Negli ultimi giorni si parla, e si scrive[1], molto della terribile fine di Osso, il cane di Michele Serra, probabilmente ucciso da dei lupi, una sera di fine aprile, nelle colline del Piacentino.
Personalmente, ho partecipato, immedesimandomi, al dolore di Michele Serra e ne comprendo la drammaticità. Questo episodio ha stimolato la serie di riflessioni di ordine morale che esprimo di seguito.
La vicenda è emblematica, per l’accadimento in sé: un cane “di famiglia” è stato aggredito e ucciso dai lupi, non lontano dalla casa dove abita.
Anche la reazione di Serra è emblematica, dice che «non è normale che chi ha un cane in campagna lo debba tenere chiuso in casa o in un recinto o nella stalla».
È la reazione “normale” di chi è stato privato di un affetto importante, una reazione di difesa della libertà, propria e del cane, è emblematica per il suo carattere NIMBY: Serra associa questo evento all’uccisione di 6-7 pecore del vicino, avvenuta alcune settimane prima; eppure, quando è successo, non ne ha scritto.
È emblematica, ancora una volta, per la razionalità dell’ambientalista, che emerge quando parla della necessità di interventi mirati di riduzione del numero di lupi in circolazione, ma non di “giustizia fai da te” come quella del recente caso abruzzese (una dozzina di lupi avvelenati presumibilmente da agricoltori e allevatori locali).
È emblematica perché si colloca nella controversia sull’opportunità o meno di toccare il “patrimonio faunistico” di grandi predatori nelle campagne e montagne italiane e perché tocca le corde emotive di chi ama gli animali selvatici – lupi, orsi e linci compresi – ma, nello stesso tempo non può pensare che il “proprio” animale sia vittima di un’aggressione mortale.
Ora, evitando di discutere la controversia, credo che sia opportuno affrontare le dimensioni morali di questa vicenda, così come si manifestano in modo immediato, delineando delle scale di valori, che esaminiamo con una serie di confronti:
- il cane Osso
vale di più
delle pecore del vicino (e si capisce, è uno di famiglia!). Infatti, Serra non ha scritto nulla quando sono state uccise. - Osso e le pecore del vicino
valgono di più
dei lupi che li hanno uccisi o di altri lupi ritenuti in sovrannumero; - la specie dei lupi da preservare, un concetto astratto,
vale di più
dei singoli individui di lupo – nonostante la loro preziosa identità personale, che non può non essere riconosciuta se si riconosce quella di Osso – che dovrebbero essere uccisi per riequilibrare l’assetto faunistico e il rapporto numerico tra predatori e prede; - tutti i soggetti appena citati, il cane, le pecore, la specie, l’equilibrio faunistico,
valgono di più
degli altri animali del bosco (scoiattoli, tassi, cerbiatti, lepri) di cui i lupi si possono cibare serenamente senza turbare la suscettibilità di nessuno.
Oltre a questa scala di valori, dalle considerazioni di Michele Serra, emergono alcune domande e altri assunti morali:
- La libertà di lasciare le proprie terre, il proprio giardino, non recintate (anche in modo da evitare o perlomeno contenere il rischio di contatto tra grandi predatori e animali domestici)
è moralmente superiore
rispetto alla libertà dei lupi di frequentare il territorio in cui si sono insediati e di mangiare le prede che trovano? Secondo questa istanza morale, sono i lupi a dover essere diminuiti di numero (uccisi, quindi) e non gli animali domestici protetti da un buon recinto. - La scarsa disposizione a recintare le proprie terre e a impedire al cane di girare la sera tardi, in una zona in cui ci sono i lupi,
può essere coperta e legittimata
da argomentazioni razionali sull’equilibrio faunistico? - La morte delle pecore (e di altri animali da pascolo)
è deprecabile
se avviene “per bocca” dei lupi,
ma non lo è
se avviene per mano dell’umano, in entrambi i casi per farne cibo?
Nel primo caso se ne parla sui media e si pensa a come fare a contenere le aggressioni dei lupi, nel secondo caso (milioni di volte più frequente) passa sotto silenzio[2]. - Se vicino al casolare ci fosse stato un precipizio, il proprietario del cane Osso l’avrebbe lasciato girare del tutto libero, anche al buio, esposto al rischio di cadervi, oppure l’avrebbe protetto facendo un recinto?
- Reintrodurre, proteggere e preservare la specie dei lupi (o degli orsi, vedi il Progetto Ursus)
è sacrosanto e moralmente ineccepibile,
perché finalizzato a ristabilire una condizione “antica” di diffusione di questi animali. Ma, allo stesso tempo, può essere considerato accettabile
ridurne il numero (ucciderne un po’) per evitare aggressioni agli animali domestici e da reddito? - Se Osso fosse stato ucciso da un tasso (evento più probabile dell’aggressione da parte di un lupo) o da un cavallo a cui si fosse incautamente avvicinato troppo, o da un parassita, Michele Serra avrebbe solo pianto e scritto un ricordo funebre per Osso oppure avrebbe armato una guerra sul controllo numerico dei tassi, dei cavalli o della filaria?
È evidente che un evento tragico come la morte di un cane di possa scatenare reazioni intense e di forte emotività, che fanno emergere scale di valori altrimenti inespresse, lasciate implicite.
In questo caso, il dolore di Michele Serra mette in luce questa scala di valori, in ordine di importanza: il proprio cane Osso, le pecore del vicino, la specie dei lupi e la sua preservazione e, più in basso, i singoli individui di lupo; più in basso ancora, troviamo gli animali del bosco e gli animali di allevamento, per la cui morte Serra sembra non avere considerazione.
E nello stesso tempo evidenzia due strabismi morali che sottendono dei valori impliciti: il primo è che il lupo che uccide una pecora compie un atto moralmente esecrabile. Lo stesso atto, compiuto da un macellaio umano per fare carne da banco non è moralmente censurabile. Eppure, la pecora è la stessa e, ugualmente, è morta. Il secondo strabismo riguarda la visione romantica del naturalismo che difende – nello stesso tempo – la libertà del cane di famiglia e la preservazione della specie dei lupi.
Sono una scala di valori e degli strabismi, purtroppo, molto diffusi e condivisi.
Da parte nostra, riteniamo che, una volta rilevato che i lupi e gli altri predatori si sono diffusi, l’unica strategia possibile per contenere i danni è una seria, consapevole e molto prudente convivenza, ispirata al comportamento degli stessi predatori, che prudentemente, evitano i contatti con l’umano. Convivenza in cui trovano posto misure di prevenzione come i recinti, i dissuasori ottici e sonori, compreso qualche sparo, il controllo assiduo degli animali domestici e da pascolo, e – eventualmente – investimenti per trattamenti mirati di contenimento della fertilità delle femmine dei predatori.
Nota: se succedesse al mio cane quello che è successo ad Osso, perché l’ho lasciata libera la sera e a rischio di aggressione da parte dei lupi che girano intorno al paese abruzzese, credo – oltre a piangere senza sosta – che mi romperei la testa contro il muro per la mia sconsideratezza.
NOTE:
[1] Ad esempio: https://www.ilpost.it/ok-boomer/in-ricordo-di-osso/,
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/05/05/michele-serra-cane-sbranato-lupi,
https://www.corriere.it/animali/cani/26_maggio_05/il-cane-di-michele-serra-sbranato-dai-lupi-mi-sento-come-uno-che-ha-pagato-un-tributo-alla-natura-servono-interventi-95dbc9f3-b086-494d-9d33-e57174e8exlk.shtml
[2] Gli animali di allevamento “da carne” non vengono uccisi solo per mangiarli. Vengono uccisi anche per buttarli nella spazzatura. Infatti, se si va in un supermercato la sera, verso l’ora di chiusura, verso le 7 o 8 di sera, si può vedere una quantità di carne che scade proprio quel giorno e che, quindi verrà buttata (perché c’è un surplus di carne disponibile e non acquistata). Quindi, uccisi per essere buttati.
Autore
-
Laureato in Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Milano e manager. Scrive appunti sul rapporto tra scienze, tecnologie e morale anche quando pedala come un pazzo, la domenica mattina. A volte dice di lavorare. È il direttore editoriale di Controversie.
Leggi tutti gli articoli
