Dall’enigma di Majorana ai computer topologici

Come un’ipotesi teorica del Novecento è tornata al centro della corsa al calcolo quantistico

Nel marzo del 1938, su un piroscafo tra Palermo e Napoli, viaggiava uno dei più brillanti fisici italiani del Novecento: Ettore Majorana. Aveva poco più di trent’anni, una reputazione già eccezionale e una mente che Enrico Fermi considerava fuori dal comune. Poi, all’improvviso, scomparve. Da allora il suo nome è rimasto legato a una delle vicende più enigmatiche della storia scientifica italiana.

Ma Majorana non appartiene soltanto alla cronaca del mistero. Oggi il suo nome è tornato in primo piano per una ragione del tutto diversa: alcune idee che portano la sua firma sono diventate un punto di riferimento nella ricerca sui computer quantistici topologici, una delle linee più ambiziose — e più discusse — del calcolo quantistico contemporaneo. In altre parole, un’ipotesi formulata negli anni Trenta è rientrata nella conversazione scientifica e industriale del XXI secolo.

Un nome antico in una frontiera nuova

Per capire perché Majorana venga oggi evocato in relazione ai computer quantistici, bisogna partire da un dato essenziale: il calcolo quantistico non nasce dal desiderio di costruire macchine semplicemente più veloci, ma dall’esigenza di affrontare problemi che i computer classici trattano con grande difficoltà.

I computer tradizionali operano con i bit, unità minime di informazione che possono assumere due soli valori, 0 oppure 1. Questa logica binaria è alla base dell’intera informatica moderna. I computer quantistici, invece, utilizzano i qubit, che sfruttano proprietà della meccanica quantistica per rappresentare simultaneamente più possibilità. Per certi tipi di problemi — dalla simulazione di molecole complesse all’ottimizzazione di grandi sistemi logistici — questo approccio potrebbe offrire vantaggi importanti.

Il punto, tuttavia, è che i qubit sono estremamente fragili. Il loro stato può essere alterato da interferenze minime: vibrazioni, rumore elettromagnetico, variazioni termiche. Questo fenomeno, noto come decoerenza, è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di macchine quantistiche affidabili. Gran parte della ricerca degli ultimi anni si è concentrata proprio su questo: come proteggere l’informazione quantistica dagli errori. È qui che compare Majorana.

Dalla fisica teorica alle quasiparticelle

Negli anni Trenta, Majorana formulò un’ipotesi di grande eleganza teorica: la possibilità che esistano particelle neutre coincidenti con la propria antiparticella. In termini semplici, particelle che non abbiano un “opposto” distinto, perché siano già, per così dire, il proprio opposto. Questa idea, nata nel contesto della fisica relativistica e quantistica, rimase a lungo soprattutto un risultato teorico.

Nel contesto del calcolo quantistico, però, il nome di Majorana è tornato a circolare per un’altra ragione. Alcuni sistemi fisici molto particolari potrebbero ospitare stati collettivi della materia noti come Majorana Zero Modes, spesso descritti come quasiparticelle. Non si tratta, in questo caso, semplicemente della particella immaginata da Majorana in senso elementare, ma di eccitazioni emergenti in materiali progettati in laboratorio. Il loro interesse dipende dal fatto che potrebbero offrire una base più robusta per immagazzinare e manipolare informazione quantistica. [azure.microsoft.com], [arstechnica.com]

Il condizionale, qui, è indispensabile. L’idea è considerata promettente da molti fisici, ma la sua realizzazione sperimentale resta una delle questioni più delicate e controverse del settore. Nature ha sottolineato che gli annunci più recenti di Microsoft rappresentano un passaggio significativo, ma non hanno chiuso il dibattito. Anche una parte della comunità scientifica ha invitato alla prudenza nell’interpretazione dei risultati disponibili. [azure.microsoft.com], [nature.com], [sciencenews.org]

Due strade per lo stesso problema

Nel panorama attuale della computazione quantistica, il nodo centrale è sempre lo stesso: come ridurre gli errori. Le strategie, però, non sono univoche.

Una prima via, seguita da molti protagonisti del settore, consiste nel costruire qubit convenzionali e poi proteggerli attraverso sistemi di correzione degli errori sempre più sofisticati. L’idea, in sostanza, è accettare che il qubit sia fragile e compensare questa fragilità con una complessa architettura di controllo. È una strada tecnologicamente concreta, ma molto costosa: richiede grandi numeri di qubit fisici per ottenere un numero assai più ridotto di qubit effettivamente affidabili.

La seconda via è quella topologica. In questo caso, l’obiettivo non è soltanto correggere l’errore dopo che si è prodotto, ma progettare un sistema in cui l’informazione quantistica sia protetta dalla struttura stessa del dispositivo. La parola “topologico” rinvia alla topologia, il ramo della matematica che studia le proprietà che restano invariate sotto deformazioni continue. Trasportata nella fisica dei qubit, l’idea è che l’informazione possa essere codificata in modo meno vulnerabile ai disturbi locali.

L’analogia più intuitiva è quella del nodo. Un segno tracciato sulla sabbia può essere cancellato da un soffio di vento. Un nodo in una corda, invece, non scompare per una semplice perturbazione locale: per eliminarlo bisogna intervenire in modo più profondo sulla struttura. Il qubit topologico, almeno in teoria, dovrebbe funzionare così: non come un dato depositato in un punto fragile, ma come un’informazione distribuita in una configurazione più resistente.

È su questa possibilità che si fonda buona parte della scommessa di Microsoft. [azure.microsoft.com], [nature.com]

Il caso Majorana 1

Nel febbraio 2025 Microsoft ha annunciato Majorana 1, descritto dall’azienda come il primo processore quantistico basato su una “Topological Core” e come un passaggio rilevante verso una futura architettura scalabile fino a un milione di qubit. L’azienda ha collegato questo avanzamento a una nuova classe di materiali, indicati come “topoconduttori”, e a risultati pubblicati contestualmente anche su Nature. [azure.microsoft.com], [nature.com]

L’annuncio ha ricevuto un’attenzione immediata, sia per il peso dell’azienda sia per il carattere simbolico della rivendicazione: quello topologico è infatti uno dei grandi obiettivi irrisolti del settore. Tuttavia, proprio perché il tema è delicato, molti ricercatori hanno sottolineato la necessità di distinguere tra una tappa importante nella costruzione di dispositivi sperimentali e la dimostrazione definitiva di un qubit topologico pienamente operativo. Alcune voci critiche hanno osservato che i dati finora resi pubblici non convincono ancora tutti gli specialisti. [nature.com], [sciencenews.org]

Non si tratta di una polemica marginale. La ricerca sui sistemi topologici ha conosciuto in passato annunci prematuri e interpretazioni discusse. Per questo, nel campo, i toni sono spesso doppi: da un lato c’è l’interesse per una direzione che, se funzionasse, potrebbe semplificare radicalmente il problema della correzione degli errori; dall’altro c’è la consapevolezza che tra un principio fisico promettente e una tecnologia industriale affidabile esiste una distanza ancora considerevole.

Quando la ricerca diventa strategia industriale

Anche al netto delle incertezze scientifiche, il calcolo quantistico è ormai entrato nella sfera delle tecnologie strategiche. Non è più soltanto una questione da laboratori universitari o da centri di ricerca specializzati: è diventato un terreno di competizione industriale e geopolitica.

Lo dimostra, per esempio, il ruolo della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata ai programmi tecnologici avanzati. Nel 2025 la DARPA ha selezionato Microsoft e PsiQuantum per la fase di validazione e co-progettazione del programma US2QC, inserito nella più ampia Quantum Benchmarking Initiative. L’obiettivo dichiarato è verificare, con criteri indipendenti, se esistano approcci in grado di arrivare a un computer quantistico di utilità industriale entro il 2033. [darpa.mil]

Il linguaggio usato in questi programmi è significativo. Non si parla genericamente di innovazione, ma di “utility-scale operation”, cioè di una soglia in cui il valore computazionale supera finalmente il costo del sistema. È un modo per dire che il problema non è soltanto costruire qualcosa che funzioni in laboratorio, ma qualcosa che sia davvero utile in condizioni realistiche.

Un mercato piccolo, ma non più teorico

Anche i dati economici confermano che il quantum è uscito dalla fase puramente speculativa. Secondo Research and Markets, il segmento del calcolo quantistico topologico sarebbe passato da 3,18 miliardi di dollari nel 2025 a una previsione di 3,94 miliardi nel 2026, con un’ulteriore crescita attesa entro il 2030. Si tratta di stime di mercato, quindi per definizione da leggere con prudenza; ma indicano comunque che il settore viene ormai osservato come un comparto industriale in formazione, non più soltanto come un insieme di promesse accademiche. [researchan...arkets.com]

Più in generale, il McKinsey Quantum Technology Monitor 2026 segnala che oltre 300 organizzazioni nel mondo stanno collaborando con aziende del settore e stima che il quantum computing potrebbe generare fino a 2,7 trilioni di dollari di valore economico globale entro il 2035. Anche in questo caso bisogna distinguere tra prospettive e risultati acquisiti, ma il messaggio è chiaro: l’interesse non è più confinato a una nicchia di specialisti. [mckinsey.com]

Che cosa potrebbe cambiare davvero

Il punto decisivo, però, non è l’ammontare degli investimenti. È il tipo di problemi che un calcolo quantistico maturo potrebbe rendere trattabili.

Uno dei campi più citati è la simulazione molecolare, con possibili applicazioni nella progettazione di farmaci e nella scienza dei materiali. La chimica quantistica, infatti, è uno dei casi in cui la natura del problema sembra adattarsi bene agli strumenti quantistici. Altri ambiti frequentemente evocati sono l’ottimizzazione logistica, l’analisi finanziaria avanzata e alcuni segmenti della ricerca sui materiali ad alte prestazioni.

Conviene tuttavia evitare due errori simmetrici. Il primo è immaginare il computer quantistico come una macchina universale destinata a sostituire in blocco l’informatica classica. Non è questo lo scenario più realistico. Il secondo è ridurlo a un esercizio teorico senza ricadute pratiche. Anche questo, oggi, sarebbe riduttivo. Più plausibile è pensare a sistemi ibridi, in cui calcolo classico e quantistico collaborano, con vantaggi mirati su problemi ben definiti.

Una lezione di lungo periodo

La storia che collega Majorana al quantum computing ha, in fondo, un valore che va oltre la tecnologia. Ricorda che le idee scientifiche non seguono i tempi brevi dell’attenzione pubblica. Possono nascere come costruzioni teoriche molto astratte, restare ai margini per decenni e riapparire poi in un contesto del tutto diverso, dove acquistano un significato nuovo.

Naturalmente, sarebbe improprio trasformare Majorana in un profeta retrospettivo del computer quantistico. Le sue ricerche appartenevano a un altro orizzonte, e il rischio dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo. Ma non è anacronistico osservare che alcune delle categorie concettuali elaborate nella fisica fondamentale del Novecento stanno oggi riemergendo in un settore dove si incrociano scienza dei materiali, ingegneria, matematica e strategia industriale.

Se la via topologica si rivelerà davvero praticabile, il nome di Majorana sarà associato non soltanto a una scomparsa ancora irrisolta, ma a uno dei tentativi più complessi della tecnologia contemporanea: rendere stabile, e quindi utile, una macchina che finora ha mostrato soprattutto il proprio potenziale. Se invece quella strada si rivelerà più difficile del previsto, resterà comunque un fatto notevole: a quasi novant’anni di distanza, un’ipotesi nata nella fisica teorica continua a orientare una parte importante della ricerca sul futuro del calcolo.


Stalin, il big bang e la fisica quantistica

 

La ricerca scientifica in epoca sovietica si è dovuta confrontare con i limiti imposti dal regime. Lo scontro ideologico ha coinvolto soprattutto la cosmologia

È un dato di fatto che la scienza in Unione Sovietica ha fatto progressi e ha contribuito ad approfondire conoscenze in molti campi, soprattutto a fini militari, al fine di contrastare la superiorità occidentale. Ma, come Leonardo da Vinci, Galileo e molti altri inventori ci insegnano, la ricerca militare è un modo per studiare la scienza e per ottenere facilmente fondi per futuri progressi e scoperte.

Allo stesso tempo, soprattutto durante l’era staliniana, l’ideologia ha svolto un ruolo fondamentale nella scienza, bloccando spesso l’inventiva e le ricerche degli scienziati. Allo scopo di aderire alla linea del partito, le ricerche nell’Unione Sovietica talvolta sconfinano nel ridicolo.

Questo fenomeno (sviluppo contro parossismo) è stato ben studiato da Alexei B. Kojevnikov, ricercatore dell’Istituto di Storia della Scienza e della Tecnologia presso l’Accademia Russa delle Scienze a Mosca, che lo ha definito "il principale paradosso della scienza sovietica".

La dottrina Zhdanovshchina 

La manifestazione più famosa di questo parossismo e di questa assurdità è stata la dottrina detta “Zhdanovshchina” (1946-1953).

Nel 1946 Andrej Zhdanov, nuovo ideologo della politica culturale sovietica nominato personalmente da Stalin, svelò i principi che avrebbero modellato la vita culturale e scientifica dell’Unione Sovietica fino al 1953. La Zhdanovshchina, questo è il nome della dottrina, stabiliva che gli artisti, gli scienziati e gli intellettuali avrebbero dovuto uniformare le loro opere, ricerche e studi in conformità alla linea del partito.

Milovan Djilas, il consigliere di Tito, incontrò Zhdanov nel 1948, durante il famoso viaggio a Mosca che allontanò la Jugoslavia dal Comintern: "Era ben educato ed era considerato un grande intellettuale all’interno del Politburo. Nonostante la sua ben nota ristrettezza di vedute e il suo dogmatismo, direi che le sue conoscenze non erano trascurabili, ma anche se aveva una certa conoscenza di ogni cosa, persino della musica, non direi esistesse un singolo campo che conosceva a fondo. Era un tipico intellettuale che si era fatto conoscere e aveva sviluppato le nozioni di altri campi attraverso la letteratura marxista."

Zhdanov, che era il padre del genero di Stalin e avrebbe dovuto succedergli alla guida dell’URSS, morì però in circostanze sospette nel 1948, quando il suo tutore lo aveva già scaricato a favore di Malenkov. Nonostante la scomparsa del suo fondatore, la Zhdanovshchina continuò a dettare le linee guida del lavoro artistico e scientifico del paese sino alla morte di Stalin e fu accettata da quasi tutti gli intellettuali sovietici.

Solo pochi artisti e scienziati osarono lavorare in modo indipendente; uno di loro fu il musicista Dmitri Shostakovich, che scrisse una cantata satirica  Il piccolo paradiso anti formalista in cui ridicolizzava la Zhdanovshchina  (l’opera fu presentata al pubblico solo nel 1989 dal violoncellista e direttore d’orchestra Rostropovich).

La maggior parte dei problemi nella scienza giungono quando un politico completamente all’oscuro di cultura scientifica, impone limiti e leggi ai ricercatori scientifici. E allora, spesso, i problemi si trasformano in tragedia e ridicolaggine, come noi sappiamo molto bene dalla nostra storia occidentale (e non solo da quella).

Il Big Bang, la meccanica quantistica e la teoria della relatività 

Le leggi scientifiche “oggettive” devono essere sottomesse alle idee del Partito. Tra queste leggi i bersagli più mirati furono il Big Bang, la meccanica quantistica e la teoria della relatività di Einstein.

Il 24 giugno 1947 Andrej Zhdanov allargò la sua politica di controllo ideologico anche nei campi dell’astronomia e della cosmologia, sostenendo che queste scienze avrebbero dovuto essere purificate dalle idee borghesi, base di menzogne ​​e illusioni. L’obiettivo era di sottomettere le leggi scientifiche alle idee del partito.

La teoria quantistica fu rifiutata perché, con la teoria della dualità onda-particella, essa non descrive la materia come una struttura unica e reale, negando così a prima vista il materialismo.

Nel saggio "Contro l’idealismo nella fisica moderna", pubblicato nel 1948, la teoria della relatività fu bollata come "idealista" e la "la dottrina derivata da Einstein" avrebbe dovuto essere eliminata.

La teoria relativistica di un universo finito in espansione fu descritta come un "tumore canceroso che corrode la teoria astronomica moderna ed è il principale nemico ideologico della scienza materialista".

La teoria più controversa e discussa fu comunque il Big Bang, che, a quel tempo, molti scienziati, anche nel mondo occidentale, non avevano ancora accettato.

Ma, mentre nel mondo occidentale il rifiuto del Big Bang da parte della comunità scientifica fu confutato prevalentemente perché non c’erano chiare prove che potessero dimostrare tale teoria, in Unione Sovietica il rifiuto era puramente ideologico in quanto politicamente scorretto.

La cosmologia “staliniana” dichiarava che l’universo fosse infinito (nessun limite di spazio o di materia), eterno (senza inizio e senza fine, nel tempo) e la materia fosse solo una manifestazione materiale di movimento e di energia (non veniva contemplato alcun dualismo onda-particella).

Lo spostamento verso il rosso delle galassie, scoperto da Vesto Slipher nel 1912, non indicherebbe che lo spazio si stia espandendo, così tutte le teorie dovrebbero adattarsi alla filosofia materialista e dialettica.

Il Big Bang, non fu accettato dall’intellighenzia sovietica in quanto teorizzava una creazione che, a parere degli inesperti tutori ideologici, assomigliava troppo alla Genesi biblica. Così, il Big Bang venne bollato come teoria pseudo-scientifica e idealistica.

I contrasti con la comunità scientifica

Questo accadde anche perché il principale teorico del Big Bang era il fisico e cosmologo belga Georges Lemaître, che era anche un gesuita.

Poco importava se più tardi la stessa teoria fu trasformata in un modello fisico dell’universo primordiale dal fisico nucleare russo-americano George Gamow – che era ateo – e dai suoi collaboratori Ralph Alpher e Robert Herman.

L’eminente astrofisico sovietico Boris Vorontzoff-Velyaminov attaccò Gamow definendo la sua teoria "non scientifica" perché inventata da un "apostata americanizzato", un ex cittadino sovietico fuggito negli Stati Uniti d’America.

L’opposizione di Stalin al Big Bang si verificò anche a partire dal fatto che papa Pio XI stesso sostenne la teoria della cosmologia relativistica. In realtà né Lemaître né Gamow concepivano il ​​Big Bang come una creazione, ma le inadeguate conoscenze fisiche e della terminologia scientifica utilizzata da Zhdanov e Stalin li indussero a commettere errori dozzinali.

Lemaître stesso fu sempre molto attento nel distinguere "principio" e "creazione" del mondo. Secondo Lemaître, la sua versione del modello del Big Bang "resta del tutto fuori da ogni questione metafisica o religiosa e lascia il materialista libero di negare qualsiasi Essere trascendente".

Pressoché tutti i fisici condividono la frase del gesuita belga sostenendo che per spiegare la cosmologia del Big Bang non è necessaria l’idea di un creatore. E dal 1951 il Papa non ha mai usato il Big Bang per esprimere la scientifica dimostrazione dell’esistenza di Dio. Nonostante queste considerazioni, Zhdanov accusò "gli scienziati reazionari Lemaître, Milne e altri (…) di rafforzare opinioni religiose sulla struttura dell’universo. Questi scienziati erano ‘falsificatori della scienza che vogliono far rivivere la favola dell’origine del mondo dal nulla. (…) Un altro fallimento della ‘teoria’ in questione consiste nel fatto che essa ci porta all’atteggiamento idealista di credere che il mondo sia finito".

La teoria dello stato stazionario

La Zhdanovshchina guidò per un decennio gli studi della cosmologia in URSS. Gli scienziati furono costretti a trovare altri modi per spiegare la nascita e le leggi che governano l’universo. Fu il vicolo cieco della scienza sovietica, dal momento che il Big Bang e, più in generale, la teoria della relatività furono formalmente banditi.

Nella loro ignoranza scientifica, Zdhanov e Stalin non solo marchiarono il Big Bang come una "favola" e come "idealismo astronomico che aiuta il clericalismo", ma anche la “contro-teoria” del Big Bang, quella dello stato stazionario di Fred Hoyle, Hermann Bondi e Thomas Gold fu considerata politicamente scorretta e fu bandita.

La loro teoria “dello stato stazionario” spiega l’Universo come eterno (esso non ha inizio, né fine) e immutabile, introducendo l’idea della continua creazione di materia per mantenere costante la densità dell’universo.

I fisici e i cosmologi che non seguirono le linee guida del Partito furono aspramente criticati e emarginati: Lev Landau (premio Nobel per la Fisica nel 1962) e Abram Ioffe (Premio Stalin nel 1942 e Premio Lenin post mortem nel 1960) furono accusati di "strisciare di fronte all’Occidente"; Peter Kapitsa (premio Nobel per la fisica nel 1978) fu accusato di propagandare "apertamente il cosmopolitanismo"; Iakov Frenkel e Moisei Markov furono accusati di "accettare acriticamente le teorie fisiche occidentali e propagandarle nel nostro Paese". La Zhdanovshchina fu ufficialmente la politica culturale e scientifica del regime fino alla morte di Stalin, nel 1953. 

Priorità alla bomba atomica

Nel 1949 la Conferenza Generale dell’Unione Sovietica dei Fisici stava per essere organizzata dal ministero dell’Istruzione Superiore e dall’Accademia delle Scienze: vennero invitati 600 fisici. La conferenza era pensata per imporre i dogmi della nuova fisica, respingendo una volta per tutte le teoria "anti-materialistica" della relatività e la meccanica quantistica.

C’era solo un problema: Igor Kurchatov, direttore del programma della bomba nucleare, disse a Beria, capo del Commissariato governativo NKVD e responsabile del progetto – la cui ignoranza in fisica era pari solo alla sua arroganza, come Kapitsa era solito affermare -, che se la teoria della relatività e la meccanica quantistica fossero state respinte, anche la bomba nucleare avrebbe seguito la stessa fine. Beria riferì tale conversazione a Stalin e aggiunse di essere preoccupato per l’inaffidabilità ideologica dei fisici.

La bomba nucleare era in cima alle priorità del governo sovietico, così, cinque giorni prima dell’inizio della conferenza, Stalin la annullò. Cinque mesi più tardi, il 29 agosto 1949, la prima bomba nucleare sovietica venne testata a Semipalatinsk, nel Kazakistan.

Lev Landau, col suo solito piglio ironico e sarcastico affermò che la sopravvivenza dei fisici sovietici fu "il primo esempio di deterrenza nucleare che ebbe successo".

 


Questo articolo di Piergiorgio Pescali è stato originariamente pubblicato su OBC Transeuropa il 03/01/2017.


Diffidenza verso la scienza

La ragione più profonda della diffidenza verso la scienza è il modo in cui essa si presenta come un monolite dai risultati indiscutibili. Certo, i sassolini cadono al suolo secondo la legge di gravità; questa affermazione è vera perché disponiamo di prove sperimentali dirette. Ma la scienza è composta da teorie scientifiche, ciascuna delle quali include nozioni, principi e tecniche matematiche, tutte fondate su idee filosofiche, come ad esempio quella di infinito.

Falsamente, la scienza pretende di suggerire verità assolute. In realtà ha attraversato crisi profonde (per esempio all’inizio del XX secolo) e ha sostenuto idee errate (come quella dell’etere). Inoltre, essa comprende metodi scientifici divergenti (per esempio la meccanica newtoniana e la chimica). Tutto ciò è incompatibile con la sua pretesa di rappresentare la razionalità in sé.

Falsamente, la scienza afferma di avere una matematica unica; invece, molte teorie scientifiche (ad esempio la termodinamica, la teoria dei computer, il codice genetico, ecc.) hanno scelto una matematica discreta o al massimo costruttiva[1], anziché l’analisi infinitesimale che fa uso dell’infinito attuale (come se tale uso fosse una capacità umana priva di problemi). Pertanto, ogni concetto scientifico ha due significati diversi a seconda del tipo di matematica a cui si riferisce (per esempio, un numero è o finito o infinitesimale; una retta è o un segmento sempre più estendibile oppure una linea che include i suoi due punti all’infinito; un insieme include o un numero finito di elementi o un numero infinito di elementi).

Falsamente, la scienza si presenta come organizzata unicamente in modo deduttivo, facendo derivare tutte le leggi da pochi principi-assiomi. Questa pretesa si basa sull’autorità filosofica di Aristotele e su quella scientifica di Euclide e poi di Newton. Ma molte teorie scientifiche (termodinamica, teoria dell’informazione, informatica, ecc.) sono organizzate allo scopo di scoprire un nuovo metodo scientifico per risolvere un determinato problema. Queste teorie fanno uso di proposizioni a doppia negazione che non sono equivalenti alle corrispondenti proposizioni affermative; pertanto, la legge della doppia negazione fallisce e tali proposizioni appartengono alla logica intuizionista[2] (per esempio in termodinamica: “Non è vero che il calore non sia lavoro, che è diverso dall’affermare: “il calore è lavoro”).

Falsamente, dunque, la scienza afferma di seguire un unico tipo di logica. Esistono invece molti tipi di logica (classica, modale, intuizionista, ecc.). Nel 1936 la logica della teoria quantistica fu riconosciuta come una logica non classica[3].

Falsamente, la scienza presenta il primo principio della sua teoria di base, la meccanica newtoniana, come un principio operativo; in realtà esso è metafisico e persino una tautologia. Al contrario, L. Carnot suggerì una versione operativa di questo principio: «Un corpo, una volta messo in movimento, non può da solo cambiare direzione e velocità»[4].

Di fatto, la scienza si presenta come fondata sia sulla matematica dell’infinito attuale sia sulla logica classica che governa l’organizzazione teorica deduttiva. Queste scelte non sono negative in sé; lo diventano però quando le altre scelte vengono ignorate o respinte come antiquate e quindi inadeguate a produrre vera scienza. Con questa arroganza, la scienza assume un aspetto mitico, che filosofi e persone comuni non sono riusciti a riconoscere. A questo proposito sono sagge le parole di Emmanuel Burtt: «La metafisica essi [gli scienziati] tendevano sempre più a evitarla, per quanto potevano; e là dove non potevano evitarla (come accadde nel calcolo infinitesimale e nella meccanica di Isaac Newton), essa divenne uno strumento per la loro ulteriore conquista matematica del mondo»[5].

 


 

NOTE:

[1] Bishop E. (1967), Foundations of Constructive Analysis, New York: Mc Graw-Hill.

[2] Troelstra A. and D. van Dalen (1988), Constructive Mathematics, Amsterdam: North-Holland.

[3] Birkhoff G. and von Neumann J. (1936), “The Logic of Quantum Mechanics”, The Annals of Mathematics, 37, pp. 823-843.

[4] Carnot L. (1803), Principes fondamentaux de l’équilibre et du movement, Paris : Deterville, p. 49.

[5] Burtt E.A. (1924), The Metaphysical Foundations of Modern Science, London: Routledge and Kegan, p. 303.


Habermas - Filosofia, scienza sui generis

C’era un divertito richiamo herderiano, Auch eine Geschichte der Philosophie (Ancora una storia della filosofia), nel titolo della ponderosa opera (due grossi volumi) che Jürgen Habermas, giunto al suo novantesimo anno di età, pubblicava nel 2019 per i tipi di Suhrkamp e che Feltrinelli ha poi proposto al pubblico italiano tra 2022 e 2024.

E proprio con un commento a questo libro vogliamo ricordare il grande filosofo tedesco scomparso negli scorsi giorni.

L’autore dell’articolo da cui abbiamo tratto la parte che segue, Leonardo Ceppa, uno dei maggiori interpreti e studiosi del filosofo tedesco in Italia, presenta l’ampia opera prendendo spunto dalla sua Prefazione e mostrando come, fino agli ultimi anni, egli abbia sempre inteso la filosofia come  permanente impegno dell’uomo per una forma di sapere in cui scienza e presa di coscienza si muovano di conserva. Ciò che oggi, di fronte all’aspirazione di Tecnica ed Economia al dominio dispotico sulla società, per non dire dell’invito che riceviamo quotidianamente ad affidarci all’intelligenza macchinica, appare come un compito fondamentale, non certo solo per i filosofi di professione ma per i cittadini tutti. (toni muzzioli)

 

NOTA. L’opera di Habermas qui discussa è Auch eine Geschichte der Philosophie, Berlin, Suhrkamp, 2019, tr.it. Una storia della filosofia, Milano, Feltrinelli, 2 vol., 2022-24. 

L’articolo completo di Leonardo Ceppa, Habermas: anche una storia della filosofia, “Le parole e le cose”, 20 luglio 2021, si legge qui: https://www.leparoleelecose.it/habermas-anche-una-storia-della-filosofia/ 

 

C'è anche qualcosa di cruciale che il sapere filosofico condivide con le scienze "normali" della nostra epoca: la tendenza alla specializzazione e alla divisione del lavoro. È una tendenza inevitabile, feconda, persino desiderabile, la quale tuttavia, nella versione positivistica della filosofia, minaccia di trascinar via (o far dimenticare) quel trattino miracoloso che lega il sapere del mondo sia al destino dell'uomo sia al destino di Dio. Ma perché, agli occhi di Habermas, questo pericolo del positivismo resta una minaccia reale per la filosofia contemporanea? Perché in realtà quest'ultima - per non perdere di vista il rapporto alla totalità - si trova oggi a fronteggiare una preoccupante e smisurata crescita di complessità: moltiplicandosi e arricchendosi il sapere del mondo, la struttura economica della società, le tecniche d'intervento sul corpo e sulla psiche. Con convinzione Habermas ripete la diagnosi di Marx: gli uomini rischiano di diventare le appendici organiche di una scienza e di una tecnica vampiresche, la cui organizzazione umana (il sapere umanistico del cosmo e dell'uomo) diventa sempre più inabbracciabile e inafferrabile (uniiberschaubar, p. 12).

Di qui la tentazione (ecco la polemica di Habermas contro il positivismo filosofico) di arrendersi, di rinunciare all'impulso illuministico che ancora animava Kant e Faust, di abbandonare l'impresa umanistica di "dare forma" a sé stessi nella configurazione del mondo (il tema del Gestalten , ricco di risonanze). Allora del progetto moderno resterebbero in piedi soltanto le gloriose rovine. E al filosofo contemporaneo non resterebbe che ripiegare in un atteggiamento di ellenistico disincanto. Un fatalismo dal sapore classicistico verso cui Habermas ha sempre manifestato un orrore palese.

Un "processo di formazione" tra la sfida delle contingenze e le speranze della ragione

Le nobili domande della filosofia di Kant - cosa posso conoscere, cosa posso fare, in che cosa sperare - rimangono le stesse, ma presentandosi in un "formato" diverso: muovendo dalla "situatezza" dell'uomo finito queste domande non si camuffano più nella forma di un Assoluto, cioè come fossero formulate da un punto di vista divino oppure positivisticamente scientifico. E proprio l'approccio teorico di Habermas, tra quelli concorrenti oggi nella professione, è quello che più sottolinea la cosa. In questo senso il sistema filosofico di Habermas è personale e professionale nello stesso tempo. Dall'esercizio filosofico resta ineliminabile un momento "performativo" - di responsabilità soggettiva e morale, espressiva e politica - che caratterizza l'autore senza potersi nascondere.

Habermas ce ne dà subito la prova scendendo in lizza con alcuni avversari ( p. 11). Per lui è impossibile, per esempio, prendere sul serio i modelli di Kuhn, Foucault e Feyerabend, perché escluderebbero in via pregiudiziale la possibilità dell'apprendimento, l'occasione di dare al mondo una Gestaltung (un ordine umano). Le rivoluzioni scientifiche di Kuhn contro il falsificazionismo di Popper, il discorso come "maschera del potere" sviluppato da Foucault, l'anarchismo metodologico di Feyerabend, non muovono da una matrice situativo-esistenziale dell'uomo. Queste opzioni renderebbero impossibile concepire le svolte e i cambi-di-paradigma come "risposte fallibili" agli stimoli dell'apprendimento. Il processo di innovazione - sempre aperto agli esiti più diversi perché si impara anche dagli errori - resta per Habermas il campo di tensione intersoggettiva che collega le esigenze della situazione di radicamento - i bisogni della matrice e gli abissi della contingenza - alle risposte e ai tentativi di soluzione proposti da una ragione fallibile. Verso la fine di questa Prefazione, Habermas formula così la sua idea di genealogia passare sugli abissi dell'esistenza (Abgriinde) usando le ragioni (Griinde) come ponti avventurosi (p. 16).

Il discorso di "fede e ragione" nell'angolo di mondo chiamato Europa

Il rapporto tra religione e filosofia (che con bella espressione Habermas chiama "osmosi semantica") incontra nell'occidente europeo un destino particolare. A quella metafisica greca nata nei commerci dell'Egeo e che, nell'era assiale, rappresentava una delle poche significative immagini-di-mondo, toccò in sorte un destino del tutto particolare. Infatti, lungo i secoli del platonismo cristiano che mise radici nell’Impero Romano, andava realizzandosi uno "doppio attraversamento" di contenuti lungo il confine che divideva la ragione dalla fede, la filosofia dalla religione. Per un verso, credenze sostanziali della narrativa cristiana passavano il confine con la filosofia diventando, in questo campo, saperi razionalmente dimostrabili. In senso contrario, verità metafisiche costruite dai filosofi platonici si trasformavano, appena giunte nel campo della fede, in elaborati teoremi della dogmatica religiosa.

Potremmo addirittura parlare di un destino "secolare e glorioso" se osserviamo come, nella prospettiva con cui Habermas ci racconta il lento formarsi della filosofia postmetafisica, un ininterrotto arco temporale si protende da Agostino fino alla Deutsche Klassik. Infatti, i temi della "autonomia" e della "libertà della ragione" - che caratterizzano la modernità dando sviluppi vertiginosi alla "ragion pratica" postkantiana - non avrebbero mai potuto nascere se non sulla base di quella "osmosi semantica" che Habermas sceglie come guida della sua ricostruzione storica (p. 15). Anzi, il pensiero secolare di un ramo della filosofia postmetafisica contemporanea si è oggi talmente emancipato dalle sue lontane origini teologiche da creare quasi "sproporzione" in favore di una filosofia tanto laica quanto risonante di echi religiosi (basti pensare ad autori come Adorno, Kafka o Levinas), a tutto svantaggio della teologia dogmatico-professionale. Per questo, nel panorama culturale contemporaneo, troviamo sempre piu' scrittori e filosofi "secolari" (cioè laici e postmetafisici) che trattano temi di pertinenza pseudo-religiosa. Sono persino diventati più numerosi dei laicisti empiristi che, a partire da Hume, riducono psicologicamente la religione a favola consolatoria. Così, quando Habermas polemizza contro la sclerosi laicistica di molta filosofia contemporanea, lo fa anche per mostrare come (pur non essendosi mai interrotta la osmosi semantica tra fede e ragione) si siano oggi spostate le linee dei vecchi confini disciplinari. Nella disordinata polifonia dell'opinione pubblica, tocca spesso ai filosofi laici trattare temi morali, giuridici e politici, che tradiscono evidenti origini bibliche o religiose. E lo fanno più spesso dei filosofi empiristi, che considerano tali temi come superate zavorre oltrepassanti l'orizzonte delle loro divisioni specialistiche.

Questo spiega da ultimo la soverchiante responsabilità che Habermas accolla a quel ramo di filosofia postmetafisica (il ramo kantiano dei 36O-gradi, non quello humeano dello sbaraccamento specialistico) che accetta di dialogare - sullo stesso piano - intramoenia coi filosofi ed extra moenia coi teologi. Trattando proprio di quelle questioni che vengono pudicamente evitate dai laicisti rigorosi (chiusi a riccio in quelle specializzazioni "che dicono sempre di più su sempre di meno"). Alla fine, Habermas non esita a formulare una tesi coraggiosa di questa portata: "Al di là dei suoi aspetti palesemente postmetafisici, la questione che la filosofia deve sentirsi in grado di affrontare ed elaborare si decide oggi sulla rinnovata eredità del lascito religioso. Anche se questo è problema che riguarda soltanto uno dei rami in cui si è scisso il pensiero postmetafisico" (p. 15 corsivo mio).

Sembrava infatti che il problema religioso, dopo la moderna scissione tra fede e ragione, dovesse sciogliersi come chiedeva Hume, per via pacifica e senza clamore, passando per la via naturalistica ed empiristica delle considerazioni antropologiche di empiristi e utilitaristi. Invece, scrive Habermas, vediamo con sorpresa scatenarsi nella Sinistra hegeliana una furiosa polemica antireligiosa contro le confessioni del protestantesimo borghese e contro l'assimilazione hegeliana della religione nell'automovimento idealistico dello Spirito. Autori come Feuerbach, Marx e Kierkegaard (ma possiamo anche includere Nietzsche) combattono le consolazioni della religione chiesastica con spirito ardentemente anticlericale. E c'è molto di paradossale, sembra aggiungere Habermas, in questo "anticlericalismo religioso" evocante quelle tracce kantiane di ragion pratica, autonomia e libertà-della-ragione, che paiono disperse lungo la storia di una insopprimibile e irriducibile "emancipazione umana" che rifiuta di sciogliersi in fatalismo stoico.

 


C’era due volte il barone Lamberto - Il tempo che torna indietro e la morte ineluttabile

Nella novella per ragazzi di Gianni Rodari, C’era due volte il barone Lamberto, il protagonista, il barone Lamberto, ha uno stuolo di persone che – ben pagate per questo - pronunciano continuamente il suo nome. Questa continua ripetizione – secondo una profezia egiziana – allontana la morte di Lamberto che, al contrario, diventa ogni giorno più giovane, invertendo il corso del suo tempo. Il barone Lamberto muore quando il suo nome non viene più pronunciato e – inaspettatamente - ritorna in vita quando la litania riprende durante il suo funerale.

Ma nella realtà, sembra che il tempo non torni proprio indietro.

Il tempo andava solo in avanti, una volta, e scandiva i fenomeni

Per le scienze naturali e fisiche, e per il senso comune, fino agli inizi del XX secolo il tempo andava solo in avanti, era scandito in modo omogeneo e inalterabile. 

Era una variabile indipendente e una grandezza assoluta.

E, di certo, che il suo corso potesse essere invertito era cosa impensabile. Anche se le equazioni di Newton ne ammettono formalmente la reversibilità, descrivendo un formalmente possibile moto “all’indietro” dei pianeti, questa reversibilità e una struttura non omogenea e costante del tempo erano considerate impossibili e insensate.

A sostegno della direzione privilegiata (per non dire obbligata) in avanti del tempo, a metà dell’800, il chimico Rudolf Clausius propone la teoria dell’entropia, il cui continuo aumento garantisce l’irreversibilità dei processi macroscopici[1].

Tempo e relazione di causa ed effetto, per la modernità

 La magia del tempo che si muove in una sola direzione, in avanti, in modo non reversibile, è la garanzia dei meccanismi di causalità, in un modo e con dei risultati per Immanuel Kant e in un altro modo e con ben altri risultati per David Hume.

La seconda analogia dell’esperienza fonda il principio di causalità e la percezione nello scorrere monodirezionale del tempo: «non vi è infatti fenomeno che ritorni dall’istante seguente a quello precedente. Da un tempo dato […] il passaggio ad un tempo successivo ha carattere di necessità» (I. Kant, Critica della ragion pura, UTET, 2013, p. 229, A194). 

Il tempo – secondo Kant – è il cronometro interno con cui organizziamo la realtà, ed è una forma a priori della sensibilità, parte del soggetto, indipendente dall’esperienza, principio strutturante della successione dei fenomeni[2].

Per Hume, la frequente contiguità temporale di due fenomeni, che si dipana nello scorrere in avanti e solo in avanti del tempo, è la principale ragione per cui riteniamo che un fenomeno – che viene prima – sia causa dell’altro – che viene dopo. Un principio di causalità sub iudice, frutto dell’abitudine, non certo, non dimostrato, ma possibile solo e soltanto in virtù della direzione privilegiata del tempo, dal prima al dopo, in modo omogeneo.

Nel 1905, A. Einstein rompe il paradigma

Il 1905 è l’annus mirabilis einsteiniano. A. Einstein pubblica su Annalen der Physik i quattro articoli[3] che cambiano radicalmente i paradigmi della fisica; tra questi, Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento espone la teoria della relatività nella sua forma “ristretta” ai fenomeni elettromagnetici. 

Il lavoro di Einstein – come è noto – mette in crisi la nozione di tempo assoluto, metro omogeneo e invariabile dei fenomeni nel suo fluire. Il tempo – in certe condizioni, quando il sistema di riferimento o l’oggetto osservato si muovono a velocità prossime[4] a quelle della luce – si dilata o si restringe, secondo delle proporzioni variabili.

Anche le trasformazioni relativistiche, come quelle newtoniane e galileiane, prevedono formalmente dei valori negativi della variabile t, dei tempi negativi che scorrono all’indietro; tuttavia, Einstein esclude fermamente la possibilità dell’inversione temporale, perché questo fluire all’indietro andrebbe in conflitto con l’invariabilità della costante fondativa della sua teoria: C, la velocità della luce[5]. 

Le recenti scoperte che mettono in dubbio l’irreversibilità del tempo

La rivista Le Scienze, nel 2021 e nel 2024[6], riporta notizie su alcuni gruppi di ricerca che – separatamente, in Austria e in Cina, e anche su basi teoriche italiane – hanno realizzato dei circuiti ottici quantistici per l’inversione temporale.

In entrambi i casi, gli sperimentatori hanno rilevato un fenomeno di sovrapposizione delle sequenze temporali di due eventi elettronici: secondo una osservazione, l’evento A precede l’evento B; secondo un’altra osservazione contestuale, l’evento A segue l’evento B. In parole molto povere e semplificate, l’elettrone osservato era in grado di tornare al suo stato iniziale dopo essere transitato da uno stato successivo, come se il secondo stato non fosse mai esistito.

L’evoluzione di questi esperimenti «ha preso di mira la freccia del tempo» cercando di far entrare in modo esplicito la dimensione temporale nell’apparato sperimentale e generado una vera e propria sovrapposizione di stati temporali, di flusso tra passato-futuro e futuro-passato. In sostanza, il circuito ottico perette di “vedere” una impostazione precedente dello stesso circuito come se questa avvenisse nel momento dell’osservazione.

Ora, questo risultato può essere interpretato come una vera e propria inversione temporale; oppure come una “semplice” simulazione dell’inversione del tempo; su questo punto non vi è accordo tra i fisici che hanno realizzato l’esperienza, anche perché in quantistica, proprio per la sua struttura, è difficile affermare cosa sia reale e cosa no; si sa che funziona ma la petizione di realtà resta sospesa.

La realtà macroscopica rimane indietro al tempo che va in avanti 

Questa possibile inversione temporale – attribuita a fenomeni elettronici, nella scala subatomica – non funziona, però, a livello macroscopico, nel mesocosmo, nella realtà dei viventi e dei fenomeni più facilmente osservabili, di tutti i giorni (a proposito di tempo).

Non funziona, e ci lascia con la nostra solita, crudele, nozione e pratica del tempo. Del tempo che scorre, non arrestabile e non reversibile, dal ieri all’oggi e dall’oggi al domani. Del tempo che non permette di modificare il passato – se non con operazioni di false ricostruzione della memoria – di aggiustare gli errori commessi, di non subire oggi gli effetti delle azioni di ieri, e domani di quelle di oggi.

Il tempo che scorre e che ci porta il dono magico della coscienza della nostra mortalità che, dai religiosi agli esistenzialisti, è un faro morale impagabile. Faro che alcuni ricchi, presuntuosi e arroganti, cercano disperatamente di spegnere attraverso le improbabili e costosissime opzioni di ringiovanimento e transumanesimo.

 Il tempo che scorre in avanti e la morte che si avvicina, ineluttabile e, come la natura leopardiana, crudele e indifferente a noi e agli esperimenti quantistici.

 

 


 

NOTE:

[1]  Di fatto, per alcuni teorici, la teoria dell’entropia sembra contenere in sé – come suo implicito fondamento – il postulato dell’irreversibilità del tempo, che ne sarebbe anche corollario. Un gatto che si morde la coda.

[2] Cfr. cit. p. 106-108, B46 – B49.

[3] I quattro articoli,  Über einen die Erzeugung und Verwandlung des Lichtes betreffenden heuristischen Gesichtspunkt, (Un punto di vista euristico sulla produzione e la trasformazione della luce),  Über die von der molekularkinetischen Theorie der Wärme geforderte Bewegung von in ruhenden Flüssigkeiten suspendierten Teilchen, (Il moto di piccole particelle sospese in liquidi in quiete, secondo la teoria cinetico-molecolare del calore),  Zur Elektrodynamik bewegter Körper (Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento) e  Ist die Trägheit eines Körpers von seinem Energieinhalt abhängig? (L'inerzia di un corpo dipende dal contenuto di energia?), sono raccolti, in inglese, in Annus Mirabilis Papers, a cura di Jesse Russell e Ronald Cohn, Book on Demand Ltd, 2013.

[4] Le velocità a cui gli effetti di compressione e dilatazione del tempo diventano significative – con effetti pratici – sono quelle superiori al 10% della velcoità della luce, C x 10-1, oltre i 30.000 km al secondo.

[5] Nella formulazione della teoria della relatività ristretta o speciale, la velocità della luce è costante, né mai minore né mai maggiore di C, pari a 300.000 km al secondo; il limite di estensione della teoria è il caso di un corpo che si muova esattamente alla velcoità della luce: in questo caso, il tempo t si dilata fino a fermarsi. Sulla carta, però, poiché – in questa teoria – la velcoità della luce non è raggiungibile da nessun corpo fisico.

[6] Per approfondire la spiegazione, cfr.: Avanti e indietro nel tempo? Nel mondo dei quanti è possibile, Come gli scienziati hanno (e non hanno) invertito il tempo, traduzione di How Quantum Physicists ‘Flipped Time’ (and How They Didn’t) (Quanta Magazine, 27/01/2023).


L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Terza parte

Nel suo primo articolo pubblicato da Controversie, (qui), Antonino Drago ha delineato come la bomba atomica abbia cambiato l’approccio dei fisici – e degli scienziati in generale – ai problemi morali ed etici che il loro lavoro può comportare. Ha descritto, poi (qui), come i fisici si siano schierati in posizioni diverse rispetto a queste tematiche di rilevanza etico-morale e quali strategie abbiano adottato per legittimare le proprie posizioni.

Ora, per concludere, Drago avanza una doppia proposta di stampo etico, basata sulla istituzione di un tabù globale – che trova un’eco nel testo di Weinberg (qui) del 1986 – e di un organismo globale che prenda in carico le scelte etiche in grado di risolvere i problemi derivanti dal progresso scientifico e tecnologico.

8. UNA NUOVA PROPOSTA ETICA: STABILIRE UN TABÙ GLOBALE  

Nel 1985 l'illustre fisico Alvin Weinberg, che lavorò al progetto Manhattan, scrisse un suggerimento impressionante (Weinberg 1985). Le sue parole sono molto chiare. 

Quasi dal primo giorno in cui ho iniziato a lavorare al Laboratorio Metallurgico dell'Università di Chicago nel 1941, sapevo che ciò che noi [fisici] stavamo facendo avrebbe cambiato il mondo...

L'attuale quarantesimo anniversario ha visto un grande sfogo di emozioni, molte dichiarazioni di impegno, molto più che nei precedenti anniversari del bombardamento di Hiroshima. Stiamo forse assistendo a una graduale santificazione di Hiroshima, cioè all'elevazione dell'evento di Hiroshima a evento profondamente mistico, un evento che ha essenzialmente la stessa forza religiosa degli eventi biblici? Io e non posso provarlo, ma sono convinto che il quarantesimo anniversario di Hiroshima, con il suo coinvolgimento diffuso, le sue manifestazioni su larga scala e le numerose notizie riportate dai media, assomigli alla celebrazione delle più grandi festività religiose. Questa santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più desiderabili dell'era nucleare...

Spesso parliamo con disinvoltura di evitare la guerra nucleare, ma dimentichiamo che non stiamo prendendo decisioni per il prossimo decennio o due; stiamo prendendo decisioni per millenni! Come può l'umanità accettare veramente, ai livelli più fondamentali, l'assoluta necessità di evitare olocausti nucleari - 50, 100, 1.000 anni dopo Hiroshima - se non perché Hiroshima è diventata una leggenda orribile, ben nota e universalmente accettata come orribile, proprio come la crocifissione è nota tra i cristiani, l'omicidio di Abele da parte di Caino tra gli ebrei e l'Egira è nota tra i musulmani? In breve, solo santificando Hiroshima possiamo aspettarci che la sua lezione venga imparata e ripetuta per sempre, ricordando anche le morti causate dal fuoco atomico, dalla malattia da radiazioni e dalla terribile distruzione della città?

Nella lunga marcia della storia umana, le oltre 100.000 persone che sono morte a Hiroshima saranno viste come martiri: sono state sacrificate – questa è l'opinione che sta emergendo – affinché l'umanità potesse vivere all'ombra della bomba, ma non essere sterminata da essa.

Cita poi ciò che un suo amico pastore (un ex scienziato del progetto Manhattan), William Pollard, ha scritto in una lettera:

È forse questo il destino di Hiroshima: diventare un mito universale profondamente radicato nel tempo sacro di tutti i popoli della terra, ovvero il simbolo della loro convinzione che la guerra nucleare non debba mai più verificarsi?

Weinberg conclude: 

Credo di sì, e che il mondo ricorderà per sempre coloro che sono morti a Hiroshima, rendendo così possibile la santificazione di Hiroshima.

Il suggerimento di Weinberg trasforma la sofferenza per il terribile evento in un atteggiamento positivo verso il futuro. Egli trae una forte lezione etica dall'evento: è necessario stabilire un tabù per tutti i tempi futuri. Egli confronta implicitamente l'esperienza storica dell'umanità del bombardamento nucleare con l'esperienza decisiva, suggerita da Freud, dello sviluppo psichico di ogni essere umano: il tabù di Edipo. Un tabù è molto più di una legge, è un'esperienza costitutiva di una persona matura, consapevole non solo degli obblighi legali verso gli altri e la natura, ma anche della stessa origine delle sue motivazioni fondamentali. In questo senso, il suggerimento di Weinberg rappresenta la più alta lezione etica che i fisici del Progetto Manhattan hanno elaborato come contributo per migliorare la vita dell'umanità[1]

9. LA NECESSITÀ DI UN ORGANISMO ETICO GLOBALE 

Nessuna giurisprudenza internazionale, essendo il risultato di un razionalismo giuridico, ha il potere di obbligare tutte le persone, fino all'ultima, a un comportamento obbligatorio, mentre attualmente, di fatto, anche il comportamento di un solo essere umano può provocare eventi catastrofici. Le religioni non sono state in grado di convergere su una serie di principi etici per l'intera umanità (ad eccezione dei sei comandamenti sociali che attualmente sono inclusi in tutte le legislazioni nazionali). Solo un organismo etico internazionale può indirizzare l'umanità ad accettare alcuni tabù e a perseguire tutti insieme, fino all'ultimo, obiettivi di sopravvivenza collettiva. 

Già in passato, il logico russo Alexander Vasiliev (1909) e il fisico Albert Einstein (1937) sostenevano la costituzione di un Senato delle Nazioni Unite con lo scopo di affrontare le scelte etiche in grado di risolvere i problemi derivanti dal progresso scientifico e tecnologico. Esso dovrebbe essere composto dalle personalità più autorevoli del mondo. 

Solo dopo che questa innovazione sarà stata realizzata, sarà raggiunto l'obiettivo costitutivo dell'ONU - "evitare il flagello della guerra alle generazioni future", che è un obiettivo etico.  

A mio parere, questo salto è ciò a cui Einstein alludeva quando scriveva: "Non risolveremo i problemi del mondo con lo stesso livello di pensiero con cui li abbiamo creati".

 

 

NOTE:
[1] È un miglioramento rispetto a quanto suggerito da Hans Jonas riguardo alla tecnologia, ovvero evitare il suicidio dell'umanità (Jonas 1985).

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

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La santificazione di Hiroshima - Un pensiero di Alvin Weinberg, fisico del XX secolo

Alvin M. Weinberg fu un fisico statunitense e collaborò al Progetto Manhattan con la realizzazione del primo reattore nucleare insieme ad E. Fermi, all’Università di Chicago.
Direttore del Centro di arricchimento dell'uranio di Oak Ridge dal 1955 al 1973, fu tra i propositori della Società Nucleare Americana e, nel 1961, presiedette il Panel of Science Information, che produsse il fondamentale "Weinberg Report" sulla comunicazione della scienza a un pubblico sia tecnico che non specialistico.
Nel 1970 avvia il primo grande progetto di ecologia negli Stati Uniti: la National Science Foundation.
Nel 1975, Weinberg fondò e divenne direttore dell'Istituto per l'Analisi Energetica dell’Oak Ridge Associated Universities. Si ritirò nel 1985 ma rimase strettamente legato sia all'Istituto che al laboratorio. Morì nel 2006.

In questo testo del 1986 riflette sull’effettiva necessità del lancio dell’atomica nel 1945 e su come sacralizzare quell’evento per scongiurare il pericolo nucleare per i prossimi millenni. 

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Sin da quasi il primo giorno che sono andato a lavorare nel Laboratorio Metallurgico dell'Università di Chicago, nel 1941, ho capito che quello che [noi fisici] stavamo facendo avrebbe cambiato il mondo. Leo Szilard si era dato da fare affinché la biblioteca acquistasse i due libri H.G. Wells The World Set Free [1914; La liberazione del mondo, 1981, Mursia], e di H. Nicholson Public Faces [1932] che immaginavano come poteva essere un mondo in cui c'erano le armi nucleari. Questi libri di fantascienza mi impressionarono molto.

Il problema dell'uso bellico dell'arma nucleare nella Seconda guerra mondiale non ci coinvolse moltissimo. Però in molti firmammo la petizione di Szilard del 1945 affinché la bomba non fosse usata con rabbia e gran parte di noi firmò la raccomandazione della commissione Franck [di scienziati che avevano costruito la bomba nucleare] di dimostrare la potenza della bomba [in un luogo deserto del Giappone] piuttosto che sulle città.

Dopo di che la posizione di Szilard era molto cambiata rispetto a quella iniziale: "Sarà molto difficile che riusciamo ad avere un'azione politica, a meno che...; ormai le bombe atomiche sono state usate in guerra e il fatto che esse hanno una enorme potenza distruttiva è entrato nella testa della gente [che vuole finire la guerra]." Curiosamente questa posizione era in accordo con la risposta del panel scientifico consultivo che, in risposta alle raccomandazioni degli scienziati di non arrivare ad usare le bombe [sulla popolazione], aveva affermato: "Non possiamo proporre dimostrazioni [della bomba solo] tecniche che abbiano una buona probabilità di porre fine alla guerra; non vediamo alternative accettabili all'uso diretto delle bombe [sulla popolazione]." J. Robert Oppenheimer, un membro del panel, fu d'accordo con questa posizione; Teller, nel suo libro The Legacy of Hiroshima [L'eredità di Hiroshima, Tamburini, 1965], racconta che cercò di persuadere Oppenheimer che una dimostrazione tecnica non sulla popolazione era la condotta migliore, ma poi permise ad Oppenheimer di abbandonare questa posizione.

Debbo confessare che, anche se avevo firmato la petizione di Szilard, non sono mai stato turbato dalla decisione di bombardare [le città giapponesi]. Sono stato sempre convinto della argomentazione elementare che essa ha salvato molte vite umane sia Giapponesi che Americane. Non mi hanno fatto cambiare idea né la tesi revisionista che i Giapponesi comunque avrebbero capitolato molto presto, né l'accusa di esagerazione nel numero di morti che ci sarebbero stati con una invasione [del Giappone] ad Honsu.

Il quarantesimo anniversario di Hiroshima ha molto rafforzato la mia convinzione che [il bombardamento di] Hiroshima (ma non di Nagasaki) era necessario; ma non per la ragione suddetta; per una ragione di più grande rilevanza, che deriva dal ragionamento che allora portò a preferire l'uso della bomba. L’attuale 40° anniversario ha visto una grande espressione di emozioni, molte dichiarazioni di coinvolgimento, molte di più che nelle precedenti ricorrenze del bombardamento di Hiroshima. Stiamo forse assistendo ad una graduale santificazione di Hiroshima, cioè alla elevazione dell'evento Hiroshima ad un evento profondamente mistico, un evento che in sostanza ha la stessa forza religiosa degli eventi biblici? Non posso dimostrarlo, ma sono convinto che il 40° anniversario di Hiroshima, con il suo ampio coinvolgimento, le sue grosse manifestazioni, i molti servizi dei mass media assomiglia alla osservanza delle più grandi festività religiose.

Questa santificazione di Hiroshima è uno dei più auspicabili sviluppi della era nucleare. Spesso si parla con disinvoltura di riuscire ad evitare le guerre nucleari, ma non si tiene conto che non si tratta di prendere decisioni per il prossimo decennio o due; ma per millenni! Come può l'umanità accettare veramente, ai livelli più fondamentali, la necessità assoluta di evitare gli olocausti nucleari — 50, 100, 1.000 anni dopo Hiroshima — se non perché Hiroshima è diventata una leggenda orrenda, da tutti ben conosciuta e accettata da tutti come orrenda, così come è conosciuta la crocifissione tra i Cristiani, la uccisione di Abele da parte di Caino tra gli Ebrei e così come l'Egira è conosciuta dai Mussulmani?  In poche parole, solo santificando Hiroshima possiamo aspettarci che la sua lezione sia appresa e ripetuta per sempre - ricordando anche le morti per il fuoco atomico, le malattie da radiazione, il terribile annientamento della città?

Potrebbe oggi essere santificata Hiroshima se invece ci fosse stato solo un bombardamento    tecnico senza morti? Non potrei immaginare una ricorrenza annuale di impegno mistico che commemorasse un semplice test nucleare. Di fatto, anche l’attuale ricordo è del 6 agosto, non del 16 luglio [quando ci fu la prima esplosione per esperimento nel poligono di Alamagordo, Nuovo Messico]. Nella lunga marcia della storia umana, i 100.000 e passa che morirono a Hiroshima saranno visti come martiri: essi sono stati sacrificati - questa è la valutazione che si sta affermando - affinché l'umanità possa vivere all'ombra della bomba, ma non venga sterminata da essa.

Il mio caro amico William Pollard, che è pastore episcopale e un veterano del progetto Manhattan [di invenzione e fabbricazione della bomba], ha scritto una lettera dove queste cose sono dette in una maniera molto adeguata:

Hiroshima sta diventando un mito profondamente radicato nella psiche di tutti i popoli della terra. Il... teologo e studioso Mircea Eliade ha distinto nella vita popolare un "tempo profano" da un "tempo sacro". Nel tempo sacro le gesta e gli avvenimenti storici gradualmente prendono la persistenza dei miti, mentre nel tempo profano essi hanno meno presa sul popolo e diventano semplicemente materiali storici per gli studiosi, cioè, entrano nel tempo storico.

È forse questo il destino di Hiroshima: diventare un mito universale profondamente fondato nel

tempo sacro di tutti i popoli della terra; cioè, il simbolo della loro convinzione che non si dovrà mai più permettere che avvenga una guerra nucleare?

Io credo che sia così, e che il mondo sempre farà memoria di quelli che morirono a Hiroshima, il che renderà così possibile la santificazione di Hiroshima.

Sintesi

Sin da quasi il primo giorno che sono andato a lavorare nel Laboratorio Metallurgico dell'Università di Chicago, nel 1941, ho capito che quello che [noi fisici] stavamo facendo avrebbe cambiato il mondo…

L’attuale 40° anniversario ha visto una grande espressione di emozioni, molte dichiarazioni di coinvolgimento, molte di più che nelle precedenti ricorrenze del bombardamento di Hiroshima. Stiamo forse assistendo ad una graduale santificazione di Hiroshima, cioè alla elevazione dell'evento Hiroshima ad un evento profondamente mistico, un evento che in sostanza ha la stessa forza religiosa degli eventi biblici? Non posso dimostrarlo, ma sono convinto che il 40° anniversario di Hiroshima, con il suo ampio coinvolgimento, le sue grosse manifestazioni, i molti servizi dei mass media assomiglia alla osservanza delle più grandi festività religiose.

Questa santificazione di Hiroshima è uno dei più auspicabili sviluppi della era nucleare…

Spesso si parla con disinvoltura di riuscire ad evitare le guerre nucleari, ma non si tiene conto che non si tratta di prendere decisioni per il prossimo decennio o due; ma per millenni! Come può l'umanità accettare veramente, ai livelli più fondamentali, la necessità assoluta di evitare gli olocausti nucleari — 50, 100, 1.000 anni dopo Hiroshima — se non perché Hiroshima è diventata una leggenda orrenda, da tutti ben conosciuta e accettata da tutti come orrenda, così come è conosciuta la crocifissione tra i Cristiani, la uccisione di Abele da parte di Caino tra gli Ebrei e così come l'Egira è conosciuta dai Mussulmani?  In poche parole, solo santificando Hiroshima possiamo aspettarci che la sua lezione sia appresa e ripetuta per sempre - ricordando anche le morti per il fuoco atomico, le malattie da radiazione, il terribile annientamento della città?...

Nella lunga marcia della storia umana, i 100.000 e passa che morirono a Hiroshima saranno visti come martiri: essi sono stati sacrificati - questa à la valutazione che si sta affermando - affinché l'umanità possa vivere all'ombra della bomba, ma non venga sterminata da essa.

Poi cita quanto ha scritto un suo amico pastore (ex scienziato di Manhattan) in una lettera:

È forse questo il destino di Hiroshima: diventare un mito universale profondamente fondato nel

tempo sacro di tutti i popoli della terra; cioè, il simbolo della loro convinzione che non si dovrà mai più permettere che avvenga una guerra nucleare?

Io credo che sia così, e che il mondo sempre farà memoria di quelli che morirono a Hiroshima, il che renderà così possibile la santificazione di Hiroshima.


L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Seconda parte

Nella prima parte, Antonino Drago ha esaminato come gli "eventi nucleari" hanno modificato il modo di fare la fisica, inaugurando il tempo della big science, organizzata in modo quasi industriale, e hanno portato molti fisici a tradire i principi mertoniani della scienza: universalità, comunitarietà, disinteresse e dubbio sistematico. Inoltre, hanno sdoganato l'adesione di molti fisici al lavoro con fini militari. In questa seconda parte, l'autore disamina i diversi atteggiamenti etici, e le relative strategie di comunicazione, adottati dai fisici di fronte ai possibili effetti della loro ricerca: neutralità, opposizione più o meno ampia, etica della convinzione.

5 - QUATTRO TIPI DI ATTEGGIAMENTO ETICO DEI FISICI RESPONSABILI

Consideriamo ora la risposta etica dei fisici (principalmente gruppi di fisici) che, secondo la loro etica autosufficiente, si sentivano responsabili delle novità storiche[1]. Questi fisici saranno classificati in quattro gruppi in base agli atteggiamenti etici rispetto alla loro istituzione, ovvero la ricerca scientifica finanziata con fondi pubblici[2]. 

1) Il gruppo di scienziati che considerava la scienza un'impresa eticamente neutra e che tuttavia voleva stabilire un rapporto diretto con la società civile per metterla in guardia sul pericolo rappresentato dalle armi nucleari. L'esempio più celebre delle loro dichiarazioni è il Manifesto Einstein-Russell (1955) (di seguito ERM). (Ionno Butcher 2005; Nathan, Norden, pp. 623ff)

2) Il gruppo di scienziati che si opponeva alla ricerca scientifica finalizzata a risultati militari. Questo gruppo comprendeva i fondatori del Bulletin of the Atomic Scientists, i fisici dell'Università di Roma che durante la seconda guerra mondiale interruppero deliberatamente le loro ricerche su argomenti nucleari, Meitner, Bethe, ecc.; un esempio rilevante delle loro dichiarazioni fu la petizione di Mainau (1955). 

3) Il gruppo di scienziati che si opponeva anche all'energia nucleare civile. Questa opposizione fu perseguita in modo attivo e incisivo dall'Unione degli Scienziati Preoccupati, un gruppo nato nel 1968. 

4) Il gruppo di scienziati che hanno subordinato la loro ricerca scientifica all'etica della convinzione: comprende Kapitza, Born, Rasetti[3] e alcuni fisici "non assolutisti": Rotblat, Oppenheimer e Weinberg.

L'analisi di Weber sul processo di razionalizzazione nella società si è avvalsa delle seguenti caratteristiche: scienza, male sociale, etica della responsabilità, razionalità, società. Poiché gli scienziati dovrebbero rappresentare al meglio questo processo di razionalizzazione, l'atteggiamento generale di questi quattro gruppi di scienziati può essere caratterizzato attraverso queste caratteristiche[4].

1) La natura della scienza è neutra e buona, le armi nucleari sono un male, ma un'azione importante da parte delle persone, a condizione che siano razionalmente informate, può ripristinare la situazione precedente e persino, grazie alle potenzialità dell'energia nucleare civile, introdurre l'umanità in un nuovo "paradiso", dove non ci saranno più problemi, nemmeno per l'etica della responsabilità degli scienziati. Questo era il messaggio fondamentale dell'ERM (1955).

2) La struttura della scienza comprende un'attività altamente negativa, la ricerca militare sulle armi nucleari; l'etica della responsabilità degli scienziati è in crisi; è necessaria la collaborazione tra scienziati e potere politico per evitare i prevedibili risultati scientifici peggiori per l'umanità. Questo era il messaggio essenziale della dichiarazione di Mainau (1955). 

3) La struttura profonda della scienza include il male fino al punto di provocare il suicidio dell'umanità; è necessario un cambiamento radicale sia dell'etica della responsabilità degli scienziati che dell'atteggiamento della società nei confronti della scienza.   

4) La struttura profonda della scienza include un male così estremo da essere in grado di produrre il suicidio dell'umanità attraverso diversi mezzi; è necessaria una nuova razionalità, secondo la quale è un atteggiamento razionale subordinare sia la scienza che l'etica della responsabilità degli scienziati all'etica della sopravvivenza dell'umanità. 

6 - LE STRATEGIE SEGUITE DAGLI SCIENZIATI RESPONSABILI 

I fisici del Progetto Manhattan hanno sperimentato che i leader politici senza scrupoli insistevano sul fatto che il bombardamento del Giappone era inevitabile, sebbene fosse noto che si trattava di una questione quantomeno controversa per ragioni etiche, militari e politiche. In seguito, una piccolissima minoranza di scienziati responsabili ha voluto rispondere a un problema sociale così colossale come quello rappresentato dalle armi di distruzione di massa. Questi scienziati hanno dovuto abbandonare una concezione rousseauiana della scienza per scegliere una strategia su come interagire con l'opinione pubblica e i governi. Sono state sperimentate sette strategie. 

La diffusione delle informazioni fu la prima strategia sperimentata. Dopo che gli scienziati del Progetto Manhattan avevano subito il segreto militare, le dichiarazioni collettive di alcuni di loro rappresentarono un atto di indipendenza e autonomia politica. Tuttavia, i primi appelli pubblici dimostrarono che la loro capacità di diffondere informazioni e influenzare l'opinione pubblica era scarsa; pertanto, questa strategia fu rapidamente abbandonata o lasciata a iniziative specifiche condotte da professionisti della comunicazione al pubblico.

Una seconda strategia, il lavoro educativo, è stata temporaneamente sperimentata dall'ECAS (un'associazione di scienziati fondata da Einstein e sopravvissuta per alcuni anni) e dall'iniziativa permanente del Bulletin. Sicuramente, quest'ultima iniziativa è stata più produttiva. Ha diffuso informazioni, dato voce al dissenso, aperto uno spazio per le controversie e sostenuto gli appelli degli scienziati ai governi; in sintesi, un grande lavoro pedagogico. 

Le strategie successive, relative a un lavoro sociale trasformativo, hanno svolto un ruolo decisivo nel cambiare l'immagine pubblica dello scienziato, che si è trasformata in una pluralità di immagini, da quella di obiettore di coscienza a quella di scienziato pienamente coinvolto negli affari politici. 

Le assurdità sopra menzionate derivanti dalla produzione di armi nucleari hanno scosso l'etica della responsabilità degli scienziati. L'etica della convinzione ha spinto alcuni scienziati ad abbandonare l'attività scientifica in campo militare. Infatti, Jòzef Rotblat lasciò il Progetto Manhattan quando la Germania fu sconfitta nel maggio 1945 (Rotblat 1985) e J. Robert Oppenheimer si pentì. Per quanto riguarda il comportamento degli altri scienziati, quelli che facevano appello all'etica della convinzione sembrano aver condiviso le seguenti opinioni (ottenute parafrasando le frasi di Oppenheimer e Rasetti): "La comunità dei fisici ha conosciuto il peccato dell'uccisione di massa". "Questa comunità ha venduto la fisica allo Stato (militare)". Ma l'obiezione di coscienza al lavoro scientifico militare era considerata un atto individualista, forse giustificato a livello personale, ma senza alcuna influenza sulla risoluzione dell'enorme problema sociale[5]. In realtà, il numero di azioni simili era molto esiguo e non godeva di un ampio sostegno. 

Un'ulteriore strategia consisteva nel fare pressione attraverso un movimento sociale contro le armi nucleari sulle decisioni prese dai rappresentanti politici. Alcuni promossero un movimento sociale; in particolare, Rotblat, dopo aver redatto l'ERM, fondò, insieme a Russell, la Campagna per il disarmo nucleare. Questi scienziati responsabili che hanno fondato e guidato movimenti sociali contro le armi nucleari sono riusciti a influenzare sia l'opinione pubblica che la politica dei governi. Tuttavia, stranamente, gli scienziati che hanno avuto più successo non sono stati quelli più direttamente interessati, cioè i fisici[6] , ma un matematico-filosofo, Bertrand Russell, e un chimico, Linus Pauling (che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Chimica).

7 - LE STRATEGIE SEGUITE DAGLI SCIENZIATI ISTITUZIONALIZZATI

Una strategia consisteva nel fare pressione, attraverso appelli all'opinione pubblica, sulle decisioni prese dai massimi rappresentanti politici. Questa strategia merita attenzione perché è stata scelta dagli scienziati più rinomati e rappresentativi. Proprio per questo motivo il loro appello rivendicava una visione razionale del mondo. Speravano che, una volta che l'opinione pubblica avesse preso coscienza dell'estrema pericolosità delle armi nucleari, questo fatto da solo avrebbe portato il governo a prendere la decisione di raggiungere un accordo contro le armi nucleari. Questa visione, basata sulla razionalità della politica nazionale, si rivelò ingenua. 

Sebbene scritto da un grande filosofo e sottoscritto dalle menti acclamate come le più brillanti dell'epoca, l'ERM taceva sui cambiamenti della drammatica crisi dell'istituzione scientifica ora direttamente soggetta al potere politico; in particolare, non diceva nulla sull'etica degli scienziati, a parte un appello a comportarsi come esseri umani (questo appello può essere interpretato come un rifiuto della loro etica di responsabilità a favore di un'etica di convinzione?). Piuttosto, l'ERM insisteva nel presentare il ruolo degli scienziati come osservatori e promotori più saggi sia della razionalità che del benessere dell'umanità, in breve la coscienza razionale dell'umanità. Questa auto-presentazione incompleta e pontificante pregiudicava un rapporto franco tra questi scienziati e l'opinione pubblica. 

L'ERM mise in guardia l'opinione pubblica contro «un pericolo», ovvero la più grande distruzione possibile. Di fronte a ciò, questi scienziati non volevano né dichiarare la crisi della loro etica della responsabilità né adottare l'etica della convinzione; piuttosto, volevano promuovere nella società civile una nuova convinzione etica: «che lo scopo [delle superpotenze] [di risolvere il loro conflitto] non può essere perseguito con una guerra mondiale»[7].

Invece, la contemporanea dichiarazione di Mainau (1955) presenta una valutazione negativa drastica sulla nascita di una potente scienza militare ("Vediamo con orrore che proprio questa scienza sta dando all'umanità i mezzi per distruggere se stessa"). Inoltre, questa dichiarazione era indirizzata direttamente ai governi. Gli scienziati firmatari rifiutarono di riferire la loro etica della responsabilità alla politica di deterrenza dei governi e cercarono inoltre di convincere razionalmente i governi ad abbandonare questa politica[8]. 

Tuttavia, entrambe le dichiarazioni non hanno indotto alcun cambiamento né nella corsa agli armamenti nucleari che minacciava la sopravvivenza dell'umanità, né nel destino che il Progetto Manhattan aveva imposto alla scienza: quella di trasformarsi in una grande scienza che fosse anche uno strumento del potere militare e politico. 

Un'altra strategia è stata seguita da quegli scienziati che sono stati chiamati dai governi per ricevere consigli sugli aspetti scientifici degli accordi (e dei disaccordi) politici internazionali sulle armi nucleari. Questo invito ha generato anche risposte da parte di gruppi di scienziati. Ad esempio, il segretario nazionale della suddetta USPID ha dichiarato: 

"Noi, come scienziati per il disarmo, volevamo fare qualcosa che in Italia non era mai stato fatto; volevamo essere un partner credibile per le istituzioni" (Lenci 2004).

Questo tipo di lavoro è stato presentato anche come un impegno per la promozione della pace. Tuttavia, questi scienziati hanno dovuto riferire la loro etica della responsabilità all'istituzione della grande scienza, che dipendeva dai fondi finanziari del governo. In questo modo, l'istituzione finale di riferimento della loro etica della responsabilità era, attraverso la ricerca scientifica, il governo politico. Di fatto, fu stabilito un patto: il governo forniva generosi finanziamenti per la ricerca scientifica e in cambio questi scienziati assicuravano due funzioni sociali: 1) lavorare come massimi tecnici delle questioni nucleari della politica internazionale e 2) lavorare come migliori raccoglitori del consenso pubblico sulle politiche del governo in materia scientifica. Qualcuno ha caratterizzato l'atteggiamento di tali consulenti come la pretesa di godere di un QI più elevato rispetto alla gente comune (Alfven 1981 p. 4).

Col senno di poi, i consulenti scientifici del governo non possono essere orgogliosi di aver promosso la pace; la crescita sconsiderata dell'arsenale nucleare fino a dieci volte la capacità di distruggere l'intera umanità non è mai stata contrastata dai loro consigli; più che promotori di una nuova politica del governo, hanno lavorato come tecnici subordinati alle decisioni politiche[9].

Un ruolo particolare è stato svolto da alcuni altri scienziati (il gruppo internazionale Pugwash; Nickerson 2013) che, in nome dell'autorità di una scienza neutrale rispetto a tutte le divisioni politiche nel mondo, hanno cercato di essere riconosciuti come mediatori nelle controversie internazionali sulle questioni nucleari. Poiché la loro azione doveva essere rivolta ai consulenti dei governi, le loro iniziative dovevano essere sostenute solo da autorità scientifiche rinomate. Di conseguenza, il gruppo Pugwash si è costituito come un'organizzazione elitaria e cooptativa. Nel complesso, questo gruppo è riuscito ad aprire alcuni canali di comunicazione tra Est e Ovest durante la Guerra Fredda. 

Quale relazione esiste tra le sette strategie sopra descritte e i quattro gruppi di scienziati elencati nella sezione 5? La tabella seguente rappresenta la varietà di relazioni. 

 

Neutralità della scienza Nessun militare Nemmeno energia nucleare civile Etica al di sopra della scienza
Informazione x x x x
Istruzione x x x x
Obiezione di coscienza x
Movimento sociale x x x
Appello all'opinione pubblica e ai governi x (x) (x) (x)
Consulenti dei governi  x
Relazioni internazionali x

 

Nel complesso, le azioni degli scienziati responsabili hanno ottenuto successi limitati nell'influenzare gli altri scienziati, l'opinione pubblica, i leader politici e le decisioni militari. In particolare, la corsa alla bomba H, iniziata nel 1949, ha brutalmente dimostrato che quasi tutti i fisici erano stati catturati dalla politica del confronto nucleare con l'URSS; in altri termini, la "razionalità" (?) della politica ha prevalso sulla razionalità degli scienziati. 

Ciò che invece è stato determinante nell'eliminare la minaccia immediata di un’apocalisse nucleare è stata la serie di rivoluzioni del 1989 e degli anni successivi. Questo fatto suggerisce che durante la Guerra Fredda gli scienziati devono scegliere come strategia migliore quella di sostenere le persone, piuttosto che i governi. Questa strategia richiedeva un'etica preoccupata della sopravvivenza dell'umanità, piuttosto che della politica dei governi o di relazioni internazionali più fluide. Questa etica è stata seguita più da vicino dagli scienziati che seguivano l'etica della convinzione piuttosto che da quelli che seguivano l'etica della responsabilità. In particolare, gli scienziati più efficaci sono stati Russell e Pauling, che hanno scelto di guidare i movimenti popolari; ovvero, la strategia più efficace è stata quella di mobilitare la popolazione su obiettivi specifici sui quali gli scienziati hanno lavorato come esperti del popolo. 

 

NOTE:

[1] Il periodo di tempo considerato è quello della Guerra Fredda, o meglio gli anni 1945-1981; quest'ultima data precede "l'anno degli appelli" (Feld 1982), che richiede un'analisi diversa.

[2] Questa classificazione è in accordo con l'illustrazione (Drago 1996) dei quattro atteggiamenti generali nei confronti della scienza.

[3] Ricordiamo alcune frasi severe di questi scienziati. Rasetti: "Hanno venduto la fisica al diavolo"; Oppenheimer: "I fisici conoscevano il peccato; e questa è una conoscenza che non possono perdere". Sebbene oscillasse tra un pacifismo estremo e un coinvolgimento nel lavoro militare (Ventura 2005), Einstein appartiene a questo gruppo, poiché lamentava con fermezza che il progresso etico fosse troppo lento rispetto al progresso scientifico. Inoltre, era un ammiratore incondizionato di Gandhi, da lui considerato l'unico maestro del XXsecolo.

[4] Pochi scienziati si sono interessati agli aspetti sociali degli eventi storici che hanno caratterizzato la loro epoca e ancora meno scienziati hanno razionalizzato questi eventi attraverso valutazioni accurate. Max Born sembra essere il più perspicace.

[5] Si veda ad esempio la valutazione in (Calogero 1983), scritta al momento dello schieramento dei missili Cruise a Comiso (Sicilia). L'autore è stato a lungo segretario internazionale del gruppo Pugwash.

[6] Einstein ha avuto una grande influenza in entrambi i sensi, sia nel promuovere l'ottenimento dell'arma nucleare, sia nell'avvertire l'opinione pubblica del pericolo rappresentato dalle armi nucleari.

[7] Un gran numero di scienziati (primo fra tutti Russell) ha considerato i negoziati per il disarmo nient'altro che uno strumento di propaganda delle superpotenze (Panofsky 1981, p. 33).

[8] Tuttavia, il precedente Rapporto Franck (Franck Report 1945), declassificato nel 1946, sembra essere il documento più significativo sulla coscienza degli scienziati. Il suo "Preambolo" è sicuramente il documento più rilevante in materia di politica etica, strategica e internazionale relativa alle armi nucleari. Purtroppo, è stato diffuso nella società civile solo per un breve periodo (pochi anni) e non è mai stato citato nelle dichiarazioni successive, nonostante il suo contenuto sia tra i più incisivi.

[9]Di fatto, questa etica della responsabilità è stata sistematicamente e senza pietà smentita dagli eventi storici. 1) Le democrazie non sono state minacciate da un attacco nucleare perché Hitler non è riuscito a ottenere la bomba. 2) Il governo degli Stati Uniti ha ingannato gli scienziati sulla motivazione dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Piuttosto che la motivazione ufficiale - cioè ridurre al minimo il numero delle vittime per porre fine alla guerra - sono state decisive altre due ragioni importanti: 1) ottenere il guadagno dal gigantesco fondo finanziario attribuito al Progetto Manhattan e 2) superare la rivale URSS nella regione del Pacifico. 3) I bombardamenti delle due città giapponesi rappresentano un uso illegale delle armi, almeno secondo il diritto internazionale di guerra che vieta il bombardamento della popolazione civile. 4) Gli scienziati sono entrati incautamente in una grande e complessa istituzione scientifica, la grande scienza, che è cresciuta secondo gli obiettivi del governo piuttosto che secondo uno sviluppo indipendente di questa istituzione. 5) Sono stati in gran parte coinvolti in attività professionali volte a promuovere la corsa agli armamenti nucleari, piuttosto che a frenarla. 6) Nel dibattito sulla costruzione della bomba H, gli scienziati non hanno compreso il governo degli Stati Uniti che, contrariamente alle loro speranze, non voleva la pace.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

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Woollett E.L. (1980): "Physics and Modern Warfare: The Awkward Silence", American J. Physics, 48, febbraio, 105-117.


L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Prima parte

Questo articolo ci è stato gentilmente concesso da Antonino Drago, Professore Ordinario di Storia della Fisica (in pensione) presso l’Università Federico II di Napoli, membro della rete Transcend di Galtung e primo presidente del Comitato ministeriale per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Nel suo percorso, il professor Drago analizza il rapporto tra i fisici e l'etica, prima e dopo "la bomba", e i diversi atteggiamenti e strategie che i fisici hanno adottato - e ancora adottano - di fronte ai problemi etici che il lavoro può generare. Pubblichiamo l'articolo in tre "puntate", l'ultima delle quali uscirà i concomitanza ad un seminario, organizzato da Controversie, in cui interverrà lo stesso professor Drago.

1.  Introduzione

Il progresso tecnologico ha reso sempre più artificiale la vita quotidiana dell'essere umano. Se in passato l'etica era chiara, l'introduzione di oggetti artificiali che pervadono anche la vita intima di una persona ha generato innumerevoli dilemmi etici le cui risposte non sono codificate da alcuna autorità, se non dal modo comune e corrente di vivere le nuove situazioni. Ma questa etica ha incontrato grandi pericoli senza precedenti. Tra questi il pericolo dell'autodistruzione dell'umanità, già previsto dopo il bombardamento delle due città giapponesi, Hiroshima e Nagasaki. Questo impressionante pericolo ha messo in discussione l'etica dell'intera popolazione mondiale, ma in primo luogo la coscienza dei fisici che hanno contribuito a costruire armi così catastrofiche. Dopo questo, altri pericoli simili sono stati generati dal continuo progresso della scienza e della tecnologia. Ogni volta che sorge un nuovo pericolo, la popolazione e i suoi leader cercano le migliori risposte personali e soluzioni globali per quel caso particolare, partendo da zero perché manca un organismo etico globale. È quindi importante riflettere sulle risposte etiche dei diretti responsabili, i fisici, e delle istituzioni politiche al primo grande pericolo, quello nucleare.

Questa esperienza storica può suggerire molte lezioni su come affrontare le successive e le prossime. Innanzitutto, insegna che gli scienziati non sono esseri sovrumani, sebbene abbiano studiato e applicato una materia quasi incomprensibile, la scienza e, in particolare, la fisica; ma hanno problemi etici paragonabili a quelli dei profani e inoltre possono essere anche più deboli in materia di etica rispetto alla gente comune. Pertanto, per quanto riguarda i problemi etici, la popolazione deve evitare un rispetto reverenziale per una categoria sociale che spesso si presenta come illuminata e superintelligente. Deve piuttosto instaurare forti relazioni con gli esperti al fine di suggerire soluzioni comuni ai problemi etici generati dalla ricerca scientifica.

2. I fisici, l'etica e la nascita delle armi nucleari

L'opinione diffusa tra i fisici sul proprio lavoro è che esso non riguardi l'etica; essi amano dedicarsi alle loro affascinanti ricerche. Questa valutazione deriva da una visione rousseauiana della ricerca scientifica, secondo la quale essa è intrinsecamente buona e il male possibile proviene dalla società.

Robert Merton (Merton 1938; Merton 1973) descrive l'etica degli scienziati come caratterizzata da quattro imperativi interconnessi: universalismo, comunismo (tra scienziati), disinteresse e dubbio sistematico. La loro etica è legata a uno spirito tradizionalmente religioso, tanto da essere definita un'etica puritana.

Ma la società non è una semplice somma di individui; essa comprende anche le istituzioni sociali. Tenendo conto di quest'ultimo punto di vista, Max Weber (1918) distingue due tipi di etica: quella a livello personale, l'etica della convinzione, che è l'etica che ogni uomo riceve dalle sue convinzioni personali, e l'etica della responsabilità, un'etica i cui primi obblighi sono quelli prescritti dall'istituzione sociale a cui si appartiene (se considerata in senso negativo, questa etica è chiamata etica machiavellica).1

Entrambi gli autori considerano la ricerca scientifica un'impresa eticamente positiva, perché rappresenta in termini razionali il progresso dell'umanità. Inoltre, Weber descrive la modernità come un processo di razionalizzazione secolare, promosso principalmente dal progresso scientifico; quindi, l'etica del ruolo professionale di uno scienziato è la più positiva possibile, poiché promuove direttamente la razionalità all'interno della vita sociale. Di fatto, la maggior parte degli scienziati antepone la propria razionalità alla propria etica.

Tuttavia, una valutazione della scienza deve innanzitutto separare la scienza pura dalla scienza applicata. La scienza pura, essendo il risultato diretto della ragione umana, dà solo beni, a parte alcuni suoi risultati, ottenuti con metodi inappropriati o maliziosi; il compito di evitarli è un onere che non spetta agli scienziati, ma ai governi.

Nel XX secolo diverse e potenti istituzioni hanno interagito con gli scienziati. Ad esempio, già l'evento della prima guerra mondiale ha spinto alcuni scienziati a intervenire pubblicamente secondo la loro etica di responsabilità nei confronti dei propri Stati.2 Nella seconda guerra mondiale gli scienziati, su richiesta dello Stato, hanno accettato di lavorare in una gigantesca impresa militare a favore dei nazisti (in Germania e Giappone) e contro di essi (al di fuori della Germania). Sono entrati improvvisamente in un'impresa patriottica abbracciando le motivazioni dello Stato in guerra. Negli Stati Uniti il Progetto Manhattan 1939-1947 (Jungk 1958; Rhodes 1986) mirava a costruire la prima arma nucleare con un budget di 2 miliardi di dollari. L'obiettivo politico dell'impresa era quello di creare una politica internazionale di deterrenza attraverso la costruzione di un'arma che avesse una capacità distruttiva senza precedenti, in grado di annientare una grande popolazione. La razionalità degli scienziati li portò a sperare in una politica governativa razionale, durante e dopo la guerra. Il progetto riunì 130.000 lavoratori, tra cui migliaia di scienziati, anche i più eminenti al mondo (ad esempio Fermi, Oppenheimer, Bohr, Szilard, ecc.). Questi fisici accettarono di lavorare collettivamente in un'impresa diretta dai militari; accettarono inoltre il segreto militare e una vita segreta.
Il Progetto Manhattan ha cambiato bruscamente la storia degli scienziati, della ricerca scientifica e dell'umanità. Come sono cambiate le caratteristiche dell'etica degli scienziati? Come è cambiata la separazione tra scienza pura e scienza applicata?
In seguito, inaspettatamente, gli scienziati hanno dovuto affrontare nuovi problemi etici. Dopo che questo progetto si è rivelato un successo (test di Alamagordo, 16 luglio 1945), una controversia sull'uso di armi terrificanti ha diviso il gruppo di scienziati del Progetto Manhattan. Si doveva distruggere un'intera città con un'arma nucleare o no? Questo atto è sicuramente vietato sia dall'etica di convinzione degli scienziati che dal diritto di guerra; è tuttavia consentito dall'etica della responsabilità degli scienziati rispetto alla ricerca scientifica o all'etica della difesa degli Stati democratici contro i nazisti?
Pochi anni dopo iniziò una corsa agli armamenti nucleari. Essa coinvolse un numero sempre maggiore di scienziati in lavori professionali nei laboratori militari. Riguardo all'etica della responsabilità, la decisione di sostenere questa corsa agli armamenti era una decisione corretta o no? Dopo il Progetto Manhattan, la ricerca scientifica, come "una gallina dalle uova d'oro", continuò a ricevere dai governi ingenti finanziamenti, diventando così un'impresa colossale. In che misura una tale crescita quantitativa della scienza ha danneggiato la sua crescita qualitativa? Gli scienziati istituzionalizzati sono rimasti capaci di giudizi indipendenti? La scienza era ancora la forza motrice neutrale del progresso dell'umanità, o no? Gli scienziati erano ancora un gruppo sociale razionale e disinteressato che vegliava sul benessere dell'umanità, o il potere politico aveva subordinato il processo di razionalizzazione della vita sociale da parte degli scienziati a interessi particolari? Inoltre, dopo il Progetto Manhattan, ad altri scienziati è stato chiesto di diventare consulenti dei governi in materia di corsa agli armamenti, ovvero di suggerire i migliori miglioramenti tecnologici per un arsenale nucleare sempre più potente. Hanno promosso la pace internazionale o hanno piuttosto accettato di diventare servitori tecnici di una particolare potenza militare?3

3. Come gli eventi nucleari hanno cambiato l'etica dei fisici

Consideriamo ora l'etica professionale dello scienziato, ovvero l'etica del ruolo che egli svolge all'interno della sua istituzione e più in generale nella società. Per rispondere agli eventi eccezionali del periodo bellico, molti scienziati, in nome della loro etica della responsabilità, hanno aderito al Progetto Manhattan. Ma in questo modo hanno cancellato la distinzione tra scienza pura e scienza applicata. Inoltre, hanno accettato di essere organizzati collettivamente come in una fabbrica; è stata la nascita della "grande scienza", dove il lavoro di uno scienziato non era più simile a quello di un artigiano, ma a una particolare ruota di un grande meccanismo fortemente legato allo Stato (De Solla Price 1963).

Inoltre, inventando e costruendo tali armi, hanno negato le caratteristiche fondamentali dell'etica mertoniana dello scienziato, poiché hanno rinunciato a i) l'universalità della scienza - hanno abbracciato la particolare politica internazionale (la deterrenza nucleare) dei loro governi; ii) l'atteggiamento comunitarista - hanno accettato una vita segreta che li separava sia dalla società civile che dagli altri scienziati nel mondo; infatti, in ogni paese il gruppo di scienziati si è lanciato in una cinica competizione con i gruppi di scienziati di altri paesi; iii) il disinteresse - gli scienziati hanno dedicato tutti i loro sforzi al raggiungimento di un obiettivo militare di un governo che li finanziava massicciamente; iv) il dubbio sistematico - non avevano alcun dubbio sulle questioni politiche della loro impresa; anche quegli scienziati che avvertivano il pubblico del pericolo nucleare volevano comunicare verità assolute. Pertanto, il modello etico di Merton dello scienziato individuale non era più adeguato a rappresentare l'etica degli scienziati del secondo dopoguerra (Vadacchino 2002).

Inoltre, la nascita della grande scienza ha trasformato la loro etica della responsabilità da quella di un piccolo gruppo o di un laboratorio a quella di un'impresa sociale; ora dovevano rispondere a grandi istituzioni sociali (vedi ad esempio Weisskopf 1983). L'etica della responsabilità di uno scienziato che perseguiva questa impresa tendeva a mettere a tacere l'etica dei principi.

Weber aveva previsto anche un possibile risultato negativo del processo di razionalizzazione nella società: l'uomo poteva essere rinchiuso in una "gabbia di ferro" (1930, p. 181). La costruzione di armi nucleari ha portato l'umanità al risultato peggiore. Dopo la sperimentazione delle armi nucleari sulle città giapponesi, era evidente a tutti che la distruzione dell'umanità era possibile. Questa possibile distruzione ha rappresentato per la prima volta un'assurdità dell'etica della responsabilità di uno scienziato. Era manifestamente assurdo che questo tipo di etica potesse ammettere una distruzione che coinvolgesse anche l'istituzione sociale (la ricerca scientifica) che prescrive questo tipo di responsabilità. Inoltre, era assurdo che il processo di razionalizzazione durato molti secoli potesse ammettere, attraverso la fine dell'umanità, la fine del processo di razionalizzazione stesso. Ogni essere umano dotato di ragione deve ammettere queste assurdità.4 Queste due assurdità hanno suggerito ancora una volta in modo sorprendente l'etica della convinzione, il cui principio fondamentale - non uccidere mai - è apparso ancora una volta saggio nel consigliare che le conseguenze a lungo termine dell'uccisione possono essere imprevedibili.

4. L'acquiescenza collettiva di gran parte dei fisici alla nuova situazione etica

Durante il Progetto Manhattan l'unico problema di alcuni scienziati era di natura individuale: liberarsi dal segreto militare. Consideriamo la risposta di Edward Teller all'appello di Leo Szilàrd (Petizione Szilàrd 1945) contro la pianificazione di un bombardamento nucleare sulle città giapponesi:
Questa è l'unica causa per la quale mi sento in diritto di fare qualcosa: la necessità di sollevare il segreto [militare] almeno per quanto riguarda le questioni generali del nostro lavoro. A mio avviso, ciò avverrà non appena la situazione militare lo consentirà. (Teller 1945)
In altri termini, il primo e unico obiettivo di Teller era quello di riconquistare l'universalità della sua ricerca scientifica; egli si sentiva responsabile solo della libera ricerca scientifica.
Dopo il Progetto Manhattan, il reclutamento di scienziati per il lavoro militare è cresciuto notevolmente senza ostacoli (ad eccezione degli anni intorno al 1968).5 L'opinione comune dei fisici riguardo agli scienziati che lavorano nei laboratori militari è stata espressa pubblicamente dal segretario italiano dell'USPID (Unione Scientifica Italiana per il Disarmo):
Chi è coinvolto nei processi di progettazione, costruzione e modernizzazione delle armi a difesa del proprio Paese non è necessariamente un guerrafondaio. Infatti, o si riesce a invertire l'intero meccanismo, oppure non è concepibile che, fintanto che la sicurezza [nazionale] è legata al potere militare, sia possibile fermare questo volano della modernizzazione e dell'arricchimento degli arsenali nucleari (Lenci 2003).

 

 

NOTE:

1 Ricordiamo che la rivoluzione francese fu promossa e sostenuta da un gran numero di scienziati dell'epoca. Secondo il sociologo Ben-David (1971), la subordinazione degli scienziati al potere politico è iniziata dopo il fallimento di questa rivoluzione. Fu la borghesia emergente a introdurre il curriculum formale nelle università come unico percorso corretto per accedere al mondo della scienza, ovvero la carriera universitaria come unico percorso per essere riconosciuti come scienziati da una "comunità di pari scienziati", le società scientifiche (la prima delle quali fu la British Association for the Advancement of Science, fondata nel 1830) e il controllo della ricerca universitaria attraverso i suoi finanziamenti.

2 Si veda l'aberrante manifesto dei 93 scienziati a sostegno della proposta di guerra della Germania (Manifesto dei Novantatre, 1914).

3 Queste questioni sono già state presentate in (Drago, Salio 1983) e (Drago 1985). Naturalmente, i problemi di cui sopra si applicano solo agli scienziati occidentali, poiché gli scienziati dell'URSS erano costretti a partecipare a una politica generale che pretendeva di compiere un salto storico verso una nuova era per l'intera umanità, ottenuta grazie al progresso scientifico dell'URSS. Pertanto, in questi scienziati l'etica della responsabilità rispetto alla loro ricerca scientifica era identificata con l'etica della responsabilità rispetto alla politica del governo. Solo il fisico Kapitza si oppose alla costruzione di armi nucleari da parte dell'URSS. (Jungk 1958, cap. XV, sez. IV).

4 Qualche anno dopo Jonas (1978) teorizzò una nuova etica basata sull'imperativo di evitare questa assurdità. (Drago 2010) presentò un'etica più generale.

5 Successivamente, nel 1983, un'analisi accurata di tutti i contratti militari negli Stati Uniti ha dato come risultato che il 48±4% di tutti i fisici lavorava nella ricerca militare (Woollett 1983).

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
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Ripensare le Scienze - Perché "Controversie"?

L’intento alla base di Controversie è di ripensare le Scienze e le Tecnologie. Infatti, questa rivista è nata appunto per riesaminare – o rinegoziare – l’idea che considera le scienze come portatrici di verità assolute e oggettive, nonché distanti dalle influenze umane, come se abitassero dunque in una sorta di moderno pantheon laico. Questa visione, di stampo positivista e scientista, vuole esaltare l’impresa scientifica ma spesso non comprende che la banalizza e, in aggiunta, la mette su una sorta di piedistallo epistemologico; così facendo, le scienze vengono isolate da altre – fondamentali – attività umane con le quali devono necessariamente dialogare come, per esempio, arte, filosofia, linguistica, sociologia o storia. Tale isolamento può quindi portare a gravi errori di valutazione, su più livelli.

Inoltre, il termine scienza (al singolare) allontana da una presa di posizione consapevole della disciplina stessa. Infatti, scienza, se espressa al singolare, rappresenta un termine ombrello che raccoglie al suo interno elementi molto diversi [1], i quali trattano oggetti di studio differenti come, per esempio, l’astronomia e la zoologia, oppure l’ingegneria e la microbiologia. Se mettiamo tutte queste discipline “sotto lo stesso tetto”, quindi, ne annulliamo le differenze e relative specificità.

Scopo di Controversie è dunque di ripensare concezioni limitanti e banalizzanti delle scienze e delle tecnologie, far riflettere sul fatto che esse possono dialogare in modo proficuo con altre importanti imprese umane e, di conseguenza, far capire che tutte queste discipline sono immerse in una bellissima rete e non, invece, in categorie separate le une dalle altre. Mostrare le controversie, gli errori, i non sequitur nello sviluppo delle scienze può aiutare in questo intento. Così facendo, si possono anche percepire le peculiarità e le bellezze insite nell’impresa scientifica stessa.

In conclusione, quando parliamo di scienze è necessario considerare più elementi possibili – una pluralità di voci – perché tutte queste componenti possono (e devono) lavorare insieme, in quanto nessuna di esse vive isolata e in un mondo a parte.

Ciò che si ottiene è una visione delle scienze (e delle tecnologie) più aperta, ampia e completa.

 


 

NOTE:

[1] Possiamo fare un ragionamento simile anche con i termini animale o femminismo.