La Nonviolenza e le scienze, Prima parte - Una prospettiva logica e psicoanalitica

La scienza, specie la scienza “dura”, quella matematizzata, pone un problema di fondo al pensiero dei nonviolenti. Essi hanno una grande difficoltà a confrontare la nonviolenza, che si basa sulla vivacità e sulla creatività delle relazioni interpersonali, con la scienza, che è una grande struttura intellettuale formale. Davanti ad essa i nonviolenti devono elevarsi ad una critica di strutture intellettuali molto astratte. 

È più facile criticare i militari: questi usano le bombe, che chiaramente fanno violenza; lo stesso vale per l’esercito, l’autoritarismo della caserma, ecc.; sono tutte chiare espressioni di violenza. Invece, quando si tratta della scienza è difficile averne una visione critica, perché la scienza è una struttura intellettuale che ha anche un suo linguaggio specifico, che fa da barriera ai semplici. 

Ma c’è un insegnamento che ai nonviolenti può fare da chiave di ingresso nel castello della scienza; l’insegnamento viene da Freud, il padre della psicanalisi; questa scienza è più abbordabile delle altre, perché non è matematizzata. 

Tra le opere di Freud ce n’è una di poche pagine, che può leggere anche chi non è specialista della materia[1]. Mentre le altre opere descrivono tanti casi clinici, quelle pagine spiegano il metodo della psicoanalisi; cioè qui Freud spiega come funziona l’analisi di un paziente, è un testo molto interessante con la rara caratteristica che da così poche pagine si possa ricavare così tanto contenuto. Lo scritto, del 1925, si intitola “Sulla negazione”.   

Freud dice: «Che cosa facciamo noi analisti? Quando ci si presenta un paziente, gli diciamo di stendersi sul lettino e raccontarci tutto quel che ha fatto, tutto quel che gli passa per la mente: sogni etc... Il paziente comincia a raccontare e dice di aver fatto un sogno. Era passato tanto tempo da quando non aveva rivisto sua madre. Finalmente dopo tanta attesa, la rivede. La madre era invecchiata, è diventata acida, noiosa, penosa. Addirittura, gli ha detto pure una cattiveria. Lui si è arrabbiato. Stavano in cucina e lì c’era un coltello sul tavolo. Lo stava per prendere ed ammazzare la madre. Aggiunge il paziente: “Ma io non volevo ammazzare mia madre”.” Allora Freud insegna: “L’analista deve cogliere al volo quel Non”. E ne deve aggiungere un altro: “Non è vero che lui non voleva ammazzare sua madre». 

Dice Freud che questa frase ci dà la chiave per entrare nell’intimo del paziente, perché la negazione linguistica è l’espressione di una negazione psichica. Il paziente ha avuto un trauma da piccolo con la madre e, non riuscendo a scioglierlo, lo ha compresso nel suo profondo. Però, quando nel sonno le sue coerenze interne si allentano, cioè quando il suo “io” non si impone al resto della sua personalità, la pulsione che proviene dal trauma gli viene a galla e così esce fuori l’idea di uccidere la madre. Ma, il paziente, cosciente della negatività di questa intenzione, rimette subito il coperchio sopra al suo trauma, dicendo: “No, non è vero, io non volevo ammazzare mia madre”.           

Questa di Freud, secondo me, è una grande lezione. Che cos'è la nonviolenza? 

È un indirizzo su come comportarsi in tutti i tipi di conflitti, basato sul fatto che la psicanalisi è una terapia per alcuni conflitti, quelli interni. 

In questo ambito più ristretto, al tempo di Gandhi (1925) Freud, pur non essendo nonviolento, ha dato una indicazione precisa sul metodo per superarli.  Freud dice: quando ci si presenta una negatività, dobbiamo negare a nostra volta

Estendiamo questo metodo anche ai conflitti interpersonali. Per esempio, se uno mi assale, mi viene in mente che lui è un nemico, perché mi vuole uccidere; quindi, mi è negativo. Allora l’insegnamento di Freud dice che io devo negare a mia volta: “Non è vero che quello è mio nemico”; o anche “Non è possibile che quello mi voglia ammazzare.” 

Questa frase doppiamente negata mi dà l’indicazione di scavare dentro l’animo della persona per cercare un lato con cui agganciarlo e così proporgli un dialogo, un colloquio, un superamento della situazione di scontro. 

Se invece io, davanti alla negatività (nemico) mi difendessi con una mia negatività (“Io lo ammazzo”) stabilirei una catena di violenze reciproche tra lui e me. 

La nonviolenza è esattamente il rompere la catena delle violenze. L’indicazione di metodo di Freud suggerisce con precisione come cominciare a rompere la catena delle violenze, almeno nel pensiero: di fronte ad una negatività, occorre passare alla doppia negazione. 

C’è un detto comune: “Due negazioni affermano”. È vero, spesso due negazioni affermano; ma non sempre! Ad esempio, il tribunale può assolvere un imputato per “insufficienza di prove di colpevolezza”. Questa frase contiene due negazioni. Essa non vuole dire che l’accusato è onesto; piuttosto significa che il tribunale non è riuscito a raccogliere tutte le prove per decidere se l’imputato è colpevole o innocente. Ricorderete sicuramente una frase ricorrente al tempo di Tangentopoli: “Nessuno ha le prove della mia colpevolezza”; non significa che quel politico è onesto, come crede la gente che cerca di capire la frase, un po’ complessa, con la regola usuale (che due negazioni affermano); essa significa che quel politico ha nascosto talmente bene le prove da impedire a tutti di capire com’è veramente la situazione. 

Con ciò, abbiamo visto un legame tra nonviolenza e una scienza, la psicoanalisi. È un legame positivo, ne abbiamo guadagnato un contributo alla nonviolenza. 

Adesso, facciamo entrare in scena una seconda scienza: la logica. Infatti, la negazione e anche la doppia negazione sono affari di logica; è questa scienza che può chiarire la storia precedente della doppia negazione che affermare e non affermare.  

Da un secolo e mezzo, la logica si è resa sicura di sé perché si è costruita come un intero sistema (ben più di più di semplici sillogismi), senza più usare l’infido linguaggio naturale, ma si è dato un linguaggio preciso che, quando espone un ragionamento, non lascia dubbi sulle deduzioni. Ora la logica è logica matematica (del tutto autonoma dalla vecchia logica filosofica). 

Dopo la metà del secolo scorso, la ricerca in logica matematica ha stabilito un risultato di grande importanza. Nonostante la logica sia stata blindata dentro il linguaggio matematico, si è dovuto ammettere che anche la logica matematica non è unica, ma ci sono diversi tipi di logiche. C’è sia la logica in cui il Vero e il Falso sono contrapposti specularmente e, quindi, quando si nega due volte si torna al punto di partenza; in cui, cioè, due negazioni affermano. 

In alcune situazioni, sono di importanza pari alla prima, altre logiche, nelle quali il Vero e il Falso non sono in opposizione netta. Queste logiche possono essere unificate con la dizione “logica non classica”[2]. 

In questa situazione di pluralità di logiche matematiche, un altro risultato molto importante è il seguente: per distinguere la logica classica dalla logica non classica, è bene usare la legge della doppia negazione[3]; con questa discriminante allora possiamo affermare che quando due negazioni affermano, siamo in logica classica; quando due negazioni non affermano siamo in logica non classica[4]. 

Ciò ha conseguenze formidabili. Se la logica è non classica, significa che il modo di ragionare è del tutto diverso; quindi, siamo in un mondo logico completamente diverso da quello classico. Ci sono due mondi intellettuali distinti! 

Ora consideriamo la parola “nonviolenza”. Di fronte ad essa, Gandhi si è sforzato di trovarne un’altra sostitutiva, perché gli sembrava vicina alla passività. Aldo Capitini[5] ha cercato di porre rimedio al “non” iniziale che gli dava fastidio perché gli sembrava tipico di uno spirito di contrapposizione. 

Ma in realtà “Non violenza” non è una sola negazione, quella del “non”; invece è una doppia negazione. Riflettiamo su ad es.: “Non mangiare”. Il “mangiare” è positivo; allora l'espressione “Non mangiare” ha una sola negazione, quindi è semplicemente negativa; infatti, la frase proibisce una cosa buona. Ma “Non violenza”, o per dire meglio, passando dall'idea al verbo: “Non violentare”, chiaramente è una doppia negazione, perché è evidente che “violentare” è negativo. Mi permetto di dire che neanche Gandhi e Capitini l’avevano capito (anche perché, ovviamente, non conoscevano la logica matematica).

Allora in questa parola le due negazioni affermano? La risposta è no; non affermano perché non c’è nessuna altra parola che si può sostituire alla parola “Nonviolenza” con pari significato. Anche quella che ha trovato Gandhi, Satyagraha (cioè: “fermezza nella verità”) non ci dice granché rispetto a quanto ci dice la doppia negazione di Nonviolenza; la quale, non affermando alcunché, ci spinge a cercare. 

Notiamo che il Vangelo (Mt 5, 39) dice: “Non vi opponete al male”; questo è anche il primo insegnamento di Tolstoj. Qui ci sono tre negazioni; si sa che sono equivalenti ad una sola; quindi, in totale, quella espressione è una sola negazione, è una negatività. Infatti, significa “resistenza”, che non è una soluzione ad un conflitto. Così come non lo è la “resistenza passiva”; dove il “passiva” indica solo un rafforzamento psicologico della resistenza (che di per sé è sempre più o meno passiva). 

La nonviolenza invece dice che in una situazione di conflitto dobbiamo agire; ma agendo, c’è una cosa che non dobbiamo fare, la violenza agli altri. Quindi la parola “Nonviolenza” non è un fatto, né una precisa azione da ripetere sempre, né un precetto a cui obbedire; ma è un principio di metodo.  

I messicani hanno tradotto “Nonviolenza” con: “E’ possibile”. Questa traduzione è molto interessante. Infatti, davanti ad un conflitto duro, una reazione facilissima è quella di concludere: “Non mi è possibile”; e così chiudere la partita o con la separazione, o addirittura con la soppressione dell’altro. Invece il dire: “E’ possibile!” (ad es.: il vincere la lotta contro una dittatura spietata) è un grande atto di coraggio, anche se in quel momento la ragione non ci aiuta a vedere la via d’uscita. 

Ma notiamo che la frase “E’ possibile!” è affermativa; quindi, afferma l'esistenza reale di quella possibilità. Cioè significa che, se io non ho ancora scoperto questa possibilità, almeno qualcuno altro l’ha già scoperta. Ma non l’ho scoperta io! Che ancora non ci arrivo e perciò mi sento incapace. Allora questa mia incapacità mi scoraggia e mi spinge a lasciare fare ad altri. Invece lo stesso concetto è detto meglio così: “Non è impossibile!” Questa espressione è molto più forte; mi coinvolge direttamente ed internamente, anche se né io né gli altri sappiamo ancora trovare la via d’uscita. È un’espressione che esprime proprio lo spirito della nonviolenza, che spinge a trovare qualcosa che non è dato a priori, qualcosa di creativo rispetto alla situazione apparentemente disperata.

Capitini, nonostante si sia impuntato sul “non” di “nonviolenza”, ha poi dato una indicazione di grande importanza. Egli dice che in una situazione conflittuale, anche disperata, dobbiamo portare una “aggiunta”[6]. In una situazione di scontro, chi vuole essere nonviolento deve sforzarsi di trovare quell’aggiunta, quell’apertura culturale: un sorriso, un atto generoso o anche solamente imprevisto (il Vangelo, Mt 5, 39, dice «Porgi l’altra guancia»), che riapra la situazione ampliandola a nuove variabili. 

Per me è stato sorprendente ritrovare questa stessa parola nella scienza: nell'analisi e nella meccanica di Lazare Carnot, nella teoria dei gruppi di Galois; e sempre con lo stesso ruolo: cercare la chiave per risolvere una situazione complessa. È da notare che, qui, essa esprime innanzitutto la genialità dell'analisi infinitesimale, l’avanzamento matematico più importante della storia della scienza; L. Carnot generalizza la genialità di questo metodo a tutta la scienza. Ebbene, l'aggiunta è sempre una doppia negazione; ad esempio, l’infinitesimo è «quel numero che non ha numeri inferiori»; nei conflitti l’aggiunta è quella doppia negazione che ci suggerisce il metodo di Freud.

Come vedete, qui si ragiona in tutt’altra maniera che per affermazioni certe e assicurate; però, si ragiona così bene che ci si costruiscono teorie scientifiche importanti.

Sono trent’anni anni che esamino testi, scientifici e letterari sotto questa luce. L’ultimo scritto che ho esaminato con questa chiave di lettura è uno di Gandhi. Debbo dire che non credevo che egli svolgesse i suoi ragionamenti coerentemente nella logica non classica; perché lui sulla parola nonviolenza non ha visto giusto e poi, come indiano, che tradizionalmente mischia tante culture assieme, poteva facilmente cumulare maniere diverse di ragionare senza farci molta attenzione. Invece, Gandhi ragiona proprio bene con le doppie negazioni.  

Ho preso un libretto famoso, il primo che egli ha scritto, quello che è stato il “libretto rosso” della rivoluzione indiana, sempre bandito dagli inglesi: Hind Swaraj[7]; in particolare il capitoletto “Resistenza passiva”. Anche se Gandhi usa questo termine antiquato invece della doppia negazione “nonviolenza”, in questo testo ragiona con le doppie negazioni. 

Infine, per ragionare rigorosamente in logica non classica, si deve concludere i ragionamenti con ragionamenti per assurdo. Ecco un esempio di ragionamento per assurdo: “Se quello non è mio fratello, *non vale la pena vivere*” (i due asterischi indicano l’assurdo)[8]. Ebbene, Gandhi conclude con ragionamenti per assurdo (che il linguaggio usuale di solito copre con parole che semplificano il giro del ragionamento)[9]. “Se la storia dell’universo avesse cominciato con le guerre, *non un solo uomo sarebbe vivo oggi*.” (p. 91) “Chi di spada ferisce, *di spada perisce*.” (p. 92; cioè: chi fa il male, arriva all’assurdo di raddoppiarlo su di sé) “*Se il governo ci chiedesse di andare in giro svestiti*, lo faremmo? [implicitamente: No]”. (p. 92) “*Se in una banda di ladri è obbligatorio la conoscenza di rubare*, un uomo pio deve accettare quell’obbligo? [implicitamente: No]” (p. 94) “Tu credi che *un codardo potrebbe mai disobbedire* ad una legge che non condivide? [implicitamente: No]” (p. 95) e così via.

Concludiamo che questo punto delle doppie negazioni è cruciale. Gandhi ha realizzato una rivoluzione politica che ormai è diventata evidente a tutto il mondo, ma ha fatto anche una rivoluzione intellettuale, per ora poco nota. 

Possiamo ben dire che quando ha ripreso dalla tradizione indiana la parola ahimsa (Non nuocere in sanscrito) e l’ha posta a fondamento della religione e della politica, egli ha insegnato al mondo a ragionare in tutt’altra direzione da quella occidentale

Semplicemente insegnando a ragionare (anche nella politica) secondo la logica non classica, ha fatto uscire il mondo dalla violenza culturale dell’Occidente, quella di ragionare solo nella logica classica. Proprio per questo motivo le sue azioni politiche sono state innovative; così tanto da apparire stupefacenti a chi continuava a ragionare con la logica classica.

 


NOTE:

[1] Me l’ha segnalata un amico analista. Con lui ho discusso e interpretato l’articolo di S. Freud: Opere, Boringhieri, Torino, 11, 541-548. A. Drago e E. Zerbino: “Sull’interpretazione metodologica del discorso freudiano”, Riv. Psicol., Neurol. e Psichiatria, 57 (1996) 539-566. Nel seguito semplifico il discorso di Freud, che è meno preciso di come dico, ma che ha come frase cruciale: “La negazione è il modo di prendere coscienza del rimosso”, L’articolo precedente chiarisce quanto Freud dice.

[2] D. Prawitz and P.-E. Malmnaess: "A survey of some connections between classical, intuitionistic and minimal logic", in A. Schmidt and H. Schuette (eds.): Contributions to Mathematical Logic, North-Holland, Amsterdam, 1968, 215-229; J.B. Grize: “Logique” in J. Piaget (ed.): Logique et connaissance scientifique, Éncyclopédie de la Pléiade, Gallimard, Paris, 1970, 135-288, pp. 206-210; M. Dummett: Elements of Intuitionism, Claredon, Oxford, 1977. Per l'importanza di ciò nella scienza, si veda il mio Le due opzioni, La Meridiana, Molfetta, 1991, 164-167.

[3] Piuttosto che la legge del terzo escluso, come si usava in precedenza e come faceva anche Hegel in logica filosofica; il quale proponeva una tesi, una antitesi e infine, per negazione della negazione, una sintesi; per lui chiaramente non valeva il terzo escluso, perché il terzo è la sintesi, la quale è diversa dalla tesi iniziale; e quindi, come lui aggiungeva, la negazione della negazione dava una sintesi diversa dalla tesi.

[4] Si noti che queste proprietà sono quasi ignorate dagli studiosi di linguistica, benché essi abbiano scritto una grande quantità di libri sulla negazione. In effetti in questo settore di ricerca (e non solo) subiamo il dominio della cultura anglosassone, la quale ha una prevenzione di fondo rispetto alle doppie negazioni: ritiene che esprimersi con esse sia una maniera sfuggente di presentarsi agli altri; in definitiva sia un giocare sull’ambiguità. La prevenzione di questa cultura arriva al punto tale da avere per ‘dogma’ il cancellarle passando sempre alla affermativa corrispondente, e da considerare primitive le lingue che usano le doppie negazioni. Vedasi quanto dice L. Horn: “The Logic of Logical Double Negation" Proc. Sophia Symposium on Negation, Tokyo, U. of Sophia, 2001, 79-112, pp. 79 ss... Per una panoramica degli studi su Linguistica e Pace vedasi P. Friedrich: “Peace Studies and Peace Linguistic Now: What has Language got to do with it”, Peace Forum, 24 n. 34 (2009) 23-28.

[5] Aldo Capitini (Perugia, 23 dicembre 1899 – Perugia, 19 ottobre 1968) è stato un filosofo, politico, antifascista, poeta e educatore italiano. Fu uno tra i primi in Italia a cogliere e a teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, al punto da essere chiamato il Gandhi italiano. (https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Capitini)

[6] Capitini si riferisce allo sviluppo della filosofia occidentale, nella quale Kant ha riconosciuto che non possiamo conoscere l’essenza delle cose (noumeno); ma possiamo riprendere il contatto diretto con la realtà con un atto morale, che egli stesso chiama “aggiunta” (Sopra il detto Comune, 1793, in Scritti Politici, UTET, Torino, 1956, p. 243 nota). In Hegel questa aggiunta diventa l’Aufhebung dello Spirito Assoluto che così trascende la storia. In Capitini tutto viene riportato a livello di rapporti personali (“pan-personalismo”, come l’ha definito Bobbio). Cosicché Capitini rappresenta la sinistra umanistica di Hegel.

[7] L’indipendenza dell’India, tradotto in italiano nel 1984 col titolo: Civiltà occidentale e rinascita dell’India, ed. Mov. Nonviolento, Perugia e riproposto dalle Edizioni Gandhi di Pisa con il titolo: Vi spiego i mali della civiltà occidentale, 2009.

[8] Quando si ragiona con le doppie negazioni, non essendoci certezze, anche la conclusione del ragionamento per assurdo è solo una doppia negazione; cioè non si può concludere affermativamente senza passare alla logica classica.

[9] Ho presentato in “Una rapida antologia sull’etica di Gandhi come etica universale”, Arca Notizie, 25 (2010) n. 1, 24-28 una piccola antologia di doppie nazioni e di ragionamenti per assurdo ripresi dal ben noto libro M.K. Gandhi: Antiche come le montagne, Comunità, Milano, 1973.


La de-sacralizzazione della scienza

Da diverso tempo, e da più parti con una certa apprensione, si assiste a un preoccupante declino della fiducia nei confronti delle esperte e delle scienziate, con la conseguente erosione della loro autorità epistemica. Questo fenomeno allarmante, a tal punto da diventare un’ossessione per certi autori (come, ad esempio, Collins, Evans e Weinel, 2017; McIntyre, 2018) è stato indicato con l’espressione “crisi delle competenze” (Eyal, 2019; Nichols, 2017).

Le cause (secondo loro) sono molteplici: l’essere entrati nell’epoca della post-verità; la diffusione del populismo (soprattutto di destra) che ritiene che le esperte frenino la democrazia; l’imperversare del complottismo; l’emergere di un atteggiamento antiscientifico; il ruolo dei social media che possono dar voce a gruppi del tutto marginali (ma con grande capacità di penetrazione nell’opinione pubblica) che forniscono pareri su qualsiasi cosa e contestano le affermazioni di scienziate.

Non entro nel merito di queste argomentazioni. Tuttavia, esse trascurano un fenomeno (a mio avviso) ben più ampio e rilevante nel contribuire alla crisi dell’expertise: la “secolarizzazione delle scienze”.

Secolarizzazione e religione

Inizialmente, il termine “secolarizzazione” veniva usato per descrivere un progressivo declino delle risorse culturali di tipo sacrale nell’interpretazione e legittimazione di pratiche sociali. Si trattava di un processo mediante cui i simboli, i miti e le tradizioni religiose perdevano rilevanza di modo tale che la religione (nel suo complesso) smettesse di occupare una posizione centrale nella vita collettiva. Di conseguenza, le istituzioni e i contenuti religiosi perdevano la loro influenza, anche rispetto ad altre espressioni culturali, come l’arte, la letteratura ecc., e assistevamo al graduale affermarsi della scienza come prospettiva autonoma. L’espressione “disincantamento del mondo”, usata da Weber (1919), da lui mutuata da Friedrich Schiller, implicava che nella modernità si fa sempre meno ricorso a elementi di tipo magico, sacro o religioso per spiegare i fenomeni, a tutto vantaggio di interpretazioni razionali (si veda Harrison, 2017).

Proprio la scienza sembra aver avuto un ruolo importante in ciò. Ruolo probabilmente sovrastimato, secondo alcuni (Stark, 1999, 269; Harrison, 2017), dal momento che una tale ipotesi presuppone che scienza e religione siano sempre state in conflitto; mentre, invece, esse sono state spesso alleate e allineate. Inoltre, per Weber, il processo di razionalizzazione e intellettualizzazione era già in atto all'interno della religione stessa e il disincanto è un movimento che esiste nella cultura occidentale da millenni e a cui la scienza appartiene, anziché determinarlo. Per cui sia la scienza che la religione sono state plasmate dallo stesso processo di razionalizzazione.

Sulla scia di Weber, il sociologo statunitense Peter Berger ha sottolineato come la secolarizzazione non sia iniziata con la scienza, bensì nell’Antico Testamento (1967, 113), e quindi essa dovrebbe essere pensata come qualcosa di più, come dice il sociologo tedesco Thomas Luckmann, di un semplice svuotamento delle chiese.

Dalla religione alla scienza

Tuttavia, oggi, a me pare che il disincanto nei confronti della religione si stia parzialmente trasferendo nei confronti della scienza stessa. Come scrive il filosofo Cicatello, «la conoscenza scientifica, cui la cultura illuministica affidava interamente la responsabilità del disincanto del mondo, subisce a sua volta una dura e severa opera di secolarizzazione […] si è trattato di un processo talmente pervasivo che ha finito per rivolgersi contro sé stesso, distruggendo quell’idea di verità che pretendeva di mettere al riparo da ogni forma di idolatria e mitizzazione» (2020: 9 e 11).

In maniera più articolata, secondo Steve Fuller (1999, 246), è avvenuto un doppio movimento: «come la sociologia ha contribuito alla secolarizzazione della religione, gli studi della scienza hanno contribuito alla secolarizzazione della scienza», rigettando «l'idea persistente che la scienza sia qualcosa di speciale e distinto da altre forme di attività culturale e sociale» (Woolgar, 1988, 26). In questo modo «la conoscenza scientifica [è considerata] principalmente un prodotto umano, realizzato con risorse culturali e materiali localmente situate, piuttosto che semplicemente la rivelazione di un ordine prestabilito della natura» (Golinski, 1998, ix). Per cui, come risultato degli studi empirici degli STS (Science and Technology Studies), «la verità o la falsità delle scoperte scientifiche viene presentata come un risultato degli scienziati piuttosto che della Natura» (Pinch 1986: 20). Nell’idea di Fuller (1999, 484), nel corso dei secoli la sociologia ha avuto una doppia valenza: da una parte, attraverso August Comte, ha santificato la scienza; dall’altro, grazie prevalentemente al contributo degli STS, che «hanno certamente contribuito alla pubblica demistificazione delle scienze naturali» (483), l’ha secolarizzata: ciò che le streghe sono state per le autorità religiose nel XVI secolo, i sociologi lo sono stati per le autorità scientifiche ai giorni nostri (499). Per ironia della storia, sostiene Fuller, "verità", "razionalità" e "oggettività" sono diventate ipotesi metafisiche. Per cui, la più ampia secolarizzazione della società potrebbe essere il motore principale della secolarizzazione della scienza (Brooke, 2009).

Conclusione

Si badi però, che nessuna studiosa STS si è mai considerata pregiudizialmente contraria alla “scienza”, dal momento che ha sempre mirato a negare soltanto ed esclusivamente l'aspetto trascendentale della scienza; come se, per essere vera o valida, la scienza dovesse essere qualcosa di radicalmente estraneo ai processi sociali. Questo è ciò che gli STS intendono per aspetto sacrale della Scienza (Simons, 2019, 940). 

Il fallibilismo di Popper, secondo cui non possiamo mai afferrare la realtà in quanto tale ma solo compiere tentativi umani di approssimarla, va in questa direzione. Popper, infatti, critica la visione secondo cui la verità è manifesta (p. 941). 

Anche perché l'idea che la Scienza riveli la Natura, e che quest’ultima sia l'arbitro ultimo in tutte le nostre controversie, è un'idea… religiosa tanto quanto quelle che si trovano nelle religioni tradizionali (Latour, 2017, 211).

 


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Berger P. (1967), The Sacred Canopy: Elements of a Sociological Theory of Religion, Garden City, Doubleday

Brooke J.H. (2009), That Modern Science Has Secularized Western Culture. Pp. 224–232 in Galileo Goes to Jail and Other Myths about Science and

Religion. Edited by Ronald L. Numbers. Cambridge, Mass.: Harvard University Press.

Cicatello A. (2020), Per una secolarizzazione della scienza. Scienziati o terrapiattisti?, «Epekeina», 12, 2, pp. 1-15.

Collins H., Evans R., e Weinel M. (2017), STS as Science or Politics?, «Social Studies of Science», 47, 4, pp. 580-586.

Eyal G. (2019), The crisis of expertise, Cambridge (UK): Polity Press.

Golinski J. (1988), Making Natural Knowledge. Constructivism and the History of Science, Cambridge, Cambridge University Press.

Harrison P. (2017), Science and secularization, «Intellectual History Review», 27, 1, pp. 47–70.

Latour B. (2017), Facing Gaia: Eight Lectures on The New Climatic Regime. Cambridge: Polity.

Luckmann T. (1967), The Invisible Religion: The Problem of Religion in Modern Society, New York, Macmillan.

Nichols T. (2017), The Death of Expertise: The Campaign Against Established Knowledge and Why It Matters, Oxford, Oxford University Press.

Pinch T. (1986), Confronting Nature: The Sociology of Solar-neutrino Detection, Dordrecht, D. Reidel.

Simons M. (2019), Bruno Latour and the Secularization of Science, «Perspectives on Science», 27, 6, pp. 925–954.

Stark R. (1999), Secularization, R.I.P., «Sociology of Religion», 60, 3, pp. 249–273.

Weber M. (1919), La scienza come professione, Milano, Mondadori 2017.

Woolgar S. (1988), Science: The very idea, London, Tavistock. 


Il contratto sociale digitale - Prima parte

Da diversi anni mi occupo di analizzare i fenomeni che governano la fluttuazione dei numeri di due metriche tipiche dei profili social network: i follower (chi ci segue) e i following (chi seguiamo).

Se possediamo un profilo social, possiamo essere entrambe le forme. Come noi, chi ci segue (il follower) è a sua volta qualcuno che segue (azione del “following”) e il nostro profilo può dunque essere suo “follower” e “followed by” da esso.

Non è però sempre scontato essere simultaneamente “seguiti” e “seguaci” in rapporto a un medesimo altro profilo utente. Possiamo essere i suoi follower ma non essere da esso followed by, e possiamo anche essere followed by ma non allo stesso tempo follower di questo.

Le dinamiche della reciprocità saranno al centro della ricerca che vi proporrò.

Nota: al fine di comprendere meglio lo scenario in cui ci muoveremo è necessaria la lettura delle note.

Buona lettura.

 


 

Il “contratto sociale”[1] digitale

Tutti gli utenti dei social network, in quanto appartenenti a comunità a tutti gli effetti, a prescindere dal proprio grado di coinvolgimento, accettano, concorrono e alimentano forme di contratto sociale. Le forme di questo o di quel contratto sono vincolate alle meccaniche specifiche delle piattaforme digitali in cui si sviluppa e popola la rete sociale di appartenenza.

Di queste forme del contratto sociale digitale ne esistono di due macro tipi: “con” e “senza” il “vincolo di reciprocità” tra utenti che stabiliscono connessioni con profili altrui.

Come vedremo nei futuri articoli, è proprio dal posizionamento all’interno del contratto sociale che dipende il prestigio sociale di ciascun utente.

Prenderò qui in esame la piattaforma Facebook come esempio di contratto sociale con vincolo di reciprocità.

Facebook e la forma dell’Amicizia

Storicamente essa si fonda sulla “Amicizia”, una forma di collegamento “diretto e reciproco”[2] tra utenti[3]. La meccanica specifica di connessione[4] tra profili è quella della “Richiesta di amicizia” tra due profili utente unici[5]. Il primo profilo è quello che definiamo “richiedente”, ossia un utente che promuove la richiesta di contatto[6] al secondo profilo, che chiameremo “ricevente”.

Con questa richiesta, il primo chiede al secondo di entrare nella sua “Lista degli amici”. Il collegamento si stabilirà tramite l’accettazione della richiesta di amicizia da parte del ricevente.

Il “contratto sociale” digitale con vincolo di reciprocità

La meccanica di attivazione di questo collegamento dell’Amicizia è bidirezionale, ossia legata indissolubilmente al principio di reciprocità. Una volta accettata la richiesta, il richiedente e il ricevente si riconoscono obbligatoriamente il privilegio reciproco di entrare nella rispettiva Lista degli amici.

Questa “entrata tra gli amici” permette a entrambi di incrementare di una unità il numero dei propri “Amici”, oltre che di poter accedere alle informazioni e ai contenuti condivisi da ciascuno in esclusiva per i propri Amici.

La reciprocità anche nella rimozione

Qualora uno dei due utenti volesse estromettere l’altro dalla propria Lista degli amici, può sì rimuoverlo da questa.

L’azione di “rimozione” rientra anch’essa in una meccanica bidirezionale: rimuovendo un amico dalla propria lista, entrambi gli “ex amici” perderanno ciascuno un “amico” sotto l’aspetto quantitativo numerico. Se chi ha rimosso prima aveva 1000 amici, ora ne avrà 999, e di conseguenza accadrà all’altro di trovarsi un amico in meno. Ovviamente la rimozione causa anche la cessazione dei relativi privilegi di accesso all’informazione altrui, che questo contratto sociale permette.

L’aspetto quantitativo della connessione (anticipazioni)

Per comprendere meglio lo scenario che ci si presenterà di fronte nel prossimo articolo, dobbiamo ricordare quest’ultimo fatto della reciprocità del contratto sociale di Facebook. 

Teniamo fermo l’aspetto del vincolo meccanico sotto l’aspetto quantitativo, ossia dell’acquisizione e della perdita di unità numeriche legate alle connessioni precedentemente stabilite.

L’aspetto quantitativo del “numero di connessioni possedute” è, quindi, uno dei valori alle fondamenta del prestigio sociale dei profili utente delle comunità sociali digitali.

Come inizieremo a vedere a partire dal prossimo articolo, esso è infatti il motore di diverse meccaniche, sia algoritmiche che “human-driven”, le quali permettono agli utenti di attuare strategie utili al miglioramento della propria presenza sulle piattaforme sociali digitali.

 


NOTE:

[1] Utilizzo questo termine volutamente inserito fra le virgolette. Mi interessa per ragioni prettamente funzionali, per l’utilità prodotta dal suo significato letterale, e non da quello filosofico. Riguardo a quest’ultimo, però, vi invito a fare un proficuo confronto tra i due significati che il contratto sociale ha per la filosofia rousseauiana e quello che avrà successivamente per quella kantiana.

[2] Nella lingua italiana i termini “collegamento” e “connessione” sono spesso utilizzati come sinonimi. La loro differenza formale ricade nell’utilizzo rispetto a 1) una unione diretta sul piano fisico-materiale nel caso del primo termine e 2) di un'unione di tipo immateriale (ad es. logica) nel secondo. Utilizzerò dunque il termine 1) collegamento quando la connessione è reciproca, ossia c’è un’azione di follow reciproca; il termine 2) connessione lo utilizzerò per i casi in cui l’azione del follower è unidirezionale e svincolata dalle forme della reciprocità. Interessante è anche l’accezione che viene data dei due termini in campo giuridico penale, dove il collegamento è un criterio legale che determina il vincolo fattuale che genera la connessione, la quale è sempre conseguenza giuridica di tale legame (art. 12 c.p.p.).

[3] La possibilità di essere follower, ma non amici, di profili utente privati è stata aggiunta solo anteriormente sulla piattaforma Facebook (2011). Probabilmente l’esigenza è nata per permettere a profili particolarmente famosi di superare il limite massimo di 5000 amici possedibili.

[4] Supra, nota 2.

[5] Per “unico”, in riferimento al “profilo”, mi riferisco alla sua corrispondenza ad un “utente” univoco. Da questa analisi sono perciò escluse entità quali i “profilo utente condiviso” e quelli sì utente ma creati per attività di varia natura (commerciali, sportive, associazionistiche etc.). Ne sono dunque escluse anche le connessioni alle Pagine e ai Gruppi Facebook.

[6] Molto interessante è la differenza che la piattaforma LinkedIn pone ufficialmente tra le definizioni di “contatto” e di “collegamento”, dove un contatto è una persona a cui viene inviato un invito, mentre “una connessione è un contatto a cui si dispone una connessione di primo grado”. (...) “Mentre tutte le connessioni vengono salvate nell’elenco Contatti, non tutti i contatti sono collegamenti di primo grado” (Guida ufficiale LinkedIn).
Per chi non conoscesse LinkedIn, in questa piattaforma sociale digitale viene instaurata e posizionata come portante la meccanica del “grado di distanza” di connessione tra i profili. Questa ha sicuramente risvolti utili alla partecipazione attraverso l’ambizione di “accorciare le distanze” dai profili che ci avvicinano al lavoro che vorremmo fare.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- art. 12 Codice di procedura penale;

- Guida ufficiale di LinkedIn: https://www.linkedin.com/help/linkedin/answer/a565191/differenza-tra-un-contatto-e-una-connessione?lang=it;

- Standard della Community Meta: https://transparency.meta.com/policies/community-standards/;

- Linee guida Facebook per Editor e Creator: https://www.facebook.com/business?id=193136622109756.