelle sue parti migliori la rete è stata per trent'anni un bene comune in questo senso. Quello che stiamo vedendo è cosa succede quando l'attore più forte decide che le regole comuni non lo riguardano e che i conflitti si risolvono per decreto.
Restare umani
Il collettivo ha intitolato il suo ultimo comunicato "Restare umani" e ha scritto ai propri utenti di mollare il pc, uscire, lottare, abbracciarsi e non perdere il sorriso. Può sembrare una resa. Io la leggo piuttosto come la constatazione che l'infrastruttura tecnica, da sola, non basta a proteggere una comunità, e che a un certo punto la difesa di uno spazio libero torna a passare dalle persone e non dai server.
C'è anche, in questa consapevolezza, un'indicazione di metodo. Il meccanismo che ha spento autistici.org non è stato un comando ma una catena di adesioni preventive, un registro, un sistema di pagamento, una banca che si ritraggono uno dopo l'altro. Gene Sharp, il più influente studioso della resistenza nonviolenta, ha costruito la sua teoria sull'osservazione simmetrica: il potere non è una proprietà di chi comanda ma il prodotto della cooperazione di molti, e si indebolisce nella misura in cui quella cooperazione viene ritirata. Se il de-risking è il ritiro della cooperazione dal più debole per paura del più forte, il suo rovescio è il rifiuto, caparbio e legale, di ritrarsi: continuare a ospitare, a linkare, a mirrorare, a mantenere un nodo, a chiedere conto a un registro del perché un nome è scomparso.
I volontari di Autistici/Inventati hanno tenuto in piedi per venticinque anni un pezzo piccolo di rete, ed è bastata una riga in una lista redatta a Washington per cancellarlo. La libertà di pensiero e di azione si muove su un terreno più fragile di quanto ci piaccia pensare. Quello che resta da capire, ed è un lavoro che non riguarda solo chi sa programmare, è come costruire forme di resistenza nonviolenta ma ostinata capaci di proteggere la rete. L'infrastruttura si vede quando si rompe: la chiusura di autistici.org è dunque un'occasione, per chi dava Internet un diritto acquisito e scontato, di imparare a guardarla. La consapevolezza non è un requisito d'ingresso, è qualcosa che si coltiva, e comincia quasi sempre dalla perdita di una libertà fondamentale in nome di un pericolo che nessuno è tenuto a dimostrare.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Fonti sul caso
Autistici/Inventati, Press Release – August 28, 2026, 28 agosto 2026, https://www.inventati.org/campaign/press.
Autistici/Inventati, Restare umani, comunicato di chiusura, 6 settembre 2026 (ripreso da ANSA, Il Post, Il Fatto Quotidiano, Domani, 6-7 settembre 2026).
Banca Etica, Banca Etica e le sanzioni ad Autistici/Inventati: no all'uso delle norme anti-terrorismo contro il dissenso. Urgenti risposte istituzionali, comunicato stampa, 1° settembre 2026, https://www.bancaetica.it/area-stampa/autistici-inventati-banca-etica-condanna-uso-improprio-ofac-valutazioni-per-non-chiudere-il-conto/.
Decode39, Autistici/Inventati case sets a new counterterrorism precedent, Irdi says, intervista a Beniamino Irdi, 27 agosto 2026, https://decode39.com/16319/autistici-inventati-case-sets-a-new-counterterrorism-precedent-irdi-says/.
EDRi (European Digital Rights), EDRi stands in solidarity with Autistici/Inventati, settembre 2026.
Internet Society Italia, La disattivazione di autistici.org minaccia la natura globale e libera di Internet, 6 settembre 2026, https://isoc.it/node/3135.
Sledge, Matt, Trump Goes After Anonymous Email Provider in Italy. The Real Target Is Free Speech in the U.S., "The Intercept", 28 agosto 2026, https://theintercept.com/2026/08/28/trump-antifa-terrorist-websites-free-speech/.
U.S. Department of State, Designation of Autistici/Inventati as a Specially Designated Global Terrorist, 26 agosto 2026.
U.S. Department of the Treasury, Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks, comunicato sb0616, 26 agosto 2026.
U.S. President, Executive Order 13224, Blocking Property and Prohibiting Transactions With Persons Who Commit, Threaten To Commit, or Support Terrorism, 23 settembre 2001.
Waldvogel, Marcel, Autistici/Inventati Sanctions Status, netfuture.ch, 5 settembre 2026.
Letteratura
Berners-Lee, Tim, con Stephen Witt, This Is for Everyone: The Unfinished Story of the World Wide Web, Farrar, Straus and Giroux / Pan Macmillan, New York-London 2025.
CERN, Statement concerning CERN W3 software release into public domain, 30 aprile 1993.
Eghbal, Nadia, Roads and Bridges: The Unseen Labor Behind Our Digital Infrastructure, Ford Foundation, New York 2016.
Foucault, Michel, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; trad. it. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976.
McMillan, David W., e David M. Chavis, "Sense of Community: A Definition and Theory", Journal of Community Psychology, 14, 1, 1986.
Ostrom, Elinor, Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge 1990; trad. it. Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia 2006.
Penney, Jonathon W., "Chilling Effects: Online Surveillance and Wikipedia Use", Berkeley Technology Law Journal, 31, 1, 2016.
Schauer, Frederick, "Fear, Risk and the First Amendment: Unraveling the Chilling Effect", Boston University Law Review, 58, 1978, pp. 685-732.
Sharp, Gene, The Politics of Nonviolent Action, Porter Sargent, Boston 1973.
Star, Susan Leigh, "The Ethnography of Infrastructure", American Behavioral Scientist, 43, 3, 1999.
Swartz, Aaron, Guerilla Open Access Manifesto, Eremo, Italia, luglio 2008.
Tyler, Tom R., Why People Obey the Law, Yale University Press, New Haven 1990.
World Wide Web Foundation, Contract for the Web, 2019.
Ziccardi, Giovanni, Aggiustare il mondo. La vita, il processo e l'eredità dell'hacker Aaron Swartz, Milano University Press, Milano 2022 (open access). I passi citati: RSS 1.0 a quattordici anni, pp. 34-35; Creative Commons, pp. 45-47; l'espressione "aggiustare il mondo", p. 77; il Manifesto, scritto in Italia nel luglio 2008, pp. 91-96; la morte, p. 161; l'accordo con JSTOR e l'uso del Manifesto davanti al Gran Giurì, p. 166; i trentacinque anni, il patteggiamento e le parole di Holder, pp. 170-171.
Quando le parole sono fatti. Una lezione epistemologica da parte di Trump
E’ ancora dominante (nel senso comune, in una certa filosofia di sapore neopositivista e nella stragrande maggioranza delle scienze) una concezione denotativa del linguaggio (sostenuta, fra gli altri, da Frege 1884, Russell 1905 e il primo Wittgenstein 1922), che ritiene che le parole servano solo per descrivere la realtà, per nominare un referente (oggetto) che preesiste all’atto linguistico.
Per cui, i nomi non farebbero altro che registrare, rispecchiare, una realtà indipendente dall’osservatore.
Fin dagli inizi del secolo scorso è stata contrapposta una concezione connotativa del linguaggio
(fra gli altri, de Saussure 1916, il secondo Wittgenstein 1956, Whorf 1956), consapevole che (piaccia o meno) sono le parole (e i discorsi in generale) a costruire la realtà. Infatti, le espressioni che usiamo hanno un potere performativo, come eloquentemente evocato dal titolo del libro postumo di Austin (1962) Come fare cose con le parole. Per cui, sono gli atti linguistici a produrre fatti, a costruire cornici cognitive (frames) e le parole, di conseguenza, non sono mai neutre.
Gli esempi sono innumerevoli. Eccone uno, con un sequel che si preannuncia elettrizzante, da parte del 47° Presidente degli Stati Uniti, Donand Trump.
Quando i fatti sono… parole
Fino al 24 gennaio 2025 nelle cartine geografiche avevamo questa immagine:

Il giorno successivo, Trump cambia il nome a quella insenatura dell’oceano e lo chiama Golfo d’America. Scatenando le ire del Messico, Paese confinante.
Come ben spiegato in https://www.wired.it/article/golfo-del-messico-cambio-nome-trump-ragioni/, in realtà, non è la prima volta che quella porzione di oceano cambia nome. Il Golfo del Messico viene chiamato così solo a partire dal 1540, perché in precedenza era conosciuto come "golfo della Nuova Spagna".
Come riportato nell’articolo di Wired, «molti nomi attribuiti a molti di questi luoghi, sono di natura eurocentrica, non preispanica. Uno dei primi nomi registrati per la regione fu ‘Seno de México’. Questo termine venne utilizzato da esploratori come il pirata inglese Francis Drake (…)
Perciò, quel nome riflette una visione della regione dalla prospettiva europea, dove il punto di riferimento geografico era Città del Messico e non le culture autoctone”, spiega Xavier Elorriaga Villalobos, docente di Storia presso l'Universidad Iberoamericana.
Le prime mappe utilizzavano termini come "golfo della Nuova Spagna".
Solo nel XIX secolo, dopo che le nazioni iniziarono a delimitare i propri confini, si consolidò l'uso del termine attualmente usato. Anche il nome "America" non è autoctono né esisteva nelle culture indigene. È stato imposto dagli europei come omaggio ad Amerigo Vespucci.
Per cui Trump (semplicemente) rifà quello che altri avevano già fatto: “E questo cambiamento di nome
non è né futile né insignificante. Dare un nome a qualcosa significa appropriarsene. In molti casi, cambiare il nome a qualcosa implica la riscrittura di una narrazione e la ridefinizione del rapporto che le persone hanno con quello spazio”.
Tre giorni dopo, Google Maps (USA) si adegua.

Anche se l’Europa (e probabilmente altri Paesi nel mondo) resistono o scelgono un compromesso, come succede per Google Maps Italia:
Trump, il recidivo
Ma non finisce qui. Un anno e mezzo dopo (precisamente il 27 agosto scorso) il Presidente statunitense ha firmato un decreto per ribattezzare anche il lago Ontario in lago d'America, questa volta facendo arrabbiare il Canada, paese confinante.
E, nuovamente, dopo tre giorni Google Maps Usa ha aggiornato le carte:

E la stessa cosa la stanno per fare anche Apple, Microsoft e tutti i siti e app che forniscono mappe.
Google Maps Italia, invece, ha nuovamente scelto la via del compromesso:

Poi Trump ha proseguito: «Abbiamo un golfo, abbiamo un lago. Ora forse dovremo cambiare il nome dell'oceano Atlantico e dell'oceano Pacifico. Forse li cambieremo tutti e due».
Tempo fa, un politico italiano, chiese: “Abbiamo una banca?”. E non finì tanto bene…
Come riporta il Corriere della Sera
https://www.corriere.it/esteri/26_agosto_27/trump-rinomina-il-lago-ontario-si-chiamera-lago-america-ora-ci-serve-un-oceano-3a71290f-f1c2-4077-87ff-0fb40c23cxlk.shtml, “Google, probabilmente prevedendo che il cambiamento avrebbe suscitato polemiche ha rilasciato una nota in cui spiega che le modifiche ai nomi geografici su GoogleMaps vengono applicate per prassi nel momento in cui subentrano aggiornamenti da fonti governative ufficiali. Google fa riferimento al Sistema di Informazione sui Nomi Geografici degli Stati Uniti (GNIS) e spiega che gli utenti di Maps negli Stati Uniti vedranno «Lago America» quelli in Canada continueranno a vedere «Lago Ontario» e quelli al di fuori degli Stati Uniti e del Canada vedranno entrambi i nomi (Lake America tra parentesi).
Un bel esercizio di relativismo geografico.
Le società private non sono tuttavia obbligate per legge a procedere con le modifiche geografiche. Uno dei fornitori statunitensi di mappe, MapQuest, in risposta all'ordine di Trump ha dichiarato in un post: «Non lo cambieremo».
Ora Trump ci ha preso gusto e, contemporaneamente, ha anche detto che, dal momento che gli USA controllano lo Stretto di Hormuz, si potrebbe ribattezzarlo con il suo nome.
Con buona pace di Frege, Russell e il primo Wittgenstein, che credevano che il legame tra un nome e il suo oggetto fosse radicato nella logica o nella struttura della realtà, e non in un accordo sociale.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Frege, Gottlob. 1884. Die Grundlagen der Arithmetik. Eine logisch-matematische Untersuchung über den Begriff der Zahl, Breslau, Köbner. Trad.it. Logica, pensiero e linguaggio.I fondamenti dell’aritmetica e altri scritti. Bari: Laterza, 2001.
De Saussure, Ferdinand (1916) Cours de linguistique générale, Lausanne: Payot, trad. it. Corso di linguistica generale, Bari, Laterza
Russell, Bertrand (1905). "On Denoting". Mind. 14 (4): 479–493, trad. it. Sulla denotazione", in Andrea Bonomi (a cura di), La struttura logica del linguaggio, Milano, Bompiani, 1973, pp. 179–195.
Wittgenstein, Ludwig. 1922. Tractatus logico-philosophicus, London, Kegan Paul, Trench, Treubner & Co, trad. it. Tractatus logico-philosophicus, Torino: Einaudi, 1980.
Wittgenstein, Ludwig. 1956. Bemerkungen über die Grundlagen der Mathematik, Frankfurt am Main: Suhrkamp Verlag, trad. it. Osservazioni sui fondamenti della matematica, Torino: Einaudi.
Whorf, Benjamin, L. (1956), Language, Thought and Reality: Selected Writings of Benjamin Lee Whorf, edited by John Carroll, The MIT Press Cambridge (MA), trad. it. Linguaggio, pensiero, realtà, Boringhieri, Torino 1970.
Israele e l’archeologia della sovranità. Come il controllo del patrimonio culturale può diventare uno strumento di annessione
Mentre il panorama culturale si affolla di eventi che mettono in scena la pace per Gaza — evocata nei concerti, celebrata attraverso cammini simbolici o affidata all’immagine ormai rituale di un palestinese e un israeliano insieme, a testimonianza della “pace possibile” — a Gaza le bombe non hanno mai smesso di uccidere, nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025. Eppure, raramente chi anima questi eventi si interroga — o invita il pubblico a interrogarsi — sulle cause strutturali del conflitto. Si invoca la riconciliazione, ma si tace sulla giustizia e si evita di nominare l’elefante nella stanza. Parlare delle responsabilità politiche del governo israeliano, dell’occupazione, degli insediamenti e del processo di spoliazione e annessione della Cisgiordania continua a essere considerato divisivo, fuori registro, quasi sconveniente.
Nel frattempo, lontano dai riflettori, il processo di annessione accelera. Avanza attraverso operazioni militari, demolizioni di case palestinesi e costruzione di nuovi avamposti e insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma avanza anche attraverso strumenti apparentemente rivolti al passato: leggi, scavi archeologici, parchi nazionali e gestione del patrimonio culturale. La posta in gioco, però, è il futuro.
La legge che facilita l’annessione, un pezzo alla volta
L’11 maggio 2026 la Knesset ha approvato in prima lettura una proposta di legge per l’istituzione della Judea and Samaria Heritage Authority, promossa dal deputato del Likud Amit Halevy. Già il nome identifica la cornice politica nella quale il provvedimento è inserito: non “Cisgiordania”, ma “Giudea e Samaria”, denominazione biblica utilizzata in Israele per indicare il territorio occupato dal 1967. La nuova autorità verrebbe posta sotto il controllo del ministero israeliano del Patrimonio e assumerebbe le competenze fino adesso esercitate nell’Area C dall’ufficiale archeologico dell’Amministrazione civile israeliana. Qualora entrasse in vigore, potrebbe autorizzare a condurre scavi, amministrare e conservare siti archeologici, dichiarare nuove aree di interesse storico e intervenire sui terreni necessari alla loro tutela.
Ma la portata della proposta va molto oltre l’Area C. Il testo mira, infatti, ad attribuire alla nuova autorità competenze sull’intera Cisgiordania, comprese l’Area A, affidata all’amministrazione civile e alla sicurezza palestinesi, e l’Area B, sottoposta all’amministrazione civile palestinese, e alla sicurezza israeliana. Inoltre, estenderebbe tali competenze anche alla Striscia di Gaza dove, per altro, l’IDF ha distrutto quasi tutte le aree archeologiche e i musei.
L’aspetto più grave, comunque, è il previsto trasferimento di poteri esercitati nel quadro dell’occupazione militare a un’autorità civile alle dirette dipendenze un ministero israeliano. Secondo Peace Now e alcuni archeologi israeliani, nonché dei consulenti giuridici della Knesset, la proposta rappresenta un ulteriore passo avanti verso un’annessione strisciante, non dichiarata sulla carta ma realizzata per frammenti amministrativi.
L’archeologia come infrastruttura del potere
Nel progetto sionista prima e nello Stato di Israele poi, l’archeologia ha svolto una funzione che ha travalicato quella scientifica: ha contribuito a costruire l’identità nazionale definendo una genealogia collettiva e ha fornito una legittimazione storica alla presenza ebraica in Palestina. Con questo, non si vuol dire che l’archeologia israeliana è “vera” o “falsa”, quanto piuttosto evidenziare come il patrimonio venga selezionato, interpretato e trasformato in uno strumento di governo. Gli scavi, infatti, non restituiscono solo reperti: permetteno di stabilire quali epoche valorizzare e quali lasciare ai margini, quali nomi attribuire ai luoghi e quali cancellare, quale passato mostrare ai visitatori e insegnare nelle scuole e quale invece lasciare sottotraccia. Il reperto, così, non resta nel museo, entra nella costruzione della memoria e nella rivendicazione politica del territorio.
Per questo l’archeologia oltre ad essere uno strumento di propaganda può diventare un’infrastruttura della sovranità: attraverso gli scavi si ridefinisce il paesaggio; attraverso il paesaggio si costruisce una memoria pubblica; attraverso quella memoria si rivendica un diritto esclusivo sul territorio. Chi controlla il patrimonio controlla, in parte, la narrazione del passato. E chi controlla la narrazione del passato dispone di uno strumento potentissimo per orientare le scelte nel presente.
La selezione della memoria
Da decenni, una parte significativa della ricerca accademica mostra come, nei territori occupati, l’archeologia israeliana abbia assunto una funzione inseparabile dal controllo territoriale. Studiosi come Raphael Greenberg, Nadia Abu El-Haj e Raz Kletter hanno analizzato il rapporto fra ricerca archeologica, costruzione dell’identità nazionale e selezione politica della memoria. Le loro ricerche mostrano come alcuni periodi - in particolare quelli riconducibili alle vicende ebraiche narrate nella Bibbia - vengano privilegiati, mentre le stratificazioni bizantine, islamiche, ottomane e palestinesi vengono relegate ai margini del racconto pubblico e godono di scarse tutele.
L’esempio più noto è quello della Città di Davide, nel quartiere palestinese di Silwan, a Gerusalemme Est, dove archeologia, turismo, insediamenti e controllo del territorio si intrecciano in modo pressoché indissolubile. Un dispositivo narrativo capace di proiettare una determinata lettura del passato sul presente, trasformando il paesaggio palestinese contemporaneo nello sfondo quasi invisibile di una storia nazionale costruita intorno alla Gerusalemme biblica. Non a caso, una parte della letteratura internazionale parla di archeologia di occupazione o di settler-colonial archaeology, interrogando i rapporti di potere entro i quali questi scavi vengono condotti, finanziati, interpretati e presentati al pubblico.
Quando il patrimonio diventa territorio
Il disegno di legge attribuirebbe alla nuova autorità poteri particolarmente ampi e requisiti professionali meno rigorosi rispetto a quelli previsti per l’Israel Antiquities Authority. Nel suo consiglio la presenza accademica sarebbe molto limitata, mentre largo spazio verrebbe dato ai rappresentanti dei consigli regionali degli insediamenti e membri nominati direttamente dal ministro del Patrimonio. Un simile assetto equivale ad assegnare al governo e ai coloni un’influenza determinante sulla scelta dei siti da scavare, proteggere e valorizzare. Ancora più rilevante è la possibilità di requisire i terreni privati palestinesi per ragioni di tutela archeologica. Gli espropri arbitrari giustificati dalla necessità di proteggere le antichità, già stati disposti in luoghi come Sebastia e Nabi Samuel, verrebbero autorizzati molta più facilità. La nuova legge potrebbe infatti estendere considerevolmente questa pratica, trasformando la “salvaguardia del patrimonio” in una leva per confiscare altra terra ai palestinesi. Dichiarare un sito archeologico può significare bloccare un piano edilizio, impedire l’espansione di un villaggio, modificare una strada, chiuderla del tutto, delimitare un’area militare o turistica, sottrarre terreni all’agricoltura e cambiare la geografia quotidiana di chi vi abita. Il patrimonio diventa territorio e il territorio diventa sovranità.
Al-Aqsa e il controllo dei luoghi santi
Nelle stesse settimane in cui alla Knesset si discuteva della nuova autorità archeologica, Middle East Eye ha riferito dell’esistenza di un piano israelo-statunitense volto a ridimensionare il ruolo storico della Giordania nella custodia di al-Aqsa. Secondo l’inchiesta, fondata su fonti statunitensi, giordane, palestinesi e occidentali, Jared Kushner e l’ambasciatore Mike Huckabee avrebbero sostenuto la sostituzione del Waqf giordano con un organismo sottoposto a supervisione israeliana e previsto la ridefinizione del complesso come “centro multireligioso”.
Il piano non ha ricevuto conferme ufficiali. Tuttavia, interpellato da Middle East Eye dopo la pubblicazione dell’inchiesta, il governo britannico ha ribadito che il ruolo speciale riconosciuto alla monarchia hashemita nei luoghi santi musulmani di Gerusalemme «deve essere rispettato». Metterlo in discussione significherebbe alterare uno degli equilibri più delicati dello Status quo della Città Santa.
Il passato non attribuisce la sovranità
Sebbene a prima vista Al-Aqsa e la legge sui siti archeologici sembrino due dossier differenti, in realtà agiscono sulla stessa leva: da una parte il controllo del terzo luogo simbolicamente più importante per l’Islam, dall’altra quello della memoria materiale della Cisgiordania.
Religione e archeologia sembrano convergere così in una medesima logica.
Eppure, l’archeologia non attribuisce diritti di sovranità, né tanto meno determina automaticamente quella contemporanea. Se così fosse, l’Italia potrebbe rivendicare buona parte dell’Europa in nome dell’Impero Romano, la Grecia vaste regioni dell’Asia Minore, e la Turchia i vasti territori appartenuti all’Impero ottomano, Israele compreso. Ma le cose non stanno così: il diritto internazionale non stabilisce a chi appartenga una terra sulla base di chi c’era duemila anni fa; si fonda sul divieto di acquisire territori con la forza, sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, sulla protezione delle popolazioni sottoposte a occupazione, e sulle sovranità riconosciute dalla comunità internazionale.
Lo scorso 2 giugno l’avanzamento della proposta è stato fermato, ma il testo non è stato ritirato. Poiché ha superato la prima lettura, la Knesset che uscirà dalle elezioni, previste in Israele il prossimo ottobre, potrà riprenderne l’esame applicando la regola della continuità legislativa.
L’iter è sospeso. Non il progetto politico di cui la legge è espressione. La posta in gioco non è soltanto chi scaverà un sito o conserverà un reperto, ma chi avrà il potere di stabilire quale memoria è legittima, quale storia può diventare nazionale e quale presenza contemporanea deve venire cancellata dal paesaggio.
Perché controllare il passato non significa solo decidere cosa ricordare. Significa acquisire il potere di stabilire a chi appartiene il futuro e procedere indisturbati all’annessione, un pezzo alla volta.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Sulla proposta di Legge:
Comunicato ufficiale in inglese della Knesset sull’approvazione in prima lettura, della proposta di legge:
https://main.knesset.gov.il/en/news/pressreleases/pages/press12526q.aspx
Analisi di PeaceNow:
https://peacenow.org.il/en/heritage-authority
Espropri di Sebastia e Nabi Samuel:
https://emekshaveh.org/en/expropriations-budget
Per il quadro generale sulla Cisgiordania:
Raphael Greenberg e Adi Keinan, Israeli Archaeological Activity in the West Bank 1967–2007; uno studio fondamentale, basato sulla ricostruzione dell’attività archeologica israeliana nei territori occupati e del suo rapporto con l’amministrazione militare:
https://www.emekshaveh.org/he/wp-content/uploads/2013/09/WBADB_sourcebook.pdf
Sulla Città di Davide e Silwan:
Raphael Greenberg, Towards an Inclusive Archaeology in Jerusalem: The Case of Silwan/The City of David, 201:
https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1179/175355309X402745
Inchiesta di Middle East Eye:
Inchiesta +927 del 24 luglio 2026:
https://www.972mag.com/israel-west-bank-archaeology-sebastia-nabi-samwil/




