Sarah Bridger è professoressa associata di storia alla California Polytechnic State University, autrice del libro Scientists at War, the ethics of Cold War weapons research, pubblicato nel 2015 dalla Harvard University Press, e vincitrice del premio della Society of American Historians.

Intervistata nel 2024 da Bruce Hunt[1] , Bridger usa affronta, con gli strumenti della ricerca storica, il dibattito sulla responsabilità etico-politica dei fisici durante la Guerra Fredda, per giungere ad un conclusione non scontata sul concetto di “Physics for physics’ sake”, e sulla neutralità delle scienze.

L’analisi di Bridger si focalizza sulla American Physical Society (APS) e sui suoi membri, in 3 periodi chiave del dibattito, nel XX secolo: gli anni ’40 e ’50, il periodo compreso tra i primi anni ‘60 e la metà degli anni ‘70 e, infine, l’”era Reagan” negli anni ’80. 

L’evoluzione delle posizioni della American Physical Society (APS): gli anni ’50 e ‘60

Secondo Bridger Molti fisici del periodo prebellico erano entrati in fisica per motivi puramente scientifici: curiosità intellettuale, prestigio accademico, lo studio di problemi teorici come la struttura del nucleo atomico.

Il coinvolgimento della maggior parte dei fisici americani nel Progetto Manhattan fu inevitabile e con effetti retrospettivamente inattesi: nessuno negli anni ’10–’20 immaginava che la ricerca “pura” avrebbe prodotto un’arma di distruzione di massa.

Negli anni successivi al Progetto Manhattan e al lancio delle bombe atomiche sul Giappone, molti fisici americani si sentirono investiti di una forte responsabilità morale, di una sorta di desiderio di redenzione e dell’esigenza morale di rimediare al danno che i prodotti della fisica avevano compiuto e potevano ancora compiere. Questa istanza morale aveva – però – una dimensione prevalentemente individuale, personale.

Uno dei modi con cui cercarono di influenzare la politica per contenere il rischio di ulteriori sviluppi bellici del nucleare fu di farsi coinvolgere, in qualità di consulenti, in organizzazioni governative e istituzionali, come il President’s Science Advisory Committee e la Federation of American Scientists, in cui potevano far pesare la loro autorevolezza in un senso che oggi potremmo definire “pacifista”.

In alternativa o, spesso, contemporaneamente, molti fisici aderivano e si impegnavano anche in organizzazioni militanti esterne alle istituzioni, come la Advocates of Arms Control.

 Certamente, nota Bridger, l’impegno militante non veniva svolto attraverso la American Physical Society – l’organizzazione professionale che di fatto rappresentava la comunità dei fisici americani – poiché la APS si definiva principalmente come società professionale neutrale.

L’APS, infatti, accettava il dibattito su etica e politica, ma riteneva che l’azione politica diretta dovesse avvenire fuori dall’organizzazione, tramite canali governativi o gruppi esterni; si definiva come società professionale, non come attore politico; la sua missione era di promuovere la conoscenza della fisica, mentre l’azione politica avveniva altrove.

Il punto fermo dell’APS era che fare buona fisica fosse già un servizio al bene pubblico, garantendo la credibilità scientifica e distinguendo la Società e i suoi membri dall’attivismo e dal lobbismo.

In quel preciso momento storico, dice Bridger, questo ideale di neutralità dell’istituzione scientifica – e quindi del fare fisica – è possibile perché i fisici hanno accesso diretto al potere politico, con i comitati presidenziali e le consulenze, un sistema di science advising che consente di influenzare le decisioni senza esporsi pubblicamente come gruppo politico; l’enorme flusso di fondi militari verso la ricerca non viene ancora percepito come una contraddizione insanabile; la politica sembra già “gestita” altrove.

Il vietnam e la protesta di Schwarz, negli anni ’60 e ‘70

Furono, quindi, il Vietnam e la protesta del fisico Charles Schwarz (1967) contro la guerra, a mettere in discussione l’idea che l’APS potesse restare apolitica.

Il caso Charles Schwarz è emblematico, egli sostiene che il silenzio dell’APS legittima implicitamente la guerra e che il rifiuto di fare dichiarazioni politiche è esso stesso una scelta politica.

Nel decennio successivo, la critica alla neutralità dell’APS aumentò di intensità e molti sostennero – in linea con lo stile di pensiero dominante – che tacere sulle vicende politiche fosse equivalente a sostenere le posizioni belliche del governo.

Di fatto, la guerra in Vietnam rendeva impossibile separare nettamente fisica, istituzioni e violenza, molti fisici lavoravano su tecnologie direttamente applicate alla guerra e il sistema di consulenza scientifica non era più percepito come elemento moderatore, ma come parte del problema.

Nonostante questo movimento di netta militanza pacifista, la gran parte dei membri della Società respinse l’idea di sbilanciarsi con dichiarazioni politiche ufficiali, creando le condizioni per la nascita di nuove strutture più politicamente orientate: il Forum on Physics and Society (interno all’APS) e gruppi più radicali come Science for the People.

La critica espressa da questi gruppi militanti era focalizzata su due fatti: che il principio “Physics for physics’ sake” non descrivesse più la realtà e che la presunta neutralità dell’istituzione scientifica dell’APS non fosse reale, proprio a causa del suo silenzio.

L’ideale di fisica “pura”, incarnato dal principio “Physics for physics’ sake” è accusato di essere uno strumento per mascherare la complicità con il complesso militare-industriale, di proteggere privilegi e status e di impedire un’assunzione di responsabilità collettiva.

Anni ’80: SDI e riformulazione del concetto

Con il dibattito sulla Strategic Defense Initiative, la relatrice mostra un ulteriore passaggio.

Fu negli anni’80, durante la cosiddetta era Reagan, che l’APS assunse una posizione più attiva contro la Strategic Defense Initiative (SDI / “Star Wars”), usando critiche tecniche e argomenti morali, combinate in un nuovo status della Società.

L’APS, quindi, non abbandona il rigore tecnico che la caratterizza ma non si rifugia più nella neutralità, si pone come istituzione oggettiva ma senza essere neutrale, e riconosce di avere una responsabilità pubblica e morale che va oltre il “fare fisica”.

Il principio “Physics for physics’ sake” non scompare, ma viene ridefinito e non è più sufficiente come giustificazione istituzionale.

Evoluzione del concetto di Physics for physics’ sake e neutralità situata

Sarah Bridger, quindi, propone una visione critica e storicamenta sfumata del concetto di “Physics for physics’ sake”, senza rigettarne del tutto la validità.

In sintesi, Bridger conclude che “Physics for physics’ sake” non è mai stata una posizione davvero davvero neutrale; storicamente, soprattutto durante la Guerra Fredda, la fisica è sempre stata intrecciata a contesti politici, militari ed economici.

L’idea di una fisica pura e separata dalla politica sembra aver funzionato come rifugio retorico per evitare prese di posizione etiche difficili, più che come descrizione reale della pratica scientifica, e il silenzio istituzionale non equivale a neutralità: non prendere posizione può avere effetti politici concreti e può essere interpretato come legittimazione dello status quo.

Questa parabola storica sembra, perciò, dimostrare che

  • il concetto di neutralità è storicamente situato: è stato dominante in certi momenti (anni ’50), ma messo in crisi in altri (Vietnam, SDI); è una risposta storica contingente ad determinati assetti istituzionali, rapporti di potere, forme di guerra e di finanziamento della scienza.
  • che le responsabilità etiche degli scienziati non sono fisse, ma cambiano con il contesto storico e con il ruolo sociale della scienza, e
  • che non esiste una soluzione semplice o definitiva: la tensione tra fisica pura e impegno politico è strutturale e ricorrente, e gli scienziati continueranno a confrontarsi con essa.

Secondo Bridger – e ci sembra difficile non aderire alla sua proposta – “Physics for physics’ sake” è più un ideale identitario che una realtà storica sostenibile, è utile per definire l’autonomia scientifica ma risulta insufficiente a rispondere alle responsabilità etiche della fisica nel mondo reale.

Il punto non è, quindi, se la fisica debba essere “pura”, ma quando, come e a quale prezzo sociale questa purezza viene rivendicata.

 

NOTE

[1] Bruce J. Hunt è professore presso il Dipartimento di Storia dellUniversità del Texas ad Austin, dove si specializza in storia della scienza e della tecnologia. Nel 2015 fu eletto Fellow dellAmerican Physical Society. 

 

Autore

  • Gianluca Fuser

    Laureato in Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Milano e manager. Scrive appunti sul rapporto tra scienze, tecnologie e morale anche quando pedala come un pazzo, la domenica mattina. A volte dice di lavorare. È il direttore editoriale di Controversie.

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