Dottorato honoris causa a Draghi - Perché regalare titoli scientifici non fa bene alla scienza

Il 2 febbraio, l’Università Ku Leuven, in Belgio (‘K’ sta per Cattolica e ‘u’ per università) ha conferito il dottorato honoris causa (presumo in economia, anche se il dettaglio non si trova sui quotidiani) a Mario Draghi, per il “contributo eccezionale al processo di integrazione economica e monetaria europea, e per una leadership basata su responsabilità, rigore intellettuale e capacità di decisione nei momenti più critici della storia dell’euro”.

Draghi ha conseguito (negli anni Settanta) il suo primo (“vero”) dottorato in Scienze economiche presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology. Poi, negli anni, è diventato anche professore ordinario di Economia e politica monetaria. Il resto (soprattutto la sua carriera nelle istituzioni non accademiche) è cosa nota.

Quest’ultimo riconoscimento si aggiunge alla lunga lista di lauree, master e dottorati a honoris causa.

Per la cronica, e nell’ordine (da https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Draghi):

  • Laurea honoris causa in "Scienze statistiche" — Università degli Studi di Padova— 18 dicembre 2009
  • Master honoris causa in "Business Administration" — Fondazione CUOA — 18 giugno 2010
  • Laurea honoris causa in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali"— LUISS Guido Carli — 6 maggio 2013
  • PhD honoris causa — Università di Tel Aviv— 18 maggio 2017
  • PhD honoris causa in "Economia" — Scuola superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant'Anna— 15 dicembre 2018
  • Laurea honoris causa in "Giurisprudenza" — Università degli Studi di Bologna — 22 febbraio 2019
  • Laurea honoris causa in "Economia"— Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano — 11 ottobre 2019
  • Docteur honoris causa — Università Cattolica del Sacro Cuore
  • Docteur honoris causa — Università di Bologna
  • Docteur honoris causa — Università di Pisa
  • Docteur honoris causa — Università degli Studi di Padova
  • Docteur honoris causa — Università di Tel Aviv

Davanti a tanta abbondanza, uno si potrebbe fare alcune domande:

Cosa se ne fa di tutte questi titoli honoris causa? Li appende alla parete dello studio, come fanno medici e dentisti?

Non bastava un premio, come se ne danno tanti?

Perché proprio una laurea o meglio ancora (per la difficoltà richiesta nel conseguirlo) un dottorato?

C’è qualcosa di pedagogicamente inadatto nel regalare titoli di studio.

E, forse, anche un segnale negativo sulla validità stessa di un titolo di studio, che va (indirettamente) nella direzione dell’abolizione legale del titolo di studio (cioè l’eliminazione dell'equiparazione automatica dei titoli rilasciati dalle diverse università, basando l'accesso al lavoro sul prestigio dell'ateneo e sulle competenze effettive, non più sul punteggio fisso per concorsi o impieghi – vedi https://www.roars.it/riflessioni-sullabolizione-del-valore-legale-del-titolo-di-studio/); oppure del disegno di legge in materia di misurazione e valutazione della performance e sviluppo di carriera nella Pubblica amministrazione, approvato pochi giorni fa (in prima lettura) dalla Camera dei Deputati, che prevede (tra le altre cose) l’accesso agli incarichi dirigenziali senza dover più sostenere un concorso (soltanto per chi era già dipendente della Pubblica amministrazione e solo per determinate quote di posti disponibili).

In Italia abbiamo visto assegnare lauree ad honoris causa a Vasco Rossi (in Scienze della Comunicazione dall'Università IULM di Milano l'11 maggio 2005), a Valentino Rossi (in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni dall'Università di Urbino "Carlo Bo" nel 2005) e a molti altri come Luciano Pavarotti, Silvio Berlusconi, Andrea Camilleri, Franca Valeri, Samantha Cristoforetti, Andrea Bocelli, Piero Angela, Ligabue, Claudio Ranieri, Paolo Sorrentino.

E non sono mancate ben due lauree ad honorem in Medicina e Chirurgia (nel 2007 e 2025), nonché nel 2018 l'iscrizione onoraria all’albo dei farmacisti di Roma (per la sua competenza in farmacologia), al regista Carlo Verdone, rispettivamente dall'Università degli Studi di Napoli Federico II e dall'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, per il suo contributo alla divulgazione del benessere, la capacità di analizzare l'animo umano, la sua profonda sensibilità verso i temi della salute e della fragilità umana, raccontati con ironia e umanità nei suoi film.

Ad esempio, dal 13 giugno 1888, l'Università di Bologna ha conferito più di 380 lauree honoris causa a illustri personalità del mondo scientifico, ma anche a rappresentanti di particolare valore nel campo delle arti, della vita politica, civile o religiosa, italiani e stranieri.

Solitamente, un titolo di studio, lo si consegue con lo studio, gli esami, la ricerca e una tesi. Costa fatica, impegno, delusioni, frustrazioni e anche gioia. Che senso ha, allora, regalarlo?

Si può, forse, accettare di darlo a chi non ce l’ha.

Ma nel caso di Draghi, dove una laurea e un dottorato li aveva già e dove la sua attività pubblicistica come accademico non è stata stratosferica (Semantic Scholar dice che non è un autore citatissimo in paper scientifici).

Che senso hanno, allora, questi riconoscimenti? Un segnale politico? Un modo per ingraziarsi uno dei (cosiddetti) “poteri forti”? Uno scambio di favori? Un modo per un ateneo di darsi visibilità? Un’operazione marketing?

Domande a cui non ho una risposta.


“Physics for physics’ sake”, un concetto situato – Il punto di vista di Sarah Bridger

Sarah Bridger è professoressa associata di storia alla California Polytechnic State University, autrice del libro Scientists at War, the ethics of Cold War weapons research, pubblicato nel 2015 dalla Harvard University Press, e vincitrice del premio della Society of American Historians.

Intervistata nel 2024 da Bruce Hunt[1] , Bridger usa affronta, con gli strumenti della ricerca storica, il dibattito sulla responsabilità etico-politica dei fisici durante la Guerra Fredda, per giungere ad un conclusione non scontata sul concetto di "Physics for physics’ sake", e sulla neutralità delle scienze.

L’analisi di Bridger si focalizza sulla American Physical Society (APS) e sui suoi membri, in 3 periodi chiave del dibattito, nel XX secolo: gli anni ’40 e ’50, il periodo compreso tra i primi anni ‘60 e la metà degli anni ‘70 e, infine, l’”era Reagan” negli anni ’80. 

L’evoluzione delle posizioni della American Physical Society (APS): gli anni ’50 e ‘60

Secondo Bridger Molti fisici del periodo prebellico erano entrati in fisica per motivi puramente scientifici: curiosità intellettuale, prestigio accademico, lo studio di problemi teorici come la struttura del nucleo atomico.

Il coinvolgimento della maggior parte dei fisici americani nel Progetto Manhattan fu inevitabile e con effetti retrospettivamente inattesi: nessuno negli anni ’10–’20 immaginava che la ricerca “pura” avrebbe prodotto un’arma di distruzione di massa.

Negli anni successivi al Progetto Manhattan e al lancio delle bombe atomiche sul Giappone, molti fisici americani si sentirono investiti di una forte responsabilità morale, di una sorta di desiderio di redenzione e dell’esigenza morale di rimediare al danno che i prodotti della fisica avevano compiuto e potevano ancora compiere. Questa istanza morale aveva – però – una dimensione prevalentemente individuale, personale.

Uno dei modi con cui cercarono di influenzare la politica per contenere il rischio di ulteriori sviluppi bellici del nucleare fu di farsi coinvolgere, in qualità di consulenti, in organizzazioni governative e istituzionali, come il President's Science Advisory Committee e la Federation of American Scientists, in cui potevano far pesare la loro autorevolezza in un senso che oggi potremmo definire “pacifista”.

In alternativa o, spesso, contemporaneamente, molti fisici aderivano e si impegnavano anche in organizzazioni militanti esterne alle istituzioni, come la Advocates of Arms Control.

 Certamente, nota Bridger, l’impegno militante non veniva svolto attraverso la American Physical Society – l’organizzazione professionale che di fatto rappresentava la comunità dei fisici americani – poiché la APS si definiva principalmente come società professionale neutrale.

L’APS, infatti, accettava il dibattito su etica e politica, ma riteneva che l’azione politica diretta dovesse avvenire fuori dall’organizzazione, tramite canali governativi o gruppi esterni; si definiva come società professionale, non come attore politico; la sua missione era di promuovere la conoscenza della fisica, mentre l’azione politica avveniva altrove.

Il punto fermo dell’APS era che fare buona fisica fosse già un servizio al bene pubblico, garantendo la credibilità scientifica e distinguendo la Società e i suoi membri dall’attivismo e dal lobbismo.

In quel preciso momento storico, dice Bridger, questo ideale di neutralità dell’istituzione scientifica – e quindi del fare fisica - è possibile perché i fisici hanno accesso diretto al potere politico, con i comitati presidenziali e le consulenze, un sistema di science advising che consente di influenzare le decisioni senza esporsi pubblicamente come gruppo politico; l’enorme flusso di fondi militari verso la ricerca non viene ancora percepito come una contraddizione insanabile; la politica sembra già “gestita” altrove.

Il vietnam e la protesta di Schwarz, negli anni ’60 e ‘70

Furono, quindi, il Vietnam e la protesta del fisico Charles Schwarz (1967) contro la guerra, a mettere in discussione l’idea che l’APS potesse restare apolitica.

Il caso Charles Schwarz è emblematico, egli sostiene che il silenzio dell’APS legittima implicitamente la guerra e che il rifiuto di fare dichiarazioni politiche è esso stesso una scelta politica.

Nel decennio successivo, la critica alla neutralità dell’APS aumentò di intensità e molti sostennero – in linea con lo stile di pensiero dominante - che tacere sulle vicende politiche fosse equivalente a sostenere le posizioni belliche del governo.

Di fatto, la guerra in Vietnam rendeva impossibile separare nettamente fisica, istituzioni e violenza, molti fisici lavoravano su tecnologie direttamente applicate alla guerra e il sistema di consulenza scientifica non era più percepito come elemento moderatore, ma come parte del problema.

Nonostante questo movimento di netta militanza pacifista, la gran parte dei membri della Società respinse l’idea di sbilanciarsi con dichiarazioni politiche ufficiali, creando le condizioni per la nascita di nuove strutture più politicamente orientate: il Forum on Physics and Society (interno all’APS) e gruppi più radicali come Science for the People.

La critica espressa da questi gruppi militanti era focalizzata su due fatti: che il principio "Physics for physics’ sake" non descrivesse più la realtà e che la presunta neutralità dell’istituzione scientifica dell’APS non fosse reale, proprio a causa del suo silenzio.

L’ideale di fisica “pura”, incarnato dal principio "Physics for physics’ sake" è accusato di essere uno strumento per mascherare la complicità con il complesso militare-industriale, di proteggere privilegi e status e di impedire un’assunzione di responsabilità collettiva.

Anni ’80: SDI e riformulazione del concetto

Con il dibattito sulla Strategic Defense Initiative, la relatrice mostra un ulteriore passaggio.

Fu negli anni’80, durante la cosiddetta era Reagan, che l’APS assunse una posizione più attiva contro la Strategic Defense Initiative (SDI / “Star Wars”), usando critiche tecniche e argomenti morali, combinate in un nuovo status della Società.

L’APS, quindi, non abbandona il rigore tecnico che la caratterizza ma non si rifugia più nella neutralità, si pone come istituzione oggettiva ma senza essere neutrale, e riconosce di avere una responsabilità pubblica e morale che va oltre il “fare fisica”.

Il principio "Physics for physics’ sake" non scompare, ma viene ridefinito e non è più sufficiente come giustificazione istituzionale.

Evoluzione del concetto di Physics for physics’ sake e neutralità situata

Sarah Bridger, quindi, propone una visione critica e storicamenta sfumata del concetto di “Physics for physics’ sake”, senza rigettarne del tutto la validità.

In sintesi, Bridger conclude che “Physics for physics’ sake” non è mai stata una posizione davvero davvero neutrale; storicamente, soprattutto durante la Guerra Fredda, la fisica è sempre stata intrecciata a contesti politici, militari ed economici.

L’idea di una fisica pura e separata dalla politica sembra aver funzionato come rifugio retorico per evitare prese di posizione etiche difficili, più che come descrizione reale della pratica scientifica, e il silenzio istituzionale non equivale a neutralità: non prendere posizione può avere effetti politici concreti e può essere interpretato come legittimazione dello status quo.

Questa parabola storica sembra, perciò, dimostrare che

  • il concetto di neutralità è storicamente situato: è stato dominante in certi momenti (anni ’50), ma messo in crisi in altri (Vietnam, SDI); è una risposta storica contingente ad determinati assetti istituzionali, rapporti di potere, forme di guerra e di finanziamento della scienza.
  • che le responsabilità etiche degli scienziati non sono fisse, ma cambiano con il contesto storico e con il ruolo sociale della scienza, e
  • che non esiste una soluzione semplice o definitiva: la tensione tra fisica pura e impegno politico è strutturale e ricorrente, e gli scienziati continueranno a confrontarsi con essa.

Secondo Bridger – e ci sembra difficile non aderire alla sua proposta - "Physics for physics’ sake" è più un ideale identitario che una realtà storica sostenibile, è utile per definire l’autonomia scientifica ma risulta insufficiente a rispondere alle responsabilità etiche della fisica nel mondo reale.

Il punto non è, quindi, se la fisica debba essere “pura”, ma quando, come e a quale prezzo sociale questa purezza viene rivendicata.

 

NOTE

[1] Bruce J. Hunt è professore presso il Dipartimento di Storia dell'Università del Texas ad Austin, dove si specializza in storia della scienza e della tecnologia. Nel 2015 fu eletto Fellow dell'American Physical Society. 

 


Critica vs curatela. Una controversia “a regola d’arte” - Prima parte

Sulla differenza tra critica indipendente (o critica tout court) e critica militante (o curatela)

Uno sguardo “eccentrico” ha recentemente fatto centro a proposito del dibattito specialistico che da decenni si trascina tra improbabili forum e miopi editoriali dedicati allo stato di crisi dell’arte e della critica contemporanee italiane, come se non risiedesse nei suoi stessi protagonisti il male che si pretende di curare. Non è affatto strano che sia stato un esperto di Beni Culturali quale l’avvocato Angelo Argento, e non un addetto ai lavori, a ribadire in un puntuale editoriale la ragione fondamentale dell’estinzione della critica indipendente rivolta al contemporaneo, e di conseguenza dell’affidabilità di giudizi e valutazioni. Già espressa da più di un osservatore, compreso chi scrive, nel recente passato, essa consiste nel riconoscimento che una “critica” include o dovrebbe includere l’emissione ponderata di giudizi negativi a fianco di quelli positivi, distinguendosi in ciò dalla critica militante o curatela, che è solo positiva e propositiva – “apologetica”, suggerisce con enfasi Argento. A tal punto, che spesso elargisce valutazioni indistinguibili da messaggi promozionali veri e propri. Solo il giudizio critico differenziale sostenuto da solide argomentazioni è in grado di informare il pubblico dell’arte contemporanea circa la bontà o meno delle produzioni artistiche. La chiacchiera curatoriale, al contrario, confonde più che chiarire, risultando funzionale alla compravendita di prodotti artistici il più delle volte di scarso valore. 

Una possibile obiezione

I “promoter” (curatori, giornalisti, galleristi, collezionisti), dal canto loro, obietteranno che esiste una forma indiretta di giudizio valutativo consistente nel differenziale di inclusione/esclusione dalla scena pubblica degli operatori, il quale opera senza punire nessuno con sentenze di discredito. Se gli artisti e i loro mentori appaiono in mostre e pubblicazioni, sono validi; altrimenti, no. Questa forma empirica di giudizio di valore sarebbe efficace se gli artisti sopravvivessero al loro lancio sul mercato, ovvero se i promoter indovinassero le esclusioni e le inclusioni. Il problema è che quasi mai è così, e da decenni. L’immenso deposito delle promesse mancate, alias delle imposture sulla cresta dell’onda, è lì a dimostrarlo; così quello delle curatele maldestre e delle recensioni imprudentemente entusiastiche. L’attuale sistema-inviti, in quanto strumento euristico sostitutivo della critica indipendente, va accumulando smentite su smentite, senza contare che avalla la confusione tra successo e valore, i quali non sono affatto sinonimi. Purtroppo, mancando un codice di valutazione negoziato attraverso un dibattito pubblico continuativo, nessun promoter è mai chiamato a rispondere delle proprie inefficienze, scaricandole sui soli artisti. È vero che questi ultimi non eccellono, ma nemmeno loro brillano per professionalità, altrimenti non avrebbero scommesso su di loro. 

L’empiria non è sufficiente

Niente critici distaccati che emettono sentenze negative/positive accompagnate da puntuali motivazioni, dunque, ma solo promoter nel ruolo di agenti di commercio non proprio affidabili. Nemmeno il loro contributo congiunto a sostegno di un determinato artista, fac-simile dei sistemi di controllo incrociato vigenti in altri settori, sa garantire un margine di attendibilità sufficiente. Infatti, non ottiene mai l’unanimità. Nomi che da alcuni sono considerati validi, da altri sono ignorati, con grave dispersione di opportunità e risorse destinate agli artisti effettivamente meritevoli. Ciò significa che nel Belpaese non vi è alcun criterio di giudizio che sia fondato e attendibile. Le rare volte che i nostri artisti possono contare su sponde italiche di stanza all’estero, non sono selezionati adeguatamente. Gli osservatori internazionali, puntualmente, ridimensionano il loro peso artistico, limitandolo alla presenza in gallerie anche prestigiose, cioè al commercio. Così da decenni è il solito pugno di maestri riconosciuti internazionalmente a salvare l’onore nazionale nelle grandi rassegne collettive e personali museali organizzate dalle istituzioni estere. I quali sono tali perché naturalizzati altrove o perché emigrati a tempo debito.

Distacco non partecipazione

Estromesso il giudizio critico dalla chiacchiera promozionale, non resta che il giudizio del Tempo. Non occorre attendere a lungo. Mariko Mori negli Anni Novanta era una star, oggi il suo lavoro fa sorridere. I casi italiani di impostura giunta a evidenza non si contano, eppure quelli a venire non li indovina quasi nessuno. In alternativa, è il deposito silente dei “mid-career”, del cui talento non si è mai del tutto certi per il semplice motivo che è trascurabile ma non trascurato. La maggior parte di loro meriterebbe l’oblio, ma vi è una minoranza che andrebbe al contrario sostenuta con maggiore vigore; il problema è indovinarla. Per valutare e selezionare adeguatamente le poetiche non occorre affatto la prossimità con gli artisti propria dei promoter, è vero il contrario, occorrono distacco e un armamentario concettuale che vada al di là degli slogan promozionali. Purtroppo il setaccio è appannaggio esclusivo dei promoter, i quali mancano della necessaria distanza, volontà e spesso preparazione. Se anche sposassero il giudizio differenziale, sarebbe un tutti contro tutti in assenza di arbitrato. Meglio il reciproco savoir-faire, tanto a scomparire dalla scena o precipitare nel limbo delle carriere sospese saranno le tante promesse di turno, non certo i loro mentori a tempo determinato, i quali avanzano di carriera nonostante o meglio in virtù delle cantonate accumulate. 

Le ragioni di una mancanza

Non essendo all’ordine del giorno lo stato dell’arte, occorre chiedersi perché la maggioranza dei promoter non utilizzi la bussola del giudizio critico. Le spiegazioni, strettamente intrecciate alla ratio commerciale, sono tre: 1) senza l’abitudine a un dibattito pubblico garantito dalla critica indipendente, non si ha la più pallida idea di dove poggi il valore delle produzioni artistiche, tirando a indovinare sull’onda della doxa; 2) se ne ha cognizione, ma la scena artistica italiana è quella che è e bisogna pur lavorare; 3) un misto delle due opzioni, ché l’incompetenza e l’opportunismo quasi mai si danno in purezza. Sono all’opera promoter ascrivibili a tutti e tre i gruppi, l’incompetenza ignara di sé e lo sciacallaggio consapevole risultando inversamente proporzionali su una scala graduata. Della prima si è detto. Quanto allo sciacallaggio, gli artisti “usa-e-getta”, assoldati temporaneamente e poi relegati sullo sfondo per far posto ai nuovi arrivi, non sono affatto un incidente di percorso, bensì un equivalente incarnato dei prodotti a usura programmata. In quanto tali, sono necessari. I nomi destinati a infoltire la storia dell’arte, infatti, sono un’esigua minoranza, del tutto insufficiente ad alimentare il mercato dell’arte. A saperli riconoscere escludendo il resto, consentirebbero di lavorare a quattro gatti, per giunta gelosi dei loro protetti. Così i promoter più avveduti sono costretti a chiudere un occhio sulla qualità delle produzioni artistiche loro accessibili, in attesa di salire di livello. Gli incompetenti, va da sé, operano alla cieca mentre i casi ibridi oscillano tra le due opzioni. L’incompetenza in buona fede convive con l’incuria etica, le innumerevoli imposture con i rari talenti, le morti annunciate con le carriere sospese, per un mercato dell’arte rinnovato a ogni stagione. 

L’anello debole

Sarebbe un’ingenuità credere che il sistema dell’arte non solo italiano garantisca una meritocrazia dai molteplici livelli. Prolifera, invece, a discapito di una classe precipua di individui sfruttati tanto dai promoter incompetenti che da quelli competenti: gli artisti di scarso talento, equivalenti insospettati delle vittime dello sfruttamento del lavoro. L’ascensore sociale lo prendono, ma per salire e scendere o rimanere bloccati durante la corsa. Una critica degna di questo nome non li avrebbe mai illusi di poter salire, ignorandoli in partenza. Peccato solo che senza il proliferare delle illusioni, un mercato dell’arte semplicemente non esisterebbe. Non si sta suggerendo che esso non debba esistere, si sta mostrando il suo fondamento occulto e inconfessato. La prossima volta vedremo se e come sia possibile intervenire per migliorare un poco la situazione, ammesso e non concesso che vi sia spazio per una tale volontà.