Fandom e politica, da "The Musk", di P. Bottazzini

Questo brano è tratto da The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista
di P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025

 


 

Dal 2023 Aja Romano su Vox avverte come la pratica politica di Donald Trump abbia permesso di evidenziare una trasformazione nel rapporto tra le figure pubbliche e i loro sostenitori, che si è verificata negli ultimi anni . I personaggi politici intrattengono con il pubblico lo stesso tipo di relazione che intercorre tra i divi dello spettacolo – della musica, del cinema, dello sport – e i loro fan. Uno degli aspetti chiave dell’analisi è l’uso del termine stanning, derivato dalla canzone Stan di Eminem, che racconta la storia di un fan ossessionato dal suo idolo. In ambito politico, il fenomeno dello stanning si manifesta nella difesa incondizionata di un leader, di un eroe disegnato su misura per i bisogni di rivalsa, di protezione, di guida, indipendentemente dalle sue azioni o dichiarazioni. La terra rimane sventurata, e Galileo diventa solo una delle maschere di Snoopy.

Nel caso di Trump, questo atteggiamento ha portato alla creazione di una vera e propria cultura fanatica, dove le critiche non fanno che rafforzare il senso di lealtà tra i suoi sostenitori. È noto che la percezione della verità sia ormai basata su emozioni e fedeltà ideologica, più che su dati verificabili: è possibile che sia sempre stato così, ma in questo momento disponiamo di una maggior numero di strumenti di rilevazione affidabili, per cui possiamo asserire che lo spirito di parte stabilisce il filtro percettivo con cui vengono selezionate le informazioni per la mappatura cognitiva dell’attualità. Questo vaglio delle evidenze viene esercitato dal retroterra ideologico di tutti, soprattutto quando non se ne ha consapevolezza, o quando si ritiene che la propria visione del mondo sia governata dalla trasparenza della verità o della razionalità – come accade anche a Musk e ai suoi fan .

Trump e altri leader populisti hanno trasformato la politica in un’esperienza simile a quella di un grande evento mediatico. Il successo dell’attuale presidente USA non si basa sui programmi, quanto sulla capacità di vendere una narrazione accattivante, l’immagine dell’«outsider» che combatte contro le élite corrotte, alimentando il mito di se stesso come eroe del popolo. Questo schema narrativo è ricorrente in molte culture fan, dove il protagonista è spesso un individuo emarginato che sfida il sistema e vince contro ogni aspettativa.

Happer, Hoskins e Merrin hanno mostrato che il terreno di costruzione del consenso attorno alla figura di Trump è quello dei meme e dei social media, molto più che quello dei media tradizionali – dove la contestazione su base razionale e fattuale delle notizie false, e delle menzogne divulgate dal presidente e dai suoi collaboratori, è risultata inefficace sia durante la campagna elettorale del 2016, sia nel corso dei primi quattro anni di governo. La vera guerra scatenata da e contro Trump non viene combattuta sui media istituzionali, ma nelle trincee delle vignette di pessimo gusto partorite dai forum di 4chan e condivise in milioni di repliche sulle bacheche prima di Facebook, ora di X.com, di Instagram e di TikTok. Da questa indagine, William Merrin può trarre la conclusione che l’ultimo decennio ha sostituito le pubbliche relazioni tradizionali tra la Casa Bianca e la stampa con un nuovo canale di comunicazione privilegiato, e un nuovo metodo di coinvolgimento dell’opinione pubblica, che è la politica dei troll: i nuovi eroi derivano dalle figure della cultura online che si divertono a provocare e a suscitare controversie verbali furiose, con scambi accesi, insulti personali, e del tutto inconcludenti. Ogni epoca, e forse ognuno di noi, ha le armi, i cavalieri, le donne e gli amori – gli eroi – che si merita.

Non si tratta di un meccanismo solo americano o europeo. Uno degli studi più interessanti sulla relazione che intercorre tra consenso politico e fandom è l’indagine condotta da Shouzhi Xia sulle attività messe in opera dalla Lega dei Giovani Comunisti Cinesi su Weibo, uno dei più grandi social media che opera oltre la Grande Muraglia.

L’esame riguarda il modo in cui l’ala giovanile del partito di governo ha coinvolto gli idoli pop affinché appassionassero i loro follower a temi nazionalistici, con connotazioni sia di orgoglio patriottico, sia di odio contro bersagli indicati come avversari.

 


 

RIFERMENTI BIBLIOGRAFICI:

The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, P. Bottazzini, Bietti Editore, 2025


"La grazia" di P. Sorrentino e la riduzione matematica

Nel suo ultimo film, La grazia, Paolo Sorrentino racconta per parole e immagini, il dilemma giuridico ed esistenziale di un Presidente della Repubblica Italiana, Mariano De Santis. De Santis è soprannominato Cemento Armato per la sua inflessibilità, il carattere inamovibile e una discreta dose di immobilismo alla maniera democristiana, in fine di mandato.

Il dilemma di De Santis – che era stato giurista e magistrato - riguarda delle decisioni, la prima su due domande di grazia e la seconda sull’approvazione del testo di legge sull’eutanasia, da licenziare per la discussione finale alle Camere.

Nel primo caso si tratta di scegliere a chi dei due candidati proposti dal Ministero della Giustizia concedere la grazia; nel secondo caso, la decisione è più sottile e delicata perché il tema tocca questioni giuridiche, morali e di equilibri politici e offre, anche, l’alternativa di non prendere la decisione, di lasciare la patata bollente nelle mani del suo successore – come aveva già fatto il suo predecessore (e come sta facendo, oggi, la Commissione Affari Sociali con l’aiuto complice del Presidente del CNR. Ne abbiamo parlato qui).

Vogliamo provare, qui di seguito, a dare un taglio interpretativo diverso, ispirato al pensiero di Calamandrei e di Husserl, che fa emergere delle prospettive di primo acchito inattese.

Lo storico e il giudice

Secondo Piero Calamandrei [1], il lavoro dello storico e quello del giudice hanno molti punti in comune perché entrambi lavorano su fatti accaduti nel passato, di cui la documentazione può essere rada, incerta, confusa e confusiva, falsa o finta [2], cercano tracce per renderli consistenti, coerenti internamente e con il contesto storico e sociale.

Entrambi, una volta trovata una soddisfacente dimensione di validità dell’accaduto, devono fare lo sforzo di sussumerlo[3], di farlo rientrare all’interno di una teoria: per lo storico, si tratta di una ipotesi di svolgimento della storia, per il giudice, invece, è la legge.

Teoria storica e teoria scientifica: due riduzioni razionali

Lo storico può essere considerato a tutti gli effetti uno scienziato. Uno storico e un fisico, allo stesso modo, costruiscono teorie che cercano di descrivere la realtà, teorie che hanno sia una dimensione “scientifica” che una dimensione sociale, che sono a loro volta storicizzate e modulate secondo gli stili di pensiero correnti.

Ed entrambi, lo storico e il fisico, tentano di sussumere, di far rientrare, dei fatti storici e scientifici all’interno di teorie e di leggi matematiche, visioni trascendenti e idealizzate[4] della realtà fenomenologica, del mondo delle cose e della vita.

I fatti, le leggi e Paolo Sorrentino

Cosa c’entra tutto questo con il – bellissimo - film di Sorrentino, La grazia [5]?

Nel film, il Presidente Mariano De Santis è autore di un notissimo e famigerato manuale di diritto penale, un testo di 2.046 pagine, definito «la scalata dell’impossibile: trovare la verità nel codice penale». In realtà, dalla sceneggiatura, emerge che il manuale sembra più un tentativo di sussumere ogni fatto criminoso o presunto tale all’interno della legge penale.

Un tentativo di non lasciare spazi grigi, di incertezza, nell’interpretazione giuridica (e giudiziale) del fatto, allo stesso modo in cui i fisici cercano di disegnare delle teorie – con le relative leggi matematiche - le più generali possibili, delle teorie del tutto, e attraverso un duro lavoro di razionalizzazione, di semplificazione, di euristica, cercano di far rientrare un fatto scientifico all’interno della teoria.

Plasticità e dimensione storica delle leggi, giuridiche e scientifiche

Senza fare spoiling, Sorrentino mette in scena l’emergere di due dimensioni della legge (e del lavoro del giudice e del legislatore) che possiamo assumere valide anche per le leggi e le teorie scientifiche (fisiche o storiche che siano), facendo leva sui paralleli visti poco sopra:

- la plasticità del lavoro giudiziale – e, per traslazione – scientifico, rispetto al contesto storico; plasticità che fa assumere forme e significati diversi alle leggi e alle teorie in contesti storici e sociali differenti

- la non completezza dell’impianto normativo, legislativo e delle teorie scientifiche, che tenta di incastonare in riduzioni matematiche o logiche tutto il mondo delle cose e della vita.

Plasticità e incompletezza che mostrano la sostanziale inadeguatezza delle razionalizzazioni e delle formulazioni matematiche della realtà, nella riduzione dei fenomeni. Inadeguatezza che richiede l’intervento dell’intuizione umana, di una interpretazione non riduzionista per dare significato e senso ai fenomeni.

Stressare i concetti normativi per estendere il senso delle teorie

Il passo audace del Presidente De Santis non è solo quello di prendere delle decisioni inaspettate – che contraddicono la sua fama di “Cemento Armato”, di immobilista bloccato dalla normazione intransigente e riduzionista del suo manuale – ma

- di cogliere nell’agonia e nella morte di un vivente (non umano) il segnale di una possibilità di coscienza e di consapevolezza individuali, che trascendono le leggi “scritte nella pietra”,

- di comprendere e di assimilare la dimensione storica e sociale della legge,

- di stressare un concetto legale quale quello di legittima difesa, con l’aggiunta dell’aggettivo “preventiva” che ne torce (ma non distorce) il senso in modo rivoluzionario e più vicino alla realtà contemporanea,

e, infine, di anticipare – con le proprie decisioni sulle grazie e sulla legge sul fine vita – l’evoluzione storica della legge.

Il personaggio De Santis, giurista, lo fa allo stesso modo di uno scienziato che dà una interpretazione intuitiva ed estensiva della realtà, più ricca della sua formulazione matematica, e poi – solo poi - la riporta ad una legge descrittiva con un’operazione di idealizzazione trascendente.

 


 

NOTE:

[1] Cfr. P. Calamandrei, Il giudice e lo storico, Rivista di diritto processuale e civile, Vol. XVI, Parte I, 1939

[2] Per una interessante trattazione del vero, del falso e del finto nei documenti storici, cfr. T. Frank, Falso e verità nella politica medievale e moderna, in Vere storie di medioevi falsi, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 2023

[3] Sussumere un fatto nella legge, per Calamandrei, significa trovare un modo adeguato per definire il fatto in termini di articoli di legge (cfr. cit.)

[4] Cfr. E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, 2015

[5] Di cui lasciamo a persone competenti le letture artistica, sulle relazioni familiari, psicologica e di approccio al tema del fine vita


Il prestigio sociale digitale - Prima parte

Questo è il sesto[1] della serie di articoli dedicata al tema delle comunità sociali digitali.

Se ancora non l’avete fatto, vi invito a leggere i precedenti articoli, in quanto propedeutici alla comprensione di questo e di quelli che seguiranno.
Ricordate: è altrettanto importante la lettura delle note.

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In questo articolo avvieremo un’analisi mirata a comprendere l’importanza ricoperta dal prestigio all’interno di tutte le comunità sociali digitali.

Buona lettura.

 


 

Contesto e variabili del prestigio sociale digitale

Sono individuabili almeno due variabili che assumono particolare importanza per l’attribuzione del prestigio tra utenti delle piattaforme sociali digitali:

  1. il numero di utenti connessi ad un profilo, la cui importanza è di facile interpretazione: più è alto il numero di “amici” o “follower” che un profilo possiede, più questo profilo può apparire agli altri in possesso di un maggiore prestigio sociale positivo;
  2. il prestigio che viene attribuito da un utente ad ogni singolo follower di un determinato profilo che osserva. Il valore qualitativo che un profilo trae da questo prestigio posseduto dai propri follower è ben più importante: essi, seguendolo, dichiarano di fronte ai propri rispettivi follower il loro interesse[2] per questo profilo che seguono, e perciò ne risultano indirettamente garanti della qualità.

Queste due dinamiche del prestigio sono centrali per la reputazione e per l’appetibilità di ciascun profilo utente. La reputazione di un profilo si forma dunque sia quantitativamente, per il numero di follower da esso posseduti, che qualitativamente attraverso la reputazione di chi è un suo follower.

Appetibilità: tra variabili del prestigio e algoritmo

Inoltre, è a partire da queste variabili che l’algoritmo che regola la piattaforma sociale digitale si fa “suggeritore” di interesse e dunque propagatore dell’appetibilità di un profilo agli eventuali potenziali nuovi follower che ricadono nella rete più ampia di interesse sociale di specifici e determinati altri profili di cui sono follower.

Il profilo utente può sì maturare un proprio prestigio sociale attraverso la metrica quantitativa tipica del punto 1:

sono molto seguito, perciò maggiormente interessante per gli altri utenti;

ma questo stesso valore raggiunge maggiore solidità attraverso la reputazione ottenuta internamente alla rete di specifici circoli di interesse socioculturale tipici del punto 2:

questo profilo è seguito da quell’altro specifico profilo che gode da parte mia di una certa e buona reputazione, all’interno di un ambiente socioculturale di mio interesse; dunque, essendo d’interesse per un membro di prestigio della comunità di mio interesse, anch’esso è per me potenzialmente interessante e, dunque, da seguire.

Il prestigio sociale digitale potrebbe dunque essere inteso come il prodotto del valore di reputazione, a sua volta derivante dal riconoscimento altrui di questi valori quantitativi e qualitativi appena descritti. Così interpretato, il prestigio è sempre qualcosa attribuito dagli altri e non necessariamente ottenuto individualmente e meccanicamente. L’algoritmo si occupa infine della propagazione dell’appetibilità attraverso il suggerimento ad ulteriori profili con in comune uno o più profili di cui sono follower.

La “follow-chain

Sappiamo ora che entrambe le dinamiche descritte incidono direttamente sugli aspetti della visibilità e della notorietà, dunque sulla raggiungibilità, di un dato profilo. Ciò avviene attraverso l’algoritmo gestionale della piattaforma sociale digitale, il quale si occupa della valutazione meccanica della reputazione di ciascun profilo in termini di interesse potenziale per gli altri profili che gli sono prossimi per connessione. L’algoritmo così valuta di “suggerire” a quegli altri profili un determinato profilo per la quantità e la qualità di connessioni che esso possiede.

L’algoritmo ha una funzione di diffusione.

La meccanica dell’essere followed by è la principale ad essere utilizzata dall’algoritmo della piattaforma per suggerire connessioni ai follower dei nostri follower.

La connessione con un nuovo profilo si rende quindi possibile, oltre che attraverso la ricerca diretta, anche attraverso la comparsa di un “suggerimento” di interesse, dunque attraverso la promozione algoritmica di una catena in cui è sempre la qualità di ciascun nuovo follower posseduto a amplificare la propria visibilità presso i suoi rispettivi follower.

Prestigio sociale digitale: generazione del valore

Questo aspetto delle dinamiche del prestigio ci è qui necessario a far emergere la conversione di valore di prestigio grazie alla combinazione tra numero dei follower diretti al profilo e presenza in essi di follower che sono anche followed by da parte di chi vede il profilo. Se chi osserva un determinato profilo (casomai suggerito), vede che questo è followed by da profili di cui l’osservatore è follower, sarà portato a ritenere “di prestigio” quel profilo che osserva. Ancora di più questa attribuzione di prestigio si accentua quando questo profilo osservato ha ottenuto un riconoscimento che il suo osservatore non ha a propria volta ottenuto da parte di quell’altro profilo che già riconosce come “di prestigio”, di cui è follower ma non followed by.

Modello aspirazionale

Sia nel caso della reciprocità, cioè del riconoscimento tramite follow bidirezionalmente instaurato, che in quello della sua assenza, l’interesse per il prestigio è comunque governato da dinamiche proprie del modello aspirazionale.

Se nel caso della reciprocità il riconoscimento prende la forma della parità, ossia del riconoscersi come pari, nell’altro caso ci troviamo di fronte all’aspirazione al proprio riconoscimento, perciò alla ricerca e all’attesa di un riconoscimento di quella volontà di adesione e/o partecipazione, diretta o indiretta, all’insieme dei valori che caratterizzano chi seguiamo e riteniamo di prestigio. Il riconoscimento da parte di chi riconosciamo essere in possesso di valori di nostro interesse, è un passo verso la realizzazione di quell’aspirazione ad essere inclusi in una cerchia che gode di un determinato status, a cui, evidentemente, aspiriamo.

Per chi pone valore nel prestigio sociale digitale, il traguardo ideale sarebbe il raggiungimento dell’autoportanza dell’afflusso costante di interesse direzionato verso di sé e verso i propri contenuti, da parte degli utenti e dell’algoritmo suggeritore: molti follower ottenuti in stato di totale emancipazione dalla coltivazione di una reciprocità con profili non ritenuti di pari prestigio.

 


 

NOTE:

[1] Qui i link al primo, al secondo, al terzo, al quarto e al quinto articolo.

[2] Ricordiamoci che ogni forma di interesse espresso con il proprio follow è una forma di riconoscimento di valore verso il profilo seguito. Si veda il terzo articolo.


La legge italiana sul fine vita fermata da una macchina che c'è e non c'è

La legge italiana sul suicidio assistito - o, nelle diverse possibili declinazioni, “in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, “sul suicidio medicalmente assistito” – sta facendo un percorso molto tortuoso, quali poche altre leggi nazionali hanno fatto.

Il dato di fatto è che oggi: 

- in virtù della sentenza n. 242 della Corte Costituzionale (quella riferita al cosiddetto "caso Dj Fabo"), dal 2019 il suicidio medicalmente assistito non è punibile in tutta Italia per chi soddisfa i requisiti di essere affetto da patologia irreversibile e con prognosi infausta o esser dipendente da trattamenti di sostegno vitale, di soffrire di dolori fisici o psicologici considerati intollerabili dal soggetto stesso, di essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli;

- solo due regioni, la Toscana e la Sardegna[1] – seppur in modo diverso – si sono dotate di un impianto legislativo che regolamenti tempi e procedure delle strutture sanitarie per assicurare ai soggetti che soddisfano questi requisiti il diritto a porre volontariamente fine alla propria vita;

- la sentenza e le leggi chiariscono che l’atto non può essere compiuto da terzi ma solo, in modo fattuale dal soggetto malato.

Una legge organica non c’è ancora; dal 2019 sono state presentate 6 tra modifiche al codice penale (approvate) e proposte di legge. L’ultima proposta organica è del 2022, ad opera del senatore Bazoli. Dal 2022, la legge è stata emendata, rimandata alla commissione, discussa preliminarmente, rivista e riproposta in forma estremamente riduttiva – che taglia fuori il Servizio Sanitario Nazionale – e, infine, portata alla Commissione Affari Sociali per una valutazione preliminare alla discussione in Aula. 

E qui entra in causa la macchina del CNR che – come il gatto di Shroedinger – c’è e, contemporaneamente, non c’è.

La macchina è quella che a marzo di quest’anno, ha permesso a una donna toscana, chiamata convenzionalmente Libera, di togliersi la vita con un atto volontario autonomo, pur essendo paraplegica. La macchina, progettata e realizzata dal CNR ha «un sistema di puntamento oculare interfacciato con una pompa infusionale, Libera ha potuto attivare autonomamente l'infusione endovenosa del farmaco, superando l'ostacolo della tetraparesi spastica del corpo che le impediva qualsiasi movimento, compreso quello necessario per premere il tasto di attivazione del macchinario solitamente usato per questa procedura»[2].

Ora, a fine maggio, la Commissione Affari Sociali del Senato, ha interpellato il Andrea Lenzi, il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) per approfondire il tema della macchina prima di dare l’assenso alla discussione parlamentare del disegno di legge, in sostanza per sapere se esistessero dispositivi per permettere l’accesso alla pratica del suicidio assistito anche alle persone completamente paralizzate.

Ed ecco che la macchina è sparita. Lenzi sostiene, durante l’audizione, che non sono disponibili dispositivi conformi alle norme europee, e di non essere a conoscenza di studi o sperimentazioni per costruirli.

Non è la prima volta che Lenzi fa il gioco di prestigio con questa macchina costruita dallo stesso CNR su richiesta del tribunale di Firenze; già nel febbraio 2026 l’aveva qualificata come un prototipo facendo leva su distinzioni pretestuose e ne aveva negato la possibilità di utilizzo.

Ma, nonostante i tentativi di Lenzi di far collassare la macchina nello stato quantistico della “non esistenza”, una dura lettera di protesta di quattordici consiglieri del CNR, lettera che dice testualmente: «Come rappresentanti delle comunità scientifiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente il nostro disagio per le dichiarazioni rese dal Presidente Andrea Lenzi di fronte alle Commissioni riunite del Senato 2ª Giustizia e 10ª Affari Sociali, Sanità e Lavoro. Quanto riportato dal Presidente si è rivelato essere una rappresentazione non corretta dell’effettivo coinvolgimento dell’Ente a seguito dell’ordinanza del Tribunale di Firenze sul diritto ad autodeterminarsi nelle scelte terapeutiche in materia di fine vita» la fa riapparire, come per magia.

D’altra parte, l’evidenza dell’atto volontario di “Libera” sembra essere la prova fattuale dell’esistenza di questo attante misterioso.

Il risultato delle dichiarazioni di Lenzi in Commissione è che la proposta di legge è stata rinviata alle commissioni parlamentari per essere riesaminata e – quasi certamente – non riemergerà in tempo per essere oggetto di esame in Aula prima della fine della legislatura.

La macchina, in poche parole, sembra aver fatto il suo dovere, una volta realizzata: esistere e operare in linea con la legge secondo la quale è stata costruita.

La macchina. Non sembra aver fatto il suo dovere, invece, il capo dei suoi creatori, che ne ha negato l’esistenza [3] per perseguire l’orientamento politico e religioso, proprio e di una certa maggioranza, a scapito della legge.

 


 

NOTE:

[1] In realtà ci sono, in atto, iniziative legislative da parte di numerose regioni, in molti casi sotto verifica da parte della Corte Costituzionale. Per un quadro completo e dettagliato, si veda qui.

[2] Sky News 25 marzo 2026.

[3] Rimandiamo a H. Frankfurt, On bullshit, Princeton University, 1996, per approfondire il modo di esprimersi di Lenzi.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Il capo del CNR sta ostacolando la legge sul suicidio assistito, Il Post, 3 luglio 2026 

Fine vita, morta Libera: è il primo caso con dispositivo a comando oculare, Sky News 25 marzo 2026

Suicidio medicalmente assistito in Italia: panorama normativo e sviluppi recenti, UPO Aging Project, 20 agosto 2025

La disciplina del fine vita in Italia, Biodiritto


Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica "Magnifica Humanitas"

Ricerca delle istanze morali in Leone XIV

Il Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica, ossia il suo primo atto dottrinale formale. L’enciclica è intitolata Magnifica Humanitas, riprendendo, come di consueto, le parole che la aprono: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme»[1].

Leone richiama esplicitamente il testo Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e – in continuità con il predecessore Francesco (Laudato si’, 2015) affronta le nuove “cose nuove” di oggi: il digitale, la robotica, l’intelligenza artificiale, il nucleare – che è nuovamente nuovo, nella possibilità di un rilancio per la produzione di energia – le biotecnologie.

Lasciando il campo dell’analisi epistemologica e tecno-politica a Paolo Bottazzini, cerchiamo, qui, di far emergere le principali istanze morali di Leone sul tema delle “cose nuove”, di scavare sotto al tipico linguaggio pontificio, e trovare quali siano i principi morali che animano l’enciclica.

Il tema portante su cui si sviluppa del testo di Leone è esplicito, diretto e non ammantato della consueta prudenza pontificia. 

Possiamo sintetizzare questo asse portante in poche parole: 

le “cose nuove” sono strumenti di dominio e sono nelle mani di pochi soggetti privati, «spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (M.H, 5) soggetti con un potere economico e di azione enorme, difficile da delineare nel suo complesso[2].

Qual è il problema, per Leone? 

Già nei primi punti dell’Enciclica mette a fuoco che se queste “cose nuove” sono motori di cambiamento e di sviluppo, il fatto che siano in mani private – senza alcun controllo sul loro utilizzo - espone al rischio di «lasciare indietro interi popoli» (M.H, 12).

    • Da questo punto e dal successivo (M.H. 13) si delinea la prima istanza morale di Leone, che si pone oltre tutta la dottrina sociale cattolica-romana, assimilando : «costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire”».
  • La seconda istanza morale emerge poche righe più avanti, quando Leone parla di sussidiarietà, strumento per fare crescere «stabilità, prosperità e pace»[3].

Ecco, una volta posti questi due cardini morali, Leone delinea alcuni impulsi etici, finalizzati a realizzare le due istanze morali, che ci sembrano assai innovativi: il Papa suggerisce che «costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa», e cita, in quest’ordine, «scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede»; è significativo che i primi della lista siano gli scienziati e i ricercatori, seguiti a ruota dagli imprenditori. 

Un ruolo politico, non neutrale, delle scienze

Di fatto, Leone riconosce un ruolo politico critico – tutt’altro che neutrale – alle scienze e ai suoi operatori, così come lo attribuisce alle tecnologie – nel loro essere motori di sviluppo.

Il Papa sembra quindi cogliere la visione unica di «progettazione responsabile» (M.H., 14) delle scienze e delle tecniche, e sussumerle in un unicum epistemico e operativo. 

Unicum in cui «ricerca e industria» si debbano assumere la responsabilità di essere «orientate alla giustizia e alla pace», attraverso - ripetiamo - «progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili». (Cit.)

Ci pare che Leone, in questi passaggi, conforti quello che sosteniamo da tempo. 

Che scienze e tecnologie non siano mai neutrali, che chi fa le scienze e le tecnologie deve guardare sempre oltre il proprio naso, oltre il risultato immediato della ricerca e prendersi la responsabilità di fare o di non fare.

Una terza istanza morale 

Ancora in linea con Francesco (Laudato Sì), che utilizza come leva di legittimazione del suo ragionamento, Leone XIV richiama il tema del paradigma tecnocratico che riduce tutto ad oggetto di dominio e trasforma l’umano in risorsa e scarto (Cit.). Questa leva serve a Leone per affermare che scienze e tecniche debbano lavorare per la «dignità della persona» (e fino a qui resta sulla linea tradizionale della Chiesa), per la «destinazione universale dei beni» e per l’«opzione per i poveri»

Questa ci sembra essere l’istanza morale più forte e rivoluzionaria di Leone: l’obiettivo di una più omogenea e giusta redistribuzione della ricchezza e delle opportunità generate dalle “cose nuove”, condannandone[4] la concentrazione nelle mani di pochi e il problema correlato della crescente disparità di salari e di opportunità tra chi detiene le tecniche e chi – con le proprie mani – le fa o le usa.

Il ruolo della chiesa e degli stati

A differenza di una grande parte della comunità scientifica, il Papa sembra non aver paura di sporcarsi le mani con la politica.

Da una parte, infatti, incita gli stati (63) a «garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile», ad «armonizzare con giustizia i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli», in sostanza a non dimenticare il proprio fondamentale ruolo sociale in nome del liberismo selvaggio, e a ricordare che se la tecnologia e la conoscenza – da cui dipende la ricchezza delle nazioni - restano nelle mani di pochi, si perdono la giusta distribuzione dei beni e il fiorire degli individui.

Dall’altra parte, però, coraggiosamente e pure ricordando che la Chiesa non deve sostituirsi al potere politico (21), afferma che se il potere politico non risponde ai drammi dell’umanità e se l’economia e le scienze si muovono contro la persona – e quindi contro le istanze morali che abbiamo delineato – è compito delle religioni, e della Chiesa cattolica per prima, far sentir la propria voce (27). 

Come si può concludere?

Inferiamo un ruolo attivo della Chiesa Cattolica guidata da Leone XIV orientato – secondo le sue parole - a favorire il passaggio delle decisioni sulle scelte tecnologiche dalle mani di quei pochi ad un processo condiviso con diversi attori e stakeholder, tra i quali spicca chi ha meno opportunità, un processo orientato al bene comune, al “fiorire” e ad evitare le concentrazioni di potere e di ricchezze.

 


 

NOTE:

[1] In questo caso, il titolo è in latino pur non essendoci ancora una traduzione latina e non iniziando il testo nemmeno con le prime parole in latino, come viene fatto solitamente.

[2] Niente di nuovo, possiamo dire, c’è una letteratura imponente su questo tema, da Zizeck a Mulieri, ma che lo dica in questo modo diretto il Papa è un fatto abbastanza rilevante e nuovo.

[3] Due principi morali che ricordano molto il concetto di più ampie e omogenee opportunità sviluppato da A. Sen.

[4] Riprendendo qui – e utilizzandolo a proprio uso e consumo - un insospettabile Pio XI.


La Babele dell’I.A.

Marx e le icone bibliche

Leone XIV sembra concordare con il Marx dei Grundrisse che le macchine non possano essere racchiuse nel dominio della tecnica, ma debbano essere pensate come una cristallizzazione di rapporti sociali. L’automazione trasforma in ingranaggi e in procedure normalizzate un sapere che è maturato nelle pratiche dei lavoratori, con le operazioni di produzione e nell’interazione con i clienti. I vantaggi che derivano dalla robotizzazione della conoscenza però vengono accumulati solo dai padroni dei dispositivi, mentre tutti gli altri ne restano espropriati, insieme alla perdita del lavoro e all’emarginazione dalla comunità. 

L’analisi dell’ambiente tecnologico contemporaneo per il Pontefice deve quindi passare da una ricognizione degli effetti che le piattaforme digitali iscrivono sui rapporti tra nazioni, sulla dialettica tra finanzia, impresa e lavoro, sui comportamenti interni alle famiglie, sulla formazione scolastica. I due riferimenti biblici che vengono invocati nell’Enciclica riguardano due opere di tecnologia edilizia che collocano la comunità al centro dell’impresa: la Torre di Babele e la ricostruzione delle Mura di Gerusalemme. Nel primo caso la tracotanza del progetto si conclude con il fallimento dell’iniziativa e con la dissoluzione della società, che si frammenta in una pluralità di lingue e di fazioni incapaci di comprendersi tra loro. La seconda icona invece rievoca la figura di Neemia, l’uomo della preghiera e della mediazione, che consegna una nuova identità al popolo di Israele attraverso la ricerca pragmatica della concordia. 

I software di intelligenza artificiale di più largo impiego, gli LLM come ChatGPT, Claude o DeepSeek, somigliano più alla Torre di Babele che all’abilità diplomatica di Neemia. Il loro sviluppo sollecita l’accumulo di un corpus di testi, esteso idealmente quanto la produzione scritta di tutta l’umanità, per il training della macchina; eppure il programma non aspira ad alcuna comprensione semantica del contenuto del database. Il costo di generazione dei modelli fondamentali trincera un piccolo oligopolio di imprese dalla concorrenza, con uno sbarramento finanziario invalicabile; al contempo assicura all’aristocrazia dei loro azionisti una rendita di centinaia di miliardi di dollari. 

La rincorsa al controllo di ricchezze smisurate, la razzia di un archivio di dati su documenti e su individui, privo di paragone in alcuna istituzione pubblica lungo la storia dell’umanità, la pretesa di costruire un’intelligenza generale paragonabile (se non superiore) a quella della mente umana – sono gli indizi dell’ambizione da parte di un’élite di tecnici, pirati della finanza, ideologi dello spirito hacker e del “capitalismo della frammentazione”, di stagliarsi al di sopra delle leggi dell’umanità e della natura, di trasformare l’assetto politico delle nazioni, di trascendere i confini biologici assegnati alla finitezza cognitiva ed esistenziale dell’uomo. Il mito dell’“archetipo randiano”, dell’individuo che per il suo talento e per la forza della sua razionalità sperimenta una sorta di ingiunzione morale a procedere oltre le convenzioni sociali e le leggi dello stato, per condurre l’umanità oltre i suoi limiti attuali – insieme all’individualismo della concezione liberale americana, e alla fiducia nella portata redentrice della tecnologia – possono essere lette, attraverso la lente dell’archetipo della Torre di Babele, come l’espressione di una hybris che innalza gli innovatori della Silicon Valley alla mandorla di Dio pantocrate. 

Tecnologia politica

La concertazione di Neemia, la sua pazienza, la sua costruzione pezzo per pezzo, occasione per occasione, di una comunità attraverso pragmatismo e sapienza, non rilevano alcuna analogia con l’atteggiamento suprematista degli imprenditori californiani. Nell’Enciclica la riflessione sulla ricostruzione delle Mura di Gerusalemme è marginale, suona come una sorta di contrappunto dialettico, persino nostalgico, rispetto ad una realtà dove i muscoli della finanza e delle armi sembrano ormai essersi impadroniti della scena internazionale, a discapito di ogni altra forma di ragione. Babele è la realtà, Neemia è l’utopia che si deve materializzare.

Leone XIV condanna le forme di gnosticismo tecnologico che si sono condensate negli ambienti intellettuali e tecnologici della Silicon Valley. Le varie escatologie transumaniste del singolarismo, dell’estropianesimo, del cosmismo, del razionalismo, del postumanismo, dell’altruismo efficace, confidano nell’evoluzione delle macchine per strappare l’umanità (in senso collettivo e distributivo, a volte nella sua totalità, a volte a vantaggio solo di un’enclave di soggetti eccezionali) dalla tirannia della morte e dell’infelicità terrena. Un vate della tecnologia digitale come Ray Kurzweil ha predetto che il simbionte uomo-macchina si realizzerà prima della fine di questo secolo, e che il destino degli individui si materializzerà nella migrazione progressiva in un corpo di silicio: il composto, sempre più artificiale e sempre meno naturale, sempre meno caduco e sempre più rinnovabile, conserverà in eterno la personalità (e la coscienza) individuale, espandendola con una potenza di calcolo che renderà infinita anche la portata della sua mente razionale. Una forma di immortalità del corpo e dell’anima che traduce il Verbo messianico nel linguaggio ingegneristico di una profezia digitale, non molto più laica.

Dalle parti di San Francisco Bay la fisicità che ci ha consegnato la natura al momento della nascita è vissuta con un certo imbarazzo, per la sua esposizione alla malattia, all’inefficienza del sonno e della stanchezza, alla debolezza dell’irrazionalità, e naturalmente alla vecchiaia e alla morte. Lo scopo ultimo dell’innovazione tecnologica è porre fine a questo scandalo, trasfigurando l’uomo in un corpo di luce fatto di bit, di risorse di memoria e di intelligenza estendibili all’infinito: questa visione antropologica di ampio respiro si integra con un programma politico che intende sostituire l’impianto politico tradizionale con una nuova concezione della convivenza umana, in cui la sovranità viene sottratta alle istituzioni e consegnata ad un sistema gestionale modellato su quello delle società per azioni, guidate da un amministratore delegato che rimpiazza parlamenti, presidenti e prìncipi – mentre il popolo abbandona la sua autonomia di cittadinanza o di sudditanza, per investirsi nel ruolo di cliente e di consumatore di servizi. La funzionalità operativa soppianta la volontà generale, il dibattito che conduce alla deliberazione viene surrogato dalla proficuità della pianificazione esecutiva, per la quale solo i problemi esplicitabili in termini tecnici vantano una consistena ontologica; su tutto domina la fede che l’evoluzione delle macchine sia un percorso deterministico e ineluttabile (in ogni caso sottratto allo scrutinio pubblico).

Si tratta di un quadro che può apparire distopico o utopico, secondo la simpatia che si prova nei confronti di personaggi come Elon Musk o Peter Thiel (ma anche come Steve Jobs, Ray Kurzweil o Alex Karp); in ogni caso, si deve ammettere che questa sia l’unica visione antropologica, e l’unico progetto politico di ampia portata, partoriti negli ultimi decenni dal mondo occidentale: tutto intorno si distende la vacuità degli organismi politici e delle istituzioni intellettuali, che sembrano cercare modalità di adattamento indolori, piuttosto che esplorare e implementare modelli alternativi.

Purtroppo anche nell’Enciclica manca del tutto un’analisi della tecnologia politica elaborata dalla Silicon Valley (e non solo, se si pensa che il vicepresidente Vance è espressione diretta della lobby digitale): compare solo un ammonimento di circostanza contro l’adorazione degli idoli transumanistici, di moda nei circoli californiani. Non si tenta nemmeno un esame del tipo di macchine elaborate dai vari filoni di ricerca sull’AI, sulle loro possibilità operative e sulle attese suscitate nel pubblico, il disallineamento tra le richieste sottoposte loro e la portata effettiva della loro capacità di risposta. Non si prova a comprendere il significato della forma simbolica incarnata nel mito dell’Intelligenza Artificiale Generale, metà Messia e metà Golem, che costituisce l’orizzonte di riferimento delle promesse del marketing, della fiducia degli investitori, della ricerca ingegneristica.

In assenza di un approfondimento che entri nel merito del significato della tecnologia attuale, che è prima di tutto visione politica e antropologica, gli appelli dell’Encliclica a finalizzare i dispositivi digitali come strumenti della costruzione del bene comune, delle Mura della nuova Gerusalemme, suonano generici e già coperti dal rumore dei futuri annunci, dei prossimi vaticini strillati dagli innovatori della Silicon Valley, e dello stupore e del terrore sollevati dalla corte dei media e del pubblico al loro seguito. L’impiego di dispositivi che consumano energia quanto intere città, e che hanno scalato un valore nominale di centinaia di miliardi di dollari, dovrebbe concorrere al benessere delle famiglie, delle scuole, dei lavoratori, dei giovani di tutto il mondo, sulla sola istanza della buona volontà degli uomini che le gestiscono – e forse anche di quella di coloro che li dovrebbero controllare e che dovrebbero normare i loro comportamenti.

L’auspicio è più che condivisibile, ma per vederne la concretizzazione si deve contare sui buoni rapporti che l’Autore intrattiene con la più referenziata fabbrica di miracoli della storia. Da oltre due millenni la Chiesa stima più la fede che la forza della ragione, e ne è sempre uscita vincente: speriamo ci riesca ancora una volta.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

R. Kurzweil, La singolarità è vicina, Apogeo 2006

K. Marx, Frammento sulle macchine, trad. it. di R. Solmi, in “Quaderni rossi”, 4, 1964. Tratto da Grundrisse der Kritik der Politischen Ökonomie, Dietz Verlag 1953.

Leone XIV, Magnifica Humanitas, Libreria Editrice Vaticana, 2026

Q. Slobodian, il capitalismo della frammentazione, Einaudi 2023.


L’Incomprensibile Paradosso dell'Oro Blu

Ho incontrato un'interessante analisi sul fenomeno della percezione, diffusa in Italia, che l’acqua imbottigliata sia preferibile a quella della rete pubblica; l’analisi è stata proposta dal canale Youtube di Andrea Aschedamini.

Aschedamini è un ingegnere gestionale, imprenditore digitale e content creator italiano. Gestisce un canale YouTube di successo con oltre 100.000 iscritti, dedicato all'analisi di business, all'economia e a storie aziendali curiose, in cui egli decostruisce, analizza e ricostruisce i comportamenti delle aziende, attraverso un approccio diretto, ironico e fortemente analitico.

Qui di seguito vi proponiamo la nostra rilettura dei contenuti di questo interessante video.

 


 

Un’indagine sul mercato dell'acqua in Italia

Ciò che possiamo scoprire attraverso l'indagine svolta da Aschedamini nel video-documento "Perché l’Acqua in Bottiglia è il Business PERFETTO (e noi lo paghiamo)", è che il mercato dell'acqua in bottiglia in Italia non è un semplice settore commerciale, ma una sorta di “allucinazione sistemica”. Nonostante una rete idrica sicura[1], il consumatore italiano ha interiorizzato una narrazione che trasforma un diritto pubblico quasi gratuito in una commodity privata sovrapprezzata. Questo fenomeno rappresenta il fallimento della comunicazione statale a fronte di un'occupazione industriale dell’immaginario mentale collettivo.

Le tesi centrali di questa inchiesta sono le seguenti:

  • L’enorme divario di prezzo (+6.500%) tra acqua di rubinetto e in bottiglia è un’asimmetria priva di basi scientifiche chimico-qualitative, alimentata da strategie di marketing che convertono la sfiducia nelle istituzioni (pain) in profitto per i brand (gain).
  • Il primato italiano nel consumo di acqua minerale imbottigliata (252 litri annui a persona, ovvero 25 volte il consumo di Svezia o Norvegia) riflette l'abdicazione dello Stato nella tutela del bene comune a favore di una struttura antropologica che idolatra il marchio.
  • Il confezionamento in PET ha ridotto l'acqua a un elemento economicamente irrilevante: nel prezzo finale, il liquido incide per meno dello 0,1%, trasformando il settore in un puro business di logistica, packaging e gestione dei rifiuti.

Per validare queste tesi, analizzeremo i dati della struttura dei costi e le dinamiche di posizionamento che governano questo mercato distorto.

L'analisi economica di Andrea Aschedamini: il rincaro del 6.500%

Comprendere le anomalie di questo mercato richiede un’attenta analisi della struttura dei costi. Quando il prezzo di un bene primario si scolla dalla sua utilità marginale, ci troviamo di fronte a una “patologia economica” in cui il marketing agisce come unico regolatore del valore percepito.

L'analisi di Aschedamini rivela una distorsione brutale: il divario di prezzo tra acqua pubblica e in bottiglia tocca circa il 6.567%. È un'asimmetria superiore a quella tra una Panda e una Ferrari (+1.366%), accettata passivamente dai consumatori. È la dimostrazione lampante di come il valore percepito sia slegato dalla materia commercializzata.

I dati sono impietosi. Le multinazionali pagano concessioni irrisorie, circa 1 o 2 euro per ogni 1.000 litri prelevati. La materia prima incide per meno dello 0,1%, mentre il 55% del costo è packaging in PET. Questo squilibrio conferma che il valore percepito sia slegato dalla reale materia acquistata.

Il trasporto di un bene pesante e di scarso valore intrinseco è il vero tallone d'Achille economico. Muovere acqua è meno efficiente di qualsiasi altra merce, rendendo la logistica il fattore dominante del prezzo. L'intera industria si configura come un business di movimentazione merci, ribadendo che il valore percepito sia slegato dalla sostanza liquida.

Il meccanismo del marketing: tra "Pain" e "Gain"

La potenza del marketing[2] risiede nella capacità di colonizzare i vuoti lasciati dall'informazione pubblica. Laddove lo Stato non rassicura sulla salubrità dell'acqua di rete, l'industria privata si inserisce con una narrazione di “purezza” del proprio prodotto che maschera un'operazione di puro arbitraggio psicologico.

Il marketing crea sfiducia nelle tubature condominiali (il "pain") per vendere la bottiglia come rifugio sicuro. La marca diventa garanzia privata contro una presunta inefficienza pubblica, capitalizzando sull'incertezza. Questo meccanismo conferma come la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.

Promesse di "purezza originaria" della fonte da cui si approvvigiona il brand o formule quali i “bassi residui fissi” occupano spazi mentali specifici, nonostante la loro irrilevanza clinica in una dieta equilibrata[3]. Si vende un beneficio (il "gain") che la scienza smentisce come trascurabile. Ciò attesta che la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.

Il marketing sposta l'ancora cognitiva: il confronto non è con l'acqua di rete, ma con bibite come Cola o Fanta. A 0,25€, la bottiglia appare un "regalo", celando un rincaro di migliaia di volte rispetto al rubinetto. È l'ultima conferma che la scelta d'acquisto sia guidata da una percezione costruita e non da necessità biologica.

Prospettiva antropologica e sociale: l'acqua imbottigliata come conseguenza di una società sfiduciata

Proviamo a decostruire il consumo di acqua in bottiglia rileggendolo non come scelta razionale, ma come rituale collettivo. In Italia, l'atto di acquistare acqua confezionata è diventato un comportamento strutturato che rivela la gerarchia dei valori di una società atomizzata.

L'approccio strutturale britannico legge il consumo come organizzazione sociale, mentre il simbolismo statunitense punta sul brand. In Italia, la bottiglia ha sostituito il pozzo pubblico, mutando la struttura del rito quotidiano. Questa transizione riconduce il consumo di acqua confezionata a una dinamica di comportamento sociale strutturato.

L'osservazione dei consumatori rivela che l'abbandono delle fonti pubbliche è un sintomo di diffidenza verso le istituzioni comuni. La bottiglia è un feticcio di autonomia individuale in un sistema che ha smesso di credere nel bene condiviso.

La lente del giornalismo investigativo: svelare il "non detto"

Il giornalismo d'inchiesta deve agire come "cane da guardia" contro gli eccessi di potere del marketing industriale. La sua funzione è squarciare il velo di opacità che avvolge le concessioni pubbliche e le strategie di persuasione occulta che guidano i consumi di massa.

Tramite OSINT e analisi di fonti primarie, emerge il paradosso delle concessioni: privati che estraggono profitti immensi pagando 1€ ogni 600 bottiglie riempite. Solo l'inchiesta mette a nudo questo contrasto tra risorsa pubblica e profitto privato. Questo approccio attesta l'efficacia del metodo investigativo nel decostruire il mercato dell'oro blu.

Oggi, l'inchiesta deve esaminare i dettagli del PET per smascherare il mito dell'acqua-medicina o della necessità. Questo impegno del metodo investigativo è necessario per decostruire il mercato dell'oro blu.

Sintesi finale: il costo della fiducia perduta

L'indagine economica condotta da Andrea Aschedamini, incrociata con l'analisi antropologica, delinea un quadro di alienazione. L'Italia, nazione ricca di sorgenti, ha ceduto la propria sovranità idrica a un sistema che lucra sulla paura e sulla plastica. Il dato del consumo medio pro capite di acqua in bottiglia in Italia (252 litri), è un record grottesco rispetto alla sobrietà dei paesi scandinavi, che rivela la traccia di una patologia culturale profonda.

Il ritorno all'acqua del rubinetto non è solo una scelta di risparmio, ma un atto "anticapitalista" nel senso più puro: è il rifiuto della "pezza" (la commodity) per un problema che non dovrebbe esistere. Bere dal rubinetto significa rigettare la logica del rimedio commerciale a fronte di una infrastruttura pubblica già esistente, sicura e controllata.

La responsabilità del consumatore moderno risiede nel recupero della fiducia nelle istituzioni. Il valore dell'acqua non può abitare in un brand né essere sigillato in un contenitore di PET; deve tornare a essere un diritto universale, sottratto alle logiche di profitto che trasformano una risorsa vitale in un bene di lusso artificiale.

 

 


 

NOTE:

[1] Sulla questione intervengono Ruggero Rullini ed Eva Munter, entrambi divulgatori esperti di chimica.

[2] L'argomento viene approfondito assieme a Gianluca Diegoli, consulente senior e docente IULM in marketing.

[3] Supra, nota 1.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonte principale: "Perché l’Acqua in Bottiglia è il Business PERFETTO (e noi lo paghiamo)" di Andrea Aschedamini: https://youtu.be/w9EBpqW2q1A?si=FaoG1jpmbNXHrkRV

 


Dalla medicina reattiva alla medicina predittiva

Nell’articolo precedente (qui) abbiamo parlato del fatto che – nella pratica medica - il tempo è la prima risorsa che l’I.A. può restituire. 

Ora cerchiamo di mettere a fuoco che cosa si può fare con quel tempo. Come vedremo, la risposta non riguarda solo l’organizzazione del lavoro, ma il modo stesso di intendere la cura.

Quando il problema non è curare meglio, ma capire prima

Ogni medicina clinica, è storicamente reattiva. Si interviene quando un sintomo emerge, quando un parametro supera una soglia, quando una condizione diventa visibile e misurabile.

Questo modello ha funzionato per secoli e funziona ancora oggi, ma chi lavora ogni giorno in ambulatorio o in ospedale, ne conosce anche il limite più evidente: si arriva sempre dopo.

L’intelligenza artificiale non mette in discussione la medicina reattiva: ne evidenzia i confini e apre uno spazio nuovo, che fino a poco tempo fa era difficilmente praticabile: quello della anticipazione.

La reattività come virtù storica (e come limite attuale)

La medicina reattiva è stata una conquista. Basata su segni clinici, diagnosi differenziale e intervento mirato, ha permesso di standardizzare la cura, migliorare gli esiti e ridurre l’arbitrarietà.

Ma questo modello presuppone che:

  • il problema sia già emerso
  • il danno sia almeno in parte avvenuto
  • l’intervento avvenga a valle del processo patologico

Nella pratica quotidiana, questo significa spesso trovarsi a gestire situazioni in cui il margine di manovra è già ridotto. Non per mancanza di competenza, ma per limiti temporali intrinseci al modello.

Molte condizioni cliniche comuni condividono una caratteristica che il medico conosce bene: una fase lunga, silenziosa, poco intercettabile, in cui qualcosa sta cambiando senza ancora produrre segni chiari.

Durante questa fase:

  • i parametri rientrano nella norma
  • i segnali sono aspecifici
  • il quadro non giustifica un intervento

Quando la patologia diventa evidente, spesso il processo è già avviato da tempo.

La medicina predittiva nasce da questa frustrazione professionale ben nota: sapere che qualcosa sta evolvendo, ma non avere strumenti per vederlo prima.

Predire non significa sapere

È importante chiarirlo subito, perché qui nascono molti equivoci.

Medicina predittiva non significa prevedere con certezza, anticipare una diagnosi, eliminare l’incertezza. Significa, invece, lavorare sulla probabilità, sui pattern nel tempo e sulle variazioni sottili ma coerenti.

La predizione non chiude il ragionamento clinico. Lo apre prima.

Il vero cambiamento introdotto dalla medicina predittiva non è tecnologico, ma cognitivo. Il clinico è, infatti, abituato a ragionare su valori singoli, esami puntuali e eventi discreti; l’I.A. lavora invece su serie storiche, combinazioni di parametri e micro-variazioni che acquistano significato solo nel tempo.

Questo cambio di prospettiva non sostituisce il ragionamento clinico, ma lo affianca, offrendo una lettura longitudinale che il singolo sguardo umano fatica a mantenere sotto pressione.

Anticipare per osservare meglio

Un punto centrale, spesso frainteso, è che la predizione non obbliga all’intervento. Anzi, nella maggior parte dei casi non lo richiede affatto, perché il suo valore sta nel permettere un monitoraggio più mirato, una maggiore attenzione su casi specifici e una preparazione migliore del percorso di cura.

In pratica, la medicina predittiva consente di non essere colti di sorpresa, mantenendo il controllo del processo decisionale.

Tuttavia, chi pratica la medicina predittiva incontra una difficoltà nuova: comunicare ciò che non è ancora.

Dire che un paziente sta bene, ma: 

  • mostra un rischio aumentato
  • presenta un pattern da monitorare
  • richiede attenzione nel tempo

è molto più complesso e delicato che comunicare una diagnosi conclamata.

Qui il ruolo del clinico diventa ancora più centrale, non come portatore di certezze, ma come interprete competente dell’incertezza.

Il tempo come vero valore della predizione 

L’impatto della medicina predittiva non si misura solo in accuratezza. Si misura in tempo guadagnato, perché anticipare di mesi – talvolta di anni – una possibile evoluzione significa rallentare il decorso, migliorare la qualità della vita, ridurre decisioni affrettate; in questo senso, la medicina predittiva è una medicina del tempo, non del controllo.

Perché la predizione non può essere automatica 

Proprio perché lavora su probabilità, la predizione non può essere né automatica, né cieca e ancor meno decontestualizzata. 

Ogni informazione predittiva richiede, infatti, il ruolo del clinico in termini di interpretazione clinica, di valutazione di opportunità e di integrazione con valori e limiti: la predizione funziona solo quando resta subordinata al giudizio del medico, non quando lo sostituisce.

Anticipare apre possibilità nuove, ma espone anche a nuovi rischi: sovrainterpretazione, pressione decisionale, medicalizzazione del rischio.

Per questo il passo successivo è inevitabile.

Prima di spingerci oltre, è necessario chiarire limiti, incertezze e responsabilità che accompagnano la predizione.

Anticipare non significa decidere

La medicina predittiva amplia l’orizzonte della cura, ma lo fa introducendo una condizione che il medico conosce bene, anche se in una forma nuova: l’incertezza anticipata.

Se la medicina reattiva gestisce l’incertezza quando il problema è già evidente, la predizione la porta prima, in una fase in cui il quadro clinico non è ancora definito.

Questo spostamento temporale è potente, ma non neutro: di fatto, ogni informazione predittiva è, per sua natura, probabilistica, non descrive ciò che è, ma ciò che potrebbe essere e questo non è un limite tecnico destinato a scomparire, ma una condizione strutturale, poiché i modelli lavorano su popolazioni, i dati sono storici e ogni singolo paziente resta irriducibile.

Chi lavora in clinica lo sa bene: anche con molti dati, il caso concreto quasi mai coincide perfettamente con il modello.

L’incertezza come condizione strutturale 

Pretendere certezza dalla predizione significa chiederle ciò che non può offrire.

Uno dei fraintendimenti più frequenti riguarda l’accuratezza: un modello può essere statisticamente performante e, allo stesso tempo, clinicamente poco utile e la domanda rilevante non è:

  • “quanto è accurato questo modello?”

ma:

  • “che cosa cambia davvero, per questo paziente, se utilizzo questa informazione?”

Possiamo dire che una predizione risulta essere utile solo se è interpretabile, è contestualizzabile e produce conseguenze gestibili, altrimenti resta un dato elegante, ma sterile. 

Il rischio della sovra-interpretazione

Anticipare significa anche esporsi alla tentazione di intervenire troppo presto.

Il rischio è che un segnale predittivo sia trasformi in un allarme eccessivo o in una diagnosi implicita e sia una fonte di ansia anticipatoria.

Questo rischio non riguarda solo il paziente ma, soprattutto, il clinico, quando il contesto è di pressione o di aspettativa elevata. 

E, qui, entra in gioco la responsabilità professionale, che si esprime nel non trasformare una probabilità in destino, non agire solo per ridurre l’incertezza percepita e mantenere la giusta proporzione tra segnale e risposta.

Questo vale perché ogni sistema predittivo eredita i limiti dei dati su cui è costruito e, nella pratica medica, questi limiti sono ben noti:

  • dati incompleti
  • raccolte eterogenee
  • contesti diversi

L’I.A. – contrariamente alle più rosse aspettative, non “corregge” il dato, anzi, lo amplifica.

La responsabilità resta umana

Per questo il medico deve mantenere uno sguardo critico sulla provenienza delle informazioni, sul contesto di utilizzo, sulla trasferibilità al proprio caso clinico.

In questo quadro operativo, la competenza professionale non viene ridotta, ma chiamata in causa con maggiore forza.

E, un punto deve restare fermo, senza ambiguità: la responsabilità clinica non è delegabile. Il medico resta responsabile di accettare o ignorare una predizione, di come comunicarla, di “se e come” agire.

Ci sembra inderogabile che l’I.A. possa supportare il ragionamento, ma non possa, in alcun modo, essere il soggetto che si assume il peso della decisione.

Pensare il contrario non riduce il rischio professionale: lo rende solo meno visibile.

Quando non predire è una scelta clinica 

Tra le altre cose, va ricordato che esistono situazioni in cui la predizione, non modifica la gestione, non migliora l’esito e introduce solo rumore

In questi casi, scegliere di non utilizzare l’informazione predittiva è una decisione clinicamente ed eticamente corretta.

La maturità professionale non si misura dall’uso di tutti gli strumenti disponibili, ma dalla capacità di riconoscere quando uno strumento non aggiunge valore, e un uso maturo della predizione la colloca nel suo spazio corretto, non come indicazione automatica, ma come informazione aggiuntiva.

Questo implica che la predizione deve essere integrata con il quadro clinico, va mantenuta aperta alla revisione e va ricordato che può essere soggetta ad errore.

La predizione, in altre parole, funziona quando amplia il campo delle possibilità senza chiuderlo prematuramente.

Questi confini non ridimensionano la medicina predittiva, la rendono praticabile: riconoscere limiti, incertezze e responsabilità non è un passo indietro, ma la condizione per integrare la predizione senza snaturare la professione.


⁠Le malattie si curano, non si "combattono"

Un articolo pubblicato su Il Post (Giovedì 26 febbraio 2026) si focalizza sull’uso delle metafore belliche nel modo in cui sono descritte le malattie, soprattutto quelle oncologiche, e mette in evidenza i significati psicologici, sociali e comunicativi di questo tipo di lessico. 

La riflessione inizia ricordando la presa di posizione pubblica di Gianluca Vialli, che rifiutò esplicitamente di interpretare la malattia come un “nemico” e le terapie come una “battaglia”, una posizione in netta controtendenza rispetto a un immaginario mitico e linguistico profondamente radicato nella cultura contemporanea “occidentale”[1].

Si osserva, infatti, che le metafore della guerra continuano a dominare il discorso pubblico sulla malattia. 

Le metafore belliche e il giudizio morale implicito

Pazienti, familiari, media e talvolta gli stessi professionisti sanitari ricorrono abitualmente a espressioni come “lottare contro il cancro”, “non arrendersi”, “combattere fino alla fine”. Queste formule sono spesso motivate dall’intento di trasmettere incoraggiamento e speranza, ma risultano problematiche sul piano concettuale e relazionale. Da anni, psicologi, linguisti e studiosi della comunicazione sanitaria ne mettono in luce i limiti, sottolineando come il linguaggio non sia uno strumento neutro, bensì un fattore che contribuisce a strutturare l’esperienza soggettiva della malattia.

In questa prospettiva si colloca anche l’iniziativa “Il senso delle parole”, promossa nel 2021 da una rete di fondazioni e associazioni, tra cui l’AIL, con l’obiettivo di migliorare la qualità della comunicazione nelle relazioni di cura attraverso una riflessione condivisa sul linguaggio.

Il nodo centrale della critica alle metafore belliche risiede nel loro potenziale effetto colpevolizzante. Presentare la malattia come una guerra implica, infatti, una relazione simbolica tra l’esito delle cure e le qualità morali o psicologiche del paziente: la guarigione diventa una vittoria, mentre il peggioramento o la morte rischiano di essere interpretati come una sconfitta personale.

Questo schema narrativo è particolarmente dannoso nei casi di patologie croniche o incurabili, poiché suggerisce implicitamente che l’insuccesso terapeutico dipenda da una mancanza di “forza” o di impegno. 

La psicologa clinica Daniela Morero, citata nell’articolo, evidenzia come tale visione introduca una forma sottile di giudizio morale: chi non guarisce appare, almeno simbolicamente, come qualcuno che non ha combattuto abbastanza. In situazioni di grave sofferenza fisica, l’invito a “resistere” o a “trovare la forza” può risultare non solo inefficace, ma anche umiliante, poiché ignora i limiti reali imposti dalla malattia.

Un ulteriore problema riguarda la pressione sociale implicita in questo modello narrativo. La figura pubblica del malato come esempio di forza, resilienza e ispirazione impone un ideale normativo che non tutti desiderano incarnare. 

L’articolo riporta la testimonianza di persone che rifiutano apertamente questa rappresentazione, rivendicando il diritto a vivere la malattia senza essere trasformate in simboli morali. In questo senso, la retorica bellica rischia di silenziare esperienze più ordinarie e ambivalenti, ostacolando un processo di normalizzazione soprattutto nei casi di malattia cronica.

La riflessione si inserisce in una tradizione teorica che risale almeno al saggio Malattia come metafora (Susan Sontag, Einaudi, 1979). Sontag denunciava l’uso delle metafore come una forma di distorsione dell’esperienza della malattia, definendole “fantasie punitive o sentimentali”. Il suo lavoro mostrava inoltre come l’immaginario bellico fosse influenzato dal contesto politico, ad esempio nella retorica statunitense degli anni Settanta, quando la “guerra al cancro” veniva utilizzata per legittimare politiche sanitarie e investimenti nella ricerca. Pur riconoscendo l’inevitabilità delle metafore, Sontag proponeva un’alternativa meno polarizzante: la metafora della cittadinanza, secondo cui ogni individuo appartiene, prima o poi, sia al “paese dei sani” sia a quello dei malati.

Su questa linea si colloca anche il lavoro della linguista Elena Semino, che studia il linguaggio della comunicazione medica e sottolinea come il problema principale non sia l’uso delle metafore in sé, bensì la loro imposizione. Il suo progetto del “menu delle metafore” nasce dall’analisi delle narrazioni di persone che convivono con il cancro e propone un repertorio flessibile di immagini linguistiche, lasciando al paziente la possibilità di scegliere quelle più adatte alla propria esperienza.

Forza e coraggio come elementi empatici

Tuttavia, va ricordato che l’uso di metafore belliche non è sempre e necessariamente inappropriato. In alcuni contesti, ad esempio nel caso di bambini gravemente malati o di pazienti in condizioni critiche, attribuire valore alla “forza” o al “coraggio” può rappresentare un gesto empatico, volto a restituire simbolicamente dignità e riconoscimento in una condizione di estrema vulnerabilità. 

Analogamente, in alcune fasi iniziali della diagnosi, un linguaggio motivazionale – utilizzato con molta cautela - può aiutare pazienti in stato depressivo ad aderire alle cure. 

Effetti negativi della metafora bellica

Uno degli effetti più rilevanti riguarda la difficoltà di affrontare temi delicati come il passaggio alle cure palliative. Se il paziente si percepisce come un “combattente”, l’interruzione delle terapie aggressive può essere vissuta come una resa, anziché come una scelta orientata alla qualità della vita. Inoltre, alcuni studi citati nell’articolo suggeriscono che la metafora della guerra possa persino ridurre l’adozione di comportamenti preventivi, favorendo un atteggiamento fatalista: se il nemico è invincibile, le “armi” disponibili appaiono inutili.

Che alternative lessicali ci sono?

Tra le alternative più frequenti e, forse, più centrate, c’è quella del viaggio o del percorso, spesso considerata più inclusiva perché sottolinea la dimensione processuale e condivisa della cura. Uno studio del 2019, di cui Semino è coautrice, mostra che questa metafora è associata a una maggiore capacità di adattamento, mentre quella della battaglia è correlata a un aumento del senso di colpa e a una minore autostima. 

Ma non si può generalizzare, nessuna metafora è universalmente valida: per alcuni pazienti il viaggio evoca perdita di controllo o frustrazione, mentre altri ricorrono a immagini tratte dallo sport, dalla musica o dal mondo animale, con significati soggettivi molto diversi.

In conclusione, non sembra esserci un linguaggio “giusto” in senso assoluto. 

L’obiettivo della comunicazione sanitaria dovrebbe essere quello di favorire il miglior adattamento possibile alla malattia, rispettando la pluralità dei vissuti individuali e evitando di imporre cornici narrative che rischiano di produrre sofferenza aggiuntiva. In questa prospettiva, la riflessione sul linguaggio diventa parte integrante della cura, non come prescrizione, ma come pratica di ascolto e di rispetto.

 


 

NOTE:

[1] Inteso nel senso più comune di culture dell’Europa occidentale e delle americhe del nord, moderne e attuali.


Le foreste come vettore di rinascita socio economica

Il rapporto di Pefc Italia

Questo articolo riguarda lo stato delle aree boschive del nostro Paese, ma il focus non è tanto sui benefici ambientali veicolati dai boschi, piuttosto racconta del rapporto tra foreste e comunità, e lo fa riassumendo il grande lavoro di indagine realizzato dal Pefc Italia con la collaborazione di Legambiente e di Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani).

Il rapporto si chiama Foreste in comune; un lavoro accuratissimo di mappatura delle zone boschive in ciascun comune italiano, che è costato diversi anni di lavoro. 

L’obiettivo di questa indagine supera largamente i confini del tema ambientale; si tratta del primo rapporto costruito nel nostro Paese in cui si mettono in relazione estensione dei boschi, economia dei territori e finanche demografia.

Un lavoro che si configura come un primo passo per analisi sempre più specifiche e approfondite su questi temi di grande importanza, se si prova ad avere una visione di dove può andare la nostra società nel prossimo futuro. È un fatto che il modello di crescita economica affidato alla iper concentrazione urbana di popolazione e attività economiche, porta con sé serie problematiche sociali e ambientali ed è palesemente in crisi. La riurbanizzazione delle zone montane e boschive può essere una delle risposte.

Qualche dato sui boschi italiani

Cominciamo dai macro dati: oggi il 34,6% del territorio del Paese è coperto da boschi, quasi 11 milioni di ettari, più di 100.000 km quadrati. Una crescita impetuosa rispetto al punto minimo raggiunto a metà del secolo scorso, basti dire che dal 1970 l’estensione dei boschi italiani è raddoppiata.

Questo dato, in sé positivo per quel che significa a livello di benefici ambientali, ha anche un risvolto negativo. I boschi, infatti, si sono riappropiati dei terreni abbandonati dall’uomo; lo spopolamento delle aree premontane e montane, soprattutto lungo l’intera dorsale appenninica, ha determinato questo fenomeno. Una ritirata dell’uomo, costretto ad abbandonare i territori “marginali” per l’impossibilità di una sostenibilità economica degli stessi e per l’insufficiente aiuto sociale dello Stato.

Ma ecco che il rapporto del Pefc indica che qualcosa sta cambiando, una trasformazione lenta ma profonda, che riguarda la gestione delle foreste, l’economia ed anche la demografia.

Torniamo ai dati; il rapporto introduce un indicatore del tutto intuitivo: l’Indice di Boscosità, che misura quanta parte del territorio di un comune è coperta da foreste. 

Così scopriamo delle chicche di curiosità, ad esempio che Marcetelli, minuscolo comune della provincia di Rieti (56 abitanti all’anagrafe!) è il più boscoso d’Italia con il 98,4% del suo spazio coperto da boschi. Altri piccolissimi centri come Bormida (Liguria) o Percile (Lazio), superano il 96%. In termini assoluti, invece, il primato spetta a Gubbio, con oltre 26.800 ettari di superficie forestale.

Ma la parte più significativa del rapporto non riguarda il dato esclusivamente geografico; piuttosto è nella rilettura del bosco come infrastruttura naturale strategica. 

Le foreste non sono più viste come superfici improduttive, ma come sistemi che generano valore economico, ambientale e sociale

Crediti ecosistemici, valore sul territorio

Assorbono CO₂, assorbono le acque, proteggono il suolo, ospitano biodiversità, migliorano il microclima. Tutto questo – oggi – ha un valore misurabile.

La piccolissima Marcetelli genera quasi 8 milioni di euro l’anno in servizi ecosistemici[1]. Come si arriva a una cifra così alta? Il valore deriva da una stima complessiva del “lavoro” che il bosco svolge ogni giorno: a partire dall’assorbimento e stoccaggio di CO₂ e tutti gli altri servizi sopra accennati.

Il cuore del valore sta nel carbonio: una foresta appenninica matura può assorbire e immagazzinare nel legno ogni anno migliaia di tonnellate di CO₂. Per cui, quando si applicano i parametri del “costo sociale del carbonio” — usati da ISPRA, JRC e dagli standard internazionali — il valore dello stock diventa enorme. 

A questo si aggiungono i benefici idrogeologici, che in un territorio ripido come quello di Marcetelli (ma vale per qualsiasi altra zona montana) equivalgono a milioni di euro di opere che non devono essere costruite; i benefici per la stabilità e la tenuta del terreno; la biodiversità, che ha un valore per il presente e per il futuro; ed anche, in potenza, sviluppi di turismo dolce. 

Si tratta di un valore calcolato sui benefici generati per il territorio e la collettività; è una cifra potenziale, perché i servizi ecosistemici non producono reddito diretto. Solo in casi specifici — ad esempio attraverso schemi certificati di crediti ecosistemici — una parte di questo valore può essere monetizzata, ma si tratta di meccanismi complessi e al momento quantitativamente molto marginali, non oggetto di questo scritto.

Si sta sviluppando un modo innovativo di guardare agli spazi naturali: non più come superfici più o meno utilizzabili, ma come a un capitale naturale che produce valore per il solo fatto di esistere (e meglio ancora se c’è una gestione dell’area forestale).

Lo spopolamento delle aree montane, segni di inversione di tendenza

Ed è da qui che inizia la parte più interessante del rapporto; i segnali – finalmente – di inversione di tendenza riguardo allo spopolamento delle aree montane. 

Si tratta ancora di segnali deboli, relativi a poche zone sparse a macchia di leopardo tra Alpi e Appennini, sicuramente non ancora un trend certo e stabile, tuttavia… 

In ogni caso non c’è solo il rapporto Pefc che accenna a segnali di ritorno; anche il Rapporto Montagne Italia dell’UNCEM, mostra che in alcune zone si osservano tendenze di crescita o stabilizzazione demografica. Come dicevamo, non si può considerare un trend generale, ma sono segnali reali e concreti. E, come prima sensazione, possiamo dire che ci sono due tipologie di “nuovi abitanti delle montagne”: immigrati, tendenzialmente lavoratori manuali, e professionisti anche dei nuovi campi dell’economia che possono espletare le loro attività da remoto. 

Un interessante mix che riproduce dinamiche metropolitane e che promette la costituzione di una società varia e aperta (questa è una deduzione di chi scrive). Ma su tutto questo occorrono ulteriori studi e approfondimenti, i report del Pefc e di UNCEM rappresentano solo l’inizio di questa esplorazione socio-economica.

Quello che è certo, invece, è che il ruolo dei boschi in queste nuove tendenze è centrale. È l’ecosistema creato dai boschi il fattore di attrattività per le persone che tornano ad abitare nelle zone montane. 

Il documento ASviS Sviluppo sostenibile per le regioni montane parla di un cambio di paradigma: le montagne non sono periferie, ma territori strategici per la coesione, la biodiversità e la resilienza climatica. E proprio la qualità ambientale, il capitale naturale, diventa una leva per attrarre nuovi residenti.

Il ripopolamento è ancora limitato, fragile, disomogeneo. Perché possa diventare un trend stabile serve uno sforzo dell’attore pubblico per infrastrutture digitali, servizi essenziali (scuole, sanità…), trasporti, governance. 

Ma questi timidi segnali sono già sufficienti a cambiare la narrazione imperante solo fino a pochissimo tempo fa; la montagna è un territorio che torna a vivere - oltre lo sfruttamento turistico basato sugli sport invernali - e le foreste sono la risorsa al centro di questo processo.

Un processo che, come fanno notare sia il presidente del Pefc Italia Marco Bussone, sia Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente, può diventare solido e duraturo, solo con la collaborazione costante dello Stato e di tutti gli enti che a vario titolo si occupano di comunità montane e patrimonio forestale.

 


 

NOTE:

[1] Si definiscono servizi ecosistemici quei benefici che gli ecosistemi naturali offrono al genere umano in modo del tutto “gratuito” per la sua sopravvivenza / benessere. 

Si dividono in 4 macro categorie:

  • approvvigionamento
  • regolazione
  • culturali
  • supporto alla vita  

I servizi ecosistemici delle foreste appartengono a tutte e 4 le categorie.

La concettualizzazione dei servizi ecosistemici nasce negli anni ’70 ma solo nel 2005 sono stati definiti ufficialmente e regolamentati con lo studio Millenium Ecosystem Assessment delle Nazioni Unite.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Rapporto “Foreste in comune” – Pefc Italia

Rapporto Montagne Italia – Uncem

Rapporto Sviluppo Sostenibile per le Regioni Montane – Asvis