Bullshit

Oltre quarant’anni fa il filosofo Harry Frankfurt accusava i mass media di aver scoperto una regione della falsità che si estende oltre la deontologia dei bugiardi e la contraffazione della menzogna. Le bullshit profuse a piene mani dai rotocalchi su radio, televisione e giornali, non si limitano infatti all’inganno, che mantiene un rapporto con la verità, per alterarla in modo consapevole nel progetto di un raggiro; la loro produzione invece rivendica la più completa indifferenza nei confronti della realtà, con contenuti la cui correttezza o inattendibilità è casuale, espressione di un perfetto disinteresse ai fatti. 

Nel 2005 Frankfurt ha aggiornato il suo articolo, estendendolo alle dimensioni di un pamphlet, per includere nella sua riflessione gli effetti che la Rete ha aggiunto ai canali novecenteschi della comunicazione: Facebook era stata fondata da un anno e la sua popolarità era ancora questione delle comunità studentesche di qualche università della Ivy League, mentre gran parte dei moderni social media, da YouTube a Instagram a TikTok, era in fase neonatale o in attesa di essere concepita. Quando nel 2016 gli americani hanno commesso l’oltraggio di eleggere Donald Trump alla Casa Bianca, la riflessione critica su questa pratica ne ha denunciato l’esondazione al di fuori dell’ambito dell’intrattenimento, o dell’informazione (ormai da tempo sembrano sinonimi), con uno spaglio sui domini della politica, della società, dell’episteme. Matteo De Toffoli ricostruisce la genealogia dell’espressione post-truth, chiarendo che le sue origini risalgono al secolo scorso, ma che il successo planetario si afferma proprio nel 2016: l’Oxford Dictionaries la proclama “parola dell’anno”, attribuendole il potere di etichettare il trauma del momento – la varietà di fenomeni che trascinano nel precipizio nell’inciviltà, con il trionfo di Trump e della Brexit, il successo dell’impudenza mediatica che ha caratterizzato la loro campagna elettorale.

Nel frattempo Trump è stato eletto presidente anche una seconda volta, mentre la pandemia di Covid-19 ha evidenziato il grado di conflittualità che si può aprire tra concezioni del mondo contrapposte, che trascendono il set di dati, il metodo di prova, la misurazione statistica o la decisione politica specifica. Gli esperti istituzionali delle università, del giornalismo, dell’amministrazione pubblica, perfino dello star system di Hollywood, hanno scoperto che tutto quello che avevano assunto come fantasmi teoretici del postmodernismo – le “narrazioni ideologiche”, i miti del complottismo, le pratiche alternative – sono mondi che possono essere ammobiliati e abitati in modo permanente da una porzione molto ampia, addirittura maggioritaria, della popolazione. Allora l’espressione post verità deve catturare il carattere di un’intera nuova epoca della civiltà occidentale, o almeno i suoi sintomi principali, quelli contro cui gli uomini di buona volontà, armati di competenze verificate, e fedeli al metodo del fact checking, devono prepararsi a combattere per ripristinare l’ordine della vera scienza e della vera politica. 

Sintomi e bolle digitali

Ma se si cerca la definizione di post verità sulle testate istituzionali, le stesse cui Frankfurt quattro decenni fa imputava una frequentazione troppo disinvolta delle bullshit, ci si perde in una macchia di lacune e allusioni che non permettono di catturare alcuna delucidazione del concetto. Forse questa riluttanza alle spiegazioni è l’esito di una consapevolezza diffusa del significato del termine, e in generale delle condizioni sociali in cui ha potuto raggiungere il suo successo? 

La post verità viene descritta con le proprietà di un morbo, o di un dispositivo, più che con quelle di una pratica condotta da classi di persone a detrimento di altre. La contaminazione segue percorsi suoi propri, che appaiono ineluttabili, disseminando sintomi come l’insensibilità per la verifica dei fatti, il sospetto nei confronti degli esperti, la predisposizione per la ricezione emotiva delle notizie, il disprezzo per la razionalità, l’incremento della credulità, la polarizzazione delle opinioni, la percezione selettiva guidata dalle ideologie, l’intolleranza – insomma tutti i segnali di un contagio di stupidità fuori controllo. 

Oppure, nell’allegoria tecnologica, l’ingranaggio che si è inceppato deve trovarsi in un dispositivo di comunicazione che, secondo i vari autori o rotocalchi, è stato modellato dall’ingenuità o dalla perfidia delle teorie postmoderne, dall’estensione planetaria della Rete, dalla compulsione all’uso dei social media, dall’imprigionamento nelle “casse di risonanza” (echo chambers) costruite dagli algoritmi di personalizzazione e di profilazione – le gabbie digitali in cui gli individui vengono rinchiusi, come in una bolla invisibile ma invalicabile, formata da una fitta trama di cronache e di pareri che concordano con la loro concezione preconcetta del mondo, e che impediscono di affacciarsi sulla realtà concreta.

A causa di questa impersonalità della post verità, che le assegna la consistenza di una malattia o di una macchina (o di un motore virale), diventa quasi impossibile anche stabilire chi siano gli attori che parteciperebbero a questa rivoluzione epocale. Politici corrotti, più di destra che di sinistra, e chierici traditori nella veste di giornalisti, consulenti e burocrati, figurano come responsabili attivi della fabbricazione di fake news: questo termine, insieme a quello di populismo, si allineano come sinonimi quasi intercambiabili con quello di post truth. I nomi di Trump, Farage, Grillo, Renzi, Putin, sono quelli convocati più di frequente come mandanti della manipolazione dell’opinione pubblica, con l’obiettivo di consolidare il loro potere personale in una sorta di campagna elettorale permanente. 

A chi tocca però il ruolo della vittima? Nessuna categoria sociodemografica può essere congruente a priori con questa funzione, perché nessuno è immune dal virus, e l’apparecchio di comunicazione forma l’episteme di tutti, non risparmiando nessuno dal rischio dell’infezione della stupidità, dallo sbandamento nel suo delirio tuonante di passionalità e pregiudizio. Le vittime devono essere reclutate quindi tra i molti, tra la maggioranza che sono gli altri, le menti deboli senza anticorpi contro l’irrazionalità, i viziosi che non possiedono né buona volontà per consultare gli operatori del fact checking, né fede nelle istituzioni della cultura. 

Significanti vuoti 

De Toffoli suggerisce due percorsi di lettura del dibattito che le istituzioni mediatiche hanno inscenato su se stesse, elevando alla dignità svolta epocale per il mondo intero la loro perdita di potere di veridizione, con l’irruzione dell’ecosistema digitale controllato dalle Big Tech. 

Il primo riconduce l’assenza di definizione di post verità all’analisi che Ernesteo Laclau e Chantal Mouffe hanno condotto sull’egemonia culturale nella lotta per la formazione dei dizionari ideologici. I maestri della Scuola di Essex hanno adattato il concetto gramsciano ai processi con cui un gruppo sociale, o una scuola, o un partito, riesce a imporre nel senso comune la propria metonimia per definire il significato universale delle parole che coordinano pensiero e azione politici. Per esempio, “solidarietà” ha finito nella Polonia degli anni Ottanta per coincidere con il significato della parola “democrazia”, che invece è diventato quello di “libertà”, in opposizione a “uguaglianza”, nell’Occidente dominato dalla Scuola di Chicago degli ultimi quarant’anni – con il taglio allo stato sociale e il varo della privatizzazione dei principali servizi pubblici. Le espressioni che sono investite del maggiore valore performativo, capaci di definire le linee di un programma di azione e di animare le passioni collettive della folla, sono in generale anche quelle il cui contenuto è più vago, terreno di conflitto tra varie istanze interpretative, trincea di scontro tra visioni del mondo e strategie di organizzazione economica e civile. Democrazia funziona quindi come un significante vuoto che viene determinato nel suo riferimento alla realtà da quella porzione del suo spettro semantico capace di vincere la competizione per l’egemonia.

Allo stesso modo, post verità è un’etichetta fluttuante che è stata catturata dal gruppo che vi ricorre con il programma politico di ripristinare il potere di veridizione del XX secolo, attraverso la denigrazione degli avversari, in quanto populisti e manipolatori – e della maggioranza che li sostiene, come irrazionali, emotivi, indifferenti ai fatti, sordi al fact checking, stupidi consumatori di fake news. Tra tutti questi termini si stabilisce un’equivalenza semantica che si riassorbe in post verità, in opposizione a democratico, scientifico, responsabile, razionale, obiettivo: l’espressione ha un valore solo nella prospettiva pragmatica del suo ruolo nella collisione tra istituzioni culturali e politiche, in cui è in palio il monopolio sul potere di veridizione.

Il secondo percorso di lettura proposto da De Toffoli iscrive questa strategia di pragmatica lessicale nel contesto della sociologia dell’attenzione elaborata da Eviatar Zerubavel. Non solo l’assenza di una definizione precisa è funzionale alle esigenze della polemica, ma avvia anche un processo di marcatura che focalizza la percezione sui fenomeni che vengono giudicati difformi – mentre passa sotto il silenzio dell’irrilevanza ciò che deve essere stimato normale e giusto. L’insistenza sulla produzione e sul consumo di bufale, sul grado di credulità di cittadini intrappolati nelle loro bolle di comunicazione, imprigionati dai loro stessi pregiudizi, lascia sullo sfondo un mondo di presunta normalità in cui le istituzioni che controllano la peer review accademica, l’ampiezza della “finestra di Overton”, il senso comune tardo-novecentesco, il credito dei titoli di merito canonici, le garanzie di competenza degli esperti – fissano gli effetti del loro potere di veridizione come un prodotto necessario della natura e della società. La (presunta) rappresentazione corretta della realtà cade al di fuori dell’area sottoposta a osservazione, le procedure che la producono e la divulgarno non vengono mai descritte, ripiegano nell’implicito, sono alluse come fattualità note e valide per tutti. La fondatezza della loro autorità diventa incontestabile proprio per la sua sottrazione alla scena del dibattito, che invece accusa la manipolazione, l’isteria, l’irrazionalità, la credulità degli altri, i generatori e i consumatori della post verità.

Ma se la post verità non deve essere considerata a sua volta una bullshit, come quelle che viene incolpata di alimentare, è perché la sua carenza semantica, il gioco di specchi sui fenomeni che porta in rilievo e quelli che nasconde, non sono un incidente di percorso o una fallacia logica, ma il compimento di una strategia che è allo stesso tempo linguistica, ideologica e politica. La condanna che le istituzioni novecentesche oppongono allo slittamento del potere di veridizione che si è compiuto, o che si sta consumando, ad opera dei nuovi attori dell’ecosistema digitale, della finanza e di (alcune) personalità della politica del nuovo millennio, avviene sul terreno della (de)legittimazione dei contenuti che sono veicolati dai loro canali privilegiati – i social media e l’AI. Il significato stesso che si esprime nel sintagma post verità quindi si muove nello spazio della pragmatica, nelle tattiche del conflitto politico – non descrive, ma agisce, opera come una scomunica, un bando che non ammette discussione perché la sua presa non si stringe su contenuti specifici, ma sul potere di ratifica della loro realtà.

Non è sensato quindi esaminare il suo senso secondo i criteri della verità, ma – come insegna John Austin – con quelli della felicità della sua applicazione. O, in questo caso, con quelli dell’infelicità di chi è costretto a propugnarne l’uso e a brandirlo come un martello.

 


 

BIBLIOGRAFIA

J.L. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti 2019.

  1. De Toffoli, Against Post‑Truth: An Empirical‑Theoretical Inquiry into News Media, Routledge 2026. 
  2. Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli 2005.
  3. Laclau, La ragione populista, Laterza 2008.
  4. Laclau, C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista. Verso una politica democratica radicale, il Melangolo 2011.
  5. Zerubavel, Social Mindscapes: An Invitation to Cognitive Sociology, Harvard University Press 1997.

Autore

  • Si occupa di media digitali dal 1999: è co-fondatore di Pquod e VentunoLab, società specializzate nella comunicazione web e nell’analisi di dati. Ha svolto attività di docenza per il Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Milano. Dal 2011 pubblica sulle testate Linkiesta, pagina99, Gli Stati Generali. È il direttore responsabile di Controversie. Per le pubblicazioni: https://scholar.google.com/citations?hl=it&user=zSiJu3IAAAAJ

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