Perché la coscienza?
La mente mente, non sapendo di mentire. Mente anzitutto a sé stessa, si affida ai propri pregiudizi in ogni occasione. Essere una coscienza comporta questo lavoro sporco, che si compie dietro le quinte del mondo e di cui ciascuno deve farsi carico per sé stesso. È il paradosso in cui Anil Seth sostiene di dover riconoscere la base per una spiegazione scientifica di un fenomeno tra i più controversi e misteriosi per le scienze cognitive: perché dobbiamo sapere di essere vivi? Perché dobbiamo sapere di stare guardando la scena di fronte ai nostri occhi, o dobbiamo sapere di essere in affanno mentre corriamo per raggiungere l’autobus che sta per ripartire? Non è chiaro a quale vantaggio evolutivo possa contribuire questa aggiunta di conoscenza, rispetto all’attuazione dei comportamenti corretti, necessari per la sopravvivenza dell’individuo. In alcune circostanze, come nel caso della rincorsa del mezzo pubblico che sta per chiudere le porte e abbandonare la fermata, l’ansia potrebbe persino funzionare da impedimento alla scioltezza del movimento, potrebbe frenare l’abbandono all’urgenza dello slancio atletico, opponendo sconforto, rassegnazione e fatica, alla tensione fisiologica di raggiungere l’obiettivo.
La scienza lavora offrendo una spiegazione, una o più predizioni, e un controllo completo dei fenomeni su cui indaga. Seth rinuncia a offrire una risposta agli interrogativi sulla ragion d’essere della coscienza, dichiarando che la ricerca deve limitarsi alla comprensione degli eventi che la manifestano nella nostra esperienza. La difficoltà di tentare una concettualizzazione oggettiva, in terza persona, di fenomeni di natura soggettiva, che frequentiamo nella nostra vita in prima persona, non turba il neurofisiologo – che invece, secondo le prescrizioni della sua disciplina, si interroga su come misurarli, quantificarli, registrarne le tracce su strumenti di rilevazione biologica.
Divinazioni
Il fascino dell’esposizione di Seth si avverte nel momento in cui l’indagine impone di abbandonare il modello cognitivo che proviene dal senso comune, e che ha dominato a lungo le scienze della mente. Se continuiamo ad ammettere che la nostra percezione sia la rappresentazione in un teatro interiore della scena attuale che si para di fronte ai nostri sensi, l’enigma non può essere risolto. È necessario ammettere che il contributo della mente vada più in profondità e intervenga in modo più creativo; ma per seguire il metodo attraverso il quale il lavoro della coscienza si sviluppa può essere utile partire dagli sbavi e dalle contraddizioni che lascia dietro di sé.
Il fenomeno ottico della scacchiera di Adelson è un esempio di questo tipo di errori.

Se si osservano le caselle contrassegnate dalle lettere A e B sia nella scacchiera di sinistra sia in quella di destra, per tutti coloro che non siano degli androidi di Blade Runner, la A appare più scura della B. Infatti, la struttura dell’oggetto e l’esperienza ci insegnano che A è uno scacco nero, mentre B uno scacco bianco. Eppure, l’inserimento delle barre per il confronto cromatico, nella scacchiera di destra, evidenzia come la tonalità di grigio delle tue caselle sia esattamente la stessa. Ma anche avvisati di questa identità dall’evidenza sperimentale, continuiamo a vedere una casella bianca e una casella nera. La correzione che la mente impone sugli stimoli provenienti dai sensi provvede a stabilizzare il mondo esterno, a procurargli un senso che la sua variabilità gli impedisce di mostrare in modo spontaneo.
Se bastasse un’ombra, come quella gettata dal cilindro sulla scacchiera, per trasformare le caselle bianche in caselle nere, giocare una partita a scacchi diventerebbe una sfida insormontabile. Ma lo sarebbe anche riconoscere il tavolo su cui sto lavorando, come chiosava nel 1912 Bertrand Russell, dal momento che fasci di luce, riflessi, zone di oscurità, ne modificano di continuo l’aspetto. La mente quindi fissa, anche a livello percettivo, una realtà che non cambia, al di là e nonostante la variazione perenne che affatica i nostri campi sensoriali.
La tesi di Seth è che lo scetticismo di Descartes e di Locke intorno alla fedeltà dei fenomeni verso gli oggetti da cui provengono, non deve essere arginato in direzione della selezione di un insieme di proprietà matematiche che apparterrebbero anche alla struttura originaria del mondo. La geometria delle forme e le funzioni che descrivono i movimenti sono la concettualizzazione degli eventi, ma la mente si è evoluta per governare l’azione, prevedendone gli esiti nell’ambiente esterno. La generazione di un ritratto del presente non è abbastanza accurata per le esigenze di un cacciatore nella foresta primigenia, e nemmeno per il ciclista moderno che si sposta nel traffico di una metropoli, o per il cameriere che riceve le ordinazioni e si sposta con destrezza tra i tavoli con il vassoio ingombro. La percezione deve essere una previsione di ciò che accadrà nell’ambiente circostante, deve anticipare il modo in cui si presenterà il mondo mentre si sviluppa l’azione, e deve quindi interpretare scene nella loro complessità (non singoli oggetti), inquadrando in modo predittivo il loro sviluppo: vede quello che sta per accadere, o si presume stia per succedere, anticipandolo sulla base delle esperienze precedenti. L’ottimizzazione per la sopravvivenza passa per un mondo che è proiezione necessaria del pregiudizio, attraverso un’applicazione inconscia della formula di Bayes per il calcolo delle probabilità.
Finzioni della volontà
La percezione interiore non è meno frammentaria di quella rivolta all’ambiente circostante. Il Sé è fenomenico quanto i tavoli e le scacchiere, ed è possibile manipolare la propriocezione generando errori paragonabili a quelli delle caselle bianche e nere – avvertendo mani di gomma come appartenenti al corpo proprio, e posizioni nello spazio decentrate rispetto a quella reale. Kant sarebbe entusiasta di questi programmi di ricerca empirica che seguono passo passo l’architettura della sua critica, e si attengono al disegno delle possibilità conoscitive dell’essere umano, senza alcuna apparente consapevolezza della loro fedeltà.
Ma anche rispetto al Sé la proposta di Seth investe il futuro come dimensione principale della creatività della mente. La coscienza emerge come struttura narrativa che dia coerenza ai programmi di condotta, ai piani di azione che devono essere intrapresi. Non è sensato ritenere che la libertà sia una facoltà che si innesca nell’istante di ogni decisione, come se fosse possibile strappare le scelte dal contesto e dal flusso in cui sono inserite, e le si potesse osservare nel loro isolamento istantaneo. La pretesa di molti esperimenti (come quello famosissimo di Benjamin Libet del 1983) di considerare la deliberazione come se fosse un evento puntuale, e la volontà un rubinetto che indirizza le energie verso un sì o un no, opera un’astrazione del vissuto reale in cui dilegua la questione essenziale che si sarebbe dovuta indagare.
La colpa di una simile concezione è di essere stupida, prima che falsa. Nessuno si trova mai in situazioni di questo genere, perché ogni decisione viene assunta in un flusso di eventi che è ricostruito da una finzione narrativa – l’autoinganno che rende coerente la propria storia, e che legittima ogni nuovo passo comportamentale, anche con mutamenti e torsioni opportunistiche: in questa rappresentazione consiste il Sé con la sua coscienza. Libertà e invenzione di una personalità coesa, con la sua biografia e la sua formazione, devono essere osservati come tratti congiunti da un destino comune. Non si precipita in una situazione senza premesse e senza motivazioni precedenti: sono queste a dettare le ragioni dell’azione che si compie e delle scelte che vi sono incluse. O meglio, è la cronaca che ci raccontiamo sugli eventi che ci hanno portato al presente, a fornire giustificazioni e spiegazioni: la coscienza è una storia che la mente reinventa di volta in vota per stabilire l’ordine di ciò che accade. La nostra libertà è questo scostamento del virtuale dal fattuale.
Seth è pronto a riconoscere qualche grado di coscienza a qualunque essere vivente, in proporzione alla divaricazione possibile del destino individuale dalle prescrizioni fisiche imposte dal contesto. L’intelligenza artificiale sembra esclusa da questa comunità di mentitori, proprio perché non persegue alcun obiettivo, non si deve destreggiare con la minaccia della morte e l’incombenza di un futuro in agguato: una macchina non ha bisogno di fingere. Per converso, questa tesi proibisce di concepire l’uomo, gli animali, le piante, come macchine-per-vivere, dal momento che l’invenzione, la creazione del falso, lo slittamento del virtuale sul reale, l’immersione nella dimensione dei significati e dei segni come ambiente che è il proprio della coscienza, non appartengono alla sfera di esistenza del software. L’intelligenza artificiale non ha bisogno di ingannarsi per sopravvivere: le menzogne sono effetti involontari (e indesiderati) del funzionamento del codice, ed esistono solo in riferimento all’uso che ne faranno gli umani, clienti del servizio. In altre parole, sono gli utenti del programma che vedono un’inesattezza, dove l’aderenza della macchina alle proprie regole di funzionamento rimane sempre impeccabile. Al contrario, la finzione predittiva e narrativa è la sostanza stessa del vivente, una falsità che crea orizzonti di possibilità e motivazioni di azioni non deducibili a priori da nessun codice: la coscienza è differenza, mai riducibile, dai fatti da cui emerge.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
- B. Libet, Mind Time. Il fattore temporale della coscienza, Raffaello Cortina Editore 2007.
- B. Russell, I problemi della filosofia, Feltrinelli 1959.
- A. Seth, Come il cervello crea la nostra coscienza, Raffaello Cortina Editore 2023.
Autore
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Si occupa di media digitali dal 1999: è co-fondatore di Pquod e VentunoLab, società specializzate nella comunicazione web e nell’analisi di dati. Ha svolto attività di docenza per il Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Milano. Dal 2011 pubblica sulle testate Linkiesta, pagina99, Gli Stati Generali. È il direttore responsabile di Controversie. Per le pubblicazioni: https://scholar.google.com/citations?hl=it&user=zSiJu3IAAAAJ
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