Dalla firma chimica al barcode molecolare. Come la scienza e l’intelligenza artificiale smascherano le frodi alimentari: l’esempio del tè
Immaginiamo di sorseggiare un pregiato tè nero o di gustare un matcha[1] di Uji. Come possiamo essere certi che ciò che stiamo consumando sia autentico? La globalizzazione ha portato sulle nostre tavole una varietà incredibile di cibi e bevande, ma ha anche aperto le porte a un mercato parallelo e insidioso, quello delle frodi alimentari: ingredienti pregiati sostituiti con scarti, false origini geografiche, allergeni nascosti, adulterazioni artificiali. È una minaccia globale che l'OCSE[2] stima costare all'economia mondiale circa 200 miliardi di dollari all'anno. Oltre al danno economico, queste truffe minano la fiducia dei consumatori e abbattono il valore delle specialità regionali, come, ad esempio, i nostri prodotti IGP o DOP.
Per difenderci, le leggi[3] impongono una tracciabilità rigorosa. Ma la carta non basta più. Oggi, i veri detective delle adulterazioni alimentari sono gli strumenti scientifici avanzati e l'intelligenza artificiale, capaci di leggere e ricostruire la storia di un prodotto analizzandone i minerali, il DNA e le molecole. Ecco come funzionano nel mondo del tè.
1. L'Impronta del terreno: minerali e spettri ottici
Prendiamo in considerazione, ad esempio, il tè nero, un mercato da oltre 17 miliardi di dollari l'anno. Proprio per il suo valore, è facilissimo incappare in tè comuni venduti come pregiate varietà di montagna. Come si scopre l'inganno? Leggendo il terreno attraverso le foglie.
Le piante assorbono i minerali dal suolo in cui crescono, creando una sorta di impronta digitale chimica (elemental fingerprinting). Qui è d'obbligo una precisazione scientifica: sebbene questa impronta sia estremamente stabile, alcune lavorazioni del tè (come l'essiccamento, una forte fermentazione o il lavaggio con acque locali) possono modificare leggermente la concentrazione di elementi facilmente solubili, come il potassio (K) o il sodio (Na). Tuttavia, la firma profonda lasciata dalle terre rare e dagli elementi pesanti rimane indelebile e invariata.
Per leggere questa firma, gli scienziati usano macchinari sofisticati:
- L'ICP-MS e l'ICP-OES: strumenti in grado di scovare anche una singola particella minerale nascosta in un miliardo di altre molecole.
- I laser e i raggi X (XRF e LIBS): permettono di proiettare un fascio di luce o radiazione che scansiona la superficie della foglia, analizzandone i riflessi radiografici per capire in pochi secondi di quali minerali è composta, senza distruggerla.
- L'intelligenza artificiale sommelier: analizzando un normale infuso di tè con luce ultravioletta e visibile (UV-Vis), speciali algoritmi (reti neurali, PCA-LDA) riescono a riconoscere l'origine del tè. Ad esempio, incrociando i dati di 15 minerali, l'IA ha scoperto che i tè africani (Ruanda, Burundi) sono ricchissimi di stronzio e rubidio, mentre il pregiato tè cinese Keemun ha pochissimo calcio ma molto fosforo. L'accuratezza di questi sistemi nel riconoscere l'origine esatta sfiora il 97-100%.
2. La memoria della pianta: la metabolomica
Se i minerali ci parlano del suolo, i metaboliti, le molecole organiche prodotte dalla pianta, ci raccontano della sua vita: del clima, dell'altitudine e di come l'uomo l'ha lavorata. Questa scienza si chiama metabolomica.
Un caso esemplare sono i tè d’altitudine. I tè coltivati ad altissime quote lottano contro il freddo e i raggi UV, producendo sostanze bioattive uniche, che influenzano gli aromi, rendendoli più complessi in tazza. Questi fattori contribuiscono a rendere questi tè pregiati e molto contraffatti. Mappando oltre 1.000 metaboliti, gli scienziati hanno scoperto che la pianta scrive una sorta di diario chimico dell'altitudine a cui è cresciuta. Sviluppando algoritmi mirati su soli 12 metaboliti chiave, la scienza riesce oggi a distinguere un tè d'alta montagna da uno di pianura con un infallibile tasso di successo del 100%. Ogni regione lascia, dunque, una firma metabolica impossibile da falsificare.
3. Il DNA non mente: il codice a barre della natura
I minerali e i metaboliti possono variare in base alla stagione o alla lavorazione industriale, ma il DNA di una pianta è la sua vera carta d'identità: rimane identico in ogni singola cellula e durante tutta la vita della pianta. Sfruttando brevi sequenze genetiche standard (una tecnica chiamata DNA Barcoding), la scienza legge il codice genetico per smascherare anche le sostituzioni più insidiose. Oggi questa tecnologia si è evoluta per analizzare sia le foglie essiccate sia gli infusi o le miscele complesse, dove il DNA può risultare parzialmente frammentato dal calore o dalla lavorazione.
Queste tecniche sono utili, ad esempio, per distinguere le specie e le varietà di tè. Il tè deriva dalla Camellia sinensis (nelle sue varietà sinensis e assamica), ma sul mercato vengono talvolta spacciate per tè altre specie selvatiche affini, come la Camellia taliensis. Esaminando i marcatori cloroplastici standard (rbcL, matK e trnH-psbA), l'analisi genetica individua con certezza assoluta la specie botanica impiegata, impedendo che specie di minore valore commerciale o non autorizzate finiscano nella filiera.
L’analisi del DNA permette anche di smascherare gli ingredienti fantasma e le piante tossiche: molti tè commercializzati sono miscele (blend) contenenti erbe aromatiche, fiori o frutti. Utilizzando il DNA Metabarcoding accoppiato al sequenziamento ad alto rendimento (NGS), gli scienziati possono analizzare contemporaneamente tutto il DNA presente in una bustina di tè. Questo permette di scoprire se il tè è stato "allungato" con piante riempitive di poco valore (come foglie di nocciolo o betulla) o, peggio, contaminato involontariamente da piante infestanti potenzialmente tossiche per la salute.
La tecnica Bar-HRM[4] permette di distinguere anche ibridi e varietà pregiate. Combinando l'amplificazione del DNA con l'analisi della sua melting curve, è possibile identificare le minime variazioni genetiche (SNP) tra cultivar pregiate di Camellia sinensis e cultivar ordinarie. La tecnologia riesce a rilevare l'adulterazione o la sostituzione della varietà dichiarata in etichetta, anche quando la presenza del tè non conforme è inferiore all'1%.
Una particolare tecnica viene utilizzata per l’autenticazione dei tè matcha in polvere giapponesi. La lavorazione del tè matcha comporta una macinatura finissima e processi che degradano la catena del DNA. In questi casi si applica il DNA Minibarcoding, che va a cercare frammenti di DNA piccolissimi (100–300 paia di basi). Questa tecnica consente di verificare se il matcha è puro tè verde giapponese di alta qualità o se è stato diluito con polveri di tè verde comune o amidi.
Conclusioni
Nell’era della tecnologia, la salvaguardia del patrimonio del tè trova nei moderni strumenti analitici uno dei suoi più validi alleati. Grazie all'unione tra le più avanzate tecnologie di spettroscopia, l'analisi del DNA e l'intelligenza artificiale, la scienza è in grado di leggere l'impronta invisibile che la natura lascia su ogni foglia di tè. La millenaria tradizione artigianale di questa bevanda, custodita per secoli dal gesto manuale dei maestri del tè, legata alla sensibilità dell'uomo e al lavoro della terra, trova nella tecnologia di precisione la sua possibilità di sopravvivere alle insidie della globalizzazione e del profitto ad ogni costo. La tracciabilità, lungi dall’essere solo una noiosa pratica burocratica, diviene così un formidabile scudo per tutelare i consumatori, premiare i produttori onesti e proteggere le vere eccellenze del pianeta.
NOTE:
[1] Tè verde giapponese in polvere, ottenuto dalla macinazione fine delle foglie di Camellia sinensis, coltivate in ombreggiatura prima della raccolta. A differenza del tè in infusione, si consuma l’intera foglia, precedentemente privata delle nervature e dei piccioli (tencha). Le aree storicamente più rinomate per la produzione di matcha comprendono Uji (prefettura di Kyoto), Nishio (Aichi) e Yame (Fukuoka), cui si sono affiancate importanti aree produttive come Kagoshima.
[2] OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico): organizzazione internazionale con sede a Parigi che riunisce 38 Paesi a economia avanzata con l'obiettivo di promuovere la crescita economica, la stabilità finanziaria e il benessere sociale. La cifra complessiva di 100–200 miliardi di dollari all'anno è una stima condivisa da diverse organizzazioni internazionali (tra cui la Grocery Manufacturers Association e l'UE).
[3] Numerosi Paesi hanno introdotto norme volte a prevenire e contrastare le frodi alimentari attraverso sistemi di tracciabilità lungo la filiera. Nell’Unione europea, il Regolamento (CE) n. 178/2002 impone agli operatori di poter ricostruire la provenienza e la destinazione degli alimenti lungo tutte le fasi della filiera; analoghi sistemi sono previsti, con modalità differenti, negli Stati Uniti, in Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Cina. La tracciabilità costituisce uno strumento essenziale non solo per la sicurezza alimentare, ma anche per individuare adulterazioni, falsificazioni e false indicazioni di origine o composizione.
[4] Bar-HRM: tecnica di analisi genetica (DNA Barcoding + High-Resolution Melting) usata per la tracciabilità delle specie e la diagnosi rapida di adulterazioni nei prodotti agroalimentari.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Diniz, P. H. G. D., Barbosa, M. F., Milanez, K. D. T. M., Pistonesi, M. F., & de Araújo, M. C. U. (2016). Using UV-Vis spectroscopy for simultaneous geographical and varietal classification of tea infusions simulating a home-made tea cup. Food Chemistry, 192, 374–379. https://doi.org/10.1016/j.foodchem.2015.07.023
Hastuti, A. A. M. B., & Rohman, A. (2022). Application of elemental fingerprinting for the authentication of tea: A review. Journal of Applied Pharmaceutical Science, 12(3), 045–054. https://doi.org/10.7324/JAPS.2022.120305
Li, Y., Birse, N., Jia, W., Carey, M., Hong, Y., Liu, X., Wu, D., & Elliott, C. T. (2026). Tracing the global origins of black tea using rapid XRF techniques coupled with advanced machine learning. Food Research International, 223, Article 117855.
Pan, T., Yan, R., & Chen, Q. (2022). Geographical origin of green tea identification using LASSO and ANOVA. Food Science and Technology, 42, e58221. https://doi.org/10.1590/fst.58221
Shuai, M., Peng, C., Niu, H., Shao, D., Hou, R., & Cai, H. (2022). Recent techniques for the authentication of the geographical origin of tea leaves from Camellia sinensis: A review. Food Chemistry, 374, Article 131713. https://doi.org/10.1016/j.foodchem.2021.131713
Yashin, A. Y., Nemzer, B. V., Yashin, Y. I., & Tran, K. T. (2021). Geographical origin identification of teas using UV-VIS spectroscopy. E3S Web of Conferences, 265, Article 05013. https://doi.org/10.1051/e3sconf/202126505013
Zhang, J., Yang, R., Chen, R., Li, Y. C., Peng, Y., & Liu, C. (2018). Multielemental analysis associated with chemometric techniques for geographical origin discrimination of tea leaves (Camellia sinensis) in Guizhou Province, SW China. Molecules, 23(11), Article 3013. https://doi.org/10.3390/molecules23113013
Zhang, Z., Han, Y., Li, L., & Liu, Z. (2024). Altitude and regional differentiation of dark tea using non-targeted metabolomics based on UHPLC-Q-Exactive Orbitrap MS [Preprint]. Research Square. https://doi.org/10.21203/rs.3.rs-3948201/v1
La strada più veloce per tutti - Perché la somma di tante scelte ottimali può produrre una città peggiore
Nel gennaio del 2018 Leonia, piccolo comune del New Jersey a ridosso del George Washington Bridge, prese una decisione che solo pochi anni prima sarebbe sembrata assurda: nelle ore di punta, la polizia chiuse una sessantina di strade a chiunque non vi abitasse o lavorasse, con multe fino a 200 dollari per i trasgressori. La ragione non era un cantiere, né un evento. Secondo le autorità locali, applicazioni come Waze e Google Maps dirottavano il traffico sulle vie del paese ogni volta che si formava una coda verso il ponte. Il capo della polizia riferì che spesso oltre duemila veicoli attraversavano il paese da una sola delle tre uscite della Interstate 95, in un comune di circa 9.200 abitanti. [abc7ny.com], [csmonitor.com]
Nessuno di quegli automobilisti aveva fatto qualcosa di sbagliato. Ognuno aveva seguito il consiglio migliore per sé.
Che cosa dice lo studio
Oggi una ricerca italiana dà una misura a questo fenomeno. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è firmato da Giuliano Cornacchia, Mirco Nanni e Luca Pappalardo del Cnr-Isti e da Dino Pedreschi dell'Università di Pisa. Gli autori hanno simulato il traffico di Firenze, Milano e Roma combinando dati GPS di veicoli privati con i percorsi suggeriti da Google Maps, TomTom, Bing Maps e Mapbox, e facendo variare la quota di automobilisti che seguono il navigatore da nessuno a tutti. [cnr.it], [nature.com]
I risultati sono netti. Più cresce l'adozione, più i veicoli vengono incanalati in un insieme ristretto di strade: nello scenario di adozione totale, la diversità dei percorsi cala fino al 14%, e il traffico si sposta verso autostrade e grandi arterie. Anche il bilancio ambientale è ambiguo. Con traffico leggero, i navigatori riducono le emissioni di CO₂; con traffico intenso, i benefici si vedono solo a bassi livelli di adozione, e oltre una soglia generalmente compresa tra il 60% e l'80% si attenuano, svaniscono o si invertono, come osservato in alcuni scenari su Roma.
Il condizionale, qui, è d'obbligo. Si tratta di simulazioni, non di misure dirette. Ma sono costruite su dati reali e su suggerimenti reali, e descrivono un meccanismo che chi studia i trasporti conosce da tempo.
Un problema antico con un nome preciso
Nel 1952 l'ingegnere inglese John Glen Wardrop distinse due modi di pensare il traffico. Il primo è l'equilibrio dell'utente: una situazione in cui nessun automobilista può migliorare il proprio tempo di viaggio cambiando strada da solo. Il secondo è l'ottimo di sistema: la distribuzione dei veicoli che minimizza il tempo complessivo di tutti. I due stati quasi mai coincidono. [icevirtuallibrary.com]
Nel 1968 il matematico tedesco Dietrich Braess ne mostrò una conseguenza spiazzante: aggiungere una strada a una rete può peggiorare i tempi di percorrenza per tutti. Non per un errore di progettazione, ma perché ciascuno, inseguendo il proprio vantaggio, contribuisce a un risultato che nessuno vorrebbe. [pubsonline.informs.org] Nello stesso anno Garrett Hardin pubblicava The Tragedy of the Commons, la tragedia dei beni comuni. [science.org] La strada è esattamente questo: un bene comune, limitato, che si consuma con l'uso.
L'errore come risorsa
C'è un dettaglio che rende il caso dei navigatori particolarmente interessante. Prima dell'algoritmo, la diversità dei percorsi era prodotta da qualcosa che non avremmo mai chiamato virtù: abitudini, conoscenze locali parziali, scorciatoie tramandate, perfino errori. Ognuno sbagliava a modo suo, e quegli errori sparsi distribuivano il carico sulla rete.
Il navigatore corregge gli errori, ma li corregge nello stesso modo per tutti. Rende gli automobilisti più razionali e, insieme, più uguali. La diversità dei percorsi, che nessuno aveva progettato, si rivela una risorsa proprio nel momento in cui la perdiamo.
Di chi è la responsabilità
È qui che nasce la controversia: se ogni individuo compie la scelta più razionale e il risultato collettivo peggiora, di chi è la responsabilità? Dell'automobilista, che ha solo seguito un'indicazione? Del programmatore, che ha scritto un algoritmo corretto? Dell'azienda, che ottimizza la soddisfazione dei propri clienti? O dell'amministrazione pubblica, che ha lasciato a un soggetto privato la regia, di fatto, della mobilità urbana?
Leonia ha dato una risposta pratica, ma non risolutiva: la chiusura delle strade, proprio come le app che l'avevano resa necessaria, ha prodotto a sua volta conseguenze impreviste, per esempio sui parenti in visita e sulle attività commerciali del paese. [maproomblog.com] Una soluzione locale sposta il problema, non lo scioglie.
Gli autori dello studio sono espliciti: non si tratta di stabilire se i navigatori siano buoni o cattivi in sé. Offrono vantaggi al singolo, ma quando un gran numero di utenti riceve indicazioni simili emergono effetti collettivi indesiderati. La sfida, concludono, è progettare servizi che ottimizzino il viaggio del singolo tenendo conto anche delle conseguenze complessive sulla città. [cnr.it]
È la direzione giusta, ma non è una direzione innocua. Ottimizzare per il sistema significa, in concreto, che qualcuno venga mandato deliberatamente su una strada più lunga perché altri arrivino prima. Chi accetterebbe un'applicazione che, per il bene comune, ci fa perdere dieci minuti? E chi deciderebbe a chi toccano?
Due errori simmetrici
Conviene evitare due errori simmetrici. Il primo è demonizzare i navigatori, come se il problema fosse lo strumento: sotto una certa soglia di adozione, e con traffico leggero, lo studio mostra benefici reali. Il secondo è considerarli neutrali, semplici specchi della rete stradale. Un navigatore usato da una minoranza descrive la città; usato dalla maggioranza, la trasforma.
Pappalardo definisce i navigatori un esempio quotidiano di algoritmo che orienta una decisione individuale, quale strada percorrere, ma che, adottato su larga scala, può incidere sul comportamento collettivo di un'intera città. Lo stesso vale per gli algoritmi che ci suggeriscono cosa leggere, cosa comprare, chi ascoltare. Lì però la coda non si vede: la convergenza di milioni di persone sugli stessi contenuti non produce clacson né gas di scarico. Il navigatore ha il merito, involontario, di rendere visibile un meccanismo che altrove resta nascosto.
Che cosa ci insegna una coda
Se i servizi di navigazione impareranno a considerare la città come un sistema, e non come una somma di clienti, il traffico potrebbe diventare uno dei primi terreni in cui un algoritmo privato si fa carico, almeno in parte, di un interesse pubblico. Se invece continueranno a ottimizzare soltanto il singolo viaggio, resterà comunque una lezione preziosa: ogni suggerimento, moltiplicato per migliaia di utenti, diventa una scelta urbanistica. Solo che nessuno l'ha votata, e nessuno l'ha davvero decisa.
La strada più veloce per tutti non è la somma delle strade più veloci per ciascuno.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Cnr, «L'impatto dei navigatori satellitari sul traffico urbano», comunicato stampa, 9 settembre 2026. https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/14613/l-impatto-dei-navigatori-satellitari-sul-traffico-urbano
G. Cornacchia, M. Nanni, D. Pedreschi, L. Pappalardo, «The traffic concentration effects of urban navigation services», Nature Communications (2026). https://doi.org/10.1038/s41467-026-75254-8
WABC-TV, «New Jersey town closes streets to non-residents during rush hour», 22 gennaio 2018. https://abc7ny.com/leonia-new-jersey-traffic-google-maps/2976365/
The Christian Science Monitor / AP, «New Jersey town closes streets to reduce traffic congestion due to apps», 23 gennaio 2018. https://proof.csmonitor.com/USA/Society/2018/0123/New-Jersey-town-closes-streets-to-reduce-traffic-congestion-due-to-apps
Maproom, «An Update on Leonia, NJ's War on Waze», aprile 2018. https://www.maproomblog.com/2018/04/an-update-on-leonia-njs-war-on-waze/
J. G. Wardrop, «Some Theoretical Aspects of Road Traffic Research», Proceedings of the Institution of Civil Engineers, 1(3), 1952, pp. 325–362. https://doi.org/10.1680/ipeds.1952.11259
D. Braess, A. Nagurney, T. Wakolbinger, «On a Paradox of Traffic Planning», Transportation Science, 39(4), 2005, pp. 446–450 (traduzione inglese dell'articolo originale del 1968). https://doi.org/10.1287/trsc.1050.0127
G. Hardin, «The Tragedy of the Commons», Science, 162(3859), 1968, pp. 1243–1248. https://doi.org/10.1126/science.162.3859.1243
Cosa si prova a essere una mente
Perché la coscienza?
La mente mente, non sapendo di mentire. Mente anzitutto a sé stessa, si affida ai propri pregiudizi in ogni occasione. Essere una coscienza comporta questo lavoro sporco, che si compie dietro le quinte del mondo e di cui ciascuno deve farsi carico per sé stesso. È il paradosso in cui Anil Seth sostiene di dover riconoscere la base per una spiegazione scientifica di un fenomeno tra i più controversi e misteriosi per le scienze cognitive: perché dobbiamo sapere di essere vivi? Perché dobbiamo sapere di stare guardando la scena di fronte ai nostri occhi, o dobbiamo sapere di essere in affanno mentre corriamo per raggiungere l’autobus che sta per ripartire? Non è chiaro a quale vantaggio evolutivo possa contribuire questa aggiunta di conoscenza, rispetto all’attuazione dei comportamenti corretti, necessari per la sopravvivenza dell’individuo. In alcune circostanze, come nel caso della rincorsa del mezzo pubblico che sta per chiudere le porte e abbandonare la fermata, l’ansia potrebbe persino funzionare da impedimento alla scioltezza del movimento, potrebbe frenare l’abbandono all’urgenza dello slancio atletico, opponendo sconforto, rassegnazione e fatica, alla tensione fisiologica di raggiungere l’obiettivo.
La scienza lavora offrendo una spiegazione, una o più predizioni, e un controllo completo dei fenomeni su cui indaga. Seth rinuncia a offrire una risposta agli interrogativi sulla ragion d’essere della coscienza, dichiarando che la ricerca deve limitarsi alla comprensione degli eventi che la manifestano nella nostra esperienza. La difficoltà di tentare una concettualizzazione oggettiva, in terza persona, di fenomeni di natura soggettiva, che frequentiamo nella nostra vita in prima persona, non turba il neurofisiologo – che invece, secondo le prescrizioni della sua disciplina, si interroga su come misurarli, quantificarli, registrarne le tracce su strumenti di rilevazione biologica.
Divinazioni
Il fascino dell’esposizione di Seth si avverte nel momento in cui l’indagine impone di abbandonare il modello cognitivo che proviene dal senso comune, e che ha dominato a lungo le scienze della mente. Se continuiamo ad ammettere che la nostra percezione sia la rappresentazione in un teatro interiore della scena attuale che si para di fronte ai nostri sensi, l’enigma non può essere risolto. È necessario ammettere che il contributo della mente vada più in profondità e intervenga in modo più creativo; ma per seguire il metodo attraverso il quale il lavoro della coscienza si sviluppa può essere utile partire dagli sbavi e dalle contraddizioni che lascia dietro di sé.
Il fenomeno ottico della scacchiera di Adelson è un esempio di questo tipo di errori.

Se si osservano le caselle contrassegnate dalle lettere A e B sia nella scacchiera di sinistra sia in quella di destra, per tutti coloro che non siano degli androidi di Blade Runner, la A appare più scura della B. Infatti, la struttura dell’oggetto e l’esperienza ci insegnano che A è uno scacco nero, mentre B uno scacco bianco. Eppure, l’inserimento delle barre per il confronto cromatico, nella scacchiera di destra, evidenzia come la tonalità di grigio delle tue caselle sia esattamente la stessa. Ma anche avvisati di questa identità dall’evidenza sperimentale, continuiamo a vedere una casella bianca e una casella nera. La correzione che la mente impone sugli stimoli provenienti dai sensi provvede a stabilizzare il mondo esterno, a procurargli un senso che la sua variabilità gli impedisce di mostrare in modo spontaneo.
Se bastasse un’ombra, come quella gettata dal cilindro sulla scacchiera, per trasformare le caselle bianche in caselle nere, giocare una partita a scacchi diventerebbe una sfida insormontabile. Ma lo sarebbe anche riconoscere il tavolo su cui sto lavorando, come chiosava nel 1912 Bertrand Russell, dal momento che fasci di luce, riflessi, zone di oscurità, ne modificano di continuo l’aspetto. La mente quindi fissa, anche a livello percettivo, una realtà che non cambia, al di là e nonostante la variazione perenne che affatica i nostri campi sensoriali.
La tesi di Seth è che lo scetticismo di Descartes e di Locke intorno alla fedeltà dei fenomeni verso gli oggetti da cui provengono, non deve essere arginato in direzione della selezione di un insieme di proprietà matematiche che apparterrebbero anche alla struttura originaria del mondo. La geometria delle forme e le funzioni che descrivono i movimenti sono la concettualizzazione degli eventi, ma la mente si è evoluta per governare l’azione, prevedendone gli esiti nell’ambiente esterno. La generazione di un ritratto del presente non è abbastanza accurata per le esigenze di un cacciatore nella foresta primigenia, e nemmeno per il ciclista moderno che si sposta nel traffico di una metropoli, o per il cameriere che riceve le ordinazioni e si sposta con destrezza tra i tavoli con il vassoio ingombro. La percezione deve essere una previsione di ciò che accadrà nell’ambiente circostante, deve anticipare il modo in cui si presenterà il mondo mentre si sviluppa l’azione, e deve quindi interpretare scene nella loro complessità (non singoli oggetti), inquadrando in modo predittivo il loro sviluppo: vede quello che sta per accadere, o si presume stia per succedere, anticipandolo sulla base delle esperienze precedenti. L’ottimizzazione per la sopravvivenza passa per un mondo che è proiezione necessaria del pregiudizio, attraverso un’applicazione inconscia della formula di Bayes per il calcolo delle probabilità.
Finzioni della volontà
La percezione interiore non è meno frammentaria di quella rivolta all’ambiente circostante. Il Sé è fenomenico quanto i tavoli e le scacchiere, ed è possibile manipolare la propriocezione generando errori paragonabili a quelli delle caselle bianche e nere – avvertendo mani di gomma come appartenenti al corpo proprio, e posizioni nello spazio decentrate rispetto a quella reale. Kant sarebbe entusiasta di questi programmi di ricerca empirica che seguono passo passo l’architettura della sua critica, e si attengono al disegno delle possibilità conoscitive dell’essere umano, senza alcuna apparente consapevolezza della loro fedeltà.
Ma anche rispetto al Sé la proposta di Seth investe il futuro come dimensione principale della creatività della mente. La coscienza emerge come struttura narrativa che dia coerenza ai programmi di condotta, ai piani di azione che devono essere intrapresi. Non è sensato ritenere che la libertà sia una facoltà che si innesca nell’istante di ogni decisione, come se fosse possibile strappare le scelte dal contesto e dal flusso in cui sono inserite, e le si potesse osservare nel loro isolamento istantaneo. La pretesa di molti esperimenti (come quello famosissimo di Benjamin Libet del 1983) di considerare la deliberazione come se fosse un evento puntuale, e la volontà un rubinetto che indirizza le energie verso un sì o un no, opera un’astrazione del vissuto reale in cui dilegua la questione essenziale che si sarebbe dovuta indagare.
La colpa di una simile concezione è di essere stupida, prima che falsa. Nessuno si trova mai in situazioni di questo genere, perché ogni decisione viene assunta in un flusso di eventi che è ricostruito da una finzione narrativa – l’autoinganno che rende coerente la propria storia, e che legittima ogni nuovo passo comportamentale, anche con mutamenti e torsioni opportunistiche: in questa rappresentazione consiste il Sé con la sua coscienza. Libertà e invenzione di una personalità coesa, con la sua biografia e la sua formazione, devono essere osservati come tratti congiunti da un destino comune. Non si precipita in una situazione senza premesse e senza motivazioni precedenti: sono queste a dettare le ragioni dell’azione che si compie e delle scelte che vi sono incluse. O meglio, è la cronaca che ci raccontiamo sugli eventi che ci hanno portato al presente, a fornire giustificazioni e spiegazioni: la coscienza è una storia che la mente reinventa di volta in vota per stabilire l’ordine di ciò che accade. La nostra libertà è questo scostamento del virtuale dal fattuale.
Seth è pronto a riconoscere qualche grado di coscienza a qualunque essere vivente, in proporzione alla divaricazione possibile del destino individuale dalle prescrizioni fisiche imposte dal contesto. L’intelligenza artificiale sembra esclusa da questa comunità di mentitori, proprio perché non persegue alcun obiettivo, non si deve destreggiare con la minaccia della morte e l’incombenza di un futuro in agguato: una macchina non ha bisogno di fingere. Per converso, questa tesi proibisce di concepire l’uomo, gli animali, le piante, come macchine-per-vivere, dal momento che l’invenzione, la creazione del falso, lo slittamento del virtuale sul reale, l’immersione nella dimensione dei significati e dei segni come ambiente che è il proprio della coscienza, non appartengono alla sfera di esistenza del software. L’intelligenza artificiale non ha bisogno di ingannarsi per sopravvivere: le menzogne sono effetti involontari (e indesiderati) del funzionamento del codice, ed esistono solo in riferimento all’uso che ne faranno gli umani, clienti del servizio. In altre parole, sono gli utenti del programma che vedono un’inesattezza, dove l’aderenza della macchina alle proprie regole di funzionamento rimane sempre impeccabile. Al contrario, la finzione predittiva e narrativa è la sostanza stessa del vivente, una falsità che crea orizzonti di possibilità e motivazioni di azioni non deducibili a priori da nessun codice: la coscienza è differenza, mai riducibile, dai fatti da cui emerge.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
- B. Libet, Mind Time. Il fattore temporale della coscienza, Raffaello Cortina Editore 2007.
- B. Russell, I problemi della filosofia, Feltrinelli 1959.
- A. Seth, Come il cervello crea la nostra coscienza, Raffaello Cortina Editore 2023.



