C’è un modo piuttosto diffuso di intendere il rapporto tra vero e falso: il vero è ciò che dobbiamo ricercare, riconoscere e conservare; il falso è ciò che dobbiamo smascherare, confutare e possibilmente eliminare. Una contrapposizione abbastanza ovvia, che lascia poco spazio a discussioni. Il vero è buono, il falso è cattivo. Il primo appartiene alla conoscenza, il secondo all’inganno.
Tuttavia, è certo che le cose stiano in termini così semplici? E, soprattutto, è certo che questa contrapposizione aiuti a comprendere adeguatamente il fenomeno?
Una riflessione interessante su questo tema viene da Marina Gazzini, storica e medievista, nell’introduzione al volume Vere storie di medioevi falsi. Esempi, pretesti, metodologie (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 2023), da lei curato. Il suo ragionamento parte da una questione che potrebbe sembrare circoscritta alla ricerca storica, quella dei falsi documentali e delle falsificazioni del passato, ma che in realtà apre una prospettiva assai più ampia sul rapporto tra conoscenza, testimonianza e realtà.
Cos’è un falso?
Gazzini propone una definizione semplice: è falso «tutto ciò che si dimostra diverso da ciò che pretende di essere». Può trattarsi di una notizia, di una persona, di un oggetto, di un’opera d’arte, di una moneta, di un documento. Ma, soprattutto quando si parla di documenti storici, ritiene di dover fare una distinzione importante: «un documento può contenere informazioni vere» senza essere autentico, così come può essere autentico e contenere informazioni false. Una distinzione affatto banale; autenticità e verità non sono la stessa cosa, l’autenticità riguarda la natura e la provenienza della testimonianza, la verità riguarda ciò che essa afferma; confondere i due piani significa attribuire a un documento un valore conoscitivo che non necessariamente possiede.
E, qui, inizia il ragionamento di Gazzini.
Il falso non è soltanto un oggetto, è una storia
Quando ci imbattiamo in un falso, la prima reazione è generalmente quella di concentrarci sulla falsificazione: chi l’ha scoperta? In che cosa consiste l’inganno? Come possiamo dimostrare che quel documento, quell’opera o quella testimonianza non sono ciò che dichiarano di essere?
Ma, osserva Gazzini, questa attenzione rischia di farci perdere una parte importante della vicenda, della storia. Un falso presuppone qualcuno che lo abbia prodotto, qualcuno che lo abbia fatto circolare, qualcun’altro che lo abbia accolto e utilizzato, forse senza conoscerne la natura, forse invece partecipando consapevolmente all’inganno. E, infine, qualcuno lo abbia smascherato. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una storia del falso che non coincide con la storia della sua scoperta. È la storia delle intenzioni, delle convenienze, delle credenze e delle circostanze che ne hanno reso possibile la produzione e la diffusione.
Perché qualcuno ha avuto interesse a falsificare un documento? Quale esigenza cercava di soddisfare? Quale autorità voleva legittimare, quale diritto rivendicare, quale memoria costruire o quale verità sostenere?
Le risposte rivelano, spesso, molto più della semplice constatazione che un documento è falso.
Lo storico non stabilisce colpe e non condanna
È probabilmente questo il passaggio più significativo dell’argomentazione di Gazzini. Le figure di chi produce un falso e di chi lo ricerca non devono necessariamente essere ricondotte alla contrapposizione tra cattivi e buoni, tra falsari e paladini della verità: lo storico, infatti, non è chiamato a stabilire una colpa e a comminare una condanna. E non è nemmeno un debunker, il cui compito è individuare e demolire una notizia falsa, mettendo in evidenza l’errore o l’inganno di chi l’ha diffusa.
Il suo compito è diverso: comprendere e ricondurre al quadro storico.
Questo non significa che debba rinunciare a stabilire l’autenticità di una fonte o a distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è. Significa che la scoperta della falsificazione non rappresenta il punto di arrivo della ricerca, ma piuttosto il suo punto di partenza. Un falso, infatti, può essere un documento storico di grande valore. Anzi, scrive Gazzini, può esserlo persino più di un documento autentico, perché è in grado di rivelare messaggi non intenzionali, conoscenze e premesse implicite, cioè informazioni che il suo autore non aveva necessariamente intenzione di comunicare.
Il falsario costruisce una rappresentazione del mondo che vuole far apparire autentica. Ma, nel farlo, lascia inevitabilmente tracce del proprio mondo, delle sue aspettative, delle sue convinzioni, delle sue categorie culturali, dei suoi interessi. Il documento falso può quindi raccontare qualcosa che il suo autore non intendeva raccontare, in una sorta di effetto collaterale della falsificazione: nel tentativo di ingannare i contemporanei o i posteri, il falsario finisce per consegnare allo storico una testimonianza della propria epoca.
Il falso diventa così una fonte di conoscenza, non nonostante la sua falsità, ma proprio in virtù delle caratteristiche che lo rendono falso.
Ma anche il documento autentico non è la realtà
Il ragionamento di Gazzini non si ferma alla falsificazione. Il suo passaggio successivo riguarda tutte le fonti storiche, comprese quelle autentiche. Lo storico, infatti, non dispone mai della realtà del passato. Dispone di testimonianze che ne restituiscono frammenti, rappresentazioni, interpretazioni. Una fonte è una traccia, non l’evento che ha prodotto quella traccia. Gazzini ricorre a diverse metafore per spiegare questa condizione: la fonte può essere una lente che ingrandisce soltanto una parte di ciò che osserviamo, uno specchio che deforma l’immagine, una finestra che lascia vedere solo una porzione dell’orizzonte. Oppure, ancora, un tassello di un puzzle, che acquista significato soltanto quando viene ricomposto insieme agli altri.
Ma non basta neppure raccogliere tutte le testimonianze disponibili. Bisogna saperle interrogare. Conoscerne il linguaggio, la cultura, il contesto nel quale sono state prodotte. Diversamente, si rischia di attribuire loro significati che non possiedono, di scambiare una convenzione per una descrizione della realtà, di interpretare con categorie contemporanee ciò che apparteneva a un universo culturale diverso. E, in questo caso, non è necessariamente la fonte a ingannarci. Siamo noi che possiamo sbagliare nel decifrarla.
È una considerazione rilevante, perché sposta l’attenzione dalla semplice opposizione tra documenti veri e documenti falsi alla qualità del processo conoscitivo. Anche una testimonianza autentica può essere interpretata male. Anche un documento genuino può restituirci una rappresentazione parziale, interessata o deformata della realtà.
La distinzione tra vero e falso rimane naturalmente necessaria. Ma non è sufficiente a stabilire quanto possiamo conoscere attraverso una fonte.
Il rischio di trasformare il vero e il falso in buono e cattivo
C’è un aspetto del ragionamento di Gazzini che risulta particolarmente istruttivo anche al di fuori della ricerca storica, perché siamo immersi in una cultura nella quale la distinzione tra vero e falso tende a diventare una contrapposizione assoluta, con forti sottotesti di stampo morale o moralizzante: il vero è ciò che deve essere difeso, il falso ciò che deve essere combattuto; chi dice il vero è dalla parte giusta, chi dice il falso è dalla parte sbagliata.
Certo, distinguere il vero dal falso – almeno ad un livello di uso-per – è una necessità ineludibile nella vita quotidiana. Ma, nello stesso tempo, non si può sostenere che tutte le affermazioni abbiano lo stesso valore, rischiando una deriva eccessivamente relativista. Il punto di rottura è riconoscere che c’è una differenza sostanziale tra riconoscere la falsità di un’affermazione e pensare che, una volta riconosciuta, il lavoro sia fatto, non ci sia più nulla da capire.
Ed è proprio questa seconda convinzione che la prospettiva di Gazzini aiuta a mettere in discussione.
Un falso non è soltanto qualcosa da respingere. È qualcosa da interrogare, nelle ragioni per cui è stato prodotto, nelle condizioni che ne hanno favorito la diffusione, nelle motivazioni di chi ha ritenuto opportuno crederci, negli interessi, paure, aspettative o rappresentazioni collettive che hanno contribuito a renderlo credibile.
In questo lavoro, che esclude la valutazione morale – che può essere di ostacolo alla comprensione – è opportuno immergere il falsario nella società nella quale vive, collocare le sue falsificazioni, anche quando sono intenzionalmente ingannevoli, nel campo delle idee, della cultura, dello stile di pensiero, dei valori e dei rapporti di potere del suo tempo.
In questo senso, la prospettiva di Gazzini suggerisce una cautela che sarebbe utile esercitare anche quando affrontiamo le falsità del presente: smascherare un inganno, ma, nello stesso tempo, cercare di comprenderne le ragioni e le condizioni di possibilità.
«Vero, falso, finto: tutto è storia»
La conclusione di Gazzini è molto efficace: ogni fonte «è una rappresentazione della realtà», non la realtà stessa È il risultato di un processo nel quale «si depositano informazioni, intenzioni, prospettive» e condizionamenti culturali. Anche il documento autentico è il prodotto di una determinata epoca, di una società e di chi lo ha realizzato. E anche il documento falso, proprio perché prodotto da esseri umani in un determinato contesto storico, è una testimonianza di quel contesto.
Lo storico deve, naturalmente, cercare di stabilire che cosa sia accaduto, distinguere le testimonianze attendibili da quelle che non lo sono, riconoscere le falsificazioni e ricostruire, per quanto possibile, la realtà degli eventi. Ma non può limitarsi a questo. Deve anche comprendere perché una determinata rappresentazione della realtà sia stata prodotta, perché sia stata accolta e quale funzione abbia svolto.
È una lezione che va oltre la storia medievale e oltre la ricerca documentale. Ci ricorda che conoscere non significa soltanto separare ciò che è vero da ciò che è falso, ma anche comprendere il mondo umano che ha prodotto entrambe le cose.
Il falso, dunque, non è semplicemente il contrario della storia. È storia.
E forse, qualche volta, proprio il documento che meno ci aspetteremmo di utilizzare per conoscere il passato può rivelarci qualcosa che un documento autentico non avrebbe mai potuto raccontarci.
