A settembre 2020 alla Climate Week di New York venne ufficialmente lanciata un’iniziativa di cui si poteva dire già allora, ma soprattutto oggi, che è un’idea il cui tempo è arrivato.

È l’iniziativa per un Trattato internazionale vincolante di Non-Proliferazione dei combustibili fossili, o Fossil fuel Treaty. Modellato sul Trattato di Non-Proliferazione delle armi nucleari entrato in vigore nel 1970, il Treaty si fonda su un’equazione molto semplice: le fonti fossili sono le armi di distruzione di massa della nostra era. In altre parole, l’incubo fossile come potenziale distruttivo equivale all’incubo nucleare.

Il Treaty poggia su tre pilastri: i) non-proliferazione, ovvero stop immediato all’espansione dell’industria fossile (l’esatto contrario del drill, baby, drill trumpiano, per intendersi) ii) eliminazione graduale della produzione esistente (il famoso phase-out) iii) giusta transizione, da conseguire in particolare accelerando l’adozione delle rinnovabili e la diversificazione economica, per non lasciare nessuno indietro in particolare nei Paesi fortemente dipendenti dall’estrazione di fonti fossili.

Il Treaty è rivolto ovviamente agli Stati e sono già quasi una ventina quelli che hanno dato il loro sostegno formale, fra i quali Cambogia, Colombia e Pakistan. Nessuno, ancora, dall’Europa. Ma per fare pressione sui governi, il Treaty ha dato fin da subito a varie categorie di stakeholder la possibilità di sostenerlo e negli anni ha raccolto il supporto di sostenitori a dir poco illustri. Su tutti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Parlamento europeo e di fatto il Vaticano attraverso il Movimento Laudato Si’, che dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco nel 2015 («Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti (..) deve essere sostituita progressivamente e senza indugio», par. 165) ha guidato centinaia di organizzazioni cattoliche in tutto il mondo a fare fossil fuel divestment, cioè a disinvestire dalle società dell’industria fossile.

Aderiscono al Treaty città e governi regionali (circa 200, fra cui numerose capitali anche in Europa), la società civile, scienziati e accademici, istituzioni religiose, quasi mille parlamentari da tutto il mondo, istituzioni medico-sanitarie, artisti di fama internazionale, oltre 1 milione di individui su base personale.

In Italia sono quattro le città italiane aderenti, in ordine cronologico di adesione si tratta di Torino (ha aderito nel 2022, il 12 dicembre, anniversario della sigla dell’Accordo di Parigi), Pontassieve, Roma (nel 2023), Firenze (ad aprile 2026). Qualche decina le associazioni della società civile e gli enti religiosi. Poco più di una ventina i parlamentari, fra quelli che siedono nel Parlamento italiano e quelli di stanza in Europa.

C’è anche un business case dell’adesione al Treaty. Perché da circa tre anni le adesioni sono state aperte al mondo del business. Ovviamente con criteri particolarmente stringenti, per evitare il rischio di greenwashing. In questi tre anni hanno aderito una settantina di imprese nel mondo, molte dal settore finanziario. Ha fatto scalpore l’adesione della prima grande azienda mineraria, l’australiana Fortescue, che ha dimostrato che anche aziende dall’impatto ambientale molto rilevante possono impegnarsi credibilmente ad abbandonare le fossili. In Italia l’unica ad aderire per il momento è Banca Etica. Ed è significativo che, come Banca Etica, abbiano aderito al Treaty molte banche etiche della rete GABV-Global Alliance for Banking on Values. In particolare Triodos Bank, che a fine 2023 è diventata la prima banca al mondo ad aderire al Trattato di Non-Proliferazione dei combustibili fossili.

Il business case è legato naturalmente alla dimensione reputazionale. Che non è poco. Anzi, è oro colato. Specie in un’epoca in cui da una parte rating e standard di sostenibilità sono sempre più under scrutiny (nessuno si fida più di nessuno, per dirla terra terra), dall’altra gli impatti della crisi climatica si fanno più severi e frequenti, come l’estate 2026 letteralmente infuocata ha reso a tutti evidente.

Aderire al Treaty, dunque, può risultare una carta vincente per far vedere che si fa sul serio. Che ci si vuole impegnare per consegnare le fossili alla storia. Che si vuole agire per dare gambe a quel transitioning away from fossil fuels che le Cop, i summit globali sul clima che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici (UNFCCC) organizza dal 1995, hanno messo nero su bianco solo alla Cop28 di fine 2023 in Dubai. Cioè dopo quasi trent’anni di discussioni. Non abbiamo più tempo da perdere. Ne abbiamo già perso troppo.

Autore

  • Mediattivista per la giustizia climatica, diversamente bocconiano di formazione, ha seguito lo sviluppo del dibattito su sostenibilità e finanza sostenibile dalla seconda metà degli anni Novanta come giornalista e blogger, poi anche come consulente, docente, social media manager. Co-autore di pubblicazioni sulla finanza sostenibile, collabora con Valori, Changes magazine, Kritica, Materia Rinnovabile, blogga su il Fatto Quotidiano. È fra i World Champions del Fossil fuel Treaty e membro del network Voci per il clima. Ogni tanto tiene qualche speech (attenzione: se gli date il microfono non lo molla più!)

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