Mentre il panorama culturale si affolla di eventi che mettono in scena la pace per Gaza — evocata nei concerti, celebrata attraverso cammini simbolici o affidata all’immagine ormai rituale di un palestinese e un israeliano insieme, a testimonianza della “pace possibile” — a Gaza le bombe non hanno mai smesso di uccidere, nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025. Eppure, raramente chi anima questi eventi si interroga — o invita il pubblico a interrogarsi — sulle cause strutturali del conflitto. Si invoca la riconciliazione, ma si tace sulla giustizia e si evita di nominare l’elefante nella stanza. Parlare delle responsabilità politiche del governo israeliano, dell’occupazione, degli insediamenti e del processo di spoliazione e annessione della Cisgiordania continua a essere considerato divisivo, fuori registro, quasi sconveniente.
Nel frattempo, lontano dai riflettori, il processo di annessione accelera. Avanza attraverso operazioni militari, demolizioni di case palestinesi e costruzione di nuovi avamposti e insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma avanza anche attraverso strumenti apparentemente rivolti al passato: leggi, scavi archeologici, parchi nazionali e gestione del patrimonio culturale. La posta in gioco, però, è il futuro.
La legge che facilita l’annessione, un pezzo alla volta
L’11 maggio 2026 la Knesset ha approvato in prima lettura una proposta di legge per l’istituzione della Judea and Samaria Heritage Authority, promossa dal deputato del Likud Amit Halevy. Già il nome identifica la cornice politica nella quale il provvedimento è inserito: non “Cisgiordania”, ma “Giudea e Samaria”, denominazione biblica utilizzata in Israele per indicare il territorio occupato dal 1967. La nuova autorità verrebbe posta sotto il controllo del ministero israeliano del Patrimonio e assumerebbe le competenze fino adesso esercitate nell’Area C dall’ufficiale archeologico dell’Amministrazione civile israeliana. Qualora entrasse in vigore, potrebbe autorizzare a condurre scavi, amministrare e conservare siti archeologici, dichiarare nuove aree di interesse storico e intervenire sui terreni necessari alla loro tutela.
Ma la portata della proposta va molto oltre l’Area C. Il testo mira, infatti, ad attribuire alla nuova autorità competenze sull’intera Cisgiordania, comprese l’Area A, affidata all’amministrazione civile e alla sicurezza palestinesi, e l’Area B, sottoposta all’amministrazione civile palestinese, e alla sicurezza israeliana. Inoltre, estenderebbe tali competenze anche alla Striscia di Gaza dove, per altro, l’IDF ha distrutto quasi tutte le aree archeologiche e i musei.
L’aspetto più grave, comunque, è il previsto trasferimento di poteri esercitati nel quadro dell’occupazione militare a un’autorità civile alle dirette dipendenze un ministero israeliano. Secondo Peace Now e alcuni archeologi israeliani, nonché dei consulenti giuridici della Knesset, la proposta rappresenta un ulteriore passo avanti verso un’annessione strisciante, non dichiarata sulla carta ma realizzata per frammenti amministrativi.
L’archeologia come infrastruttura del potere
Nel progetto sionista prima e nello Stato di Israele poi, l’archeologia ha svolto una funzione che ha travalicato quella scientifica: ha contribuito a costruire l’identità nazionale definendo una genealogia collettiva e ha fornito una legittimazione storica alla presenza ebraica in Palestina. Con questo, non si vuol dire che l’archeologia israeliana è “vera” o “falsa”, quanto piuttosto evidenziare come il patrimonio venga selezionato, interpretato e trasformato in uno strumento di governo. Gli scavi, infatti, non restituiscono solo reperti: permetteno di stabilire quali epoche valorizzare e quali lasciare ai margini, quali nomi attribuire ai luoghi e quali cancellare, quale passato mostrare ai visitatori e insegnare nelle scuole e quale invece lasciare sottotraccia. Il reperto, così, non resta nel museo, entra nella costruzione della memoria e nella rivendicazione politica del territorio.
Per questo l’archeologia oltre ad essere uno strumento di propaganda può diventare un’infrastruttura della sovranità: attraverso gli scavi si ridefinisce il paesaggio; attraverso il paesaggio si costruisce una memoria pubblica; attraverso quella memoria si rivendica un diritto esclusivo sul territorio. Chi controlla il patrimonio controlla, in parte, la narrazione del passato. E chi controlla la narrazione del passato dispone di uno strumento potentissimo per orientare le scelte nel presente.
La selezione della memoria
Da decenni, una parte significativa della ricerca accademica mostra come, nei territori occupati, l’archeologia israeliana abbia assunto una funzione inseparabile dal controllo territoriale. Studiosi come Raphael Greenberg, Nadia Abu El-Haj e Raz Kletter hanno analizzato il rapporto fra ricerca archeologica, costruzione dell’identità nazionale e selezione politica della memoria. Le loro ricerche mostrano come alcuni periodi – in particolare quelli riconducibili alle vicende ebraiche narrate nella Bibbia – vengano privilegiati, mentre le stratificazioni bizantine, islamiche, ottomane e palestinesi vengono relegate ai margini del racconto pubblico e godono di scarse tutele.
L’esempio più noto è quello della Città di Davide, nel quartiere palestinese di Silwan, a Gerusalemme Est, dove archeologia, turismo, insediamenti e controllo del territorio si intrecciano in modo pressoché indissolubile. Un dispositivo narrativo capace di proiettare una determinata lettura del passato sul presente, trasformando il paesaggio palestinese contemporaneo nello sfondo quasi invisibile di una storia nazionale costruita intorno alla Gerusalemme biblica. Non a caso, una parte della letteratura internazionale parla di archeologia di occupazione o di settler-colonial archaeology, interrogando i rapporti di potere entro i quali questi scavi vengono condotti, finanziati, interpretati e presentati al pubblico.
Quando il patrimonio diventa territorio
Il disegno di legge attribuirebbe alla nuova autorità poteri particolarmente ampi e requisiti professionali meno rigorosi rispetto a quelli previsti per l’Israel Antiquities Authority. Nel suo consiglio la presenza accademica sarebbe molto limitata, mentre largo spazio verrebbe dato ai rappresentanti dei consigli regionali degli insediamenti e membri nominati direttamente dal ministro del Patrimonio. Un simile assetto equivale ad assegnare al governo e ai coloni un’influenza determinante sulla scelta dei siti da scavare, proteggere e valorizzare. Ancora più rilevante è la possibilità di requisire i terreni privati palestinesi per ragioni di tutela archeologica. Gli espropri arbitrari giustificati dalla necessità di proteggere le antichità, già stati disposti in luoghi come Sebastia e Nabi Samuel, verrebbero autorizzati molta più facilità. La nuova legge potrebbe infatti estendere considerevolmente questa pratica, trasformando la “salvaguardia del patrimonio” in una leva per confiscare altra terra ai palestinesi. Dichiarare un sito archeologico può significare bloccare un piano edilizio, impedire l’espansione di un villaggio, modificare una strada, chiuderla del tutto, delimitare un’area militare o turistica, sottrarre terreni all’agricoltura e cambiare la geografia quotidiana di chi vi abita. Il patrimonio diventa territorio e il territorio diventa sovranità.
Al-Aqsa e il controllo dei luoghi santi
Nelle stesse settimane in cui alla Knesset si discuteva della nuova autorità archeologica, Middle East Eye ha riferito dell’esistenza di un piano israelo-statunitense volto a ridimensionare il ruolo storico della Giordania nella custodia di al-Aqsa. Secondo l’inchiesta, fondata su fonti statunitensi, giordane, palestinesi e occidentali, Jared Kushner e l’ambasciatore Mike Huckabee avrebbero sostenuto la sostituzione del Waqf giordano con un organismo sottoposto a supervisione israeliana e previsto la ridefinizione del complesso come “centro multireligioso”.
Il piano non ha ricevuto conferme ufficiali. Tuttavia, interpellato da Middle East Eye dopo la pubblicazione dell’inchiesta, il governo britannico ha ribadito che il ruolo speciale riconosciuto alla monarchia hashemita nei luoghi santi musulmani di Gerusalemme «deve essere rispettato». Metterlo in discussione significherebbe alterare uno degli equilibri più delicati dello Status quo della Città Santa.
Il passato non attribuisce la sovranità
Sebbene a prima vista Al-Aqsa e la legge sui siti archeologici sembrino due dossier differenti, in realtà agiscono sulla stessa leva: da una parte il controllo del terzo luogo simbolicamente più importante per l’Islam, dall’altra quello della memoria materiale della Cisgiordania.
Religione e archeologia sembrano convergere così in una medesima logica.
Eppure, l’archeologia non attribuisce diritti di sovranità, né tanto meno determina automaticamente quella contemporanea. Se così fosse, l’Italia potrebbe rivendicare buona parte dell’Europa in nome dell’Impero Romano, la Grecia vaste regioni dell’Asia Minore, e la Turchia i vasti territori appartenuti all’Impero ottomano, Israele compreso. Ma le cose non stanno così: il diritto internazionale non stabilisce a chi appartenga una terra sulla base di chi c’era duemila anni fa; si fonda sul divieto di acquisire territori con la forza, sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, sulla protezione delle popolazioni sottoposte a occupazione, e sulle sovranità riconosciute dalla comunità internazionale.
Lo scorso 2 giugno l’avanzamento della proposta è stato fermato, ma il testo non è stato ritirato. Poiché ha superato la prima lettura, la Knesset che uscirà dalle elezioni, previste in Israele il prossimo ottobre, potrà riprenderne l’esame applicando la regola della continuità legislativa.
L’iter è sospeso. Non il progetto politico di cui la legge è espressione. La posta in gioco non è soltanto chi scaverà un sito o conserverà un reperto, ma chi avrà il potere di stabilire quale memoria è legittima, quale storia può diventare nazionale e quale presenza contemporanea deve venire cancellata dal paesaggio.
Perché controllare il passato non significa solo decidere cosa ricordare. Significa acquisire il potere di stabilire a chi appartiene il futuro e procedere indisturbati all’annessione, un pezzo alla volta.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Sulla proposta di Legge:
Comunicato ufficiale in inglese della Knesset sull’approvazione in prima lettura, della proposta di legge:
https://main.knesset.gov.il/en/news/pressreleases/pages/press12526q.aspx
Analisi di PeaceNow:
https://peacenow.org.il/en/heritage-authority
Espropri di Sebastia e Nabi Samuel:
https://emekshaveh.org/en/expropriations-budget
Per il quadro generale sulla Cisgiordania:
Raphael Greenberg e Adi Keinan, Israeli Archaeological Activity in the West Bank 1967–2007; uno studio fondamentale, basato sulla ricostruzione dell’attività archeologica israeliana nei territori occupati e del suo rapporto con l’amministrazione militare:
https://www.emekshaveh.org/he/wp-content/uploads/2013/09/WBADB_sourcebook.pdf
Sulla Città di Davide e Silwan:
Raphael Greenberg, Towards an Inclusive Archaeology in Jerusalem: The Case of Silwan/The City of David, 201:
https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1179/175355309X402745
Inchiesta di Middle East Eye:
Inchiesta +927 del 24 luglio 2026:
https://www.972mag.com/israel-west-bank-archaeology-sebastia-nabi-samwil/
Autore
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Storica, ricercatrice e scrittrice, indaga le fratture della storia e le rimozioni dell’Occidente, dal conflitto israelo-palestinese alle manipolazioni linguistiche. Non allineata per scelta, esplora mondi, discipline e le sfide dell’intelligenza artificiale. Viaggiatrice e pellegrina, ha percorso 3.000 km a piedi in solitaria, 450 dei quali in Terra Santa. Camminare è il suo modo di pensare, un’indagine radicale dello spazio e del tempo. L’incontro e l’ascolto sono il fulcro del suo approccio: custodisce storie e testimonianze che continuano a formarla e ad ampliare il suo sguardo sul mondo
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