Filosofia e militanza - Seconda parte

Foucault e i famigerati universali antropologici

Foucault nei suoi seminari trattava di non alimentare uno scetticismo sistematico su tutti gli “universali antropologici” che una qualsiasi società ˗ del presente o del passato - veicolava in modo indiscriminato. Se una responsabilità morale affiora da una particolare contingenza è nostro dovere civico ed educativo comprenderla sino in fondo delineando in modo appurato i torti e le ragioni, oltre gli stereotipi e i pregiudizi.

A onta di simili dinamiche, dalle fake news a effetti Dunning-Kruger ˗ in cui persino chi è sprovvisto di competenze pretende di avere ragione ˗ la sola opinione che conta è quella stratificata su premesse certe e acclarate, ossia quella che aderirebbe senza pochi dubbi alla situazione dimostrata. Ciò sosteneva, ad esempio, Aristotele quando trattava, nella sua logica, del ragionamento dimostrativo che non può non basarsi su premesse certe. Proprio per distinguerlo dal ragionamento dialettico di tipo platonico ˗ che nasceva da premesse probabili ˗ o sofistico ancora più aleatorio, qualsiasi opinione non può non essere dimostrabile e quindi non aderire al fatto sia sul piano epistemico sia sul piano dell’agentività interindividuale, e quindi, morale. Il fatto, quando è provato nella oggettivabilità attorno all’agentività di ciascuno, non può essere delegittimato da alcuna doxa: “parlerebbe da sé”, si autoespone da sé. Ed è qui che nasce la filosofia, nel legittimare le vere responsabilità davanti agli imprevisti della storia. Non nella theoria ma nella concretezza della contingenza morale nella quale ognuno di noi viene chiamato a rispondere. Sono questi gli appelli definiti da Jean-Paul Sartre, trattando altresì della “scelta”. È la responsabilità di cui parlano Simone Weil ed Emmanuel Lévinas, come dovere – e non diritto – incondizionato verso l’altro in cui nessuno può rispondere al mio posto.

Hegel, Popper, e un po’ di conoscenza fondata

Hegel nella Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto (1821) paragonava il sorgere della filosofia alla “nottola di Minerva”, ossia una civetta che spiccava il volo solo sul “far della sera” dopo che il sole era già tramontato. L’allegoria accosta il tramonto del sole all’esaurirsi del fenomeno. Solo dopo che il fenomeno finisce può nascere la riflessione filosofica, non prima quando non sappiamo come si evolve o quando non lo conosciamo a fondo. Questa allegoria riguarda quanto sinora detto poiché, in un’ottica fenomenologica – anche non hegeliana ˗ solo dopo che il fenomeno si sia dispiegato in modo accertato davanti ai nostri occhi e senza alcun pregiudizio o visione personale, se ne riesce ad avere un’autentica e non forviante comprensione. Unicamente lì si manifesta il giudizio della filosofia e della storia, quantomeno sul piano concreto delle responsabilità dell’agire.

Si potrebbe tuttavia obiettare che un’oggettività definitiva non potrà mai aversi, un po’ come nascono sentenze differenti per un medesimo processo su più gradi di giudizio. Ma ciò dipende da quanto si conosce in tutte le sue parti il fenomeno, non vogliamo rischiare il divario di pareri rivisto durante la pandemia Covid, quando molte cose non si conoscevano. 

Popper sosteneva che la scienza non coincide con la verità, che fosse sempre “un sapere in bilico, costruito su palafitte”, proprio perché le teorie scientifiche nel corso della storia sono state riviste e confutate e superate da teorie epistemologiche più precise. Ma la teoria seppur oggettiva e autodeterminantesi è sempre una descrizione artificiosa del fatto, non la verità. A noi nondimeno, ci è impedito sapere quale teoria scientifica potrà darci prima o poi una verità definitiva, semmai riuscisse a rivelarla un domani. E ciò perché non potremmo mai sapere se esiste un termine alla falsificabilità di una teoria, fino a dove ci è possibile comprendere. Non è però nostro compito essere epistemologi in tal senso. Né possiamo definirci finalisti o spiritualisti alla Hegel; dire che un fenomeno si completa a un dato termine e da lì potrà pronunciarsi il giudizio della filosofia, indipendentemente che lo si intenda come spirituale o magari, materiale, come voleva Marx. Tutto ciò è distante dalla nostra riflessione, o almeno non ci si chiede la “natura del fatto”. Diversamente al di là della sua portata epistemica, il fatto nel suo svolgersi può essere rilevato nelle responsabilità dei singoli se queste sono universalmente palesabili. Ed è per tal motivo che responsabilità dei fatti si riconduce alla fine a qualsiasi tipo di azione umana di cui si espone l’autorialità. Ed è per questo si autodetermina moralmente.

Sottilizzare per minimizzare e deresponsabilizzare, a partire da Gaza

Ad esempio, non ci importa sapere se a Gaza in questi ultimi tempi vi sia da parte di Israele un genocidio o un massacro di poche migliaia di civili. Perché si fa la differenza tra genocidio o non genocidio? Si vuole minimizzare il fatto. In verità in quei territori si verifica un’incessante carneficina di innocenti, giorno dopo giorno: non una guerra ma uno sterminio unilaterale. Per cui qualsiasi opinione politica che nega ciò o che giustifica simile condizione non fa che negare la cruda realtà sotto gli occhi del mondo. Nessuna violenza su civili inermi è giustificabile a priori, e quindi nessuna azione militare su innocenti senza responsabilità, quantomeno politica è concessa.

         Paradossalmente tali dinamiche di assoggettamento e mistificazione ideologica sono state largamente analizzate dalle scienze sociali e dalle dottrine filosofiche già nel secolo scorso. Ma l’inasprimento di vedute e la divisione d’opinioni a cui assistiamo in tale momento, cresce parallelamente al complessificarsi della realtà, oggi assai più anarchica come voleva Bauman. Hannah Arendt già negli anni Cinquanta riportava come l’odierna società di massa “atomizzasse” gli individui. Il cittadino annullato nella massa viene crogiolato nel suo non agire, nel suo non “a pensare” nel grande lunapark del consumismo e della burocrazia lavorativa. Per Arendt era molto più pericoloso un burocrate – come nel caso del gerarca nazista Eichmann ˗ il quale non si rendeva conto della responsabilità delle proprie azioni nell’ingranaggio sociale del Reich, piuttosto che un carnefice che agiva volontariamente e in modo diretto. E ciò poiché all’interno dell’ingranaggio sociale persistono “meccanismi di deresponsabilizzazione” che privano l’individuo della comprensione a lungo termine degli esiti delle proprie azioni. Eichmann era un burocrate che firmava carte, non riusciva a prendere coscienza che la sua firma fosse un diktat per ordini criminosi. Non vedeva dietro quell’ordine masse di persone soffrire e morire.

Allo stesso modo oggi è assai più “dannoso” un individuo che si fa galvanizzare da una certa doxa ideologica e xenofobica, esimendosi di indagare l’autentica realtà dei fatti, strumentale a particolari alleanze partitiche, piuttosto che un altro la cui volontà lo porta a leggere oltre la propaganda e la persuasione imposte da notizie distorte. I “meccanismi di deresponsabilizzazione delle masse” alimentati da letture indottrinate e deviate creano condizioni di odio, paura, deformazioni collettive, assoggettamenti strumentali a taluni “giochi di verità”. 

Arendt descriveva l’assenza di pensiero come l’elemento degli individui delle odierne società di massa e da cui deriva la “banalità del male”. Come nondimeno possiamo percepire in noi la misura del bene e del male vista la medesima complessità sociale di cui siamo caricati? In realtà in noi stessi coabita tale misura. Socrate nel V secolo a. C., sosteneva che ciascun soggetto entro sé stesso la possedesse. Si “nasce” con la misura di ciò che è bene e di ciò che non lo è e questa non la si apprende da nessuno, è connaturata in noi, è inscritta nella nostra anima come soleva dire anche Platone. In pratica significa che la misura della giustizia non è una “forma di sapere” o di educazione, va oltre qualsiasi apprendimento, o meglio l’educazione la ricomprenderebbe entro sé stessa, ricomprende e riscopre qualcosa già presente nel soggetto umano. 

E pertanto la misura della giustizia può solo essere colta attraverso l’introspettivo esercizio della maieutica. Secondo Socrate noi abbiamo il “concetto di giustizia” perché siamo già immersi in un mondo intersoggettivo in cui le nostre libertà sono limitate in maniera egualitaria da quelle altrui ed è in questa razionalità che si scopre la giustizia.

Prove di generalizzabilità morale e responsabilità esistenziale

Kant in continuità con l’assunto socratico, affermava come in ogni soggetto esista di per sé una particolare forma di sensibilità al bene e al male, al giusto e all’ingiusto: la “legge morale”. L’imperativo categorico dato dalla legge morale, trattato da Kant nella Critica della ragion pratica si traduce infatti nella formula:

 “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale”[1].

La formula afferma che ogni azione da noi compiuta per essere considerata giusta, dovrebbe superare la “prova di generalizzabilità” morale. Se io ad esempio rubo ed elevo l’azione del rubare universalmente a tutta l’umanità ˗ come se fosse lecito che tutti rubassero - non si avrebbe alcun tipo di morale oggettivabile e di giustizia e ciò porterebbe all’autodistruzione dell’umanità stessa: al male. Se al contrario in qualsiasi momento della vita il mio agito supera la prova di generelizzabilità, divenendo ampliabile universalmente, esso rientrerà nella misura della giustizia, sarà pertanto lecito e meritocratico oltre che razionale. È infatti nell’universalità della legge morale è implicita la ragione, una logicità a essa intrinseca che permette quindi l’eguaglianza, la meritocrazia e quindi la giustizia. Ciò naturalmente contro quei filosofi detrattori del socratismo e del kantismo che vedono in ciò un’esasperazione della razionalità; il punto di vista universale e razionale dell’etica e della responsabilità li contraddice. 

Delle nostre azioni siamo sempre interpellati, in ogni momento della nostra vita. Persino il non agire è una scelta, come asseriva Sartre nel L’esistenzialismo è un umanismo; anche rimanere indifferenti scegliendo di non rispondere ˗ a un interpello, a una mail ˗ è sempre una decisione di cui il singolo individuo si fa carico e nessuno può rispondere al suo posto. E queste scelte sono sempre attuali, non si possono rimandare. Pertanto non esiste una morale disincarnata dal singolo uomo, poiché essa continua a persistere nel farsi della realtà, nelle singole contingenze che incombono in noi. È il singolo stesso che si realizza, che si carica di una scelta morale piuttosto che di un’altra. È l’“autofondatività” della legge morale citata da Kant. Per quanto difficile o dilemmatica possa essere una scelta, ciò fa la differenza tra l’essere giusti o vili.  

Pertanto Sartre in continuità a quanto detto, scriveva: 

“l'uomo non è niente altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in cui si realizza; non è, dunque, niente altro che l'insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita”[2]. 

Ed ecco la filosofia!

La filosofia nasce dunque lì dove si attualizza una “presa di coscienza” continua delle proprie azioni, una presa di coscienza della giustizia e dell’equità. Non è un sapere idealistico di essenze, ma ben altro: si svolge di continuo nell’impegno e nel progetto. Logos deriva da legein che nell’etimo greco significa “raccogliere” “svolgersi”. Lo svolgersi o raccogliersi appare come qualcosa di concreto, in fieri; sono gli atti che noi riusciamo a portare avanti nei nostri torti e nelle nostre ragioni. Per questo la filosofia è una scelta, nasce solo nella militanza. È militanza per la giustizia, nella non mistificazione del fatto, nel vivere autenticamente e nel concreto la responsabilità morale verso la quale, di momento in momento la nostra esistenza viene implicitamente investita. Noi siamo sempre “esposti” in questa presa di coscienza, non ce ne possiamo sottrarre e nessuno può rispondere al posto nostro nella vita concreta. Come diceva il mondo sartriano, “l’uomo è condannato a essere libero”: simile libertà è la sua più grande elezione ma anche la sua più grande condanna in quanto lo investe davanti a una responsabilità nelle circostanze della vita. La libertà ci porta sempre a esporci a scegliere il giusto piuttosto che l’ingiusto, a scegliere di caricarci o meno di un peso. E anche quando qualcuno si sostituisce a noi, noi medesimi abbiamo scelto cosa fare, ci siamo sempre esposti, abbiamo scelto di non prendere l’iniziativa personalmente. Siamo quindi sempre sotto scacco e dobbiamo cogliere il rischio dell’esposizione perché la realtà ci conduce costantemente davanti all’imprevedibile e al contingente. E ciò diviene di momento in momento, anche nelle piccole cose, nelle azioni banali e insignificanti. Perché anch’esse influiscono nei fatti portano delle responsabilità a lungo o a breve termine. 

Se noi non ci caricassimo di tale coscienza morale, proveremmo un risentimento per le nostre scorrettezze; ci sentiremmo in colpa, avremmo violato la nostra responsabilità, avendo preferito comportarci in modo inadeguato alla misura del giusto che coabita dentro di noi. In ciò l’esistenza - come voleva Sartre ˗ precede l’essenza e qualsiasi forma di sapere teoretico, conoscitivo. La filosofia scaturisce solo quando un individuo sente entro sé stesso di aver agito in modo giusto avendo come contraltare il tribunale della ragione, dell’universalità della legge morale. Solo così essa si fa presente come giustizia, come responsabilità inassumibile in qualsiasi situazione ci imbattiamo. Per questo la filosofia non può che esistere solo come impegno e militanza.

 


 

NOTE:

[1] I. Kant, Critica della ragion pratica, A 54.

[2] J-P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Mursia, Milano 2016, p. 11.


Antisemitismo ex-lege. Uso politico della storia

La dichiarata necessità di un disegno di legge contro l’antisemitismo

Ai primi di marzo del 2026, il Senato della Repubblica ha approvato il Disegno di Legge n. 1004 sull’antisemitismo. Dal 2 di ottobre l’approvazione può entrare in calendario alla Camera dei Deputati.

Il D.L. nasce con «l’obiettivo di favorire una convergenza trasversale su un testo che aveva un grande valore simbolico di fronte alla crescita di aggressioni contro le persone ebree in giro per l’Europa», scrive il Post,  riprendendo l’intervento del sen. Gasparri alla Commissione permanente della Camera.

Sempre il sen. Gasparri sottolinea la necessità di «rispondere a esigenze di un momento storico particolarmente delicato» in cui si osserva una «moltiplicazione dei fenomeni di antisemitismo», necessità da cui nascono il D.L. e l’iter veloce, senza emendamenti, a cui è sottoposto.

Sembra incontrovertibile che, dall’ottobre del 2023, a fronte della reazione dello Stato di Israele, che ha colpito soprattutto la popolazione di Gaza e, recentemente, della Cisgiordania, le espressioni e le azioni di stampo antisemitico sono aumentate.

Sembra altrettanto assodato che confondere termini quali ebrei e israeliani, e le nozioni di ebreo e di Stato di Israele, abbia un ruolo rilevante nel proliferare di odio antisemita. 

Ancora, è abbastanza evidente che questa confusione sia generata e perpetuata da molte delle parti in gioco: in Israele (la nazione, per capirci) parlano di sé indifferentemente come lo stato ebraico, il popolo ebreo, Israele, lo stato di Israele; per molti ebrei che vivono nell’occidente euro-americano ebrei e israeliani sono categorie sovrapponibili, l’aggressione del 7 ottobre contro lo Stato di Israele e la sua popolazione è da considerare una aggressione contro tutto il popolo ebreo e, nuovamente, l’identificazione tra israeliano ed ebreo è molto frequente; sono rari i casi in cui viene esplicitamente sottolineata la differenza tra i due concetti. Frequenti anche i casi in cui persone ebree non israeliane faticano a condannare la politica di distruzione violenta e incontrollata di Netanyahu.

Lo stesso vale per molti sostenitori dei diritti palestinesi (senza per questo essere considerati fiancheggiatori di Hamas) e molti detrattori della politica di Israele (dello Stato di Israele, per essere certi di una interpretazione univoca): molto spesso i termini ebrei e israeliani vengono confusi, ebraismo e sionismo vengono sovrapposti.

È, tuttavia, davvero necessaria questa legge, dato che la legislazione italiana ha già leggi specifiche contro il razzismo, come la Legge Mancino (Legge 25 giugno 1993, n. 205), contro i reati di opinione (legge n. 85 del 2006) e contro la negazione della Shoa[1] (legge n. 115 del 2016)?

Forse sì, se riesce a fare chiarezza.

Il disegno di legge

Su questa base, la maggioranza di governo (Sen. M. Romeo, 2025) ha presentato un disegno di legge volto, appunto, a fare chiarezza e a contrastare il fenomeno del razzismo antisemita.

Il disegno di legge è breve, solo 3 articoli; il primo, richiama il dettato di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali dell’Art. 3 della Costituzione, e definisce l’oggetto della legge e il reato, cioè l’antisemitismo; il secondo elenca le misure attive e proattive di sensibilizzazione e di contrasto; il terzo, l’unico che ha forma di diritto restrittivo, regola la possibilità di negare l’autorizzazione di manifestazioni pubbliche in caso di comportamenti antisemiti.

Nel primo articolo il legislatore non elabora una propria definizione di antisemitismo ma, in linea con la raccomandazione della Commissione EU, adotta la definizione operativa del IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) come proprio parametro di riferimento.

Ecco la definizione dell’IHRA: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.»[2]

Oltre alla definizione, il D.L. adotta dal IHRA «i relativi indicatori, necessari ai fini dell'applicazione della legge medesima», i primi dei quali sono direttamente e genuinamente correlati alle vere e proprie manifestazioni di odio razziale anti-ebraico:

  • l’incitazione, il sostegno o la giustificazione dell’uccisione o di danni contro gli ebrei 
  • i discorsi mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipati sugli ebrei come individui o del loro potere come collettività; 
  • l’inclusione di tutti gli ebrei (ossia, l’essenzializzazione) per retai, veri o immaginari, compiuti da un ebreo o da un gruppo di ebrei
  • tutte le forme di negazionismo della Shoa e del genocidio.

I punti deboli

Purtroppo, la “definizione operativa” del IHRA contiene due punti di debolezza intrinseca, uno esplicito e l’altro implicito, e la chiarezza che desideravamo non sembra farla.

Quello esplicito è che, nonostante una sorta di disclaimer iniziale[3], non fa affatto chiarezza sul tema della distinzione tra ebrei e Israele, e tra ebraismo e sionismo. 

Infatti, i successivi indicatori del IHRA (che sono inclusi nel disegno di legge) 

  • condannano le accuse ai cittadini ebrei di «essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione», 
  • ritengono antisemitismo sostenere che «l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo» o richiedere ad Israele «un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico», o «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti». 

Far ricadere sotto la categoria di antisemitismo questo genere di azioni aumenta la confusione invece che ridurla, infatti: 

  • accusare un cittadino di essere più fedele a un interesse che ritiene superiore a quello del proprio Stato non è un atto di razzismo (in questo caso di antisemitismo) ma una critica a dei comportamenti morali individuali o di gruppo che, portati al limite, possono diventare reato. Ad esempio, la dottrina cristiana ha sempre affermato il primato della legge divina su quella dello Stato[4] e sostenuto l’obiezione di coscienza e la disubbidienza civile in caso di leggi umane che violino la legge di Dio. 
  • Definire antisemita chi pensa che l’esistenza (e le azioni, quindi) dello Stato di Israele sia una espressione di razzismo ha senso se e solo se non c’è distinzione tra Stato di Israele e ebrei[5].
  • Includere nell’antisemitismo la richiesta allo Stato di Israele di comportamenti non richiesti ad altri Stati è altrettanto pericoloso, in virtù del fatto che la politica internazionale fa continuamente dei distinguo tra uno Stato e l’altro, applica dettami di un tipo a uno e di un altro tipo ad un altro. 
  • E, nuovamente, questo indicatore sta in piedi se e solo se vi è identità tra Israele (lo Stato), gli ebrei, il sionismo.

La debolezza implicita sta, invece, nel fatto che la definizione di ebrei è data per scontata, quando essa non lo è affatto.

Chi sono, infatti, gli ebrei di cui parla il IHRA? Essa non lo definisce, e la legge italiana neppure. 

Quindi, di chi si parla? Delle persone che professano la religione dell’ebraismo, compresi i convertiti? Delle persone nate da madre di origine ebraica (così definite dalla legge religiosa ebraica tradizionale) oppure anche quelli riconosciuti ebrei dai movimenti ebraici più progressisti (come il movimento riformato negli Stati Uniti) che includono anche i nati da padre di origine ebraica? In altre parole, teoricamente, si può diventare ebrei per origine materna, paterna e conversione. Tuttavia, all’interno del mondo ebraico non c’è consenso su questa definizione. Lo status di ebreo rimane, quindi, sfuggente. 

Può, allora, una legge stare in piedi se il concetto portante è così indefinito e sfuggente? Se, poniamo, qualcuno dovesse insultare Elly Schlein, il cui padre è ebreo, questo atto esecrabile sarebbe ascrivibile all’odio razziale antisemita? Chi lo decide? Lei? Dove sta un fondamento oggettivo? Oppure, esiste un’anagrafe mondiale degli ebrei, come c’è per la cittadinanza italiana? No, anche perché la cittadinanza è all’appartenenza a uno Stato, non a una religione o a una consanguineità.

Seguendo la pista storica e culturale: sono ebrei coloro che condividono la storia della diaspora, delle persecuzioni e il legame storico e spirituale con la Terra d'Israele (non lo Stato!), la lingua, la cultura. E, infine, quella geografica e auto-identitaria: sono ebrei le persone che sono nate all’interno del territorio dello Stato d’Israele e si sentono ebrei.

Definire ebreo è difficile, le diverse sfaccettature rendono il termine molto ampio e complesso, con un utilizzo – proprio nella definizione del IHRA - ad elevato rischio di contraddizione.

Effetti sulla legge

Le debolezze della definizione non possono che rispecchiarsi sul disegno di legge: se la definizione IHRA non fa chiarezza, anche la legge non è chiara e ben perimetrata, rischiando di includere lo Stato di Israele nella categoria degli ebrei, e le critiche allo Stato di Israele nella categoria dell’antisemitismo, con una palese violazione del diritto di espressione e di opinione. 

Questo rischio è amplificato dall’ambiguità della formula che include «istituzioni comunitarie ebraiche» tra i bersagli dell’antisemitismo: lo Stato d’Israele rientra o meno in questa categoria? Secondo il Parlamento israeliano (Knesset) dal 2018 è così, esso definisce formalmente Israele come lo Stato-nazione del popolo ebraico israeliano. In questo modo lo Stato d’Israele torna alla ribalta come bersaglio delle esecrate Manifestazioni di antisemitismo, verbali o fisiche.

Rischi e debolezze che hanno un riverbero fortemente negativo sull’efficacia della legge, in termini proprio di rilevazione del reato.

A meno che, e il sospetto può essere legittimo, vista la posizione tenuta dal Governo italiano di sostanziale sostegno all’offensiva israeliana contro Gaza, il disegno di legge n.1004 non nasconda il desiderio implicito di impedire e poter perseguire le critiche allo Stato di Israele.

 


 

NOTE:

[1] Che introduce una circostanza aggravante speciale dei delitti di propaganda razzista, di istigazione e di incitamento di atti di discriminazione commessi per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

[2] In inglese: «Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities».

[3] «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite», cfr. IHRA - La definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto.

[4] Cfr. la corruptio legis in Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae.

[5] Senza contare il fatto che lo Stato di Israele compie con regolarità atti di razzismo, identificando un popolo (i palestinesi) con un partito armato (Hamas).


Giorgio Parisi, le armi vecchie e nuove, e il Manifesto Russell-Einstein

Ottantuno anni fa l’aviazione degli Stati Uniti lanciò due bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e di Nagasaki. La prima, il 6 agosto, chiamata deliziosamente Little Boy, basata sulla fissione dell’uranio (64,13 chilogrammi di uranio arricchito all'80%), aveva una potenza equivalente a quella di circa 16.000 tonnellate di tritolo; uccise circa 80mila persone e altrettanti furono i feriti; molte altre moriranno nei mesi e negli anni successivi a causa delle radiazioni.

La bomba atomica Little Boy

La potenza equivalente della seconda (chiamata Fat Man per la sua forma), basata sulla fissione del plutonio, equivaleva a circa 21 mila tonnellate di tritolo e causò circa 30.000 morti immediati e altrettanti feriti; molti altri in seguito  (il calcolo delle vittime è oggetto di diverse valutazioni che vanno da oltre 100 mila a 250 mila morti in totale).

La bomba atomica Fat Man

E veniamo ai nostri giorni. Interessante il discorso di Giorgio Parisi, Premio Nobel per la fisica 2021, discorso tenuto nel giugno all’Accademia dei Lincei. in occasione del conferimento del Premio per la Pace della Fondazione Ducci. Riguarda i pericoli al tempo delle armi autonome e dell'AI. Ne riportiamo alcune parti.

"Signore e signori, autorità, care amiche e cari amici,

vi ringrazio per questo riconoscimento, che ricevo con sincera gratitudine e, lo confesso, con un certo imbarazzo. Sul piano personale non mi sento all’altezza di un premio per la pace. Non ho dedicato la mia vita a costruire la pace: ho fatto il fisico, ho studiato i sistemi disordinati, le transizioni di fase, i vetri di spin. Se accetto questo premio, lo faccio perché lo interpreto non come un omaggio alla mia persona, ma come un riconoscimento al ruolo che la scienza, e gli scienziati, possono e devono avere nella ricerca della pace.

Lo dico perché sono convinto che lo scienziato non debba sostituirsi al politico, e tanto meno pretendere di avere ricette per i grandi problemi del mondo. Ma ha un dovere preciso: mettere a disposizione di tutti la propria competenza, spiegare con onestà ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, e dire la verità anche quando è scomoda. La storia che vorrei raccontarvi questa sera è la storia di scienziati che, di fronte alla possibilità della fine, hanno deciso di non tacere.(…). 

Vorrei sottolineare un punto che mi sta a cuore: questa è una delle cose che la scienza può offrire alla pace. Non solo conoscenze tecniche, ma un metodo e un linguaggio comuni, che non hanno passaporto, e una comunità abituata a discutere guardando ai fatti più che alle bandiere. Quando i diplomatici non riescono a parlarsi, a volte due fisici che hanno studiato sugli stessi libri trovano ancora un terreno comune. E da quel terreno comune può ripartire la fiducia.(…)

Vengo ai nostri giorni. Per molto tempo abbiamo creduto che il pericolo nucleare appartenesse al passato. Non è così. Quasi ogni giorno sentiamo riaffiorare le minacce di un possibile uso delle armi atomiche. Il numero complessivo delle testate è enormemente diminuito, dalle circa sessantamila degli anni Ottanta alle attuali diecimila; ma queste armi restano in grado di devastare completamente l’emisfero settentrionale. Siamo ancora, in sostanza, nella stessa logica di distruzione reciproca assicurata di allora.

 La grande stagione dei trattati, cominciata nel 1963 subito dopo la crisi di Cuba, si è esaurita. Alcuni accordi sono scaduti, altri sono stati denunciati, altri firmati ma non ratificati. E non si riesce ad arrivare a un impegno chiaro sul non utilizzo per primi delle armi nucleari, il cosiddetto no first use, che pure sarebbe una garanzia elementare. A tutto questo si aggiungono le guerre che abbiamo sotto gli occhi, in Ucraina e in Medio Oriente, con il loro tragico carico di vittime civili e di milioni di profughi.

Credo che il compito di noi scienziati, oggi come allora, sia duplice: spiegare con onestà all’opinione pubblica i rischi reali, senza allarmismi e senza minimizzazioni, e chiedere ai governi di riaprire negoziati seri sul disarmo, che coinvolgano tutte le potenze nucleari. È proprio quando sembra meno realistico che bisogna preparare la pace. (…)”

Una frontiera nuova: armi autonome e intelligenza artificiale

Fin qui ho parlato delle armi nucleari, che sono state la grande sfida della mia generazione. Ma vorrei dedicare gli ultimi minuti a una sfida nuova, che riguarda soprattutto le generazioni che verranno. Il Manifesto Russell-Einstein fu la risposta degli scienziati a un’arma che la scienza stessa aveva reso possibile. Oggi una tecnologia nuova ci pone domande sorprendentemente simili.

Sappiamo tutti che la scienza è un’arma a doppio taglio. La scienza aumenta il potere dell’uomo, ma è l’uomo a scegliere in quale direzione usarlo. Ogni volta che si compie un grande progresso è necessaria una profonda riflessione su ciò che è lecito fare e ciò che non si deve fare. L’intelligenza artificiale non sfugge a questa regola. Ha già portato benefici straordinari e può essere fonte di grande prosperità; ma solleva anche questioni serie, sul lavoro, sulla riservatezza dei dati, sui valori etici, sulla fiducia che possiamo riporre nei suoi risultati.

Il fronte che mi preoccupa di più è quello militare. L’intelligenza artificiale apre la strada alle armi autonome: sistemi capaci di selezionare e colpire un bersaglio senza un intervento umano diretto, i cosiddetti sistemi d’arma autonomi letali. Sarebbe un salto di qualità che potrebbe cambiare i connotati stessi della guerra. Armi di questo tipo rischiano di innescare una nuova corsa agli armamenti, di abbassare la soglia con cui si decide di entrare in guerra, e di finire nelle mani di regimi oppressivi o di gruppi terroristici.

Ma c’è una ragione ancora più profonda per fermarsi a riflettere Non possiamo permettere che sia un algoritmo a risolvere problemi etici delicatissimi. Uccidere o non uccidere una persona che sembra un combattente nemico, ma forse non lo è? Quanti morti civili sono un «danno collaterale» accettabile, espressione che usiamo soprattutto quando i morti non sono i nostri? Come evitare di colpire dei bambini? Sono decisioni che non possono essere delegate a una macchina: la responsabilità deve restare sempre legata a esseri umani identificabili, che ne rispondano davanti alla legge e davanti alla propria coscienza.
Anche su questo gli scienziati non sono rimasti in silenzio. Nel 2019, a Parigi, le accademie scientifiche dei paesi del G7 firmarono all’unanimità una dichiarazione intitolata «Intelligenza artificiale e società». Ne conservo un ricordo particolare, perché in quei giorni guidavo la delegazione italiana come presidente dell’Accademia dei Lincei. Quel documento chiedeva trasparenza e discussione pubblica, e ricordava la proposta di mettere al bando le armi autonome con una convenzione analoga a quelle che già vietano le armi chimiche e biologiche.

Le difficoltà che incontriamo oggi sui trattati nucleari non devono farci credere che un accordo internazionale contro le armi autonome letali sia impossibile. È difficile, ma è possibile, a patto di affrontare con chiarezza tutti gli aspetti del problema. Quello che serve, prima di tutto, è non rassegnarsi. Troppo spesso l’opinione pubblica assiste all’introduzione di queste armi come a un destino ineluttabile. Non lo è. Gli scienziati hanno il dovere di spiegare questi rischi in modo comprensibile, e i mezzi di informazione quello di esercitare una pressione perché chi governa compia passi concreti per proteggere l’umanità dalle forme più crudeli della guerra.

Ma vorrei dire una cosa che mi sta particolarmente a cuore, e che va oltre le armi. La pace non si costruisce soltanto con i trattati sugli armamenti. Si costruisce riducendo le diseguaglianze, che sono una delle radici profonde dei conflitti. Si costruisce eliminando le guerre, comprese quelle commerciali ed economiche, che impoveriscono e contrappongono i popoli. Si costruisce coltivando la solidarietà, dentro e fuori i nostri confini.

La lotta contro le diseguaglianze, del resto, non può essere separata dalla lotta contro il cambiamento climatico: sono due facce dello stesso problema, quello di un mondo che deve imparare a considerarsi una sola comunità. Un mondo più giusto è anche un mondo più sicuro. È una verità antica, che la scienza, con i suoi strumenti, ci aiuta oggi a vedere con maggiore chiarezza.

Lasciatemi concludere con le parole finali del Manifesto Russell-Einstein. Forse a qualcuno suoneranno retoriche; a me sembrano invece la testimonianza di una saggezza concreta, più necessaria che mai, o, se preferite, di un elementare istinto di conservazione che può ancora accomunarci:

«Davanti a noi, se lo scegliamo, c’è un continuo progresso nella felicità, nella conoscenza e nella saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a dimenticare i nostri litigi? Ci appelliamo, come esseri umani, agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto.»


Filosofia e militanza - Prima parte

Dove esiste la filosofia?

L’epoca attuale ha certamente una sua specificità nell’uso delle forme di potere politico ed economico che si impongono eterodirigendo e determinate visioni del mondo. Asservirsi a un certo tipo di paradigma, ideologia o lettura della realtà, sia pur essa filosofica, accettata o meno dai più, fa i conti oggi più che mai con una società in cui la democrazia e le libertà investe l’opinione pubblica, condannando o approvando determinate condotte. 

A questo punto una delle domande che si adombrano in modo impellente è quella riguardante che chiede “dove esiste” la filosofia, dove si esaurisce oltre le pagine dei libri. Come può cioè la filosofia, seppur nelle sue variegatissime sfaccettature da un pensatore all’altro, condurci a una presa di coscienza inamovibile su temi significativi, nei quali la complessità del reale sembra distaccarci e spaesarci, finanche a erodere la distinzione tra il vero e il non vero, o esplicitare più “forme di verità”.

Le forme di verità

Proprio su questa tesi delle “forme di verità” desidererei concentrarmi. Soprattutto Michel Foucault in tempi recenti aveva affermato come nella storia dei popoli e delle culture sia siano collocate certe idee di verità, inscritte all’interno di un contesto storico-antropologico particolare che se ne faceva garante. Nella storia non esiste una uniforme lettura della verità. Era all’opposto il contesto, secondo questo pensatore che avanzava o osteggiava una lettura particolare del lecito e del non lecito, del vero e del falso, e di ciò che era ammissibile o no. Tale valutazione che il pensatore francese delineava in gran parte dei suoi seminari della maturità, si inscrive a detta di molti critici nella tradizione “critica” di cui Kant stesso si faceva portavoce. L’ opera foucaultiana potrebbe perciò essere definita come una “storia critica del pensiero”.

La storia critica del pensiero non è tuttavia, né una storia delle acquisizioni, né una storia degli occultamenti della verità; è la storia dell'emergere dei “giochi di verità” da un’epoca all’altra; è per Foucault la storia delle “veridizioni”, intese come le forme secondo cui, in un ambito di cose, si articolano i discorsi suscettibili di essere definiti veri o falsi. E anche la nostra società odierna è immersa in questi giochi di verità, per cui comprenderla con un approccio critico e discernere ciò che compete alla riflessione filosofica, risulta estremamente difficile.

Modernità liquida e fenomeni critici

Perché desidero trattare ciò? Siamo approdati in una periodizzazione tardo-moderna (o forse post-moderna) della storia in cui la complessità globale affiora in modo prepotente sugli individui e i gruppi umani. Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman già vent’anni fa, dichiarava che fossimo entrati in una fase di “modernità liquida”. Ha cioè constatato che siamo immersi uno scenario storico in cui alla dimensione solida valoriale e stabile delle società tradizionali si sostituisce una dimensione accelerata, dominata dal progresso tecnoscientifico inesorabile in cui il profitto, i ritmi di lavoro incessanti e la sovrastimolazione consumistica e mediatica scandiscono le nostre vite. Tutto cambia in modo repentino, dalle relazioni, all’economia, al lavoro, alla famiglia; i legami sociali si fluidificano, si assiste a precarietà dei rapporti, a instabilità. Simile liquidità sul piano epistemico e comprensivo si traduce in una “mancata corrispondenza” tra ciò che si vuol comprendere ˗ l’oggetto o il fenomeno ˗ e il suo dispiegarsi, imprevedibile e in imperterrita trasformazione i cui effetti, spesso nefasti, appaiono di difficile valutazione e controllo anche da parte dei medesimi specialisti. Lo studioso polacco vedeva nelle politiche neoliberiste e di deregolamentazione economica, di cui la Thatcher era la massima esponente negli anni Ottanta, la spinta che ha distrutto la società solida e collettiva del passato, portando alla società liquida di adesso[1]. 

            Le trasformazioni sempre più accelerate conducono infatti all’affacciarsi di fenomenicità inedite e problematiche. Da un lato notiamo la crisi valoriale e civile, oltre che economica e politica che non si armonizza con il progresso tecnologico che invade le nostre quotidianità. Esso è malauguratamente legato all’uso fuori controllo dei dispositivi digitali e delle “intelligenze generative” che nei tempi recenti sembra da un momento all’altro sfuggire di mano, alimentando solitudini e individualismi perennemente esasperati lanciando nuove pratiche economiche su scala globale come il neuro-tecno capitalismo o “capitalismo libidinale”. Simile situazione contestuale si acuisce negli individualismi e in forme narcisistiche, nella superficialità dei legami sociali, nello scaturire diffuso di nuove forme di nevrosi e dipendenza, a loro volta correlate a particolari e inaccettabili relazioni pervertite che sfociano facilmente in violenza, tra cui il dramma all’ordine del giorno dei femminicidi. E a ciò potrebbero aggiungersi violenze e discriminazioni legate al mobbing, al vandalismo sempre più diffuso ˗ specialmente in territorio italiano negli ultimi periodi ˗ delle bande giovanili e delle forme di bullismo. L’elenco sarebbe sconfinato: discriminazioni di genere, omo-transfobia, frammentazione della famiglia sono solo i fenomeni più diffusi. E su larga scala ci si trova a far fronte crisi climatiche e ambientali, emergenze migratorie inaggirabile, avanzamento della xenofobia in un tessuto sociale ormai multiculturale e stratificato, sempre però pronto rivendicare contro il multiculturalismo, l’identità della cultura autoctona e maggioritaria, magari anche in forme ideologiche e anti-democratiche.    

Derive ideologiche estremiste come succedanee dello Stato 

Le derive ideologiche dal carattere estremista prendono piede poiché fa leva sui bisogni delle classi medio-basse, sostituendosi allo Stato e ai governi che non sono più in grado di dare risposte o di essere vicini alle collettività. E così queste derive si sostituiscono allo Stato offrendo ipotetiche soluzioni ai malcontenti sociali, facendo leva su paure e offrendo capri espiatori come causa di queste paure e disagi. E in tal senso continuano a far proselitismo e a subordinare le masse, contro approcci solidali all’accoglienza del diverso e dello straniero. Il ritorno delle ideologie di estrema destra e dei fascismi ˗ spesso associato a una debolezza delle sinistre e a una strumentalizzazione dell’ondata xenofobica – denota totalmente il fenomeno.

Lo possiamo riscontrare in episodi recentissimi che di volta in volta rievocano lo spettro del fascismo ed eventuali personaggi che vi avevano aderito. La legge italiana non ammette l’apologia di reato, ma consente la commemorazione pubblica di personaggi legati anche a ideologie di regime. Tra questi vi è stata la recente ricorrenza dell’anniversario di Almerigo Griz a Trieste il 19 maggio 2026. Si è voluto ricordare un reporter inviato di guerra, che nondimeno proprio a causa delle sue idee fasciste era stato ostracizzato dall’Università di Trieste in cui risultava iscritto. Nel giorno della sua commemorazione però, gruppi aderenti al neofascismo oltre a rendere onore a Griz con riti e saluti romani, sono stati autori di aggressioni nei confronti di troupe giornalistiche e manifestanti antifascisti causando feriti. È dunque lecito chiedersi: cosa ci azzecca tutto ciò nel celebrare un uomo, un reporter al di là della sua ideologia criticabilissima? Ci si domanda perché strumentalizzare tutto in funzione di una ideologia malsana e proibita che ha portato tanta distruzione e male al nostro Paese? Il reporter rievocato in quest’ottica ideologica passa in secondo piano, o forse diventa quasi vittima dell’antifascismo, possedendo un pensiero politico contrapposto che dovrebbe, a detta dei commemoranti, essere democraticamente espresso. Non sono nuove queste dinamiche; anche a Milano nelle annuali commemorazioni di un altro giovane aderente a codesta ideologia, Sergio Ramelli, vi sono stati nel corso del tempo diversi scontri.

Letture dei fatti che “non convergono” sui fatti 

Ciò che conta non è solo il fatto spiacevole in sé, bensì la lettura che è stata lanciata e propagandata dell’evento, totalmente errata; quasi che codesti gruppi neofascisti siano stati provocati dagli antifascisti e dai giornalisti lì presenti. Si è voluto condannare l’antifascismo visto dai commemoranti come atto provocatorio. Tale lettura non aderente alla realtà del fatto, è pero diventata virale e persino tristemente ben vista da una certa opinione pubblica e da una certa politica, lanciando una notizia del tutto scorretta attraverso i media, su quanto veramente accaduto. 

Al di là dei “giochi di verità” di cui parlava Foucault, chiunque sosterrebbe che quando un fatto nelle sue dinamiche repressive e interindividuali di violenza è ben acclarato, si emancipa da una certa visione soggettiva del vero e del falso, ossia da un’opinione che tende a contraddire il fatto stesso.   

Verum et factum converuntur difatti sosteneva il filosofo Giambattista Vico, ossia “il vero e il fatto convergono”, ma qualora ne dia una interpretazione soggettiva a scapito dell’oggettività, la convergenza si perde, si fa il gioco del sensazionalismo, se ne esagerano dei tratti riportando qualcosa di distorto. Gran parte del mondo, perlopiù quello mediatico, si muove su questa linea, ossia sulla “non convergenza” dei fatti acclarati con le opinioni che non hanno ben nulla da spartire con questi ultimi. “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni” sosteneva Nietzsche, eppure in questi casi come può farsi avanti una responsabilità morale quando dello stesso accadimento si offrono visioni alterate o scorrette nonostante oggettività acclarate? Non è mia presunzione asserire che bisogna conoscere i fatti in tutte le loro determinazioni e contingenze. Quantomeno bisogna conoscerli e “provarli” nelle contingenze relative all’agire interindividuale; ciò credo sia giusto per non dar adito a interpretazioni surreali e non aderenti alla realtà, costruendo poi su di esse ulteriori opinioni che tendono a diffondersi, diventando virali, snaturando e involgarendo il fatto stesso. 

In tal senso il “fatto” ˗ inteso come avvenimento provato e ricondotto all’agito interindividuale ˗ si autogiustificherebbe da sé, è già “oltre le opinioni” che se ne danno. Si autodetermina poiché ci pone innanzi a responsabilità morali in cui viene appellata l’agentività di ognuno di noi. Le opinioni diversificate su di esso non contano, portano al relativismo dei modi di vedere. E se tra codeste interpretazioni, quella che non aderisce ai fatti viene legittimata, cosa accadrebbe su larga scala? Le personalità più socialmente più forti, i leader d’opinione, avendo un’affermata posizione sociale ˗ ossia chi ha il potere politico o un dato ruolo ˗ “rideterminano” un fatto in virtù delle proprie letture. È un po’ anche quello che ha sempre fatto il quarto potere, una buona parte dei mass-media e di una certa stampa. Chi ha un potere sull’opinione pubblica giudica i fatti prediligendoli secondo una propria ideologia. Se ne porta avanti l’opinione che più conviene, magari schierata politicamente. Se ciò accade non si fa altro che alimentare il falso. Si rischia di costruire “tesi prevaricanti” oltre l’oggettività dell’accaduto. Per questo onde evitare ciò sarebbe da considerare l’opacità del fatto come qualcosa di inaggirabile poiché autoevidente rispetto alle opinioni. Da una simile tesi partiva il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris contro la legittimazione di fake news e populismi.

Durante la pandemia del Covid-19 abbiamo avuti infiniti esempi di divergenze d’opinione, pure da parte di esperti. È altresì vero che non si conosceva il virus, non si conosceva a fondo il fenomeno pandemico e la sua diffusione, nonché le trasformazioni delle forme virali. Si è dunque alimentata la polarizzazione di molteplici pareri e in ogni caso, incompleti su qualcosa che ancora era oggetto di ricerche, i cui effetti a lungo termine tutt’ora non sono conosciuti. La comprensione del fatto quindi, in quel caso non era ancora dispiegata e tuttavia i pareri sentenziavano anticipatamente come fosse giusto e sbagliato agire. Certo stiamo parlando di una conoscenza epistemica che potrebbe svilupparsi e progredire, gravida di conseguenze. Da essa tuttavia partivano gli interventi politici, gli schieramenti e le accuse e si montava odio verso taluni operatori, si costruivano teorie che avevano ben poco da spartire non conoscendo ancora l’evoluzione reale del fenomeno. E da essa iniziava così l’agire interindividuale e le responsabilità.

Esercizio pratico dell’accoglienza e letture xenofobe

Un’altra recente vicenda svoltasi sempre a Trieste, è stato il progetto educativo su degli studenti di un istituto comprensivo di Marostica, della provincia di Vicenza. Gli studenti sono stati indirizzati dalla scuola a servire pasti ai migranti della rotta balcanica che da diversi anni occupano gli spazi di Piazza della Libertà. Ciò è avvenuto in collaborazione con un’associazione di volontariato operante in quello spazio. È anche vero che quella piazza era stata fonte di scontri e violenze nei giorni precedenti e ciò poteva essere un pericolo per gli stessi minori, anche se supervisionati e aiutati da figure ad hoc. Su questo punto si è inasprita una forte polemica mediatica e politica che ha persino fatto giungere sul posto il ministro dell’Istruzione. Si è parlato di strumentalizzare i fanciulli e di pericolosità, su stranieri clandestini che potevano fare del male. In realtà gli studenti non sono mai stati soli; è stata un’iniziativa educativa e di volontariato, per far conoscere la condizione dell’essere migrante e povero, per far capire quanto e come sia significativo aiutare chi è meno fortunato di noi e vive in una condizione di miseria. Ben sappiamo come le scuole o altri enti, tra cui associazioni e comunità parrocchiali, si fanno sovente carico di simili iniziative e non vi è nulla di strano. 

Dove sta quindi l’esercizio pratico della morale e dell’accoglienza se non in questi gesti? Dove si circoscrive lo spazio malauguratamente sempre meno presente nella società, in cui la donazione diventa una risposta solidale oltre che educativa, una risposta ai fenomeni di oppressione e bullismo? Ma l’interrogativo più importante è stata l’interpretazione fuorviante che sempre una certa politica si è incaricata di diffondere, creando così una manipolata “visione della verità” costruita e foraggiata, inalberando odio e xenofobia. A ciò nondimeno, si potrebbe ribattere che l’impoverimento e il disagio socio-culturale è talmente pressante nella condizione di tanti migranti che li conduce facilmente a imbarbarirsi, a furti o ad atti violenti e incivili. Perciò anche il volontariato in simili situazioni così rischiose potrebbe essere un pericolo. Certamente, il disagio culturale incide su atti violenti, o su reati reiterati. Un “fatto” è identificare il malfattore indipendentemente dal suo status di straniero; mentre un altro è cogliere nel malfattore i motivi della sua condotta illecita o violenta, non generalizzabili a un determinato gruppo o categoria sociale identificata come capro espiatorio. I migranti di Piazza della Libertà erano nel momento del progetto, già stati accolti e attenzionati dall’associazione di volontariato, per cui il rischio della violenza non poteva in alcun modo emergere per gli studenti. 

 


 

NOTE:

[1]  Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002.


Musk e lo Stato-macchina

Il governo degli ingegneri

Sono trascorsi poco più di trent’anni da quando Pierre Lévy rissumeva l’ideologia della tecnologia digitale nella metafora dell’“intelligenza connettiva”, paragonandola al funzionamento della mente umana e a quella dell’Intelletto Agente di al-Farabi – quindi a Dio in persona, nella versione divulgata da uno dei più grandi teologi islamici del Medioevo. La Rete prometteva un futuro di solidarietà, di sviluppo dei talenti individuali, di espansione del sapere e della democrazia; aveva convertito la direzione dell’escatologia dall’asse verticale cielo-terra, all’asse orizzontale presente-avvenire, congiungendo il bene alla spinta temporale del progresso e dell’innovazione. Pierre Musso ha evidenziato il collegamento di questa concezione con quella positivistica di Saint-Simon e dei suoi successori, quando il network non consisteva nei collegamenti tra server e pagine elettroniche, ma nel reticolo dei canali d’acqua, dei binari dei treni, della viabilità stradale e del telegrafo ottico. Eppure la teoria politica sviluppata nei primi anni dell’Ottocento appare ancora di grande attualità, e potrebbe essere adottata come didascalia dottrinaria dell’operazione condotta al Doge da Elon Musk all’inizio del 2025, quando la seconda amministrazione Trump muoveva a Washington i primi passi. 

Il governo degli ingegneri prescritto da Saint-Simon avrebbe dovuto sostituirsi alle istituzioni gestite da politici per garantire al popolo un futuro di prosperità e di crescita, svincolato da egoismo, opportunismo, dogmi religiosi e ideologici, e da tutti coloro per i quali il potere è una carriera o una questione di privilegio ereditario. Senza timore della noia e dell’autismo tecnicistico, gli utopisti sansimoniani nel XIX secolo hanno brandito questa direttiva contro gli incarichi amministrativi di aristocratici, ecclesiastici, latifondisti e sostenitori dell’Ancien Régime; il significato che una simile utopia – o distopia – assume oggi, come allora, è la rimozione di ogni mediazione politica dal funzionamento della macchina pubblica. Nella prospettiva di Musk, analizzata da Slobodian e Tarnoff, l’efficienza tecnica nelle operazioni della macchina statale deve garantire un ambiente di sostegno e di prosperità per la classe dominante tradizionale dell’Occidente bianco e cristiano. La tecnologia è la condizione essenziale per l’implementazione del progetto, ma le sue caratteristiche non sono più espansive e animate da una promessa di futuro. Le dichiarazioni di Musk sono intrise di pessimismo e inclinano a isolare la cultura occidentale, insieme ai suoi eroi protettori, dal resto del mondo, inteso come una minaccia di distruzione.

L’hub di tutti i dati

La radice reazionaria dell’ideologia della disruption digitale, nella Silicon Valley e nel resto del mondo, emerge in questa fase di apparente contrazione della capacità di controllo delle autorità tradizionali sulle aziende Big Tech e sulla forza del capitalismo finanziario, che scommette tutto su sviluppo dell’AI e dispositivi bellici. Musk è stato un interprete delle trasformazioni concettuali del capitalismo digitale: è passato dalla prima ondata dell’e-commcerce su Internet con PayPal alla green economy, con le macchine elettriche della Tesla e con il sistema integrato di pannelli solari e batterie al litio, poi alla de-globalizzazione con il ritorno all’autonomia americana nei lanci satellitari grazie a SpaceX. Ogni rivolgimento conserva la fede nella tecnologia come metodo di salvezza tramite la razionalizzazione e tramite la tutela della struttura sociale capitalistica da ogni ipotesi di revisione. Secondo Slobodian e Tarnoff l’organizzazione politica e consociativa che Musk ritiene naturale e necessaria coincide con quella sperimentata nel corso della sua infanzia e adolescenza a Johannesburg, nel Sudafrica dell’apertheid. L’arroccamento di una minoranza che si reputa un’élite razziale e spirituale è il modo di vita e la percezione dell’universo che si sono asserragliati (a loro volta) nella mentalità dell’imprenditore oggi più famoso del mondo.

Ma non occorre abbracciare questa analisi psicologica per seguire la parabola del pensiero di Musk. Il Doge è stato rifondato nei mesi della sua reggenza come l’hub centrale di tutti i database pubblici degli Stati Uniti, al fine di dare corpo ad un vero e proprio ufficio del Giudizio Universale. Nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche l’obiettivo primario era ridurre il costo dell’amministrazione pubblica, attraverso il taglio delle agenzie e dei singoli impiegati statali superflui. Con un metodo già collaudato nelle sue imprese, Musk ha chiesto con una mail ai dipendenti federali di spiegare il contributo del loro lavoro al funzionamento della macchina dello Stato, invitandoli a priori a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Ha convocato nelle sale del Doge un battaglione di programmatori molto giovani, senza alcuna esperienza nel funzionamento della burocrazia federale, con la missione di aprire l’accesso a tutti gli archivi, gli schedari, le banche dati del Paese, rendedoli interoperabili e interrogabili dalle loro postazioni. Anche questa procedura era già stata testata con l’acquisizione di Twitter e lo smantellamento di gran parte del personale e dell’infrastruttura sistemistica che sosteneva la società di Market Square. 

Il compito di individuare le agenzie e i dipendenti in eccedenza si è conclusa con un fallimento economico, se è vero come sostengono le indagini del Financial Times e di The Atlantic che i tagli alla spesa pubblica sono stati minimi, e di fatto sono stati annullati dai tagli fiscali a favore dei ricchi voluti da Donald Trump nel Big Beautiful Bill. Ma l’obiettivo principale è stato comunque raggiunto, perché ora il governo centrale dispone di un’infrastruttura digitale in grado di recuperare i dati di ogni cittadino – travalicando qualunque protezione costituzionale con l’apparente neutralità del supporto tecnico.

Supporto tecnico

Le campagne di pulizia etnica dell’Ice sono state condotte attraverso l’incrocio di dati personali estratti e confrontati dall’infrastruttura del Doge – refusi di imputazione ed errori di interpretazione delle informazioni inclusi nel pacchetto assistenza. Elon Musk si aggirava alle riunioni del Gabinetto di Trump con una maglietta su cui campeggiava la scritta Supporto tecnico per sottolineare il carattere di pura razionalità e di disinteresse partitico del suo ruolo: lo Stato come dispositivo di controllo massivo della vita, del pensiero, delle azioni e dei desideri di tutti, trascritti (e traditi) nelle tracce digitali impresse da ogni clic e da ogni interazione con cellulari e computer, metteva in scena la commedia della propria imparzialità in questo siparietto goliardico. 

Eppure la macchina del potere messa in moto da questo attore, che si pretende equidistante, si adopera per irrigidire la struttura sociale attuale e le sue prerogative economiche, per erigere un fossato di protezione attorno alle élite finanziarie e imprenditoriali, per pretendere la socializzazione dei rischi d’impresa e la privatizzazione dei ricavi, da parte di chi è ha poi la forza per rivendicare la paternità dei risultati commerciali dell’innovazione. Musk è uno degli alfieri di questa pratica, visto che, per esempio, Tesla ha beneficiato di un finanziamento di 465 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia degli USA per aprire il primo stabilimento, a Fremont, e avviare la produzione del Model S. Lo Stato non ha preteso alcuna quota nell’azienda, e non ha quindi riscosso alcuna rendita dal successo dell’impresa, se non la restitutizione del debito. Al contrario, il finanziamento pubblico si conclude con l’incenerimento completo del capitale alimentato dai contribuenti nel caso in cui la società fallisca, come è accaduto con i 535 milioni di dollari investiti in Solyndra, società produttrice di pannelli solari che ha dichiarato bancarotta nel 2011. Lo Stato che secondo Musk è giusto e naturale non guadagna nulla quando il sovvenzionamento ottiene successo, lasciando l’intero ricavo agli azionisti – ma perde tutto in caso di fallimento. Vale anche la pena di ricordare che Tesla ha evitato bilanci in rosso fino al 2020 con la vendita di Regulatory Carbon Credits, i titoli emessi dallo Stato per le aziende inquinanti che devono agire sui mercati regolamentati. Inoltre la sopravvivenza di SpaceX è stata assicurata dalle commesse pubbliche della NASA e del Pentagono, che fino al 2023 hanno rappresentato i principali (e per anni gli unici) clienti della società, in termini di fatturato. 

Lo Stato come automa è lo strumento di un potere che protegge i privilegi attuali della configurazione sociale per censo, genere e etnia, trincerandoli nella fede della loro razionalità, della loro iscrizione nelle leggi immodificabili della natura umana. Musk condanna come inadeguata, disfunzionale, antieconomica, qualunque opinione differisca dai suoi interessi personali – ricalcando con questo atteggiamento una pratica comune della Silicon Valley. Il governo degli ingegneri è una restrizione del dominio politico al dibattito sulle sole questioni di fattibilità e di selezione strumentale: le domande sulle finalità, sulla valutazione del bene collettivo, sulla stima del giusto e del meglio per tutti, vengono obliterate, censurate dalla discussione, cacciate dai salotti del buon senso. Questi interrogativi non possono essere frequentati dalla logica computazionale, e devono quindi essere assunti in un atto di fede nella portata escatologica della tecnologia, che renderà immortale e interplanetaria la specie umana, preservando nell’eternità futura la gerarchia sociale attuale, replicando all’infinito il sistema capitalistico del presente. Amen.

Dal futuro all’assedio

Per ottenere questo risultato la macchina dello Stato è autorizzata ad adottare ogni mezzo: l’assedio di chi dissente deve essere biasimato come il tentativo di inoculare un virus nell’intelligenza connettiva della società in Rete, come l’infiltrazione di un agente del caos, come la minaccia di un pericolo esistenziale per l’umanità. Musk ha sempre predicato con chiarezza il verbo randiano (o paretiano, se si preferisce) sull’essenza dell’umanità, che non coincide con tutti gli individui appartenenti alla specie, o con titolari dei diritti fondamentali proclamati dalla Rivoluzione Francese e dall’Onu – ma con l’élite dei matematici e degli ingegneri, con le loro biblioteche e i loro manuali, che sarebbero in grado di far rifiorire la civiltà (bianca e occidentale) su un altro pianeta o su questa stessa Terra, dopo una qualche apocalisse atomica o biologica. 

Per chi non riesce a pensare se non in termini di metafore informatiche, come Musk, l’apparato dell’hardware e del software di cui consiste la collettività, nelle sue dimensioni materiale e intellettuale, è sempre esposto ad un attacco hacker che ne potrebbe compromettere il funzionamento, anche manipolando il programma dall’interno e modificandone il comportamento: è quello che avrebbe fatto la cultura woke. Ora che si è inceppata la fiducia nella capacità espansiva delle tecnologie digitali, nel loro mandato prometeico di guida al progresso e all’evoluzione del mondo intero – l’ansia da assedio delle cittadelle bianche del Sudafrica passa a dominare la retorica e la progettualità delle Big Tech. L’assalto può provenire non solo dall’esterno, ma anche dal Golem di un’AI alimentata dalla profusione dei testi contaminati dalla mentalità woke del vecchio Twitter, ora epurato – candeggiato – nel nuovo bianchissimo e ortodosso X. La difesa deve mettere al riparo il core della civiltà ricorrendo a tutti gli stratagemmi possibili, includendo anche le operazioni di ingegneria sociale che rendano le masse funzionali alle necessità operative dello Stato.

Occorre tornare a domandarsi cosa sia il potere, accantonando la metafora macchinica dello Stato e la fede nel potere della tecnologia di raggiungere le finalità migliori attraverso la soluzione di problemi relativi a mezzi e strumenti. Occorre tacitare l’ingenuità e l’arroganza di Musk, mettendo in luce l’ipocrisia degli interessi finanziari nella matrice teologica che, secondo la metafora del nano gobbo di Benjamin, mette in movimento la macchina politica dall’interno. Ora che l’escatologia della Rete digitale ha mostrato che la promessa di salvezza nel futuro del governo degli ingegneri consiste nell’irrigidimento della gerarchia attuale e nella riproduzione testarda del vuoto di senso diluita dal balenio dei gadget digitali, diventa sempre più urgente la domanda su quale debba essere il ruolo e lo statuto dello Stato nella progettazione del nostro (molto profano) futuro.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus, Einaudi 2006.
P. Levy, L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996.
M. Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae, Laterza 2018.
P. Musso, L’ideologia delle reti, Apogeo 2007.
Q. Slobodian, B. Tarnoff, Muskismo, Einaudi 2026.


Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Terza parte, è davvero il caso?

Quindi, è il caso di procedere con il nucleare? 

Il nucleare si propone - o meglio, viene proposto dai suoi sostenitori - come soluzione prospettivamente economica, ambientalmente poco impattante, potente, disponibile e fruibile con continuità e, infine, in linea con le strategie di decarbonizzazione. Ma è davvero così?

Prospettivamente economico perché con un LCOE (Levelized Costo Of Energy) contenuto; di fascia bassa; ambientalmente poco impattante, grazie alle dimensioni tutto sommato contenute delle nuove centrali da 1.000 MW e alla quasi assoluta assenza di emissioni di CO2 e di altri gas critici; altamente disponibile e fruibile con continuità, poiché non soggetto alle variabilità dell'eolico, dell'idroelettrico o del fotovoltaioc; potente perché in grado di erogare grandi quantità di energia per unità di tempo; e in linea con le strategie di decarbonizzazione dato che non fa uso di nessuna combustione carbonica.

In più, la produzione di energia da fonti nucleari viene presentata come la risposta alle crescenti esigenze di energia dettate, come dice Pichetto Fratin, dal proliferare delle nuove tecnologie di data centre, I.A. e elettrificazione civile.

Però, ci sono alcuni però, almeno quattro

Però, se pure il costo complessivo di produzione (LCOE) è competitivo, gli investimenti iniziali sono drammaticamente più elevati e rischiano, come successe già tempo fa, di essere incompatibili con le risorse che lo stato è in grado di mobilitare. E, per certo, le possibili soluzioni private o misto pubblico-private a questa criticità non sembrano essere percorribili, perché legherebbero il Paese alle imprese realizzatrici anche nella fase di gestione – chi farebbe questi investimenti senza averne un ritorno con la vendita di elettricità? – e, con buona probabilità neutralizzerebbero la competitività economica dell’energia.

Però, il tempo necessario per realizzare le centrali è lungo, molto lungo, e sposta in un futuro quasi remoto la fruibilità di questa produzione, in termini di 10-20 anni e forse più.

Però, e tre, bisogna fare i conti con le scorie di produzione: l’unico sistema per stoccarle in modo efficace, conveniente e sicuro è realizzare il Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi, tema su cui tutti i governi[1] che lo hanno avuto in carico, dal 2010 ad oggi, non sono riusciti a trovare una soluzione valida e condivisa con i diversi stakeholder. Né può essere considerata una soluzione adeguata quella del conferimento dei rifiuti radioattivi a media ed alta intensità a paesi terzi meglio organizzati, perché aumenterebbe il costo per Megawattora di 30 – 50 €, neutralizzando l’economicità nominale dell’energia “nucleare”. 

Però, numero quattro, è dove fare le centrali. È vero che in questo periodo si stanno affermando dei trend anti-democratici che potrebbero portare a decisioni d’imperio sulla localizzazione, ma è altrettanto vero che le forze popolari sostenitrici dell’imperium diventano di colpo sensibili quando viene toccato il loro backyard, come si è visto nella discussione pubblica sulla localizzazione del deposito. Nessuno lo vuole e – se tanto ci dà tanto – nessuno vorrà le centrali sul proprio territorio. E la ragione è chiara: la memoria di Three Miles Island, Chernobyl e Fukushima è ancora viva, e i timori di incidenti legati a fenomeni di guerra – pensiamo a quanto si parla di Zaporižžja - terrorismo o errori umani non sono facili da erodere.

Forse, allora…

Sembra, quindi, molto più opportuno puntare maggiore attenzione, risorse e lavoro su un mix di fonti rinnovabili che progressivamente (ma anche non completamente) sostituiscano le fossili, con in testa l’eolico di terra (onshore) e il fotovoltaico, fonti e tecnologie altrettanto economiche, pulite e poco impattanti sull’ambiente, del tutto in linea con i piani di decarbonizzazione, ma – in positivo:

- disponibili in tempi molto più brevi

- che richiedono investimenti molto inferiori e compatibili con le possibilità finanziarie del Paese

- certamente più sicure e, per questo, anche più facilmente affidabili a imprese terze, private o pubbliche

Resta aperto il tema della flessibilità e continuità di erogazione dell’energia, che viene indicato dai detrattori come il maggiore ostacolo delle rinnovabili: in questo senso la soluzione può essere fondata su interconnessioni di rete basate sulla sempre più affermata Smartgrid, compensazione con le fonti tradizionali residuali, per i momenti di minore disponibilità, sistemi di accumulo (va citato il caso della California, con batterie di capacità da 13 GW che soddisfano una porzione significativa della domanda nelle ore di picco) e sistemi di gestione intelligente della domanda. 

Domanda di energia che può – anch’essa – essere oggetto di un piano di ridefinizione nazionale che tenga conto degli orari di maggiore disponibilità e di modulazione – in termini di decremento – dei consumi sia civili che industriali. 

Un finale alternativo: quali interessi e forze dobbiamo ricordare?

Ecco, siamo alla fine di questa lunga riflessione sull’opportunità di un piano di sviluppo dell’energia da fonti nucleari e si pone una domanda esiziale: se ci sono tutti questi però, e se un piano energetico fondato principalmente sulle rinnovabili, perché il Governo italiano si sta focalizzando in modo così deciso sul nucleare?

Perché, visto che questo piano si rivela velleitario ed assolutamente inefficace nel breve periodo, il Governo sta facendone una propria bandiera e non sembra avvedersi di quanto sia poco realistico?

Ci sono sicuramente in gioco degli interessi industriali. A giugno l’Italia è entrata nella European Nuclear Alliance, allineandosi al gruppo dei paesi pro-nucleare in UE diretto dalla Francia, dice Ecco Climate. Di recente è nata Nuclitalia, collaborazione tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo – tre dei più grandi player industriali italiani, misti pubblico/privato – che si presenta come piattaforma industriale e tecnologica per guidare il futuro del nucleare in Italia. Ci sono le possibili ricadute di tipo militare, soprattutto in termini di propulsione navale.

Infine, c’è la pressione del mondo delle tecnologie digitali, con 200 data centre già attivi in Italia e 70 nuovi progetti solo nell’area milanese, l’ampliamento delle risorse energetiche necessarie a “far girare” le I.A. sempre più presenti nel tessuto industriale.

Non ci sembra azzardato pensare che il governo italiano sia consapevole della distanza del piano nucleare dalla realtà e che lo stia utilizzando, da un lato, in termini di comunicazione e di ricerca di consenso presso le fasce elettorali ideologicamente allergiche alle rinnovabili e presso quelle energivore, e dall’altro lato per ingraziarsi ed attirare le grandi tech corporation che sognano, con una folle fuga in avanti, data center, I.A. pervasiva e energivora, e reti neurali, misurate in qubit, ovunque. 

Alimentate, ovviamente, dalle centrali nucleari pagate dai governi locali.

 


 

NOTE:

[1] Quando si parla di "prospettivamente economico", per una fonte energetica,  si intende in termini di LCOE (Levelized Costo Of Energy) di fascia bassa.

[2] Nell’ordine: Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi, Meloni.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito

https://www.gov.uk/government/news/biggest-expansion-of-nuclear-power-for-70-years-to-create-jobs-reduce-bills-and-strengthen-britains-energy-security

https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB

https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity

https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare

https://www.mase.gov.it/portale/-/nucleare-sostenibile-mase-il-consiglio-dei-ministri-approva-la-delega

https://www.mase.gov.it/portale/-/la-camera-dei-deputati-approva-in-prima-lettura-la-legge-pichetto-sul-nucleare-sostenibile?p_l_back_url=%2Fportale%2Fcomunicati-stampa%3Fdelta%3D30%26start%3D2

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/

https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/


Missione “mille miliardi di alberi”

È la proposta del notissimo neurobiologo vegetale Stefano Mancuso e di altri scienziati come ad esempio Thomas Crowther dell’ETH di Zurigo e il team scientifico del Trillion Trees promosso dal WWF. Si tratta di un numero talmente enorme da poter sembrare il progetto un po’ stravagante di scienziati poco avvezzi alla concretezza. Non è così, si tratta di un progetto importantissimo e molto solido e adesso vedremo perché.

 


 

Circa due mesi fa abbiamo raccontato su Controversie il rapporto PEFC  sullo stato delle foreste in Italia, con alcuni dati molto incoraggianti.

Primo fra tutti il notevole aumento delle aree boschive nel nostro Paese e qualche timido segnale di una nuova fase di ripopolamento e di ripresa economica nelle aree montane, fenomeno che parte anche dalla nuova gestione dei boschi.

Ma se in Italia e in Europa la situazione delle aree boschive sta migliorando, anche grazie a una crescente consapevolezza della loro importanza, non altrettanto si può dire a livello globale. Nonostante le politiche messe in atto per proteggere le grandi foreste sudamericane, africane e asiatiche, polmoni del pianeta, la situazione continua a peggiorare.

Ogni anno la quantità di aree deforestate supera quella delle nuove aree boschive; ogni anno Amazzonia e foreste del Centro Africa perdono migliaia di ettari per disboscamenti non autorizzati o incendi dolosi per far posto ad attività agricole e pastorizia.

Ancora oggi la deforestazione netta vale poco meno di 5 milioni di ettari l’anno, secondo la FAO: si tratta della stima riferita al decennio 2010 - 2020, confermata anche dalle analisi del Global Forest Resources Assessment 2025.

Il quadro è drammatico ma non del tutto sconfortante: il ritmo con cui aumenta questo squilibrio sta diminuendo, ma siamo ancora lontani da un’inversione di tendenza.

In questo contesto il riscaldamento globale aumenta anno dopo anno con tutte le conseguenze infauste che ne derivano: secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS nel 2020, in assenza di correttivi, entro il 2070 fino al 19% della superficie terrestre potrebbe avere condizioni climatiche medie simili ad alcune zone del Sahara.

La comunità scientifica concorda che l’immissione di CO₂ e altri gas climalteranti in atmosfera sia la causa principale (forse non l’unica) del surriscaldamento del pianeta.

Il problema è duplice e non ha soluzioni univoche.

È duplice in quanto ogni anno l’immissione in atmosfera di CO₂ è superiore alla rimozione di questo gas e questo fa aumentare lo stock di gas accumulatisi in atmosfera, responsabili della mancata dispersione del calore. È importante però distinguere tra flusso (le emissioni annuali) e stock (l’accumulo storico): il climate change dipende soprattutto da quest’ultimo.

Ci sono due macro soluzioni per contrastare questa situazione: quelle tecnologiche, ovvero l’ottimizzazione dei processi produttivi per diminuire l’impronta carbonica e l’utilizzo di energie pulite da fonti rinnovabili; queste sono le Technology Based Solutions.

E poi ci sono le Nature Based Solutions, ovvero le soluzioni basate sulla natura. E tra queste, più che mai, la riforestazione.

 


 

Secondo il professor Stefano Mancuso, prima dell’impatto antropico il pianeta ospitava fino a 6.000 miliardi di alberi contro gli attuali 3.000 miliardi; si tratta di stime che Mancuso utilizza spesso nella sua attività divulgativa, stime che derivano dalle ricerche del Crowther Lab dell’ETH di Zurigo. Nei secoli, e in particolare dall’inizio della rivoluzione industriale, l’uomo ha dimezzato la presenza di alberi sul pianeta, con una gravissima perdita di capacità di assorbimento della CO₂ proprio nel momento in cui servirebbe di più.

Secondo Mancuso le soluzioni tecnologiche sono importanti ma da sole non risolveranno il problema. Per altro, l’obiettivo di arrivare entro il 2050 al Net Zero appare irrealistico; molto più plausibile è la carbon neutrality, ovvero compensare le emissioni con soluzioni tecnologiche o naturali.

La soluzione, dunque, per lui come per altri studiosi, è quella di piantare almeno mille miliardi di nuovi alberi. Questo incremento di “massa verde” permetterebbe di assorbire una quota significativa (ma non sufficiente) dei gas climalteranti prodotti dalla nostra società – comprese le emissioni legate ai conflitti, disastrosi non solo sul piano umano – e contribuirebbe a frenare il climate change, agendo sulla riduzione dello stock.

Ma sorgono spontanee alcune domande: “è veramente possibile piantare mille miliardi di alberi sul nostro pianeta? C’è lo spazio? Dove troviamo questo numero immenso di alberi nuovi da piantare?”

Prima di rispondere, occorre ricordare che l’idea dei mille miliardi di alberi non nasce dal nulla: è la conseguenza di vari studi che hanno contribuito a definire l’obiettivo.

Nel 2019 è stato pubblicato su Science lo studio dell’ETH di Zurigo, noto come “Trillion Trees Study”, che dimostra che sul pianeta esistono 2,8 miliardi di ettari di terreni riforestabili. La mappatura è precisa, continente per continente.

Questi 2,8 miliardi di ettari potenzialmente riforestabili, scendono a 0,9 miliardi escludendo le aree urbane e agricole. E facendo rapidi calcoli si desume che questo spazio permetterebbe la crescita di circa mille miliardi di alberi. Va ricordato che questa stima è stata oggetto di dibattito, ma resta probabilmente l’analisi più autorevole sul tema.

La missione mille miliardi dunque non è una follia visionaria, ma un tema di presa di coscienza, responsabilità e di volontà politica internazionale.

L’altro punto critico è: “ma dove le prendiamo tutte queste piante?”

Anche in questo caso la risposta è semplice, nel senso di logica e razionale. Mancuso sa benissimo che non è possibile, né da un punto di vista della fattibilità, né economico, coltivare in vivai un numero così colossale di piante.

La soluzione che propone è la rigenerazione naturale: gli alberi producono enormi quantità di semi che si disperdono nell’ambiente trasportati dal vento e dagli animali. Sono questi semi che permettono ai boschi di espandersi e ampliarsi velocemente se non trovano ostacoli da parte dell’uomo. È ciò che abbiamo visto anche in Italia: nelle zone montuose abbandonate i boschi sono ricresciuti con straordinaria rapidità.

Si tratta del concetto di Assisted Natural Regeneration (ANR), che si è sviluppato negli ultimi decenni con il contributo di decine di ricercatori di tutto il mondo; Stefano Mancuso è uno dei grandi divulgatori internazionali di questa metodologia. La rigenerazione naturale ha anche un vantaggio ecologico fondamentale: produce boschi più biodiversi, più resistenti e in grado di immagazzinare una maggior quantità di carbonio, rispetto alle piantagioni artificiali.

Il disastro Vaia del 2018, quando una tempesta distrusse oltre 42.000 ettari di boschi in Trentino, è dipeso anche dal fatto che quei boschi erano frutto di una piantumazione artificiale nel primo dopoguerra che non rispettava la composizione naturale originaria. Erano boschi strutturalmente fragili, incapaci di resistere a un evento meteorologico estremo.

Affidare la missione mille miliardi alla natura è dunque la scelta più logica. Naturalmente questo non vale per le città e per le aree fortemente urbanizzate. Gli alberi urbani, tristemente isolati e circondati da cemento, spargono i loro semi inutilmente nell’asfalto. Eppure le città sono proprio i luoghi dove gli alberi servirebbero di più: per abbassare le temperature roventi estive e migliorare la qualità dell’aria.

Nei piani di riforestazione urbana l’intervento umano è indispensabile, occorre individuare gli spazi giusti (ci sono) e progettare piantumazioni intelligenti, che possano resistere nel tempo.

Quindi, per portare a buon fine la missione mille miliardi serve dunque una collaborazione uomo – natura; lasciare che la natura ampli le foreste e realizzare una piantumazione mirata nelle aree urbanizzate.

Come dicevamo si tratta soprattutto di una sfida culturale e politica; concretamente è un’operazione oggettivamente fattibile. Purtroppo, proprio perché si tratta di un tema di coordinamento politico internazionale e dei singoli paesi, è legittimo essere pessimisti.

 


 

In ultimo, quanta CO₂ assorbirebbero mille miliardi di nuovi alberi? Secondo il Crowther Lab, potrebbero immagazzinare fino a 205 gigatonnellate di carbonio, equivalenti a circa 750 miliardi di tonnellate di CO₂ nel loro ciclo di vita. Attenzione, nel loro ciclo di vita, parliamo quindi del dato complessivo che queste foreste potrebbero accumulare una volta mature.

E questo è il punto chiave del ragionamento: il problema del climate change deriva essenzialmente dal surplus storico di CO₂ presente in atmosfera, accumulatosi a partire dall’inizio dell’800; in altre parole, esiste uno stock di CO₂ in eccesso, calcolato dal Crowther Lab in circa 1.600 miliardi di tonnellate.

La missione mille miliardi incide marginalmente sull’assorbimento delle emissioni annue (per questo motivo servono anche le soluzioni tecnologiche di abbattimento del flusso); ma va a incidere – nel tempo di vita delle nuove foreste – in modo sostanziale sullo stock, causa principale del riscaldamento globale.

Infine, quindi, c’è da domandarsi: “è il caso di prendere seriamente la proposta degli scienziati che parlano dei mille miliardi di alberi?” 

Credo che la risposta sia semplice.


Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Seconda parte, sostenitori e detrattori

Promotori e sostenitori 

Il principale promotore dell’iniziativa di ripresa del percorso nucleare è il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Pichetto Fratin appartiene ed è espressione di Forza Italia, con un curriculum di rispetto e fortemente trasversale tra ambiente e programmazione economica, con una dichiarata attenzione alla riconversione dei poli industriali ad alto impatto ambientale. I suoi mandanti sono, per forza di cose, i partiti di maggioranza.

La principale ratio del Ministero per questo nuovo percorso energetico è di rispondere alla crescente domanda di energia generata «anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile»[1] in modo più indipendente, sicuro e forte, garantendo – nello stesso tempo e in parallelo allo sviluppo delle energie rinnovabili – di «raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione, garantendo la piena sicurezza energetica del Paese».

Nel comunicato di febbraio 2025, il Ministro dichiara programmaticamente che il Governo intende «disciplinare in maniera organica l’intero ciclo di vita della nuova energia sostenibile, […] dalla sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi moduli, al tema della fabbricazione e riprocessamento del combustibile sarà affrontato in una visione di economia circolare», agendo «anche sulla disattivazione e smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, la riorganizzazione di competenze e funzioni, anche con l’istituzione di una Autorità indipendente per sicurezza, vigilanza e controllo. La delega servirà anche a prevedere strumenti formativi e informativi, formare nuovi tecnici e figure professionali del settore, individuare benefici per i territori interessati».

Un punto cardine delle motivazioni è la continuità di produzione e di disponibilità dell’energia, continuità che le fonti rinnovabili come eolico e solare non possono, per loro natura, garantire. Anche l’idroelettrico – che pure ha giocato un ruolo fondamentale nel mix energetico italiano – sembra, su questo punto, mostrare la corda e avere prospettive di decrescita a fronte dell’evoluzione climatica.

Senza dubbio, il piano Pichetto Fratin è – almeno nelle parole – ampio, organico, attento alle implicazioni ambientali, alla circolarità dell’economia, all’assorbimento di un fabbisogno energetico, alla continuità di produzione e, infine, al benessere – torneranno i contributi compensativi sotto altro nome? – dei territori interessati.

È anche evidente che questo programma dà per scontata la crescita del fabbisogno energetico, ma come si può intervenire su questa crescita, a livello locale? E il livello nazionale italiano è locale, a confronto con i movimenti della finanza e dell’industria tecnologica mondiale che oggi, palesemente, tirano le fila dello sviluppo della “nuova” industria.

Chi altri sostiene il piano del Governo? 

In prima fila troviamo le associazioni degli industriali, per le medesime ragioni del governo e il sotteso di possibili riduzioni dei costi di produzione dell’energia; sono allineate a quella del Governo le voci della grande industria pesante italiana: Enel, Ansaldo Energia, Leonardo, per l’ovvia ricaduta produttiva, dato che saranno presumibilmente loro a prendersi in carico la progettazione, la realizzazione e la gestione degli impianti; infine, l’Enea che - in un impeto autopoietico – vede accrescere la centralità del suo ruolo come “pivot” di questo sviluppo.

Ci sono ancora i contrari?

Il fronte contrario al nuovo piano sul nucleare comprende – in buona sostanza – tutte le principali forze politiche di opposizione: PD, M5S, Verdi e Sinistra, in sintonia con diverse associazioni ambientaliste e alcuni think tank climatici, come Ecco Climate.

Le principali ragioni del no sono fondate sui tempi lunghi di realizzazione, che non rispondono alla crescita delle esigenze energetiche – sugli investimenti molto elevati e forse incongruenti con le possibilità del Paese, sulla mancata risoluzione del problema dello stoccaggio delle scorie, sul rischio che questa nuova onda affossi il pur dichiarato sviluppo delle rinnovabili e – infine – sul rispetto della volontà popolare dei due referendum del 1987 e del 2011.

Curiosamente, gli oppositori non fanno più leva – come in passato - sulla paura dei pericoli maggiori, dalle perdite e contaminazione ai disastri[2].

Comparazione di diverse fonti e tecnologie di produzione

Tenteremo, ora, di fare una valutazione comparativa del nucleare con alcune altre fonti energetiche, come il gas naturale, il carbone e le rinnovabili più accessibili quali l’eolico di terra, l’idroelettrico e il fotovoltaico.

I criteri di comparazione che prenderemo in considerazione sono il costo di produzione, la disponibilità delle materie prime, i tempi di realizzazione e i fattori inquinanti e di rischio.

Costi

Calcolare con un certo grado di precisione il costo complessivo di produzione dell’elettricità è un’operazione molto complessa, in cui rientra una molteplicità di fattori, a partire dagli investimenti per la realizzazione degli impianti e dal relativo ammortamento, per arrivare ai costi di trasporto e di consegna, passando – tra le altre cose – per il costo delle materie prime.

È, quindi altrettanto difficile comparare correttamente il costo effettivo di diverse fonti e diversi metodi di produzione. L’approccio più completo e in grado di fornire una vista “semplificata” è quello del Costo Livellato dell’Energia (Levelized Cost of Energy, LCOE), che computa tutti gli investimenti e i costi nel ciclo di vita di una filiera di produzione energetica e li divide per il potenziale produttivo complessivo in quello stesso ciclo di vita.

Anche il LCOE è un metodo con elevato tasso di incertezza poiché non può tenere conto delle fluttuazioni, su periodi di uno o più decenni, del costo e della disponibilità delle materie prime e del lavoro, dell’impatto di fenomeni socio-economici e geopolitici quali, ad esempio, le guerre che stanno modificando continuamente il mercato dell’energia. Tuttavia, in prima approssimazione e facendo delle ipotesi di scenario abbastanza stabili, permette di ottenere dei valori compresi in forchette di variazione che nel tempo si sono dimostrati abbastanza attendibili per dei confronti di medio periodo. Inoltre, l’analisi dell’ampiezza delle forchette di variabilità può essere usata come indicatore di rischio di variabilità e – di conseguenza – di stabilità economica di un metodo produttivo.

Ora, alcune fonti di analisi sicuramente serie e attendibili[3] indicano che il costo di produzione dell’elettricità con centrali nucleari “avanzate” si attesta tra i 100 $ e i 110 $ per Mwh, in linea con quello delle centrali a carbone, ma molto al di sopra del costo di 60-80 $ /MWh dei generatori a gas con ciclo combinato, dei parchi eolici “di terra” e delle centrali idroelettriche.

Questo costo più elevato per unità prodotta è dovuto principalmente ai tre fattori della disponibilità di materia prima (uranio arricchito, p.e.), degli investimenti di costruzione e del ciclo di vita limitato, caratteristici del nucleare.

In particolare, realizzare una centrale “tipo” da 1.000 MW costa tra i 6 e i 9 miliardi di €, mentre – ad esempio – un parco eolico “di terra” con la stessa potenza richiede solo 1 – 2 miliardi di euro. E lo stesso vale per una centrale a gas con ciclo combinato.

Tempi di realizzazione

La velocità di messa in opera, che si traduce nel tempo in cui l’energia è disponibile per coprire i fabbisogni, è anch’essa un elemento comparativamente critico per le centrali nucleari, anche se “piccole” e di tipo più avanzato: la sola costruzione richiede mediamente 5 anni ma, considerando l’iter di scelta e approvazione del sito, la valutazione ambientale e le diverse procedure di approvazione e collaudo, in Paesi mediamente attenti (e con aree sismicamente e idrogeologicamente critiche) come è l’Italia, il tempo complessivo di messa in opera si può attestare tra i 12 e i 20 anni.

Al contrario, la messa in opera di un parco eolico può essere fatta in 2 – 4 anni e una centrale a gas richiede al massimo 6 anni.

Disponibilità delle materie prime e continuità della fornitura

La materia prima sembra essere un fattore di grande incertezza per tutti tipi di produzione energetica: i principali elementi necessari per il processo di fissione, uranio per primo, non sono certamente rinnovabili e, secondo alcune fonti[4], se ne può stimare la disponibilità – con i ritmi di consumo e le tecnologie attuali – per poco più di cento anni. Può venire in aiuto, per rendere questo scenario meno critico, la possibilità di centrali autofertilizzanti che autorigenerano il combustibile, producendo quantità significative di un secondo elemento fissile e riducendo nel contempo la quantità di scorie. Tuttavia, questa tecnologia aggiunge complessità, aumenta gli investimenti e i costi di produzione e, inoltre, sembra essere decisamente più rischiosa. In aggiunta, la fornitura dipende in larga parte da Paesi come il Kazakhistan, la cui stabilità geopolitica non è garantita a lungo termine.

Peggiore prospettiva si delinea per il gas naturale. Secondo Worldometers le riserve di gas attualmente note coprono il fabbisogno mondiale per 50 – 60 anni e sono ad alto rischio di approvvigionamento a causa delle elevate tensioni internazionali.

Dall’altra parte, le fonti rinnovabili garantiscono una disponibilità teoricamente illimitata – e per questo godono di una “ottima fama”. 

Purtroppo, però, almeno a livello locale, non sono, come abbiamo già accennato, altrettanto continue nel tempo. Il fotovoltaico produce solo di giorno, l’eolico solo in condizioni di vento di media forza, l’idroelettrico inizia a risentire della variabilità dei flussi idrici, generata dal cambiamento climatico (in negativo per le siccità e in positivo per gli eccessi di precipitazioni che non possono essere adeguatamente sfruttati). E la continuità – a fronte della crescita e intensità dei consumi industriali e civili (soprattutto di raffrescamento) – è un fattore critico importantissimo.

Proprio la continuità è, invece, il cavallo di battaglia del nucleare. 

Ambiente

L’ultimo fattore che analizziamo, apparentemente il più scontato, è la dimensione dell’impatto ambientale.

In questo senso, i perdenti assoluti sono il gas e il carbone, responsabili conclamati, con le emissioni di CO2 e gas serra, di una parte rilevante della dimensione antropica del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico mondiale, tanto da essere considerati oggetto di phase-out anche dai governi più conservatori.

Le rinnovabili, al contrario, sembrano essere vincenti e senza rivali: non generano emissioni, non producono scorie, non consumano risorse critiche. 

L’unico fattore discutibile è quello dell’impatto paesistico, le pale eoliche sono “invadenti” all’occhio, possono essere deturpanti e creano disagi per la fauna locale; uno sviluppo dell’idroelettrico richiede la creazione di nuovi bacini con impatti ambientali difficili da stimare; il fotovoltaico – realizzato a fini industriali – è invasivo e “consuma” vaste porzioni di territorio tipicamente “vergine”. 

Dal punto di vista delle emissioni, anche il nucleare è vincente. Non fa rumore, non emette né fumi, né gas, né acque sporche (se tutto va bene). L’unico problema è quello delle scorie radioattive, che potrebbe essere gestito in modo adeguato con i noti depositi, la cui sicurezza sembra essere garantita, sulla carta e dalle esperienze di chi li ha già fatti. 

Potrebbe, però, là dove si riuscisse a definire dove costruirli.

 

Nella prossima puntata trarremo delle conclusioni!

 


 

NOTE:

[1] Si vedano i comunicati stampa del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, https://www.mase.gov.it/portale/comunicati-stampa.

[2] È possibile che la consapevolezza – generata dalla situazione di Chernobyl – della vicinanza di altre centrali, in Francia, ad esempio, e del rischio che queste comportano per un raggio anche di alcune migliaia di chilometri abbia ridotto la percezione di rischio nelle vicinanze. In realtà, suggerisce una I.A., Non è esatto dire che non se ne parli più, ma l'attenzione mediatica è cambiata perché le tecnologie attuali sono considerate molto più stabili rispetto al passato e il dibattito globale si è spostato sui costi economici, sui tempi di realizzazione e sull'emergenza climatica, anche perché l’evoluzione tecnologica, con sistemi di sicurezza passivi che spengono il reattore da soli in caso di pericolo, senza bisogno dell'uomo, e la presenza di Enti come l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica che impongono regole rigide e uguali in tutto il mondo riducono la percezione di Major Risks.

[3] Tra queste, il 2019 Report del DOE – Department of Energy degli Stati Uniti e il Levelized Cost of Energy and Levelized Cost of Storage 2019, di Lazard Frères & Co. LLC.

[4] Engie Italia, Carlo Lombardi, Impianti Nucleari, Milano, CUSL, 2007.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

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https://www.technologyreview.it/tre-domande-sul-nucleare-di-nuova-generazione-con-relative-risposte/https://eccoclimate.org/qa-il-nucleare-serve-allitalia/

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/


Rallentare. Il manifesto della Slow Science.

Più di un paio di anni fa (https://www.controversie.blog/pazienza-fretta-pianeta/) avevamo parlato della necessità che la scienza fosse “lenta”, un’attività meditata, attenta e riflessiva. In tempi di accelerazionismo, invece, sempre più, si vuole una scienza “sveltina”, che porti subito le prove di un asserto, riscontri immediati e conferme veloci. Con scarsa tolleranza per ipotesi visionarie, ma con ancora poche prove. Un modello di fare scienza che preferisce i temi noti, acquisiti e di moda, anziché quelli ignoti, potenzialmente rivoluzionari e più marginali.

A tal fine, è stato appena tradotto in italiano, da parte della rivista ROARS, il Manifesto per una slow science redatto dal movimento Slow Science.  

Questo movimento (di scienziate e scienziati) (vedi https://en.wikipedia.org/wiki/Slow_science) è nato nel 2018, su iniziativa di una filosofa della scienza, la belga Isabelle Stengers. Esso mette in discussione la cultura dominante, nelle istituzioni accademiche e di ricerca, del motto “publish or perish”. Questa pressione a pubblicare rapidamente e a ottenere un alto numero di citazioni compromette la qualità del lavoro scientifico. 

Tant’è che il noto epidemiologo John Ioannidis, già il 30 agosto 2005, pubblicò un articolo da titolo significativo: Why most published research findings are false https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.0020124

Una decina d’anni più tardi (precisamente l’11 aprile 2015), Richard Horton (dal 1995 capo-redattore di The Lancet, forse la più importante rivista in campo medico), scrisse una sorta di editoriale “Offline: What is medicine’s 5 sigma?“, in cui lanciava pesanti accuse: “gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, potrebbe semplicemente essere falsa. Afflitta da studi con campioni di piccole dimensioni, effetti risibili, analisi esplorative non valide ed evidenti conflitti di interesse, insieme a un'ossessione per perseguire tendenze alla moda di dubbia importanza, la scienza ha preso una svolta verso il buio. Come ha detto uno degli addetti ai lavori "metodi scadenti ottengono risultati".

Questo movimento promuove un cambiamento verso pratiche di ricerca più approfondite, che consentano alle scienziate e scienziati il tempo necessario per riflettere a fondo, analizzare con cura la letteratura e sviluppare collaborazioni significative.
Un ecosistema scientifico, dove le ricercatrici e i ricercatori possano cooperare invece di competere, e dove il loro lavoro sia valutato sulla base della rilevanza e del rigore dei contributi, piuttosto che attraverso indici bibliometrici.

Con l’obiettivo di ridefinire l’immagine della scienza.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- Horton, R. (2015), Offline: What is medicine's 5 sigma? ,The Lancet, vol. 385, Issue 9976, p1380. https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(15)60696-1/fulltext 

- Ioannidis JPA (2005), Why Most Published Research Findings Are False. PLoS Med 2(8): e124. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.0020124


Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk

Alcune considerazioni a margine di The Musk di Paolo Bottazzini

Che la “rivoluzione digitale” sia una sequela di promesse non mantenute[1] è ormai divenuto un luogo comune, così come il carattere tutt’altro che liberatorio del tecno capitalismo che si va edificando[2]. Ci è voluta comunque l’amministrazione Usa di Trump e in particolare la sua più recente alleanza con alcuni dei “tecno-titani”, affinché la nostra intellighenzia “progressista” (qualunque cosa voglia dire) si rendesse conto dopo circa trent’anni di stolida euforia tecnofila (e tecno-folle) che un po’ di marcio, oltre che in Danimarca, c’è anche nella Silicon Valley. Serviva soprattutto che comparisse il villain perfetto, Elon Musk, con i suoi avi paranazisti (e forse neanche tanto… para), perché avvenisse qualche risveglio critico. Ma anche rispetto allo svitato e drogatissimo fondatore di Tesla, bisognava aspettare il suo passaggio armi e bagagli alla destra trumpiana perché, appunto, si smettesse tra la sinistra per bene (una delle cose più dannose degli ultimi decenni dopo l’amianto) di idolatrare l’inventore, il profeta dell’auto elettrica ecc.

Bene. Meglio tardi che mai, anche se si attende ancora qualche autocritica sui fiumi di inchiostro versati per incensare pre- e soprattutto post-mortem quello Steve Jobs “senza il quale le nostre vite sarebbero tanto più tristi” (spoiler: non arriverà). Oggi comunque in molti sembrano essersi resi conto del pericolo rappresentato da un mondo in cui un pugno di oligarchi capitalistici delle tecnologie digitali (in acronimo GAFAM) stanno riuscendo, complice una politica totalmente asservita o abulica (o entrambe le cose), a governare dispoticamente le nostre società grazie alla riconfigurazione della Rete (e del nostro modo di “starci dentro”) come strumento di raccolta/ analisi dei dati e controllo capillare delle vite di tutti noi, fino al termine della mente.

Queste parole introduttive solo per dire che la volontà di potenza e dominio scaturente dalla megamacchina tecno-capitalistica attuale, nonostante le sembianze fricchettone delle origini (peraltro da tempo dismesse), poteva essere avvertita anche un po’ prima del terzo decennio del secolo XXI[3]. Ma, come si diceva, meglio tardi che mai.

Il fatto è che la “vecchia” ideologia liberal-liberista-libertaria “californiana” della prima rivoluzione digitale (quella incarnata soprattutto da Steve Jobs), finché ha avuto una forte egemonia, tendeva a mettere in ombra i tanti lati oscuri della rete e della digitalizzazione, sommergendoli di una sovrabbondante retorica progressistica. Le cose sono cambiate quando, con la drammatica crisi di legittimazione del sistema neoliberale successiva alla Grande crisi del 2008, quella retorica ormai inutilizzabile ha lasciato spazio alla nuova retorica del potere che dichiara la propria volontà di potenza, e che non ammannisce più storielle edificanti ma addirittura prospetta la catastrofe e promette solo di poterla gestire meglio di altri. The times they are a changing, I tempi stanno cambiando e non in meglio – sembrano dire i nuovi retori della tecno politica – ma noi sappiamo cosa fare. Per esempio: non si nega più la crisi ecologica, la si ammette, e si propone la soluzione di portarci tutti su Marte!

È questa la Stimmung di Elon Musk, come si sarà capito, vero e proprio spaventapasseri per tutti i progressisti beoti che fino a ieri si son bevuti ettolitri di propaganda tecnofila e oggi la deprecano. Non che egli non sia un essere veramente mostruoso. Solo che è figlio di un’epoca e di una industria, e di una cultura industriale che si è fatta direttamente (come accade in America da sempre – si rilegga il Gramsci di Americanismo e fordismo)[4] cultura diffusa, spirito della nazione. Ebbene, ora per capire la figura di Elon Musk non solo come protagonista dell’epoca e delle sue vicende economico-tecnologiche ma anche e soprattutto come sintomo di una civiltà e di tutta una fase dello sviluppo capitalistico globale, giunge il libro di Paolo Bottazzini The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista[5], insieme informata biografia sul personaggio Musk ma anche approfondita radiografia dell’epoca che stiamo vivendo.

Genio, megalomania, mito americano e altre sciocchezze

Muovendosi in parallelo sul piano prosopografico e su quello più ampio della cronaca economica e tecnologica (ma, come vedremo, questo è solo una parte del lavoro), Bottazzini ci restituisce in primo luogo l’immagine dell’inventore/imprenditore tutto genio, sregolatezza e… sostegno pubblico.

Le tappe della sua ascesa alle vette dell’industria tecnologica, fino alla sua consustanziazione con gli apparati statali e militari, sono da Bottazzini descritti puntualmente e con una prosa – fatto non irrilevante – letterariamente pregevole e mai noiosa. Sotto gli occhi del lettore scorrono così non solo le imprese ingegneristiche e commerciali, le discese ardite e le risalite del nostro, ma anche le numerose bizzarrie e “devianze” che hanno contribuito a fare di lui un “cerbero” a più teste. Così come il suo approdo ai vertici dell’apparato produttivo (Space X) e perfino dell’apparato statale, con la tragicomica vicenda (durata peraltro l’espace d’un matin) del DOGE (Department of Government Efficiency), l’agenzia parastatale creata per lui il primo anno dell’amministrazione Trump. Ciò che ha permesso al Nostro di portare, seppur per breve tempo, ai vertici dello Stato il suo credo managerial-efficientistico-neoliberale. Non ha funzionato e non poteva funzionare, ma il solo fatto che si sia potuto procedere su quel terreno dice qualcosa sul grado di spappolamento culturale e mentale della Politica nel mondo occidentale. Nonché sul grado di interscambiabilità ormai raggiunto tra imprenditori e politici (anche se noi italiani non dovremmo sconvolgerci troppo, dal momento che, come un secolo fa nel caso del fascismo, siamo nella posizione dei “pionieri” – o abbiamo già dimenticato la vicenda del berlusconismo?)[6].

Attraverso la sequenza delle sue mosse più o meno geniali (per quanto nella auto-narrazione siano tutte sistematicamente geniali) nel campo dell’imprenditoria ma anche dell’ingegneria (è il caso di Space X), il personaggio appare a un tempo come carnefice e vittima dentro un mondo imprenditoriale sempre più spietato e dominato da una temporalità decisamente schizoide. Sicché Bottazzini segnala, per esempio, come un fatto non estrinseco la scarsa propensione al sonno e la connessa depressione di Musk, tipica rappresentazione di quel “capitalismo 24/7” che il combinato disposto di neoliberismo sfrenato e tecnologie digitali ha reso possibile, secondo l’analisi del saggista Jonathan Crary[7]:

Ma la disponibilità ininterrotta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette, più in generale, […] è il precetto essenziale del nuovo capitalismo, con l’abrogazione dei ritmi naturali della vita che scandiscono l’alternanza di sonno e veglia, lavoro e festa. La cancellazione del ritmo determina la dissoluzione del flusso storico del tempo, con l’immobilizzazione in un eterno presente omogeneo, continuo, senza destinazione e ricordo. […] Il tempo non è più un orizzonte aperto, ma una struttura bloccata in cui il futuro è replica del presente. In questa condizione di soggezione continua al consumo e alla sorveglianza, ogni possbilità di trasformazione sociale sembra impensabile.[8] 

I tratti più bizzarri e le tendenze sociopatiche del personaggio vengono così sottratti alla sola psicopatologia e inseriti in un più generale quadro di riferimento socio-psicologico: dei ceti manageriali delle aziende neoliberali, (in particolare di quelle digitali), della società nel suo complesso.

Ma quel che più interessa, a questo livello dello studio, è l’attenzione alle fonti intellettuali che è possibile ravvisare nel personaggio Musk. Eh sì, perché, per quanto rudimentale, esiste una “filosofia” del personaggio. Che poi è sostanzialmente una retorica (auto)propagandistica. E dalla quale, ancora, emergono, in verità, i tratti della cultura del capitalismo Usa attuale, e più in generale – direi – di quel capitalismo tecno-nichilista a suo tempo ben tematizzato da Mauro Magatti[9].

Si potrebbe così schematizzare la Weltanschauung di Musk, traendola dai molti materiali che il libro di Bottazzini ci mette a disposizione.

  1. Il liberalismo economico estremo, che in Usa è noto come libertarianism[10].
  2. La visione “randiana” (derivante dalle opere di Ayn Rand) dell’eroe tecno-scientifico che dev’essere lasciato libero di agire per far del bene all’umanità (laddove in genere è ostacolato dal carrozzone statale-burocratico, per non parlare del sempre incombente pericolo socialista)[11].
  3. La dimensione tecnocratica, con radici che possono essere individuate nel positivismo ottocentesco[12], tipica di tutta la cultura della Silicon Valley, con la conseguente “liquidazione del Politico” (una cosa che avrebbe fatto felice, forse, il vecchio Carl Schmitt, che vi avrebbe potuto vedere una ulteriore incarnazione della sua concezione del moderno come «epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni»)[13].
  4. La solita divinizzazione della Tecnica, che risolverà ogni nostro problema, purché lasciata libera di svilupparsi. Su quest’ultimo punto, forse, la postura di Musk è un pochino deviante rispetto al progressismo tecno-liberale medio degli ideologi della Rete: mentre per questi ultimi tutto andrà sicuramente bene grazie allo sviluppo tecnologico-capitalistico, secondo Musk il corso della storia è un po’ meno deterministico e ottimistico, perché alcune tecnologie possono anche avere degli effetti perversi (si veda in genere la sua valutazione delle prospettive dell’IA, nella quale vede un «rischio esistenziale» non facilmente aggirabile)[14], e poi a causa delle tante «teste di cazzo dotate di PhD»[15] a cui aziende e amministrazioni pubbliche tendono ad affidarsi, invece di… dare tutto il potere ai geni come lui!

Di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk

Il merito maggiore di questo libro però – vi accennavamo sopra – non è nel proporci una sintesi delle biografie del personaggio (o se vogliamo una revisione critica di esse), nonché una lettura critica dell’ascesa (resistibile?) del Grande inventore, ma è – direi, con voluto richiamo carveriano – nel ricordarci sempre di cosa parliamo quando parliamo di Elon Musk (o di uno qualunque di questi così detti “tecno-titani”). In altre parole, Bottazzini avverte sempre il lettore – direi a ogni pagina – che parlare di questa figura, oggi così visibile e invadente sul piano comunicativo, significa parlare del mondo del capitalismo digitale che è stato edificato intorno a noi (e ormai sempre più dentro di noi!). Un mondo che non ha atteso Musk per costituirsi, ma che è il frutto del concrescere di una serie di tecnologie create in ambiente ultraliberista e al servizio del capitalismo statunitense, nonché della egemonia geopolitica di Washington (un’egemonia oggi periclitante e per questo sempre più “incattivita”). E sono, queste, circostanze che è quanto mai importante aver presenti quando ci si accinge ad analizzare, cercare di comprendere il mondo digitale che questi signori (e queste potenze) stanno edificando. Anche e soprattutto per resistervi efficacemente e per costruire, dentro il nuovo ambiente sempre più tecnomorfo, le condizioni per la ricostruzione di una comunità fondata sui valori umani, sulla partecipazione democratica e sugli interessi collettivi come dal suo punto di vista ci invita oggi a fare la Chiesa Cattolica[16], e come tutti noi (stati, partiti, istituzioni locali, movimenti, cittadini singoli o variamente associati) dovremmo cercare di fare da qui in avanti.

 


 

NOTE:

[1] Vanni Codeluppi, I 7 tradimenti del digitale, Bari-Roma, Laterza, 2024.

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, Luiss University Press, 2019.

[3] E infatti qualcuno lo aveva fatto, messo rapidamente nell’angolo dal prevalente “digital consensus”. Ricordiamo qui almeno l’ottimo Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Milano, Cortina, 2011, e, se vogliamo risalire alla “preistoria” del digitale, Tomás Maldonado, Critica della ragione informatica, Milano, Feltrinelli, 1997.

[4] Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, a cura di Felice Platone, Milano, Universale Economica, 1949. Le classi dirigenti americane – scrive Gramsci – riescono a «imperniare tutta la vita del paese sulla produzione», mediante una forma di «egemonia [che] nasce dalle fabbriche e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e della ideologia» (p. 26).

[5] Paolo Bottazzini, The Musk. Teoria e pratica di un genio egoista, Milano, Bietti, 2025.

[6] Fu Paul Virilio (1932-2018) a considerare la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994 un «colpo di stato mediatico», che prefigurava – a suo dire – quel che sarebbe accaduto nel mondo occidentale in seguito: l’affermarsi di un «narco-capitalismo» basato sulle tecnologie informazionali e digitali (cfr. Paul Virilio, Alerte dans le cyberspace!, “Le Monde Diplomatique”, aôut 1995, p. 28, https://www.monde-diplomatique.fr/1995/08/VIRILIO/6578).

[7] Bottazzini si serve qui del notevole studio di Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Torino, Einaudi, 2015.

[8] Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 118.

[9] Cfr. Mauro Magatti, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Milano, Feltrinelli, 2009.

[10] La corrente dei libertarians sostiene tra l’altro la riduzione del governo ai minimi termini, essenzialmente all’ordine pubblico e alla tutela dell’integrità nazionale, ovvero: polizia ed esercito. Che è poi quell’idea di stato come «guardiano notturno» della proprietà denunciata dal pensatore e organizzatore socialista tedesco Ferdinand Lassalle (1825-1864) a metà Ottocento, quando il liberalismo si presentava privo di quelle preoccupazioni sociali che avrebbe poi, per la dialettica storica, dovuto integrare. Salvo perderle nuovamente con l’attuale neoliberalismo, che infatti dovrebbe essere chiamato, più correttamente, paleo-liberalismo!

[11] Ayn Rand (1905-1982), scrittrice e filosofia statunitense di origini russe, è figura quasi sconosciuta in Europa ma famosa e in fluentissima negli Stati Uniti. Autrice di alcuni fortunati romanzi di carattere fantapolitico e distopico (tra tutti da segnalare La rivolta di Atlante) è la campionessa dei valori “americani” dell’individualismo (tra le sue opere c’è significativamente una Virtù dell’egoismo), del self made man, dell’antistatalismo esasperato, dell’anticomunismo più ossessivo ecc. Per una buona rapida introduzione, si veda la voce Ayn Rand, di Nicola Misano, in Enciclopediadelledonne.it, https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/ayn-rand/ . Per una conoscenza più approfondita della pensatrice statunitense, comprensiva delle sue posizioni filosofiche ed epistemologiche, si veda l’ampia voce dedicatale dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy, https://plato.stanford.edu/entries/ayn-rand/ . Una testimonianza della passione dei fondamentalisti liberisti (in questo caso nostrani) per la Rand si trova in: Alessio Cotroneo, Chi era Ayn Rand e perché leggerla, “Istituto Liberale”, 21 aprile 2018, https://istitutoliberale.it/chi-era-ayn-rand-e-perche-amarla/.

[12] Una considerazione, questa, che ha sviluppato uno studioso molto acuto della cultura digitale, Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002, p. 26 e ss.

[13] Mi riferisco a: Carl Schmitt, L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni (1932), in Id., le categorie del politico. Saggi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1972.

[14] A questo proposito, mi sentirei perfino di spezzare una lancia… in testa a Musk, dal momento che egli, pur con argomenti piuttosto balordi, tende a non nascondere i profili di rischio insiti nei sogni utopici di robotizzazione totale che quelli del suo ambiente non solo sognano ma attivamente cercano- non importa quanto invano – di realizzare, per quanto senza mai ipotizzare il controllo politico e democratico sulle scelte tecnologiche, ma al massimo l’affidamento alla superiore coscienza e intelligenza di singole personalità eroiche e titaniche (cfr. Paolo Bottazzini, The Musk, cit., p. 43-48). Va detto, peraltro, che negli ultimi anni l’ottimismo sfrenato pare proprio passato di moda, in particolare di fronte alle prospettive di sviluppo dell’IA. Da ultimo, per esempio, lo stesso Bill Gates, ha detto al “New York Times” (26/08/2026): «Non mi piace dare brutte notizie alle persone o dire che l’innovazione può avere conseguenze complessivamente negative, soprattutto sull’occupazione, ma siamo arrivati a questo punto» (https://www.bluewin.ch/it/digitale/non-mi-piace-dare-brutte-notizie-ma...-la-cupa-profezia-di-bill-gates-li.3577109 ).

[15] La citazione non è testuale; l’avevo trascritta ma purtroppo ho smarrito l’appunto; dunque questa è una mia libera riscrittura, che credo comunque sarebbe apprezzata dal Nostro.

[16] Mi riferisco, naturalmente, alla recente enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2026. Sulla quale “Controversie” ha già ospitato due articoli: Gianluca Fuser, Le istanze tecnico-morali di Leone XIV nell’Enciclica “Magnifica Humanitas”, “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/istanze-magnifica-humanitas/ e Paolo Bottazzini, La babele dell’I.A., “Controversie”, n. 24/2026, https://www.controversie.blog/la-babele-ai/.