Reintegrare nell’Albo medici e mediche radiate durante il Covid 19. Sui crimini con cui la medicina italiana accetta di convivere
Il 27 ottobre 2026, con 126 voti a favore e 113 contrari, è passato alla Camera dei Deputati, l’articolo 8 del disegno di legge delega sul riordino delle professioni sanitarie. Questo articolo consente alle sanitarie radiate[1] dagli Ordini (durante il Covid 19) di chiedere di essere reiscritte all’Albo.
La norma non è ancora legge. Per diventarla deve passare anche al Senato. Inoltre, il reintegro non è automatico. Infatti, per essere reintegrate, coloro che sono stato radiate (per fatti non dolosi commessi durante l’emergenza sanitaria) devono presentare richiesta, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge. I motivi per cui il Governo Meloni ha presentato la norma è che, a quel tempo, le conoscenze scientifiche sul Covid erano ancora limitate, vi era carenza di personale o di materiali, e una minore esperienza del personale impiegato nell’emergenza. Le richieste verranno esaminate da una Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, l’organismo che già decide sui ricorsi contro le decisioni degli Ordini. Ogni domanda verrà valutata caso per caso.
Sospesi e radiati: due categorie diverse
La norma si rivolge soltanto alle persone radiate (pare una decina). A esse gli Ordini avevano contestato, oltre al rifiuto del vaccino, anche la diffusione di informazioni o la promozione di cure ritenute prive di basi scientifiche. La radiazione è una sanzione disciplinare molto grave, perché (cancellandole dall’Albo) impedisce loro di esercitare la professione medica.
Invece, la sospensione (come conseguenza al non essersi sottoposti all’obbligo vaccinale, introdotto dal governo Draghi per le sanitarie, salvo esenzioni) era già stata eliminata il 1° novembre 2022 dal governo Meloni, decretando così la fine dell’obbligo (comunque già prevista a partire al 1° gennaio 2023). Il personale sanitario sospeso (che tra il tra il 2021 e il 2022 non ha potuto né lavorare né ricevere lo stipendio, ma restava iscritto all’Albo) è così rientrato al lavoro. Si calcola che le sanitarie e le odontoiatre sospese siano state circa quattromila. La gran parte si era poi messa in regola oppure aveva lasciato il servizio per raggiunti limiti d’età.
Normalità e devianza nella società
Ne Le regole del metodo sociologico (1895), capitolo III «Regole relative alla distinzione del normale e del patologico», il sociologo e antropologo Émile Durkheim (1858-1917) sostiene sia l’impossibilità di eliminare completamente i comportamenti devianti che la relatività culturale dei reati. Egli illustra quest’ultima con l’esempio della società di santi: anche in una comunità perfettamente virtuosa, infrazioni oggi considerate lievi susciterebbero una forte condanna e assumerebbero il carattere di crimini. Per cui, la gravità di un comportamento deviante non è oggettiva, ma relativa al tipo di società in cui avviene. Infatti, confrontando due offese al rispetto della proprietà altrui, che suscitano reazioni di diversa intensità, Durkheim spiega «perché si biasima semplicemente lo scorretto, mentre il ladro viene punito».
Precedentemente [in La divisione del lavoro sociale (1893)], lo studioso definisce criminale un atto che offende «gli stati forti e definiti della coscienza collettiva». La pena contribuisce a preservare la coesione fondata su quei sentimenti condivisi. Tuttavia, egli non crede che la pena si basi su un calcolo consapevole dell’utilità sociale: ciò che viene punito non coincide necessariamente con ciò che danneggia oggettivamente la società.
Da tutto ciò, possiamo trarre almeno tre considerazioni (non necessariamente durkheimiane):
- in una società non si possono eliminare tutti i crimini; per cui un certo livello di devianza è fisiologico (pensate all’evasione fiscale, e capirete qual è il livello di tollerabilità nelle diverse società);
- inoltre, le società stesse stabiliscono quali crimini sono da perseguire con durezza e su quali, invece, si può chiudere un occhio, cioè accettare di convivere (pensate, di nuovo, all’evasione fiscale in Italia). Preferibilmente, questi ultimi, sono quelli che non mettono in discussione i fondamenti della società stessa.
- Infine, normalità e devianza (e le altre dicotomie) si definiscono e ri-definiscono reciprocamente, in ogni momento storico e su basi eminentemente sociali. Esiste, cioè, un boundary work (un lavoro costante di ridefinizione dei confini - vedi Gieryn 1983).
Questo pensiero, che risale a più di un secolo fa, oggi è abbastanza accettato. Tuttavia, le sorprese nascono quando si passa dal piano teorico a quello empirico. In altre parole, quali sono i reati con cui la società italiana ha nel passato oppure ancor oggi deciso di convivere?
Faccio un elenco, totalmente NON cronologico, gerarchizzato o sistematico:
- contrabbando di sigarette
- spaccio e consumo di marijuana
- consumo di droghe sintetiche nelle discoteche
- aborto clandestino
- ingresso illegale di persone
- prostituzione (attualmente non più punita; è punito solo lo sfruttamento)
- abuso d’ufficio (ora depenalizzato)
- evasione fiscale + elusione fiscale
- alcune infrazioni del codice della strada
- tutti i reati per cui è prevista una sanzione amministrativa
- piccoli brogli elettorali
- molestie sessuali
- mobbing (persecuzione di colleghe sul lavoro)
- discriminazione di genere
E si potrebbe continuare…
Quali sono, invece, i crimini con cui la società italiana (o meglio il diritto e la polizia) ha deciso di NON convivere, anche nel passato? Qui nasce la sorpresa:
- Oltraggio alla bandiera (vilipendio verbale o gestuale: multa da 1.000 a 5.000 euro; danneggiamento materiale: reclusione fino a 2 anni; la sanzione è aumentata da 2.000 a 10.000 euro per il vilipendio; reclusione da 1 a 3 anni per il danneggiamento materiale se il fatto è commesso in un luogo pubblico o aperto al pubblico);
- Diserzione (in tempo di pace, la pena base è la reclusione militare da 6 mesi a 2 anni);
- Tradimento (del proprio Paese) ovvero procurarsi informazioni segrete a scopo di spionaggio politico o militare: almeno 15 anni;
- L'offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica (reclusione da 1 a 5 anni);
- Adulterio [qualcuno ricorderà cosa capitò a Fausto Coppi e Giulia Occhini (entrambi sposati) che nel 1953 iniziarono una relazione extraconiugale e nel 1954, andarono a vivere insieme: oltre ad essere pubblicamente osteggiati (anche il Papa di allora, Pio XII, condannò la coppia), il marito di Occhini la denunciò per adulterio, fu arrestata, condotta in carcere, rilasciata dopo 4 gg, messa agli arresti domiciliari (presso la zia); a Coppi venne ritirato il passaporto. Entrambi processati e condannati: Coppi a due mesi di carcere per abbandono del tetto coniugale, Occhini (che era incita) a tre mesi. Fortunatamente entrambi usufruirono della sospensione condizionale della pena e si sposarono in Messico nel 1955 (matrimonio mai riconosciuto in Italia).
Da un punto di vista oggettivo, i reati verso cui la società e gli organi di polizia sono tolleranti ci paiono più gravi di (almeno alcuni di) questi ultimi. Eppure, non è così.
Normalità e devianza nella scienza e nella medicina
Secondo il sociologo della scienza David Bloor (1976), la stessa cosa avviene nelle scienze. Per cui, egli afferma, anche nelle scienze si scelgono gli errori e i crimini con cui convivere. E questa è una decisione sociale, non legata alla natura dell’oggetto di studio. Inoltre, sempre secondo Bloor, anche nelle scienze non c’è mai un taglio netto tra normalità e devianza, successo e insuccesso, razionalità e irrazionalità, scienza e metafisica. V’è piuttosto continuità.
Crimini con cui la medicina decide di convivere
Per farla breve, concentriamoci solo sulla medicina (ma se una persona è interessata a uno sguardo più ampio, può consultare Di Trocchio 1993).
Quali sono reati per cui gli ordini dei medici hanno deciso, in passato, di non radiare persone condannate?
- Tangenti
Francesco De Lorenzo, medico, Ministro della sanità tra il 1989 e 1993. È stato condannato per corruzione e associazione a delinquere, per il suo coinvolgimento in un sistema di tangenti versate da aziende farmaceutiche in cambio di favori nell’attività del Ministero della Sanità. In particolare, ha ricevuto un versamento di 600 milioni di lire dall’azienda farmaceutica Smith Kline Beecham.
Durante il suo ministero (nel 1991) fu introdotto l’obbligo del vaccino contro l’epatite B.
L’8 marzo 1997 è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Napoli. Il 7 luglio 2000 la Corte d’appello di Napoli ha confermato la condanna. Il 14 giugno 2001 la corte di Cassazione ha sancito la conferma definitiva della condanna per corruzione. Mentre il reato di finanziamento illecito ai partiti viene invece dichiarato prescritto.
L’anno 2011 lo vede reintegrato nell’Albo, nonostante la condanna per corruzione. La sentenza civile del 2012 richiama le sue interferenze illecite nei procedimenti riguardanti prezzi, registrazione e classificazione dei farmaci nel prontuario. Nel 2012 la Cassazione ha confermato la condanna a risarcire 5.164.569 di euro per danno d'immagine allo Stato.
Nel 2022 è stato premiato dall’Ordine dei medici
https://www.ilroma.net/news/cronaca/304627/l-ordine-dei-medici-premia-l-ex-ministro-francesco-de-lorenzo.html
- Malasanità: gli scandali della sanità lombarda
https://www.lanotiziagiornale.it/la-sanitopoli-lombarda-compie-trentanni/ - Avvantaggiare famigliari e parenti nei concorsi
https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/verona/cronaca/26_febbraio_18/verona-l-universita-annulla-il-concorso-vinto-dal-figlio-33enne-dell-ex-rettore-pier-francesco-nocini-modifiche-alla-procedura-aabefcd2-9077-49ae-8749-6527f3c22xlk.shtml - Errori gravi: Domenico, bambino di 2 anni, morto dopo un trapianto con un cuore che non era stato correttamente conservato
https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_febbraio_22/domenico-cuore-bruciato-tutti-errori-ricostruzione-e8f62202-2aed-468a-9a5f-10904e717xlk.shtml
Nessuno di questi (cosiddetti) «criminali» è stato radiato dall’Ordine dei medici.
“Crimini” con cui la medicina decide di NON convivere
Questi “crimini” sono tipicamente reati di opinione, dal momento che nessuna delle mediche che sto per elencare è stata accusata (e tantomeno condannata) per corruzione, malasanità o denunce da parte di pazienti. Queste mediche sono stati radiate (non ci occupiamo in questo articolo delle sospese) perché hanno espresso critiche (ancorché circostanziate e documentate) nei confronti delle politiche vaccinali o di un vaccino in particolare:
- Roberto Gava (2017): Cardiologo, uno dei primi a essere radiato (dall'Ordine dei medici di Treviso). Le motivazioni riguardavano le sue posizioni critiche sulle vaccinazioni, definite dal presidente dell'ISS Walter Ricciardi "non etiche e antiscientifiche« (radiazione poi annullata dalla Cassazione nel gennaio 2023 per difetto di forma – il dott. Gava non ha comunque più ripreso la professione)
- Dario Miedico (2017): Medico di medicina generale, radiato dall'Ordine di Milano a seguito di un procedimento disciplinare per le sue posizioni critiche nei confronti delle vaccinazioni (poi annullata dalla Cassazione il 9 aprile 2024 per difetto di forma)
- Gabriella Maria Lesmo, specializzata in anestesiologia, rianimazione e pediatria, radiata nell’aprile 2018 dall’Ordine dei Medici di Milano. Ha continuato a lavorare come medica in Svizzera.
- Silvana De Mari: nel giugno 2023 è stata radiata dall’Ordine dei Medici di Torino per le sue affermazioni pubbliche sui vaccini e soprattutto i consigli terapeutici sul Covid ritenuti antiscientifici.
- Barbara Balanzoni: nel giugno 2022 l'Ordine dei Medici di Venezia l’ha radiata per posizioni critiche nei confronti delle vaccinazioni.
Molte persone (giornaliste, politiche, mediche ecc.) hanno criticato il Governo Meloni per l’iniziativa presa di introdurre l’articolo 8.
Sarebbe bello sentire le stesse persone chiedere con forza la radiazione dall’albo delle persone condannate per corruzione, malasanità, conflitto di interessi o errori gravi. Ma forse, così facendo, avremo gravi problemi di organico…
NOTE:
[1] Uso il femminile sovraesteso.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Bloor, D. (1976), trad. it. La dimensione sociale della conoscenza Milano: Cortina 1994.
Di Trocchio, F. (1993), Le bugie della scienza. Perché e come gli scienziati imbrogliano, Milano: Mondadori.
Durkheim, É. (1893), trad. it. La divisione del lavoro sociale, Milano: Il Saggiatore.
Durkheim, É. (1895), trad. it. Le regole del metodo sociologico, Torino: Einaudi.
Gieryn T.F. (1983). Boundary-work and the demarcation of science from non-science: Strains and interests in professional ideologies of scientists. American Sociological Review, 48(6): 781-795.
Il falso è storia. E qualche volta ci racconta più del vero
C'è un modo piuttosto diffuso di intendere il rapporto tra vero e falso: il vero è ciò che dobbiamo ricercare, riconoscere e conservare; il falso è ciò che dobbiamo smascherare, confutare e possibilmente eliminare. Una contrapposizione abbastanza ovvia, che lascia poco spazio a discussioni. Il vero è buono, il falso è cattivo. Il primo appartiene alla conoscenza, il secondo all'inganno.
Tuttavia, è certo che le cose stiano in termini così semplici? E, soprattutto, è certo che questa contrapposizione aiuti a comprendere adeguatamente il fenomeno?
Una riflessione interessante su questo tema viene da Marina Gazzini, storica e medievista, nell'introduzione al volume Vere storie di medioevi falsi. Esempi, pretesti, metodologie (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 2023), da lei curato. Il suo ragionamento parte da una questione che potrebbe sembrare circoscritta alla ricerca storica, quella dei falsi documentali e delle falsificazioni del passato, ma che in realtà apre una prospettiva assai più ampia sul rapporto tra conoscenza, testimonianza e realtà.
Cos'è un falso?
Gazzini propone una definizione semplice: è falso «tutto ciò che si dimostra diverso da ciò che pretende di essere». Può trattarsi di una notizia, di una persona, di un oggetto, di un'opera d'arte, di una moneta, di un documento. Ma, soprattutto quando si parla di documenti storici, ritiene di dover fare una distinzione importante: «un documento può contenere informazioni vere» senza essere autentico, così come può essere autentico e contenere informazioni false. Una distinzione affatto banale; autenticità e verità non sono la stessa cosa, l'autenticità riguarda la natura e la provenienza della testimonianza, la verità riguarda ciò che essa afferma; confondere i due piani significa attribuire a un documento un valore conoscitivo che non necessariamente possiede.
E, qui, inizia il ragionamento di Gazzini.
Il falso non è soltanto un oggetto, è una storia
Quando ci imbattiamo in un falso, la prima reazione è generalmente quella di concentrarci sulla falsificazione: chi l'ha scoperta? In che cosa consiste l'inganno? Come possiamo dimostrare che quel documento, quell'opera o quella testimonianza non sono ciò che dichiarano di essere?
Ma, osserva Gazzini, questa attenzione rischia di farci perdere una parte importante della vicenda, della storia. Un falso presuppone qualcuno che lo abbia prodotto, qualcuno che lo abbia fatto circolare, qualcun’altro che lo abbia accolto e utilizzato, forse senza conoscerne la natura, forse invece partecipando consapevolmente all'inganno. E, infine, qualcuno lo abbia smascherato. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una storia del falso che non coincide con la storia della sua scoperta. È la storia delle intenzioni, delle convenienze, delle credenze e delle circostanze che ne hanno reso possibile la produzione e la diffusione.
Perché qualcuno ha avuto interesse a falsificare un documento? Quale esigenza cercava di soddisfare? Quale autorità voleva legittimare, quale diritto rivendicare, quale memoria costruire o quale verità sostenere?
Le risposte rivelano, spesso, molto più della semplice constatazione che un documento è falso.
Lo storico non stabilisce colpe e non condanna
È probabilmente questo il passaggio più significativo dell'argomentazione di Gazzini. Le figure di chi produce un falso e di chi lo ricerca non devono necessariamente essere ricondotte alla contrapposizione tra cattivi e buoni, tra falsari e paladini della verità: lo storico, infatti, non è chiamato a stabilire una colpa e a comminare una condanna. E non è nemmeno un debunker, il cui compito è individuare e demolire una notizia falsa, mettendo in evidenza l'errore o l'inganno di chi l'ha diffusa.
Il suo compito è diverso: comprendere e ricondurre al quadro storico.
Questo non significa che debba rinunciare a stabilire l'autenticità di una fonte o a distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è. Significa che la scoperta della falsificazione non rappresenta il punto di arrivo della ricerca, ma piuttosto il suo punto di partenza. Un falso, infatti, può essere un documento storico di grande valore. Anzi, scrive Gazzini, può esserlo persino più di un documento autentico, perché è in grado di rivelare messaggi non intenzionali, conoscenze e premesse implicite, cioè informazioni che il suo autore non aveva necessariamente intenzione di comunicare.
Il falsario costruisce una rappresentazione del mondo che vuole far apparire autentica. Ma, nel farlo, lascia inevitabilmente tracce del proprio mondo, delle sue aspettative, delle sue convinzioni, delle sue categorie culturali, dei suoi interessi. Il documento falso può quindi raccontare qualcosa che il suo autore non intendeva raccontare, in una sorta di effetto collaterale della falsificazione: nel tentativo di ingannare i contemporanei o i posteri, il falsario finisce per consegnare allo storico una testimonianza della propria epoca.
Il falso diventa così una fonte di conoscenza, non nonostante la sua falsità, ma proprio in virtù delle caratteristiche che lo rendono falso.
Ma anche il documento autentico non è la realtà
Il ragionamento di Gazzini non si ferma alla falsificazione. Il suo passaggio successivo riguarda tutte le fonti storiche, comprese quelle autentiche. Lo storico, infatti, non dispone mai della realtà del passato. Dispone di testimonianze che ne restituiscono frammenti, rappresentazioni, interpretazioni. Una fonte è una traccia, non l'evento che ha prodotto quella traccia. Gazzini ricorre a diverse metafore per spiegare questa condizione: la fonte può essere una lente che ingrandisce soltanto una parte di ciò che osserviamo, uno specchio che deforma l'immagine, una finestra che lascia vedere solo una porzione dell'orizzonte. Oppure, ancora, un tassello di un puzzle, che acquista significato soltanto quando viene ricomposto insieme agli altri.
Ma non basta neppure raccogliere tutte le testimonianze disponibili. Bisogna saperle interrogare. Conoscerne il linguaggio, la cultura, il contesto nel quale sono state prodotte. Diversamente, si rischia di attribuire loro significati che non possiedono, di scambiare una convenzione per una descrizione della realtà, di interpretare con categorie contemporanee ciò che apparteneva a un universo culturale diverso. E, in questo caso, non è necessariamente la fonte a ingannarci. Siamo noi che possiamo sbagliare nel decifrarla.
È una considerazione rilevante, perché sposta l'attenzione dalla semplice opposizione tra documenti veri e documenti falsi alla qualità del processo conoscitivo. Anche una testimonianza autentica può essere interpretata male. Anche un documento genuino può restituirci una rappresentazione parziale, interessata o deformata della realtà.
La distinzione tra vero e falso rimane naturalmente necessaria. Ma non è sufficiente a stabilire quanto possiamo conoscere attraverso una fonte.
Il rischio di trasformare il vero e il falso in buono e cattivo
C'è un aspetto del ragionamento di Gazzini che risulta particolarmente istruttivo anche al di fuori della ricerca storica, perché siamo immersi in una cultura nella quale la distinzione tra vero e falso tende a diventare una contrapposizione assoluta, con forti sottotesti di stampo morale o moralizzante: il vero è ciò che deve essere difeso, il falso ciò che deve essere combattuto; chi dice il vero è dalla parte giusta, chi dice il falso è dalla parte sbagliata.
Certo, distinguere il vero dal falso - almeno ad un livello di uso-per - è una necessità ineludibile nella vita quotidiana. Ma, nello stesso tempo, non si può sostenere che tutte le affermazioni abbiano lo stesso valore, rischiando una deriva eccessivamente relativista. Il punto di rottura è riconoscere che c'è una differenza sostanziale tra riconoscere la falsità di un'affermazione e pensare che, una volta riconosciuta, il lavoro sia fatto, non ci sia più nulla da capire.
Ed è proprio questa seconda convinzione che la prospettiva di Gazzini aiuta a mettere in discussione.
Un falso non è soltanto qualcosa da respingere. È qualcosa da interrogare, nelle ragioni per cui è stato prodotto, nelle condizioni che ne hanno favorito la diffusione, nelle motivazioni di chi ha ritenuto opportuno crederci, negli interessi, paure, aspettative o rappresentazioni collettive che hanno contribuito a renderlo credibile.
In questo lavoro, che esclude la valutazione morale - che può essere di ostacolo alla comprensione - è opportuno immergere il falsario nella società nella quale vive, collocare le sue falsificazioni, anche quando sono intenzionalmente ingannevoli, nel campo delle idee, della cultura, dello stile di pensiero, dei valori e dei rapporti di potere del suo tempo.
In questo senso, la prospettiva di Gazzini suggerisce una cautela che sarebbe utile esercitare anche quando affrontiamo le falsità del presente: smascherare un inganno, ma, nello stesso tempo, cercare di comprenderne le ragioni e le condizioni di possibilità.
«Vero, falso, finto: tutto è storia»
La conclusione di Gazzini è molto efficace: ogni fonte «è una rappresentazione della realtà», non la realtà stessa È il risultato di un processo nel quale «si depositano informazioni, intenzioni, prospettive» e condizionamenti culturali. Anche il documento autentico è il prodotto di una determinata epoca, di una società e di chi lo ha realizzato. E anche il documento falso, proprio perché prodotto da esseri umani in un determinato contesto storico, è una testimonianza di quel contesto.
Lo storico deve, naturalmente, cercare di stabilire che cosa sia accaduto, distinguere le testimonianze attendibili da quelle che non lo sono, riconoscere le falsificazioni e ricostruire, per quanto possibile, la realtà degli eventi. Ma non può limitarsi a questo. Deve anche comprendere perché una determinata rappresentazione della realtà sia stata prodotta, perché sia stata accolta e quale funzione abbia svolto.
È una lezione che va oltre la storia medievale e oltre la ricerca documentale. Ci ricorda che conoscere non significa soltanto separare ciò che è vero da ciò che è falso, ma anche comprendere il mondo umano che ha prodotto entrambe le cose.
Il falso, dunque, non è semplicemente il contrario della storia. È storia.
E forse, qualche volta, proprio il documento che meno ci aspetteremmo di utilizzare per conoscere il passato può rivelarci qualcosa che un documento autentico non avrebbe mai potuto raccontarci.
Purché stupidi siano gli altri
Bullshit
Oltre quarant’anni fa il filosofo Harry Frankfurt accusava i mass media di aver scoperto una regione della falsità che si estende oltre la deontologia dei bugiardi e la contraffazione della menzogna. Le bullshit profuse a piene mani dai rotocalchi su radio, televisione e giornali, non si limitano infatti all’inganno, che mantiene un rapporto con la verità, per alterarla in modo consapevole nel progetto di un raggiro; la loro produzione invece rivendica la più completa indifferenza nei confronti della realtà, con contenuti la cui correttezza o inattendibilità è casuale, espressione di un perfetto disinteresse ai fatti.
Nel 2005 Frankfurt ha aggiornato il suo articolo, estendendolo alle dimensioni di un pamphlet, per includere nella sua riflessione gli effetti che la Rete ha aggiunto ai canali novecenteschi della comunicazione: Facebook era stata fondata da un anno e la sua popolarità era ancora questione delle comunità studentesche di qualche università della Ivy League, mentre gran parte dei moderni social media, da YouTube a Instagram a TikTok, era in fase neonatale o in attesa di essere concepita. Quando nel 2016 gli americani hanno commesso l’oltraggio di eleggere Donald Trump alla Casa Bianca, la riflessione critica su questa pratica ne ha denunciato l’esondazione al di fuori dell’ambito dell’intrattenimento, o dell’informazione (ormai da tempo sembrano sinonimi), con uno spaglio sui domini della politica, della società, dell’episteme. Matteo De Toffoli ricostruisce la genealogia dell’espressione post-truth, chiarendo che le sue origini risalgono al secolo scorso, ma che il successo planetario si afferma proprio nel 2016: l’Oxford Dictionaries la proclama “parola dell’anno”, attribuendole il potere di etichettare il trauma del momento – la varietà di fenomeni che trascinano nel precipizio nell’inciviltà, con il trionfo di Trump e della Brexit, il successo dell’impudenza mediatica che ha caratterizzato la loro campagna elettorale.
Nel frattempo Trump è stato eletto presidente anche una seconda volta, mentre la pandemia di Covid-19 ha evidenziato il grado di conflittualità che si può aprire tra concezioni del mondo contrapposte, che trascendono il set di dati, il metodo di prova, la misurazione statistica o la decisione politica specifica. Gli esperti istituzionali delle università, del giornalismo, dell’amministrazione pubblica, perfino dello star system di Hollywood, hanno scoperto che tutto quello che avevano assunto come fantasmi teoretici del postmodernismo – le “narrazioni ideologiche”, i miti del complottismo, le pratiche alternative – sono mondi che possono essere ammobiliati e abitati in modo permanente da una porzione molto ampia, addirittura maggioritaria, della popolazione. Allora l’espressione post verità deve catturare il carattere di un’intera nuova epoca della civiltà occidentale, o almeno i suoi sintomi principali, quelli contro cui gli uomini di buona volontà, armati di competenze verificate, e fedeli al metodo del fact checking, devono prepararsi a combattere per ripristinare l’ordine della vera scienza e della vera politica.
Sintomi e bolle digitali
Ma se si cerca la definizione di post verità sulle testate istituzionali, le stesse cui Frankfurt quattro decenni fa imputava una frequentazione troppo disinvolta delle bullshit, ci si perde in una macchia di lacune e allusioni che non permettono di catturare alcuna delucidazione del concetto. Forse questa riluttanza alle spiegazioni è l’esito di una consapevolezza diffusa del significato del termine, e in generale delle condizioni sociali in cui ha potuto raggiungere il suo successo?
La post verità viene descritta con le proprietà di un morbo, o di un dispositivo, più che con quelle di una pratica condotta da classi di persone a detrimento di altre. La contaminazione segue percorsi suoi propri, che appaiono ineluttabili, disseminando sintomi come l’insensibilità per la verifica dei fatti, il sospetto nei confronti degli esperti, la predisposizione per la ricezione emotiva delle notizie, il disprezzo per la razionalità, l’incremento della credulità, la polarizzazione delle opinioni, la percezione selettiva guidata dalle ideologie, l’intolleranza – insomma tutti i segnali di un contagio di stupidità fuori controllo.
Oppure, nell’allegoria tecnologica, l’ingranaggio che si è inceppato deve trovarsi in un dispositivo di comunicazione che, secondo i vari autori o rotocalchi, è stato modellato dall’ingenuità o dalla perfidia delle teorie postmoderne, dall’estensione planetaria della Rete, dalla compulsione all’uso dei social media, dall’imprigionamento nelle “casse di risonanza” (echo chambers) costruite dagli algoritmi di personalizzazione e di profilazione – le gabbie digitali in cui gli individui vengono rinchiusi, come in una bolla invisibile ma invalicabile, formata da una fitta trama di cronache e di pareri che concordano con la loro concezione preconcetta del mondo, e che impediscono di affacciarsi sulla realtà concreta.
A causa di questa impersonalità della post verità, che le assegna la consistenza di una malattia o di una macchina (o di un motore virale), diventa quasi impossibile anche stabilire chi siano gli attori che parteciperebbero a questa rivoluzione epocale. Politici corrotti, più di destra che di sinistra, e chierici traditori nella veste di giornalisti, consulenti e burocrati, figurano come responsabili attivi della fabbricazione di fake news: questo termine, insieme a quello di populismo, si allineano come sinonimi quasi intercambiabili con quello di post truth. I nomi di Trump, Farage, Grillo, Renzi, Putin, sono quelli convocati più di frequente come mandanti della manipolazione dell’opinione pubblica, con l’obiettivo di consolidare il loro potere personale in una sorta di campagna elettorale permanente.
A chi tocca però il ruolo della vittima? Nessuna categoria sociodemografica può essere congruente a priori con questa funzione, perché nessuno è immune dal virus, e l’apparecchio di comunicazione forma l’episteme di tutti, non risparmiando nessuno dal rischio dell’infezione della stupidità, dallo sbandamento nel suo delirio tuonante di passionalità e pregiudizio. Le vittime devono essere reclutate quindi tra i molti, tra la maggioranza che sono gli altri, le menti deboli senza anticorpi contro l’irrazionalità, i viziosi che non possiedono né buona volontà per consultare gli operatori del fact checking, né fede nelle istituzioni della cultura.
Significanti vuoti
De Toffoli suggerisce due percorsi di lettura del dibattito che le istituzioni mediatiche hanno inscenato su se stesse, elevando alla dignità svolta epocale per il mondo intero la loro perdita di potere di veridizione, con l’irruzione dell’ecosistema digitale controllato dalle Big Tech.
Il primo riconduce l’assenza di definizione di post verità all’analisi che Ernesteo Laclau e Chantal Mouffe hanno condotto sull’egemonia culturale nella lotta per la formazione dei dizionari ideologici. I maestri della Scuola di Essex hanno adattato il concetto gramsciano ai processi con cui un gruppo sociale, o una scuola, o un partito, riesce a imporre nel senso comune la propria metonimia per definire il significato universale delle parole che coordinano pensiero e azione politici. Per esempio, “solidarietà” ha finito nella Polonia degli anni Ottanta per coincidere con il significato della parola “democrazia”, che invece è diventato quello di “libertà”, in opposizione a “uguaglianza”, nell’Occidente dominato dalla Scuola di Chicago degli ultimi quarant’anni – con il taglio allo stato sociale e il varo della privatizzazione dei principali servizi pubblici. Le espressioni che sono investite del maggiore valore performativo, capaci di definire le linee di un programma di azione e di animare le passioni collettive della folla, sono in generale anche quelle il cui contenuto è più vago, terreno di conflitto tra varie istanze interpretative, trincea di scontro tra visioni del mondo e strategie di organizzazione economica e civile. Democrazia funziona quindi come un significante vuoto che viene determinato nel suo riferimento alla realtà da quella porzione del suo spettro semantico capace di vincere la competizione per l’egemonia.
Allo stesso modo, post verità è un’etichetta fluttuante che è stata catturata dal gruppo che vi ricorre con il programma politico di ripristinare il potere di veridizione del XX secolo, attraverso la denigrazione degli avversari, in quanto populisti e manipolatori – e della maggioranza che li sostiene, come irrazionali, emotivi, indifferenti ai fatti, sordi al fact checking, stupidi consumatori di fake news. Tra tutti questi termini si stabilisce un’equivalenza semantica che si riassorbe in post verità, in opposizione a democratico, scientifico, responsabile, razionale, obiettivo: l’espressione ha un valore solo nella prospettiva pragmatica del suo ruolo nella collisione tra istituzioni culturali e politiche, in cui è in palio il monopolio sul potere di veridizione.
Il secondo percorso di lettura proposto da De Toffoli iscrive questa strategia di pragmatica lessicale nel contesto della sociologia dell’attenzione elaborata da Eviatar Zerubavel. Non solo l’assenza di una definizione precisa è funzionale alle esigenze della polemica, ma avvia anche un processo di marcatura che focalizza la percezione sui fenomeni che vengono giudicati difformi – mentre passa sotto il silenzio dell’irrilevanza ciò che deve essere stimato normale e giusto. L’insistenza sulla produzione e sul consumo di bufale, sul grado di credulità di cittadini intrappolati nelle loro bolle di comunicazione, imprigionati dai loro stessi pregiudizi, lascia sullo sfondo un mondo di presunta normalità in cui le istituzioni che controllano la peer review accademica, l’ampiezza della “finestra di Overton”, il senso comune tardo-novecentesco, il credito dei titoli di merito canonici, le garanzie di competenza degli esperti – fissano gli effetti del loro potere di veridizione come un prodotto necessario della natura e della società. La (presunta) rappresentazione corretta della realtà cade al di fuori dell’area sottoposta a osservazione, le procedure che la producono e la divulgarno non vengono mai descritte, ripiegano nell’implicito, sono alluse come fattualità note e valide per tutti. La fondatezza della loro autorità diventa incontestabile proprio per la sua sottrazione alla scena del dibattito, che invece accusa la manipolazione, l’isteria, l’irrazionalità, la credulità degli altri, i generatori e i consumatori della post verità.
Ma se la post verità non deve essere considerata a sua volta una bullshit, come quelle che viene incolpata di alimentare, è perché la sua carenza semantica, il gioco di specchi sui fenomeni che porta in rilievo e quelli che nasconde, non sono un incidente di percorso o una fallacia logica, ma il compimento di una strategia che è allo stesso tempo linguistica, ideologica e politica. La condanna che le istituzioni novecentesche oppongono allo slittamento del potere di veridizione che si è compiuto, o che si sta consumando, ad opera dei nuovi attori dell’ecosistema digitale, della finanza e di (alcune) personalità della politica del nuovo millennio, avviene sul terreno della (de)legittimazione dei contenuti che sono veicolati dai loro canali privilegiati – i social media e l’AI. Il significato stesso che si esprime nel sintagma post verità quindi si muove nello spazio della pragmatica, nelle tattiche del conflitto politico – non descrive, ma agisce, opera come una scomunica, un bando che non ammette discussione perché la sua presa non si stringe su contenuti specifici, ma sul potere di ratifica della loro realtà.
Non è sensato quindi esaminare il suo senso secondo i criteri della verità, ma – come insegna John Austin – con quelli della felicità della sua applicazione. O, in questo caso, con quelli dell’infelicità di chi è costretto a propugnarne l’uso e a brandirlo come un martello.
BIBLIOGRAFIA
J.L. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti 2019.
- De Toffoli, Against Post‑Truth: An Empirical‑Theoretical Inquiry into News Media, Routledge 2026.
- Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli 2005.
- Laclau, La ragione populista, Laterza 2008.
- Laclau, C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista. Verso una politica democratica radicale, il Melangolo 2011.
- Zerubavel, Social Mindscapes: An Invitation to Cognitive Sociology, Harvard University Press 1997.



